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	<title>Strategia delle ombre &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La «Strategia delle ombre» di Andrea Melone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Feb 2015 06:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Clemente</strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-48521" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-208x300.jpg" alt="Melone1" width="300" height="432" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-208x300.jpg 208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-711x1024.jpg 711w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-900x1294.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone.jpg 1890w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Un gomitolo di vicende che si dipanano fra intimismo profondo e turbinosa peregrinazione geografica è il nocciolo ossuto del nuovo cimento narrativo di Andrea Melone, che con il suo <em>Strategia delle ombre</em> (2014) rinnova il connubio editoriale con l’editore Gaffi di Roma. Questo nuovo romanzo segue quei <em>Giardini di loto</em> del 2010, nei confronti del quale dimostra di possedere una certa affinità, intuibile nell’impianto narrativo. Tuttavia, mentre nell’opera di quattro anni fa Melone offriva al pubblico un plot in cui il protagonista si affannava nella ricerca del misterioso musicista Friedrich Thomas Ashkenazy in lungo e in largo per il nord e l’est dell’Europa, adesso, in queste nuove pagine, il protagonista non insegue nessuno, ma avviene il contrario: s’invita il lettore a braccarlo, alla ricerca dei motivi profondi che lo spingono continuamente a fuggire da una città all’altra. Melone appare come uno scrittore “poco italiano”, predilige atmosfere psicologiche scandinave, abbandona qualsiasi indulgenza verso l’immediatezza esemplificata, l’edulcorazione di maniera, lo smussamento degli angoli esistenziali per far deglutire l’indigeribile. <span id="more-50975"></span></p>
<p>A tutto ciò, egli oppone il joyciano dispiegamento dell’io, lo sgretolamento sofferto della soggettività, in una sorta di ostentazione sobria delle sue macerie, senza tuttavia mistificare questa disintegrazione; usa piuttosto l’acribia dell’archeologo impegnato nella individuazione degli strati invisibili e sepolti di un’antica città più o meno mitica, così prefigurando lo sviluppo successivo nella cornice di una trilogia. I suoi personaggi, pertanto, appaiono piuttosto atipici nel contesto odierno di un editoria che spesso invita editor e consulenti letterari a “scontornare” troppo visivamente i personaggi di una storia, per esigenze di “impatto” con il lettore medio, di efficacia in termini di appeal letterario. Melone, invece, predilige una sorta di “atemporalità laica”, un alone di a-storicità dei personaggi, proprio perché la preoccupazione è quella di restituirne la congerie dei vissuti interiori. Ne scaturisce una caratterizzazione al limite della “diafanità” letteraria di uomini e donne, alla loro smaterializzazione, sulla falsa riga di un Francis Bacon rivisitato e restituito nella dimensione narrativa.</p>
<p>E’ naturale, dunque, che la scrittura, risenta di questa poetica, donando al lettore un flusso temporale ritmicamente disomogeneo, con una punteggiatura che appare a volte perentoria, pertanto incisiva, dotata di una sua implicita valenza allusiva. Non è probabilmente un caso che le pagine di <em>Strategia delle ombre</em> si aprano con una citazione pentagrammatica, ovvero l’omaggio a <em>L’arte della fuga</em> di Bach, un rinvio sottile alla natura variegata del tempo narrativo in questione: l’andamento si connota altalenante e drastico nello stesso tempo, passando da semibrevi durevoli, fino a frenetici trentaduesimi, senza la mediazione stemperante di figure temporali intermedie. Di conseguenza la sintassi si modella in base a questi andirivieni, sortendo effetti a volte non convenzionali, involontariamente quasi metrici, con un lessico