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		<title>Lettere dall&#8217;assenza #2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Nov 2018 11:25:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot &#160; Cara J., la coltre di nebbia che ha piegato il cielo mi scava le ossa, sono mature per la semina, come quando ci siamo incontrate, e tu danzavi sopra le mie corde. Un canto muto, una sirena. Abbiamo camminato lungo la scia delle lumache, e tu disegnavi cerchi nell&#8217;aria, gettavi i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-76484" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/20140219_172816-e1541936398926.jpg" alt="" width="966" height="1277" /></p>
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<p>Cara J.,</p>
<p>la coltre di nebbia che ha piegato il cielo mi scava le ossa, sono mature per la semina, come quando ci siamo incontrate, e tu danzavi sopra le mie corde. Un canto muto, una sirena.<br />
Abbiamo camminato lungo la scia delle lumache, e tu disegnavi cerchi nell&#8217;aria, gettavi i drappi colorati facendoli roteare appena più in alto del collo: ricordi la scena della pista da ballo?</p>
<p>Oggi è un giorno senza parole, cerco di deglutire la poca saliva rimasta, ma non esce che uno sputo, un gorgoglio avanzato a forza. Le mani sono di creta, provo il disgusto delle frasi troncate, di questi arti incandescenti, di questa pasta madre che non fa madre, che non fa niente. A volte, ritornando sugli eventi, ho un&#8217;immagine di te, J., che cerca di annotare le ultime note del diario notturno: una spia rossa illuminava la tua attesa, il microchip impiantato nell&#8217;utero, questo figlio che non arriva, i preti senza croce, le infermierine del piano interrato.<br />
Mi dicevi: è un campo, ho un deserto nella testa, e io ti innaffiavo senza speranza.</p>
<p>Non c&#8217;è che il dolore per quegli attimi scuri, per la peste che ci appestava, per i liquidi scuri iniettati a tradimento.<br />
Eppure, nell&#8217;angolo liscio da cui ti scrivo, posso vedere a distanza il tuo occhio puntato nella direzione del vento, la tua Nigeria, la tua macchina corporale ancora tesa nel vuoto.<br />
Raccontami dell&#8217;uomo malato, raccontami del sangue, delle particelle inumane della terra che non ti apparteneva, quella in cui ci siamo incontrate e il nero masticava ogni odore, i sette peccati capitali. Raccontami della tua zona, dei territori che hai navigato, della casa, delle tue chiese appese al muro della stanza.</p>
<p>I mancati appuntamenti sono assenze da ricordare, spremute nella memoria dei nostri secoli minori, delle parti piccole, delle macerie. Io sono il gambo secco della tua pelle, l&#8217;inflorescenza immatura, tu sei la donna d&#8217;ambra, l&#8217;ugola nera.</p>
<p>Ho un gufo che preme al centro del cranio, è un ricordo notturno, un&#8217;esclamazione finita dove l&#8217;intero mondo carpiva i parchi, o le foreste, o i canili dell&#8217;ombra.<br />
Le delusioni sono contemplate insieme, non esiste separazione. Il verde che ti ho regalato quando ci siamo salutate è una città. Dimmi della tua, raccontami cosa ne hai fatto: se dici prato e il cielo cade, se decanta un assoluto.</p>
<p>Come ti penso, quanto ti prego, quanto mi cade dalle mani, quanto dolore, quanto il tuo viso, come il tuo corpo, quanto mi manca il passaggio della luna, quanta cancrena, quanto rispondi. Mi metto nella posizione degli appena nati, i cuccioli che hai nutrito prima degli altri, con la bocca spalancata attendo una risposta. Scatto con il diaframma un taglio di luce &#8211; e tu sei lì, affacciata ancora alla finestra umida della febbre.</p>
<p>Mi hai detto: attendi, ho risposto che ai risultati non c&#8217;è vigilanza, che il nudo della festa che abbiamo conosciuto non ha risposta: ha solo questa donna inginocchiata, come siamo tutti a terra a mangiare i resti, le briciole cadute dal tavolo.</p>
<p>Tu parlami del tempo, della luna, parlami della terra.</p>
<p>Tua, sempre, S.</p>
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		<title>Leggere la terra (autismi della terra # 3)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Apr 2016 05:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[autismi]]></category>
