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	<title>studio Oblique &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La Scouting Night Live di Oblique</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 May 2017 17:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[studio Oblique]]></category>
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					<description><![CDATA[Una serata di scouting dal vivo, per mettere in contatto gli aspiranti autori con editori, editor e altri addetti ai lavori. Riceviamo la segnalazione dell&#8217;evento: «È ora che il tuo manoscritto esca dal cassetto. Hai cinque minuti per raccontare il tuo progetto a editor, scout e curiosi. Cinque minuti per farti sentire. Puoi proporre un romanzo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-68383" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/scouting-night-live_25mag17-212x300.jpg" alt="scouting-night-live_25mag17" width="300" height="424" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/scouting-night-live_25mag17-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/scouting-night-live_25mag17-724x1024.jpg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/scouting-night-live_25mag17.jpg 761w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><em>Una serata di scouting dal vivo, per mettere in contatto gli aspiranti autori con editori, editor e altri addetti ai lavori. </em><em>Riceviamo la segnalazione dell&#8217;evento</em>:</p>
<p>«È ora che il tuo manoscritto esca dal cassetto.</p>
<p>Hai cinque minuti per raccontare il tuo progetto a editor, scout e curiosi. Cinque minuti per farti sentire.</p>
<p>Puoi proporre un romanzo, una raccolta di racconti, un saggio.</p>
<p><strong>Giovedì 25 maggio 2017, a Roma, a partire dalle 20,00, per tre ore allo Sparwasser</strong> (via del Pigneto, 215) diamo spazio e orecchie alla tua creatività, alle tue pazze idee.</p>
<p>Sottoponici il tuo lavoro scrivendo una mail a redazione@oblique.it.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Regolamento</strong></p>
<ol>
<li>Per partecipare dovete mandare il vostro progetto a redazione@oblique.it. Oggetto della mail: vostro cognome, scouting night live, 25 maggio. Dovete allegare un unico file pdf che contenga l’opera che volete presentare (o parte di essa), una breve sinossi, una vostra biografia. Il file deve essere nominato così: cognome_snl_25mag17.pdf;</li>
<li>Se verrete selezionati (le comunicazioni verranno date entro il 21 maggio) dovrete presentarvi alle 19,45 allo Sparwasser e attendere il vostro turno;</li>
<li>Avrete 5 minuti a disposizione per raccontare il vostro lavoro. Si consiglia di riservare almeno un minuto o due alla lettura di una porzione del testo. Potete organizzare il pitch come volete ma vi chiediamo il rispetto dei tempi;</li>
<li>Ogni autore può presentare un solo progetto. È possibile presentare progetti a più nomi ma per la presentazione è preferibile un solo relatore, e comunque il tempo massimo a disposizione resta 5 minuti;</li>
<li>Vi consigliamo di portare qualche copia del progetto, qualora ci fosse qualcuno interessato a leggerlo.</li>
</ol>
<p>Lo scouting dal vivo è un’iniziativa che precorre il concorso 8&#215;8 e nasce sulla scia degli slam poetry americani. Oblique utilizza questa formula di confronto fin dal 2008 quando al proprio stand del Salone di Torino invitò gli autori a presentarsi: la call era “da Oblique ascoltiamo il vostro manoscritto”; e durante la seconda edizione degli incontri di sensibilizzazione all’editoria, seminari e laboratori gratuiti a cui hanno partecipato più di mille persone.</p>
<p>Nel 2011-2013 è stata la volta degli Scouting Night Live di Watt. Tante serate in giro per l’Italia (Roma, Milano, Bologna, Torino) alla caccia di nuovi narratori e illustratori da pubblicare sulla rivista.</p>
<p>L’attuale formula prevede batterie di pitch da 5 minuti senza commento al termine della singola esposizione. I confronti (quando noi di Oblique o gli editor intervenuti sono interessati al progetto) avvengono faccia a faccia tra una sessione e l’altra, o alla fine. Agli autori è richiesto di portare un po’ di copie dell’opera in modo che chi voglia approfondire possa proseguire la lettura direttamente su carta».</p>
<p><strong><a href="http://www.oblique.it/eventi_scouting-night-live.html" target="_blank">http://www.oblique.it/eventi_scouting-night-live.html</a></strong></p>
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		<title>La farcitura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Aug 2013 07:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[8x8]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Orso Tosco]]></category>
		<category><![CDATA[studio Oblique]]></category>
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					<description><![CDATA[di Orso Tosco Crolla la pioggia e il vento fa un suono di topi e ferro. L’acqua che scende si raccoglie nel centro del tetto, tagliato da una crepa. Andrà tutto bene: il tetto è solido, il cielo continuerà a cadere e Mr. Brody non mi troverà. Mi chiamo Matilde e mia madre è un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Orso Tosco</strong></p>
<figure id="attachment_46285" aria-describedby="caption-attachment-46285" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-46285" alt="Brocca, teiera e pioggia (d.o.)" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/pioggia.jpg" width="640" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/pioggia.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/pioggia-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-46285" class="wp-caption-text">Brocca, teiera e pioggia (d.o.)</figcaption></figure>
<p>Crolla la pioggia e il vento fa un suono di topi e ferro.</p>
<p>L’acqua che scende si raccoglie nel centro del tetto, tagliato da una crepa. Andrà tutto bene: il tetto è solido, il cielo continuerà a cadere e Mr. Brody non mi troverà.<span id="more-46284"></span></p>
<p>Mi chiamo Matilde e mia madre è un pandoro.</p>
<p>Non sono abituata a stare seduta sul tetto, ma sono abituata alla pioggia.</p>
<p>Da un anno e mezzo viviamo a Londra, che per chi non lo sapesse è la fabbrica di pioggia più grande del mondo.</p>
<p>È qui che tutta la pioggia viene prodotta e sperimentata e ce ne sono di molti tipi.</p>
<p>La pioggia a binario di treno, dritta, scema, che si lascia sconfiggere dagli ombrelli e forse le piace pure.</p>