aulico, ricercato, probabilmente rispondente all’esigenza dello scavo interiore, con l’esito finale di un’impronta erudita non gratuita, bensì al servizio di questa ostinata perforazione dei vissuti (spicca la descrizione doviziosa dei territori egiziani, oltre che la traslitterazione delle espressioni in arabo). In definitiva, l’opera dal punto di vista del tempo, essendo Melone scrittore che predilige il tempo (tratto che emerge anche quando affronta questioni di “spazio”, come nel caso della descrizione dei contesti geografici nordafricani), dimostra di essere certamente riuscita, mentre appare perfettibile lì dove l’autore tenta espressioni enfatiche, credibili sul piano delle intenzioni, non tanto sul piano della definitiva resa letteraria. In altre parole il sentimento elegiaco di queste pagine, a nostro avviso, non avrebbe dovuto cercare, seppur a sprazzi, certe intonazioni ad effetto, ma si sarebbe dovuto imporre integralmente anche a costo di fa apparire tutta l’opera pervasa di serioso intimismo.</p>
<p>Ma, al di là di queste faccende di stile, il libro sembra porre anche un altro paio di dense questioni narratologiche: il punto di vista della narrazione e il “sistema” dei personaggi, ovvero la qualità dell’interazione fra gli stessi. In relazione a quest’ultimo aspetto, il romanzo appare problematizzare la questione del numero e dell’interazione dei personaggi narrati, essendo incardinato, in effetti, sul continuo “reinventarsi” esistenziale del protagonista, sollevando involontariamente la questione di un possibile, ammissibile o definitivamente ammesso canone narrativo contemporaneo. In ballo c’è il definitivo superamento della concezione “sinfonica” del sistema dei personaggi, come magari era possibile rinvenire non solo nel romanzo popolare dell’ottocento (l’archetipo), ma anche in non poche opere del novecento, seppur con una connotazione differente.</p>
<p>In relazione, poi, alla questione del punto di vista della narrazione, ci si potrebbe limitare al fatto che Melone adotti un normale punto di vista “O”, che esclude qualsiasi identificazione del narratore con uno dei personaggi della storia, se non fosse invece per quella particolare, sottile ironia che pervade le ultime pagine del libro, dove l’autore si produce in un gioco letterario interamente centrato sull’ipotesi giallistica, dove probabilmente si ravvisa la miglior resa letteraria dell’opera: la metabolizzazione del Gadda di <em>Quer pasticciaccio brutto de via Merulana</em> è il sottofondo del massimo distacco dell’autore dalle vicende narrate, tanto più ironico quanto più si diverte a sciorinare “se”, “qualora”, “forse” nella risoluzione del fatto di sangue che si colloca in fondo alle pagine del romanzo. Un ulteriore motivo, questo, che invita a riprendere in mano e rimeditare le folgoranti intuizioni di Roland Barthes in <em>Il grado zero della scrittura</em> e <em>La preparazione del romanzo</em>, in un’epoca in cui i libri sono spesso preoccupati di essere troppo attuali, al punto da dimenticare la vocazione alla rottura, alla discontinuità con certi climi culturali permanenti. Sotto questo profilo Melone dimostra di essere scrittore che si preoccupa della sua scrittura, che già fa intravedere cifre tipiche e personali, che attendono ancora di germogliare in maniera compiuta, confortato anche dal suo editore Gaffi, che rivela la stessa vocazione alla letteratura più o meno inattuale e che dimostra di “aspettare” il suo autore, di seguirlo nella sua naturale evoluzione, di raccogliere finalmente la sua piena espressione, esortando tacitamente i lettori a comprenderlo nel corso della sua attività.</p>
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		<title>Andrea Melone &#8211; Strategia delle ombre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Jul 2014 10:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[andrea melone]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Melone (Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, un estratto da Strategia delle ombre, Gaffi 2014, il nuovo romanzo di Andrea Melone. La storia di un uomo braccato da aguzzini che non gli lasciano tregua costringendolo a fuggire e a cambiare continuamente identità. Il romanzo segue il protagonista in tutti i suoi spostamenti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Melone</strong></p>
