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	<title>teologia della liberazione &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sullo Shema e il profeta martire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Sep 2009 04:52:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Pubblico il saggio di un teologo dell&#8217;ebraismo apparso sull&#8217;ultimo numero della rivista Qui. Vi si toccano questioni importanti, come la guerra civile interna ai monoteismi, tra la religione costantiniana – la religione dell&#8217;impero – e la religione della comunità. Di questa guerra civile, in Italia pare che non ci sia traccia. In ogni caso, essa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Pubblico il saggio di un teologo dell&#8217;ebraismo apparso sull&#8217;ultimo numero della <a href="http://www.quiappuntidalpresente.it/ultimo_numero.html">rivista Qui</a>. Vi si toccano questioni importanti, come la guerra civile interna ai monoteismi, tra la religione costantiniana – la religione dell&#8217;impero – e la religione della comunità. Di questa guerra civile, in Italia pare che non ci sia traccia. In ogni caso, essa dovrebbe interrogare anche i non credenti, così come il concetto di martirio, il più estraneo dei concetti per una persona che, come me, non crede se non nell&#8217;unica vita. A I]</em></p>
<p><strong>Una riflessione ebraica nel 26° anniversario del martirio dell’arcivescovo Oscar Romero</strong></p>
<p>di <strong>Marc H. Ellis</strong></p>
<p>Ogni mattina inizio la giornata pregando: un’eclettica serie di versetti tratti da preghiere tradizionali ebraiche. Concludo con lo Shema, l’affermazione che gli ebrei, che io, abbiamo udito la parola di Dio e Dio è uno. “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.”<br />
Lo Shema è la cosa più vicina a un credo che gli ebrei abbiano; si trova in Deuteronomio 6,4-9. È un testo a fondamento dell’offerta dell’alleanza; sigilla l’alleanza nella memoria e nell’abbraccio. Come la maggior parte degli ebrei, lo recito da quando ero bambino. E oggi la mattina, quando i miei figli si svegliano, lo recito di nuovo con loro:<br />
“Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.”<br />
<span id="more-21413"></span><br />
L’affermazione di Dio, l’affermazione dell’alleanza è anche, ironicamente, la preghiera del martire, la preghiera che gli ebrei recitano poco prima della morte. Essendo cresciuto all’ombra dell’Olocausto, ho saputo che lo Shema era la preghiera del martire prima di sapere dove trovarlo nella Torah; il suo contesto originario era in qualche modo trasposto in un tempo e un momento differenti. Questa preghiera mi fu insegnata come un atto in memoria di coloro che erano morti nell’Olocausto e qualora io, Dio non volesse, mi fossi trovato nella stessa situazione. Come per coloro che morirono nell’Olocausto, potrebbero essere queste le mie ultime parole sulla terra.</p>
<p>E non solo: io penso a questa preghiera come a una preghiera che sarà con me nel corso del mio cammino, che mi impegna alla giustizia e alla riconciliazione, anche a un costo personale. Anche per i miei figli penso alla preparazione a un impegno e alle sue conseguenze. Uno strano pensiero: preparare i propri figli a impegni che possono avere un costo.</p>
<p>Nel 1980 pensai a questa preghiera quando seppi che l’arcivescovo Romero era stato assassinato e, senza rifletterci, la recitai. A quel tempo mi trovavo nell’epicentro della teologia della liberazione in Nordamerica, la congregazione di Maryknoll, due religiose della quale erano state martirizzate in Salvador appena qualche mese prima.</p>
<p>La gente di Maryknoll conosceva bene quelle donne come compagne e amiche. Io avevo studenti in Salvador e alcuni di loro conoscevano l’arcivescovo Romero. Avevo appena incontrato Gustavo Gutierrez e altri che facevano parte del movimento. Iniziavo a immergermi nel mondo della teologia della liberazione, un mondo che poneva l’accento sul Dio della Vita. </p>
<p>Esso era anche un mondo di morte. C’era un Dio della Morte? Come alcuni hanno scritto, il Dio della Morte è un non-essere adorato dai potenti, una forma di idolatria. Il Dio della Vita, il Dio reale e vivente, era quello che spingeva i poveri e gli emarginati a lottare per una vita che fosse più vita e migliore. Coloro che morivano in questa lotta sfidavano la morte; erano abbracciati e fatti risorgere dal Dio della Vita; anche nella morte seminavano il mondo di più vita.</p>
<p>Lì a Maryknoll recitai la preghiera del martire come un bambino, come un lamento per coloro che erano morti e per la mia stessa vita, come un atto di memoria e di possibilità. Ma quale ebreo era preparato al sorgere del martirio nel nostro tempo e, cosa ancora più sorprendente, all’interno di una religione che per oltre mille anni aveva inflitto il martirio al popolo ebraico?</p>
<p>La difficoltà concettuale a capire questa drastica metamorfosi era controbilanciata dalla partecipazione alle liturgie per coloro che venivano ora chiamati martiri, liturgie presiedute e seguite da persone che li conoscevano.</p>