<p>La pioggia a imitazione di nuvola, leggera come zucchero, tutta mossa dal vento, sbadata e sbandante, sembra poco o niente ma è invincibile.</p>
<p>Poi c&#8217;è la pioggia orizzontale che serve a ricordare a tutti i passeggiatori di Londra che oltre i palazzi e le strade e i pali della luce c&#8217;è comunque un orizzonte, e che l&#8217;orizzonte è fatto a forma di pioggia orizzontale ma bagna meno perché è sempre lontano.</p>
<p>Quando un certo tipo di pioggia ha avuto successo a Londra allora la si manda in giro per il mondo. Per capire se la pioggia di quel certo giorno è piaciuta, basta sommare il numero di volte in cui la gente alza la faccia al cielo e dice fuck, che è una parola inventata a questo proposito.</p>
<p>Le molte telecamere aggrappate agli angoli delle case servono appunto a calcolare il numero dei fuck, e non a caso si chiamano CCTV, cioè camere che contano tutte le volte.</p>
<p>Mia madre e i suoi amici le maledicono, perché loro sono pandori, e i pandori odiano le fotografie. Secondo loro dietro le fotografie c&#8217;è sempre la polizia, e la polizia, da quel che ho imparato in questi otto anni di vita, lavora principalmente per impedire ai pandori come mia madre di ottenere la farcitura. Io penso che Mr. Brody sia anche peggio della polizia, perché Mr. Brody sa dove abitiamo, e può venire a rapirmi in qualsiasi momento. Gli ultimi giorni li ho dedicati a questa paura di essere rapita, e ogni rumore mi obbligava a trattenere il fiato e a fissare la porta, la grande porta che ci divide dalla polizia, dalla pioggia e da Mr. Brody.</p>
<p>Vicino alla porta, a destra e a sinistra, ci sono due file di piccoli ganci, mia madre mi ha spiegato che sono attaccapanni, che servono ad appendere i cappotti. Io le ho detto che secondo me sono troppi, che anche in tutta la vita non avremo mai abbastanza cappotti, ma lei mi ha spiegato che la nostra casa è una vecchia scuola andata a male. Chiunque l&#8217;abbia costruita ha dimenticato di metterci il riscaldamento, e secondo me è per questo che come scuola è andata a male.</p>
<p>Mia madre dice che viviamo nella scuola abbandonata perché è un dovere morale riprenderci ciò che non viene utilizzato. Quando vivevamo a Milano, ogni mese una vecchia signora passava a prendere dei soldi da mia madre, era l’Affitto. La vecchia mia madre la chiamava l’arpia, e l’Affitto lo considerava una rapina legalizzata. Adesso basta arpie e rapine, ci riprendiamo ciò che è nostro: una scuola fredda come un ghiacciolo, ma senza pagare nessun Affitto.</p>
<p>Che poi non è del tutto vero. Perché per colpa del freddo dobbiamo sempre aumentare il numero dei maglioni di lana e dei tè nelle tazze per scaldarci le mani. Ho provato a spiegarlo a mia madre, ma lei ha reagito facendo un gesto duro con la mano, da karateka, come per dire: io i tuoi ragionamenti li taglio col polso. Allora ho infilato la testa nel maglione, perché quella è la difesa delle tartarughe e le tartarughe sono sempre vecchie e intelligenti e io mi fido.</p>
<p>Bisogna avere pazienza. Specialmente con mia madre e i suoi amici e specialmente adesso, che sono tutti arrabbiati con me, per via di Mr. Brody. Dicono che l’ho fatta grossa.</p>
<p>Ho dimenticato la regola principale dei pandori vuoti: mai parlare della farcitura. La gente dispone infatti di grandi riserve di razzismo a questo proposito, e la gente è formata per lo più dalla scuola, dalla polizia e da Mr. Brody. A quanto mi hanno detto, non è mai stato bambino: è nato già con la barba e gli occhiali, la giacca con le caramelle nelle tasche e una gran voglia di sapere se mia madre è farcita oppure no, se in casa litigano e usano siringhe. Io non lo capisco: in quale casa non capita nessuna di queste cose? Ho provato a domandarglielo.</p>
<p>Mia madre mi ha poi spiegato che se io parlo della farcitura Mr. Brody verrà a rapirmi e finirò in un posto triste e immenso, popolato di bambini che hanno parlato di urla e farciture e che per questo dormono soli.</p>
<p>Questa è la soluzione di Mr. Brody quando l’amore si inceppa.</p>
<p>Io preferisco quando l&#8217;amore funziona.</p>
<p>Ma non è un problema, perché quando Mr. Brody arriverà alla scuola per rapirmi, non mi troverà. Troverà mia madre, e magari parleranno fra di loro, magari faranno pace.</p>
<p>Però è difficile, perché mia madre lo chiama l’infame o l’infamone, e quando parla di lui nomina sempre anche Dio e la Madonna, che per lei è un modo per scrivere il punto esclamativo con la voce. E mia madre è una che il punto esclamativo con la voce lo usa spesso, perché è generosa con la rabbia. Ma non quando è farcita. Quando è farcita mia madre resta beata come chi fa un bel sogno. Nemmeno i suoi amici parlano dopo la farcitura. Al limite fanno dei versi di bava, o come una piccola tosse.</p>
<p>Io in quei momenti la scuso di tante cose, delle ore in cui si dimentica di me, della rabbia che spruzza fuori dalla sua voce quando la farcitura non arriva. La scuso perché mi pare tanto bella, e una cosa bella non la si può odiare, al massimo la si può guardare con un po’ di tristezza. Anche gli altri pandori sono più belli dopo che hanno finito di farcirsi, e io gli cammino in mezzo. Ma loro non mi vedono, perché di solito hanno gli occhi chiusi, o anche se mi vedono mi chiamano con nomi sbagliati e quindi è come se non mi vedessero.</p>
<p>Mi piace guardarli e sapere che loro sognano di essere dei pandori per sempre farciti e sono felici. Perché nei loro sogni la polizia non fa le foto, le vecchie scuole hanno tutte il riscaldamento e la farcitura è facile da trovare e costa meno cara, non esistono i Mr. Brody e forse non c&#8217;è nemmeno bisogno di farcirsi, perché qualsiasi pandoro va bene, tradizionale e non.</p>
<p>Secondo me in quei sogni ci sono anche le tartarughe che si complimentano con me per come infilo la testa dentro il maglione, quando mia madre ritorna indietro dal sogno arrabbiata perché si rende conto che la sua pelle di pandoro ha fatto scappare la farcitura un’altra volta, e ne servirà dell’altra per tornare a essere felice, e poi piange come se tutto fosse sbagliato e rotto, e piango anch’io, come piango adesso perché il tetto è un buon nascondiglio e Mr. Brody non mi troverà, lo so, però forse neanche mia madre mi troverà, anche se lei mi conosce, perché come ti conosce la mamma non ti conosce nessuno, piccola mia.</p>