		<category><![CDATA[autismi della terra]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Nuova Prosa]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Per capire meglio la terra, o forse  meglio nell’illusione di farlo, mi capita di leggere articoli scientifici che trattano di questo o quell’aspetto della matrice chiamata da moltissimi secoli così, ma che nei resoconti specialistici diventa più tecnologico suolo. Spesso sono questioni molto particolari, perché al giorno d’oggi le ricerche sono estremamente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/11/60532/dsc_0490_rit/" rel="attachment wp-att-60984"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-60984" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0490_rit-300x200.jpg" alt="DSC_0490_rit" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0490_rit-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0490_rit-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0490_rit-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0490_rit-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Per capire meglio la terra, o forse  meglio nell’illusione di farlo, mi capita di leggere articoli scientifici che trattano di questo o quell’aspetto della matrice chiamata da moltissimi secoli così, ma che nei resoconti specialistici diventa più tecnologico <em>suolo</em>. Spesso sono questioni molto particolari, perché al giorno d’oggi le ricerche sono estremamente specializzate: il tema può essere per esempio il materiale genetico che rivela la presenza del determinato gruppo di batteri in un certo punto di una data foresta, o anche certe molecole di sostanza organica in un campo di barbabietole da zucchero della data località. Io non sono uno scienziato, ma passo pur sempre molto tempo a leggere scritti del genere, che sono destinati piuttosto agli apostoli delle varie discipline.</p>
<p>Per me la lettura è per definizione un piacere, il piacere anzi più sicuro e facile, e più persistente, meno precario (come è noto il problema dei piaceri è la loro fugacità). A leggere questi resoconti tutti con lo stesso ineluttabile scheletro – introduzione, metodi, risultati, conclusioni &#8211; non provo invece alcun godimento. Li trovo quasi sempre molto noiosi, davvero tediosissimi, però cerco di arrivare in fondo, o insomma di scorrere le parti che mi sembrano più importanti. Resisto come posso alle seduzioni del romanzo scosciato con voluttuosa noncuranza sul bracciolo della poltrona, che cerca di attirarmi nei suoi vortici di futilità, mi aggrappo a quelle righe austere.</p>
<p>Il nuovo latino in uso nella liturgia scientifica, l’inglese, è sempre legnoso, il più possibile impersonale, e soprattutto assertivo, sentenzioso, cattedratico, privo di sfumature, non parliamo poi di umorismo. I serrati paragrafi sono interrotti da incessanti parentesi con i riferimenti bibliografici, nella canonica forma del cognome e dell’anno (e quel salmodico <em>“et al.”</em> se gli artefici sono più di uno). Tutti questi rimandi sembrano puntelli che sostengono una costruzione non ancora finita, sono ostacoli che rendono la deambulazione poco agevole. Avanzo quindi con fatica, distraendomi di continuo, ma con la mia grande perseveranza, l’unica mia dote (ammesso che possa essere considerata una dote), riesco a non demordere.</p>
<p>È evidente che il fine principale di quello stile di scrittura è l’evacuazione dei sentimenti, l’occultamento degli stati d’animo e della sensibilità sotto l’apparenza di un piglio oggettivo. Tutto deve risultare impersonale, arido, in modo che la razionalità appaia il più possibile incontaminata, assoluta. Meglio le fragilità e le debolezze risultano mimetizzate più la ricerca sembra solida, <em>scientifica</em>. Quando in realtà ogni frase è pur sempre il frutto di un’intuizione, un tentativo di esprimere significati che le parole non dicono, o dicono male, e di occultate contenuti che si vogliono tacere, come tutte le frasi umane. I linguaggi umani sono per definizione imperfetti, contraddittori, intrisi di emozioni e ambiguità. Alla ricerca di un riconforto provo allora a decifrare le figure, che però si rilevano anch’esse severe e non belle, spesso di assai ardua decifrazione.</p>
