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		<title>Di certe narrazioni della sinistra (euforiche o saturnine)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 05:31:52 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Inutile trattarle con ironia o condiscendenza, le narrazioni esistono nel frantumato mondo della sinistra italiana, ed esistono ancora prima che qualcuno come Vendola ne denunci l’insufficienza o la mancanza. Avranno perso la maestosità novecentesca, ma pur diminuite e rabberciate affiorano nelle discussioni pubbliche o private, in bocca a dirigenti di partito o nei messaggi in rete tra militanti. Ve ne sono due almeno, tra le più ricorrenti e sclerotizzate, che varrebbe la pena di evocare. Una coesiste grosso modo con la dirigenza del PD ed è un racconto di opportunità da cogliere e di buon governo. Ha come protagonisti i membri della classe media e come grande nemico il mefistofelico Berlusconi. L’altro è un racconto di contestatori che si vogliono lucidi e irriducibili, e ha come protagonisti piccoli gruppi di militanti calati nelle trincee. Il nemico, in questo caso, è l’onnipotente e pervasiva macchina del potere capitalistico; da essa si dà una sola opportunità di scampo: <em>la Rivoluzione</em> mondiale, ad orologi sincronizzati.<span id="more-40116"></span></p>
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<p><em>Tecnocrazia contro populismo</em></p>
<p>Il PD ha messo al centro del suo racconto quello che nel modello attanziale di Greimas si chiamerebbe l’<em>opponente</em>: Berlusconi. C’è un soggetto ben intenzionato, il partito di centro sinistra, che ha un oggetto, ossia uno scopo per il Paese: buone istituzioni, civismo e buona politica. Berlusconi è il malefico ostacolo alla realizzazione di questo scopo. L’Unione Europea e, più precisamente, il cerchio venerabile di esperti che ne governano le istituzioni, costituiscono gli aiutanti, coloro che possono riportare, assieme al PD, l’Italia sul cammino del progresso. Che siano poi i ministri delle Finanze della zona euro a determinare la direzione di questo cammino, è un dato scontato, sul quale la narrazione non indugia. Tutto si gioca sulla contrapposizione tra “un buon governo”, in grado di difendere i valori liberali della tolleranza, e un governo corrotto, autoritario e populista, capace solo di alimentare il cinismo della popolazione. In questo scenario, ci può essere forse spazio per qualche monito contro gli effetti peggiori del neoliberismo, ma non per una considerazione delle crescenti diseguaglianze sociali nelle democrazie occidentali. Avendo evacuato dal proprio racconto ogni riferimento al conflitto di classe, il PD ha rinunciato a svolgere quella funzione se non di guida, almeno di traduzione in vocabolario politico della sofferenza e della rabbia dei ceti popolari. Ci ha pensato invece la destra, tempestivamente, a riconoscere le frustrazioni sociali, offrendo nemici prossimi, poco attraenti e sufficientemente fragili (immigrati, piccola criminalità, giovani contestatori), tali da offrire gratificazioni a buon mercato. D’altra parte, è forse proprio questa identità di classe priva di tensioni, ormai libera dai richiami alla responsabilità diretta della lotta, a incontrare il favore elettorale di una parte del ceto medio che crede, a torto o ragione, di poter salvaguardare il proprio livello di vita e i propri diritti fondamentali senza modificare le proprie abitudini in direzione di una rinnovata militanza. Non è solo la dirigenza del PD a temere ogni richiamo a forme di democrazia partecipativa; anche una parte del suo elettorato predilige, al di fuori dell’esercizio del voto, occuparsi di carriera, consumi e famiglia, salvo indignarsi nel salotto di casa per l’ennesima sparata del capo del governo.</p>
