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	<title>stilos &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nasce Il Sottoscritto &#8211; sito e rivista culturale online</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Apr 2008 16:54:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[gianni bonina]]></category>
		<category><![CDATA[il sottoscritto]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
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					<description><![CDATA[E&#8217; da poco in rete una nuova e importante realtà culturale del web. E&#8217; un sito che nasce compiendo i primi passi nel web e guardando alla possibilità di una prossima versione cartacea. Al sito si affianca una rivista on line omonima, scaricabile (è già disponibile il primo numero). Il nome, Il Sottoscritto, è piaciuto perché implica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; da poco in rete una nuova e importante realtà culturale del web. E&#8217; un sito che nasce compiendo i primi passi nel web e guardando alla possibilità di una prossima versione cartacea. Al sito si affianca una rivista on line omonima, scaricabile (è già disponibile il primo numero). Il nome, <strong>Il Sottoscritto</strong>, è piaciuto perché implica l’idea di scrittura come anche suggerisce un’accezione di identità autorale. Forse è un po’ dada, ma ha superato l’esame di gradimento dei collaboratori. <span id="more-5744"></span></p>
<p>Proprietario del sito, come della testata on line, è <em>l’Editoriale Il sottoscritto</em>. Direttore responsabile è <strong>Gianni Bonina</strong>, già responsabile di <strong>Stilos</strong>. Scopo dichiarato è di occuparsi di libri e di dare conto non solo delle novità ma anche delle acquisizioni.</p>
<p>Il sito è facilmente visitabile grazie a un ordine albabetico che conduce agli autori attraverso gli strumenti dell’intervista e della recensione. In più figurano &#8211; e si arricchiranno sempre più &#8211; saggi, racconti e temi di dibattito.</p>
<p>Un sincero augurio da parte nostra a Gianni Bonina per questa nuova impresa.</p>
<p><a href="http://nuke.ilsottoscritto.it">www.nuke.ilsottoscritto.it</a></p>
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		<title>Moleskine 3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sergio garufi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Oct 2007 00:52:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sergio Garufi Stilos ha chiuso. In molti ne hanno rimarcato i difetti: il provincialismo delle foto e delle didascalie degli autori dei pezzi, la diffusione non proprio capillare, il tono quasi esclusivamente elogiativo degli articoli, l’assenza di retribuzione, l&#8217;eccessiva autoreferenzialità. Avendoci collaborato per 4 anni, potrei aggiungerne altri, come il fatto che spesso i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/moleskine-3.jpg" title="moleskine-3.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/moleskine-3.thumbnail.jpg" alt="moleskine-3.jpg" /></a>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p><em>Stilos</em> ha chiuso. In molti ne hanno rimarcato i difetti: il provincialismo delle foto e delle didascalie degli autori dei pezzi, la diffusione non proprio capillare, il tono quasi esclusivamente elogiativo degli articoli, l’assenza di retribuzione, l&#8217;eccessiva autoreferenzialità. Avendoci collaborato per 4 anni, potrei aggiungerne altri, come il fatto che spesso i pezzi venivano tagliati arbitrariamente, senza avvertire l’autore, e questo faceva infuriare molti. Ma è pur vero che il giornale nacque su basi volontaristiche, e che il lavoro di Bonina, svolto nei ritagli di tempo, doveva essere molto faticoso e ingrato. Il pregio principale è stato quello di ospitare le voci che si ritenevano meritevoli senza badare ai titoli, cosa che accade assai di rado nelle riviste letterarie tradizionali. Io fui uno di questi fortunati. Qualcuno segnalò a Bonina un mio articolo in rete e questo fu sufficiente per farmi entrare nel giornale. Lì avvenne il mio esordio su carta, se si eccettuano due fugaci comparsate su oscure riviste accademiche ai tempi dell’università.<span id="more-4555"></span></p>
