<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Teheran &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/teheran/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 20 Feb 2019 08:34:53 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.4</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Cose di famiglia</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/02/08/cose-di-famiglia/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2019/02/08/cose-di-famiglia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Feb 2019 06:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Karenina]]></category>
		<category><![CDATA[blockbuster]]></category>
		<category><![CDATA[Delitto e castigo]]></category>
		<category><![CDATA[Disney]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Farah Diba]]></category>
		<category><![CDATA[felici e contenti]]></category>
		<category><![CDATA[Hollywood]]></category>
		<category><![CDATA[immaginario pop]]></category>
		<category><![CDATA[Infinity War]]></category>
		<category><![CDATA[Iron Man]]></category>
		<category><![CDATA[Niavaran Palace]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni famigliari]]></category>
		<category><![CDATA[Spiderman]]></category>
		<category><![CDATA[Teheran]]></category>
		<category><![CDATA[Thanos]]></category>
		<category><![CDATA[Thor]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=77738</guid>

					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Alla fine decisi di visitare il Niavaran Palace, quasi fosse un implicito tributo a mia madre. Con la amica iraniana che mi accompagnava fingevo di provare un sincero interesse storico, da architetto, anche se, a ben vedere, l&#8217;idea di visitare la sontuosa dimora estiva degli Scià di Persia non mi entusiasmava particolarmente. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-77739" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/2017-05-05-11.17.31.jpg" alt="" width="242" height="348" />di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Alla fine decisi di visitare il Niavaran Palace, quasi fosse un implicito tributo a mia madre. Con la amica iraniana che mi accompagnava fingevo di provare un sincero interesse storico, da architetto, anche se, a ben vedere, l&#8217;idea di visitare la sontuosa dimora estiva degli Scià di Persia non mi entusiasmava particolarmente. Ma quand&#8217;ero bambino mia madre mi parlava di Farah Diba, della sua bellezza e innata eleganza. Essere a Teheran e non andare a vedere casa sua mi sembrava un affronto ai suoi racconti d&#8217;infanzia. Alla fine a colpirmi non fu lo sfarzo. Non furono le pelli di orso posate a terra a mo&#8217; di tappeto, le sale degli specchi, le camere reali. Neppure il guardaroba magnifico (davvero elegante, aveva ragione mia madre) dell&#8217;imperatrice. Fu il bagno dei suoi figli, con ancora attaccati alle piastrelle gli adesivi della Disney, di Pluto, di Topolino, o la camera del maschietto, mio coetaneo, con il pupazzo di Mazinga in bella mostra, come un qualsiasi ragazzino di tutto il mondo in quegli anni. È la potenza della cultura pop, pensavo, capace di accomunare ragazzi lontanissimi per censo e storia personale. Se gli Stati Uniti hanno dominato il novecento è stato non solo per la loro potenza economica o militare. È stato anche per la capacità seduttiva del loro immaginario. Lo stesso che, per le strade di Teheran mi faceva incontrare giovani che indossavano le tshirt di Iron Man.</p>
<p align="JUSTIFY"><img decoding="async" class=" wp-image-77740 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/2017-05-05-11.22.49.jpg" alt="" width="294" height="380" />La forza dell&#8217;immaginario pop americano &#8211; cinematografico, televisivo, fumettistico, etc. &#8211; non sta nella sua spettacolarità. Quello è solo un espediente. Il modo di vedere, interpretare il mondo, di raccontarlo, si basa su due fondamentali assunti: la colpa e la famiglia. Prendiamo il caso esemplare di Spiderman, un adolescente dalla famiglia complicata, senza genitori, cresciuto dagli zii, che all&#8217;improvviso si ritrova con un potere inimmaginabile. Che però, da immaturo qual è, non ha saputo mettere al servizio della comunità, provocando, involontariamente, la morte dello zio Ben, quello che lo aveva cresciuto insegnandogli che “a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità”. È grazie al suo senso di colpa che Peter si traveste, combatte il crimine, tiene nascosto a sua zia May, e a tutte le persone che lo amano, la sua vera natura. È il suo senso di colpa che lo rende un eroe.</p>
<p align="JUSTIFY">Sono appena uscito dal cinema, con mia moglie e le mie due figlie. Siamo andati a vedere il blockbuster della stagione: <em>Infinity War</em>. Divertente, spettacolare, visionario. Ma, come cercavo di spiegare alla mia famiglia (che chissà quanto si stava annoiando a sentirmi parlare), non è quello il motore implicito del film. Quello che lo tiene in piedi non sono gli effetti speciali ma i complessi rapporti familiari che mette in mostra. C&#8217;è un dio norreno, Thor, che è cresciuto assieme a un fratello adottato ma senza conoscere la sua vera sorella di sangue; c&#8217;è un miliardario farfallone e egocentrico che continua a rimandare la data del suo matrimonio; c&#8217;è un supercattivo, Thanos, che ha allevato due figlie facendole combattere fra loro (e una di esse trama per ucciderlo); c&#8217;è un giovane albero antropomorfo in piena contestazione adolescenziale; innamorati che non si dichiarano, orfani, padri putativi, coppie improbabili, una pletora infinita di tipologie, dalle più tradizionali alle più assurde, roba da mandare in visibilio Sigmund Freud. Per dirla in un tweet: un gruppo di scalcagnati eroi solitari provenienti da mondi differenti litigano e si difendono a vicenda come fossero una famiglia.<img decoding="async" class="alignleft wp-image-77742" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/avengers_infinity_war_poster.jpg" alt="" width="388" height="384" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/avengers_infinity_war_poster.jpg 514w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/avengers_infinity_war_poster-300x296.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/avengers_infinity_war_poster-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/avengers_infinity_war_poster-250x247.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/avengers_infinity_war_poster-200x198.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/avengers_infinity_war_poster-160x158.jpg 160w" sizes="(max-width: 388px) 100vw, 388px" /></p>