<p>Al racconto populista di Berlusconi, il centro sinistra ha contrapposto un racconto di tipo paternalistico e tecnocratico. In questo conservando, nonostante tutte le esibite metamorfosi, alcuni geni dell’antico PCI: la catechesi leninista delle masse e l’associazione d’origine illuminista tra scienza e progresso. Se questa narrazione ha riscosso successo in chi gode di sufficienti garanzie contrattuali per sentirsi al riparo dalle tempeste, ciò non accade nella fascia del ceto medio costituita dalle nuove generazioni. Quest’ultima, direttamente colpita dalla regressione sociale, sta dimostrando poca propensione ad ascoltare prediche sulla <em>governance</em> globale. Il PD ha avuto buon gioco, finché tutto si svolgeva nei confini di casa, ad opporre la professionalità politica dei quadri di partito al populismo di varia natura (berlusconiano, leghista, di Grillo). Ma di fronte alle mobilitazioni spesso apartitiche – radicali nelle rivendicazioni e libertarie nel metodo – che stanno moltiplicandosi in Europa contro le politiche d’austerità, l’intreccio narrativo del centro sinistra si è indebolito ulteriormente. E ciò a fronte di un comportamento del suo personale politico che, nei fatti, poco corrisponde a quella gestione tecnocratica “pulita”, che dovrebbe distinguere la civile opposizione dalla barbarie di governo.</p>
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<p><em>Teologia della cattività</em></p>
<p>Se la narrazione tecnocratica gira a vuoto, ha però una tonalità euforica, in quanto distende i suoi episodi in un’atmosfera quasi priva di gravità. La narrazione di cui voglio parlare ora, invece, ha tonalità del tutto opposte: saturnine e livide. Essa circola tra alcuni inflessibili frazionisti della sinistra radicale, che possono dirsi adepti di una battuta tratta da un film distopico di Kathryn Bigelow (<em>Strange days</em>, 1995): “il problema non sta nell’essere paranoici, ma nel non esserlo abbastanza”. Non nego che questa sia una massima alquanto saggia, ma il suo abuso può produrre alcuni effetti indesiderabili come l’autoreclusione e la paralisi. Una narrazione che si basa su questi presupposti tende a vedere il mondo con occhio medusesco, come un panorama pietrificato, in cui ogni partita è persa in partenza, e l’unico vantaggio che il perdente ha sul vincitore è la lucidità dello sguardo, la coscienza dettagliata della sua prigionia, il numero esatto di passi che la sua invisibile cella gli concede.</p>
<p>In questo racconto, la minoranza avida e cinica del pianeta ha nelle proprie mani tutti gli strumenti che le assicurano un controllo capillare sulla maggioranza impotente. Ciò che è decisivo, infatti, non è la contrapposizione manichea tra i pochi criminali e i tanti innocenti, ma l’idea gnostica di una corruzione pervasiva dell’intero universo storico-politico. Non solo vigono, di norma, complotti, ricatti, manipolazioni di massa, infiltrazioni, ma tutte queste pratiche tendono a realizzarsi in modo infallibile. E laddove il potere sembra mancare il proprio bersaglio o uscire sconfitto da una battaglia, ciò è frutto di una semplice diversione, di una variante calcolata. Nulla, insomma, può accadere per caso.</p>
<p>Una tale concezione “religiosa” del potere si sposa con una corrispondente concezione della lotta per il suo sovvertimento. Per il militante inflessibile, quindi, non esiste il concetto di campagna politica, ossia di una battaglia per un obiettivo specifico, che nell’arco di un tempo determinato possa essere valutata nei suoi esiti. Queste chimere riformiste sono sostituite dall’idea di una mobilitazione infinita, che non si misura in termini di riuscita o fallimento, ma di maggiore o minore purezza della passione rivoluzionaria. La rivoluzione, infatti, non è di questo mondo, se per “questo mondo” s’intende un insieme di condizioni storiche e geografiche ben definite, che fanno di una rivoluzione qualcosa di specifico e irripetibile. Non è un caso, infatti, che nessuna delle rivoluzioni arabe abbia passato i severissimi test dei militanti inflessibili, che hanno lamentato ovunque errori, debolezze, perversioni (gli insorti hanno peccato d’improvvisazione, di abuso dei mezzi tecnologici, hanno scelto parole d’ordine squalificate come “democrazia” e “libertà”, sono stati burattini nelle mani dell’esercito, controfigure pilotate dalla CIA, folle sottoproletarie mosse dalla fame e non dalla teoria marxista, sparavano con armi occidentali e non usavano lance artigianali, ecc.).</p>
