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	<title>STORIE DI EMIGRAZIONE &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L’Americaaaa!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 May 2019 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Ellis Island]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[STORIE DI EMIGRAZIONE]]></category>
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					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Georges Perec, Ellis Island. Storie di erranza e di speranza, Archinto, 2017. Pochi sanno cosa sia Ellis Island. A scuola non te lo insegnano. A scuola ti parlano soltanto di quella migrazione in massa di milioni di europei verso un mondo dove c’era libertà, democrazia, lavoro. E allora l’immagine più comune [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-79208" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Ellis-Island.jpg" alt="" width="324" height="528" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Ellis-Island.jpg 324w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Ellis-Island-184x300.jpg 184w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Ellis-Island-250x407.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Ellis-Island-200x326.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Ellis-Island-160x261.jpg 160w" sizes="(max-width: 324px) 100vw, 324px" />di <b>Romano A. Fiocchi</b></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Georges Perec</b>, <i>Ellis Island. Storie di erranza e di speranza</i>, Archinto, 2017.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Pochi sanno cosa sia Ellis Island. A scuola non te lo insegnano. A scuola ti parlano soltanto di quella migrazione in massa di milioni di europei verso un mondo dove c’era libertà, democrazia, lavoro. E allora l’immagine più comune scolpita nella memoria collettiva è il grido che Baricco mette in bocca ai passeggeri del Virginian che per primi avvistano la Statua della libertà: l’Americaaaa!</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Ma l’America era altro. In primo luogo era Ellis Island. Tra il 1978 e il 1980 Georges Perec e il regista Robert Bober cercarono di capire cosa fosse e soprattutto lo documentarono in un lungometraggio che fu trasmesso nel novembre 1980 dalla rete francese con il titolo: <i>Récits d’Ellis Island. Histoires d’errance et d’espoir</i> (alcuni spezzoni sono reperibili su YouTube, mentre il video completo è acquistabile in versione DVD sul sito dell’Ina, l’ente nazionale francese incaricato di archiviare le documentazioni audiovisive). Quello che fecero, Bober con le immagini e Perec con il testo della voce fuori campo, fu raccontare come tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo, in alcuni edifici appositamente costruiti su un isolotto alla foce dell’Hudson, a un passo da Manhattan, oltre sedici milioni di emigranti vennero trasformati in oltre sedici milioni di Americani. Il testo di Perec, pubblicato in Francia, uscì nell’edizione italiana solo nel 1996 grazie alla traduzione di Maria Sebregondi, in un volumetto verde della collana Gli Aquiloni di Rosellina Archinto. Poi, come tante pubblicazioni di Perec, sparì dal mercato. (La sparizione è un motivo caro a Perec, ricordiamoci che fece sparire la lettera “e” da un intero romanzo…)</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Nel 2005 <i>Ellis Island</i> riapparve parzialmente in rete: una decina di pagine tradotte dal nostro Andrea Inglese, uscite appunto su Nazione Indiana, <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/09/28/da-%5C“storie-d’ellis-island" target="_blank" rel="noopener">qui</a></u></span>. Mentre il 10 maggio 2017 Laura Barile rievocava il fascino di questo testo su <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.alfabeta2.it/tag/laura-barile/" target="_blank" rel="noopener">Alfabeta 2</a></u></span>, l’Archinto S.a.s. lo ripubblicava e ricolmava il vuoto editoriale. È stato così che l’ho trovato, rovistando sulle scaffalature della Libreria del Mondo Offeso.