<p>Sono però i contenuti che mi risvegliano le perplessità più pervasive. Quasi sempre la visuale è molto ristretta, e me ne deriva l’impressione che quella parzialità nasconda in realtà l’ignoranza dei legami tra i vari aspetti di fondo, o per meglio dire l’ignoranza dell’ignoranza. Perché è stato scelto proprio quel caso di studio, e cosa rappresenta, posando per un secondo la lente deformante di quella sottodisciplina, prendendo in conto anche altri punti di vista? Considerando le cose un po’ più da lontano l’oggetto non risulta forse mal definito e ibrido, per non dire pretestuoso, e anche l’approccio scelto per affrontarlo non appare per caso assai arbitrario?</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/11/60532/dsc_0261_rid/" rel="attachment wp-att-60983"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-60983" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0261_rid.jpg" alt="DSC_0261_rid" width="640" height="428" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0261_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0261_rid-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0261_rid-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p>Per svelare la verità parziale di cui è questione, ci si affida alla statistica, che ha preso ormai il posto del pronunciamento divino. Se il metodo statistico adottato sentenzia che una data relazione è vera, o meglio che ha la determinata probabilità di essere vera, vuol dire che la <em>legge naturale</em> è quella, beninteso anche in assenza della minima spiegazione convincente. La mia vita mi insegna che la grande probabilità è solo una potenzialità astratta, e è in fondo inutile ai fini previsionali, o insomma di per sé inutilizzabile, perché spesso è poi l’eccezione che si realizza, o insomma entrano in gioco fattori non previsti. Lì però la possibilità diventa inflessibile e inconfutabile causalità, senza rischio di colpi di testa o sbavature. E come poi quelle risultanze tanto tendenziose si conciliano con gli esiti di approcci non considerati, con altre visioni, altre domande? Il sistema delle citazioni solo a difesa (come se in un processo non ci fossero anche i testimoni a carico), e la forma breve di questi componimenti, consente di restare nel dominio della perorazione senza contradditorio, sfuggendo a una reale verifica. Certo, quella dissertazione è passata al vaglio di severi e anonimi referi, però questi appartengono in realtà alla stessa sottospecie, sono inclini in genere agli stessi errori.</p>
<p>Leggendo ho quindi l’impressione che quella cosiddetta imparzialità scientifica sia solo una finta, una maschera che nasconde le normali esitazioni umane, l’usuale incompetenza. Facendo più attenzione mi accorgo che gli stessi puntelli bibliografici non sono poi così solidi, non sono poi così adatti a quel ruolo di cariatidi, sebbene il loro essere incastrati con risolutezza possa suggerire l’impressione che sostengano senza sforzo il ragionamento. Quei disparati studi, intruppati poi in sequenza alfabetica alla fine (titoli di coda accademici?), a una verifica anche frettolosa sembrano avere gli stessi difetti, paiono a loro volta appoggiarsi su altri scritti presi un po’ qui e un po’ lì, citati a sproposito. Non si può fare a meno di pensare a un manipolo di pencolanti ubriachi che si reggono a vicenda.</p>
<p>Il quel mio crescente imbarazzo la statistica mi appare come l’arte di far dire alle cifre quello che si vuole, proprio come un tempo ci si appellava allo spirito santo per giustificare gli eventi più diversi. Si troverà sempre un’algebrica prestidigitazione per far risultare due serie di dati un po’ correlati. Ma certo esagero. Certo parlo così perché non sono un vero officiante, tutto quello che faccio è partecipare a volte a esperimenti di professori o ricercatori che studiano questo o quell’aspetto della terra. Risulto utile soprattutto per il lavoro di campagna, visto che faccio volentieri delle buche, e eseguo con professionale precisione i relativi rilievi. Ormai sono tra i più anziani, e c’è chi mi stima, ma il mio ruolo è quello di un ragazzo che inizia, finisco per essere un po’ l’uomo tutto fare. Dalla mia ho solo la mia esperienza, che certo non può costituire una garanzia di autorevolezza scientifica, e la mia intuizione, i cui volubili suggerimenti non potrebbero essere comprovati in alcun modo (anche se a me sembrano validi). Perché a ben vedere non sono molto razionale, e la mia diffidenza per le logiche tetragone nasconde anzi una difficoltà a seguire linee rigorosamente coerenti nelle mie elucubrazioni. Probabilmente criticando a priori quei rapporti cerco solo di difendere la mia inconseguenza, la mia difficoltà a concentrarmi, a staccarmi dall’empirismo. E forse quella lingua mi riesce antipatica solo perché la manovro stentatamente, lungi dalla maccheronica disinvoltura di molti colleghi.</p>