<p>La pioggia continua a cadere, la crepa del tetto è una specie di lago. Guardo in basso, le strade non si vedono più, sotto l’acqua. Meno male che ci sono le grate, sui marciapiedi: nessuno ci fa caso ma sono loro che bloccano la spazzatura e le foglie e fanno passare soltanto l’acqua, e così il mondo non si inceppa, sopravvive, scorre.</p>
<p>Mr. Brody non mi troverà, e mia mamma arriverà tra poco, mi metterà una mano sopra la testa, come un cappello con le dita, mi parlerà con la voce che usava per convincermi a fidarmi del buio e mi dirà che non devo avere paura, che le cose non vanno male e che il suo amore è come quella grata, che fa passare la pioggia e blocca tutto il resto con il suo corpo bucherellato. Ma io non piango davvero, mamma, ho già smesso, resto tranquilla e aspetto. Perché so che a volte la spazzatura è magra come la pioggia e riesce a passare e rischia di tappare tutto e allagare tutto, la pioggia smette di scorrere e ristagna, il mondo marcisce, ma non importa. La grata ci ha provato, davvero, con tutte le sue forze, e questo è il punto, secondo me: la dolcezza del tentativo.</p>
<p><em>(La farcitura ha partecipato al concorso di racconti 8&#215;8 organizzato da <strong>Studio Oblique</strong>, classificandosi al secondo posto nella <a href="http://www.oblique.it/eventi_8x8_2013_serate.html" target="_blank">quinta edizione, marzo-maggio 2013</a>)</em></p>
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		<title>Cecità o censura? L&#8217; affaire Saramago</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jan 2013 16:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[José Saramago]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Valsecchi]]></category>
		<category><![CDATA[studio Oblique]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Valsecchi Un blogger di nome Saramago Nel settembre 2008 l’ottantacinquenne José Saramago, premio nobel per la letteratura, annuncia a tutti i suoi lettori l’apertura di un blog personale nel quale raccontare e riflettere, ma anche e soprattutto criticare e contestare il mondo contemporaneo e le sue assurde contraddizioni.Per Saramago, infatti, “Lo scrittore, se [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di</p>
<p><strong>Paolo Valsecchi</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-44772" alt="saramago" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago-300x232.jpg" width="300" height="232" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago-300x232.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago-96x74.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago-38x29.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago-277x215.jpg 277w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago-128x99.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago.jpg 932w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> </p>
<p><strong>Un blogger di nome Saramago</strong> </p>
<p>Nel settembre 2008 l’ottantacinquenne José Saramago, premio nobel per la letteratura, annuncia a tutti i suoi lettori l’apertura di un blog personale nel quale raccontare e riflettere, ma anche e soprattutto criticare e contestare il mondo contemporaneo e le sue assurde contraddizioni.Per Saramago, infatti, <em>“Lo scrittore, se appartiene al suo tempo, se non è rimasto ancorato al passato, deve conoscere i problemi del tempo in cui gli è capitato di vivere. E quali sono questi problemi oggi? Che non ci troviamo in un mondo accettabile, anzi, al contrario, viviamo in un mondo che sta andando di male in peggio e che umanamente non serve» </em> <br />
Per il maestro portoghese, da sempre voce critica e controversa, il blog diventa un vero e proprio, “cahier de doléances”: «una raccolta di brani mordaci, intimi e polemici. Riflessioni in cui lo scrittore si permette di dire la sua sulle vicende di attualità politica, economica, culturale o sociale che più lo colpiscono. Ce n’è per tutti: da Bush a Blair, da Aznar al Papa e Fidel Castro, passando per Guantanamo, le colonie israeliane, Davos e Wallstreet»  Le parole usate non possono che essere forti, dure e incisive, soprattutto quando il suo obiettivo sono i politici (per fare un esempio, George Bush è definito «un cowboy che avesse ereditato il mondo e lo confondesse con una mandria di buoi»)  o il sistema economico (<em>«Crimine contro l’umanità è anche ciò che i poteri finanziari ed economici, con la complicità effettiva o tacita dei governi, freddamente perpetrano contro milioni di persone in tutto il mondo […]</em>»  Chi conosce Saramago non sarà sorpreso da queste parole: non ha, infatti, mai fatto mistero della sua militanza nel partito comunista portoghese già a partire dal 1969 (quando ancora operava in clandestinità durante il regime salazarista). Un comunismo “impenitente” il suo, tanto che alla domanda se avesse ancora senso oggi continuare a esserlo rispose: «<em>Il comunismo, per me, è di natura ormonale. Oltre all’ipofisi, io ho nel cervello una ghiandola che secerne ragioni affinché io sia stato e continui ad essere comunista.»<br />
</em>  </p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897-193x300.jpg" alt="10897" width="193" height="300" class="alignright size-medium wp-image-44773" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897-62x96.jpg 62w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897-24x38.jpg 24w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897-138x215.jpg 138w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897-82x128.jpg 82w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 193px) 100vw, 193px" /></a><br />
Chi scrive sul blog non è, infatti, il Saramago narratore, intellettuale e premio nobel: ma è anzitutto l’uomo e cittadino immerso nella contemporaneità che osserva, descrive, analizza e critica, spinto dal suo estremo senso della denuncia sociale, gli valse numerose critiche e accuse di essere un pedante pessimista e incappare in “eccessi di indignazione”.<br />
Polemiche queste, che come illustrerò in seguito troveranno terreno fertile anche nel nostro paese, cui il Nobel portoghese non esiterà a controbattere con la sua solita forza espressiva: «<em>Dicono che sono un pessimista. Io ribatto dicendo che sono i pessimisti a cambiare le cose. Chi è ottimista è felice e soddisfatto, quindi non ha nessun motivo per cercare di modificare lo status quo»</em>  o ancora: «<em>Mi riferisco ai miei addotti eccessi di indignazione. […] La mia domanda sarà dunque altrettanto semplice delle mie analisi: ci sono limiti all’indignazione?»</em> </p>
<p><strong><br />
Un caso tutto italiano: la (mancata) pubblicazione</strong></p>
