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	<title>syd barrett &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Vorrei che tu fossi qui</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jul 2018 05:30:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[pink floyd]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Sergej Roic]]></category>
		<category><![CDATA[syd barrett]]></category>
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					<description><![CDATA[(Sergej Roić è un amico scrittore croato/ticinese. Ha  scritto un romanzo lo scorso anno per Mimesis che parla di intelligenza nell&#8217;universo, principio antropico, università di Camberra, elefante meridionale, Syd Barrett e tanto altro. Sergio &#8211; così lo chiamano gli amici &#8211; ce ne regala un estratto. G.B.)    di Sergej Roić Puoi liberare te stesso abbastanza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-74783" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/roic.jpg" alt="" width="316" height="477" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/roic.jpg 316w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/roic-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/roic-250x377.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/roic-200x302.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/roic-160x242.jpg 160w" sizes="(max-width: 316px) 100vw, 316px" />(Sergej Roić è un amico scrittore croato/ticinese. Ha  scritto un romanzo lo scorso anno per Mimesis che parla di intelligenza nell&#8217;universo, principio antropico, università di Camberra, elefante meridionale, Syd Barrett e tanto altro. Sergio &#8211; così lo chiamano gli amici &#8211; ce ne regala un estratto. G.B.)   </span></p>
<p><span style="color: #000000;">di <strong>Sergej Roić</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;">Puoi liberare te stesso abbastanza da vivere la realtà del mondo mentre la vita scorre davanti a te, con te, e tu ti muovi in avanti con essa? Puoi farlo? Perché se la risposta è no, rimarrai per sempre al punto di partenza, fino alla tua morte. So che potrebbe sembrarvi un’idiozia, ma è di questo che parla la canzone</span></span></p>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;"> Un ragazzo e il suo doppio</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">“<span style="font-size: large;">Due ali aveva questa sfera di pura gloria, due ali d’argento chiaro, che si esaltavano sempre all’arrivo del Dio: e ora dall’ombra si alzarono piume immense, una a una, fino a dispiegarsi per intero; mentre ancora l’abbacinante globo si teneva nascosto, in attesa del comando” trova sottolineato a matita sul libro di poesie di John Keats nello studio del padre.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">Lì accanto, un foglio sostiene “Oggi Roger torna dalle vacanze”. Nel quaderno dove il padre annota gli argomenti su cui riflettere la risposta a una sua domanda telefonica: “Dire a Roger che la vita umana è un palazzo dalle molte stanze. La prima di cui varchiamo la soglia la chiamiamo la camera dei bambini, o la camera senza pensieri. Ci rimaniamo un lungo tratto, e nonostante la porta della seconda camera rimanga aperta non ci interessa affrettarci verso di essa, ma vi siamo spinti dal risvegliarsi del principio di pensiero dentro di noi. Non appena entriamo nella seconda stanza siamo pervasi dalla luce e dall’atmosfera, non vediamo nient’altro che piacevoli meraviglie e pensiamo di attardarci lì per sempre estasiati”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">Girando la pagina, legge un pensiero a proposito di un vaso greco disegnato in tutti i suoi particolari dalla ferma mano del padre: “Oh, forma attica! Posa leggiadra con un ricamo d’uomini e fanciulle nel marmo, coi rami della foresta e le erbe calpestate. Tu, forma silenziosa come l’eternità, tormenti e spezzi la nostra ragione”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">Syd esce di casa, si precipita in strada. Percorre le vie di Cambridge, umide e nere, ritrovandosi nell’incerto territorio che confonde la veglia col sonno – è rientrato nel cuore della notte e non ha visto, non ha salutato nessuno. <i>Vi è mai capitato, la mattina presto, trovandovi nell’incerto territorio che confonde la veglia col sonno</i>, pensa, compone, <i>di incamminarvi per strade umide e nere – lo spicchio d’arancia che fa capolino dietro l’angolo è il camion della nettezza urbana – di leggere, gli occhi improvvisamente spalancati, particolari fin lì invisibili di parlanti estroversi palazzi? Percorrete la vostra via per la prima volta; avete una grande immaginazione; potreste giurare di aver vissuto una vita sorprendente e improbabile, non vi riconoscete. Siete chiunque, siete quell’uomo uscito or ora dall’androne – uscito, si vede, a comperare le sigarette. Chi crede di essere?