<p>Quando iniziai a scriverci, <em>Stilos </em>era il supplemento letterario del quotidiano <em>La Sicilia</em>. Usciva ogni martedì. Ricordo che il primo pezzo che gli inviai era di una lunghezza spaventosa, circa 16.000 battute, e mi fu chiesto di accorciarlo della metà. In pratica, dovevo riscriverlo completamente. Nella mia piccola città il giornale era irreperibile, e siccome per posta arrivava in ritardo o addirittura non arrivava, spesso mi recavo a Milano a prenderlo. Ci andavo la sera perché di giorno lavoravo, ed era una grande emozione vedere il mio nome stampato su un giornale. Mi sentivo importante. A quell&#8217;ora, le uniche edicole aperte che lo vendevano erano i chioschi di corso Buenos Aires. Chi vive a Milano sa che questi chioschi la notte si trasformano. Al posto dei quotidiani e dei periodici &#8220;rispettabili&#8221; si riempiono di riviste e videocassette porno. Pure la clientela cambia. Ci si guarda con sospetto o vergogna, anzi si evitano gli sguardi. In quello dove andai una sera l’edicolante era un transessuale. Gli chiesi se aveva <em>Stilos</em> e mi rispose: ”Non mi pare. Di che parla?” Dissi: “Di letteratura”, e lui replicò con aria un po’ schifata: “Noi non teniamo quella roba”. Aveva ragione Valery Larbaud, la letteratura è un vizio, uno dei peggiori.</p>
<p>Sull’ultimo numero di <em>Stilos</em> &#8211; ultimo in tutti i sensi, quindi – Giulio Mozzi nella sua rubrica parla di sagre paesane e festival letterari. Lo fa con il consueto stile da agrimensore del linguaggio, che misura e delimita con precisione tutti i possibili campi semantici dei suoi enunciati, quasi a prevenire eventuali obiezioni. La sua preferenza va senza esitazione alle prime (“I festival non mi piacciono. A me piacciono le sagre”). Gli piace l’odore della carne ai ferri, le giostrine, i bambini che piangono, “perché la sagra è, prima di ogni altra cosa, baccano: grida di venditori, voci che si sovrappongono, musiche delle giostre” ecc. Alle sagre “una costoletta è una costoletta, una caffettiera in offerta a soli due ero una caffettiera in offerta a soli due euro, una giostra coi cavallini è una giostra coi cavallini. Nessuno pensa, stando qualche ora nella sagra, di vivere un’esperienza memorabile, o un’esperienza che rimandi a qualcos’altro: la sagra è la sagra”. Il festival per lui è il contrario, e il suo proporsi come esperienza “è la prova provata della sua falsità”.</p>
<p>Anche a me piacciono le sagre, e vicino a casa mia, soprattutto d’estate, ce ne sono diverse. Mi piace ballare il liscio con gli anziani del posto pur non sapendo ballare, mi piace assaggiare i cibi locali anche se spesso sono cucinati male, ma non ho mai pensato che siano più autentiche di altri tipi di manifestazioni. Al contrario, sono convinto che le sagre siano le Gardaland della nostalgia, e tuttavia non vedo nulla di male a immergersi in un passato ideale e posticcio, che fa riferimento a un sistema di valori che non esiste più. Sono delle piccole evasioni consolatorie e rassicuranti, che vogliono farci credere che esiste ancora una vita comunitaria fatta di solidarietà e buoni sentimenti, quando ci si conosceva tutti per nome e il bene aveva sempre la meglio. In sintesi, per me anch’esse si propongono come esperienze di qualcos&#8217;altro. E’ curioso da parte mia adoperare gli aggettivi <em>consolatorio</em> e <em>rassicurante </em>in senso non spregiativo. Nel recensese si liquidano così i brutti libri, è quella la <em>scarlet letter </em>più usata dai critici. Ma a volte questa vita ha bisogno di momenti di conforto e di evasione.</p>
<p>A settembre ero alla sagra della patata di Oreno, che è una frazione di Vimercate, uno dei tanti paesi che dà del voi (cioè che finisce in “ate”) della provincia di Milano. A Oreno c’è molto da vedere. La neoclassica Villa Gallarati Scotti, poi Villa Borromeo, col suo splendido parco all&#8217;inglese e il casino di caccia con gli affreschi tardogotici che ritraggono scene venatorie e ricreative dell’epoca (il XV sec.). La sagra offre degustazioni gastronomiche in tema, oltre a concerti di liscio, spettacoli teatrali, mostre, animazioni per bambini e un corteo storico. Mi faceva compagnia F., un’amica tedesca che per un certo periodo scrisse pure su <em>Stilos</em>, cioè fino a quando si arrabbiò perché le tagliarono un articolo senza avvertirla. Le chiesi di sua figlia J., di 13 anni, che un mese prima era follemente innamorata di un ragazzo di Genova col quale aveva trascorso una vacanza studio in Inghilterra, e mi rispose che si erano lasciati, che ora le piaceva un altro. Commentai che in fondo era normale per quell’età, vivere delle infatuazioni intense e brevissime, e F. replicò che lei a quell’età era molto diversa.</p>