<p>Il vortice di pubblicità, la politicizzazione della morte delle suore di Maryknoll e di Romero, fu immediata in quei primi giorni della presidenza di Ronald Reagan e di escalation delle politiche di repressione in America centrale, sponsorizzate e finanziate dal governo degli Stati Uniti. Ben presto quelli di Maryknoll e altri preoccupati per il destino dei religiosi e del popolo del Salvador presero le distanze dalla politica. Dopotutto la Chiesa aveva il compito di predicare il Vangelo, non di fare politica. Altri, contrari alla nascente presa di posizione della Chiesa a favore dei poveri, parlavano criticamente dell’ingresso della Chiesa in politica. Presto la discussione vide contrapposti coloro che vedevano nelle suore di Mayknoll e in Romero dei martiri, e coloro che li consideravano dei sognatori utopisti che avevano oltrepassato la linea rossa della politica.</p>
<p>Non mi feci trasportare da questo dibattito. Mi interrogai invece sulle incredibili trasformazioni del cristianesimo negli ultimi decenni, prima riguardo agli ebrei, ora riguardo alla difesa dei poveri. Il cristianesimo costantiniano era stato semplicemente una fase della storia cristiana, una fase che, durata oltre mille anni, era parsa intrinseca alla sua stessa esistenza? Quella fase del cristianesimo era finita o ciò cui ci trovavamo di fronte ora era una nuova guerra civile in seno al cristianesimo, una guerra sul significato stesso della testimonianza cristiana? Fase o guerra che fosse, l’esito era incerto. Dopotutto, i governanti governavano; e coloro che stavano all’opposizione venivano celebrati come martiri.</p>
<p>Dio riceveva la loro testimonianza? Era, la loro, una testimonianza resa alla profondità della loro fede e all’umanità? Poteva il cristianesimo celebrare i propri martiri con lo stesso trionfalismo di quanti celebravano il cristianesimo nelle sue conquiste?</p>
<p>Il trionfalismo nella morte è un atto d’orgoglio praticato in prossimità dei potenti. I potenti ne sono di conseguenza screditati proprio mentre il loro potere può trovarsi ulteriormente consolidato. Il potere della morte del martire, almeno nella sua affermazione, è che il potere materiale e politico è transitorio, sempre instabile e destinato a crollare. Il martire è una testimonianza resa a questa idolatria che crolla, un segnale sulla strada piantato come una croce sulla morte dell’impero.</p>
<p>Seduto a messa a Maryknoll, m’interrogavo meravigliato su questo senso di trionfo. La certezza della resurrezione, la rivendicazione troppo facile della fedeltà di Dio toccavano un tasto sbagliato. Come se quelle morti venissero ripulite dalla brutalità a esse toccata: alle donne, stuprate, avevano sparato a bruciapelo; Romero era stato assassinato mentre invocava la protezione e la grazia di Dio. </p>
<p>I miei ricordi corsero all’Olocausto e alla domanda, nonostante la recitazione dello Shema, se, lì, c’erano state vittime o martiri. Dopotutto, si pensa che i martiri abbiano una scelta, nella testimonianza di fede, la possibilità di abiurare e persino convertirsi. Coloro che morirono nell’Olocausto non ebbero questa possibilità e furono uccisi che avessero fede o no. Furono uccisi perché erano ebrei. Era, Dio, con gli ebrei che morirono a milioni? </p>
<p>Era Dio con le suore e con Romero quando furono brutalmente assassinati?<br />
Per Romero è chiaro; la sua visione religiosa lo guidò sino alla fine. Se Dio fosse con lui non lo sappiamo. Egli affermava, in modo meraviglioso, tragico, ossessivo, di sapere che Dio era con lui e con il popolo del Salvador. Lo aveva detto spesso nei suoi ultimi giorni: “Devo aggiungere che non credo nella morte, ma nella resurrezione. Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno”. </p>
<p>Non era un pensiero vano, mistificante, che trasformava la morte in vita senza costi; non era un pensiero di seconda istanza. La premessa era, anzi, vigorosa, profondamente politica e nello stesso tempo religiosa, un’affermazione della sua autorità e dell’autorità della Chiesa: “Ammoniamo il governo a prendere sul serio il fatto che riforme ottenute a prezzo di tanto sangue non servono a nessuno. Nel nome di Dio, allora, e nel nome del popolo sofferente, il cui grido sale al Cielo ogni giorno più forte, io vi supplico, vi chiedo, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione”.</p>
<p>C’è mai stata un’affermazione più ossessiva di speranza in un mondo in cui le divisioni di classe e cultura cessino e gli imperi crollino mutandosi in una comunità presagita in alcune parti della Torah e del Nuovo Testamento? In queste parole non sembra esserci neppure divisione di religione; l’impero che il cristianesimo seguiva e benediceva è ripudiato. La storia è a un punto morto, anche il processo di riforma è chiamato a rendere conto.</p>
<p>È questo il momento dell’offerta dell’Alleanza, ripetuta e allargata in un tempo e un luogo diversi? O è il momento dell’Alleanza che non cambia mai, l’offerta di fedeltà sempre disponibile nel qui e ora? “Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore.”<br />
“Li ripeterai ai tuoi figli.” Questa trasposizione: allora, gli ebrei martiri nell’Europa cristiana; ora, i cristiani martiri nell’America centrale cristiana.<br />
Che cosa dire ai miei figli ora che i martiri sono cristiani, per la loro fede e per l’umanità, e gli ebrei, con il potere che abbiamo di recente ottenuto, stanno creando martiri?<br />
