<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>tempo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/tempo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sat, 23 Jun 2018 11:52:26 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.4</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>&#8220;Dare tempo al tempo&#8221;, un&#8217;antologia tematica della poesia novecentesca</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/10/06/70021/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2017/10/06/70021/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Oct 2017 05:05:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alma Gattinoni]]></category>
		<category><![CDATA[antologia di poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Marchini]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia del Novecento]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=70021</guid>

					<description><![CDATA[[Segnalo con colpevole ritardo questa iniziativa editoriale interessante. Alma Gattinoni e Giorgio Marchini hanno curato un&#8217;antologia dal titolo Dare tempo al tempo. Variazioni sul tema della poesia italiana del Novecento (Giulio Perrone editore, 2016). Nell&#8217;intento dei due curatori, che hanno una lunga esperienza d&#8217;insegnamento nella scuola secondaria, vi è senza dubbio anche un aspetto pedagogico. E un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70058" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/copertina-dare-tempo-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/copertina-dare-tempo-190x300.jpg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/copertina-dare-tempo-768x1215.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/copertina-dare-tempo-647x1024.jpg 647w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/copertina-dare-tempo.jpg 1524w" sizes="(max-width: 190px) 100vw, 190px" />[Segnalo con colpevole ritardo questa iniziativa editoriale interessante.<strong> Alma Gattinoni</strong> e <strong>Giorgio Marchini </strong>hanno curato un&#8217;antologia dal titolo </em>Dare tempo al tempo. Variazioni sul tema della poesia italiana del Novecento<em> (Giulio Perrone editore, 2016). Nell&#8217;intento dei due curatori, che hanno una lunga esperienza d&#8217;insegnamento nella scuola secondaria, vi è senza dubbio anche un aspetto pedagogico. E un approccio alla poesia attraverso un tema fondamentale come quello del tempo risulta particolarmente fecondo.]</em></p>
<p>Dalla postfazione dei curatori, <em>Per un alfabeto poetico del tempo.</em></p>
<p><em>Dare tempo al tempo</em> raccoglie, intorno a un grande tema poetico, filosofico e umanissimo, come quello del Tempo, centotrenta autori italiani del Novecento (il più &#8220;vecchio è Pascoli, i più &#8220;giovani&#8221; sono nati oltre la metà degli anni Sessanta), rappresentati ciascuno da un solo testo e proposti in sequenza alfabetica. <span id="more-70021"></span>Il criterio anticronologico, apparentemente burocratico e casuale, produce una rete estesissima di relazioni, di rimandi, di “accoppiamenti giudiziosi”, tra poeti molto diversi per personalità, stili, generazioni.</p>
<p>Nell’approccio al tema e nell’originalità di lettura, poeti “minori”, più nel senso della notorietà che della qualità, coesistono con i poeti “laureati” ormai diventati classici, come Bertolucci, Caproni, D’Annunzio, Fortini, Giudici, Gozzano, Luzi, Marin, Montale, Pascoli, Pasolini, Penna, Quasimodo, Raboni, Rebora, Rosselli, Saba, Sereni, Ungaretti, Zanzotto. Poeti della prima metà del secolo convivono con tutti i protagonisti della poesia più recente, e anzi, proprio dal loro incontro, un insieme di voci autonome diventa un ensemble armonico.</p>
<p>Nel labirinto del tempo costruito dalla poesia di un secolo, l’intento dei curatori è stato quello di individuare costanti e piccoli o grandi scarti, ricorrenze con soluzioni via via sempre più originali, lontane dagli archetipi di partenza, per tradurre una grande passione e ridare smalto a “quella cosa superflua e necessaria che è la poesia”, alla sua forza conoscitiva.</p>
<p>&#8220;È una sfida continua quella di tradurre in parole questo Giano-bifronte, di catturarlo con una rete che vorrebbe accerchiarlo e invece si fa sempre più larga, fino ad abbracciare il mondo. È una metafora-mondo la somma delle metafore del tempo, di cui qui si fornisce un parziale catalogo e qualche chiave di lettura.</p>
<p>Si potrebbe sostenere che tutta la poesia tratti il tema del tempo, anche quella che sembra più remota dal ticchettio del metronomo. Poesia e tempo si coniugano a partire da una semplice constatazione: la natura metrica del suo linguaggio.</p>
<p>Volendo affrontare l’indagine di questo connubio solo nella campionatura novecentesca, è quasi ovvio verificare l’ipotesi che la frantumazione dell’io dei canzonieri moderni sia rispecchiata dal proliferare abnorme del tema tempo, concettualizzazione attraverso cui si fonda l’identità individuale e collettiva, che nel secolo XX tende a lacerarsi, a parcellizzarsi in una babele cronologica di tempi reali e virtuali. [&#8230;] Così, accanto alle prevedibili scansioni del giorno o dell’anno o della vita, si estende una costellazione di immagini metaforiche caricate di senso temporale: la rivelazione epifanica, l’età dell’oro, le nostalgiche “nevi di un tempo”, lo scialo dei giorni, per citare solo qualche esempio. E su tutte, per frequenza e pregnanza, il fluire continuo dell’acqua, l’alveo del fiume nel quale due correnti si mescolano e si fondono, gli eventi sottratti alla nostra volontà e le scelte del nostro agire nel tempo.</p>
<p>A più ampio raggio semantico, ma sempre ascrivibili a questa area, si propagano i corollari della vecchia sorpassata divisione di presente-passato-futuro: il valore del quotidiano; la noia del presente uniforme; la memoria come riscatto del tempo trascorso; la maturazione come abbandono del tempo precedente; il ricordo come prolungamento o traccia del tempo umano; il tempo deformato, rallentato o accelerato dell’attesa, del desiderio, del sogno; il tempo come catalizzatore della passione amorosa; il tempo poetico come antidoto alle discrasie del vissuto; la morte come tempo ultimo&#8221;.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: center;">ANTONELLA ANEDDA</p>
<p><em>1999</em><br />
a Flaminio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cerca tra le cose che ami quale morirà per prima<br />
quale ghiaia innalzare sul secolo che frana.<br />
Non occorre affrettarsi<br />
ma scuotere la testa davanti al due che affiora<br />
fermarsi tra le cifre &#8211; un’acqua<br />
che schiuma sulle scale prima di invadere la casa &#8211;<br />
fare del mille un monte – modesto &#8211; come il Sinai<br />
e dei tre nove: una stella<br />
nel buio del mattino.</p>
<p>Non c’è salvezza nell’attardarsi di un millennio<br />
semplicemente i suoni si alzano più fitti dentro il vento<br />
uno stormire di uccelli e di foresta.<br />
Cerca tra le cose che ami quale morirà per prima<br />
combatti nonostante il tremore.<br />
Ma noi parliamo a candele, ad auspici imperfetti<br />
a ombre che abbracciamo con fervore<br />
e la lingua è la stessa che si porta migrando dalle isole:<br />
una nube<br />
in gola<br />
che oscura la dizione degli oggetti.</p>
<p><em>Notti di pace occidentale</em>, 1999</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: center;">ATTILIO BERTOLUCCI</p>
<p><em>Gli anni</em><br />
Le mattine dei nostri anni perduti,<br />
i tavolini nell&#8217;ombra soleggiata dell&#8217;autunno,<br />
i compagni che andavano e tornavano, i compagni<br />
che non tornarono più, ho pensato ad essi lietamente.<br />
Perché questo giorno di settembre splende<br />
così incantevole nelle vetrine in ore<br />
simili a quelle d&#8217;allora, quelle d&#8217;allora<br />
scorrono ormai in un pacifico tempo,<br />
la folla è uguale sui marciapiedi dorati,<br />
solo il grigio e il lilla<br />
si mutano in verde e rosso per la moda,<br />
il passo è quello lento e gaio della provincia.<br />
<em>Lettera da casa</em>, 1951</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: center;">GIORGIO CAPRONI</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quanta mattina<br />
circonda la giovinezza.<br />
Aria. Alberi. Sole<br />
in trasparenza. Una brezza<br />
basta a rapire i pensieri<br />
o a farli verdi.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span>Ma è un’erba<br />
che se ne va in un soffio: un oggi<br />
pronto a diventare un ieri.</p>
<p><em>Res amissa</em>, 1991</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: center;">MAURIZIO CUCCHI</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco ad esempio, numeri. Anni:<br />
quarantacinque, cinquantasette,<br />
settantuno, novantasette.<br />
Misure: sette centimetri<br />
dietro le coste, sette punti liquidi,<br />
nell’occhio.<br />
Anni sbagliati e calendari,<br />
appuntamenti falliti<br />
per un secondo o un secolo.</p>
<p><em>Per un secondo o un secolo</em>, 2003</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: center;">MILO DE ANGELIS</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non c&#8217;era più tempo. La camera era entrata in una fiala.<br />
Non era più dato spartire l&#8217;essenza. Non avevi<br />
più la collana. Non avevi più tempo. Il tempo era una luce<br />
marina tra le persiane, una festa di sorelle,<br />
la ferita, l&#8217;acqua alla gola, Villa Litta. Non c&#8217;era<br />
più giorno. L&#8217;ombra della terra riempiva gli occhi<br />
con la paura dei colori scomparsi. Ogni molecola<br />
era in attesa. Abbiamo guardato il rammendo<br />
delle mani. Non c&#8217;era più luce. Ancora una volta<br />
ci stanno chiamando, giudicati da una stella fissa.</p>
<p><em>Tema dell’addio</em>, 2004</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: center;">VIVIAN LAMARQUE</p>
<p style="text-align: left;"><em>Code</em></p>
<p style="text-align: left;">Non mi dispiace fare le code<br />
c&#8217;è tempo per pensare per guardare<br />
dentro la borsa, dentro la tasca<br />
dell’auto, tempo per programmare i giorni<br />
a venire domani dopodomani, per guardare<br />
negli occhi quell&#8217;extra-gentile (che vetro<br />
scintillante mi ha fatto gli ho chiesto<br />
il sinistro domani il destro, ogni giorno<br />
un pezzetto diverso) tempo per guardare<br />
quel bel geranio al quarto piano, sta<br />
bagnandolo una vecchina pulita<br />
bellina, tempo per leggere i titoli, il nome<br />
di una via, tempo per cominciare<br />
questa poesia.</p>
<p style="text-align: left;"><em>Una quieta polvere</em>, 1996</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: center;">GIANCARLO PONTIGGIA</p>
<p><em>Tra queste isole, pensavo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tra queste isole, pensavo,<br />
perirà infine<br />
l’elegiaco imperfetto.<br />
Tutto è caldo, sublime, esatto: una colata<br />
di presente immane,</p>
<p>intatto. Vero era il proposito; giusto<br />
il suo concetto: ma solo chi torna<br />
scrive; già al Pireo cedevo<br />
al molle passato. Non servivano versi<br />
tra quei mari; erano loro, i mari<br />
liquidi e fulgenti, la stupefatta</p>
<p>poesia del presente.</p>
<p><em>Bosco del tempo</em>, 2005</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: center;">GIOVANNI RABONI</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si farà una gran fatica, qualcuno<br />
direbbe che si muore &#8211; ma a quel punto<br />
ogni cosa che poteva succedere<br />
sarà successa e noi<br />
davanti agli occhi non avremo<br />
che la calma distesa del passato<br />
da ripassare senza fretta<br />
fermando ogni tanto l&#8217;immagine,<br />
tornando un po&#8217; indietro, ogni tanto,<br />
per capire meglio qualcosa,<br />
per assaporare un volto, un vestito…<br />
Sì, tutto in bianco e nero, se Dio vuole.<br />
E tutto, anche le foglie che crescono,<br />
anche i figli che nascono,<br />
tutto, finalmente, senza futuro.</p>
<p><em>Barlumi di storia</em>, 2002</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: center;">VITTORIO SERENI</p>
<p><em>Altro compleanno</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">A fine luglio quando<br />
da sotto le pergole di un bar di San Siro<br />
tra cancellate e fornici si intravede<br />
un qualche spicchio dello stadio assolato<br />
quando trasecola il gran catino vuoto<br />
a specchio del tempo sperperato e pare<br />
che proprio lì venga a morire un anno<br />
e non si sa che altro un altro anno prepari<br />
passiamola questa soglia una volta di più<br />
sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore<br />
e un’ardesia propaghi il colore dell’estate.</p>
<p style="text-align: left;"><em>Stella variabile</em>, 1981</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: center;">VALENTINO ZEICHEN</p>
<p><em>A Mireille</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cos’è il tempo? quello<br />
che nasconde nei numeri<br />
i secoli trascorsi,<br />
e non dichiara mai<br />
la sua vera età.<br />
Si dubita che ne abbia una<br />
visto che ringiovanisce<br />
quotidianamente.</p>
<p>A ogni inizio d’anno nuovo<br />
per scaramanzia<br />
le metto sempre<br />
un calendario nella valigia<br />
affinché abbia un ricambio<br />
di giorni futuri.</p>
<p><em>Casa di rieducazione</em>, 2011</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2017/10/06/70021/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">70021</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Abitare il mondo con stupore</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/09/22/abitare-mondo-stupore/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2017/09/22/abitare-mondo-stupore/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2017 05:18:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[giochi]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[alice]]></category>
		<category><![CDATA[Camerino]]></category>
		<category><![CDATA[emanuela baldi]]></category>
		<category><![CDATA[francesca campigli]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[geografie del sé]]></category>
		<category><![CDATA[guido mencari]]></category>
		<category><![CDATA[io sono qui]]></category>
		<category><![CDATA[laboratori]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo bernardini]]></category>
		<category><![CDATA[marino neri]]></category>
		<category><![CDATA[michele manuali]]></category>
		<category><![CDATA[paola papi]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=69672</guid>

					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Ai bambini e alle bambine di Camerino e a Tullio. Con affetto e gratitudine. &#160; Tentando di fermare su una mappa un’estate infinita e densa come lo era solo nell’infanzia, nominerò per primo il luogo, Camerino, immerso nelle colline dell’Italia profonda che scivolano l’una nell’altra con i girasoli, le stoppie, il bestiame [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Ai bambini e alle bambine di Camerino e a Tullio. Con affetto e gratitudine.</em></p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-69701" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727.jpg 1500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/12_170711_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-727-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tentando di fermare su una mappa un’estate infinita e densa come lo era solo nell’infanzia, nominerò per primo il luogo, Camerino, immerso nelle colline dell’Italia profonda che scivolano l’una nell’altra con i girasoli, le stoppie, il bestiame e i borghi abbandonati, dove fra giugno e luglio un team multidisciplinare di cui ho fatto parte, composto da una psicologa, artisti e documentatori provenienti da Toscana, Umbria ed Emilia, ha abitato e lavorato al progetto artistico <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/21/geo-grafie-dellambiente-intorno/"><strong>IO SONO QUI</strong></a>, coinvolgendo quattro gruppi di ragazzi fra i sei e i tredici anni. Perché l’arte come parametro educativo? Abbiamo più volte sottolineato che l’approccio artistico è laterale, si sposta verso l’inconsueto, i margini dove spesso si annidano nuove possibilità. Vorrei aggiungere che per sua natura l’artista è costantemente a caccia di storie, si allena a scovare il potenziale, a trasformare poeticamente ciò in cui si muove, e dunque è pronto anche a spezzarsi, essere contraddetto, restare in attesa con una pazienza molto simile alla fede, stupirsi. Anzi l’artista vuole tutte queste cose: vuole non sapere, stare un po’ nel vuoto, lasciarsi sorprendere, essere l’approdo e non l’origine delle storie.  Sapevamo di essere arrivati a Camerino a causa del terremoto, della frattura creata in un paesaggio che è al contempo interiore ed esterno, ma sapevamo anche che la parola “terremoto” non poteva venir fuori da noi: è stata lì durante i giorni trascorsi coi bambini, visibile e in attesa di rivelarsi, di trovare un senso altro rispetto all’immediato o più semplicemente di dirsi com’è – ma la semplicità è ardua da definire.</p>
<p>Cosa è accaduto in queste settimane? In modo progressivo siamo entrati insieme ai bambini nel tempo e nello spazio come se non fossero affatto dimensioni scontate e quell’<em>io sono qui</em> è diventato la risposta enigmatica e aperta alla più importante delle domande: non <em>chi sei?</em>, ma <em>dove sei?</em> Dove abiti, cosa ti abita quando dirigi l’occhio alla vita intorno e siete parte l’uno dell’altra: carne, mura, sogni, fili d’erba,  colline, ossa, linfa, acqua, pietre, ricordi.</p>