<p align="JUSTIFY">Mi sono sempre chiesto perché mia madre, una donna del popolo semianalfabeta, sia sempre stata così precisa nell&#8217;araldica del jet set. Magari non conosce il nome di un politico o di uno scienziato, non sa nulla di arte o letteratura, ma quando si parla di famiglie reali è capace di elencare alberi geneaologici e fitte parentele per non so quante generazioni. Non stiamo parlando, ovviamente, solo di sangue blu. Anche gli attori hollywoodiani, i personaggi televisivi o gli esponenti dell&#8217;alta società fanno parte di quel mondo visto da lei solo da lontano. Solo immaginato, come fosse un Eden (quando poi Hollywood incrocia l&#8217;aristocrazia allora è come se il tavolo da gioco sbancasse).</p>
<p align="JUSTIFY">Credo che abbia a che fare con la parte infantile che ci portiamo dentro tutti. Credo che mia madre, sua sorella, le sue amiche del centro per anziani, verifichino costantemente se le fiabe che venivano raccontate loro da bambine alla fine si avverino per davvero. Se, insomma, dopo lunghe traversie, il principe e la principessa, vivano sul serio “per sempre felici e contenti”. La rivoluzione islamica in Iran, l&#8217;incidente a Grace Kelly, i tradimenti di Carlo, la fine di Diana, i suicidi dei rampolli reali o alto borghesi, le tragedie continue, le meschinerie, i litigi fra ereditieri, sono per lei, oggettivamente, sinceramente terribili, inaccettabili, ingiusti. Il bosco va attraversato, i mostri combattuti, ma alla fine il bene, l&#8217;amore, la felicità familiare deve regnare suprema. La vita di chi vive una vita da favola deve essere favolosa, senza indugi, altrimenti cosa ci resta?</p>
<p>Come faccio a dirle che nessuno può vivere “felice e contento” per tutta la vita? Non è un caso che le fiabe finiscano con quella formula. Chi ha mai saputo raccontare cosa succede dopo? Com&#8217;è la vita di due persone “felici e contente”? A chi interessa per davvero? L&#8217;eterna felicità ha qualcosa di mistico, di metafisico. È il Nirvana dei buddisti, è la contemplazione dantesca di Dio in Paradiso. Ma qui, sulla terra, nella vita vera, senza crisi, fratture, senza colpa, non c&#8217;è storia.</p>
<p>Insomma, aveva ragione il solito Tolstoj. Ricordate l&#8217;incipit di <em>Anna Karenina</em>? “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.” Raccontare una famiglia felice è noioso, è molto più divertente raccontare quelle infelici. E ora che ci penso, se a Tolstoj ci aggiungiamo il tema del senso di colpa sviscerato da Dostoevskij in <em>Delitto e castigo</em> mi viene da dire che in fondo il famoso immaginario pop americano è debitore in toto del romanzo russo ottocentesco.<img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-77743 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/AK-Vivien-Leigh.jpg" alt="" width="617" height="347" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/AK-Vivien-Leigh.jpg 617w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/AK-Vivien-Leigh-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/AK-Vivien-Leigh-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/AK-Vivien-Leigh-200x112.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/AK-Vivien-Leigh-160x90.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 617px) 100vw, 617px" /></p>
<p>Il nucleo sociale fondamentale di ogni società è la famiglia, in ogni sua forma. Esiste, anzi, una storia dell&#8217;idea di famiglia (allargata, parentale, mononucleare, etc.) che racconta di suo la società stessa che l&#8217;ha creata. Raccontare la famiglia è, per esperienza diretta, raccontare l&#8217;esistenza. Indentificarvici. “Vuoi diventare uno scrittore?” lessi una volta su un libro. “La tua famiglia è fottuta!”</p>
<p>Il bagaglio di dolori e di infelicità che ti porti dietro diventa il tuo patrimonio da spendere come narratore. È per questo che non sarò mai un grande scrittore, purtroppo. Amo mia moglie, adoro le mie figlie. Una famiglia noiosissima. Ricordo che quando anni fa pubblicai un romanzo che parlava di un divorzio, gli amici, i lettori, ne rimasero affranti. “Mi dispiace” continuavano a dirmi, “eravate una così bella coppia”. Un libro così duro non poteva che essere autobiografico. Ho passato mesi a raccontare in giro che a casa andava tutto bene. Che era solo finzione. (probabilmente qualcuno ci sarà pure rimasto male).</p>
<p>Ho paura che se nella vita voglio continuare a fare lo scrittore ho bisogno di una famiglia più incasinata. Per un po&#8217; avevo sperato nel conflitto generazionale con Laura e Sara, le mie figlie. Macché, ascoltiamo la stessa musica, guardiamo gli stessi film, leggiamo le stesse riviste. Poi ho sperato nel primo amore di Laura. Mi sono immaginato il suo primo fidanzato entrare in casa mia. Già me lo pregustavo coi capelli a cresta, viola, pieno di tatuaggi e anelli al naso, scurrile, rozzo, arrogante. Un mezzo tossico, pericoloso, uno di quelli che mette gli scarponi inzaccherati sui cuscini del divano, ordinando a Laura di andargli a prendere una birra. Sarebbe stato perfetto. Potevo litigare con lui, arrivare alle mani, buttarlo fuori di casa (“Sparisci dalla mia vista!”), inseguire mia figlia che nel frattempo si era barricata in cameretta, bussare alla porta (“Apri, sono tuo padre!”) per ricevere solo singhiozzi e urla (“Ti odio! Non ti voglio più vedere!”).</p>
<p>Niente da fare. Il fidanzato di mia figlia è un bravo ragazzo, educato, gentile, servizievole. Dei due il rozzo sono io. Impossibile odiarlo. Mia moglie l&#8217;ha praticamente adottato. Qui o Sara, la figlia più piccola, fra qualche anno mi combina qualche guaio o mi tocca cambiare mestiere, che altrimenti resterò per sempre uno scrittore mediocre. Che ci posso fare, vivo in una famiglia felice e contenta. Devo per caso sentirmi in colpa?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>precedentemente pubblicato su</em> Lampoon the fashionable, <em>n° 14 settembre 2018</em>)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2019/02/08/cose-di-famiglia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">77738</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Perdersi a Teheran</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/05/14/perdersi-a-teheran/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2018/05/14/perdersi-a-teheran/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 May 2018 05:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Esfahan]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Scarabottolo]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