La verità di ciò è chiara in Israele e Palestina; essa si stava appena affacciando in me all’epoca in cui iniziavo a conoscere la teologia della liberazione. La morte delle suore di Maryknoll e di Romero contribuirono, paradossalmente, al mio personale risveglio come ebreo. Viaggiando per l’America latina, l’Asia e l’Africa negli ambienti della liberazione cristiana, fui riportato al significato della testimonianza ebraica oggi. Non avevamo abbracciato noi, ora, un costantinianesimo che aveva infettato il cristianesimo, portando in ultima istanza al martirio di cui oggi sto parlando? Era arrivato un ebraismo costantiniano, anche se le parole per descriverlo sarebbero venute più tardi.</p>
<p>Il martirio delle donne e di Romero era in stretta prossimità con l’ebraismo costantiniano. Mentre iniziavo a scrivere ciò che sarebbe divenuto <em>Toward a Jewish Theology of Liberation</em> (“Verso una teologia ebraica della liberazione”), divenni consapevole del ruolo a livello militare e di forze di sicurezza di Israele nelle dittature delle Americhe. E scoprii anche lo stretto rapporto di Israele con l’apartheid sudafricano, all’interno del quale Israele e il Sudafrica studiavano e sviluppavano insieme armi atomiche e nucleari.<br />
Scoprii queste alleanze mentre svolgevo ricerche sulle origini dello Stato di Israele, la cacciata dei palestinesi e la continua espansione israeliana dopo il 1967. Se rivelare questi fatti imbarazzanti a metà degli anni Ottanta era difficile, a posteriori essi appaiono un’epoca quasi innocente. Oggi l’espansione di Israele è sul punto di farsi completa, come il Muro che segmenterà, circonderà e ghettizzerà il popolo palestinese. Gli anni Ottanta erano prima della politica della potenza e del pugno duro, prima dell’uso degli elicotteri da combattimento che prendono di mira paesi e città indifesi, prima della espansione e stabilizzazione degli insediamenti, prima che la speranza di una vera soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese svanisse. O ero io, nonostante tutto ciò che avevo da poco imparato, a essere semplicemente ingenuo?<br />
Negli anni Ottanta visitai inoltre più volte Israele, e fu allora che iniziai a muovermi fra i palestinesi. La vita palestinese sotto l’occupazione era segnata dalla violenza perpetrata da ebrei in Israele. L’establishment ebraico in America legittimava tale violenza con una narrazione di innocenza e redenzione ebraiche. Era la stessa innocenza e redenzione che i cristiani avevano usato come scudo per la loro violenza contro gli ebrei europei ma anche nella conquista, tra altre regioni del mondo, delle Americhe?</p>
<p>Fui portato, a Gaza e nella West Bank, in case dove avevano perso dei bambini, uccisi da soldati israeliani per avere lanciato pietre, per avere resistito alla demolizione delle case o persino per avere urlato contro l’uccisione di un familiare. Lì mi sedetti con le famiglie, spesso numerose e povere, circondato dai ritratti incorniciati dei figli, uccisi &#8211; e, sì, martirizzati &#8211; da Israele. Mi chiesi se quelli che i palestinesi chiamavano martiri erano martiri anche per me. Erano inscritti nella mia storia, parte della narrazione ebraica che professo, tanto che ora la separazione fra ebreo e palestinese è preclusa?</p>
<p>Stava tutto accadendo nello stesso momento: le suore di Maryknoll e Romero; il mio rendermi conto di una svolta radicale nella vita ebraica; i martiri palestinesi. La trasformazione del cristianesimo e dell’ebraismo in direzioni opposte; la guerra civile, emergente all’interno del cristianesimo come dell’ebraismo, tra coloro che perseguono l’impero e coloro che lottano per la comunità; l’estendersi del martirio e quindi della fedeltà a una tradizione più ampia di fede e di lotta. Questa tradizione più ampia includeva coloro che, lungo la storia e oggi, lottavano, con e senza fede, contro l’impero e per un altro modo di vivere. Era questa la tradizione cui davvero appartenevo, una tradizione che comprendeva induisti, musulmani, buddisti, cristiani, agnostici ed ebrei? Era questa la mia tangibile particolarità, quella che avrei trasmesso ai miei figli?</p>
<p>“Li scriverai sugli stipiti.” Sullo stipite della mia porta, la mezzuzah [il rotolo di pergamena con iscritti i versetti del Deuteronomio che gli ebrei appendono in un piccolo astuccio allo stipite della porta di ingresso] contiene tutto lo Shema, e riporta così all’Esodo, a quando le case degli israeliti furono contrassegnate perché si passasse oltre, e la morte mandata da Dio agli egiziani li lasciasse indenni. Quando, entrando e uscendo da casa, passo e tocco la mezzuzah, sono ammonito a essere giusto e compassionevole; le porte della mia casa sono segnate da questo intento. Nel mondo dell’impero devo tendermi verso lo straniero, la vedova e l’orfano, il povero e l’emarginato, come segno dell’Alleanza e segno della presenza di Dio. Devo muovere verso la comunità insieme ad altri che muovono nella stessa direzione: questa è la mia comunità.<br />
Coloro che perseguono l’impero, qualunque sia la loro appartenenza, cooperano anch’essi a uno sforzo congiunto. Anch’essi attraversano confessioni e religioni. Anch’essi sono parte di una tradizione, una tradizione che produce martiri, ancora una volta trasversali rispetto ai confini religiosi ed etnici. La divisione grande, fondamentale, direi fondativa, viene ora chiamata per nome. La questione del perché ci abbiamo messo tanto tempo per discernere queste divisioni autentiche, e del perché abbiamo accettato così a lungo l’unicità istituita di fede e nazione è un mistero, coperto dal sangue dei martiri.</p>