<p>Per primo è venuta l’esplorazione della settimana di <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=308092476315846"><strong>S-GUARDO</strong></a>, in cui i bambini hanno percorso i luoghi della città in compagnia delle loro macchine fotografiche per riprendere il brutto e il bello, il piccolo e il grande, il vicino e il lontano, il naturale e l’artificiale, scoprendo che l’atto del guardare è regolato dalle prospettive, dal “come” più che dal “cosa” si guarda.  Da vicino, ad esempio, anche il piccolo diventa grande. E accade perfino il contrario, perché lo sguardo consapevole richiede la lentezza in cui il panorama si allarga: un albero è grande per noi, ma rimpicciolisce quando l’occhio sale alla montagna. Osservare così conduce a selezionare e poi ritrovare qualcosa che procede sempre al nostro fianco, ma non la si riconosce abbastanza finché non facciamo attenzione ovvero iniziamo a  “camminare con uno scopo”. Può accadere allora che anche il bello e il brutto subiscano variazioni a seconda del nostro stato d’animo e anche il grigio del cielo non pesa, se sotto di lui giochiamo insieme. Mutano le domande: non <em>cosa vedi</em>, ma <em>che sensazione provi?</em> Muta il senso della parola <em>armonia</em>, si fa personale e inclusiva, e allora qualcuno scrive che guardare una cosa bella fa sentire “energico, commosso, emozionato”, perché la bellezza ha radici forti nella memoria e la risveglia. Memoria di luoghi dove si è stati, perfino memoria di quanto ancora non c’è, una  appartenenza radicale che ci riguarda. Alcuni dei bambini sono ritornati alla Rocca, il punto più alto di Camerino, proprio accanto alla zona rossa e davanti alle montagne, per la prima volta dopo il terremoto, forse compiendo un primo piccolo passo nella riappacificazione col tutto dopo la <em>disarmonia</em> &#8211; quel qualcosa che si interrompe e crea uno spasmo nelle sensazioni come nelle parole. È stata realizzata una mappa percettiva della città, con tutti i posti del cammino e delle future giornate di laboratorio: il D’Avack, sotto gli alberi, la Rocca, l’orto botanico, la foresteria e per ogni posto si è mescolato il bello e brutto, seguendo il cuore e la mente, oltre che l’occhio. Abbiamo preso confidenza col posto, iniziando a riconoscerlo.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="ct8lVT02wzg"><iframe title="IO SONO QUI | S- GUARDO | Prima Settimana" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/ct8lVT02wzg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Nella seconda settimana lo sguardo è diventato gioco nel laboratorio <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=312110529247374"><strong>+ SPAZIO</strong></a>, ribaltando le categorie, provando a misurare il tempo con lo spazio, rispondendo a strani quesiti senza soluzione: quanto dura il poco? Quanto dura il tanto? Un’ora dura sempre nel solito modo? E di domanda in domanda ci siamo detti che “un bambino può essere un posto piccolo, ma dentro di lui può entrarci tanto”; o che la pioggia che ci ha sorpreso mentre eravamo in giro con i più grandi è la materializzazione del “tempo nello spazio”. Ci siamo estesi come i monti e ridotti a sassolini o a creature che stanno nei buchi, abbiamo liberato l’idea di spazio con tutto quello che ne viene – allargamento, costrizione, straniamento, sopravvivenza; abbiamo giocato con le parti dei nostri corpi, componendo statue umane un po’ ridicole, un po’ provocatorie, ci siamo rifugiati su una zattera immaginaria dove l’aria a disposizione diminuiva velocemente e dove quindi siamo stati spinti a cercare vie di fuga, utilizzare altre parti della nostra persona oltre alle gambe e le braccia; ci siamo trasformati in tribù di animali ciechi, che tentavano riunirsi tramite i versi caratteristici: ruggiti, cinguettii, nitriti, miagolii, fuori dal linguaggio umano e dal più abusato dei sensi – la vista. Quando le possibilità di movimento e interazione si riducono si attivano altre risorse, la nostra fantasia è in fermento per arginare il disagio, ma anche semplicemente per accettare la sfida. Alla fine Tempo e Spazio sono venuti a trovarci quali personaggi di una fiaba a cui però mancava il finale. Perché? Certo, perché il finale dovevano scriverlo i ragazzi, ognuno con la sua sensibilità e senza il timore del giudizio, ma, più in profondità, perché il vero finale di qualsiasi storia è nel lettore. Le storie, infatti, si scrivono almeno in due &#8211; chi le inizia e chi le interpreta, portandole nel suo quotidiano. È un po’ quanto accade con le memorie che non aderiscono mai al fatto in sé: cambiano, si fanno fluide a seconda delle stagioni. L’immaginazione crea, riporta in superficie frammenti che non sembrano importanti per l’approvazione della massa, ma lo sono quando ci si ascolta uno a uno. I bambini hanno scritto, imparando che nessun ricordo e nessuna fantasia sono sbagliate, ma è difficile, come scriveva W.B.Yeats in una sua poesia, andare fra gli altri senza magnifici mantelli – <em>ci vuole più coraggio a camminare nudi</em> – ovvero vestiti delle cose perdute e ritrovate, dei palloncini che un giorno sono scappati di mano e dimorano per sempre in qualche casa di vento.  Stare nel <em>qui</em> vuol forse dire mirare all’essenziale, smettendo di pensare “il tempo nemico dell’uomo e lo spazio sempre insufficiente”, lasciando andare i pesi inutili, ancorati dentro di noi nei nomi e nei pezzi di passato. Vuol dire ripetersi che “ci vuole tempo per guadagnare spazio”, un tempo di cammino, osservazione, crescita; questo è l’insegnamento del gioco e nelle frasi dei bambini anche Gioco è un personaggio del girotondo di Spazio e Tempo, perché “pure la fantasia gioca”: perfino le storie dicono la verità giocando, prendono per mano paure e desideri.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="gDpLv8jJarg"><iframe loading="lazy" title="IO SONO QUI | + SPAZIO | Seconda Settimana" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/gDpLv8jJarg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Siamo giunti così alla terza settimana e all’incontro con Alice, la bambina saputella che precipita nel paese delle stramberie, dove i discorsi non hanno capo né coda, si aprono scuole sotto il mare e i conigli bianchi, come è noto, sono in ritardo. Alice cade in un buco, desidera ardentemente raggiungere il giardino che intravede da una serratura, cerca di esprimere un senso in un universo che ne è privo, diviene consapevole dei confini fra il mondo del sogno e della veglia e di come entrambi partecipino della realtà. Nei laboratori di <a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=315616115563482"><strong>ALICE IN 4 TEMPI</strong></a> i bambini hanno inseguito un animale chiudendo gli occhi e affidandosi alla visione interiore; sono caduti in luoghi scomodi, larghi, familiari, strani, senza poter parlare per via della “terra in bocca”; atterrando su “ un prato di trifogli con il vento che soffiava”;  vincendo “l’ansia” e trovando la “felicità” per l’incontro con la ragazzina letteraria. Dove sperimentavano la caduta? Quale il luogo reale &#8211; quello del nostro appuntamento quotidiano o quello della loro esplorazione fantastica? Dove il qui e l’ora? Restano domande aperte perché in un’esistenza sola sono molte le vite che immaginiamo, che addirittura viviamo popolando il solito prato di sensazioni molto diverse a seconda di quando ci andiamo, con chi, con quale stato d’animo. Riempiamo il posto con noi stessi e poi impariamo che <em>il mondo esiste</em> come in un verso di Montale, anche quando noi siamo altrove. Ma se non si cade, se non ci si arrende una prima volta al potere del luogo nel nostro cuore non possiamo nemmeno desiderare, che significa alla lettera <em>sentire la mancanza delle stelle</em>, di quelle luci che guidano, così serene e fredde, mentre ci troviamo al buio e tendiamo il viso al cielo. Ai loro desideri i bambini hanno dato una forma nuova, realizzando un piccolo disegno che li rappresentasse restando tuttavia misterioso, non didascalico, segreto. Come è lunga la strada da un buco nel suolo agli astri, anche per toccare i propri desideri c’è da colmare un tragitto segnato con il pennarello e di volta in volta simboleggiato da una linea tortuosa, elegante, ingarbugliata, colorata, dritta, interrotta, che dà al percorso la sua dimensione emotiva. Alcuni desideri appaiono facili, altri impossibili, alcuni si avverano solo nella fantasia: l’importante è mettersi in moto per avverarli, anche se cambieranno o si scorderanno. Dopo il desiderio viene l’apprendimento e siamo entrati con la fantasia in scuole particolari, una per ogni bambino che ha descritto la propria, raccontando dove si trova, di cosa è fatta, quali sono le materie di studio, incoraggiati dall’episodio assurdo e irriverente della Tartaruga d’Egitto e della sua scuola nelle onde dell’oceano. Per qualcuno la scuola ha coinciso con la propria camera, per un’altra era di gelato, zucchero filato e senza mal di pancia; al suo interno si può imparare a “diventare più piccolino”; “a portare fiducia in se stessi”; a “volare e inseguire i propri sogni”. Certo alcune fantasie e insegnamenti colpiscono di più l’attenzione dell’adulto, ma tornando ai bambini e alla generosità con cui si sono donati, tutto quanto è stato detto ha un valore speciale: diventare piccolini, per esempio, è riuscire a nascondersi e rammentarsi dei dettagli che rendono unico il vissuto. Per qualche bambino la scuola deve essere trasparente e antisismica e magari sorge proprio nel centro storico di Camerino. Piano piano ci siamo avviati in una fiaba vera e prossima &#8211; la finzione ci ha permesso di rimuovere l’imbarazzo o il timore; piano piano siamo usciti nell’espressione e con sorpresa di tutti ci siamo diretti proprio verso la zona rossa, che per giorni abbiamo costeggiato, raggiungendo la recinzione di legno che protegge la chiesa di San Venanzietto. È lì che abbiamo scritto i messaggi al mondo traendoli fuori dalla scuola immaginaria, fuori dalla scatola di tempo che sono i bambini; abbiamo scritto un libro di gesso, legno e precarietà, di sole acceso e un po’ solenne sul primo rientro per alcuni nei pressi del centro storico, e anche noi, le traghettatrici, siamo state  trasportate da loro nelle parole. “Capire gli animali”; “condividere la felicità”; “prendersi cura delle piante”; “cercare sempre ciò che si è perso”, sono solo alcuni dei messaggi, ma vorrei che un attimo riusciste a scorgerli anche voi, mentre percorrono la breve salita, scelgono il colore, alcune bambine si commuovono e si abbracciano. Una volta dato voce al nostro muro, siamo scesi via dalla zona rossa per l’ultimo incontro con Alice e come lei eravamo ormai prossimi al risveglio. Con il blocchetto e un pennarello i bambini hanno scovato oggetti di qualsiasi tipo, da una foglia a una grata di ferro, nei quali identificarsi attraverso tre aggettivi con cui hanno composto una poesia di tre versi sul sonno, il sogno e ciò che siamo. Abbiamo scritto veloci, seduti su un muretto o su una panchina, accanto all’albero di susino su cui qualcuno avrebbe voluto arrampicarsi per cogliere i frutti scuri: la scrittura è il nostro sogno lucido: mentre il corpo dorme, se ne anima un altro plastico e sottile che riflette tutto quello che vede.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="oBZYFOn8hzg"><iframe loading="lazy" title="IO SONO QUI | ALICE IN 4 TEMPI | Terza Settimana" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/oBZYFOn8hzg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Un corpo come proiezione emotiva e mentale di sé è stata la linea guida della quarta settimana, dedicata al laboratorio <strong><a href="https://www.facebook.com/pg/iosonoqui.lab/photos/?tab=album&amp;album_id=319022511889509">IMMAGINE CORPOREA</a></strong>.  Siamo partiti dalla Rocca cercando la sintonia con l’ambiente: davvero il nostro corpo finisce nella punta delle dita o dei piedi, sulla cima della testa, nei fili dei capelli? Cosa significa toccare qualcuno o qualcosa, possediamo, noi, mani invisibili che accorciano la distanza? I bambini hanno vagato per il parco verso le montagne all’orizzonte o il tetto della cattedrale, sperimentando un contatto nuovo e abbracciando le cose con lo sguardo. Sempre sono lì i crinali, le case, il verde, e perché allora solo guardando tutto con intenzione, come riemergendo a se stessi dal gioco delle scorse settimane, si manifestano nella loro novità, ci stupiscono? Ci siamo stretti agli alberi e qualcuno ha raccontato che accade spesso di toccare questi fratelli maggiori; abbiamo abbracciato i pali dei lampioni e il muro di una casa; abbiamo riconosciuto un altro elemento del paesaggio, umano, ma quasi assorbito dalla città: i militari con la loro camionetta. Chi ha voluto quindi è andato loro incontro, stringendo la mano, avventurandosi all’interno del mezzo, perché gli accadimenti traumatici sconvolgono e portano mutamento nei luoghi e nelle persone e il vero rischio è abituarsi al presente senza conoscerlo, senza scoprire che ciò che ci protegge &#8211; una fronda, la mano di un soccorritore, un’arma, un muro, un cielo aperto e saldo – è ciò che ci espone. Molti bambini si sono sentiti tristi o strani abbracciando la chiesa o un palazzo, identificando tra i monti un’abitazione divenuta inaccessibile, eppure erano pronti per accogliere il sentimento, qualsiasi esso fosse: abbiamo fatto un passo nella riconciliazione.</p>
<p>Ho scritto all’inizio che il terremoto è una frattura ambivalente – fisica e spirituale. Quello che posso aggiungere ora, è che una frattura è anche lo spazio che nel dramma lascia filtrare la luce. La distanza fra i bambini e le montagne, la ruvidità fra corteccia e pelle, le lacrime e le finestre spezzate sono tutte manifestazioni di frattura e di vuoto in cui ci rialziamo dopo la caduta. Protetti prima, poi esposti alla forza delle nostre emozioni, infine, con le parole di una bambina, aiutanti: “ho sentito di voler aiutare e proteggere la mia città”. Con una passeggiata siamo arrivati al muro solido del cimitero, lo abbiamo guardato, toccato, sentito, ci siamo appoggiati per gettare gli occhi più lontano possibile davanti a noi, abbiamo sostenuto la pietra antica in silenzio. Nel pomeriggio a ogni bambino è stato assegnato un grande foglio: lavorando a coppie hanno tracciato le sagome gli uni degli altri e dopo hanno riempito il ritratto con due colori contrastanti – il più e il meno amato. Ospitiamo differenze dentro di noi, quanto ci piace e quanto non ci piace là fuori si radunano nelle nostre varie parti – le gambe, il busto, la testa, la sinistra o la destra, le braccia. Lasciando vuoti gli spazi degli occhi e del cuore, i ragazzi hanno elaborato stili soggettivi di disegno e decorazione all’interno dei confini corporei. Poi con un pennarello hanno scritto le cose che portano negli occhi e nel cuore e ciò che li sostiene lungo la spina dorsale. Negli occhi “gli alberi che fanno stare bene” , “quiete”, “stranezza”, “tranquillità”, “un muratore”, “il vivere bene”; nel cuore “libertà”, “ricordi”, la sorella o la mamma, “la natura”, uno sport, “il canto”, “il mio cane”, i nomi degli amici, “l’affetto per quasi tutti”, una passione. E lungo la spina dorsale a sostenerci “io”, “ la lealtà”, “la fiducia in me stessa”, “le grandi amicizie” “delle pietre molto, molto resistenti da non crollare per la paura”.  Le sagome erano tutte a terra nel tendone, ognuna con un bambino e un paesaggio dentro, e noi sul finale con un bel po’ di magone e silenzio, perché abitare un posto è abitare se stessi, il più straniero dei luoghi, il più imprevedibile, il più nascosto, mentre lo si esibisce fra gli altri.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="oVyET5v6ht4"><iframe loading="lazy" title="IO SONO QUI | IMMAGINE CORPOREA | Quarta Settimana" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/oVyET5v6ht4?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Nell’ultima settimana, dedicata alla preparazione dell’evento finale con tutti i suoi materiali, ma anche alla decorazione delle scatole personali dei ricordi, ci siamo raccontati le sensazioni rimaste dai laboratori, il significato di IO SONO QUI, che si è rivelato vicinanza, aiuto, sostegno reciproco, attesa. <em>Io sono qui</em> perché ciò che provo non può essere sciolto mai da ciò che mi accoglie, da ciò che si anima attorno.</p>
<p>Quello che resta, a poche settimane dalla conclusione e dall’arrivederci, sono alcuni dettagli, perché è troppo presto per raccontare o sapere tutto, se mai lo sapremo, e i semi piantati hanno bisogno di pazienza per crescere e ramificare. Penso, pensiamo, alle bambine e ai bambini che sono stati i nostri compagni in tutti questi giorni e li vediamo fra anni ritornare con la memoria, magari sorridere, sentire che non ci siamo perduti nonostante la lontananza, come non si perde chi condivide un momento di verità. Li vediamo schiudersi alla speranza fino alla fine. Ora, pescando nella sfera brillante dei giorni d’estate, ecco che escono certi occhi vivaci, le teste che si immergono sotto la fontana e le risa mentre camminiamo dalla Rocca al D’Avack, dei fiori di malva e di cicoria che ci spiano e a volte raccogliamo, delle mani, delle magliette e delle gambe d’improvviso azzurre, verdi, gialle per il colore a tempera che si è sparso ovunque, uno zaino efficientissimo, dove c’è quanto serve per cavarsela in ogni stagione, un primo amore, della pioggia che ci mette in difficoltà e poi ci rende più vicini. Ci ricorderemo che le nuvole vanno velocissimo quando ci si prende il tempo per sdraiarsi in un prato e guardarle, a qualsiasi età, in qualsiasi posto &#8211; recuperiamo il tempo e lo spargiamo nel cielo. E che il cielo dell’amicizia fra noi, voi, le indimenticabili colline di quest’Italia centrale, si può frangere, turbare e piangere a dirotto, ma che poi trova un suo modo, si ricompone.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-69675" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-1024x683.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/10_170718_guido_mencari_camerino_io_sono_qui-193_PRESS.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><strong>IO SONO QUI – geografie del sé e dell’ambiente intorno a sé</strong></p>