		<category><![CDATA[Kamran Diba]]></category>
		<category><![CDATA[lettura urbana]]></category>
		<category><![CDATA[marco belpoliti]]></category>
		<category><![CDATA[Marjane Satrapi]]></category>
		<category><![CDATA[metropoli]]></category>
		<category><![CDATA[mobilità dolce]]></category>
		<category><![CDATA[Persia]]></category>
		<category><![CDATA[Psicogeografia]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Tabiaat bridge]]></category>
		<category><![CDATA[Teheran]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[traffico automobilistico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=73702</guid>

					<description><![CDATA[&#160; di Gianni Biondillo Quando dico che voglio farmela a piedi vedo Kamran impallidire. Siamo alla fiera internazionale del libro di Teheran, seduti uno affianco all&#8217;altro. Il paese ospite del 2017 è l&#8217;Italia. Sono qui insomma nella mia forma anfibia di scrittore e architetto a parlare della mia città, Milano. Kamran è un architetto dai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-73710" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1.jpg" alt="" width="2128" height="608" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1.jpg 2128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-300x86.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-768x219.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-1024x293.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-560x160.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-260x74.jpg 260w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/totale-1-160x46.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 2128px) 100vw, 2128px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Quando dico che voglio farmela a piedi vedo Kamran impallidire. Siamo alla fiera internazionale del libro di Teheran, seduti uno affianco all&#8217;altro. Il paese ospite del 2017 è l&#8217;Italia. Sono qui insomma nella mia forma anfibia di scrittore e architetto a parlare della mia città, Milano. Kamran è un architetto dai modi gentili e dall&#8217;italiano impeccabile. Mi ci sto abituando. La gentilezza sembra una caratteristica innata negli iraniani. Ovunque sia stato in queste terre ho ricevuto un&#8217;accoglienza festosa ai limiti dell&#8217;imbarazzo. Il concetto della sacralità dell&#8217;ospite qui è incarnato nella sua forma più pura. Ho girato a Shiraz, Yadz, Esfahan, assieme a Guido Scarabottolo e Marco Belpoliti. Non c&#8217;era volta che qualcuno ci fermasse, volesse chiacchierare con noi, oppure volesse offrirci qualcosa da bere o da mangiare. I pregiudizi occidentali si frantumano appena si mette piede in Iran. Sembra impossibile farci una guerra con questo popolo. Ripenso a quando raccontai all&#8217;amico col passaporto statunitense che sarei andato in Iran. Sgranò gli occhi, terrorizzato. Stavo andando nel cuore dell&#8217;impero del male, a suo dire.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-73703" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/MM-Teheran-1024x576.jpg" alt="" width="457" height="265" /></p>
<p align="JUSTIFY">Sono due i modi che ho di capire una città, spiego ai presenti. Una è girarci in metropolitana. La rete della mobilità pubblica racconta molte cose dell&#8217;economia, la vivibilità, l&#8217;urbanistica di una metropoli. A Teheran la metropolitana è arrivata tardi, meno di venti anni fa. Una città di queste dimensioni avrebbe bisogno del doppio delle linee realizzate. I vagoni sono sempre pieni di gente, le distanze da coprire impressionanti. Nei primi giorni mi sono mosso così, uscendo dalla pancia della città puntualmente là dove occorreva. Sopratutto in centro, anche se parlare di centro è una piccola forzatura. Teheran è capitale da soli due secoli. I suoi monumenti insigni sono rari e relativamente moderni, rispetto la millenaria storia di queste terre. Da buon turista ho visitato il Palazzo Golenstan, il museo nazionale, persino le residenze dello Scià, costruite con quel gusto nobiliare e “occidentalista” al limite fra il sublime e il kitsch. Molto più interessante il Bazar. Smisurato, eppure ordinato, efficiente, come sono gli iraniani. Nulla a che vedere con i suk del Cairo o del resto del mondo arabo, affascinanti e caotici.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-73705" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/palazzo-imperiale-1-e1525451069433-169x300.jpg" alt="" width="229" height="392" />D&#8217;altronde gli abitanti di Teheran non sono arabi. Sembra una banalità ribadirlo, ma per chi ha una visione monodimensionale del mondo, l&#8217;Iran è una continua messa alla prova dei propri pregiudizi. Quando scendi dall&#8217;aeroplano le scritte in arabo ti ingannano. Poi appena li senti parlare capisci che la loro lingua non ha nulla a che vedere con le lingue semite. Sai che sono musulmani, ma da buon occidentale ignorante, non distingui la differenza che c&#8217;è fra sunniti &#8211; il resto del mondo &#8211; e sciiti. Loro. Che, alla fin fine, sono persiani. È quello che mi dicono di continuo. Veniamo da lontano, abbiamo migliaia di anni di storia sulle spalle. Siamo un popolo di costruttori, di architetti. E di ingegneri, aggiungo. La più alta presenza di laureati in ingegneria procapite al mondo, dopo la Cina.</p>
<p align="JUSTIFY">Un popolo colto. E vanesio. L&#8217;obbligo del velo, per dire, ha infinite declinazioni in città. Ognuna di queste esprime una posizione politica, culturale, generazionale. Dal classico chador nero, conservatore e passatista, agli infiniti e coloratissimi foulard che, di ragazza in ragazza, scoprono sempre più il capo e la nuca, mostrando acconciature e make up impeccabili. E nasi rifatti. L&#8217;Iran è il paradiso della rinoplastica. L&#8217;esibizione dei cerotti al naso postoperatori è costante. Sia da parte delle donne che degli uomini.</p>