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Ellis Island</i> è un prezioso libretto di settantadue pagine composto di due parti: <i>L’isola delle lacrime</i>, una sorta di introduzione storica, e <i>Descrizione di un cammino</i>, la parte più corposa e poetica. Perché Perec, fedele alla sua scrittura, riesce a fare della poesia attraverso la semplice elencazione di oggetti, luoghi, persone: “All’inizio, si può solo provare a nominare le cose, una per una, semplicemente, enumerarle, censirle, nel modo più banale possibile, nel modo più preciso possibile, cercando di non dimenticare niente”. Tanto meno i numeri, quelli più impressionanti: cinque milioni di emigranti provenienti dall’Italia, quattro milioni dall’Irlanda, un milione dalla Svezia, sei milioni dalla Germania, tre milioni dall’Austria e dall’Ungheria, tre milioni e cinquecentomila dalla Russia e dall’Ucrania, cinque milioni dalla Gran Bretagna, e così via. Tutta gente disperata che per i più svariati motivi scappava dal vecchio continente. Poi elenca le compagnie di navigazione (compresa la nostra Italian Line), i porti di partenza (i nostri: Palermo, Napoli, Genova, Trieste), i nomi dei piroscafi (i nostri: Umbria, Lusitania, San Giovanni, Giuseppe Verdi, Duca degli Abruzzi), la raffica incalzante delle ventinove domande che bersagliavano l’emigrante: Come si chiama? Da dove viene? Perché viene negli Stati Uniti? Quanti anni ha? Quanti soldi ha? Dove li tiene? Me li faccia vedere. Chi ha pagato la sua traversata? eccetera. Sì, perché i soldi erano una garanzia: chi viaggiava in prima o in seconda classe veniva ispezionato a bordo da un medico e da un ufficiale di stato civile, e sbarcava senza problemi. Gli altri sostavano a Ellis Island sino a passare il controllo degli ufficiali sanitari che segnalavano i casi sospetti tracciando una lettera con il gesso sulla schiena: C la tubercolosi, E gli occhi, F il viso, H il cuore, K l’ernia, L la claudicazione, SC il cuoio capelluto, TC il tracoma, X il ritardo mentale. Il sospettato avrebbe prolungato la sua permanenza a Ellis Island per accertamenti più minuziosi, talvolta sino ad essere respinto.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Tutti insomma passarono da Ellis Island. Che funzionava, dal punto di vista organizzativo, con la proverbiale efficienza degli States: “Una fabbrica all’americana, rapida ed efficace come un salumificio di Chicago: a capo di una catena, si mette un irlandese, un ebreo ucraino, un pugliese, all’altro capo – previa ispezione degli occhi, ispezione delle tasche, vaccinazione, disinfezione – ne esce un americano”. Col tempo le regole di questa fabbrica diventarono sempre più severe. Alla fine i respingimenti furono duecentocinquantamila, tremila i suicidi. I fortunati sentirono invece pronunciare l’agognata e fatidica frase: Welcome to America.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Perec non commenta, lascia che commenti e paragoni siano elaborati nella mente e nel cuore del lettore, quello di allora e quello di oggi. Perché il testo, inutile dirlo, è di una valenza universale e attuale: “L’emigrazione verso gli Stati Uniti era cominciata molto prima che incominciasse Ellis Island e non è terminata con la sua chiusura. I messicani, i portoricani, i coreani, i vietnamiti, i cambogiani hanno dato il cambio”. Ci sono poi le vicende dei nomi storpiati, suoni tipici di mezza Europa trascritti all’americana trasformando Skyzertski in Sanders, Goldenburg in Goldberg, Kowalski in Smith (entrambi significano <i>fabbro</i>). Compresa la storiella del vecchio ebreo russo che disse <i>shon vergessen</i> (in yiddish: l’ho scordato), e lasciò Ellis Island come John Ferguson.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Tutto questo per poi scoprire che l’America non era poi l’America che era stata loro raccontata. Certo, la terra apparteneva a tutti, peccato che i primi arrivati si erano ampiamente serviti e ai nuovi emigranti non restava se non ammassarsi in tuguri senza finestre e lavorare quindici ore al giorno. “I tacchini – scrive Perec – non cadevano già arrostiti direttamente nei piatti e le strade di New York non erano lastricate d’oro. Anzi, il più delle volte, non erano lastricate affatto. E allora capivano che era proprio per fargliele lastricare che li avevano fatti venire. E per scavare gallerie e canali, costruire strade, ponti, grandi dighe, ferrovie, dissodare foreste, sfruttare miniere e cave, fabbricare automobili e sigari, carabine e vestiti, scarpe, chewing-gum, corned-beef e saponette, e costruire grattacieli ancora più alti di quelli che avevano scoperto all’arrivo”.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