<p>Scritti dunque controversi, pungenti e provocatori, come sono spesso state le opere e gli interventi dello scrittore portoghese. Tant’è che la pubblicazione libraria della raccolta dei primi sei mesi di interventi sul blog, sarà al centro di polemiche tutte italiane tra rifiuti editoriali e accuse di censura.<br />
Ad aprile 2009 era infatti uscito in Portogallo e poi in Spagna O Caderno, la raccolta in volume dei post apparsi tra settembre 2008 e marzo 2009: tutti si aspettavano anche la pubblicazione in Italia da parte di Einaudi, che da circa vent’anni era la casa editrice del Nobel lusitano. Ma a sorpresa il libro verrà rifiutato.<br />
Il motivo è rappresentato dai duri attacchi rivolti in alcuni scritti contro Silvio Berlusconi, capo del governo nonché proprietario della casa editrice. Saramago non lesina parole e non usa mezzi termini nei suoi confronti, definendolo in uno dei passaggi più contestati “un delinquente” e un mafioso.</p>
<p><em>«In effetti, nel paese della mafia e della camorra, che importanza potrà mai avere il fatto provato che il primo ministro sia un delinquente? In un paese in cui la giustizia non ha mai goduto di buona reputazione, che cosa cambia se il primo ministro fa approvare leggi a misura dei suoi interessi, tutelandosi contro qualsiasi tentativo di punizione dei suoi eccessi e abusi di autorità? O ancora: «Un voto che, con sommo gaudio di una maggioranza di destra sempre più insolente, ha finito per fare di Berlusconi il padrone e signore assoluto dell&#8217;Italia e della coscienza di milioni di italiani..»</em> </p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/002208fd_medium.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/002208fd_medium.jpg" alt="002208fd_medium" width="199" height="300" class="alignleft size-full wp-image-44774" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/002208fd_medium.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/002208fd_medium-63x96.jpg 63w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/002208fd_medium-25x38.jpg 25w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/002208fd_medium-142x215.jpg 142w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/002208fd_medium-84x128.jpg 84w" sizes="auto, (max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a><br />
Il primo giornale a dare la notizia del rifiuto di pubblicazione da parte della Casa dello Struzzo, il 28 maggio 2009, è <em>L’Espresso</em> (subito ripreso da <em>L’Unità</em>) con l’articolo di Mario Portanova intitolato «Al rogo Saramago» che si interroga sulle motivazioni di una tale decisione:<br />
<em>«(Einaudi) ha fatto una scelta di mercato o ha imposto una censura? La nuova opera, infatti, contiene giudizi a dir poco trancianti su Silvio Berlusconi, che di Einaudi è il proprietario.[…]Dall’&#8217;entourage dello scrittore filtra soltanto la conferma che Einaudi ha rifiutato il testo, dicendosi interessata solamente alle opere narrative di Saramago e non ai suoi saggi. Nell&#8217;ambiente editoriale, invece, viene citato esplicitamente il brano sui &#8220;vizi&#8221; berlusconiani come pietra dello scandalo».<br />
</em>  Ovviamente le risposte dei diretti interessati non si fanno attendere. Il giorno seguente l’editore, tramite un comunicato stampa ripreso da molti giornali, difende la legittimità della sua scelta:<br />
<em>«Einaudi – si legge – ha deciso di non pubblicare O Caderno di Saramago perché fra molte altre cose si dice che Berlusconi è un delinquente. Si tratti di lui o di qualsiasi altro esponente politico, di qualsiasi parte o partito, l’Einaudi si ritiene libera nella critica ma rifiuta di far sua un’accusa che qualsiasi giudizio condannerebbe. […]Sarebbe allora grottesco che la casa editrice si facesse convocare un giudizio per diffamazione della sua proprietà con la certezza di venire condannata»</em>  </p>
<p>Da parte sua anche l’autore, intervistato dal Corriere interviene senza mezzi termini, ribadendo di aver rifiutato la richiesta di “edulcorare” le pagine più scottanti: <em>«Ho conosciuto la censura durante la dittatura portoghese, l’ho sofferta e combattuta e nessuno in una situazione di apparente normalità democratica mi potrebbe chiedere di amputare una mia opera»</em> <br />
Ci sono tutti gli elementi affinché la polemica scoppi immediatamente: da un lato chi vi vede un vero e proprio atto di censura e dall’altro chi difende la legittima libertà di un’azienda nel seguire la linea editoriale che meglio crede e di non pubblicare un libro che ne diffama il proprietario.<br />
Ad alimentare ulteriormente il dibattito contribuiscono anche alcune ulteriori pagine di Saramago comparse proprio in quelle settimane sul quotidiano spagnolo <em>El Pais</em> e sul blog, contenenti parole ancora più forti e attacchi diretti a quella che viene chiamata “la cosa Berlusconi”: un nuovo e peggiore “Catilina” che «non ha bisogno di dare l’assalto al potere perché è già suo, ha abbastanza soldi per comprare tutti i complici che siano necessari, compresi giudici, deputati e senatori» , un <em>«virus che mi minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi»</em>  Commenti che dunque, sebbene non siano direttamente implicati nella questione editoriale de Il Quaderno, godono comunque di enorme eco in Italia, presso una stampa sempre più schierata e che guarda con estrema attenzione agli interventi del maestro portoghese. Non è un caso dunque, proprio perché è anzitutto politico il piano su cui si dibatte, che sia soprattutto la stampa più vicina al governo quella che difende l’operato e la legittimità della casa editrice. In questo senso, emblematico delle varie argomentazioni addotte è il titolo dell’articolo de Il <em>Giornale</em> firmato da Caterina Soffici <em>«Se scrivo in un libro che l’editore è un delinquente, lui è obbligato a pubblicarlo?»</em> </p>
<p><strong>Alcune riflessioni</strong></p>