<p>“Ricordo ancora il giorno in cui incontrai D. Era il 28 gennaio 1975, avevo 13 anni ed ero andata a una festa di due classi del mio liceo. Lui era più grande di me, biondo e magro. Ricordo perfettamente come eravamo vestiti, cosa mi disse, e pensai subito che quella data dovevo imprimermela nella memoria, ero assolutamente cosciente della sua importanza. Il sabato successivo dovevo incontrarlo e avevo deciso che a lui avrei dato il mio primo bacio. E invece niente, non mi guardò neppure, come non esistessi. Per mesi lo perseguitai, facendo telefonate mute, passeggiando sotto casa sua con un’amica, pedinandolo ovunque perché conoscevo i suoi orari: quando aveva lezione di pianoforte, quando andava in piscina. Se mi capitava di incontrare sua madre al supermercato era un evento, qualsiasi cosa avesse a che fare con lui mi emozionava e turbava. Mi rassegnai all’evidenza solo un anno dopo, quando baciai un altro ragazzo, ma ancora oggi ho l’impressione che quel giorno la mia vita prese una direzione sbagliata, che quello non era il ragazzo giusto. Il 28 gennaio 1975 è una data spartiacque per me, solo dopo quella delusione cominciai a scrivere.” “Lui sapeva cosa provavi, gliel’hai mai detto?” “No, figurati, ora neanche si ricorderà di me. Ma a volte mi immagino di stare con lui, magari in un ristorante, e di spiegargli i miei sentimenti di allora.” “Sai che fine ha fatto?” “Sì, insegna chimica in una università americana. Ho visto anche una sua foto. Non è invecchiato bene. Ora è calvo, grassotello e con la barba. Indossa un maglione a V e ha un bel sorriso, sembra felice. L’ho trovato su Google, lì c’è il mondo”.</p>
<p>Era un ricordo indotto dall&#8217;atmosfera nostalgica della sagra, o dalla visione delle scene di seduzione raffigurate negli affreschi che avevamo appena visto? Non lo so. So solo che il mondo è pieno di persone che sono state fondamentali nella vita di qualcuno, persone che ignorano del tutto questo loro ruolo decisivo ma restano impigliate nella rete dei nostri ricordi fino a condizionare un destino. Ascoltando la storia di F. mi è venuta in mente una bella scena di <em>Smoke</em>, il film di Wayne Wang basato sulla sceneggiatura di Paul Auster, quando il tabaccaio Harvey Keitel rivela all&#8217;amico scrittore William Hurt l&#8217;hobby che coltiva da vent&#8217;anni; ossia fotografare ogni giorno alla stessa ora l&#8217;angolo di strada di Brooklyn nel quale vive e lavora. E&#8217; un album fotografico che Keitel non ha mai mostrato ad alcuno, concepito come semplice omaggio al proprio spazio: un crocevia come tanti, anonimo, privo di monumenti storici o grattacieli famosi. Ma lì c&#8217;è la sua bottega, quello è il luogo dove trascorre la sua vita, e lui lo ritrae con dedizione, tutti i giorni alle otto del mattino. Hurt dapprima lo sfoglia distrattamente, ma dopo l&#8217;invito di Keitel ad osservare con maggiore attenzione le differenti sfumature dovute alla luce, al clima, alla gente che passa, riesce a scorgere, nella folla indistinta che si reca frettolosamente al lavoro, il volto di sua moglie morta alcuni anni prima durante una rapina, e si commuove. Ecco che quella cosa personalissima, quella dichiarazione d&#8217;amore verso il proprio spazio, ora diventa significativa anche per altri; non appartiene più unicamente al suo autore, ma interessa ed emoziona chiunque, perché il destino di chiunque può riguardare pure il nostro, basta che gli si presti la giusta attenzione.</p>
<p><em>The first cut is the deepest</em>, cantava nel 1967 Cat Stevens. Forse la scrittura nasce dalla mancata elaborazione di questi lutti sentimentali. Forse è una sorta di esorcismo, una vendetta, un risarcimento per l&#8217;amore negato. A cosa allude l&#8217;arte, se non a questa dolorosa assenza? A cosa cerca disperatamente di assegnare un nome, se non a ciò che non ha più cittadinanza nell&#8217;essere, o che non l&#8217;ha mai avuta?</p>