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		<title>una rete di storie I MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Oct 2017 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Nobili]]></category>
		<category><![CDATA[Festa di Nazione Indiana 2017]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Acconcia]]></category>
		<category><![CDATA[I minori stranieri non accompagnati]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></category>
		<category><![CDATA[Marielle Macé]]></category>
		<category><![CDATA[Mediateca Montanari]]></category>
		<category><![CDATA[Olivier Favier]]></category>
		<category><![CDATA[STORIE DI EMIGRAZIONE]]></category>
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					<description><![CDATA[<br /><b>STORIE DI EMIGRAZIONE</b><br />
di <b>Andrea Inglese</b><br />
Il migrante è senza dubbio una delle grandi e terrificanti figure del nostro tempo, lo è a tal punto grande (e terrificante) da evocare una quantità di immagini estremamente forti, perturbanti e spesso contraddittorie: il migrante è colui che annega, che non può essere salvato, che nessuno vuole sia salvato, ma il migrante è anche quello che viene salvato, agguantato per un soffio, strappato alla morte quasi esausto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-70478" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png" alt="" width="156" height="156" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png 156w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-144x144.png 144w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" /></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>una rete di storie</strong></a><br />
STORIE DI EMIGRAZIONE <em>I minori stranieri non accompagnati</em><br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 15.00</strong> <em>Sala Ipogea</em><br />
⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mediateca Montanari di Fano [PU]</strong></a><br />
<strong>&#8220;Invisibili. Non è un viaggio, è una fuga&#8221;</strong> <br />
Documentario UNICEF 35 minuti</p>
<p style="padding-left: 170px;"><strong>Accompagnare i minori</strong><br />
di <strong>Andrea Inglese</strong><br />
Il migrante è senza dubbio una delle grandi e terrificanti figure del nostro tempo, lo è a tal punto grande (e terrificante) da evocare una quantità di immagini estremamente forti, perturbanti e spesso contraddittorie: il migrante è colui che annega, che non può essere salvato, che nessuno vuole sia salvato, ma il migrante è anche quello che viene salvato, agguantato per un soffio, strappato alla morte quasi esausto. Il migrante è quello che scappa, è quello sempre in fuga, è quello che passa le frontiere invisibile, nascosto nelle pieghe del camion, ma è anche quello che arriva, che prende posto, che si accampa, che dorme per terra e che, noi passanti, dobbiamo scavalcare. Il migrante è quello che non sa cosa fare, che non sa cosa vendere, che vaga senza un ruolo, una meta, ma è quello che raccoglie i pomodori, è quello che fa ogni tipo di lavoro clandestino, è quello che rischia di morire di lavoro. Il migrante è un rifugiato, è un richiedente asilo, viene da un paese raso al suolo dalla guerra civile, rischia la morte per sfuggire alla morte, ma il migrante è un immigrato, qualcuno che vuole uscire dalla povertà, qualcuno che rischia la fame per sfuggire alla fame. Il migrante è un minorenne solitario, senza famiglia, senza alcun sostegno, ma deve provare alle istituzioni che è un minorenne, e gli si guardano i denti, gli si misurano le ossa. Il migrante popola tutti i fantasmi razzisti e fascisti, popola i sogni di pietà, popola la nostra impotenza e la nostra rabbia, le nostre paure. Il migrante alberga sovrano al centro della nostra cresciuta, allenata, indifferenza. Il migrante è il nonno che ci sta alle spalle, è l’esclusione che temiamo per nostro figlio. Il migrante è quello che noi fortunatamente non siamo. Noi siamo espatriati, semmai.<br />