<p>La controversia, che si concluderà con l’abbandono di Einaudi da parte dello scrittore portoghese c con la pubblicazione de Il Quaderno presso Bollati Boringhieri, ha avuto il merito di fare emergere una serie di dati strutturali sulla situazione del nostro paese e in particolar modo sullo “stato di salute” del sistema editoriale. Saramago infatti, non “insulta il proprio editore” come hanno scritto alcuni commentatori filo-einaudiani (e filogovernativi?) ma critica anzitutto il capo del governo italiano. Ed è un certo senso “l’anomalia” del sistema italiano che fa si che le due figure si sovrappongano nella persona di Silvio Berlusconi. Questa, che può anche essere vista come una differenza pretenziosa e solo formale, credo sia invece un dato assolutamente importante per poter comprendere la vicenda, che si lega strettamente con il decennale dibattito sull’esistenza – o meno – di conflitto d’interessi. Il merito che certamente ha avuto Il Quaderno è stato quello di riaprire l’eterna questione del rapporto tra stampa e potere, dibattito che in Italia, proprio per le singolarità di cui sopra, ha un’importanza assolutamente maggiore rispetto ad altri paesi. Si spiega cosi il motivo di un tale interesse e di una tale eco suscitato dalla vicenda. E’ infatti un dato che il sistema editoriale italiano sia sempre più monopolizzato dai grandi gruppi editoriali, a discapito quindi del pluralismo. Situazione, a mio parere, già di per sé pericolosa e che nel nostro paese è aggravata dallo stretto legame tra media e politica.</p>
<p>Secondo i dati dell’Associazione Italiana Editori, infatti, i 3 più grandi gruppi editoriali (Mondadori, Rcs, GeMS) pubblicano il 50% della produzione libraria nazionale e in particolare il Gruppo Mondadori sfiora da solo il 28%.  E cosi, può persino capitare uno dei più amati, letti e venduti scrittori, premio Nobel per la letteratura, venga rifiutato.<br />
Concluderei con l’amaro commento alla vicenda, che è anche invito alla riflessione lasciato da Vincenzo Consolo: <em>«Mi è sembrata una storia davvero sgradevole, un caso di censura bella e buona, particolarmente grave visto che colpiva un autore della sua statura. E mi ha spinto a riflettere su come un’attività come la letteratura, per molti versi oggi considerata marginale, abbia evidentemente ancora la capacità di disturbare i poteri forti.»</em>  Il risultato più forte ottenuto da Saramago con questi interventi è stato infatti la forte e intransigente rivendicazione della necessità, e della legittimità, del ruolo dell’intellettuale di essere vera e propria coscienza attiva della società civile.<br />
Scrittore controcorrente, radicale, “eretico”: Saramago è uno scrittore che non ha mai avuto paura di schierarsi e che “obbliga” il lettore a fare lo stesso. Perché se anche non si dovessero condividere le sue idee, certamente bisogna riconoscerne il grande coraggio e la totale libertà di pensiero, il suo essere sempre contro ogni ortodossia e contro ogni “pensiero unico”.<em> «Dissentire è uno dei diritti che mancano nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. L’altro è il diritto all’eresia.»</em> </p>
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		<title>Ai no corrida!</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 09:37:14 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/invito_inidipendenti.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/invito_inidipendenti-300x213.jpg" alt="" title="invito_inidipendenti" width="300" height="213" class="aligncenter size-medium wp-image-32974" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/invito_inidipendenti-300x213.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/invito_inidipendenti.jpg 898w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Nel quadro della rassegna letteraria &#8220;GIULIO PASSAMI IL LIBRO: &#8220;I NIDI PENDENTI&#8221;. La prima serata è dedicata a Loredana Raciti e Stefano Malatesta ( seguono i due testi) lunedì 19 Aprile 210 ore 21:00 presso il locale &#8220;Giulio Passami l&#8217;Olio&#8221; &#8211; Via di Monte Giordano, 28 &#8211; ROMA. Gli altri appuntamenti verranno via via comunicati. I testi saranno in seguito pubblicati in una edizione speciale a cura  dello studio Oblique per le edizioni Infinite Soluzioni.<br />
Scrittori partecipanti : <strong>Teresa De Sio, Roberto Donatelli, Carmine Vitale, Andrea Inglese, Francesco Forlani, Sonia Topazio, Alexandra Petrova, Stefano Malatesta, Loredana Raciti, Marco Fabio Apolloni, Paolo Piccirillo, Michele Sovente, Luigia Sorrentino, Stefano Gallerani, Gualtiero Rosella</strong><br />
 Letture a cura di: <strong>Simone Caparrini, Lia Zinno, Nicola Pistoia, Daniela Scarlatti, Sonia Topazio, Marina Giulia Cavalli</strong><br />
#<br />
<strong>Estratti   -in due tempi</strong><br />
di<br />
<strong>Loredana Raciti</strong><br />
#<br />
<strong>Un Bicchiere dopo il funerale</strong><br />
di<br />
<strong>Stefano Malatesta</strong><br />
<span id="more-32973"></span></p>
<p><strong>Estratti-in due tempi</strong><br />
di<br />
<strong>Loredana Raciti</strong><br />
Siamo a metà settembre, la mia vita è un’altra, mi lascio alle spalle le incongruenze di Frederico, le psicosi, la sua maligna ignoranza che prima mi feriva, adesso mi fa nessuna cosa, niente, non provo niente.<br />
Non c’è ostilità in me e neanche affetto.<br />
Eppure è come se mancasse un finale che abbia per entrambi una dignità, un pensiero commovente.<br />
Rileggo solo oggi alcuni dei suoi messaggi, non li ho ancora cancellati, in mezzo trovo quelli dell’estraneo che mi ha perseguitata in questi mesi scrivendomi cattiverie crudeli. Un anonimo senza nome, come noi ora. Li appunto sul mio diario come capitano. Non cerco più una sequenza o pretendere di rimettere in ordine quello che abbiamo vissuto. In realtà non avrebbe senso. Ho cercato per tanto tempo di dare una logica a ciò che ci è accaduto. Ho scavato fino a sfilacciarmi ogni parte di me cercando un significato. L’unico che trovo e mi viene in mente è una sensazione aperta, senza la necessità di essere un’emozione né buona né cattiva.<br />
Ho altro per la testa, mi piace un uomo dopo tanto tempo che provavo solo per Frederico ogni cosa, bella e brutta come se fosse stato il mio senso unico, a doppia carreggiata anche contromano.<br />
Quest’uomo mi ha fatto l’amore, tenendomi dolcemente le mani.<br />
Mi ha portato nel cuore di Roma a un passo da Campo de’ Fiori ma dal lato opposto. Il giorno era vicino al quattordici ma non era quello. E’ successo il tredici sera. Negli arcani maggiori è il simbolo di morte e trasformazione. Facevo l’amore con un altro uomo, non pensavo ad altro, farmi toccare, leccare la pelle che fremeva sotto le sue mani esperte, rassicuranti. Mi prendeva accogliendomi, travolgendomi con il suo corpo maschile, sensuale. Riusciva a suonarmi come un arpa che non segue più lo spartito, si lascia andare, vibra, si scioglie morbida, ondulante interpretazione libera, liberata da note carnali, poetiche, senza riga da seguire. Bassi e alti picchi di una performance sessuale fragorosa.<br />