<p>Eppure, a prescindere da questo riconoscimento della più ampia tradizione di fede e di lotta, la Croce resta per me un simbolo di violenza; rabbrividisco quando mi si avvicina. Ora anche la Stella di Davide, ornamento di un esercito che soggioga un altro popolo, provoca lo stesso brivido nei palestinesi, e in me.<br />
Qui sta il grande crimine di coloro che perseguono l’impero in nome della religione. Gli stessi simboli che producono significato e nutrono un popolo, anche e soprattutto nella sua sofferenza, sono sviliti nel ciclo di violenze e atrocità da essi generato. Quegli stessi simboli, la Croce e la Stella, divengono infetti di atrocità. Così funziona la religione costantiniana, nella sua variante cristiana, ebraica o musulmana.</p>
<p>Salvano, i martiri, questi simboli e quindi la tradizione da tale infezione, allontanando il virus dalla religione e restituendo così quest’ultima alla salute e al benessere? Un altro sviluppo: coloro che uccidono lo fanno in nome di quella religione; uccidono anche i dissidenti al loro interno, o li consegnano, o li riducono al silenzio nel nome di quella stessa religione.</p>
<p>I martiri sono i profeti tacitati, circondati da violenza, condannati. Il profeta condannato è un altro modo di guardare alle donne cattoliche e allo stesso Romero, o al profetico incarnato in loro, in lotta per formulare una verità che continuerà a vivere nella storia, nella storia del popolo, come un seme per le generazioni di profeti ancora a venire. </p>
<p>Lo comprese bene Martin Buber, grande figura religiosa ebraica, che parlò del cerchio di profeti che si muove a spirale nella storia, circoscrivendo una storia alternativa che si identifica con la sofferenza e con la speranza che un giorno il mondo ruoterà attorno alla giustizia e alla comunità, invece che alla violenza e all’impero. Come i testimoni del fallimento di Israele vivono per vederne la visione e la missione, i profeti hanno lottato contro l’inerzia, l’avidità e il cedimento. Attraverso le epoche, essi continuano a tenere alto un destino iscritto su Israele dall’inizio, quello di un popolo liberato e liberante e un Dio che è con Israele in questa lotta per un nuovo tipo di comunità.</p>
<p>Prima di morire Martin Luther King definì tale visione la comunità amata. Il suo linguaggio era bellissimo, nella sua fiducia in un universo il cui arco tende verso la giustizia.<br />
Attraverso il fallimento e il martirio?<br />
Le comunità ebraiche tedesche e più in generale europee da cui Buber proveniva e che serviva sono state annientate. La Palestina in cui egli entrò da profugo fuggendo il nazismo, la patria ebraica che lì cercò di edificare accanto agli arabi stava già fallendo nel corso della sua vita. La visione di King di un’America fondata sui valori e sul carattere invece che sulla razza, un’America smilitarizzata che incarnasse la giustizia e la libertà di cui parlava, era, nel corso della sua vita, messa duramente in discussione da un razzismo radicato e dalla guerra americana in Vietnam. L’assassinio di King fu il toccante sigillo di questo senso di fallimento.</p>
<p>Il profetico come fallimento, allora. Il fallimento del profetico diviene più profondo nella morte?<br />
Per certi versi sì. Per altri no.<br />
Sì nel senso che la vita che incarna il profetico non è più; la visione fattasi chiara è sospesa, per così dire, a metà della frase. Le parole che vogliamo e abbiamo bisogno di udire, la presenza che tanto illumina il nostro proprio destino, possono essere trovate ora solo in immagine, immagine che rappresenta il profeta che non è più.</p>
<p>No perché la vita che si è spenta è anche salvata dal rischio dei momenti successivi, una durata frustrante nella sua ordinarietà e nel fatto che la visione profetica non riuscirà a passare. Vivo, il profeta sente il dolore del suo impegno, dato che ogni soluzione sarà parziale, limitata, contenuta e revocata. Vivo, il profeta può persino scorgere la terra promessa quale diverrà davvero.<br />
Così nella morte al profeta martire è risparmiato il futuro e forse anche la sua perdita del profetico. Immaginate oggi Buber con gli elicotteri da combattimento con la Stella di Davide che pattugliano i territori palestinesi. O King con la vittoria dei diritti civili così parziale e, a suo modo, conforme al potere. Immaginate King con il suo successore, Jesse Jackson, e la delusione che proverebbe. Immaginate le suore di Maryknoll e Romero con un Salvador allo stesso tempo mutato e immutato.</p>
<p>Nel martirio è risparmiata al profeta una realtà che taciterebbe e inaridirebbe la sua anima.<br />
Le suore di Maryknoll e Romero, Buber e Martin Luther King, e cristiani ed ebrei e musulmani di coscienza, di ogni fede e comunità in tutta la storia, sono la voce dei profeti condannati e del profetico che non morirà mai. Ricordarli come sono stati e sono consegnati da ogni autorità politica e religiosa per essere disciplinati, derisi e giustiziati è una necessità. Rappresenta il nostro contributo alla voce profetica e il fondamento della nostra chiamata.</p>
<p>La nostra chiamata a essere profeti? Nel corso della storia sono stati solo pochi a poter essere davvero detti profeti. Perché alcuni sono profeti è un mistero. Sono chiamati? È il loro un destino che hanno sentito in se stessi? Se è così, da dove viene questo destino? Come emerge? Li separa dal resto di noi? O è semplicemente che, all’ora fissata, essi resistono mentre altri indietreggiano?</p>