In uno dei migliori dizionari della lingua italiana, il Palazzi e Folena, il sostantivo “migrante” non esiste neppure. C’è un aggettivo, derivato dal participio presente di migrare, che è un termine medico: “<em>ascesso, rene migrante</em>, che si sposta dalla sua sede primitiva”, ma vi è attestato anche un uso meno tecnico: “<em>uccello migrante</em>, uccello migratore”. In effetti, “migrante” è un sostantivo della nostra epoca, una fatale invenzione linguistica, ed è un vocabolo carico di talmente tante immagini e significati che è necessario, ad un certo punto, dargli un ancoraggio più circoscritto, riferendolo a una realtà con la quale possiamo entrare in contatto in modo più personale e intimo.<br />
&nbsp;<br />
Abbiamo scritto su Nazione Indiana dei migranti (per esempio <a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/10/18/diritto-di-asilo/">qui</a>), di quelli che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2014/09/03/lumanita-generica-kant-e-i-rifugiati-un-collage-e-qualche-riflessione/">scappano da una guerra</a>, di quelli che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/11/13/46888/">muoiono senza arrivare</a> da nessuna parte, di quelli che soggiornano in un limbo dentro <a href="http://www.nazioneindiana.com/2016/10/04/esplorazioni-wadi-roja/">i nostri confini nazionali</a>, dentro le nostre città, e non si riesce a capire, a decidere, se siano sommersi o salvati. Per la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/">festa indiana organizzata a Fano</a> volevamo parlarne ancora. E io ho suggerito agli amici e alle amiche indiane di parlare dei minori non accompagnati, e di comprendere come oggi, in Italia ma anche in Francia, sia possibile incontrarli, conoscerli, e decidere di fare delle cose con loro, di seguirli da vicino per un tratto della loro vita, di fare a loro un po’ di posto nella nostra vita.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Marielle Macé</strong>, una studiosa francese di letteratura, ha appena pubblicato un volumetto intitolato <em>Sidérer, considérer. Migrants en France 2007</em> (“Sbalordire, considerare”). La sua analisi è particolarmente interessante perché non muove da sbandieramenti di principi – quello che uno Stato di diritto dovrebbe fare, quello che una società democratica e giusta dovrebbe fare nei confronti dei migranti – ma da due attitudini più concrete, due posture affettive e intellettuali. Nella prima, tutto ciò che vediamo alla tele, che leggiamo sui giornali, che ci capita di vedere per strada, ci lascia “pietrificati, chiusi in un’emozione che non è facile trasformare in azione”. Nella seconda, caratterizzata dal verbo “considerare”, siamo invece spinti “ad andare a vedere, a tener conto dei viventi, delle loro vite effettive”. Nello sbalordimento, restiamo impotenti a distanza, e ci riempiamo di immagini. Nella considerazione, ci avviciniamo, comprendiamo, entriamo nella concretezza delle altrui vite. Sembra forse un ragionamento ancora astratto. A me pare essenziale, però, partire da questa impotenza, che è conseguenza di una domanda schiacciante: “che fare?” Che fare di fronte agli annegamenti, al traffico delle vite umane, alla miseria dei molti, ai respingimenti, alla criminalizzazione delle ONG, al razzismo di paese, al razzismo parlamentare? Io sono partito dal mio sentimento di vergogna (ne ho parlato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2015/09/04/sulla-vergogna-della-propria-disumanita-e-sulla-speranza-della-propria-umanita/">qui</a>). Sono partito dalla vergogna, in quanto questo sentimento impregnava la mia prima persona plurale – il <em>noi</em> dell’appartenenza occidentale, europea e nazionale – ma anche la mia prima persona singolare, l’Andrea Inglese che aveva scritto su Calais, ad esempio, senza mai essere andato fare qualcosa a Calais, e che guardava, come tanti, la sofferenza “a distanza”.<br />
&nbsp;<br />
In realtà, già allora sentivo non si trattava di porsi di fronte alla domanda massimalista: “che fare?”, dal momento che il problema vero era: “da dove cominciare?”, perché le possibilità d’azione sono in realtà molteplici, innumerevoli, e si tratta d’individuare soprattutto quelle che <em>ci corrispondono di più</em>, quelle per cui siamo in grado di garantire una fedeltà sulla lunga durata, al di là della reazione emotiva momentanea.<br />