<p align="JUSTIFY">Insomma, la Teheran postrivoluzione, cupa e in bianco e nero raccontata magistralmente da Marjane Satrapi è molto differente da questa <i>swinging Teheran</i>, fatta di locali notturni, ristoranti, gallerie d&#8217;arte, feste private, cantanti di strada. I ritratti dei martiri che tempestano i muri della città sembrano non fare colpo sui suoi giovani abitanti. L&#8217;età media degli iraniani è 27 anni. La maggior parte della popolazione non ha vissuto gli anni bui e strazianti della guerra contro l&#8217;Iraq. Sembrano tutti affamati di vita, di novità, di leggerezza.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-73706" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/torre-e1525451208126-576x1024.jpg" alt="" width="278" height="480" />A piedi, ribadisco. Kamran scuote il capo. “Credo sia impossibile attraversare Teheran a piedi” mi dice, infine, quasi scusandosi per avermi contraddetto. In realtà ha ragione lui. Non ho molto tempo per visitare tutte le architetture contemporanee che sono state costruite in questi anni. Il dopoguerra ha fatto esplodere il settore edilizio, dando l&#8217;opportunità ai giovani talenti di sperimentare forme, spazi, materiali. Un&#8217;intera generazione di architetti che ha studiato in Europa, in America, in Giappone, che naviga su internet, che studia e che ora costruisce senza complessi d&#8217;inferiorità o timori provincialistici. Sono i progettisti di una nuova borghesia, ricca e colta, antipauperista. Gaudente. Teheran ha dimensioni spaventose. Otto milioni di abitanti che raddoppiano contando l&#8217;area metropolitana. Quasi ottocento chilometri quadrati di edifici che premono dall&#8217;altopiano sulle pendici dei monti Elburz. Le distanze e le differenze altimentriche da sud a nord della metropoli sono tali che potrebbe nevicare in una parte della città mentre nell&#8217;altra splendere il sole. Ci vorrebbe una macchina per poter visitare le ville borghesi, i grattacieli residenziali, i complessi sportivi, gli alberghi, gli spazi espositivi che stanno facendo Teheran una capitale dell&#8217;architettura contemporanea in Asia (e non solo).</p>
<p align="JUSTIFY">Ma io la macchina non ce l&#8217;ho. E neppure la patente. E poi l&#8217;altro metodo, spiego ai pochi rimasti ad ascoltarci, è proprio quello di camminare. Solo così capisco com&#8217;è fatta una metropoli. Comprendo il suo livello di sostenibilità e di sviluppo potenziale. Una città non è fatta solo di monumenti. Una città non è un poema, e semmai un romanzo, pieno di pagine di prosa farraginosa, pesante, compilativa. Il mood di una città non lo fa la singola emergenza ma l&#8217;anonimo tessuto connettivo.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-73708 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/museo-1024x576.jpg" alt="" width="660" height="380" /></p>
<p align="JUSTIFY">La mattina appresso mi muovo di buon&#8217;ora. Mi lascio alle spalle il khaniano Museo d&#8217;arte contemporanea di Kamran Diba (bello e con una collezione che toglie il fiato) e mi inoltro nel parco Laleh, una delle poche emergenze verdi in una metropoli soffocata dal traffico e dal cemento. E pensare che “paradiso” è una parola persiana che significa “giardino”. Per quello che fu un popolo di abitanti del deserto un giardino è il paradiso in terra. Il mio errore è che mi immetto subito dopo nell&#8217;arteria di Doctor Fatemi street. Qui il traffico è senza posa. Tutta Teheran è una griglia di strade a più corsie, una rete che intrappola le macchine, piuttosto che farle scorrere. Anche solo pensare di attraversare la strada è un atto di fede. Nessuno si ferma, occorre gettarsi nel fiume di lamiere augurandoci di sopravvivere ogni volta. L&#8217;aria è sporca di polveri sottili e smog. Neppure a Città del Messico ho avuto questa sensazione di soffocamento. Tutti si muovono in automobile. Tutti. I ragazzi che mi hanno accompagnato in questi giorni mi hanno confessato, candidi, di non aver mai preso la metropolitana in vita loro. L&#8217;automobile è il mezzo di espressione più evidente della loro emancipazione di classe. Fra una generazione la rinoplastica verrà sostituita dalla pneumatologia nei loro studi universitari. In fondo alla strada vedo emergere l&#8217;affasciante mole del ministero degli interni, variazione iraniana di un brutalismo d&#8217;altri tempi. Io però preferisco infilarmi in una strada secondaria. Evito il traffico, muovendomi in isolati più compatti, lasciandomi andare alla deriva, con l&#8217;unica regola di evitare le grandi arterie.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-73711 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/strada-1.jpg" alt="" width="496" height="284" />Da qui in poi, muovendomi generalmente verso nord est, mi perdo in una architettura minore, a metà fra residui di eredità razionalista, speculazione di bassa qualità e nuovo edificato che tenta di imitare improbabili stili internazionali, vernacolari, pseudo-classici, para-decò. Un desiderio di rinnovamento caotico, spurio, spesso solo di facciata. Trash. Tipico, a pensarci, di ogni metropoli contemporanea. Non esiste un progetto di arredo urbano coerente, ogni edificio privato rifà il suo pezzo di marciapiede, chi in pietra, chi in mattoni, chi in cemento. Cammino così in un incongruente spazio pubblico, residuale per i suoi abitanti, che lo vivono con indifferenza. Attraverso le strade a otto corsie grazie a cavalcavia pedonali che mi permettono una visione dall&#8217;alto del traffico, poi mi ributto nel chiuso dei quartieri residenziali. Così, per chilometri.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-73712" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/strada-2.jpg" alt="" width="494" height="286" />La densità dell&#8217;incasato è impressionante. Teheran ha cambiato faccia più e più volte, in un&#8217;orgia edificatoria senza regole. La devastazione del terremoto del 1990 a qualche centinaio di chilometri dalla capitale – oltre 40 mila morti – sembra non abbia lasciato memoria. A detta di molti sismologi iraniani la verità è che si dovrebbe spostare la capitale da qualche altra parte. Il prossimo movimento tellurico potrebbe radere al suolo buona parte della città, causando un numero di vittime di gran lunga più esorbitante. Giunto al Saiei Park faccio una pausa. Osservo i grattacieli in vetro e acciaio di Valiasr Street, così prevedibili nel loro linguaggio internazionalista. Come puoi far transumare quindici milioni di persone?, penso. È chiaro che il primo dei problemi è adeguare l&#8217;intero edificato – non solo quello di nuova fattura &#8211; a norme più severe. Sarebbe uno sforzo economico enorme, chiaro. Ma alla distanza il più redditizio.