Vestita come le donne di Alessandro Magno, portavo le mie collane di seta lunghe, tintinnavo suoni di pietre danzanti, agata, caffè e un lago di corniola modulavano i nostri corpi nudi, uniti eravamo un’ enorme orchidea a coppa, ci succhiavamo liquido, seme, liquido, seme, un volteggio sessuale fatto di un colore tenue, caldo, rosa carne, rosa sesso, rosa bocca, rosa lingua, rosa capezzolo, rosa ano, rosa cuore, rosa fiore. Fioriti, fioriti, fiorivamo nelle nostre grandi mani intrecciate come rami flessuosi, foglie lunghe, larghe e grasse, di una pianta sbocciata a forma di carne, carnale si apriva a bocciolo, poi sbocciava.<br />
Raccoglieva incenso e acqua, l’aria di quella stanza. Non odorava dell’acre odore del sesso ma profumava di due corpi, perfettamente sincronici nell’estasi multipla, sino alle luci dell’alba, dove il sonno non richiedeva riposo. Solo il lento scemare del suono di una magnifica arpa colore dell’oro pallido che si infondeva flessuoso, sulla nostra pelle, due amanti estasiati nei loro umori.<br />
Uno scorpione e un cancro seguono il flusso come solo l’acqua sa fare. Cercando semplicemente il fondo della terra.<br />
La mia penna scrive, riporta vecchi messaggi disordinati, appunti di un veliero nero sul fondo dell’Oceano Pacifico.<br />
Ecco ciò che sento adesso per Frederico. Una paura oscura che mi porta lontano, lontanissimo dal colore rosso acceso, volgare, invasivo, invadente, che abbiamo vissuto e non passa inosservato.<br />
Ti porta a distogliere lo sguardo di scatto, disturbato da tanta violenza. Il mio occhio cade altrove, sul profilo virile di un uomo disegnato dal colore rosa.</p>
<p><strong>#</strong></p>
<p>Tu devi essere amata, ad ogni passo t’accarezzerò una natica… Prenderesti a muoverti sempre più da femmina, sculettando flessuosa, sinuosa per me.<br />
Tu devi essere curata, con pazienza e succo di gelsi.<br />
Tu devi solo annusarmi, fallo come vuoi, come puoi, inizia a fidarti a poco a poco di me.<br />
Usa le sei piccole pietre bianche che ho messo tra le tue mani tremule, raccolte per te, con te in Mongolia.<br />
Sei distinte piccole pietre bianche.<br />
Tre sono per te, le altre tre per me.<br />
Inizia così, odorale, toccale, portale alla tua bocca morbida. Un boschetto di alloro e lauro sei tu. Conosco il tuo vero nome, è dolce, spaventato, nobile e ferito, è grazia e forza.<br />
I tuoi occhi profondi, languidi, hanno riempito, sfumato tutti i miei ricordi passati.<br />
Metti le tue lacrime ignorate nelle mie mani. Sono grandi mani, non temono i tuoi ricordi. Li laverò per te.<br />
Ti chiamerò libellula che ha attraversato l’Ade, senza nessuna necessità di incontrarmi.<br />
Io senza alcun bisogno di incontrare te. Tu devi essere amata, piccolo fiore erotico da cullare.<br />
Io devo essere amato, amando te, sfiorandoti i capezzoli a petalo che svolazzano nell’aria  per me.<br />
Ho avuto tante mogli e nessuna. Tranne una, che correva con il sorriso nella mia vita, poi il nulla.<br />
Ho attraversato l’Ade senza alcuna voglia di incontrarti.<br />
Fatti accarezzare la pelle bella, le spalle grandi, i fianchi tondi, il tuo viso di rosa recisa.<br />
Lascia che il tuo pudico, candido sesso chiuso, raccolto nel dolore, si affidi alla mia cauta attenzione per te.<br />
Passo dopo passo tornerai a muoverti sempre più da femmina, sculettando flessuosa, sinuosa per me.<br />
Passo dopo passo tornerò a muovermi sempre più sicuro di aver incontrato la mia sposa.<br />
Lascia che ti conduca a casa, zingarella e glicine. Lascia che sia io a farlo, abbottonarti l’abito nuziale, allacciato, ma non troppo, da sei piccole pietre bianche. Tre sono le tue, le altre tre mie.<br />
Dimentica con me le ripetute promesse che ti sono state fatte,  ti bruciano ancora l’anima bianca, quelle parole  tradite, disonorate.<br />
Passeggia con me, nei campi di lavanda in fiore. Andremo a raccogliere more selvatiche. Non avrai da temere altre mancanze, inganni, non avrai da temere mollicce bugie.<br />
Passeggia con me, standomi semplicemente accanto.<br />
Fallo come vuoi, come lo sai fare, senza preoccuparti di cadere. Se succederà ti aiuterò a rialzarti. Lo farò piano piano. Ci affideremo insieme ai nostri errori, bevendo vino rosso, sapendo di essere diversi e molto grati al mondo per questo.<br />
Questa diversità la sentiremo priva di intenti.<br />
Tu devi essere amata. Ad ogni passo ti accarezzo una natica, inizieresti a muoverti sempre  più femmina, sculettando flessuosa, sinuosa nel tuo abito nuziale indossato per me.<br />
Alexander.</p>
<p><strong>#<br />
</strong></p>
<p><strong>Un bicchiere dopo il funerale</strong><br />
di<br />
<strong>Stefano Malatesta</strong><br />
Quando andammo a trovare Germano Lombardi ricoverato in un ospedale di Parigi, all&#8217; inizio dell&#8217; estate del 1993, eravamo sicuri che saremmo ritornati, molto presto. Non fu nemmeno un incontro, ma un saluto. Lui si emozionò, si tirò sopra il viso le lenzuola girandosi dall&#8217; altra parte del letto e disse qualche cosa per cacciarci da quel cubicolo soffocante, dove l&#8217; avevano sistemato. Morì esattamente una settimana dopo e noi &#8211; io, Nico Garrone, Francesco Carnelutti, Gabriella Cantaluppi e altri amici (Sandro Viola era dovuto partire, credo per la Polonia) arrivammo davanti all&#8217; ospedale una mattina presto, per salire su un pullman, come fossimo diretti a una gita scolastica. Un tale, che nessuno di noi conosceva, un francese, gli aveva regalato un quadrato di terra in un cimitero dalle parti di Chartres, a un centinaio di chilometri da Parigi. Germano ne parlava in continuazione, spiegando che i francesi non erano famosi per la loro generosità e un posto al cimitero, sia pure in provincia, era un regalo straordinario. Poi aggiungeva, ridendo: «Io non ho i soldi, né la fama per finire al Père Lachaise».</p>