<p><strong>Presentato da Zappa! Ideato, curato e condotto da Emanuela Baldi, Francesca Campigli, Francesca Matteoni, Paola Papi.</strong><br />
<strong> Realizzato con il patrocinio del Comune di Camerino, in collaborazione con Istituto Comprensivo Ugo Betti e Sistema Museale di Ateneo &#8211; Orto Botanico Carmela Cortini.</strong><br />
P<b>rogetto selezionato dal bando <em>Progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto</em>, sostenuto da MIUR, IPSSEOA Costaggini Rieti, Ripartiamo dalla Scuola.</b></p>
<p><strong>Fotografie di Guido Mencari.</strong></p>
<p><strong>Video di Lorenzo Bernardini e Michele Manuali</strong></p>
<p><strong>Grafica di Marino Neri.</strong></p>
<p>INFO SUL PROGETTO:<br />
<strong><a href="http://www.zappalab.com/io-sono-qui-2/">pagina web/sito zappa<br />
</a><a href="https://www.facebook.com/iosonoqui.lab/">pagina FB IO SONO QUI</a></strong><br />
<strong> <a href="https://www.youtube.com/channel/UCRN8w0nDXVaHRoRyMZQsX_w">canale YOUTUBE IO SONO QUI </a></strong><br />
<strong><a href="https://www.instagram.com/iosonoqui.lab/">Instagram</a></strong></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2017/09/22/abitare-mondo-stupore/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">69672</post-id>	</item>
		<item>
		<title>IO SONO QUI. Geo-grafie di sé e dell’ambiente intorno a sé</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/06/21/geo-grafie-dellambiente-intorno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jun 2017 05:15:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[alice]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[caremerino]]></category>
		<category><![CDATA[emanuela baldi]]></category>
		<category><![CDATA[francesca campigli]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[io sono qui]]></category>
		<category><![CDATA[MIUR]]></category>
		<category><![CDATA[paola papi]]></category>
		<category><![CDATA[progetto artistico]]></category>
		<category><![CDATA[Rieti]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[sguardo]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[zappa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=68474</guid>

					<description><![CDATA[Progetto a cura di Emanuela Baldi, Francesca Campigli, Francesca Matteoni, Paola Papi, in collaborazione con Associazione Zappa! e Istituto Comprensivo Ugo Betti, con il patrocinio del Comune di Camerino. IO SONO QUI è un progetto artistico-formativo rivolto a bambini e ragazzi tra i sei e i dodici anni, che si snoderà tra le strade e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-68477" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy.jpg" alt="copertina_facebook_iosonoqui copy" width="1772" height="656" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy.jpg 1772w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy-300x111.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy-768x284.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/copertina_facebook_iosonoqui-copy-1024x379.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1772px) 100vw, 1772px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Progetto a cura di Emanuela Baldi, Francesca Campigli, Francesca Matteoni, Paola Papi, in collaborazione con Associazione Zappa! e Istituto Comprensivo Ugo Betti, con il patrocinio del Comune di Camerino.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>IO SONO QUI </em>è un progetto artistico-formativo rivolto a bambini e ragazzi tra i sei e i dodici anni, che si snoderà tra le strade e le piazze di Camerino tra Giugno e Luglio. Si compone di più interventi a carattere laboratoriale, con modalità esecutive e strumenti diversi, ma con una unica finalità: fare sperimentare ai partecipanti il mondo che li circonda e trovare in esso una dimensione di appartenenza e identità.</p>
<p style="text-align: justify;">La proposta s’incentra sul valore dell’arte che trasforma grazie alla sua energia creativa, che permette di superare ostacoli e di convertire limiti in potenzialità ed ha come presupposto il principio che il mondo dipende da come lo guardo. Durante le attività verrà quindi presa in considerazione la relazione col reale, e la sua soggettività, in base alla qualità delle esperienze vissute e agli stimoli percepiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Accompagnati per 5 settimane in un  viaggio di presa di consapevolezza, dove il processo di apprendimento è mirato a esperire la creatività come strumento di libertà individuale e di rielaborazione del vissuto, gli studenti vivranno un’esperienza di consapevolezza a più livelli, emotivo/emozionale, intellettuale/didattico e fisico/performativo, in cui sperimenteranno attraverso diverse pratiche artistiche la propria capacità espressiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto è composto da <strong>4 macro attività</strong> collegate tra loro: quattro laboratori con diversi registri espressivi, dalla scrittura al disegno, dal gesto performativo al disegno. In particolare: S-GUARDO, un percorso di educazione all’immagine attraverso la fotocamera; +SPAZIO, una esplorazione delle misure e dei concetti di spazio e tempo; ALICE IN 4 TEMPI, lettura e rielaborazione di un classico per immaginare nuovi scenari possibili; IMMAGINE CORPOREA, rielaborazione dell’ambiente che ci circonda attraverso l’empatia.</p>
<p style="text-align: justify;">I partecipanti saranno protagonisti di un micro processo formativo sia individuale che collettivo, al termine del quale “torneranno a casa” con nuovi sguardi, nuovi valori, nuovi significati che convergono tutti in una ricerca verso il cuore delle cose, un essenziale, un riferimento valoriale da condividere con la collettività. Gli interventi faranno leva sulla curiosità dei bambini verso l’esplorazione, la scoperta e la conoscenza, passando attraverso l’osservazione del mondo che ci circonda, la relazione con i luoghi e il tempo, l’immaginazione di nuove possibilità, l’azione in empatia con l’altro, infine la crescita e la comunicazione del vissuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il percorso si concluderà il 22 luglio, con un <strong>evento finale</strong> di restituzione pubblica, in cui i bambini e le bambine condurranno gli adulti attraverso l’esperienza vissuta. Tutto il processo sarà documentato ed i risultati saranno narrati in un video, una pubblicazione ed un piccolo percorso espositivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto è curato da uno staff di artisti e professionisti della formazione che condividono il valore evolutivo delle pratiche artistiche e riconoscono le arti come esperienze che trasformano, in particolare quando svolte in modo collettivo e partecipato. Le metodologie condivise dalle operatrici del progetto hanno carattere partecipato e sono volte al coinvolgimento dei vari soggetti all’interno di un processo formativo, creativo e artistico, tenendo conto delle varie caratteristiche dei partecipanti. In particolare si farà riferimento a un approccio <em>learning by doing</em> (imparare facendo) e alla condivisione delle pratiche proposte in una maniera trasversale e non giudicante, ma che accoglie le risposte di tutti alle varie proposte e che include così ognuno con le proprie attitudini e disponibilità a mettersi in gioco.</p>
<p style="text-align: justify;">IO SONO QUI è uno dei progetti selezionati dal bando <em>Progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto</em>, sostenuto da MIUR, IPSSEOA Costaggini Rieti, Ripartiamo dalla Scuola.</p>
<p style="text-align: justify;">Info su pagina facebook IO SONO QUI</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.zappalab.com">www.zappalab.com</a></p>
<p><a href="mailto:iosonoqui.lab@gmail.com">iosonoqui.lab@gmail.com</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">68474</post-id>	</item>
		<item>
		<title>I desideri e le masse. Una riflessione sul presente</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/09/16/i-desideri-e-le-masse-una-riflessione-sul-presente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Sep 2013 12:30:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
		<category><![CDATA[Adulterio]]></category>
		<category><![CDATA[Alain Ehrenberg]]></category>
		<category><![CDATA[Alexandre Kojève]]></category>
		<category><![CDATA[american psycho]]></category>
		<category><![CDATA[Andrew Motion]]></category>
		<category><![CDATA[Anti-Edipo]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Negri]]></category>
		<category><![CDATA[avanguardie]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Bohème]]></category>
		<category><![CDATA[Borgata]]></category>
		<category><![CDATA[Borghesia]]></category>
		<category><![CDATA[Bret Easton Ellis]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[carlo emilio gadda]]></category>
		<category><![CDATA[Christopher Lasch]]></category>
		<category><![CDATA[Classi popolari]]></category>
		<category><![CDATA[commissione trilaterale]]></category>
		<category><![CDATA[desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[Diaframma]]></category>
		<category><![CDATA[Discorso del capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[divorzio]]></category>
		<category><![CDATA[Du Discours psychanalityque]]></category>
		<category><![CDATA[ennio flaiano]]></category>
		<category><![CDATA[enrico testa]]></category>
		<category><![CDATA[Entertainment]]></category>
		<category><![CDATA[Eric Hobsbawm]]></category>
		<category><![CDATA[Es]]></category>
		<category><![CDATA[Età delle Rivoluzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Corona]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Fëdor Dostoevskij]]></category>
		<category><![CDATA[federico fellini]]></category>
		<category><![CDATA[felix guattari]]></category>
		<category><![CDATA[Fine della storia]]></category>
		<category><![CDATA[François Rabelais]]></category>
		<category><![CDATA[francis fukuyama]]></category>
		<category><![CDATA[franco fortini]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Serantini]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[Friedrich Nietzsche]]></category>
		<category><![CDATA[Genova 2001]]></category>
		<category><![CDATA[gilles deleuze]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Gioachino Belli]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Tomasi di Lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Godimento]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Mazzoni]]></category>
		<category><![CDATA[gustave flaubert]]></category>
		<category><![CDATA[High Windows]]></category>
		<category><![CDATA[Honoré de Balzac]]></category>
		<category><![CDATA[i detective selvaggi]]></category>
		<category><![CDATA[illuminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Imagine]]></category>
		<category><![CDATA[Immanenza]]></category>
		<category><![CDATA[Infotainment]]></category>
		<category><![CDATA[Jack Goody]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Lacan]]></category>
		<category><![CDATA[jean luc nancy]]></category>
		<category><![CDATA[John Lennon]]></category>
		<category><![CDATA[Joji Watanuki]]></category>
		<category><![CDATA[Jouissance]]></category>
		<category><![CDATA[L'etica protestante e lo spirito del capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[La Prise de parole]]></category>
		<category><![CDATA[le parole e le cose]]></category>
		<category><![CDATA[Legami]]></category>
		<category><![CDATA[Libertinismo]]></category>
		<category><![CDATA[louis ferdinand céline]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Calabresi]]></category>
		<category><![CDATA[marco revelli]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Recalcati]]></category>
		<category><![CDATA[Max Weber]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Hardt]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Crozier]]></category>
		<category><![CDATA[Michel de Certeau]]></category>
		<category><![CDATA[michel houellebecq]]></category>
		<category><![CDATA[Middle class]]></category>
		<category><![CDATA[Miss Manners]]></category>
		<category><![CDATA[Movimenti antisistemici]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Peter Sloterdijk]]></category>
		<category><![CDATA[philip larkin]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[raymond carver]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Bolaño]]></category>
		<category><![CDATA[Samuel P. Huntington]]></category>
		<category><![CDATA[Separazione]]></category>
		<category><![CDATA[sessantotto]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>
		<category><![CDATA[settantasette]]></category>
		<category><![CDATA[Sex Pistols]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia De Laude]]></category>
		<category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Slavoj Žižek]]></category>
		<category><![CDATA[So Much Water So Close to Home]]></category>
		<category><![CDATA[Socialdemocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[società dello spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Super-Io]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo]]></category>
		<category><![CDATA[Talking Heads]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<category><![CDATA[Teofilo Folengo]]></category>
		<category><![CDATA[Tersite]]></category>
		<category><![CDATA[theodor w. adorno]]></category>
		<category><![CDATA[tragedia]]></category>
		<category><![CDATA[trascendenza]]></category>
		<category><![CDATA[Trimalcione]]></category>
		<category><![CDATA[Vodafone]]></category>
		<category><![CDATA[walter siti]]></category>
		<category><![CDATA[Zygmunt Bauman]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=46388</guid>

					<description><![CDATA[[Invito alla lettura di un saggio importante di Guido Mazzoni, che è apparso oggi sul sito &#8220;Le parole e le cose&#8221;.] I desideri e le masse. *]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Invito alla lettura di un saggio importante di <strong>Guido Mazzoni</strong>, che è apparso oggi sul sito &#8220;Le parole e le cose&#8221;.]</em></p>
<p><a href="http://www.leparoleelecose.it/?p=12011">I desideri e le masse</a>.</p>
<p>*<span id="more-46388"></span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">46388</post-id>	</item>
		<item>
		<title>video arte #8 &#8211; mike figgis</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/09/03/42972/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Sep 2012 22:01:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinema di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[expanded cinema]]></category>
		<category><![CDATA[mike figgis]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<category><![CDATA[video]]></category>
		<category><![CDATA[video arte]]></category>
		<category><![CDATA[videoarte]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=42972</guid>

					<description><![CDATA[http://www.youtube.com/watch?v=6vCIIRBBK1U Mike Figgis, About time 2, 2002.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>http://www.youtube.com/watch?v=6vCIIRBBK1U</p>
<p>Mike Figgis, <em>About time 2</em>, 2002.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">42972</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La decrescita non è un impoverimento</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/02/08/la-decrescita-non-e-un-impoverimento/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/02/08/la-decrescita-non-e-un-impoverimento/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 08:21:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[consumo]]></category>
		<category><![CDATA[decrescita]]></category>
		<category><![CDATA[Marino Badiale]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Bontempelli]]></category>
		<category><![CDATA[numero 6]]></category>
		<category><![CDATA[Pil]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[recessione]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=38055</guid>

					<description><![CDATA[[Questo articolo è apparso sul numero 6 di &#8220;alfabeta2&#8221;] di Marino Badiale e Massimo Bontempelli L’idea (o slogan) della decrescita è una componente essenziale di un pensiero critico capace di confrontarsi con la situazione del mondo contemporaneo, e di interagire con una possibile nuova pratica politica adeguata ai gravissimi problemi attuali. Il punto di partenza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo articolo è apparso sul numero 6 di <a href="http://www.alfabeta2.it/">&#8220;alfabeta2&#8221;</a>]</em></p>
<p>di <strong>Marino Badiale</strong> e <strong>Massimo Bontempelli</strong></p>