<p>Forse in altri momenti essi stessi si sono tirati indietro o lo faranno in futuro. Il punto è che hanno resistito, per un momento o per tutta la vita, per cause o persone invise al potere, qualunque sia. I profeti che dicono “no” al potere ingiusto e per questo muoiono, dicono insieme “sì” a un altro tipo di vita. La loro morte è un momento profetico, un martirio, una testimonianza resa alla vita.</p>
<p>Eppure, a ergersi soli, i profeti martiri non sono nulla, e non si ergono né lo possono soli. I profeti martiri vengono da tradizioni che, per quanto profondamente illividite e abusate, rimangono come memorie sovversive; memorie di una chiamata e di un destino, memorie di un’altra via.<br />
Queste memorie sono quelle della comunità, e in questo modo chiamano altri a quella chiamata e a quel destino. Sempre, si raccoglie attorno al profeta martire una comunità, testimone al di là della sua morte. I suoi membri si uniscono per portare avanti la missione. </p>
<p>Forse c’è ancora un altro legame che ci accompagna, anche se, per ora, privo di chiara espressione. Se la morte in una parte del mondo del profeta martire proveniente da una specifica tradizione rispondesse a e avviasse la guarigione di una sofferenza in un altro tempo e luogo, o addirittura precorresse un tempo futuro in cui sarà necessaria una guarigione, o le basi di un’altra nella stessa linea?<br />
Penso qui in Italia a Primo Levi che, nella sua lotta e nella lotta del suo popolo, ha vissuto un rovesciamento di speranza così terribile che persino lo Shema non poteva essere recitato immutato. Da qui la sua ossessionata poesia, Shema:</p>
<p>Voi che vivete sicuri<br />
Nelle vostre tiepide case,<br />
Voi che trovate tornando a sera<br />
Il cibo caldo e visi amici: </p>
<p>Considerate se questo è un uomo,<br />
Che lavora nel fango<br />
Che non conosce pace<br />
Che lotta per mezzo pane<br />
Che muore per un sì o per un no.<br />
Considerate se questa è una donna,<br />
Senza capelli e senza nome<br />
Senza più forza di ricordare<br />
Vuoti gli occhi e freddo il grembo<br />
Come una rana d’inverno. </p>
<p>Meditate che questo è stato:<br />
Vi comando queste parole.<br />
Scolpitele nel vostro cuore<br />
Stando in casa andando per via,<br />
Coricandovi alzandovi:<br />
Ripetetele ai vostri figli.<br />
O vi si sfaccia la casa,<br />
La malattia vi impedisca<br />
I vostri nati torcano il viso da voi.</p>
<p>Da una parte, lo Shema di Levi funge da celebrazione retrospettiva della vita del martire. I morti non sono ripuliti; essi restano senza nome e speranza. Qui la memoria è la narrazione che non ha trasformato il racconto o la morale. Il racconto è da narrare; invece di un rinnovato coraggio d’azione nel futuro, s’invoca soltanto una punizione per non raccontare la storia. Lo Shema di Levi rifiuta una resurrezione e una simbolica semina della terra. Il sangue è sangue; la lotta per una crosta di pane resta; gli occhi sono vuoti.<br />
Romero avrà mai letto lo Shema di Levi?<br />
Ne dubito.</p>
<p>Romero non crede nella morte. La sua resurrezione è all’interno della storia del suo popolo, ma questa storia, almeno nella sua visione, sarà diversa: sarà redenta. In effetti la morte di Romero, accanto a quella delle donne di Maryknoll e di migliaia di altri salvadoregni, è una preparazione a tale momento di redenzione. In questo senso i morti sono già redenti, il profeta martire fra loro.<br />
Lo Shema di Levi ferma la resurrezione di Romero? La resurrezione di Romero aggiunge una strofa alla poesia di Levi, un finale non diverso da Giobbe? O Romero e Levi si ergono semplicemente fianco a fianco, senza commenti o teorie?</p>
<p>Decenni dopo, c’è chi lotta ancora. La nostra fedeltà è alla loro visione, una visione che dovrebbe essere scritta su tutti gli stipiti delle nostre porte. Lo Shema dentro la mezzuzah, la mezzuzah ora estesa a includere i testi di tutti i profeti, anche le parole di Romero: “Io vi supplico, vi chiedo, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione”.</p>
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		<title>Natale con bambino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2009 09:41:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[2000]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo boff]]></category>
		<category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Sta per arrivare il Natale, il Santo Natale, e Gilda è nervosa più del solito: ferma in macchina allo svincolo dell’autostrada mentre cerca di uscire da Milano, ferma con davanti un cartello che sovrasta i cavalcavia, un rettangolo gigantesco che dice “Aiutare chi è rimasto indietro”. Gilda, oltre ad essere rimasta indietro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/untitled.bmp" alt="untitled" title="untitled" class="alignleft size-full wp-image-19311" /><br />