</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">Il ragazzo si mette a correre e durante la corsa, tangibile, reale, che si tocca con mano, che si aspira e poi rigetta fuori dai polmoni assieme al fiato, vede davanti a sé la forma attica, la forma di quel vaso greco. Mio padre vuole parlarmi, mio padre vuole parlarmi, ripete in mezzo alla strada, all’alba, a Cambridge, a due passi da casa. Due ore dopo è di nuovo a Londra. Compone, pensa.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;"><i>Ora scendete nel tunnel della metropolitana. Che parla dell’audace colpo dei rocker che all’alba, proprio qui sotto la vostra strada, hanno ribattezzato cielo e inferno la fermata del metrò della terribile battaglia di Waterloo. Ristabilito l’ordine, tutto il tunnel continua a parlarne. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">Correndo Roger “Syd” Barrett pensa, compone. Più corre veloce e più calda, liscia, svelta, calma, giusta è la melodia che lo accompagna.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;"><i>Vi guardate attorno e nella vostra carrozza, dall’altra parte del corridoio – com’è svelto e passionale il mondo – un giovane nero inforca il vis-à-vis di una donna bionda. Si guardano. Lui attacca bottone mentre una frotta di militari in piedi presso la porta – militari dagli sguardi d’acciaio, i capelli a spazzola – emette un trattenuto muggito di rivolta. Lei gli tocca la coscia. È veramente una bella bionda. I capelli vaporosi, il seno protuberante, è molto intraprendente. I militari ululano la loro disapprovazione. Un vecchio tignoso vomita con sincopato accento del Nord “Ai miei tempi, queste cose…”. Il nero rilancia e ora la sua mano si fa largo ben oltre l’orlo della gonna. Una sorda eccitazione si impadronisce della carrozza: ora tutti sono per l’ordine e la morale. I militari, l’uomo del Nord apostrofano la donna: “Puttana, vai a battere da un’altra parte”. “Jimmy, no” tre soldati trattengono il commilitone alto e secco dal volto scrofoloso. Jimmy-il-soldato vorrebbe – grida – farla finita. “Diamogli una lezione” barrisce il vecchio. I due ragazzi (sì, certo, se astraete dal trucco di lei sono giovanissimi) si guardano, il treno ferma, le porte si aprono, loro sgattaiolano verso la sicurezza della pensilina lì fuori urlando “Syd Barrett, Syd Barrett, vieni con noi!”. Così non vi rimane che seguirli, così verrete a sapere – in un bar, davanti a un caffè – che sono studenti di recitazione, che nel metrò alberga un pubblico feroce e che i loro compagni – lui bianco, lei di colore – ottengono un effetto uguale e contrario, anzi, vengono portati in trionfo.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;"><i>Ottengono un effetto uguale e contrario, anzi, vengono portati in trionfo</i> lo ripete e ripete davanti al giovane nero e alla ragazza bionda finché il <i>refrain </i>si materializza, si aggiusta, coglie al volo quella storia per farne un viaggio, una canzone, una battaglia.<i> </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">A mezzogiorno di una qualsiasi giornata d’estate Syd Barrett, il cantante e paroliere dei Pink Floyd, e colui che lo accompagna sempre, l’altro sé, pensa e compone: è seduto su una panchina della metropolitana di Londra e non vede una ragione di essere lì piuttosto che in qualsiasi altro luogo che conosce.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;"><i>Chi sono? Dove mi trovo? Eccomi per la prima volta in me stesso come in un incredibile paese straniero </i>dice, e poi lo canta, a tutti e a nessuno lì nel metrò. Si siede di fronte a una ragazza. Si alza e anche lei si alza. La segue lungo un primo, un secondo cunicolo. Lei sceglie la “veloce” per Wimbledon e lui dice “peccato”.<i> </i>Se invece avesse svoltato a sinistra verso l’uscita, l’avrebbe raggiunta lì, proprio nel punto dove inizia la piazza, in cima alla scalinata. Cosa le avrebbe detto? “Per gioco, posso parlarti?”