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-73713 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/ponte.jpg" alt="" width="533" height="307" />La camminata si fa faticosa, andare verso nord significa cambiare di quota. Svincoli e hight way urbane consumano ogni possibile spazio pubblico. La profezia di Kamran sembra realizzarsi. Poi finalmente arrivo al Ports park. Gente, ovunque. Che passeggia, staziona, si sdraia sui prati, mangia qualcosa. Fra la voragine creata dalla Modares hightway, che la divide dal Taleghani park, svetta il nuovo simbolo di Teheran, il Tabiaat bridge. Tutte le persone che lo frequentano, e sono migliaia, sembrano smentire ogni funesta profezia. Il ponte è per tutti un punto di sosta, di scambio simbolico, di incontro fra una sponda e l&#8217;altra, sotto un fiume caotico di macchine. Un luogo da vivere, proprio come m&#8217;era capitato di osservare a Esfahan, dove i ponti storici sul fiume Zaiandè vengono utilizzati come piazze urbane dove discutere, cantare, camminare mano nella mano. Non è vero che a Teheran ci si possa muovere solo in macchina. I suoi abitanti, anzi, vorrebbero tornare a vivere e occupare lo spazio pubblico. E in un mondo dove si costruiscono sempre più muri, l&#8217;idea di un ponte come simbolo di una città non può che essere una buona notizia.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato in forma più breve su</em> Abitare<em>, numero 569, novembre 2017. Le pessime foto fatte col cellulare scrauso sono mie</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2018/05/14/perdersi-a-teheran/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">73702</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Nuovo Cinema Teheran</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/04/27/nuovo-cinema-teheran/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Apr 2017 12:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Hamid Naficy]]></category>
		<category><![CDATA[Il Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Jamila Mascat]]></category>
		<category><![CDATA[Lalehzar]]></category>
		<category><![CDATA[Teheran]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=67804</guid>

					<description><![CDATA[di Jamila Mascat Questo articolo* è stato pubblicato sul numero 30 di Reportage**.  *Le foto sono mie e non sono un granché, perché le ho scattate con lo stesso spirito con cui si prendono appunti su un foglio di carta a portata di mano; o anche con lo stesso spirito sciatto con cui si scattano in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p class="p1"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-67832 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/insegna-cinema-cristal-1024x576.jpg" alt="insegna cinema cristal" width="720" height="405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/insegna-cinema-cristal-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/insegna-cinema-cristal-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/insegna-cinema-cristal-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p class="p1"><em><span class="s1">Questo articolo<strong>*</strong> è stato pubblicato sul numero 30 di </span></em><span class="s1"><a href="https://www.ilreportage.eu/">Reportage</a>**</span><em><span class="s1">. </span></em></p>
<p class="p1"><strong>*</strong>Le foto sono mie e non sono un granché, perché le ho scattate con lo stesso spirito con cui si prendono appunti su un foglio di carta a portata di mano; o anche con lo stesso spirito sciatto con cui si scattano in salone le foto di famiglia al compleanno di una prozia che compie 86 anni, sperando che prima o poi tutti guardino in direzione dell&#8217;obiettivo (cioè nel solo modo in cui so scattarle io, che sciaguratamente tratto le foto di viaggio come post-it, promemoria, hard disk esterno). Ringrazio Riccardo de Gennaro per averle pubblicate lo stesso.</p>
<p class="p1">**In questo<span class="s1"> <a href="https://www.ilreportage.eu/prodotto/numero-30/">numero</a> di <em>Reportage</em> ci sono anche, tra le altre cose, un’intervista  al fotografo Paolo Di Paolo (che ha regalato alla rivista alcuni suoi scatti inediti e non), un pezzo sul</span><span class="s1"> reinserimento dei guerriglieri delle Farc colombiane nella società civile (Virginia Negro, foto di Fabio Cuttica) e uno sulla Carovana delle Madres del Centro America alla ricerca dei figli scomparsi in Messico (Orsetta Bellani), un servizio sulla Ferriera di Servola, una sorta di &#8220;caso Ilva&#8221; a Trieste (Erika Cei), un fotoreportage da Ushuaia, Terra del Fuoco (Emanuele Camerini e Nola Minolfi), un portfolio sulla transumanza dalla Puglia al Molise (Luciano Baccaro), una riflessione di Gilda Policastro su &#8220;comunismo e comunismi&#8221;, un&#8217;intervista a Giorgio Vasta su <em>Absolutely Nothing</em> (di Maria Camilla Brunetti), l&#8217;editoriale di Riccardo De Gennaro su un ipotetico Libro Nero del cattolicesimo e molto altro ancora.</span></p>
<p class="p1" style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<p class="p1" style="text-align: center;"><strong>NUOVO CINEMA TEHERAN</strong></p>
<p class="p1"><span class="s1"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-67820 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Cristal-1024x576.jpg" alt="Cinema_Cristal" width="720" height="405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Cristal-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Cristal-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Cristal-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /><strong>Ex cinema Cristal, con il tetto spuntato, a Lalehzar, Teheran.</strong></p>
<p>Il quartiere di Lalehzar prende il nome dalla strada omonima che collega perpendicolarmente due lunghe e trafficate arterie orizzontali della capitale: a sud <em>Imam Khomeini</em> (questo l’appellativo con cui gli iraniani sono soliti riferirsi all’Ayatollah) e a nord <em>Enghelab</em> – il viale della Rivoluzione Islamica sui cui s’affacciano i monumentali cancelli dell’Università di Teheran e che nel giugno del 2009, dopo la rielezione truccata di Mahmoud Ahmadinejad, fu uno degli epicentri delle proteste dell’Onda verde, teatro di scontri tra i paladini del regime e i sostenitori dell’ex candidato rivale Mir Hossein Mousavi.</p>
<p>Per oltre un secolo, dalla metà dell’Ottocento alla deposizione dell’ultimo degli Shah nel 1979, a cavallo tra le dinastie Qajar (1796-1925) e Pahlavi (1925-1979), <strong>Lalehzar</strong> fu l’espressione emblematica della &#8220;via iraniana alla modernizzazione&#8221; e insieme il riflesso delle contraddizioni di questa paradossale esperienza che, recentemente, con il nuovo corso diplomatico inaugurato dalla presidenza di Hassan Rohani, ha conosciuto una rinnovata e controversa accelerazione.</p>