<p>L’idea (o slogan) della decrescita è una componente essenziale di un pensiero critico capace di confrontarsi con la situazione del mondo contemporaneo, e di interagire con una possibile nuova pratica politica adeguata ai gravissimi problemi attuali. Il punto di partenza del pensiero della decrescita è la ritrovata consapevolezza, annullata nel senso comune da qualche secolo di capitalismo, che i concetti di bene economico e di merce non sono identici: beni (intesi anche come servizi) sono i prodotti del lavoro umano che soddisfano determinati bisogni e necessità, merci sono, tra quei beni, quelli inseriti in un mercato monetario con un prezzo di vendita, e acquisibili, quindi, soltanto pagando quel prezzo. In termini logici, sono due concetti interconnessi, ma non coestensivi. La distinzione chiaramente riecheggia quella, introdotta dagli economisti classici e ripresa da Marx, fra valore d’uso e valore di scambio. Quando si parla di crescita si intende la crescita della sfera della circolazione di merci, quindi della sfera di compravendita di beni e servizi dotati di un prezzo. Quando si parla di decrescita si intende la diminuzione del raggio di questa sfera.<span id="more-38055"></span></p>
<p>La decrescita è necessaria per risparmiare all’umanità la gravissima crisi di civiltà alla quale ci sta portando l’attuale organizzazione economica e sociale, che ha nella crescita il dogma che non può essere messo in discussione. C’è ormai una presa di coscienza sempre più diffusa del fatto che non ci può essere una crescita illimitata in un pianeta le cui risorse sono limitate, e che sono ormai stati raggiunti (e superati) i «limiti della crescita». Ma oltre a questo, è necessario acquisire anche un altro livello di consapevolezza: la crescita economica degli ultimi trent’anni è stata ottenuta con la distruzione delle conquiste dello Stato sociale e con una tendenziale riduzione della logica di funzionamento della totalità sociale alla logica del profitto e del mercato. In questo modo, lo sviluppo capitalistico non distrugge solo la natura, distrugge anche ogni forma di coesione sociale e lo stesso equilibrio mentale degli individui. La decrescita, l’opposizione a questo sviluppo cancerogeno, è dunque un passaggio necessario per salvare la civiltà umana. Essa non deve però essere considerata una dura e sgradevole necessità. La decrescita non è impoverimento: essa è definita, come abbiamo ricordato sopra, nei termini della diminuzione delle merci e non necessariamente dei beni. La decrescita non comporta, in linea di principio, la diminuzione di beni e di servizi fruiti dalla popolazione. Comporta piuttosto un ripensamento e una riorganizzazione della produzione e del consumo, incentivando, per fare qualche esempio, i beni ottenuti con l’autoproduzione o con scambi non mercantili, le merci ottenute con produzioni locali, le merci programmate per durare a lungo e per essere facilmente riciclate alla fine del loro ciclo d’uso. Questo comporta ovviamente un cambiamento profondo degli stili di vita delle popolazioni, ma non un loro impoverimento. Per esempio, comporta un drastico ridimensionamento della dimensione della moda e della pubblicità che ci fanno considerare desueti oggetti ancora perfettamente funzionali, ma anche la diminuzione generalizzata dell’orario di lavoro (inteso come lavoro salariato) per rendere possibile l’autoproduzione di una parte dei beni e la cura delle relazioni umane e dei rapporti di comunità, al cui interno possono avvenire scambi non mercantili di beni e servizi.</p>
<p>Per approfondire questo punto, il fatto cioè che la decrescita non è l’impoverimento, occorre riflettere sulla nozione di povertà. L’errore che viene commesso comunemente, a tutti i livelli, è di definire la povertà nei termini quantitativi di un livello di reddito monetario. Un qualsiasi articolo giornalistico sulla povertà nel mondo conterrà sempre il richiamo al fatto che «al mondo ci sono x milioni di persone che vivono con meno di due dollari al giorno», dove appunto si intende che «povertà» sia definita quantitativamente dall’avere un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Si tratta, come dicevamo sopra, di un errore: la povertà va definita in termini qualitativi, sociali e storici, e non in termini quantitativi. Due persone ugualmente povere secondo la definizione quantitativa, cioè allo stesso (basso) livello di reddito monetario, possono vivere tale situazione in maniera completamente diversa a seconda del contesto sociale. Per fare un esempio, ci possono essere, come in certe epoche del Medioevo, situazioni nelle quali il povero è rispettato, e soprattutto la povertà è considerata una delle possibili condizioni umane, non l’espressione di un fallimento personale come adesso. Per cui il povero, economicamente aiutato da comportamenti caritativi non episodici e non umilianti, non è povero nel nostro senso della parola. Ma per venire a considerazioni più vicine al tema della decrescita, pensiamo alla situazione di un contadino inglese di bassa condizione sociale nella fase in cui ha la possibilità di usufruire di una serie di beni comuni (boschi, pascoli), e confrontiamola con la fase successiva nella quale i beni comuni sono stati appropriati dai grandi proprietari terrieri (le famose <em>enclosures</em> sulle quali ha tanto insistito Marx). È chiaro che, nelle due situazioni, lo stesso reddito monetario si coniuga a una situazione materiale ben diversa, perché nel primo caso il contadino ha la possibilità di integrare uno scarso reddito monetario con beni e servizi ai quali ha accesso senza passare per lo scambio monetario, mentre nel secondo caso questa possibilità non c’è più. Per fare infine un ultimo esempio, pensiamo alla condizione in cui si trovavano un tempo i domestici che vivevano nella stessa casa dei padroni: essi avevo diritto a una casa, al cibo, spesso agli abiti, e a uno scarso reddito monetario. Un tale scarso reddito, assieme alla condizione di servitore, implicava certamente l’essere in fondo alla gerarchia sociale, ma non una condizione di miseria, come lo sarebbe invece stato se lo stesso reddito monetario, o anche uno leggermente superiore, avesse dovuto essere utilizzato per l’acquisto del cibo e il pagamento di un affitto<strong>1</strong>.</p>
<p>Possiamo allora adesso capire più facilmente l’errore del discorso comune sulla povertà, che la identifica con un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Il punto è che due dollari al giorno possono indicare una situazione in cui è possibile vivere, oppure possono indicare la miseria più disperata, a seconda delle condizioni sociali. Se le persone vivono all’interno di una economia di sussistenza, nella quale cibo e altri beni sono prodotti e scambiati al di fuori del meccanismo del mercato, la vita con meno di due dollari al giorno può essere possibile e può perfino essere ricca, non dal punto di vista materiale ma dal punto di vista delle relazioni umane. Ma se le persone vivono con meno di due dollari al giorno in una situazione in cui l’accesso ai beni fondamentali come cibo e acqua è mediato dal denaro, allora davvero si trovano in una situazione di disperazione.</p>
<p>Il punto è che ciò che comunemente si chiama «sviluppo dei paesi poveri» consiste essenzialmente nel passaggio da economie non monetarie di sussistenza a economie monetarie: per quanto abbiamo appena detto, è allora assai probabile che l’effetto di questo sviluppo sia la creazione di povertà autentica, disperata, invivibile, al posto di una situazione in cui le persone e le comunità potevano sopravvivere (certamente con meno agi rispetto a quelli ai quali noi occidentali siamo abituati)<strong>2</strong>. Queste osservazioni rappresentano fra l’altro la risposta a una tesi che ricorre frequentemente, nelle discussioni sulla decrescita, la tesi cioè secondo la quale la decrescita potrebbe essere una buona idea per i paesi sviluppati ma è improponibile nei paesi poveri. La risposta è dunque che la crescita è distruttiva sia nei paesi sviluppati che in quelli sottosviluppati, e la decrescita è una strategia di salvezza per l’intera umanità<strong>3</strong>.</p>
<p>Un altro aspetto di cui tenere presente, quando si parla di povertà, sta nel fatto che la povertà ha sempre anche un aspetto comparativo: si è più o meno poveri in riferimento allo status medio della società nella quale si vive e alle merci che essa considera necessario possedere. Spingendo all’acquisto di sempre nuovi oggetti, l’attuale sistema economico crea nuove povertà, perché non tutti sono in grado di acquistarli. Oggi molte persone che definiremmo povere spendono parte del loro scarso reddito per acquisti come quello del telefono cellulare: bisogna averlo perché tutti ce l’hanno, lo usano e danno per scontato che tutti debbano essere attraverso di esso rintracciabili, quindi senza di esso ci si sente più poveri. La società basata sulla crescita genera quindi povertà, da un lato perché genera bisogni cui non tutti possono accedere, dall’altro perché è organizzata in modo da rendere necessari certi acquisti. Questo è ciò che capita se per esempio scompaiono i piccoli negozi e sono disponibili solo supermercati lontani da casa, rendendo così necessaria l’automobile, oppure se a poco a poco si trasferiscono su internet gran parte della transazioni della vita quotidiana, rendendo necessario l’acquisto del computer e il suo continuo aggiornamento.</p>
<p>L’identificazione di decrescita e impoverimento deriva quindi da un’idea sbagliata di povertà, un’idea nella quale si sono fatti scomparire tutti gli aspetti storicamente e socialmente determinati della povertà stessa.</p>
<p>Allo stesso modo, occorre distinguere fra decrescita e recessione economica. La recessione è la diminuzione del Pil in un quadro immutato di mercificazione dell’economia e, più in generale, di configurazione sociale. Recessione significa allora che l’individuo ha sempre gli stessi bisogni di prima (ha bisogno dell’automobile, dell’asilo a pagamento per i figli, di cambiare continuamente il vestiario per seguire la moda e così via), ma non ha più il reddito monetario per soddisfare questi bisogni, quindi è più povero.</p>
<p>La decrescita, al contrario, è un mutamento qualitativo, non solo quantitativo. Decrescita significa che il Pil diminuisce per due ragioni. In primo luogo certi beni che prima venivano prodotti come merci vengono prodotti come beni non mercificati, oppure restano merci ma includono spese minori per il trasporto e la pubblicità (che andrebbe abolita). In secondo luogo cambia la struttura dei bisogni: se ci sono presidi sanitari sparsi nel territorio che forniscono prestazioni gratuite di buon livello, non si sente il bisogno dell’assistenza sanitaria privata, e chi non ha i soldi per questa non si sente povero. Se un quartiere viene attrezzato per avere una vita sociale autosufficiente, non si genera il bisogno di andare a cercare una discoteca a cento chilometri di distanza, e chi non ha la possibilità di farlo non si sente povero. La scelta della decrescita è in sostanza la scelta di una vita sobria, nella quale una volta raggiunto il soddisfacimento di una serie di bisogni fondamentali non si cerca, come succede oggi, il consumo compulsivo e distruttivo di sempre nuovi oggetti, ma si ricerca la vera ricchezza che oggi ci manca: il tempo per costruire relazioni umane ricche e rapporti di comunità significativi.</p>
<p>La differenza fra decrescita e recessione si comprende anche dall’osservazione che la recessione è un automatismo dell’economia di mercato: interviene necessariamente, date certe condizioni iniziali. Al contrario la decrescita è un progetto che deve essere attivamente perseguito, e sicuramente non si instaurerà in modo automatico.</p>
<p>Se si è compreso tutto questo, è allora facile capire come la decrescita rappresenti un progetto rivoluzionario, l’unico autentico progetto rivoluzionario oggi disponibile.</p>
<p>Infatti, l’organizzazione economica capitalistica spinge alla mercificazione di ogni aspetto della realtà sociale e di quella naturale: si tratta di un meccanismo necessario alla riproduzione allargata della creazione di plusvalore. Chi vuole la decrescita vuole bloccare e invertire questa tendenza, e quindi ha una posizione anticapitalistica, anche se la coscienza di questo non sembra essere pienamente chiara in coloro che la sostengono e neppure nei critici anticapitalisti della decrescita stessa.</p>
<p>La confusione fra decrescita e povertà, o fra decrescita e recessione, è in ultima analisi un prodotto dell’attuale egemonia del capitalismo. Si tratta del fatto che all’interno della società capitalistica appare del tutto inconcepibile una società che produca e consumi secondo una logica non mercantile. La decrescita appare inconcepibile, oppure concepibile solo come una sventura, perché il nostro immaginario è dominato da un’idea di povertà e ricchezza, e in generale di vita e di umanità, forgiata dal capitalismo. La lotta anticapitalista deve oggi essere una lotta contro questo immaginario.</p>
<p>1. A scanso di equivoci, precisiamo che non stiamo facendo propaganda alla condizione del domestico di famiglia, che era comunque una condizione di subalternità sociale e poteva accompagnarsi a freddezza o durezza nei rapporti umani. Stiamo semplicemente sottolineando come lo stesso livello quantitativo di reddito monetario sia compatibile con condizioni reali di vita molto diverse fra loro.</p>
<p>2. Ovviamente la dinamica reale dello «sviluppo» nei paesi poveri può essere molto diversa a seconda delle diverse situazioni. Ci possono essere casi nei quali lo sviluppo non ha tutte le conseguenze negative che potenzialmente potrebbe avere. Non stiamo qui indagando casi determinati, stiamo facendo considerazioni generali sulla nozione di «povertà».</p>
<p>3. Con queste osservazioni non intendiamo naturalmente dire che le economie di sussistenza, ancora largamente diffuse nei paesi «poveri», debbano essere conservate così come sono, ma semplicemente suggerire che un autentico progresso umano per quei paesi dovrebbe avvenire senza inseguire il modello di mercificazione universale tipico del capitalismo.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/02/08/la-decrescita-non-e-un-impoverimento/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38055</post-id>	</item>
		<item>
		<title>T &#038; T</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/08/16/t-t/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/08/16/t-t/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 09:30:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[manfredi bortoluzzi]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36395</guid>

					<description><![CDATA[di Manfredi Bortoluzzi -Prego signore si accomodi, in cosa posso esserle utile? -Ho bisogno che fermiate il tempo. -Come dice, prego? -Va troppo in fretta. -Temo che abbia sbagliato posto signore. Perché non si rivolge all’agenzia qui di fronte? -Ah, certo mi scusi. Grazie, grazie mille. L’uomo prese il cappello dalla sedia accanto e si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/time-warp.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-36396" title="time-warp" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/time-warp.jpg" alt="" width="382" height="374" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/time-warp.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/time-warp-300x294.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 382px) 100vw, 382px" /></a></p>
<p>di <strong>Manfredi Bortoluzzi</strong></p>
<p>-Prego signore si accomodi, in cosa posso esserle utile?<br />
-Ho bisogno che fermiate il tempo.<br />
-Come dice, prego?<br />
-Va troppo in fretta.<br />
-Temo che abbia sbagliato posto signore. Perché non si rivolge all’agenzia qui di fronte?<br />
-Ah, certo mi scusi. Grazie, grazie mille.<br />
<span id="more-36395"></span><br />
L’uomo prese il cappello dalla sedia accanto e si alzò avviandosi lentamente verso l’uscita. L’agente di sicurezza gli aprì la porta inclinando leggermente la testa e l’uomo rispose salutando con un cenno del capo, stancamente, confuso.<br />
Le iniziali TT campeggiavano sul frontone dell’edificio all’altro lato della strada. Appena le vide, l’uomo cominciò a correre goffamente, senza curarsi del traffico aereo, tanto che riuscì appena ad abbassare la testa per non essere investito da un autovolante in corsa, che a sua volta, nonostante fosse già in fase di atterraggio, dovette cabrare bruscamente per riprendere quota ed evitare l’incauto passante.</p>
<p>Quando entrò nell’agenzia schiacciò il pulsante per il numero, guardò il pannello delle chiamate e rimase in piedi aspettando con impazienza il suo turno. Un impiegato gli si avvicinò:</p>
<p>-Perché non si siede signore, lì in fondo c’è posto.<br />
-No, grazie, faranno presto, no?<br />
-Che numero ha signore?<br />
L’uomo girò leggermente il polso per lasciar vedere il cartellino.<br />
-Ci sarà da aspettare un po’. È meglio che si sieda, starà più comodo.<br />
-No, no. Sono sicuro che faranno presto –rispose l’uomo scosso da un leggero fremito nel corpo-.</p>
<p>L’impiegato si girò verso l’agente di sicurezza indicando il soggetto inquieto al centro della sala che continuava a fissare il pannello luminoso dei numeri. L’agente annuì e bisbigliò qualcosa nel risvolto della giacca.<br />
Quando finalmente apparve il suo numero sul display, l’uomo si avviò verso lo sportello corrispondente agitando il cartellino come una bandiera.<br />
-Prego mi dica –disse gentilmente il giovane impiegato dai capelli scuri-.<br />
-Dovete fermare il tempo.<br />
-Capisco. Non si preoccupi, è normale al ritorno da un viaggio. Quando è stato lei?<br />
-Nel XVIII secolo.<br />
-Il signor?<br />
-Rambaldi.<br />
-Vediamo… Il suo programma è uno dei più sicuri, è tutto in ordine; si tratta sicuramente di un po’ di discronia ma è del tutto normale, generalmente si sistema da sola, ci vuole solo qualche settimana. Ad ogni modo le prendo un appuntamento con uno dei nostri medici.<br />
-Grazie, grazie –rispose l’uomo già sollevato, come se il solo pensiero di vedere un medico lo facesse già sentire meglio-.<br />
-Giovedì mattina alle ore 11:00, andrebbe bene per Lei?<br />