<p><em>(Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, un estratto da </em>Strategia delle ombre<em>, Gaffi 2014, il nuovo romanzo di Andrea Melone. La storia di un uomo braccato da aguzzini che non gli lasciano tregua costringendolo a fuggire e a cambiare continuamente identità. Il romanzo segue il protagonista in tutti i suoi spostamenti, dagli Stati Uniti all’Egitto, dall’Algeria ad Amsterdam, da Bristol a Roma. In ognuno di questi luoghi, sempre vigile nell’intento di eludere le ombre che lo perseguitano, reinventa la propria vita facendo di sé un altro uomo. Ma perché è costretto a scappare? Qual è la sua colpa? Di cosa è accusato? </em>Strategia delle ombre<em> è il primo volume di una trilogia.)</em></p>
<p><strong><img decoding="async" class="alignleft wp-image-48521" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-711x1024.jpg" alt="Layout 1" width="300" height="432" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-711x1024.jpg 711w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-208x300.jpg 208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone-900x1294.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/cop_Melone.jpg 1890w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Egitto</strong><br />
Era entrato in cantina, aveva aperto il baule accanto alla toletta comprata pochi mesi prima da un antiquario ad Arezzo. Aveva tirato fuori, come dall’erebo, tondi pagliacci di vetro di Murano, libri e lettere in francese, in italiano, in arabo, in inglese, in tedesco, stoffe e coperte e altri panni d’ogni genere, una coppia di dolci, struggenti foto incorniciate di sua madre, unica testimonianza di lei, e poi aveva guardato ancora.</p>
<p>Aveva visto. Aveva richiuso.</p>
<p>Tutto aveva compreso su Ludovica, sulla sua giovane vita, sui suoi incomprensibili sorrisi, e molto aveva pianto, molto era rimasto con la fronte sulle ginocchia.</p>
<p>Dopo aver fatto questo era uscito, aveva raccolto una ragazza per strada e gli avevano ammazzato il figlio.</p>
<p>La sua vita doveva finire.</p>
<p>Guidò verso il mare, il sole era ancora lontano dall’orizzonte.</p>
<p>Sono stanco, pensò. Peregrinare nel mondo incessante.</p>
<p>Peregrinare braccato dalla morte. Peregrinare io seme della morte.</p>
<p>Era in Italia da alcuni anni. Ancora in Italia: per la terza volta in più di trent’anni, sempre in luoghi diversi, sempre con nomi diversi. Tutte vesti di un unico Io. Tegumenti.</p>
<p>Quella notte prese in considerazione per la prima volta l’idea di uscire allo scoperto e di ritornare. Ritornare da Lui. Che il gioco avesse termine.</p>
<p>La desolazione del suo animo era stata causa di troppo male, di inumane sofferenze a sé e altrui.</p>
<p>L’assassinio di suo figlio lo aveva annichilito. È cosa che non si sopporta e iniquo riaversene.</p>
<p>Aveva conosciuto la fine miseranda di Caterina. Caterina, angelo di Dio, sguardo azzurro.</p>
<p>Aveva pianto lei e suo figlio e mentre era seduto con le mani sopra gli occhi, non faceva che tornare davanti a quel corpo impiccato di lei, il suo collo adagiato sulla spalla: sembrava si sciogliesse dal gancio e gli s’avventasse, dall’eternità, come una bestia affamata.</p>
<p>Aveva compreso la verità su Ludovica.</p>
<p>Come lo avevano scovato in Egitto i suoi figli? Anche loro erano ombre? Egli aveva assoldato anche loro? Tutti erano ombre?</p>
<p>Tutto è ombra.</p>
<p>Decise di prepararsi al ritorno e a ciò che avrebbe comportato. Decise di prepararsi al viaggio. L’ultimo viaggio.</p>
<p>Prese la macchina, guidò nella città senza limite. Andò verso il mare, dove così tante volte era stato con Ludovica, con Michela, con Leda.</p>