. E non poteva seguirla e chiederglielo a Wimbledon? “No, ogni gioco ha le sue regole”. Barrett lo dice, lo ripete, parla a se stesso, la gente nel metrò non ci fa caso. Lui è Roger, Syd per gli amici, Barrett, il cantante, il genio, e sta diventando pazzo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">Non vede</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">            una ragione</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">                            di essere lì</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">                                            piuttosto che in qualsiasi</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">altro luogo che conosce.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">Non vede una ragione.</span></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Baby Lemonade</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Jan 2011 09:45:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Paolo Ragnoli]]></category>
		<category><![CDATA[syd barrett]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gian Paolo Ragnoli Saperlo là, indaffarato nel giardino della sua casa di St. Margaret’s Square, a Cambridge, era una consolazione per molti. Per tutti coloro che si sono sentiti Barrett almeno una volta, nelle giornate lente e noiose di “Dominoes”, nell’alienazione del lavoro di “The Scarecrow”, nell’assurda schizofrenia del “dover essere” (alluso in “Jugband [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="YouTube video player" class="youtube-player" type="text/html" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/_HK6-vE3jHk" frameborder="0" allowFullScreen></iframe>di <strong>Gian Paolo Ragnoli</strong></p>
<p>Saperlo là, indaffarato nel giardino della sua casa di St. Margaret’s Square, a Cambridge, era una consolazione per molti. Per tutti coloro che si sono sentiti Barrett almeno una volta, nelle giornate lente e noiose di “Dominoes”, nell’alienazione del lavoro di “The Scarecrow”, nell’assurda schizofrenia del “dover essere” (alluso in “Jugband Blues”), nella tragica coscienza di “Dark Globe” che qualcosa era finito per sempre (un’amicizia? l’infanzia? un sentimento intimo…?) o nella felicità insensata e infantile di “Bike”, nell’ebbrezza della scoperta di “The Gnome”, nella disperazione di “Feel”…</p>
<p>Sabato scorso, Santerenzo, bar Il Portiolo, ora dell&#8217;aperitivo. Arriva la cameriera, bionda, giovane, come una Pattie Boyd fuori epoca. Sara prende un bicchiere di vino, io ordino un Manatthan. La ragazza chiede se ci da fastidio la musica, rispondo che quella buona fa sempre bene&#8230;Sorride, poi fa partire un cd. Primo pezzo: Baby Lemonade.<span id="more-37928"></span></p>
<p><em>In the sad town<br />
Cold iron hands clap<br />
The party of clowns outside<br />
Rain falls in grey far away<br />
Please, please, baby lemonade</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>In the evening sun going down<br />
When the earth streams in, in the morning<br />
Send a cage through the post<br />
Make your name like a ghost<br />
Please, please, baby lemonade</em></p>
<p>Ripartire da zero, ricominciare, riprendere quando tutto, ma proprio tutto, sembra finito. Riaccendere la speranza, solo quando ogni speranza è consumata.</p>
<p>Gli sembrava che queste parole indicassero una direzione, politica ed esistenziale a un tempo.</p>
<p>Perdersi, ma perdersi davvero, il suo verso più citato, senza nessuna tentazione nichilista e autodistruttiva. Perdersi per potersi, forse, ritrovare altrove. Perché il pensiero è destinato a un’eterna deriva, sprovvisto com’è di un luogo garantito cui tornare. Proprio per questo deve ogni volta ripartire da zero, “Je reparts à zéro” cantava Edith Piaf, rimettendo in questione le proprie presunte acquisizioni in un transito infinito.</p>
<p>Sì, ma magari senza somigliare a un filosofo francese post surrealista/situazionista/lacaniano…</p>
<p>Tempo fa Red Ivou gli aveva scritto: “Mi sposto su un altro versante”. Bravo Red, questa è sempre una buona idea, un po’ come la mossa del cavallo (i non scacchisti possono ricorrere a Vittorio Foa o a Philip Marlowe per capire quello che sto dicendo, peraltro nemmeno io so giocare a scacchi…), anche se non tutte le volte funziona.</p>