&nbsp;<br />
In questo mi ha aiutato in modo decisivo <strong>Olivier Favier</strong>, una persona che ha scritto molto sui migranti in Francia, che continua a scriverne, e che nello stesso tempo <em>vive</em> coi migranti, soprattutto i più giovani, i minori, accogliendoli direttamente, coinvolgendoli in attività teatrali, mettendoli in relazione con famiglie e individui residenti in Francia. Un giorno Olivier ha messo un post su Facebook, in cui parlava di un centro in un villaggio a me sconosciuto, a due ore di distanza da Parigi, dove un’associazione per conto delle autorità provinciali accoglieva dei migranti minorenni. Olivier invitava delle persone residenti a Parigi a proporsi come “padrini” per questi ragazzi, in modo tale da costituire per loro un punto di riferimento all’interno della società francese, un punto di riferimento che non fosse puramente istituzionale. L’impegno non pareva spaventoso. Non implicava un diretto sostegno economico, e poteva limitarsi a un’ospitalità limitata nel tempo, con incontri di scadenza mensile. L’idea di entrare in diretto contatto con <em>una persona</em>, una concreta persona e per di più molto giovane, strappandola alla massa indifferenziata dei migranti, mi corrispondeva. Sentivo che a quel livello potevo fare qualcosa, e sentivo che m’interessava fare qualcosa, che era importante <em>per me</em> entrare in quel nuovo rapporto. (È importante precisare che mia moglie e io, accettando questo ruolo nei confronti di Samed – ruolo per altro poco definito in termini giuridici, almeno in Francia attualmente – cercavamo di soddisfare anche un <em>nostro</em> desiderio. Il posto che facevamo a Samed, all’interno del nostro nucleo familiare a tre, inclusa nostra figlia di sette anni, era in realtà un <em>vuoto</em> che noi percepivamo, e che avremmo comunque cercato di riempire. Da questo punto di vista, non potremmo essere più lontani dall’idea dell’aiuto come gesto unilaterale, magari tinto di qualche elemento sacrificale. Se c’è generosità nell’avvicinarsi a un minore, nel fargli spazio all’interno della propria vita, è innanzitutto una generosità nei confronti della <em>propria</em> vita, è perché si vuole una vita più <em>grande</em>, più <em>ricca </em>e, devo aggiungere, più <em>complicata.</em>)<br />
&nbsp;<br />
In questo modo, dopo vari mesi di attesa, ho conosciuto Samed, un diciassettenne ghanese (oggi maggiorenne), anglofono, con una pesante storia alle spalle (il viaggio dal Ghana alla Libia, il soggiorno libico di alcuni mesi, i tentativi di traversata, l’approdo in Italia, la fuga in avanti, l’attraversamento della frontiera a Ventimiglia, il vagabondaggio in Francia alla ricerca della capitale, e alle fine l’incontro fortuito con l’educatrice di un’associazione che lo ha tolto dalla strada). Si dirà che tutti i migranti hanno una <em>pesante</em> storia alle spalle. Sì, appunto, ma quella di Samed è <em>una</em>, è la <em>sua</em>, inconfondibile rispetto a tutte le altre.<br />
&nbsp;<br />
Incontrando Samed, però, ho incontrato tutto un mondo di persone in gamba, sorprendenti, che a vario livello, in vari modi e secondo stili di pensiero magari differenti, sono mobilitati per entrare in contatto, conoscere, aiutare, fare qualcosa con questi ragazzi. E questo è un altro aspetto prezioso di tutta la vicenda. Ci sono un sacco di persone, spesso non più giovani, che hanno voglia d’incontrare e di vivere qualcosa d’importante con questi giovani. La forma esteriore che tutto ciò prende ha i caratteri della solidarietà, ma è qualcosa di più profondo che si gioca tra questi diversi gruppi di persone. Siamo all’interno di uno scambio simbolico, di affetti, uno scambio di universi generazionali, di speranze nei confronti del futuro. Ecco, forse si cerca soprattutto di scambiarsi un futuro. Giovani africani con europei non più giovani, entrambi alla ricerca di qualcosa che dia senso al futuro, al tempo che ci resta da vivere.<br />
&nbsp;<br />