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		<title>L&#8217;ultimo numero di Stilos?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sergio garufi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Sep 2007 11:57:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[gianni bonina]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[stilos]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giulio Mozzi Oggi è in edicola l&#8217;ultimo numero del quindicinale Stilos, inventato e diretto da Gianni Bonina (nella foto). Stilos uscì dapprima come supplemento settimanale del quotidiano La Sicilia, e dal giugno 2005 &#8211; sempre pubblicato dallo stesso editore del quotidiano &#8211; come quindicinale autonomo. Per nove anni la rivista si è retta grazie [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="gianni_bonina.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/gianni_bonina.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/gianni_bonina.thumbnail.jpg" alt="gianni_bonina.jpg" /></a>di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p>Oggi è in edicola l&#8217;ultimo numero del quindicinale <em>Stilos</em>, inventato e diretto da <strong>Gianni Bonina</strong> (<em>nella foto</em>). <em>Stilos</em> uscì dapprima come supplemento settimanale del quotidiano <em>La Sicilia</em>, e dal giugno 2005 &#8211; sempre pubblicato dallo stesso editore del quotidiano &#8211; come quindicinale autonomo. Per nove anni la rivista si è retta grazie alla generosità di Gianni Bonina che, lavorando nella redazione del quotidiano come caposervizio, ha diretto e prodotto <em>Stilos</em> &#8220;nei ritagli di tempo&#8221;, come si usa dire, ossia sottraendo tempo al riposo. E si è retto inoltre, <em>Stilos</em>, grazie alla generosità di un gran numero di intellettuali, giornalisti, critici, scrittori, che hanno fornito gratuitamente migliaia di articoli, servizi, interviste e recensioni. Attorno a <em>Stilos</em> si è creata una vera e propria comunità intellettuale di collaboratori e lettori. Di <em>Stilos</em>, al quale mi onoro di collaborare da anni, ho sempre ammirato l&#8217;indipendenza, la curiosità, la passione. Non conosco le ragioni per le quali l&#8217;editore ha deciso di interrompere la pubblicazione di <em>Stilos</em>. Mi auguro che possa intervenire un ripensamento.</p>
<p>(ripreso da <a href="http://www.vibrissebollettino.net">vibrissebollettino</a>)</p>
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		<title>Scrittore morto con natura (e viceversa)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 May 2006 06:25:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[stilos]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Sclavi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Sorrentino “Un gorgo di acqua limpida” (Nero.). “Un telefono che suona” (Dellamorte Dellamore e Non è successo niente) . “Un rumore” (Il tornado di Valle Scuropasso). Nei romanzi di Tiziano Sclavi si entra sempre come per caso. Laddove qualunque altro narratore si affretterebbe prima di tutto a scrivere di quel gorgo, di quel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft" alt="00sclavi.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/00sclavi.thumbnail.jpg" width="97" height="96" /></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>“Un gorgo di acqua limpida” (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005WVYRMY/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005WVYRMY&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Nero</em></a>.). “Un telefono che suona” (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8817138088/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8817138088&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Dellamorte Dellamore</em></a> e <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804436190/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804436190&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Non è successo niente</em></a>) . “Un rumore” (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804556668/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804556668&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Il tornado di Valle Scuropasso</em></a>).<br />