di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Sta per arrivare il Natale, il Santo Natale, e Gilda è nervosa più del solito: ferma in macchina allo svincolo dell’autostrada mentre cerca di uscire da Milano, ferma con davanti un cartello che sovrasta i cavalcavia, un rettangolo gigantesco che dice  “Aiutare chi è rimasto indietro”. Gilda, oltre ad essere rimasta indietro nell’ingorgo prenatalizio, lo era anche rispetto a quei cartelli che nei mesi dei suoi piccoli spostamenti con carrozzina per il centro di Gallarate non ha visto sorgere e ora vede spuntare dappertutto. Certo, li conosceva. Però ne conosceva soprattutto le parodie, quelle tipo “Meno tasse per Totti” che Bruno trova e stampa in ufficio e poi si porta a casa per farsi perdonare i suoi rientri a sera tardi.<span id="more-19310"></span> Questa conoscenza secondaria l’ha ingannata. Perché adesso l’uomo dalla faccia ritoccata che affianca le sue promesse letteralmente campate in aria, le si rivela nella sua doppia natura che è ridicola e minacciosa. Non da una parte una e dall’altra l’altra, nemmeno un po’ e un po’, ma precisamente: minacciosa perché ridicola. Questo è quanto Gilda Macchi avverte in questo istante, in coda sotto l’ombra del cartello elettorale all’altezza dell’uscita di Viale Certosa. Questo è quanto Gilda Macchi non si direbbe mai, perché Gilda e quelli come Gilda sono abituati a separare il ridicolo dal pericoloso, perché quelli come Gilda si riconoscono in una parte- per giunta minoritaria in tutto il Nord -che ha da sempre riconosciuto e sprezzato il guitto, l’istrione, l’imbonitore ciarlatano e che individua il pericolo nell’altra parte, nel popolo furbo e fesso, cinico e mammone che invece vuole farsi abbindolare. “Vuole farsi”: è questo il paradosso in cui Gilda ora inciampa istintivamente, costretta ad avvicinarsi con scarti di pochi metri al punto in cui avrà oltrepassato il candidato premier. Stavolta- avverte- nessuno ci crederà più seriamente, né all’immagine consumata quanto quella dei vecchi eterni conduttori tv ai quali rassomiglia, o visto che siamo in clima, ai Babbi Natale della pubblicità, né ai doni che porta, anche se forse non sarà un caso che dia inizio alla sua campagna proprio adesso, sotto Natale. Però lo voteranno, lo eleggeranno per uno stanco assenso a chi la spara grossa, per cortocircuito fra cinismo, furbizia e fesseria, cosa che forse, sotto sotto, vuol dire: per disperazione. Per una remissiva, inconsapevole, finta allegra disperazione italiana, atteggiamento non molto dissimile dal fatalismo meccanico con cui i piedi alternano freno e acceleratore come se fossero una funzione a parte dell’organismo e come se le code in macchina fossero un male naturale.<br />
Forse per questo Gilda ora comincia a non poterne più, Gilda è nervosa più del solito e non ne ha ragione, perché è stata lei ad aver deciso di venire a Milano per fare acquisti e auguri portandosi dietro Piero: Pierino che nonostante le frenate sempre un po’ meno dolci del dovuto, adesso fa il riposino del pomeriggio all’ombra di Berlusconi. E’ andato tutto bene, più che bene. Il piccolo ha potuto lasciarlo in piazzale Loreto, il piccolo che era sempre stato fin troppo bravo, fin troppo facile, ora che secondo i manuali di puericultura dovrebbe entrare nella fase “paura degli estranei”, lo è ancor di più: dopo dieci minuti in braccio alla zia mai vista prima che gli faceva “bu, bu sèttete”, emetteva versi di delizia tali da richiamare per gelosia anche lo zio Aurelio. Mentre lo zio se lo portava via sul divano per contenderlo con “salta, salta cavalluccio” e sua moglie si precipitava a riesumare giochini e carillon, Gilda, dopo essere rimasta un po’ a guardarli con un sorriso e già addosso il cappotto buono, si diede uno strappo e si precipitò giù in Corso Buenos Aires. A fare shopping: termine odiato del quale ora faceva una parola d’ordine aderendovi con fredda e militante frenesia. Attraversando il sottopassaggio di Loreto aveva messo a punto un piano. Arrivare in Piazza Lima e possibilmente non andare oltre, in Piazza Lima dove poter liquidare un certo numero di vecchie zie e altro parentame di second’ordine, altre persone cui bisognava fare il regalo, ma non si sapeva mai cosa regalare o si sapeva che una cosa valeva l’altra, ossia che niente potrà mai essere realmente desiderato, poterle sbolognare in buona coscienza con offerte di cioccolato, tè, caffè, miele e zucchero di canna del commercio equo e solidale. Prima però fermarsi da “Immaginarium”, filiale di una catena arrivata da poco dalla Spagna che a detta di non ricordava chi avrebbe prezzi migliori per giocattoli educativi simili a quelli della lontana e affollatissima “Città del Sole”; poi in Piazza Argentina da “Giacomelli Sport” a cercare una giaccavento leggera in Goretex per Bruno quando va a fare alpinismo. E sperare che strada facendo saltino fuori le Doc Martens assenti nei negozi gallaratesi che, specchio dei gusti della maggioranza, non contemplano adolescenti infagottate dentro jeans più larghi di tre taglie e pure in estate anfibi.<br />
Dopo un’ ora e mezza, Gilda si trova circondata dai sacchetti ad aspettare il metrò che in una fermata riporti lei e il suo bottino a Piazzale Loreto. E’ andata bene, più che bene. Ha trovato tutto e anche di più: una sciarpa tessuta a mano in Guatemala o in Honduras come sorpresa per Francesca; un tappetino musicale che suona se lo calpesti per quando il piccolo si metterà a gattonare e camminare; sei volte lo stesso bruco verde e arancione, un sonaglio di stoffa come pensiero per i bambini più o meno dell’età di Piero: la nipotina di Luciana, il figlio del dentista Colombo che è cliente di Bruno e l’aveva invitato in barca l’estate scorsa, uno per sua cugina, due di scorta e anche un piccolo gesto per Sabrina che ha incontrato di recente al supermercato trovandola incazzata quanto lei per l’esito definitivo delle elezioni americane, quella conta all’ultimo voto in Florida che puzza di brogli, e il fatto che la pensasse uguale quella ragazza venuta da lontano e ritrovata in mezzo ai banchi della frutta e verdura, l’aveva confortata.<br />