Non vorrei farla lunga, anche se molto potrei scrivere di cosa è cambiato in noi conoscendo e vivendo con Samed. (Quello che sembrava un impegno non spaventoso, ad esempio, è diventato un forte legame affettivo, che ovviamente ridefinisce in maniera imprevista aspettative e ruoli di tutti nella relazione.) M’interessa di più sottolineare una cosa. Mentre mia moglie ed io eravamo coinvolti in questo nuovo progetto con Samed, ho incontrato in Italia un paio di amiche che erano interessate a lanciarsi nella medesima avventura e che cercavano di capire in quale quadro istituzionale si poteva agire per i minori non accompagnati. Oggi mi pare che le cose comincino ad essere più chiare. Un ⇨ <a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2017/10/10/news/tutori_volontari_minori_stranieri_non_accompagnati-177872969/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P2-S2.3-T1" target="_blank" rel="noopener noreferrer">articolo su “Repubblica” del 10 ottobre</a> prova a fare il punto sulla situazione dei cosiddetti “tutori volontari”.<br />
&nbsp;<br />
A Fano, il 29 ottobre si parlerà di questo soprattutto, durante l’incontro intitolato <em>Storie di emigrazione</em>. Sarà presente <strong>Olivier Favier</strong>, dalla Francia, per portare appunto una testimonianza su cosa accade al di là delle nostre frontiere, sia in termini di politiche migratori sia in termini di mobilitazione cittadina. Interverrà in dialogo con lui <strong>Andrea Nobili</strong>, una figura istituzione, ossia il <strong>Garante per i diritti dei minori delle Marche</strong>. Ma l’incontro si avvarrà anche della testimonianza di <strong>Giuseppe Acconcia</strong>, giornalista esperto di Islam e Medio Oriente, che già è stato ospite di una festa indiana e ha pubblicato articoli sul nostro sito. Verrà trasmesso anche un documentario UNICEF, <strong><em>Invisibili non è un viaggio, è una fuga</em></strong>. Alla preparazione di questo incontro hanno lavorato, oltre a <strong>Orsola Puecher</strong>, <strong>Maria Luisa Venuta</strong>, <strong>Renata Morresi</strong> e il sottoscritto.<br />
&nbsp;<br />
Il nostro obiettivo è quello di riuscire ad accompagnare magari qualcun altro di noi a fare un passo fuori dalla vergogna e dallo stordimento, per avvicinare queste vite di giovani e giovanissimi, e realizzare con loro un pezzo di strada.</p>
<p>&nbsp;<br />
Con <strong>Giuseppe Acconcia, Olivier Favier, Andrea Nobili, Maria Luisa Venuta</strong><br />
&nbsp;<br />
<strong>GIUSEPPE ACCONCIA</strong> (Salerno, 1981), giornalista e ricercatore, si occupa di Iran e Medio Oriente. Laureato in Economia, dal 2005 ha vissuto tra Iran, Egitto e Siria collaborando con testate italiane (Il Manifesto, Il Riformista, Radio 2, RaiNews), inglesi (The Independent) ed egiziane (Al Ahram). Ha lavorato come insegnate di italiano per migranti e all&#8217;Università americana del Cairo. Si è occupato di cooperazione euromediterranea e ha pubblicato racconti, poesie e romanzi brevi. Ha pubblicato La Primavera egiziana (2012), Egitto. Democrazia militare (2014) e Grande Iran (2016).</p>
<p><strong>OLIVIER FAVIE</strong>R Storico di formazione, è reporter, fotografo, traduttore ed interprete. Ha creato nel 2010 il sito www.dormirajamais.org e pubblicato nel 2016 il libro Chroniques d&#8217;exil et d&#8217;hospitalité (Le Passager clandestin), frutto di un lavoro di tre anni a contatto dei migranti, in Francia ed in Italia.</p>
<p><strong>ANDREA NOBILI</strong> Garante per i diritti dei minori delle Marche ⇨ <a href="http://www.ombudsman.marche.it/chi_e/index.php" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>OMBUDSMAM Chi é</strong></a></p>
<p><strong>MARIA LUISA VENUTA</strong> Dottore di ricerca in Economia.<br />
Dal 1997 svolge in modo continuativo e sistematico attività di ricerca applicata, formazione e consulenza per enti pubblici e privati sui temi della sostenibilità integrata, economia circolare e come coordinatrice di progetti culturali e di carattere ambientale. Da giugno 2015 collabora a Fondazione Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia nel settore ricerca e progetti e come Project Manager del Progetto triennale di riapertura del museo del ferro San Bartolomeo di Brescia.</p>
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