<p>Quartiere dei cinema e dei cabarets, dei <em>café</em> e delle <em>promenades</em>, dei dandy e dei romantici, delle boutiques e della dolce vita, oggi Lalehzahr conserva ben poche tracce delle effervescenze di un tempo.  Esaurito il bagliore delle luci della ribalta, la strada – un rettilineo a senso unico di un certo respiro ma congestionato dalla presenza rumorosa di automobili e ciclomotori  –  pullula ormai di nuove luci: il neon delle lampade e dei lampadari in vendita nei negozi di illuminazione  – decine e decine – che si susseguono  uno dietro l’altro su entrambi i marciapiedi, tra i ruderi degli edifici art déco e i resti spettrali delle sale cinematografiche chiuse poco dopo la Rivoluzione.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-67821 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/LalehZar-1024x758.jpg" alt="LalehZar" width="720" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/LalehZar-1024x758.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/LalehZar-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/LalehZar-768x568.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /><strong>Quel che resta delle luci della ribalta, Lalehzar, Teheran.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il nome del quartiere Lalehzar (in farsi “letto di tulipani”) deriva da quello di un antico giardino fiorito situato appena fuori dalle mura della città, che ancora intorno alla prima metà dell’800 era adibito a parco di ricreazione della famiglia reale e della corte dello Shah Mohammad. L’inclusione di Lalehzar nel tessuto urbano di Teheran rimonta alla metà degli anni Sessanta quando l’espansione demografica convinse il suo erede Nassereddin a demolire la cinta muraria. Così da giardino reale privato, Lalehzar divenne un parco pubblico frequentato per lo più dai notabili della buona società.</p>
<p>Dopo quasi mezzo secolo di regno e di riforme impopolari, nel 1890, Nassereddin cedette in cambio di un compenso il monopolio della manifattura del tabacco iraniano al maggiore britannico Gerald Talbot per tutto l’arco dei successivi cinquant’anni, alienandosi definitivamente le simpatie dei sudditi, e danneggiando particolarmente gli interessi delle centinaia di migliaia di contadini e <em>bazaris</em> la cui sussitenza all’epoca dipendeva dal commercio di questo prodotto. La fondazione della <em>Imperial Tobacco Corporation of Persia</em> suscitò in poco tempo la vivace opposizione dei religiosi e una massiccia campagna di boycottaggio del fumo che trovò consensi, così vuole la leggenda, perfino tra le donne dell’harem dello Shah.</p>
<p>Quando la fatwa dell’Ayatollah Mirza Shirazi  sancì finalmente la proibizione del consumo di tabacco, e quando le proteste scatenate per la prima volta dall’alleanza tra il clero, la borghesia mercantile e gli intellettuali patrioti in difesa della nazione, divamparono in tutto il paese, Nassereddin si trovò obbligato a revocare il monopolio. Ma a quel punto le casse dello stato precipitarono sul lastrico per risarcire la compagnia britannica della somma dovuta di 500mila sterline. Fu così che Lalehzar, letteralmente fatto a pezzi e venduto ai migliori offerenti, divenne il nuovo quartiere residenziale dell’aristocrazia di Teheran e delle ambasciate e, nel giro di un ventennio, si trasformò nell’avanguardia culturale della capitale.</p>
<p><strong>Come a Broadway</strong></p>
<p>Distretto raffinato e alla moda, che Nassereddin aveva concepito come una copia persiana degli Champs Elysées da cui era  rimasto folgorato durante uno dei suoi viaggi a Parigi, Lalehzar incarnò fin da subito l’eccezione nazionale. Qui furono realizzate la prima linea tramviaria e la prima linea telegrafica della città. Qui soltanto si potevano acquistare oggetti costosi di fabbricazione europea  – sigari, profumi, cappelli, telescopi, grammofoni e radio ultimo modello – che nelle vetrine si mescolavano a vecchie cianfrusaglie da pochi soldi. Qui musulmani, ebrei, armeni e zoroastriani vivevano in pace facendo affari gli uni con gli altri in un’atmosfera multiconfessionale inimmaginabile altrove. Infine, sempre qui a Lalehzar, già prima del decreto regio del 1932 che avrebbe proibito alle donne di indossare il velo negli spazi pubblici, le iraniane della classe media andavano a spasso liberamente senza copricapo, col parasole e le scarpe da charleston. In carrozza o più raramente a  piedi, le donne erano autorizzate a camminare sul lato est della strada, mentre agli uomini era riservato  il lato ovest. La separazione dei sessi si rispecchiava nella distribuzione degli esercizi commerciali che continuarono a  ricalcare questa  divisione di genere anche più tardi, quando la legge consentì a chiunque di passeggiare indistintamente a destra e a sinistra.</p>
<p>Per tutte queste ragioni, gli abitanti di Teheran che vissero gli anni d’oro di Lalehzar, la ricordano come il paradiso dei voyeur: un luogo abbagliante che si offriva alla contemplazione degli avventori di qualsiasi provenienza.</p>
<p>Chi veniva da queste parti, veniva a godersi lo spettacolo: la sofisticata eleganza delle élites cosmopolite, le merci di lusso esposte in bella mostra, oppure le stonature di una contrastata modernità d’importazione coloniale e, infine, i film muti al Grand Cinema. A vent’anni dall’allestimento del primo spazio cinematografico in città, nel cortile del negozio di un antiquario amante e pioniere della cinepresa che con un kinetoscopio Edison proiettava filmati russi per un pubblico aristocratico seduto sul tappeto, nel 1924 fu inaugurata la prima grande sala moderna della capitale nell’auditorium del Grand Hotel di Lalehzar con una platea che avrebbe potuto ospitare fino a 500 persone, purtroppo in principio soltanto uomini.</p>
<p>Il quartiere, che a distanza di altri vent’anni, avrebbe conosciuto un incremento esponenziale dei luoghi di intrattenimento – sedici cinema e sei teatri intorno al 1950 –  sarebbe stato accreditato a metà del secolo scorso come la nuova Broadway di Teheran.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-67805 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Affiche_teheran-1024x576.jpg" alt="Affiche_teheran" width="720" height="405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Affiche_teheran-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Affiche_teheran-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Affiche_teheran-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /><strong>Una locandina che mi sembrava un po&#8217; kitsch, vicino al Cinema Pardis Gholak, Nord Est di Teheran.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> Fuoco e fiamme</strong></p>