Nei romanzi di <strong>Tiziano Sclavi</strong> si entra sempre come per caso. Laddove qualunque altro narratore si affretterebbe prima di tutto a scrivere di <em>quel </em>gorgo, di <em>quel </em>telefono, di <em>quel </em>rumore, Sclavi non prova nessuno sgomento nel cominciare le sue storie con la certezza che la scena d’apertura promossa a incipit è una scena qualsiasi, una sequenza come un’altra. E senza troppi brividi sposa la lontananza, l’indefinitezza, la sfumatura, la vaghezza dei riferimenti. L’impegno di costruire un romanzo è tenacemente legato alla necessità di distruggere, di sovvertire, di ribaltare. Di scompigliare le carte del romanziere e mischiarle con quelle dello sceneggiatore.<br />
<span id="more-2133"></span></p>
<p>E stavolta è proprio uno sceneggiatore (anzi, uno scrittore che una volta scriveva anche fumetti) il più che autobiografico protagonista del romanzo. Costretto da una malattia (che si intuisce di origine psichica più che fisica) ad assumere regolarmente farmaci che scandiscono il ritmo lento delle sue giornate, lo scrittore vive in una villetta isolata nella campagna lombarda, che sembra più che altro possedere i tratti della brughiera inglese. Qui, tra una visita di una silenziosa donna delle pulizie e un’occhiata all’altrettanto silenzioso, e unico, vicino di casa, il solo filo che lega alla realtà la psiche traballante del protagonista è quello del telefono, per mezzo del quale il dottor Deicas segue l’evoluzione della terapia farmacologica del paziente. Per il resto, è, per dirla con <strong>Ottieri</strong>, tutto uno <strong>zampillare d’irrealtà quotidiana</strong>. Il supermercato nel quale lo scrittore va a fare provviste scompare e riappare. Gli oggetti del soggiorno levitano, turbinando nella stanza. Strani rumori nel cuore della notte. Luci. Dischi volanti, forse. Alieni alla porta di casa – e anche dentro casa.<br />
Sclavi è uno strano fabbro. Fa prima le chiavi e poi le porte. La chiave per aprire il suo ultimo romanzo stava in edicola 15 anni fa, nel numero 61 di Dylan Dog, <em>Terrore dall’infinito</em>. 1991-2006: una delle più lunghe azioni situazioniste della storia della letteratura. Certo, il romanzo si legge e si apprezza anche senza quella. Ma volete mettere tra lo sbirciare nel buco di una serratura e lo spalancare un portone con la toppa imbottita del pezzo di ferro giusto?</p>
<p>Sclavi è anche uno strano romanziere. La via narrativa che indica è lastricata di niente. Non è neanche segnata da un modello superiore, riconoscibile. Sclavi da piccolo deve aver letto Sclavi. Si è formato su se stesso. Si bea della liquefazione interna della sua lingua. Deviata continuamente verso un intimo dissidio tra dire e tacere, la frase di Sclavi si presenta al lettore con un <strong>furore antinomico</strong> che lascia quasi scorati. Sembra sempre sul ciglio di una reticenza assoluta, eppure va avanti, va fino in fondo. “Non posso continuare. Continuerò” (<strong>Samuel Beckett</strong>).<br />
È attraverso questo continuo rilascio di zavorra semantica che le mongolfiere narrative di Sclavi prendono quota. <em>Il tornado di valle Scuropasso</em> è, in questo senso, l’ennesimo esempio di storia svuotata dalla profondità del mondo attraverso una ricerca del grado zero della scrittura che può durare mesi, o addirittura anni. Intervistato da <strong>Andrea Raos</strong> su <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/04/05/alcune-sintetiche-affermazioni-di-tiziano-sclavi-e-un-lungo-sproloquio-di-andrea-raos/">Nazione Indiana</a>, Sclavi ha detto: “La lingua, molto più della struttura, è per me fondamentale. È la ricerca più faticosa e lunga &#8211; a volte dura molti anni, come nel caso del mio nuovo libro, <em>Il tornado di valle Scuropasso</em>: un romanzo “di fantascienza” piuttosto corto, ma la cui gestazione, proprio a causa della ricerca della lingua, è durata cinque anni -. Anche se mi viene l’idea per una bella storia, non la racconto finché (se) non trovo il linguaggio giusto. Al contrario, se ho l’idea della lingua, posso anche mettermi a scrivere a braccio, con solo un vago canovaccio in testa: la storia verrà da sé, sarà la lingua stessa a crearla”.<br />