<p> Eppure Parigi, lo dico senza alcuna retorica,era la sua città. Uno può essere nato a Porto Maurizio, come Germano e appartenere, per scelta o affinità a luoghi completamente diversi. I luoghi di Germano erano numerosi oltre Parigi: Barcellona, Tunisi, l&#8217; isola di Paxos, la maremma toscana, Sovana e Pitigliano, quell&#8217; area del centro di Roma compresa nel cosiddetto «tridente», verso piazza del Popolo e via dell&#8217; Oca, frequentata dai suoi amici pittori &#8211; si ritrovava meglio con i pittori che con gli scrittori &#8211; e altri ancora. La Lombardiland era molto più francoispanica che inglese, localizzata quasi esclusivamente lungo le coste del Mediterraneo, con l&#8217; eccezione di Haiti, dov&#8217; era stato nel 1967 con una troupe Rai. Papadoc, i tonton macoutes vestiti di nero e gli occhiali scuri, il vodù e tutto il resto lo impressionarono molto e se ne trovano tracce in alcuni dei suoi libri (uno in particolare, Il tiranno di Haiti, il suo unico, magnifico testo teatrale, uscito postumo con una bellissima introduzione di Achille Perilli) insieme con gli indirizzi dei bar e le marche dei rum. Di questi luoghi &#8211; in maggioranza porti o città di mare &#8211; conosceva tutti i caffè, che guardavano la promenade con le palme. Dietro iniziava la kasbah, dove era possibile incontrare per qualche attimo i suoi personaggi che si muovevano in fretta andando e venendo da luoghi provvisori, come alberghi di quart&#8217; ordine, stazionacce, irrespirabili sottoscale adibiti a bar, dogane scalcinate. I loro nomi improbabili, il signor China, Mitopulos, Columbus, Berthus, Ezzeline Sherif l&#8217; unico credibile era Giovanni Zevi facevano pensare a degli pseudonimi per irregolari, anomali, anarchici, supposti rivoluzionari, però deracinès, in eterno complotto o sulle tracce di qualcuno. Ma si poteva stare certi che qualsiasi progetto pericoloso per la società &#8211; o liberatorio &#8211; avessero in mente, questo non si sarebbe realizzato.</p>
<p> Germano aveva letto il Conrad dei romanzi politici, e anche il più grande Conrad, come tutti quelli che cercano di dare patenti di nobiltà a storie avventurose, intelligentemente evitando i toni tragici che solo uno scrittore come il polacco poteva maneggiare con sicurezza. Lord Jim è la tragedia dell&#8217; inadeguatezza di un uomo che si accorge di non essere pari al suo compito. I protagonisti dei libri di Germano, visti in retrospettiva, sono solo degli sfigati, in un mondo in cui i valori non esistono più e in un periodo letterario in cui i romanzi non dovevano avere né capo né coda come diceva un critico. E questo complicava le cose, cioè il romanzo stesso. Quel giorno del funerale c&#8217; era molta bruma e ci sistemammo infreddoliti nel retro del pullman, con l&#8217; intenzione non dichiarata, ma evidente, di parlare di Germano durante tutto il tempo che fosse necessario. In prima fila, dietro l&#8217; autista, s&#8217; intravedeva la crocchia nera di capelli di Maddalena, ma i figli non erano ancora comparsi. Questi erano momenti in cui Germano avrebbe tirato fuori tutte le sue famose qualità affabulatorie, raccontando una storia dietro l&#8217; altra ed era impossibile sottrarsi al rito e al fascino. E fino a quando il numero dei bicchieri era contenuto, bastava stare a sentire per cogliere, in mezzo al flusso senza fine di parole, i giudizi critici che impedivano al recitato di trasformarsi in chiacchiera. Garrone, che aveva girato con lui dei servizi televisivi, facendogli fare il conduttore, si ricordava la sua capacità d&#8217; improvvisazione durante una esposizione di arte contemporanea al Castello di Gennazzano e come un collezionista come Franchetti e un critico come Bonito Oliva, ècole di Salerno, erano rimasti stupefatti dalla qualità dei suoi remarks. Partimmo senza aver visto questi figli, Maddalena poi ci disse che avevano preferito andare in auto con Bernardo Valli, giornalista eccelso, ma automobilista vaghissimo.</p>
<p> Quasi tutti avevano conosciuto Germano prima di me, a Milano, dove faceva rabbiosamente il pubblicitario, pensando ai romanzi o a Parigi. Dicevano che aveva l&#8217; aspetto del marinaio delle ballate, robusto, con la barba, con una capacità inverosimile di trinca e già leggermente vacillante. Nanni Filippini l&#8217; aveva anche scritto in un risvolto di copertina. Questa instabilità lo accompagnerà sempre, all&#8217; inizio associata alla vita di mare, come lui tentava di far credere e poi, più verosimilmente, all&#8217; alcol, quando ci rese conto che Germano, naturalmente, conosceva molto meglio il Tigullio che il tempestoso stretto di Drake. Ma il bere in lui era talmente connaturato, che non dava mai nessun fastidio, faceva parte della sua personalità, senza che questa ne fosse condizionata, com&#8217; è successo a Malcom Lowry. Voglio dire che l&#8217; alcol non era la benzina che gli serviva per mettere in scena il suo modo di essere, perché aveva altre risorse, ed erano tutte interne. A questo punto Carnelutti o Garrone &#8211; o forse Maddalena, venuta in fondo al pullman a salutarci &#8211; si ricordò di quello che Ennio Flaiano aveva scritto su certi parallelismi tra loro due. Ennio, all&#8217; estero veniva sempre scambiato per il Nemico Nazionale, greco in Turchia, ebreo in Siria o in Egitto, con conseguenze immediate, mentre Germano veniva identificato come il Nemico Sociale: un dinamitardo, un rivoluzionario, il primo a essere sospettato, fermato, malmenato. E dopo un&#8217; altra mezza pagina di diversi commenti, scherzando scherzando Flaiano arrivava dove voleva arrivare: «Come dentro questo personaggio viva un uomo diverso, mite e giusto, pieno del suo lavoro e tentato di distruggersi, è il mistero che egli stesso deve chiarire, scrivendo». Eravamo assonnati, ma la memoria di Germano e di certi viaggi che avevamo fatto con lui, ci impediva di sonnecchiare o di essere tristi. Un&#8217; estate ci eravamo ritrovati tutti a Cogolin, il villaggio francese dove fanno le pipe preferite di Sandro Pertini, dietro Saint Tropez, per un raduno letterario. </p>