Faceva caldo sotto il metrò o era la sensazione di accerchiamento da borse e persone che riempivano la banchina. Gilda ebbe un primo smottamento, nessuna voglia di arraffare i suoi acquisti e buttarsi nel vagone quando sarebbe arrivato. Tutta quella fretta e soprattutto furia era stata una forzatura della sua indole, ma al tempo stesso, ora, in quel breve spazio di tempo che la restituiva all’inattività, la assaliva l’inquietudine di essere stata via già troppo, l’ansia di tornare da suo figlio. Sottoterra il cellulare non prendeva. “Ho fatto lo shopping di sinistra” fu la frase che l’attraversò, mentre per abitudine e perché non si sa mai, teneva d’occhio i sacchetti. Le sembrava una tale assurdità, una tale contraddizione. Mollare un bambino di sei mesi per accaparrare i regali di Natale destinati in gran parte a chi non ne ha bisogno e di chi non ti importa niente, fare questa cosa che pare un dovere, anzi lo è, un dovere che si mangia tutto l’amore e il piacere del gesto di donare, persino nei confronti di coloro a cui il regalo lo faresti per amore e con piacere, e oscura per sempre il fatto che Natale lo si festeggia, perché qualcuno è nato. Lo oscura a tal punto che Gilda si rese conto di pensarci per la prima volta: perché aveva un bambino che non sapeva ancora camminare né parlare, perché salendo nel vagone della metropolitana aveva afferrato le buste dello shopping natalizio al posto suo. Se Piero avesse pianto per cercarla e zia Silvia, anziché chiamarla, avesse cercato di confortarlo lei? Sarà successo in quell’ora e mezza passata come niente, la prima volta che si separava da suo figlio.<br />
Uno zingaro grattava sul violino il solito “Danubio Blu”, tempi sbagliati ma col amplificatore, per fargli raccogliere l’elemosina tutti dovettero spostarsi, il metrò era più pieno del solito verso quell’ora, qualcuno barcollò indietro investendo un sacchetto dell’”Altromercato” che Gilda non aveva fatto in tempo a sollevare, uscita dalla metropolitana, nel sottopassaggio della stazione di Loreto, penetrava da sopra, da fuori, il suono delle zampogne,“Tu scendi dalle stelle o re del cielo”, incanalato nelle scale aumentava, era un suono violento, insopportabile sotto terra, quasi toglieva l’aria, “che nasci in una grotta al freddo al gelo”, un suono da grotta, pagano-  il Natale era un Carnevale, forse lo era sempre stato, al diavolo il Natale.<br />
Ma Piero, no, non aveva pianto. Aveva mangiato la pera omogeneizzata e succhiato un pezzo di pane e ora si sbafava, senza far storie, il contenuto del vasetto di pasta, pollo e verdure “Migros” che Gilda aveva fatta comprare in Svizzera da Bruno per viaggi ed emergenze: seduto in grembo a sua madre che si calmava sentendosi addosso il suo peso e il suo calore, imboccato dallo zio Aurelio, mentre zia Silvia stava scolando la pasta per gli adulti.<br />
“Arriva un aereo e viene da Timbuktu….mmh..che buono!”<br />
Glielo disse, Gilda, quel suo pensiero sul Natale, su Babbo Natale maschera da carnevale, Babbo Natale e Berlusconi, altroché “tu scendi dalle stelle”, altroché re del cielo.<br />
“Adesso arriva un aereo dal lago Titicaca! Bravissimo, Pierino.”<br />
Continuava a sembrar non recepire, lo zio Aurelio, continuava a far atterrare aerei dai luoghi più improbabili nella bocca sempre disponibile di Piero. Poi, quando pranzarono anche loro e il bambino venne tenuto occupato con la sua crosta di pane, rispose. “Certo, Gilda, che il Natale è pagano, l’hanno messo lì apposta: nei giorni del solstizio d’inverno, dello Yule germanico, dei nostri sfrenati Saturnalia. Certo che le zampogne, questi otri di pecora o di capra, sono strumenti antichissimi usati per celebrare Dioniso o Bacco. Natale è un baccanale, brava, hai ragione: festa di banchetti e sacrifici resi innocui sotto forma di regali prima ancora che festa del consumismo. Con buona pace delle buone intenzioni del nostro papa e dei nostri cardinali che ogni anno ci richiamano a rispettarne il senso autentico cristiano. Ma quando si fa gli apprendisti stregoni e si crede di poter fregare gli dei antichi col trucco da due soldi di rinominare le loro festività, non ci si può troppo stupire e lamentare che la vecchia coltura sia più resistente di quella nuova e che l’insieme generi frutti ibridi e mostruosi. Berlusconi, dici tu, a questo non ci avevo mai pensato, beh sì, magari…”<br />
“E’ ovunque, zio, con la sua finta faccia bonaria, con le sue promesse assurde, a sei mesi prima delle elezioni…è disgustoso”<br />
“Disgustoso?..Mah..sai, io pensavo: quasi quasi stavolta ci provo e lo voto”, disse e ridacchiò poco e piano, un riso d’accompagnamento simile a un colpo di tosse catarrosa.<br />
“Tu, proprio tu, voteresti per uno che si definisce “unto del signore”?”<br />
“E sennò per chi? Per il nostro buon parroco di campagna che ha gestito l’IRI, per Bertinotti che va a farsi fotografare in cashmere accanto al subcomandante Marcos, entrambi molto “United Colors of Benetton”, non c’è che dire. O vuoi che speri in un governo dato in mano ancora a un personaggio come questo Dottor Sottile, a un cosiddetto tecnico che poi nella realtà dei fatti vuol sempre dire: a qualche grigio burattinaio del vero potere, uno di quelli che non pagheranno mai di tasca loro. Cuccia, ecco il vecchio orrendo Cuccia l’avrei votato, peccato che alla fine sia morto pure lui…”<br />