<p>Leggo comunque quei bigotti racconti che rappresentano l’esatto contrario di ciò che cerco nei romanzi (in particolare quello che mi fa l’occhiolino dal bracciolo della poltrona), continuo a masticarli. Non so poi cosa mi resta di tutte quelle frequentazioni, visto che la mia memoria non è molto forte (per rintanarmi dietro un eufemismo). Forse ben poco. E probabilmente spazio tra tanti campi diversi proprio perché non ho alcuna effettiva competenza in un qualsivoglia ramo, nessun ruolo preciso. Si direbbe quasi che voglia mantenermi aperte molte porte in attesa di decidere dove orientarmi. Strategia per la quale non resta più alcuna plausibile giustificazione, visto che ho quasi l’età del pensionamento (se solo avessi, ma questo è un altro discorso, una qualche forma di pensione). A quanto pare dentro di me un nocciolo di pazzia reputa che la mia vita potrebbe forse offrirmi ancora questa o quella tardiva e fiabesca opportunità (o che io sia immortale?).</p>
<p>Soffro di non avere tempo di leggere romanzi, che mi danno piacere, e che con la loro capricciosa volubilità mi sembrano avvicinarmi alla verità, e impiego le mie giornate a spulciare questi compitini che non mi danno alcun diletto, e che non contengono molta verità, non quella che cerco (anche proprio nella terra). L’educazione di mio padre, forse è questo, mi ha inculcato l’abitudine a sprezzare o anche evitare le attività che mi appagano, a concentrarmi sugli sforzi che mi risultano penosi, per i quali sono forse meno dotato. Certo il nodo della questione è solo lì, non sono riuscito a liberarmi dal fascismo. La frequentazione della terra, quell’unico contatto pragmatico che ho con il mondo, e che coltivo proprio per appropriarmi di una qualche identità, una plausibilità sociale, e per guadagnarmi da vivere in un modo che abbia una parvenza di senso, per non affondare in me stesso, è quindi solo l’incapacità a ammettere che l’unico autentico legame sarebbe l’assenza di autocostrizione, la libertà di vivere la mia esistenza assecondando le mie autentiche propensioni, senza pagare alcun pegno. Cedendo al richiamo del discinto romanzo che dalla poltrona mi canticchia la sua sciocca ma anche sapiente cantilena.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/11/60532/dsc_0494_rit/" rel="attachment wp-att-60981"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-60981" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0494_rit.jpg" alt="DSC_0494_rit" width="640" height="428" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0494_rit.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0494_rit-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0494_rit-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p><em>(questo testo è apparso su “Nuova Prosa”, numero 66, marzo 2016)</em></p>
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		<title>La terra metafisica (autismi della terra # 2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Mar 2016 05:00:01 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/29/la-terra-metafisica-autismi-della-terra-2/dsc_0364_rid/" rel="attachment wp-att-60844"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-60844" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0364_rid-300x201.jpg" alt="DSC_0364_rid" width="300" height="201" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0364_rid-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0364_rid-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0364_rid.jpg 640w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>Quando sono in una delle mie buche qualche volta mi chiedo perché sono finito lì. Alzo gli occhi, e guardo il cielo, o insomma la fetta di cielo che posso vedere, se la buca è molto profonda, o anche lo strato più o meno denso di alberi, se sono in un bosco, o il merletto formato dai tralci, se mi trovo sotto una pergola di viti,<span id="more-60529"></span> cercando la risposta. <em>Perché?</em>, mi domando, aggrappandomi alla manciata di terra che ho ancora in mano, come cercando un appiglio che possa sorreggermi. <em>Cosa mi ha portato qui?</em>, mi chiedo. <em>Cosa ci faccio in questa vasta pianura, sotto questo cielo più simile a un mare?</em></p>