<p>Allo Shah Nassereddin, assassinato nel 1896, successe il figlio Mazaffareddin. Entrambi esterofili e sensibili al fascino delle nuove arti alla moda, i due Shah si vollero rispettivamente promotori della fotografia e del cinema nazionale.</p>
<p>Nassereddin fu immortalato per la prima volta nel 1842 all’età di 13 anni da un apparecchio che la regina Vittoria aveva regalato a suo padre Mohammad. Da allora avrebbe coltivato la passione per i dagherrotipi, ritraendo se stesso, le sue numerose spose, e i suoi altrettanto numerosi figli, collaboratori e servitori. Perciò all’interno della residenza reale, il palazzo del Golestan, face costruire uno studio sotterraneo che ancora oggi ospita una piccolissima parte – una cinquantina di immagini – della ricca collezione fotografica dello Shah.</p>
<p>Il suo erede al trono, Mazaffareddin, visitò Parigi nell’estate del 1900 in occasione dell’Expo Universelle dove si appassionò alle proiezioni del cinematografo. Poche settimane dopo, a Ostend, in Belgio, il fotografo di corte che lo Shah aveva incaricato di procurarsi una telecamera e la pellicola necessaria, tentò con successo le riprese primo film iraniano  – a dispetto del titolo francese &#8220;La fête des fleurs&#8221; – che documentava la partecipazione dello Shah al festival floreale della città. In questo senso si può dire che il cinema in Iran nacque agli albori della storia del cinema tout court.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-67828" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/moglie-nasr-768x1024.jpg" alt="moglie nasr" width="400" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/moglie-nasr-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/moglie-nasr-225x300.jpg 225w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong> Aniss-Od-Dole, </strong><strong>una delle spose favorite di Nassereddin, fotografata dallo Shah nel 1861. La foto è stata a sua volta fotografata da me, al </strong><strong>Palazzo del Golestan, Teheran.</strong></p>
<p style="text-align: center;">La sua tenuta esprime la quintessenza del <em>dress code</em> femminile di epoca Qajar.</p>
<p style="text-align: center;">L&#8217;artista Shadi Ghadirian ha dedicato una <a href="http://shadighadirian.com/index.php?do=photography&amp;id=9#item-1">serie</a> di fotografie alla rivisitazione dell&#8217;abbigliamento iconico delle donne Qajari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A partire dagli anni Venti del  secolo scorso, ovvero a partire dall’avvento della dinastia Palhavi alla guida del paese, fasti e miserie di Lalehzar si andarono intrecciando alle fortune alterne del cinema iraniano, in bilico tra creazione autonoma, censura e propaganda. A pochi anni dalla proiezione al cinema Mayak nel 1931 del primo lungometraggio <em>made in Iran</em> –  la commedia muta <em>Abi o Rabi</em> di Ovanes Ohanian, andata perduta, il pubblico iraniano entrò nell’era del suono principalmente attraverso l’importazione di film stranieri sottotitolati, che rimanevano purtroppo inaccessibili alla maggioranza della popolazione analfabeta e incontravano le ostilità delle autorità religiose perché considerati immorali. Gli anni Quaranta accelerarono lo sviluppo dell’industria cinematografica di stato, assistettero alla nascita e alla diffusione di un nuovo genere popolare, il <em>filmfarsi</em>, una sorta di Bollywood iraniano, e parallelamente inaugurarono il doppiaggio delle pellicole occidentali. Negli anni Cinquanta, in piena Guerra Fredda, l’Agenzia statunitense per l’informazione, l’Usis (United States Information Service), con il supporto del governo iraniano, lanciò una campagna per distribuire in tutto il paese filmati di vario argomento realizzati negli Stati Uniti insieme a cinegiornali locali incentrati su temi di interesse comune – dall’alimentazione alla geografia alla sanità – concepiti per trasmettere alla popolazione un’immagine positiva del regime di Reza Pahlavi. Negli anni Sessanta e Settanta fu la volta della <em>nouvelle vague</em> del cinema iraniano d’autore, da allora conosciuto e apprezzato in tutto il mondo.</p>
<p>Il 19 agosto del 1978, l’incendio del cinema Rex di Abadan  in cui persero la vita quasi 500 persone per mano dei sostenitori di Khomeini, segnò crudamente la fine di una epoca. L’anno successivo, l’anno della Rivoluzione islamica, fu per il cinema iraniano il culmine della devastazione: 180 sale su 451 furono rase al suolo – di cui 32 solo a Teheran. Le proporzioni di questo fenomeno non si comprendono se non si coglie la valenza marcatamente politica attribuita al cinema nel contesto nazionale.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-67811 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Africa2-1024x768.jpg" alt="Cinema_Africa2" width="720" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Africa2-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Africa2-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Cinema_Africa2-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /><strong>Il Cinema Africa (ex Cinema Atlantic), Teheran, ma potrebbe essere Piazza Bologna a Roma.</strong></p>
<p>I cinema risparmiati dai sostenitori di Khomeini vennero comunque sottoposti a una “campagna di purificazione” per rimuovere le tracce di quei nomi alieni che incarnavano lo spirito della Rivoluzione Bianca e filoccidentale dello Shah. Attingendo al registro anticoloniale e panislamico del lessico politico della nuova Repubblica, il cinema Atlantic fu ribattezzato cinema Africa, l’Empire Esteqlal (indipendenza), il Panorama Azadi (libertà), il Polidor Qods (Gerusalemme) e così via.</p>