<p>Diverse sono le matrici ideologiche di tale teologia della cattività, se ci volgiamo almeno al novecento. Uno degli esempi più pertinenti è forse quello rappresentato dalla critica dello spettacolo di Debord. Se nella <em>Società dello spettacolo</em>, Debord aveva lasciato un ridotto, ma ben definito spazio di manovra per l’azione politica, concependo i Consigli operai come la sola forma legittima di potere rivoluzionario (§ 117), nei <em>Commentari </em>ogni margine di resistenza nei confronti della strategia globale dello “spettacolare integrato” pare essersi dissolta. In questo passaggio tra il primo e il secondo Debord avviene qualcosa di significativo: a mano a mano che l’analisi critica si fa più radicale, la capacità di reazione rispetto all’ideologia dominante perde di consistenza. Tutto finisce per giocarsi nella coscienza, che si trova alla fine presa in una lotta estenuante per non farsi ingannare dal demone maligno dello spettacolo.</p>
<p>Diverse sono le esperienze della sinistra radicale in Italia, ma molte di esse rischiano di inserirsi “naturalmente” in questa cornice narrativa, che privilegia una sorta di militanza <em>testimoniale</em>. Di fronte alla macchina onnipotente della repressione, della manipolazione e della falsificazione, il dissenso non può assumere che l’espressione di un rituale identitario, di cui solo una ristretta cerchia sacerdotale possiede le chiavi. Questo rituale riconosce di primo acchito la propria impotenza politica, l’inefficacia della propria azione, ma ne vuole preservare tutta la sua carica profetica, di testimonianza. Il militante testimoniale non è minimamente interessato a sviluppare una narrazione molteplice e inclusiva, che si muova nel senso dell’aggregazione dei soggetti e della pluralità delle loro concrete esperienze. Egli è convinto di essere il custode, in carne ed ossa, della <em>autentica</em> soggettività rivoluzionaria, che va soprattutto preservata da commistioni con il nemico o con le soggettività alienate degli altri sfruttati.</p>
<p>Entrambe queste narrazioni, la tecnocratica e paternalista, e l’inflessibile e frazionista, ignorano il tesoro dell’esperienza politica che, nata a Seattle, è stata sfigurata tre anni dopo a Genova dalla violenza poliziesca. Tale esperienza si era data, tra gli altri, il nome di “movimento dei movimenti”. Oggi i movimenti riappaiono nella loro pluralità e nella volontà d’intervenire contro le politiche nazionali o sovranazionali. Ancora non emerge, però, una narrazione che si voglia inclusiva, capace di promuovere un intreccio tra queste diverse esperienze nell’ottica di una perdurante dialettica tra democrazia partecipativa e democrazia rappresentativa. Ciò non comporterebbe solamente la fine del mito tecnocratico, ma anche l’abbandono di un modello unico di soggettività rivoluzionaria, per aprirsi all’incontro e alla collaborazione tra soggettività diverse, in divenire e mai completamente riconducibili ad una prospettiva dottrinaria ed etica omogenea. La narrazione che ci manca è una narrazione polifonica, in grado innanzitutto di accogliere e articolare tra di loro le molteplici voci della sofferenza e della frustrazione sociale, invece di denigrarle in nome della superiore competenza degli esperti o dei rivoluzionari autentici.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Questa è la versione ultima e riveduta di un pezzo che per un disguido editoriale è apparso in una versione precedente, e meno buona, su &#8220;alfabeta2&#8221; di settembre]</em></p>
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