-Giovedì alle 11:00… sì va bene.<br />
-Benissimo. Allora, questo è l’indirizzo della nostra clinica e qui c’è il nome del dottore che la riceverà.<br />
-Grazie, molte grazie.<br />
-Grazie a Lei signore e per qualsiasi altra cosa non esiti a contattarci. I nostri programmi prevedono un’attenzione completa ai nostri clienti, prima, durante e dopo il viaggio.<br />
-Arrivederci.<br />
-Arrivederci signore.</p>
<p>Il numero sul display scattò nuovamente e un uomo sui trentacinque anni si avvicinò allo sportello.</p>
<p>-Prego signore. Si accomodi.<br />
-Grazie.<br />
-Come posso esserle utile?<br />
-Vorrei viaggiare nel tempo.<br />
-Benissimo. E sa già quando vuole andare?<br />
-Beh… veramente no, non ancora.<br />
-E sa come funziona?<br />
-Me ne hanno parlato, ho visto qualche depliant, ma tutto qui.<br />
-Allora lasci che le illustri i nostri programmi.</p>
<p>L’impiegato rovistò in un cassetto sotto la scrivania, poi si alzò e si diresse verso la scaffalatura dove prese alcuni depliant.</p>
<p>-Ecco –fece mentre si sedeva e apriva una delle riviste sotto gli occhi del cliente- questo è uno dei nostri itinerari di base. Qui in fondo alla pagina c’è il prezzo per persona corrispondente ad ogni giorno di permanenza. Questa è la lista di alcune delle nostre destinazioni e qui troverà le norme da seguire durante il viaggio.</p>
<p>L’uomo annuiva seguendo con aria concentrata il dito del funzionario che scivolava sulla pagina plastificata del depliant.</p>
<p>-Dal momento del suo arrivo un ermeneuta…<br />
-Ermeneuta?<br />
-Un tutor, sì.<br />
-Ah.<br />
-Dicevo uno dei nostri ermeneuti la seguirà costantemente. I nostri tutors sono professionisti con una lunga esperienza come infiltrati tra i gruppi riceventi. L’idea è che il loro impatto sia minimo sull’ambiente di destinazione e che al tempo stesso l’operazione di monitoraggio si limiti ad una funzione di traduttore transtorico e transculturale. Tutti i nostri clienti devono seguire un corso di preparazione etnostorica prima di affrontare il viaggio, per evitare possibili shock dovuti alla distanza cronologica e culturale, come comprenderà, e anche per evitare di costituire un pericolo per i soggetti riceventi e soprattutto per non alterare il corso degli eventi. Ma per questo ci sono i nostri tutors.<br />
-Capisco.<br />
-Un’altra cosa importante, dato che molti ce lo richiedono, è che non possiamo tassativamente inviare nessuno a zone o epoche che noi definiamo “critiche”. Mi spiego: la carica di emotività che potrebbe scatenarsi dall’incontro con i propri genitori o altri parenti stretti, ex fidanzati, amici scomparsi, e ovviamente con se stessi non è stata sottoposta ancora ad un’efficace sistema di controllo e pertanto determinate date in coincidenza con determinati luoghi vengono automaticamente esclusi dal programma personale del cliente.<br />
-Si può viaggiare quindi solo nel passato remoto?<br />
-No, se Lei vuole andare a un concerto dei Beatles nessuno glielo vieta, sempre e quando non ci siano controindicazioni personali.<br />
-E come si fa a saperlo?<br />
-Prima di firmare il contratto il cliente dovrà fornire tutta una serie di dati personali, riempire un questionario e sottoporsi ad un test psicologico. Inoltre, con la firma del contratto, il cliente autorizza l’agenzia ad utilizzare il numero del Documento d’Identità Personale per svolgere le indagini anamnestiche che forniranno ai gestori le indicazioni necessarie per generare gli estremi delle situazioni critiche, che verranno escluse dagli itinerari possibili.<br />
-Certo, certo. Però diciamo che se io volessi andare nell’Ottocento non ci sarebbero problemi.<br />
-Generalmente prima del XX secolo non ci sono restrizioni.<br />
-Ok.<br />
-Le è venuta qualche idea sfogliando il catalogo?<br />
-Ma… ancora non saprei.<br />
-Posso permettermi di suggerirle un itinerario?<br />
-Magari.<br />
-Pensa di partire solo o accompagnato?<br />
-No… no, sono solo.<br />
-Allora, le mete più affascinanti, dal mio personale punto di vista, sono quelle più sconosciute. Come forse già saprà non tutto il passato è stato mappato, ovviamente, e ogni agenzia ha le sue concessioni in esclusiva, per non sovraccaricare certi periodi e per evitare il turismo temporale massivo, che avrebbe un impatto deleterio sul passato e di conseguenza anche sul presente. Quello che noi proponiamo, e proprio per questo la nostra agenzia si chiama Time Travelling, sono viaggi esclusivi durante i quali le uniche presenze anacroniche saranno gli ermeneuti, o tutors se preferisce, che peraltro, come le dicevo, sono praticamente indistinguibili dai soggetti che compongono il gruppo ricevente.<br />
-Mmh, mmh –fece l’uomo annuendo con il capo-. E come vengono date le concessioni, scusi? Tanto per curiosità.<br />
-Ogni agenzia ha i suoi pionieri che partono alla ricerca di periodi sfruttabili turisticamente. Si valutano le condizioni di sicurezza, le possibilità d’insediamento dei tutors, si fa una mappatura spazio-temporale e una proposta di sfruttamento che viene inoltrata all’autorità competente e voilà si inserisce il nuovo itinerario nei cataloghi.<br />
-E per il futuro?<br />
-I viaggi al futuro sono ancora sperimentali ed esclusivamente riservati a scopo scientifico.<br />
-Capisco.<br />
-Allora, le dicevo: ci sono molte mete preferite dai nostri clienti e per alcune, proprio per il numero di richieste, ci sono liste d’attesa molto lunghe. Per farle un esempio: per il 12 ottobre 1492 alle Bahamas le liste sono bloccate fino al 2072.<br />
-E per i Maya?<br />
-Guardi, per i Maya, noi abbiamo la concessione su tutto il Preclassico nella zona del Petén.<br />
-Io invece sono sempre stato affascinato, da bambino sa…, dallo Yucatán, Tulum e quelle zone lì.<br />
-Certo, bellissimo, ma purtroppo quel periodo non è raggiungibile da nessuno per il momento perché è ancora in giudizio tra la nostra agenzia e un’altra, che sostiene di aver mandato un pioniere prima di noi, che però risulta scomparso e quindi i documenti prodotti non sono attendibili.<br />
-Peccato.<br />
-Però io le potrei suggerire qualcosa di altrettanto esaltante, se non di più.<br />
-Cioè?<br />
-Ecco qui guardi –l’agente di viaggio aprì un catalogo e lo girò verso il cliente- siamo in Perù nel V secolo avanti Cristo, sulla cordigliera delle Ande a 3150 metri sul livello del mare, in pieno apogeo di una cultura straordinaria che si è espansa lungo tutte le Ande centrali. Il pacchetto comprende una visita al centro cerimoniale durante uno dei suoi rituali festivi più importanti: il sacrificio a Runapuma, l’uomo-coguaro. Abbiamo una lista di archeologi che se lo contendono, ma per una questione di marketing non possiamo permettere la divulgazione di informazioni sulle nostre destinazioni, altrimenti si perderebbe il piacere della scoperta. Per noi ogni cliente deve sentirsi come il primo uomo sulla Luna.<br />
-Dev’essere una bella sensazione! –sorrise l’uomo accomodandosi sulla sedia, elettrizzato da quelle parole-.<br />
L’impiegato incrociò le mani sulla scrivania, si sporse in avanti e inclinando leggermente la testa da un lato rispose con affettazione: -Indimenticabile!<br />
-Ok, ma non c’è una lista d’attesa?<br />
-Le nostre restrizioni riguardano solo certi professionisti di settori interessati alla divulgazione di informazioni sul passato. Il brevetto del cronotrasportatore appartiene alla Corporazione delle agenzie di viaggio, grazie al cielo, che lo gestiscono per il governo a scopo scientifico. Altrimenti che ne sarebbe del nostro lavoro –aggiunse l’agente lasciandosi scappare una risata mentre digitava qualcosa sulla tastiera del computer-.<br />
-Il suo lavoro? –proseguì l’impiegato-.<br />
-Gestisco un’impresa di aviotaxi.<br />
-Allora non ci saranno problemi. Quando vuole partire?<br />
-Al più presto.<br />
-Benissimo! Allora cominciamo subito con la procedura. Guardi –disse l’agente allungando un plico di fogli sopra la scrivania- questo è il modulo da compilare con le informazioni generali, questo è il contratto e qui c’è la descrizione del pacchetto che Lei ha scelto con tutte le norme da seguire. Inoltre –proseguì il giovane girandosi sulla sedia con un piccolo sforzo per prendere uno dei libri incolonnati alla sinistra dello scrittoio- questo è il Manuale del crononauta: qui troverà tutte le indicazioni alla preparazione del viaggio, informazioni, consigli e norme da osservare; lo porti con sé, è come una guida.<br />
-Va bene –rispose l’uomo ricevendo il materiale offertogli-.<br />
-Ho bisogno del suo documento d’identità, per favore.<br />
-Ecco.<br />
-Gy-ör-gy Zeit-wan-derer –compitò l’impiegato trascrivendo nome e cognome sulla tastiera- così si pronuncia?<br />
-Sì esatto.<br />
-Con questo iniziamo la procedura anamnestica. Intanto mi serve una firma qui… e una qui sotto, per cortesia.<br />
La penna graffiò la carta.<br />
-Congratulazioni signore e grazie per aver scelto T&amp;T.</p>
<p>György Zeitwanderer guardò la macchina oltre il vetro con grande curiosità e un malcelato timore.</p>
<p>-Andrà tutto bene, vedrà. La prima volta fa un po’ di paura a tutti. Venga, da questa parte.<br />
Il nuovo cliente della Time Travelling seguì la chioma nera, lucida, fitta e liscia della sua guida tra i corridoi dell’edificio fino alla sezione di Psicologia anamnestica.<br />
-Ecco! È qui –disse l’uomo in camice bianco-. Uno dei nostri psicologi si occuperà di Lei, intanto si accomodi su quella poltrona –aggiunse indicando un modello Le Corbusier 20.25 corredato da un sistema encefalografico-.<br />
György si sedette su di un lato della sedia, appoggiò la schiena cautamente, allungò le gambe e, finalmente, lasciò cadere dolcemente la nuca sull’appoggiatesta. Nell’attesa, lasciò vagare le pupille tra il bianco immacolato della parete circolare senza incontrare alcun punto, imperfezione od ostacolo su cui posare lo sguardo almeno per un istante. L’unica cosa che rompeva la continuità della stanza era l’apparato encefalografico sospeso davanti a lui, poco al di sopra della testa.<br />
-Non si lasci ingannare dalle apparenze, non sentirà nulla. L’esame è fisicamente non invasivo. Sono il dottor Brown, benvenuto al nostro programma –disse un uomo con una scheda elettronica in mano avviandosi rapidamente verso una poltroncina situata dietro la chaise-longue, al di fuori del campo visivo del paziente-.<br />
-Fisicamente non invasivo…<br />
-Beh, psicologicamente sì, certo. Le dobbiamo tirar fuori tutto. Ma non si preoccupi, il lettore encefalico è programmato per stabilire solo certe ricorrenze che rimarranno nella memoria virtuale: nomi, volti, luoghi… ma nessun dettaglio intimo o personale uscirà da questa stanza, glielo posso assicurare. Allora, cominciamo?<br />
-Cominciamo.</p>
<p>Da uno dei braccioli della poltrona dello psicologo uscì una piccola consolle e contemporaneamente il braccio del lettore encefalografico si abbassò sul volto di György Zeitwanderer, coprendolo con una maschera che avvolgeva le tempie e la fronte, gli occhi e il naso, mentre un morso di gomma, provvisto di una protuberanza a cucchiaio, si introduceva lentamente nella bocca.</p>
<p>-Respiri profondamente e si abbandoni.</p>
<p>Attraverso gli spessi occhiali della maschera, il bianco della stanza cominciò ad assumere i toni di un’aurora boreale. Le narici cominciarono a percepire lontane essenze ormai quasi dimenticate che, sprigionandosi dalle reticelle poste sotto il naso della maschera, risvegliarono immediatamente alla sua memoria immagini indistinte che cercavano di prendere forma sulla parete della camera.<br />
Una gamma sconosciuta di sapori stimolò le papille gustative, finché le figure iridescenti che affrescavano la volta iniziarono ad assumere contorni più definiti. Istintivamente György succhiò il cucchiaio di gomma generando sempre nuove rappresentazioni che, sotto la stimolazione dell’iride, si concretizzavano come fantasmi nella stanza illuminata solo dal proiettore della macchina.</p>
<p>Durante la sessione il grafico sullo schermo dell’analista indicava i picchi emotivi che venivano immediatamente registrati dal computer ed inseriti nella scheda personale del paziente.</p>
<p>-Le immagini ricorrenti riconoscibili sono i suoi Idola –annunciò una voce bassa, profonda e invisibile-. Ora ascolterà delle melodie. Si abbandoni completamente.</p>
<p>La memoria di György Zeitwanderer si spalancò e le immagini sulla parete circolare divennero volti, movimenti, parole e cose che giravano costantemente come in una lanterna magica.</p>
<p>Dopo una quindicina di minuti un rumore nella testa, come un ventola che si spegne bruscamente, fece il buio ed il silenzio più assoluti. Pochi secondi dopo si diffuse gradatamente una luce nella stanza accompagnata dalla voce sempre più alta e chiara dell’analista.</p>
<p>-Come si sente?</p>
<p>Il braccio della macchina sollevò la maschera dal viso.</p>
<p>-Strano.<br />
-Strano! È la parola più ricorrente tra i nostri candidati. Il flusso di sensazioni può essere difficile da gestire alle volte. Certi clienti non smettono di aspirare e succhiare per riprodurre gli stessi aromi e sapori e per noi diventa più difficile separare gli stati emotivi rilevanti e fargli generare i contorni degli Idola.<br />
-Me lo immagino. È come uno di quei sogni dai quali non ci si vuole più svegliare.<br />
-Ed è proprio quello che noi vogliamo isolare per evitare che il sogno diventi realtà!<br />
-Ma come fate a sapere se uno mente per viaggiare verso qualcuno o qualcosa in particolare?<br />
-I sensi non mentono.</p>
<p>György si alzò faticosamente dalla poltrona, come se si stesse alzando dal letto dopo un lungo e profondo sonno.</p>
<p>-E allora? Qual è il responso?<br />
-Tutto bene. Non ci sono controindicazioni rilevanti né altre cose importanti da segnalare, mi pare. Ma per il referto finale dovrà aspettare che la commissione valuti i risultati. Le faremo sapere entro tre giorni.<br />
-Ma se ci fossero dei problemi…<br />
-Non si preoccupi, nel suo caso sono solo esami di routine. Il suo programma è praticamente esente da prescrizioni. Ad ogni modo quando si presentano problemi si sottopone al cliente un programma alternativo. Ne abbiamo tanti che da qualche parte andrà di sicuro –il dottore gli tese la mano con un sorriso rassicurante e lo congedò-.</p>
<p>Al settimo piano di un vecchio edificio art decò John Cukor, ermeneuta di terza classe, glossava diligentemente l’ultima edizione del MdC IV. Non troppo alto, magro ma robusto, possedeva il fisico adatto per infiltrarsi a qualunque profondità storica, come indicato dal livello della sua licenza E-3. Libri, mappe e documenti di ogni epoca coprivano la scrivania di mogano attraversata dal fascio di luce della lampada d’acciaio. Il resto della stanza lo disegnava la luna a tratti di china, seguendo i contorni arrotondati delle pareti, i cerchi degli oblò e brillando qui e là sulle cromature dei mobili confusi su uno sfondo seppia.<br />
Le palme del parco si agitarono leggermente. La buganvillea rossa della terrazza venne sferzata da una raffica di vento caldo. Cukor alzò lo sguardo da una mappa della Francia Antartica e vide l’autovolante nero oltre la gelosia di ferro battuto, a circa un metro e mezzo dal suolo. Si alzò stancamente dalla sedia, attraversò il salotto e uscì sulla terrazza.</p>
<p>Lo sportello del velivolo si aprì come l’ala di un gabbiano e un braccio di cuoio tese una busta.</p>
<p>-Quando?<br />
-È tutto nelle istruzioni –rispose il pilota-.<br />
-Come sempre… -Cukor teneva la busta tra le mani, la testa nelle spalle e la fronte corrugata mentre l’autovolante riprendeva quota abbandonando la terrazza-.</p>
<p>Aveva cominciato come pioniere, poi, per le sue qualità mimetiche, gli avevano offerto di fare il corso di ermeneutica e in breve tempo aveva già raggiunto il terzo livello. Si era guadagnato una certa notorietà nel settore. Era fidato, efficiente, responsabile, seguiva sempre le regole, ma soprattutto non aveva vincoli nel presente e questo ne faceva un ottimo impiegato per la compagnia.<br />
Soggetti con situazioni sincroniche emotivamente instabili avevano già causato in diverse occasioni problemi seri alla Corporazione. Inizialmente ogni singola agenzia reclutava i suoi pionieri indipendentemente, in modo da ottenere forti commissioni sulle nuove concessioni della compagnia d’appartenenza, mentre i tutors venivano formati direttamente nei centri accreditati della Corporazione. Tuttavia, nonostante la durissima selezione e la difficoltà degli esami da superare, potevano presentarsi alcune anomalie tra i neodiplomati.</p>
<p>La completa soddisfazione nella vita presente era prerogativa fondamentale per assicurare l’inalterabilità del passato e questa era la condizione necessaria all’esistenza stessa della Corporazione: il risultato di una lunghissima, precisa e perfetta serie di cause ed effetti che avevano portato la storia ad aprirsi su se stessa. La Corporazione vigilava sulla Storia. Il desiderio di alterare lo stato delle cose, tra coloro che avevano accesso al passato, costituiva un rischio enorme e per questo gli uomini come Cukor erano preziosi per le varie compagnie che li impiegavano e per la sopravvivenza della Corporazione stessa.<br />
Quando aprì la busta, seduto sul divano di cuoio scuro, John non ci mise molto a capire di cosa si trattava. Lasciò cadere le mani sulle cosce e la testa sullo schienale.</p>
<p>-Merda!</p>
<p>Alzò il capo e fissò le alte palme nel parco, inquiete, brillando sotto la luna. Non poteva tirarsi indietro! Un livello 3 implicava denaro, una vita più agiata, una conoscenza quasi illimitata, ma il contratto della licenza per esercitare la professione vincolava rigidamente il possessore alla Corporazione, imponendogli di accettare qualunque cliente e obbligandolo al più stretto riserbo sui programmi gestiti. Aprì il fascicolo, guardò la foto per un momento e lesse il nome a voce alta:</p>