Insomma, “verba tene, res sequentur”.<br />
La lunghissima gestazione – ed è questa un’altra delle sorprese del <em>Tornado </em>&#8211; non è però dovuta a operazioni di asciugatura, di rastremazione sintattica o semantica. O meglio, non solo a quelle. La scoperta più interessante sta nel notare come nel raffinatissimo <strong>massacro della pagina </strong>(Sclavi licenzia fogli che sembrano calligrammi, frasi, o anche solo parole, che galleggiano nel bianco abbacinante della carta) si annidano trovate linguistiche, onomatopee, neologismi, prestiti dal linguaggio dei fumetti, inserti presi di peso dalla struttura della sceneggiatura cinematografica e impiantati nel corpo del romanzo (c’è anche un omaggio nascosto a <em>Memorie dall’invisibile</em>, quella che, assieme a <em>Dopo mezzanotte</em>, è probabilmente la più bella storia di <strong>Dylan Dog</strong> finora scritta da Sclavi). Le descrizioni sono precise, i dialoghi raramente più lunghi di dieci parole. A Sclavi non importa sbalordire con le immagini. Le immagini risultano stranianti perché straniato ne è il linguaggio di costruzione.<br />
Qualche esempio.<br />
“Alle cinque il cucù cominciava a cuculare”. “Il bagliore, baluginìo, scintillìo, shining, stava diventando più forte”. “Silvestro. Era là, lontano. Zoom. I suoi occhi erano enormi e luminosi. Zoom. Nelle sue pupille c’era il riflesso dell’incendio”. “Stacco. La villa nel bosco (…). Stacco. Sono in soggiorno”. E poi anche: “Driin”, “Craaaaaaack”, “Sbam”, “Bip biiip biiiiiiip”, “Brooom”. Onomatopee da fumetto. Balloon verbali, insomma, che lampeggiano come tanti led, segnalatori di un piano di realtà scollato dal reale <em>reale</em>.</p>
<p>Il linguaggio nudo al quale Sclavi si affida per Il tornado è tuttavia vestitissimo, attillato in una guaina stretta addosso al corpo del romanzo, un guanto che c’è e non si vede. Procede per parole sgravate dalla pesantezza del senso, grumi linguistici fortemente allusivi e tuttavia appena articolati. <strong>Ritmo, misura, ordine, movimento scenico</strong>: ai quattro punti della bussola narrativa di Sclavi stanno queste uniche parole. Bastano due tratti, una battuta di dialogo, un aggettivo secco, un suono, e la scena sboccia. “Sono rimasto solo. Ho guardato fuori dalla finestra. C’era vento. Le foglie roteavano in un piccolo tornado”.<br />
Una spirale della paura, un vento pieno di fantasmi, un’ossessione angosciante, questa Valle Scuropasso.</p>
<p><em>(pubblicato su Stilos, anno VIII n.ro 11)</em></p>
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		<title>Una campagna per &#8220;Stilos&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Apr 2004 13:23:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giulio Mozzi Stilos è un settimanale di informazione libraria e letteraria. E&#8217; curato da Gianni Bonina ed esce, da qualche anno, come supplemento del martedì del quotidiano La Sicilia di Catania. Un paio d&#8217;anni fa Stilos era a colori, come il resto del giornale. Poi è passato al bianco e nero su carta giallina. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/stilos.gif" alt="stilos.gif" align="left" border="0" height="70" hspace="4" vspace="2" width="200" /><strong><em>Stilos</em></strong> è un settimanale di informazione libraria e letteraria. E&#8217; curato da Gianni Bonina ed esce, da qualche anno, come supplemento del martedì del quotidiano <a href="http://www.lasicilia.it"><em>La Sicilia</em></a> di Catania.<br />
Un paio d&#8217;anni fa <em>Stilos</em> era a colori, come il resto del giornale. Poi è passato al bianco e nero su carta giallina. Un paio d&#8217;anni fa <em>Stilos</em> aveva otto o dodici pagine. Ultimamente ne ha spesso sei, talvolta quattro.<br />
<span id="more-412"></span><br />
Il lavoro di Gianni Bonina a me sembra assai buono. Ho accettato di collaborare (gratuitamente) a <em>Stilos</em>, poco più di un anno fa, perché mi pareva una bella pubblicazione, e ci tirava un&#8217;aria fresca.<br />
Se <em>Stilos</em> chiudesse, sarebbe davvero un peccato.<br />