<p>Malvern, come spesso gli accadeva, ci metteva poco a lasciarsi trasportare dalle assonanze tra parole, ricordi, frammenti di canzoni, momenti di vita.</p>
<p>“Vivevamo in uno straordinario presente che cercava, spingeva, si muoveva e si dilatava verso il futuro”. Di nuovo: bravo Red.</p>
<p>A proposito, “God gave Noah the rainbow sign/No more water but fire next time”, il verso che, ricordava Red, secondo Seeger è il più bello di tutta la musica popolare americana, Malvern lo aveva perfettamente in mente, come l’avesse sentito ieri, ma nel suo ricordo Noah era Moses, chissà se significava qualcosa. C’entrava probabilmente la figura del Padre, forse anche il fatto che Moses ebbe in sorte di morire senza essere giunto alla Terra Promessa.</p>
<p>Quel giovanotto del New Jersey che si era fatto un nome saccheggiando il loro vecchio repertorio cantava Noah, ma non c’era troppo da fidarsi di un tipo così, e chiedere a George era fuori questione, avrebbe fatto finta di non ricordare, per quanto da giovane avesse letto Henry Miller.</p>
<p>Quel che è sicuro, pensò  Malvern, ascoltando il mormorio delle onde sulla spiaggia vicina e affrontando una generosa dose di Talisker, è che quel modo di procedere, quello di Colombo che cercando la via per le Indie ha trovato l’America,  ci è rimasto caro, è come una specie di firma delle nostre vite,  come direbbe King of the Road a Kamikaze “questa è la mia storia”.</p>
<p>“Mi sposto su un altro versante”, ok Red, one more time.</p>
<p>Ma ricorda: “Skippin’ over the ocean, like a stone”</p>
<p>Decise che ci avrebbe pensato su. Di cose a cui pensare ne aveva, il buon Malvern, a anche di cose a cui non pensare. A volte gli sembrava che il suo cervello funzionasse “con loop, montaggi, rovesciamenti, alterazioni di velocità, sovraincisioni e sequenze iterative à la Terry Riley”.</p>
<p>Si svegliò alle quattro del mattino. Aveva, come si suol dire, un leggero cerchio alla testa. Brancolò al buio fino in cucina, bevve un bicchier d’acqua e si concesse due minuti di riflessione.</p>
<p>Gli venne in mente Syd, ci pensava, a volte. Syd ai tempi era forse il migliore tra di loro, almeno dal punto di vista della scrittura, i suoi testi sull’Involucro erano per Ted il meglio che avessero prodotto allora. Ma Syd non c’era più, era imploso in se stesso dopo aver cercato di sentire l’urlo della farfalla. Pierre, che nella vita faceva lo psicologo, aveva provato qualcosa, ma sembrava non ci fosse nulla da fare.</p>
<p>Un giorno Syd venne a casa di Ted, gli portò un suo quadro in regalo, guardò la figlia piccola che dormiva, lo salutò e non tornò mai più. Per quanto non sapesse come Malvern pensava che avrebbe, che avrebbero dovuto fare di più.  Da allora quando Ted leggeva le sue poesie in pubblico la prima era spesso “Syd”. Una ferita mai rimarginata.</p>
<p>Il Talisker era finito, passò al Lagavulin. Lo sentì scendere nella gola e nello stomaco, con il suo sapore forte, cenere e torba, che gli procurò un piacere intenso ma che immediatamente spalancò la porta del ripostiglio dei ricordi. Altri whisky, altri luoghi, altri compagne/i di viaggio, ai tempi in cui l’entusiasmo era un fuoco che ci bruciava dentro e la felicità una promessa da inseguire a ogni costo. Quando il corpo era una cosa viva e il sangue pulsava ogni volta che si imbatteva in una donna nuova. Fumava, Old Holborn, a occhi chiusi, e si sentiva invadere da un languore denso e caldo che al fondo aveva “un gusto un po’ amaro, di cose perdute, di cose lasciate lontano da noi”, sapeva di malinconia, di qualcosa o qualcuno dimenticati o, peggio ancora, perduti per sempre.</p>
<p>Pensava a una stagione della sua vita, pensava che qualcosa era davvero andato perduto per sempre. La giovinezza, certo, ma anche l’incoscienza, un’insopprimibile voglia di vivere, l’innocenza.</p>
<p><em>I’m screaming, I met you this way<br />
You’re nice to me like ice<br />
In the clock they sent through a washing machine<br />
Come around, make it soon, so alone&#8230;<br />
Please, please, baby lemonade</em></p>
<p>***</p>
<p>[L’inizio del testo è preso in prestito da Luca Ferrari, il migliore (l’unico?) studioso di Barrett italiano,  il verso “un gusto un po’ amaro, di cose perdute, di cose lasciate lontano da noi” da Gino Paoli, antico maestro in lontane notti levantesi].</p>
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