<p>-György Zeitwanderer.</p>
<p>Espirò lungamente, si alzò, prese il soprabito di cuoio nero ed uscì sulla terrazza con il fascicolo sotto il braccio.</p>
<p>-Cuchit, cuchit! Cuchit, cuchit!<br />
-Miauuu! –i passi rapidi e felpati della gatta accompagnati da profonde fusa terminarono sugli stivaletti di Cukor, spingendo la schiena inarcata contro le fibbie di cuoio-.<br />
-Dentro, su!</p>
<p>Chiuse la porta finestra e salì sul monoposto. Lasciò il parco, sfiorò le cupole di zinco del Museo di Belle Arti e attraversò il fiume. Nonostante l’ora, il traffico era abbondante e a Bellavista non c’era un posto dove atterrare. Finalmente vide un buco in una rastrelliera, inserì la modalità verticale, girò la poltrona di novanta gradi e discese lentamente fino a toccare gli ormeggi.</p>
<p>Il bar era affollato, come sempre a quell’ora. L’orchestra suonava e il bancone era pieno.</p>
<p>-C’è un po’ di posto?<br />
-Prendi quello sgabello. Era da un po’ che non ti si vedeva!<br />
-Sono stato in giro.<br />
-Quando?<br />
-Un po’ in ogni tempo.<br />
-E tempo per una birra ne hai?<br />
-L’ultima che ho bevuto era invecchiata di circa otto secoli, la facevano dei trappisti.<br />
-Beato te! Qui si beve sempre il solito fondo di barile. A proposito… dammene altre due –gridò al barista-.<br />
-Devo chiederti un favore Matte.<br />
-Spara.<br />
-Devo partire di nuovo e vorrei che ti occupassi di Cleo.<br />
-Quella bestia selvaggia!<br />
-Già. Sei l’unico che sopporta a parte me.<br />
-E va bene. Contaci, andrò a nutrire il leoncino.<br />
-Grazie. Le chiavi sai dove trovarle.<br />
-Certo. Ho ancora i segni dell’ultima volta che te ne sei andato –tirò su la manica della giacca fino al gomito scoprendo un lunga cicatrice-.<br />
-Ah, quello è niente. Vedessi cosa ha fatto al fattorino dell’impresa! Adesso non suona più il campanello, non si avvicina alla porta… scende direttamente in terrazza con l’autovolante e lo mantiene a debita distanza dal suolo.<br />
-E la bestia? Che fa?<br />
-Rimane sull’angolo del muro fissandolo negli occhi come un doccione mostruoso. Lui la insulta attraverso il vetro e lei gira la testa con sufficienza.<br />
-Non potevi trovarti una bella moglie! Mi sarei fatto graffiare più volentieri…<br />
-Sì, sì, grazie per il pensiero, ma è proprio per questo che è meglio la gatta –sorrise Cukor-.<br />
-Senti ma com’è trombare con una che ha trecento anni?<br />
-Falla finita.<br />
-Eh, eh, eh, eh.<br />
-Mi raccomando.<br />
-Non pensarci. Me ne occupo io.<br />
Addio Matte.<br />
-Alla prossima John.</p>
<p>La luce verde della cassetta delle lettere si accese e pochi secondi dopo la porticella del piccolo montacarichi si aprì. György appoggiò il Manuale del crononauta sul divano, si avvicinò alla colonnina dell’ingresso e prese la busta.<br />
La T&amp;T era lieta di annunciare la sua ammissione al programma richiesto e lo invitava a presentarsi presso i suoi uffici per completare la procedura.</p>
<p>Soddisfatto si sedette e riprese la lettura interrotta del capitolo cinque: Interazioni sul campo e fenomeni di feedback.</p>
<p>Il giorno convenuto Zeitwanderer si fece accompagnare da uno dei suoi aviotaxi al trentasettesimo piano della T&amp;T. Il mezzo rallentò per dare la precedenza a un velivolo della Corporazione, che si accingeva ad entrare nel colonnato di cemento adibito a parcheggio. Lentamente il taxi si adagiò al suolo e una delle guardie si avvicinò allo sportello.</p>
<p>-I suoi documenti signore.<br />
-Ecco.<br />
L’uomo in uniforme illuminò il logo della compagnia per verificarne l’autenticità.<br />
-Prego, da questa parte.</p>
<p>Percorsero un lungo corridoio e in fondo, dietro una porta a vetri, una bella signorina in tailleur rosso gli andò incontro con uno splendido sorriso sulle labbra scarlatte.</p>
<p>-Benvenuto signor Zeitwanderer, l’aspettavamo.<br />
-Grazie –rispose l’uomo un po’ intimidito dalla bellezza della ragazza-.<br />
-Mi segua, le farò strada fino agli spogliatoi. Lì troverà roba adeguata al suo programma. Ricordi che non dovrà portare con sé nulla: anelli, orecchini, collane, piercing, nemmeno la biancheria intima. Un bodyscan l’analizzerà prima di entrare al cronotrasportatore.<br />
-Mmh, mmh, ok, bene.<br />
-Prego, si accomodi –disse la ragazza indicando la porta del camerino-.<br />
-Grazie.</p>
<p>L’uomo si spogliò completamente e mise le sue cose nell’armadietto. Quando attraversò lo schermo del bodyscan vestiva solo un poncho di lana che lo copriva fino alle ginocchia e dei sandali di corda. Dopo il corridoio, una doccia secca lo sterilizzò completamente e finalmente salì sulla pedana del cronotrasportatore.</p>
<p>-Rimanga immobile e si rilassi –la voce metallica dell’amplificatore riproduceva le istruzioni del tecnico-. Passerà attraverso un cunicolo spazio-temporale. Per ritornare dovrà posizionarsi esattamente nello stesso punto all’ora stabilita. Non sarà difficile, troverà un logo della T&amp;T che le indicherà il luogo esatto. Non abbia paura e ricordi che al suo arrivo l’ermeneuta la contatterà immediatamente e la seguirà costantemente. Tutto chiaro?<br />
György Zeitwanderer annuì.</p>
<p>-Benissimo! Buon viaggio signore e grazie per aver scelto T&amp;T.<br />
Un tubo bianco con un vetro ovale scese rapidamente dal soffitto e quando risalì, pochi secondi dopo, il viaggiatore del tempo era scomparso.</p>
<p>Il freddo intenso e l’aria piccante colpirono György come uno schiaffo. Rimase immobile, intontito e spaventato come se si fosse appena svegliato in un luogo sconosciuto. Le stelle! Non aveva mai visto un cielo così intenso e stellato. La sagoma delle montagne… Improvvisamente un rumore alle spalle gli percorse la spina dorsale come un’anguilla gelida, mordendogli la nuca. Il respiro gli si bloccò a metà nel petto. Girò solo il volto paralizzato da una smorfia di terrore e vide un essere mostruoso e indefinibile dotato di lunghi artigli, il dorso curvo e piumato, un’enorme testa chiomata da lunghe e contorte spire, una feroce bocca zannuta e due profondi occhi vuoti e neri che lo fissavano a pochi passi di distanza.</p>
<p>Le zampe anteriori del mostro si sollevarono verso il cielo e la testa si abbassò minacciosa come quella di un toro prima della carica. György si girò completamente e cadde seduto con le gambe nude incrociate, sostenendosi su un braccio mentre l’altro lo teneva alzato di fronte alla faccia. Il mostro alzò la testa di scatto superando abbondantemente i due metri d’altezza, ma un istante dopo la abbassò nuovamente tra le zampe artigliate, come un felino impazzito che cerca di togliersi un collare. La testa rotolò al suolo e la zampa si protese verso il braccio di György che soffocò un grido.</p>
<p>-John Cukor, il suo ermeneuta.<br />
-Ma che diavolo… -balbettò Zeitwanderer- ma è pazzo per caso!<br />
-Mi scusi, è da mezz’ora che cerco di togliere quella maledetta maschera, speravo di farcela prima del suo arrivo. Non era mia intenzione spaventarla, mi creda.<br />
-Cristo santo! Mi ha quasi ammazzato di paura!<br />
-La capisco, ma è stato solo un contrattempo, mi scusi ancora.<br />
-Gesù!<br />
-Sì, sì. Ma adesso mi ascolti attentamente, non abbiamo troppo tempo.<br />
-Iniziamo bene! –disse Zeitwanderer rialzandosi da terra con l’aiuto della zampa di giaguaro-.<br />
-Se vuole vedere il rito del sacrificio bisogna che ci muoviamo.<br />
-Che diavolo è tutta quella roba che ha addosso?<br />
-È una maschera cerimoniale, la usano i sacerdoti durante la celebrazione della festa. Rappresenta piscorunapumapasimi, che letteralmente significa: uccellouomogiaguaro.<br />
-Mi avevano avvertito sulle doti mimetiche dei tutors, però una cosa del genere non me la sarei mai aspettata!<br />
-Si metta questo sulla faccia –Cukor passò un contenitore di terracotta con del fango bluastro-.<br />
-Lei è da molto che sta qui? –chiese Zeitwanderer eseguendo le istruzioni-.<br />
-No, veramente no. Ci vengo solo quando me lo ordinano.<br />
-Ah. Quindi non è Lei il pioniere di questo periodo!<br />
-No.<br />
-E che fine ha fatto il pioniere? Mi hanno spiegato che i pionieri generalmente rimangono nella concessione e che hanno buone percentuali –continuò György restituendo il vasetto-. Non è così?<br />
-Non sempre.<br />
-E allora? Il pioniere? E se Lei non è il tutor residente…<br />
-Ermeneuta.<br />
-Ermeneuta certo. Dico se Lei non è l’ermeneuta residente, allora chi è e dov’è? È in vacanza?<br />
-Non c’è mai stato un pioniere qui –tagliò corto Cukor-. Si sbrighi o l’unica cosa che vedrà per 80.000 dollari sarà un bel mucchio di pietre senza la patina del tempo.<br />
-Non capisco –disse György scendendo il sentiero e cercando di mantenere il passo veloce e sicuro di Cukor-. Com’è possibile che non ci sia mai stato un pioniere? E chi l’ha scoperta questa destinazione?<br />
Cukor si fermò di scatto con il grande mascherone in mano, si voltò e fissò il suo curioso cliente, che quasi gli sbatte contro, dritto negli occhi.<br />
-È classificato. Neppure noi lo sappiamo.<br />
-Ma è sicuro? –chiese il crononauta intimidito da quella rivelazione-.<br />
Cukor si fermò nuovamente.<br />
-Se Lei è qui, vuol dire che è sicuro.<br />
-Non la seguo.<br />
-Lei viene dal futuro, e qui siamo nel passato. Questa dovrebbe essere la sua assicurazione sulla vita. Se le succedesse qualcosa qui non potrebbe esistere nel futuro e se non esistesse nel futuro non potrebbe aver comprato il pacchetto turistico che l’ha portata qui. Non ha mai sentito parlare del “paradosso del nonno”? –chiese Cukor sempre più innervosito da quell’interrogatorio-.<br />
-Sì, sì, certo. Se torno indietro è ammazzo mio nonno prima che si sposi con mia nonna, non potrà nascere mio padre e quindi nemmeno io che pertanto non avrei potuto viaggiare nel tempo per uccidere mio nonno.<br />
-Bravo.<br />
-Quindi il fatto che io sia qui significa anche che sono ritornato a casa –continuò sollevato il turista-.<br />
-Sì signore, proprio così.</p>
<p>Zeitwanderer saltellava allegramente da una pietra all’altra sul sentiero scosceso dietro la sua guida, animato da una sensazione d’invincibilità, d’ineluttabilità, come se le spaventose Moire fossero solo tre care vecchie zie intente a tessergli un maglioncino.</p>
<p>Usciti dal bosco videro il tempio sotto di loro. Chiuso tra le montagne, in una gola tra due fiumi, un complesso di edifici era illuminato da centinaia di torce.<br />
Cukor si rimise il mascherone e discesero fino al fiume. Sull’altra riva, in una grande piazza quadrangolare chiusa su due lati da lunghi e bassi edifici, sotto un’alta piramide, una moltitudine di persone osservava un inquietante silenzio.</p>
<p>-Che sta succedendo? –chiese Zeitwanderer-.<br />
-Ascoltano l’oracolo.<br />
-Che oracolo?<br />
-Non sente questo rumore?<br />
-Sì lo sento.<br />
-È il ruggito del dio giaguaro.<br />
-Oh!<br />
-In realtà è un rumore prodotto dai canali sotterranei del tempio che convogliando l’acqua del fiume producono un effetto acustico.<br />
-Sembra davvero che un enorme giaguaro stia ruggendo. È incredibile!<br />
-Mi segua, attraverseremo lì.<br />
-Come? Pensavo che lo avremmo visto da qui.<br />
-No da qui non si vede. Il momento centrale del rito si svolge nell’altra piazza, dietro quell’edificio a destra. Ci mescoleremo alla gente. Venga.<br />
-Ma io… io non sono uno di loro mi riconosceranno!<br />
-Di notte con il volto dipinto e gli effetti delle droghe sacramentali nessuno le farà caso e se anche la vedessero penserebbero di aver avuto una visione.<br />
-E va bene. Siamo qui per questo, no?<br />
-Non abbia timore, so fare il mio lavoro.</p>
<p>Cukor attraversò la piazza gremita di gente in estasi, seguito a pochi passi dallo sperduto crononauta che osservava intimorito e meravigliato il gioco di luci che illuminava improvvisamente costumi, gioielli, capigliature e pitture corporali. Oltre la piazza, sotto la piramide, una scalinata bianca e nera era protetta da due mostri alati scolpiti a bassorilievo su due colonne dello stesso colore, bianca a destra e nera a sinistra.</p>
<p>L’ermeneuta avanzava lento ma sicuro, sotto il peso dell’enorme mascherone. Giunto in prossimità della piramide maggiore, girò a destra salendo una corta scalinata laterale sovrastata da un architrave decorato da una teoria di giaguari ricoperti, come mostruosi esseri ibridi, da bocche ferine, occhi estatici e serpenti che strisciavano da ogni orifizio. Appena salirono l’ultimo gradino una vibrazione sonora, come l’urlo muto e disperato del dormiente che vuole uscire dall’incubo, percorse come un fremito i corpi degli indigeni che gremivano la piazza e le piramidi circostanti. Le spalle di Zeitwanderer si contrassero.</p>
<p>Improvvisamente si rese conto che erano le uniche due figure in movimento in quello scenario allucinato. Avrebbe voluto chiedere spiegazioni al suo tutor, ma non aveva il coraggio di fermarlo e rivolgergli la parola attirando così l’attenzione di tutta quella gente, che fino a quel momento sembrava ignorarlo.<br />
Una piccola piazza circolare scavata nel terreno si aprì sotto di loro, tra i due bracci di un tempio a forma di U, sul lato sinistro della piramide maggiore. Altre figure mascherate disposte circolarmente osservavano immobili l’alto obelisco al centro della piazza. Quando Cukor scese la scalinata, seguito dal suo sperduto cliente, le grandi maschere incominciarono a muoversi, lentamente, una dietro l’altra. L’inquietante figura che seguiva il crononauta aveva mani e piedi ricoperti da zampe artigliate, lunghe trecce che sembravano serpenti e una grande bocca zannuta e sorridente. Nelle mano destra portava una grande conchiglia bianca ricoperta di punte, mentre nell’altra sosteneva una valva rossa, piatta e scanalata. Dietro seguivano esseri alati che portavano piante, radici, e frutti. Mentre la processione vi girava intorno, Zeitwanderer osservava ammirato l’obelisco che rappresentava un grande caimano dal cui corpo uscivano piante, frutti, uccelli, pesci e teste umane. Un suono lungo e profondo lo scosse da quella contemplazione. Un uomo alato soffiava in una conchiglia, mentre un altro armato di una mazza seguiva quello che sembrava essere un alto sacerdote che portava in ostensione un lungo cactus. Le due figure scesero nella piazza e si divisero camminando in semicerchio da un lato e dall’altro dell’obelisco. Si fermarono ai lati di Zeitwanderer mentre Cukor si spostava dietro di lui. Il sacerdote offrì al crononauta una scodella nella quale galleggiavano alcune rotelle del cactus. György si girò inquieto con aria interrogativa verso il suo ermeneuta che si limitò ad abbassare leggermente il mascherone, in segno d’assenso. György Zeitwanderer inspirò profondamente, allungò le due mani e ringraziando con un cenno bevve un sorso del liquido. Un’ovazione accompagnò il suo gesto. Cukor si girò e salì l’altra scalinata che conduceva all’interno del tempio seguito dal suo cliente e, a pochi passi di distanza, dal guerriero alato.</p>
<p>Il buio della galleria era spesso, freddo e umido, ma lentamente le pupille di Zeitwanderer si dilatarono, facendo quasi scomparire l’iride. L’uomo appoggiava le mani alle pareti di pietra, barcollando, per non cadere. I serpenti della maschera di Cukor si agitavano, contorcendosi l’uno sull’altro, lanciandosi rapidi e minacciosi verso Zeitwanderer, mentre le ali sulla schiena della sua guida si aprivano e si chiudevano rumorosamente scomparendo nell’oscurità dei cunicoli.</p>
<p>-Aspetta! –gridò il crononauta inciampando sulle pietre-.</p>
<p>Cadde, si rialzò e istintivamente si voltò come minacciato da un’oscura presenza. Nulla. Dietro e davanti a sé c’erano solo le tenebre. Cercò di raggiungere Cukor correndo come un pazzo nel dedalo delle gallerie, sbattendo ad ogni angolo, inciampando, cadendo, sentendosi stringere sempre di più tra le pareti, mentre il ruggito del giaguaro si faceva sempre più forte rimbombandogli nella testa.</p>
<p>-È solo l’acqua -si disse-.<br />
-L’acqua, l’acqua, l’acqua, l’acqua, l’acqua… -risposero sarcastiche le lunghe gole nere che lo inghiottivano sempre più in fondo-.</p>
<p>Sudava disperato aggrappandosi alle pietre, strisciando sul soffitto, precipitando nell’abisso di quel labirinto senza fine, in perpetuo movimento. Improvvisamente due luci verdi si accesero davanti a lui e quattro enormi zanne bianche brillarono nel buio.</p>
<p>Sanguinava per i colpi, ma la disperazione continuava a spingerlo avanti sbattendolo da un muro all’altro nella vana speranza di riuscire a sfuggire agli artigli del mostro. Gambe e braccia annaspavano nell’incubo frenate dalla spessa pece dell’oscurità, mentre sentiva il fiato nauseabondo di sangue della bestia scaldargli la schiena gelida. Una luce fioca e tremolante in fondo al cunicolo gli diede la forza per un ultimo scatto disperato. La galleria si aprì a forma di croce, la luce gli sferzò le pupille spalancate sulle tenebre e un gigantesco uomo giaguaro di più di quattro metri gli si parò davanti. Era rosso come il sangue, con enormi zanne ed artigli mentre le sopracciglia e i capelli erano formati da viscidi serpenti.</p>
<p>Ci vollero alcune decine di secondi prima che quello straordinario essere ibrido riprendesse la sua bidimensionalità sulla superficie granitica a forma di grande zanna che usciva dal tetto della stanza per infilarsi sul terreno umido del pavimento.</p>