<p>La produzione cinematografica andò incontro a un destino simile e i film reputati moralmente incompatibili con l’islam o compromessi con il vecchio regime furono censurati e banditi dalla circolazione, mentre dall’Italia arrivavano gli spaghetti western, dal Giappone le arti marziali, e dalla Russia le pellicole sovietiche. Si racconta, inoltre, che nei primi mesi dopo la deposizione di Reza Palhavi, <em>La battaglia di Algeri</em> venisse applaudito nelle sale della capitale. Nel corso di questi anni tormentati, Lalehzar fu una cassa di risonanza dell’asfissia autoritaria a cui, a dispetto delle apparenze, fu sottoposta la società iraniana durante il regime dello Shah e della furia palingenetica che accompagnò i primi passi della Rivoluzione islamica. Negli anni Cinquanta e Sessanta alla progressiva dipartita dalla scena pubblica delle élites intellettuali legate al Tudeh, il partito comunista iraniano nel mirino della Savak (la temibile polizia dello Shah), fece da contraltare l’ascesa di Muḥammad Karim Arbab, il nuovo “Padrino” di Lalehzar, che in pochi anni prese possesso di diversi locali nel quartiere e del monopolio del whisky di contrabbando nella capitale. Questa congiuntura alterò la composizione sociale del pubblico di Lalehzar, sempre più marcatamente popolare, e trasformò l’offerta culturale disponibile: al cinema si imposero le commedie musicali, al teatro subentrarono il cabaret e le danze burlesque, all’intrattenimento si sostituì l’alcol. La parabola si era già compiuta prima del 1979. La rivoluzione perciò fu il soltanto il colpo di grazia che pose materialmente fine alla movida del distretto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-67823 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Ex_Metropole_Teheran-1024x576.jpg" alt="Ex_Metropole_Teheran" width="720" height="405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Ex_Metropole_Teheran-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Ex_Metropole_Teheran-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Ex_Metropole_Teheran-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /><strong>Scheletro dell&#8217;ex cinema Metropolis, lampadari e motorini con il parabrezza, Lalehzar, Teheran.</strong></p>
<p><strong>Love story</strong></p>
<p>Hamid Nafisi, che insegna nel dipartimento di studi culturali della Northwestern University di Chicago, ha provato raccontare in quattro volumi la tormentata passione degli iraniani per il cinema, animata di volta in volta da pulsioni nazionaliste o occidentaliste. La sua <em>Social History of Iranian Cinema</em> (2011-2012) non è un libro di storia, ma, davvero, come suggerisce l’autore, una “autobiografia culturale” dove le avventure del cinema iraniano si intrecciano alle disavventure della sua famiglia, dinastia intellettuale originaria di Isfahan, la cui generazione a cavallo della Rivoluzione, per lo più militante tra le fila dei comunisti e dei gruppi armati della sinistra radicale, partecipò attivamente alla lotta contro il regime dello Shah per poi essere brutalmente repressa, incarcerata e liquidata dagli islamisti al potere.</p>
<p>Alireza, cugino di Hamid, un immunologo in pensione, ricorda le prime esperienze estenuanti nelle sale di Isfahan, tra blackout, apparecchi malfunzionanti e interruzioni continue: “A volte per riuscire vedere un film di mezz’ora bisognava tornare al cinema tre volte”. I multisala giganteschi, all’interno di altrettanto giganteschi centri commerciali, che da pochi anni hanno cominciato a diffondersi in tutto il paese, non gli interessano per niente anche se funzionano alla perfezione. Alireza confessa di non essere più andato al cinema da così tanti anni, che non sa nemmeno dire esattamente quanti sono. Se il cinema degli anni Settanta “esprimeva una promessa di società che questo paese non ha saputo mantenere”, per lui è inutile continuare a sperare.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-67825 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Kourosh_sala_vuota-1024x768.jpg" alt="Kourosh_sala_vuota" width="720" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Kourosh_sala_vuota-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Kourosh_sala_vuota-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/Kourosh_sala_vuota-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /><strong>Sala vuota nel Multisala Cineplex, Kourosh Complex, Teheran.</strong></p>
<p>La seconda delle sue figlie, Nahal, 39 anni, vive a Teheran, dove insegna antropologia culturale, e come molti iraniani della sua età, alle sale cinematografiche ultramoderne, e spesso deserte, preferisce i giardini persiani. Per colpa della sua ricerca etnografica sulla poetica dell’evasione e dell’ordinario, è condannata a una <em>flânerie</em> perpetua per le strade della capitale, a collezionare cartoline, a fotografare gatti e piante grasse. Abita a pochi passi <em>dall’ex</em> carcere di Al Qasr, la memorabile prigione del regime di Reza Palhavi che rimase tale anche dopo la Rivoluzione islamica e fu adibita a museo nel 2012. Qui dentro furono fucilati due dei suoi zii nel 1988, sebbene dei corpi non sia mai stata rinvenuta alcuna traccia. A Lalehzar, che si trova a pochi chilometri da casa sua, Nahal va spesso a piedi in cerca di oggetti apparentemente insignificanti. Mi spiega la stratificazione spettrale del quartiere: in basso, al piano terra, le luci scintillanti dei negozi aperti, in alto i palazzi fatiscenti, eppure ancora imponenti, del secolo scorso che fungono da magazzini con le insegne luminose che non luccicano più, e dentro, stipati e invisibili, i lavoratori a cottimo che montano i pezzi in vendita al piano di sotto. La dolce vita è lontana, ma il caos non manca. Dopo aver trascorso l’infanzia ad aspettare la fine della guerra contro l’Iraq, la postadolescenza a sperare nelle riforme di Khatami, il predecessore di Ahmadinejad, e l’età adulta a fare i conti con i contraccolpi del post-2009, Nahal fa fatica a immaginare una transizione qualunque per il suo paese, con o senza sanzioni, con o senza multisala.</p>
<p>Lalehzar “dove l’invasione dell’ordinario ha contraffatto perfino i desideri di evasione”, le sembra in questo senso una buona metafora dell’Iran contemporaneo.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-67833 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/IMG_3872-1024x1024.jpg" alt="IMG_3872" width="720" height="720" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/IMG_3872-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/IMG_3872-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/IMG_3872-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/IMG_3872-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/IMG_3872-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/IMG_3872-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /><strong>Una foto qualunque (e anche un po&#8217; sfocata) scattata attraversando la strada, da un cavalcavia di Enghelab, a Nord di  Lalehzar, Teheran.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">67804</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-08-25 09:40:37 by W3 Total Cache
-->