“Non dici sul serio, vero?”<br />
“Non dico sul serio, no, perché non ci vedo più niente di serio in tutta questa politica italiana, da anni, solo che questo qui, questo e i suoi alleati, visto che sono più nuovi, visto che hanno più fame, fame di potere, ma anche di riconoscimento, persino se vuoi” e ridacchiò di nuovo, “fame di amore, magari dovranno darsi un po’ più da fare…”<br />
“Berlusconi? Ma quello pensa solo agli interessi suoi e per il resto può anche andare in malora tutto il paese.”<br />
“Lo so che la pensate così. Può darsi. Può darsi che avete ragione. Ma io dagli altri so cosa aspettarmi, da questi no. Se poi faranno male, faranno peggio, basta, li manderemo a casa. O anche tu pensi che nel caso vincesse Berlusconi, è in pericolo la democrazia?”<br />
“No beh, però…”<br />
“Gilda, ti prego. Tu sei troppo giovane per ricordarti di Mussolini che con questo ometto qui non c’entra un tubo, ma gli anni settanta te li ricordi, no? Le stragi. Il rapimento Moro. Ustica, Gladio, la P2. Di quale democrazia stiamo parlando? E’ questa la splendida, luminosa, incorrotta democrazia che sto commendatur Brambilla col suo piccolo sogno di redenzione brianzola dovrebbe mettere in pericolo? Ma va là!….Dai, passiamo ad altro: noi a pranzo il secondo non lo mangiamo, ma se vuoi c’è del formaggio o della frutta. Vero, Silvia?”<br />
La zia, dopo aver messo nel lavello i piatti fondi, si era presa Piero che cominciava a fare una faccia troppo seria, vuoi perché dopo aver avuto l’attenzione esclusiva, ora nessuno se lo filava più, vuoi perché sentiva l’irrigidimento di sua madre, e l’aveva portato a fare un giro.<br />
“Un po’ di frutta va benissimo, grazie.”<br />
Sbucciarono in silenzio arance e mandarini. Gilda pensava a quanto volesse bene a suo zio Aurelio, quanto l’avesse sempre ammirato, e si diceva che le persone più intelligenti rischiavano di essere fregate dalla loro stessa intelligenza, perché neanche stavolta si poteva dire che fossero stupide le cose espresse per le quali era rimasta male. Ma in fondo non era questo. Le venne in mente una celebre battuta di Moretti, quella di un film che ora non ricordava quale fosse, e lei, Gilda Macchi, madre di Francesca e Piero Aspesi, nata nel 1959 a Gallarate, seduta in quel momento nell’angolo pranzo di una cucina al settimo piano di Piazzale Loreto, in alto e un po’ a sinistra di dove il duce e Claretta avevano penzolato a testa in giù, nonostante non avesse mai gridato cose orribili e violente, non si sentiva per niente una splendida quarantenne. Solo una donna lontanissima nel tempo e nello spazio da quella che era stata. Lontanissima da quelli che erano stati lei e soprattutto suo zio Aurelio quando a lato delle molte morti inutili di una quasi guerra fatta, cucinata e mangiata in casa, e poi le morti ancor più inutili di chi alzava bandiera bianca con l’eroina, suo zio Aurelio aveva presentato nell’aula magna della Statale “Gesù Cristo Liberatore” di padre Leonardo Boff che decenni dopo il buon papa polacco aveva fatto scomodare dall’ordine francescano. Gilda era piccola, Gilda andava ancora a scuola, avrà avuto più o meno la stessa età che sua figlia aveva ora. Lo zio e il prete brasiliano portavano occhiali simili e le stesse barbe di adesso, solo più lunghe e scure, ma avevano negli occhi una luce e un calore nella voce che non c’erano più, non certo in Aurelio, e a Gilda, piccola come Francesca, era davvero parso quel che si poteva chiamare ancora il sole dell’avvenire. Avvenire: ne era rimasto solo il nome di un giornale cattolico a cui lo zio era abbonato. Nemmeno l’aspirante redentore brianzolo osava più adoperare quella parola. Possibile che suo zio non li avvertisse- dal piccolo texano eletto in Florida a Berlusconi- i segni dell’oscuramento che avanzava? O si era oscurato pure lui al punto di essere finito sulla stessa lunghezza d’onda? Comunque Aurelio doveva aver percepito che Gilda per troppo tempo era stata altrove, incupita. “Sai per noi il Natale erano arance e mandarini”, disse dolce e goffo, “anzi nemmeno il Natale, più la befana…il profumo delle bucce d’arance, era…”<br />
Gilda alzò la testa e gli sorrise.<br />
“Questo è davvero un commento da vecchio zio”, aggiunse, mentre glielo ricambiava, e in quel sorriso palesò tutta la fragilità di ritorno delle persone anziane, quel bisogno imbarazzato di protezione per cui, nei casi estremi, potevano essere liquidate come rimbambite. Questo a Gilda fece un male che non si aspettava.<br />
“Ma no, zio, che sei sempre grande e imprevedibile”, rispose materna, “per esempio, quella cosa sul commendator Brambilla che ti è uscita prima è pazzesca. Perché non pensi di dedicare un capitolo del tuo grande libro sui messia a Berlusconi?”<br />
“Sai com’è: quando uno deve comprare un frigo nuovo, va a finire che vede dappertutto frigoriferi”.<br />
Al che lo zio Aurelio rise, a lungo e forte, e nell’energia metallica di quella risata c’erano tutti i cascami rotti di quella forza lanciata in avanti, utopica e concreta come un autotreno, che era stato anni e anni prima.</p>
<p><em>racconto pubblicato sul numero 46° di &#8220;Nuovi Argomenti&#8221;</em></p>
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