<p>Zeitwanderer, inginocchiato in una pozza di fango, osservava l’idolo, esterrefatto. Ne seguiva i contorni, la bocca, le zanne, gli artigli, i serpenti scolpiti sulla pietra che si riempivano come piccoli canali di un liquido spesso e scuro, dall’odore intenso. Alcune gocce gli schizzarono la fronte e il viso. Alzò lo sguardo verso il tetto della camera e vide il sangue colare e l’idolo fregiarsi di due grandi ali d’ombra.<br />
Si voltò e vide il guerriero.</p>
<p>-Ecco guarda, è proprio qui –disse la donna all’uomo al volante-. Possiamo atterrare lì, c’è un ormeggio libero.<br />
L’uomo rallentò e abbassò la cloche per far scendere il velivolo.<br />
-Attento! –gridò la donna afferrandosi al cruscotto-.<br />
-Imbecille! –gridò l’uomo tirando violentemente i comandi-. Quell’idiota quasi si fa ammazzare! Se non alzo il muso in tempo gli stacco la testa!<br />
-Dio mio! Che spavento! –esclamò la donna afferrandosi i capelli con una mano mentre l’altra rimaneva inchiodata al portaoggetti-.<br />
Uscirono dall’aeromobile ancora scossi ed entrarono nell’edificio.<br />
-Guardalo lì quell’idiota! –disse l’uomo con uno scatto-.<br />
-Lascialo perdere. Dev’essere un matto, guarda come trema!<br />
-Ma sì, sì. Sediamoci piuttosto.<br />
Passarono alcuni minuti, prima che il loro numero apparisse sul display. La coppia si avvicinò allo sportello.<br />
-Proprio affianco a quel cretino!<br />
-E basta su! –lo rimbrottò la donna-. È per la nostra luna di miele, non lasciamo che qualche stupido ci rovini la festa.<br />
-Prego signori, accomodatevi.<br />
-Grazie –rispose la donna sorridendo-. Vorremmo vedere le vostre proposte per i viaggi di nozze.<br />
-Benissimo. Su questo depliant troverete le nostre destinazioni più confortevoli e rilassanti: paradisi naturali ancora vergini e tuttavia con tutte le comodità necessarie.<br />
-Che te ne pare tesoro?<br />
-Per me va bene, ma se volessimo diverse destinazioni? Sa un po’ di mare, poi due passi a Pompei prima dell’eruzione, non so…<br />
-Capisco perfettamente le sue esigenze signore. Mi dia qualche minuto e le preparerò un programma intercronico.</p>
<p>L’impiegato si alzò lasciando soli i due fidanzati. La donna ne approfittò per rovistare nella borsetta in cerca dello specchietto, mentre l’uomo si guardava intorno osservando la lunga fila di sportelli alla sua sinistra, piena di gente ansiosa di partire verso esotiche destinazioni. L’agente dello sportello accanto si chinò per raccogliere un libro, lasciando intravedere sotto il colletto della camicia una macchia scura che attirò l’attenzione dell’uomo.</p>
<p>-…questo è il Manuale del crononauta: qui troverà tutte le indicazioni alla preparazione del viaggio, informazioni, consigli e norme da osservare; lo porti con sé, è come una guida.<br />
-Scusate l’attesa –disse l’impiegato sedendosi con un depliant in mano-.<br />
-Non si preoccupi –rispose la donna con un sorriso-.<br />
-Credo proprio che questo sia quello che fa al caso vostro.<br />
-Ah, ah –rispose l’uomo distratto-.<br />
-Ho bisogno del suo documento d’identità, per favore.<br />
-Ecco.<br />
-Gy-ör-gy Zeit-wan-derer –compitò l’impiegato trascrivendo nome e cognome sulla tastiera- così si pronuncia?<br />
-Roma, primo secolo. Un atollo nel Pacifico, 1452 e finalmente Parigi, Belle Epoque.<br />
-Sì esatto.<br />
-Stupendo! No amore?<br />
-Con questo iniziamo la procedura anamnestica. Intanto mi serve una firma qui… e una qui sotto, per cortesia.<br />
-Meraviglioso…sì… sì –rispose l’uomo senza far caso alle sue parole, mentre continuava a fissare con curiosità il piccolo felino alato tatuato sul collo dell’impiegato-.<br />
La penna graffiò la carta.<br />
-Congratulazioni signore e grazie per aver scelto T&amp;T.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/08/16/t-t/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">36395</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Scrivere dalla foresta dei segni. Appunti sull’arte di Federico Gori</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/20/scrivere-dalla-foresta-dei-segni-appunti-sull%e2%80%99arte-di-federico-gori/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/20/scrivere-dalla-foresta-dei-segni-appunti-sull%e2%80%99arte-di-federico-gori/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 09:15:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[alberi]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeti]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[assenze]]></category>
		<category><![CDATA[bosco]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[federico gori]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[osip mandel'stam]]></category>
		<category><![CDATA[Sigur Ros]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<category><![CDATA[visioni]]></category>
		<category><![CDATA[werner herzog]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2009/10/20/scrivere-dalla-foresta-dei-segni-appunti-sull%e2%80%99arte-di-federico-gori/</guid>

					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni per Federico e Lucia ### Alberi. Quando vedo per la prima volta le opere di Federico Gori è come essere avvolta da una foresta mai conosciuta prima eppure piena di indizi familiari. Vedo i segni, i graffi e si confondono in una sensazione di smarrimento e conforto propria di certi spazi solitari, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="http://farm3.static.flickr.com/2615/4014723839_580d43bec0.jpg" alt="" /></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em>per Federico e Lucia</em></p>
<p>###</p>
<p>Alberi. Quando vedo per la prima volta le opere di <a href="http://www.federicogori.it"><strong>Federico Gori </strong></a>è come essere avvolta da una foresta mai conosciuta prima eppure piena di indizi familiari. <span id="more-24444"></span>Vedo i segni, i graffi e si confondono in una sensazione di smarrimento e conforto propria di certi spazi solitari, che si aprono nell’intimo mentre si cammina, si osserva l’esterno. Alberi &#8211; sono la materia prima su cui Federico lavora, ma una volta che l’opera è finita non sono più alberi ciò che attraversiamo. È piuttosto la dimensione spirituale a mostrarsi,  il potere evocativo dei luoghi che si  fa tratto pittorico, si trasforma in un alfabeto essenziale, intraducibile in una qualsiasi lingua parlata. Un fortissimo impatto emotivo. Un’epifania. Tutto in questa selva è già trascorso.</p>
<p>###</p>
<p>La partenza è una fotografia. Federico scatta personalmente le foto nei boschi del suo luogo natio – tronchi, ramaglie, quel caos ordinato in cui spesso crediamo di riconoscere volti e figure. Ma la fotografia perde presto il suo sembiante: subisce vari passaggi attraverso i quali viene scomposta, distrutta, traslata in gesti pittorici. L’artista usa la tecnica del <em>transfert</em>, portando l’immagine da un materiale all’altro: la fotografia viene fotocopiata, l’inchiostro del processo di copia si scioglie in pittura su di un altro supporto di alluminio. Quello che ottiene è la traccia base su cui agisce manualmente, distorcendola, traendone fuori qualcosa di imprevedibile. Del suo intervento Federico dice: “Dipingo in parte per addizione, grazie agli inchiostri e agli smalti, ed in parte per sottrazione, per via dei solventi chimici con cui bagno continuamente i lavori. Ad un certo punto, succede sempre fortunatamente, trovo qualcosa in quelle immagini a cui affezionarmi, questo significa che l&#8217;opera è finita”.</p>
<p>###</p>
<p><img decoding="async" src="http://farm3.static.flickr.com/2600/4014723385_bde8aabb0d.jpg" alt="" /></p>
<p>Sulla superficie appaiono ora grafie, simboli ignoti, come se tutti i rumori di un bosco, gli scricchiolii, i versi degli animali, la brezza, si trasformassero in un tratto visibile, un linguaggio non decodificabile, in qualche modo estraneo allo stesso autore, a sua volta un tramite umano piegato all’ascolto. Tracce in cui si intravedono spiriti, note musicali, zampe di volatili, scheletri di foglie. Si torna allora alle pitture rupestri della preistoria, quella tensione primordiale a essere (restare), testimoniare di ciò che si è visto e amato. Conoscere la lingua del mondo attorno, la sua bellezza ruvida e totalizzante, prima di creare la comunicazione, volgere tutto all’uso e alla necessità. Siamo in quello spazio dove accogliere è ancora più importante che capire. Un universo che ci stranisce, perché mentre ci esalta ci annulla, c’investe del peso della nostra assenza.<br />
Penso a due versi di <strong>Osip Mandel’stam</strong></p>
<p><em>Scoli via la fanghiglia dell’istante:<br />
rimarrà il caro disegno, intatto.</em></p>
<p>L’esperienza diventa tempo ed il tempo viene dilavato a segno nel luogo abitato, una fessura nella quale viaggiamo più volte in percorsi complessi, mai lineari. Ogni ritorno coincide con una scoperta.</p>
<p>###</p>
<p><img decoding="async" src="http://farm4.static.flickr.com/3489/4015486448_399f4dab81.jpg" alt="" /></p>
<p>Nell’immagine non c’è niente di umano. Ci attrae proprio per questa mancanza: ci invita ad essere esplorata, ma ci avverte anche di vivere in un luogo impossibile, la terra di un’immaginazione che si dissolve o sprofonda nelle ombre del bianco e nero. Questo luogo è una terra ideale, dove non siamo divisi dal resto – l’essere umano è secondario, non riconoscibile, partecipa di una pienezza della quale non è il centro. Dobbiamo procedere dove non siamo attesi né previsti. Ci trasformiamo nella vegetazione che appare in ogni dove sul cammino. Le piante sono fatte di linfa, di pensiero, di memorie, di paesaggi a venire. Come in quello strano libro di <strong>Werner Herzog, <a href="http://www.ibs.it/code/9788877467096/herzog-werner/sentieri-nel-ghiaccio.html"><em>Sentieri nel ghiaccio</em></a></strong>, in cui il regista intraprende un viaggio a piedi, partendo da Monaco di Baviera, dentro un’Europa vecchia,  ma imprevedibile  &#8211; ora che sta nella lentezza di un cammino &#8211;  convinto così di prolungare la vita di una cara amica che lo attende nella sua casa di Parigi. <em>“Paesaggio ondulato, molto bosco, e tutto mi è così sconosciuto. Quando ci si avvicina, i paesi fanno finta di essere morti”. “I tronchi degli alberi fumano come esseri viventi”. “Discesa per un bosco solitario, il cammino attraversato ad ogni passo da abeti rossi abbattuti, i rami grondano”. “Fosca,  severa solitudine del bosco intorno”. “Ho camminato, camminato, camminato”</em>. Nel suo andare diventa solo sguardo, consumazione di tutto l’esistere in quella natura che da sempre ci è sostanza e antagonista, anche quando noi crediamo di essere  gli unici con il diritto di dimenticare. <em>“Fa bene la solitudine? Si fa bene. Solo che dà delle prospettive drammatiche”</em>.  La prospettiva della solitudine è questo scomparire. Essere dimenticati dal mondo. E il mondo dimentica continuamente quello che noi invece non possiamo che ricordare – l’immagine vortica e s’infrange: rami esili, filamenti in frantumi verso l’aria. Questo posto che si ricorda è per l’artista l’infanzia. Un’infanzia dove nessuno è mai entrato, un altrove primitivo, al riparo dal futuro, come dal passato (dal sapore morto delle cose). L’arte è allora quell’ammettere un vuoto dove si affacciano il sapere e l’inventare da un cerchio di fatica, protezione. </p>
<p> ###</p>
<p><img decoding="async" src="http://farm4.static.flickr.com/3092/4014722561_583252c63b.jpg" alt="" /></p>
<p>Tutto è così terso nell’attesa che sembra quasi di percepire un cenno di stelle &#8211; anche se è giorno, anche se l’aria tende all’incolore &#8211; di <em>oltrevita</em>. Davanti a questi segni ora si ascolta. Come si vedono le parole, le poesie, così si possono ascoltare i quadri, le opere “visive”. Perché quando si entra in quel vuoto, una musica ci viene incontro, ci toglie il sillabario della lingua. E varie sono le suggestioni musicali del lavoro di Federico, dai <strong>Radiohead</strong> agli islandesi <strong>Sigur Rós </strong>o ai loro conterranei <strong>Múm</strong> – tutte esperienze artistiche nelle quali tramite gli strumenti, la voce, la purezza dell’elettronica (un suono non umano, un suono ‘altro’),  si tende contemporaneamente all’idea di sparizione e ad una presenza emotiva dentro chi ascolta. In particolare i Sigur Rós, che hanno un legame profondo con la loro terra originale e cantano in <em>Vonlenska</em>, da <a href="http://www.youtube.com/watch?v=hme5jf2Z_ow"><em><strong>Von</strong></em></a>: speranza. Un amalgama sonoro, dove la voce si rende al tutto, ai molti esseri inconoscibili che stanno come noi in un paese – siano animali, vite minerali, la tempra dell’erba o delle piante, le forme astratte dei desideri. </p>
<p>###</p>
<p><img decoding="async" src="http://farm3.static.flickr.com/2600/4015485586_fd0c36e0c0.jpg" alt="" /></p>
<p>L’ultima parola è sacrificio. Si scava a fondo ai piedi degli alberi, nelle radici divelte e risospinte nel terreno. Quel sacrificio che se non salva, rende almeno dignità all’occhio, al dirsi parte, al trattenere di ogni passaggio un segno. Il nucleo che è nel lavoro d’artista, quel sentire male dentro, quello scrivere un proprio spazio e perderlo negli altri. Il farsi con costanza traduzione di ogni tempo sperato. Il sacrificio del tendere al nulla e tuttavia flettersi alla salita come nei tronchi un nutrimento d’acqua in cerchi fino a toccare le foglie – uscire. Respirare. </p>
<p>###<br />
 <em><br />
11 ottobre 2009, Torri (Volotto) per T.</p>
<p>Cosa succede quando entriamo in un bosco. La sensazione del silenzio umano che acuisce i rumori. L’odore del terriccio e delle cortecce umide. Invisibili tracce animali, ovunque. Nella radura, ci concentriamo sulle castagne a terra, sui ricci che si aprono tra le prime foglie cadute, secche, e l’affiorare delle radici. Gli alberi. Ma noi non li vediamo davvero. Vediamo invece  pezzi di tronchi, il bellissimo grigio cenere dei castagni con poche macchie verdastre, o in alto tutto il cielo a strappi nelle fronde. Noi scorgiamo frammenti di un alfabeto arboreo che non sappiamo decifrare e che tuttavia ci suggerisce continuamente suoni, sguardi. Sono gli stessi alberi di quando le foglie allungate, ovali erano penne indiane per fare un copricapo e nascondevo segreti in un tronco cavo. Ora sentiamo soltanto il cadere dei ricci dalle chiome, il modo in cui inciampano tra i rami, trovano terra. Tu ed io chini a riempire le mani e le ceste, in un mondo attutito, poco distante dalla strada. Vorrei portarti indietro in questi stessi boschi, dove stavo sul finire dell’estate. Vorrei che amarti fosse tenerti dentro un’infanzia. Cosa è reale? Quale passaggio di tempo? E quando andremo via si ricorderanno di noi gli alberi? Qui. È tutto molto limpido. Non dobbiamo parlare. Noi non siamo mai stati.</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2009/10/20/scrivere-dalla-foresta-dei-segni-appunti-sull%e2%80%99arte-di-federico-gori/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>7</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">24444</post-id>	</item>
		<item>
		<title>A mio modesto avviso&#8230; (appunti di poetica ragionevolmente sentimentali)</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/03/08/a-mio-modesto-avviso-appunti-di-poetica-ragionevolmente-sentimentali/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2009/03/08/a-mio-modesto-avviso-appunti-di-poetica-ragionevolmente-sentimentali/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Mar 2009 14:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[Lello Voce]]></category>
		<category><![CDATA[lingua]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[performance]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[ritmo]]></category>
		<category><![CDATA[segni]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[suono]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<category><![CDATA[voce]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=15311</guid>

					<description><![CDATA[di Lello Voce Cchiu’ luntana mi staje Cchiu’ vicino te sento (Libero Bovio, Passione) a J. La poesia è un arte che abita il tempo. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno dal XV secolo in avanti, i millenni precedenti l’hanno formata come arte dell’oralità e l’oralità abita [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Lello Voce</strong></p>
<p><em>Cchiu’ luntana mi staje<br />
 Cchiu’ vicino te sento</em><br />
 (Libero Bovio, Passione)</p>
<p><strong>a J. </strong></p>
<p>La poesia è un arte che abita il tempo. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno dal XV secolo in avanti, i millenni precedenti l’hanno formata come arte dell’oralità e l’oralità abita il tempo (e fa risuonare lo spazio).<br />
La poesia è, innanzi tutto, la sua durata, il suo realizzarsi, eseguirsi, performarsi nel tempo, attraverso le vibrazioni della voce del poeta, o di chi, in vece sua, la ‘recita’: troviere, trovatore, o giullare che sia.<span id="more-15311"></span><br />
Essa percorre il tempo, scorre dentro di esso; l’esistenza di figure come la dialefe o la sinalefe, la dieresi e la sineresi (essendo evidente che l’accorciamento, o l’allungamento a cui queste figure presiedono, non è certo di natura grafica, o segnica, ma piuttosto riguarda l’articolazione concreta dei segni, la loro esecuzione nel tempo, il loro ‘decorso’) è la prova inoppugnabile di quanto una poesia sia qualcosa che ha una durata nel tempo, un’esecuzione, un’azione agita con il corpo e con la mente, una disciplina della lingua e delle corde vocali, dei polmoni e del cuore, nel suo realizzarsi in un dato momento, con una certa velocità, con una durata, formalmente decisiva, che divide il suo nascere dallo spegnersi della voce che la esegue.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita il suono. E che ne è abitata. La poesia è fatta di una materia precisa, quell’insieme di vibrazioni fisiche ed emissioni sonore che chiamiamo voce. La poesia si propaga. La poesia ha un corpo, corpo mutevole, che rimbalza e si infiltra, che penetra, fa eco, indica, si atteggia nello spazio, lo percorre, la poesia ha dita fatte di vocali e consonanti per battere e carezzare, per stringere e per allontanare, per catturare e per liberare, per coprire e per svelare.<br />