Domenico Cacopardo e Salvatore Ferlita hanno scritta una lettera aperta a Mario Ciancio Sanfilippo, editore e direttore del quotidiano <em>La Sicilia</em>. Se conoscete <em>Stilos</em> e avete piacere che continui le pubblicazioni con serenità e con un adeguato numero di pagine, vi invito a copiare la lettera aperta che riporto qui sotto e a spedirla all&#8217;indirizzo: segreteria@lasicilia.it, specificando nell&#8217;oggetto: &#8220;All&#8217;attenzione del direttore Mario Ciancio Sanfilippo&#8221;. Eventualmente potete rendere più visibile la vostra adesione depositando anche un &#8220;commento&#8221; qui sotto (sapete come si fa: si va agli &#8220;Archivi per mese&#8221;, si tira giù il mese di aprile intero, si cerca l&#8217;articolo, e si trova il modo di commentare).<br />
Nella continuazione di questo post trovate una lista di persone che hanno già sottoscritta la lettera di Cadopardo e Ferlita (tra queste, un paio di Indiani); nel <a href="http://www.giuliomozzi.com">mio diario</a> terrò una lista aggiornata.</p>
<p><strong>Al dottor Mario Ciancio Sanfilippo, Direttore ed editore de <em>La Sicilia</em>, Catania</strong></p>
<p><em>L’ulteriore ridursi della foliazione di <strong>Stilos</strong>, il settimanale culturale de <strong>La Sicilia</strong>, ci induce a fare appello a lei che ne è l’editore per manifestarle lo sconcerto che la decisione provoca.<br />
Infatti <strong>Stilos</strong>, al pari di Tuttolibri de La Stampa e del domenicale del Sole-24Ore, rappresenta uno dei pochi riferimenti per coloro che amano la cultura e vogliono conoscere i suoi sviluppi, le sue tendenze, le sue novità.<br />
E <strong>Stilos</strong> è l’unico settimanale del genere nel Sud d’Italia e svolge il proprio compito avendo attenzione non al solo Sud o alla Sicilia, ma al paese e al panorama internazionale.<br />
Insomma è uno dei pochi strumenti a disposizione di chi abbia interessi più ampi della semplice cronaca politica o nera.<br />
Ora il ridursi della foliazione renderà ancora più difficile il lavoro di informazione e di documentazione, invitando i ‘clienti’ di <strong>Stilos</strong> a rivolgersi altrove, là dove l’inserto culturale non trova ridimensionamenti, ma sostegni e promozioni.<br />
Le chiediamo, perciò, di intervenire perché <strong>Stilos</strong> sia subito restituito al suo normale formato, evitando che perda funzione e peso e, come sempre accade in questi casi, lettori.<br />
Orgogliosamente La Sicilia deve continuare a sostenere il suo settimanale di cultura, come specifica e singolare espressione della permanente vivacità intellettuale di Catania e dell’isola in generale.</em></p>
<p>Domenico Cacopardo<br />
Salvatore Ferlita<br />
Andrea Carraro (scrittore, Roma)<br />
Marcello D’Alessandra (insegnante, San Giuliano Milanese)<br />
Nino De Vita (scrittore, Marsala)<br />
Mario Fusco (Università di Parigi)<br />
Daniela Marcheschi (Università di Perugia)<br />
Massimo Sestili (insegnante e saggista, Perugia)<br />
Giuseppe Traina (Università di Catania)<br />
Dario Voltolini (scrittore, Torino)<br />
Carmine Abate (scrittore, Bresenello)<br />
Giovanni Maccari (critico letterario, Firenze)<br />
Santo Piazzese (scrittore, Palermo)<br />
Pietro Milone (saggista, Roma)<br />
Lucio Klobas (scrittore, Bergamo)<br />
Luigi Grazioli (scrittore e direttore di “Nuova Prosa”, Bergamo)<br />
Domenico Scarpa (Università di Napoli “L’Orientale”).<br />
Renato Nisticò (saggista, Pisa).<br />
Mauro Mirci (blogger, Sicilia)<br />
Tiziano Scarpa (narratore, critico, Milano)<br />
Silvio Perrella (critico, Napoli)<br />
Romano Luperini (docente di letteratura)<br />
Cristina Bottegal (Padova),<br />
Paola Borgonovo (redattrice editoriale, Milano)<br />
Sara Marson (Napoli)<br />
Marcello Fois (narratore, Bologna)<br />
Annarita Briganti<br />
Giuseppe Iannozzi (Kinglear)<br />
Livio Romano (narratore, Nardò)<br />
Pamela Canali (Roma)<br />
Rossano Astremo (Vertigine)<br />
Stefano Massari<br />
Remo Bassini (giornalista, Vercelli)<br />
Marco Candida (Tortona)<br />
Roberto Tossani (business writer, Valdobbiadene, Tv)<br />
Fabrizio Corselli (scrittore, saggista)</p>
<p>[Questo post è uscito quasi identico in <a href="http://www.macchianera.net/archives/2004/04/27/una_campagna_pe.html">Macchianera</a>]</p>
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