<p>Tutti significava alcuni del Gruppo 63 come Alfredo Giuliani e Elio Pagliarani e qualche cane sciolto di giornalista come me, che approfittava dell&#8217; incontro per dare appuntamento a signorine profumate di letteratura. Una di questa, alta, bruna, carnale, ci raggiunse indossando uno stretto vestito di maglia nero e un grande cappello di paglia di Firenze e con lei ci pavoneggiammo nelle strade della cittadina e sulla spiaggia di Saint Tropez. Ma dopo un paio di giorni la noia era tale che pensavamo di trasferirci al mare, quando Garrone rese noto che lui, critico teatrale, doveva assolutamente partire per l&#8217; Italia, in modo da essere la sera a Montalcino per uno spettacolo di Memè Perlini previsto nella corte e sugli spalti del castello del paese. Come direbbe uno scrittore tradizionalista e anche un po&#8217; fiacco, all&#8217; annuncio nessuno di noi tradì la minima emozione. Poi il perfido Garrone aggiunse: «Gli spettatori saranno sistemati a tavola nella corte e durante lo spettacolo si mangeranno manicaretti e non ci sarà limite al consumo del migliore Brunello di Montalcino». Mezz&#8217; ora più tardi eravamo pigiati dentro una grossa auto, Germano, Garrone, la signorina carnale e altri in un numero certamente superiore a quello consentito, già con fiaschi alla mano e pensando al momento glorioso in cui saremmo arrivati a Montalcino. Guidavo io a una velocità che non ho mai raggiunto né prima né dopo, ci fermammo a mangiare lungo la costa ligure davanti a una nave, la signorina carnale corse al bagno a vomitare, e non ho memorizzato, francamente, quello che fecero gli altri e quando arrivammo a Montalcino la cena era già iniziata da un pezzo e qualcuno di noi disse: «Non ci sarà avanzata nemmeno una bottiglia». Anche per questa ragione la scena che ci si presentò fu di quelle indimenticabili, scusate l&#8217; aggettivo un po&#8217; andante: intorno ai tavoli si ergevano pile di casse di bottiglie di Brunello di gran marca non consumate perché i signorini commensali chiedevano di quello più bono e i camerieri, invece di cacciarli a pedate, obbedivano a ogni loro richiesta. </p>
<p>Dopo un&#8217; ora Germano non barcollava più, per uno strano fenomeno che stava provando che il troppo non stroppia affatto e decidemmo di andare a fare un bagno nelle acque calde di un albergo di Bagno Vignoni, non molto distante, per un po&#8217; di relax. Erano le tre di notte e dissero poi che un signore corpulento < \-> Germano < \-> aveva caricato le austere, sospettose proprietarie dell&#8217; albergo, appena queste si erano decise ad aprire il portone, mentre gli altri si precipitavano, inseguiti da urla, verso la piscina, naturalmente chiusa. L&#8217; inseguimento durò cinque o sei minuti, poi il perfido e agile Garrone trovò una finestra aperta di fronte a un pino e scendendo come Cita tra i rami riuscì a gettarsi nelle acque fumanti. Non ricordo altro. E&#8217; stata una delle ultime volte che Germano mi apparve pienamente, totalmente felice. Aveva scritto nove libri, tra cui <i>Barcelona</i><i> e </i><i>L&#8217; occhio di Heinrich </i><i>che ad alcuni dei critici più reputati erano sembrati non belli (l&#8217; aggettivo «bello» è un aggettivo da tarpano, non da critico), ma «pregnanti», maturi nel senso dell&#8217; avanguardia, con una prosa che alternava un nitore classico a «fitti squarci espressionisti». Era apprezzato, ma non molto venduto e in parte questo dipendeva dal fatto che quando raccontava uno dei suoi intrighi, gli interessava la struttura, non la soluzione, che dimenticava o abbandonava. Arrivati al momento decisivo o di svolta, se ne disinteressava o lo lasciava totalmente in ombra, un atteggiamento che non invogliava i lettori a proseguire, anche se il libro aveva delle parti splendide. Non è esatto dire che Germano fosse l&#8217; unico vero scrittore del Gruppo 63 &#8211; Gianni Celati, Sebastiano Vassalli, lo stesso Gigi Malerba, il più noto di tutti, non stazionavano lontani &#8211; ma certamente lui era l&#8217; unico ad avere la statura del grande raccontatore. Che si trascinava dietro il paradosso della difficoltà di scrivere allo stesso alto ,a volte molto alto livello raggiunto nei suoi racconti verbali, non perché non ne fosse capace &#8211; poteva essere formidabile come sperimentatore di linguaggi &#8211; ma perché il modo dell&#8217; avanguardia e le sue storie non si raccordavano (e infatti Umberto Eco, per scrivere </i><i>In nome della rosa</i><i>, si guardò bene da adoperare un linguaggio sperimentale, con grande dispetto di Angelo Guglielmi). I suoi libri, alcuni magnifici, si vendevano poco. E non facendo altri mestieri che quello dello scrittore nomade &#8211; e che altro doveva fare? &#8211; mentre quelli del gruppo campavano di stipendi rai, di università, di consulenze editoriali, di sceneggiature, cominciò a trovarsi in difficoltà. Una situazione che lo amareggiava moltissimo.</p>
<p> Arrivammo al cimitero e dei figli ancora nessuna traccia. La fossa era già stata scavata, il feretro posato accanto e mi resi conto che stavamo tutti camminando in circolo, intorno al luogo della sepoltura come un rito propiziatorio. Passarono tre quarti d&#8217; ora, poi un&#8217; ora, gli uomini del servizio funebre avevano cominciato a bofonchiare, a voce sempre più alta, alternando le parole a sbuffi d&#8217; insofferenza come fanno quasi tutti i francesi quando sono incazzati, un tratto di carattere nazionale. Qualcuno dei partecipanti alla gita era ritornato nel pullman, per cercare di dormire e Maddalena, disperata, si era inginocchiata davanti alla bara e diceva: «Germano, che debbo fare? i figli tuoi non arrivano&#8230;». Dieci minuti più tardi Germano venne seppellito e il francese, quello che aveva regalato il lotto e che aveva anche una fattoria proprio lì accanto, vedendo Maddalena distrutta e noi che dai racconti eravamo passati al mutismo, ci invitò gentilmente a prendere un </i><i>verre</i><i> nella fattoria. Era una strana estate, faceva freddo e prendemmo volentieri quel </i><i>verre</i><i> per riscaldarci, anche se il </i><i>verre</i><i> era piccolo e non c&#8217; era nemmeno una tartina in giro in quella enorme cucina, tutta ad armadi chiusi a chiave, che potevano contenere viveri per un&#8217; armata. Uno di noi chiese se per caso non avesse anche un pezzo di pane, il vino a digiuno gli aveva messo un certo languore. L&#8217; amico francese arrossì, andò davanti all&#8217; armadio più grande e ne tirò fuori una gallina lessa e un </i><i>soucisson</i><i>, insieme a un mazzo di </i><i>baguette</i><i> e Garrone disse, fregandosi le mani: «Lo sapevo. E deve aver bottiglie molto migliori di quell&#8217; aceto che ci ha dato». Nel giro di un quarto d&#8217; ora, i </i><i>saucisson</i><i> si erano moltiplicati, numerosi formaggi, tra i quali un delizioso Reblochon comprato da Barthelemy a boulevard Raspail, erano usciti dal ventre della boiserie e il proprietario non faceva che tirare fuori bottiglie, scusandosi del comportamento di prima. E quando, poco dopo vedemmo le due facce stupefatte dei figli di Germano comparire al di là della porta a vetri, un poderoso «Germano, urrah» risuonò nel salone trasformato in una bettola e tutti noi ci alzammo con i bicchieri in mano a dare l&#8217; ultimo saluto al carissimo amico, proprio nel modo che a lui sarebbe piaciuto. – </p>
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