<p>Scese sulla riva e si sedette, come così tante volte aveva fatto in Egitto con le spalle al deserto cupole d’oro.</p>
<p>L’Egitto!</p>
<p>Gli si schiuse la giovinezza dal petto come da una vecchia panca.</p>
<p>Forse in Egitto, per un certo tempo, era stato felice, se uomo può dirsi felice. Forse perché vi era rimasto molti anni, molti più che in qualunque altro luogo e la sua vita aveva conosciuto la normalità e l’agiatezza di un coloniale. Forse perché in Egitto non aveva contratto amore, nonostante fosse nel fiore dell’età, e non ne aveva patito l’inganno.</p>
<p>Il suo nome in Egitto era Gilberto Gambi.</p>
<p>Scelse Porto Fuad, nel nord del paese, una cittadina deliziosa creata appositamente per bilanciare il peso di Porto Said. L’intento, a quanto pare, non era andato a effetto, sebbene vi avessero stabilito i Tribunali Misti e la maggior parte degli uffici e delle officine della Compagnia del Canale e anche le saline che servivano tutto l’Egitto.</p>
<p>Porto Said e Porto Fuad erano sulle due opposte sponde del canale, quella africana e quella asiatica, collegate da traghetti costanti che impiegavano venti minuti esatti per la traversata.</p>
<p>Tutti dicevano Said e Fuad, arabi, greci, libanesi, italiani, tranne i francesi. Loro rive Asie e rive Afrique. Si distinguevano in tutto i francesi, vestiti di avana e di bianco, non rivolgevano volentieri la parola a nessuno che non fosse francese o inglese, rari sorrisi sopra le labbra, acqua di colonia, le donne innervosite dai figli, troppo esili o corpacciute con ridicoli cappellini a fiori; simpatici e buffi i mocciosetti, alquanto sciupatini, educatissimi, sempre con quell’aria da bagarilli agli esami, i bei ciuffi castani scompigliati, erano i padroni del mondo e si rincantucciavano dietro le gonnelle delle mamme, braccia penzoloni, i padri li sorvegliavano sulla strada, lanciavano occhiate da farli perder d’animo, poveri angeli, convinti solo dai loro affari, con gli orologi alla catena, soprappensiero.</p>
<p>A Porto Fuad, Gilberto riuscì ad affittare una villetta in campagna a poche decine di metri dal mare. Visse alcune settimane diffidente e scorato fino alle lacrime, e la notte sotto quei cieli giubilanti s’aggrappava alla memoria dell’istituto e di don Giacomo, le sue guance glabre, la sua mano che dirigeva il tempo mentre lui era seduto allo sgabello del piano, Dioh, lo avrebbe voluto con sé ora, nella sua casetta sui coralli, e non pensava a che cosa avrebbe fatto domani, alla sua giovane vita, né alla bellezza inorganica di Caterina, ma alle stelle di Dio che rendono giovani coloro che le guardano: questo gli confidò don Giacomo, che le stelle di Dio ringiovaniscono chi le contempla con occhi puri, e non sapeva più che cosa volesse dire e in quel momento, nella desolazione di una terra disperata, era diventato essenziale capirne il senso e venirne a capo, e sarebbe stato come possedere la forza increata del Graal.</p>
<p>Trascorreva le ore in un fabbricato di legno in parte costruito sulla spiaggia, in parte su palafitta che s’addentrava nell’acqua blu cobalto e turchino per dieci metri. Poco al di là s’accostavano i delfini. C’erano alcuni bambini e parlavano con loro da lontano e sembrava potessero intendere quei sorrisi fuggitivi.</p>
<p>Uno di essi era un francese, Jacques, veniva a villeggiare coi suoi, doveva essere il figlio di un piccolo burocrate della Compagnia, e quando Gilberto si presentò a casa con una nuovissima Pontiac Candy Green, Jacques, che non aveva più di otto o dieci anni, gli domandò: «Tu sei ricco o agiato?».</p>
<p>«Sono ricco», rispose, e quello replicò: «No, tu sei agiato, perché le persone agiate hanno una sola automobile, quelle ricche due. Tu ne hai una», e tutti strabiliarono, Gilberto compreso, e sorridendo: «No, sono ricco. Le persone agiate lavorano, quelle ricche no. Io non lavoro», e tutti quei bambini strabiliarono ancora e trattennero il fiato sbigottiti sulla riva del mare infecondo, zaffiro e smeraldo di Porto Fuad.</p>
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