Se per millenni la poesia è stata edificata sulle rime, ciò è accaduto per la sua natura squisitamente sonora e da questo punto di vista la rima e tutte le figure ad essa riconducibili (dall’allitterazione alla <em>cobla capfinida</em>) sono il corpo stesso della poesia, i suoi muscoli, i suoi polmoni, il suo fegato, il suo scheletro, e il suo cuore.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita la voce, ne cavalca le onde (sonore), sta sulla loro cresta, sfrutta la loro energia, la loro ‘dinamica’, per trasformarla in una direzione, in un senso, in quello che la critica usa definire un ‘significato’. La voce della poesia è esattamente la voce del poeta, mai il contrario&#8230; Parlare di poesia muta, scorporata, puramente mentalistica è, dunque, fare un ossimoro. E’ ignorare la natura stessa della ‘funzione poetica’ (Jackobson) in cui i tratti sovra-segmentali assumono un’evidente significanza.<br />
Parlare del corpo della poesia è invece la nostra necessità impellente. Quella che renderà di nuovo possibile il suo futuro, attraverso il riconoscimento della sue radici, l’auto-agnizione che le ridarà identità e dignità.<br />
E’ la sua ‘durata’ il suo appartenere integralmente al tempo, al corpo, al luogo di chi la pronuncia, al suo ‘presente, il suo essere ‘atto’, che fa sì che essa possa ‘vincere di mille secoli il silenzio”; la poesia è una ‘materia’, una ‘concretezza’ (De Campos), prima che un segno, o un simbolo, e il suo dio è Efesto e non Apollo.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita il ritmo. E che ne è abitata. Bisogna eseguire una poesia, anche se la si legge a mente, bisogna agire i suoi accenti, battere il tempo di ogni <em>stress</em>. Solo così quella poesia vive, si svela, perché la poesia è un’arte dinamica e l’immobilità la uccide. Il ritmo della poesia è il risultato dell’intreccio tra le ragioni della forma (e della storia) e quelle del respiro, tra la lentezza e il peso dei significati e la velocità e la leggerezza del suono che li trasporta.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita la lingua. E che ne è abitata.<br />
La poesia è fatta di parole e soprattutto delle loro reciproche relazioni. La poesia non inventa solo neologismi, ma neogrammatiche e neosintassi, essa stira la lingua, ne sfrutta tutte le possibilità, fa del fraintendimento, dell’ambiguità del codice, dell’errore, una via per scoprire scampoli di verità, non realizza i sogni, ma dando loro un nome, ci permette di immaginarli, non compie rivoluzioni, ma inventando nuove parole per la rabbia e per il desiderio, ci suggerisce, ogni giorno, che esse sono possibili, immaginabili. Il compito del poeta è, perciò, far sì che le parole comunichino il più possibile, il meglio possibile, nel modo più imprevisto, profondo, il compito del poeta è ‘tenere in esercizio la lingua’, le parole (Pagliarani), o, se si preferisce, valorizzarne, scoprirne le ‘pieghe’ (Deleuze), dar loro una nuova forma in cui possano di nuovo riconoscersi e risuonare.</p>
<p>Durata, ritmo, suono, lingua: queste sono, a mio parere, le forme della poesia. Tutte le sue forme. Perché la poesia è un’arte plurale. La poesia non si scrive, essa si compone. A maggior ragione quando incontra altre arti, come la musica, rinnovando le sue più antiche radici, o altri media, come il video, le immagini, sperimentando sentieri ancora in buona misura inesplorati.<br />
La poesia è un arte del corpo, tanto quanto della mente, e della sua semiotica concreta, non può in nessun caso essere ridotta all’esercizio di un codice muto, né può mai esserle precluso il dialogo con l’altro da sé, perché il dialogo con l’altro da sé è esattamente la ragione della sua stessa esistenza: essa pertiene tanto all’uso della lingua quanto a quello del respiro, tanto alla disciplina della parola quanto a quella della voce.<br />
Essa è sempre se stessa, ma è sempre disposta a trasformarsi nell’altro, a fondersi, a cibarsi e ad essere fagocitata.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita i segni. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno fino al XV secolo, i secoli seguenti l’hanno, per l’appunto, irrimediabilmente ‘segnata’, infettata, ferita, colpita, mutata, l’hanno evoluta, fino al punto che le sue cicatrici sono oggi la forma della sua bellezza e della sua efficacia e dunque essa non è più, non può più essere suono, senza essere prima segno muto. Scrittura. Non può più essere pura oralità, anche se non potrà mai rinunciare ad essere ‘oratura’ (Hagège).<br />
Ma il poeta, poi, scrive sempre ‘con le unghie’ (Haddad) e mai con la penna, il poeta legge sempre con le orecchie (e con la voce) e mai con gli occhi, il poeta immagina sempre con il corpo, e con il ritmo del respiro. La poesia è, insomma, etimologicamente, un ‘fare’.<br />
Il suo andare a capo, nello scritto, è solo il simbolo di un movimento della voce, è l’insegna del ritmo, una notazione ‘temporale’, ma nulla di più. Certo non l’essenza del fare poetico.<br />
La lettura poetica ad alta voce, perciò, non è mai un’interpretazione attoriale, ma piuttosto un’esecuzione, anzi una messa in atto, è una performance. Ma lo è da millenni. Da sempre.</p>
<p>Poesia performativa, multimediale, <em>spoken word</em>, <em>hip hop poetry</em>, <em>jazz poetry</em>, <em>spoken music</em> (come si dice oggi in certi ambienti letterari e musicali di New York, per i casi in cui la lettura ad alta voce si fonde con la musica), però, non solo sono definizioni insoddisfacenti (pleonastiche, o tautologiche, improprie, superficiali, parziali), ma anzi rischiano di indicare strade sbagliate. Se mi ostino a negare ogni altra definizione per ciò che faccio, che non sia semplicemente quella di ‘poesia’, è proprio perché credo che la mutazione delle forme del fare poetico a cui stiamo assistendo non influisca sostanzialmente sulla sua natura e sulle sue caratteristiche.<br />
Oppure, se davvero ci occorre un nome nuovo per tutto ciò, noi quel nome non l’abbiamo ancora trovato. Perché le cose esistono prima dei nomi, anche se poi quei nomi, che sono essi stessi ‘cose’, ne influenzano la natura e la percezione.</p>
<p>La critica attualmente legge (ed è in condizione di leggere) solo due delle forme della poesia: la lingua e, sia pur sotto forma di modello, sia pur trasformando spesso la prosodia in simulazione, affidandosi alla reticenza, quella del ritmo.<br />
Sulle altre non può, non vuole e soprattutto non sa dare risposte. Essa è insomma, letteralmente, ‘critica letteraria’, ma non è ancora capace di essere ‘critica poetica’.<br />
Ma questa sua ‘omertà’ è di grave danno alla possibilità della poesia di raggiungere i propri obiettivi: la poesia, senza la critica, è zoppa, rallenta, va a balzelloni. Ed è stupefacente che, pur di fronte all’evidenza di tante esperienze poetiche che nel mondo oggi intendono la poesia come un’arte della voce, del suono, del corpo, che la mescolano e la fanno interagire con altri media e altre arti, la critica non abbia ancora accettato la sfida di rinnovare radicalmente le sue categorie e i suoi strumenti di analisi e di giudizio. Ma che anzi spesso, almeno una parte di essa, preferisca arrestarsi al pregiudizio.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita il mondo. E che ne è abitata. La poesia è un’arte che crea mondi a partire dal mondo. Dunque essa non può ignorare il mondo. La poesia è una dinamica di senso e significato messa in moto dall’energia dell’attrito del reale a contatto con i sogni, le speranze i dolori degli uomini. </p>
<p>La poesia è un’arte che abita il desiderio e la speranza. E che ne è abitata. La poesia è ragione del sentimento e sentimento della ragione, è esercizio della speranza attraverso la lingua, anche quando essa articola la disperazione e l’orrore. Anzi soprattutto allora.<br />
La poesia è il desiderio che non si appaga e che non smette di desiderare, la poesia è ciò che insegna la speranza, ciò che addestra gli uomini a sperare sempre meglio, a scoprire una ‘speranza concreta’ (Bloch).</p>
<p>La poesia è un’arte che abita la politica e la storia. E che ne è abitata. La poesia è, dunque, sempre politica perché il poeta senza la <em>polis</em> semplicemente non esiste, e non esiste il senso del suo dire, a meno di trasformare in soliloquio ciò che è strutturalmente dialogo, o, quanto meno, ventriloquio.<br />
La poesia è sempre politica anche quando è poesia d’amore perché mai, come in amore, la politica si realizza, è necessaria, perché l’amore è relazione. La poesia è sempre politica, anche quando è puramente introspettiva, perché nessuna <em>polis</em> potrà vivere a lungo se essa non sarà formata da uomini che sappiano guardare dentro se stessi, tanto quanto sono capaci di leggere le contraddizioni in ciò che li circonda.<br />
Ed essa lo è a maggior ragione quando si realizza in pubblico, quando, cioè, essa ritrova il circolo di una comunità, quando si situa tra la gente, quando il poeta, infine, restituisce al mondo ciò che al mondo ha rubato, per dargli un nuovo nome. </p>
<p>La poesia viva è, insomma, quella che vive già oggi per un pubblico che ancora ‘non c’è’ (Deleuze) ma che essa stessa, prima o poi, farà nascere. Perché la poesia, da sempre, ha nostalgia del futuro, ma colloca la sua speranza nel presente.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2009/03/08/a-mio-modesto-avviso-appunti-di-poetica-ragionevolmente-sentimentali/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>18</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">15311</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il punto vulnerabile</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 09:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[altri]]></category>
		<category><![CDATA[canzoni]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[mano]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Neri]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[penso]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[poveri]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[speranza]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
		<category><![CDATA[taxi]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[visioni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/</guid>

					<description><![CDATA[di Nikos Kachtitsis Non voglio l’eternità, ho solo chiesto tempo Demetrios Capetanakis La pianta del loto e il loto Tu sei la pianta mistica che mi ha condotto fin qui nel mezzo del crudele febbraio. La pianta che mi ha nutrito con il suo latte innocente l’anno scorso. Tu sei la pianta del loto e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos.jpg"/></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.</p>
<p>Tu sei la pianta del loto<br />
e io sono il loto<br />
che matura lentamente<br />
ma una volta maturo<br />
muore di disgusto.<span id="more-10997"></span></p>
<p><strong>Qui giace</strong></p>
<p>Mi guardo attorno come se<br />
fossi appena tornato<br />
da un funerale<br />
con il fazzoletto impregnato<br />
di profumi acri.<br />
Non seppelliscono<br />
i loro morti?<br />
Non ci sono cimiteri qui<br />
né cipressi<br />
né oleandri<br />
né mirti</p>
<p><strong>Morte sotto chiave</strong></p>
<p>La mia controparte,<br />
un collezionista di chiavi<br />
medievali,<br />
vive altrove,<br />
in Lituania, penso,<br />
o forse a Samarcanda.</p>
<p>Non commetterà<br />
un suicidio<br />
finché non ci incontreremo di nuovo<br />
a Edimburgo</p>
<p><strong>Sradicato</strong></p>
<p>Ricordi, lasciatemi in pace!</p>
<p>L’umida,<br />
terra ostile odora<br />
come la fossa<br />
appena scavata<br />
della pallida fanciulla<br />
dei nostri ricordi.</p>
<p>La salamandra<br />
compone la canzone<br />
della timidezza<br />
e io raccolgo foglie rosse, insetti e fiori selvaggi<br />
per il tuo album</p>
<p><strong>Abbandonato</strong></p>
<p>Non posso camminare più a lungo<br />
su questo viale del Tempo<br />
senza indossare<br />
i miei guanti gialli<br />
e la maschera della severità.<br />
Poiché ci sono migliaia<br />
di occhi sospettosi<br />
che mi osservano<br />
da dietro i cespugli.</p>
<p>Sono stato gettato<br />
nell’era sbagliata,<br />
ma attendo pieno di speranza<br />
che venga il giorno<br />
in cui i girasoli<br />
e le magnolie<br />
fioriranno per sempre.</p>
<p>Quel giorno dovrò punire<br />
il serpente che ha iniettato<br />
il suo veleno nella mia carne</p>
<p><strong>La sinfonia della nebbia</strong></p>
<p>Amo essere amico<br />
della nebbia,<br />
sebbene senta<br />
un chiaro fardello<br />
di disgusto in gola<br />
quando parlo con lei.</p>
<p>Eppure, quando si ritira,<br />
in silenzio, a passi svelti e evasivi<br />
tra le rovine,<br />
è il momento in cui soffro<br />
davvero,<br />
e in ansia attendo<br />
che ritorni<br />
con nuove visioni<br />
e una nuova musica</p>
<p><strong>L’uomo con il cilindro</strong></p>
<p>Sono sempre più sicuro<br />
che durante una notte triste,<br />
mentre vagabondavo da solo<br />
in una strada immersa nella nebbia,<br />
una mano si è sporta<br />
dal finestrino di un taxi nero,<br />
gettandomi<br />
in un fatale,<br />
irreparabile errore.</p>
<p>Ma quell’errore<br />
forse è stata la cosa più bella<br />
della mia vita,<br />
la migliore<br />
e l’ultima<br />
esperienza</p>
<p><strong>Ospedali vuoti</strong></p>
<p>Il crepuscolo è grigio<br />
nella squallida via Aftoktonias.<br />
Tutte le banderuole<br />
indicano la tomba<br />
dell’usignolo<br />
che è stato ucciso la notte scorsa<br />
e sono prese da attacchi isterici.</p>
<p>C’è un occhio terrestre<br />
in un angolo remoto di questo<br />
desolato parco che spia<br />
le statue d’acciaio<br />
e le figure solitarie<br />
che s&#8217;aggirano senza scopo<br />
lungo i sentieri nebbiosi<br />
fischiettando canzoni funebri.</p>
<p>Quando mi sbarazzerò<br />
di questo testimone<br />
dovrò comprare una pistola<br />
per uccidere il fantasma<br />
che è appollaiato sul mio cranio<br />
e che mi accusa quando sono assente.</p>
<p>A mezzanotte i poveri poeti,<br />
con i manoscritti nelle tasche<br />
dei loro frusti abiti neri,<br />
stanno intorpiditi dal gelo<br />
sulla banchina di marmo<br />
del porto<br />
in attesa disperata dell’Uomo<br />
che viene da un luogo misterioso<br />
e che non giungerà mai<br />
perchè non esiste.</p>
<p>Quando ero giovane<br />
odiavo una ragazza magra<br />
e avrei voluto torturarla tutto il tempo<br />
dentro il mio giardino.</p>
<p>Dopo un terribile terremoto<br />
che ha scosso l’ospedale<br />
e l’intera città,<br />
i vetri delle finestre dell’edificio vuoto,<br />
gli specchi, i vasi,<br />
ogni cosa giace frantumata in mille pezzi<br />
e il vento porta<br />
bare di ferro dall’orizzonte.</p>
<p>Qualcuno tende la mano giallognola<br />
per afferrare dal piatto un’arancia sbucciata&#8230;<br />
ma invano: non può raggiungerla</p>
<p><strong>Il punto vulnerabile</strong></p>
<p>Da un capo all’altro di questo vasto<br />
palmo di Tempo<br />
la superficie terrestre ha cominciato<br />
a sgretolarsi a causa della corrosione,<br />
mentre la sua orbita continua<br />
a sibilare furiosamente<br />
nel Caos.</p>
<p>E non smetterà mai,<br />
a meno che un architetto<br />
non martelli la Terra<br />
sul suo punto più vulnerabile.</p>
<p>Ma fino ad allora<br />
c’è tempo in abbondanza,<br />
gli edifici sono costruiti<br />
con ossa umane<br />
senza finestre,<br />
la gente rompe gli orologi<br />
per fermare il tempo<br />
e si spalma sul volto<br />
creme variopinte<br />
per proteggersi<br />
dal caldo incipiente.</p>
<p>Così gli anni passano,<br />
si cresce nel terrore<br />
ma illudendosi sempre di più<br />
che si sopravviverà<br />
al disastro finale. </p>
<p>(traduzione di Massimo Rizzante)</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Nikos Kachtitsis, scrittore greco, nasce nel 1926. Tra il 1949 e il 1952, durante il servizio militare, scrive in inglese la sua unica raccolta poetica, <em>Vulnerable Point </em>(la plaquette, formata da 14 poesie, sarà pubblicata da Kachtitsis per la sua stessa casa editrice Anthelion Press di Montréal nel 1968). Dopo il 1952 è in Africa. Ritornato ad Atene, riparte nel 1956 per Montréal, dove vivrà, insegnando il francese e l’inglese e lavorando come interprete giudiziario fino alla morte, avvenuta nel 1970. Il suo primo racconto è del 1959. Seguono due altri racconti e nel 1964 esce il suo primo romanzo <em>O exostis</em> (tradotto in francese con il titolo <em>Hôtel Atlantique</em>, Hatier, 1995). Il suo secondo romanzo <em>O eroes tes Gandes</em> (<em>L’eroe di Gand</em>) esce nel 1967. Sebbene la sua creazione sia composta da poche opere, scritte lontano da ogni consorteria o scuola letteraria, Kachtitsis ha tenuto lunghi scambi epistolari con i più importanti scrittori e poeti greci del suo tempo (della sua corrispondenza sono già stati pubblicati in Grecia due volumi). Oggi occupa un posto solitario nella letteratura del suo paese.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2008/11/16/il-punto-vulnerabile/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">10997</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-08-25 09:38:07 by W3 Total Cache
-->