<p>Con quei <em>perché?</em> non cerco beninteso le cause immediate: so bene che se sono lì mezzo sotterrato, o anche annegato per intero (dipende da quanto è profondo lo strato di terra), è perché ho firmato il certo contratto per fare il dato lavoro nell’ambito della data iniziativa sostenuta dal tale organismo, e avversata dal tal altro, che serve alla determinata cosa ma purtroppo non alla tal altra, perché il famigerato fattore legato alla stranota condizione lo impedisce, almeno fino a che l’eterno intoppo non sarà rimosso, il che dipende da questo o quel dettame politico (si arriva sempre lì), a sua volta subordinato a ingiunzioni ancora più dittatoriali, sempre politiche. La realtà è sempre fatta di tanti pezzetti concatenati gli uni agli altri, e le mie giornate passano a cercare di farli combaciare, io che non ho mai amato i puzzle. Con l’aggravante che non conosco l’immagine che sto ricostruendo, perché nessuno me l’ha mai mostrata, e nemmeno so se ci sono abbastanza pezzi per completarla: vado avanti alla cieca, augurandomi che dio me la mandi buona. A volte è divertente, a volte estenuante, soprattutto se si tiene conto che di tanto in tanto un terremoto rimescola il cantiere in fieri, e devo ricominciare tutto da capo (o quasi). Finché non perderò definitivamente la pazienza, e darò un calcione a quel quadro non finito e non bellissimo, composto da aridi frammenti di cartone, che è la mia vita: mi conforta il pensiero – certo anch’esso velleitario &#8211; che se un giorno ne avrò voglia potrò sottrarmi al gioco.<br />
<em>Perché?</em>, mi chiedo ancora, sapendo che non sono certo quelle certosine catene sequenziali alle quali il mio cervello mi ha abituato che mi daranno una risposta, e che la spiegazione che cerco è più generale, sfugge forse all’ordine rassicurante ma anche artificioso delle concatenazioni di causa e effetto, più o meno ossessive che siano. <em>Perché proprio ora mi ritrovo in questo preciso campo coltivato, sotto questo cielo che sembra invece incolto, con queste nuvole simili a straccetti sfilacciati di garza?</em></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/29/la-terra-metafisica-autismi-della-terra-2/dsc_0482_rit1_rid/" rel="attachment wp-att-60857"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-60857" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0482_rit1_rid.jpg" alt="DSC_0482_rit1_rid" width="640" height="427" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0482_rit1_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0482_rit1_rid-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0482_rit1_rid-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p>Osservo quelle incostanti garzette bianche, quasi potessero aiutarmi a trovare una risposta. Sento che gli indizi ci sono: sono io che non riesco a decifrarli, sono io che sono miope. <em>Perché sono finito a fare quest’attività così strana, e in questo modo così intimo, così viscerale?</em> <em>Perché non la microelettronica, o la gastronomia, l’architettura</em>? Mi accorgo però che quelle nuvolette sono troppo inconsistenti, troppo fragili, per potermi aiutare. Ne hanno probabilmente già fin sopra i capelli a pensare al vento che le strattona e sbrindella, sanno forse ancora meno di me chi sono e che destino avranno.<br />
Alzo un po’ gli occhi, e cerco una spiegazione nel ventre profondo del cielo, là dove non ci sono inaffidabili garzette bianche. Mi sembra che quel blu abissale, lui sì, possa albergare nella sua pancia trasparente delle risposte affidabili. <em>Sono le eredità famigliari, quelle innominate maschere che si tramandano assieme ai cromosomi, a guidarmi?,</em> mi chiedo. <em>La mia esistenza ricalca comportamenti ben codificati, come i personaggi del teatro popolare,</em> <em>ricopiando un perentorio destino già scritto? </em>O <em>ubbidisce invece all’algebra spirituale delle reincarnazioni? Non risulta piuttosto da lacerti di tutto questo, come la confusione di vortici e bonacce generata da venti che spirano in sensi diversi, che si scontrano, si sommano, si annullano? </em>Nemmeno quell’oceano di aria sembra però volermi dare una mano. Non pare accorgersi che esisto, si gongola nella sua grandiosa indifferenza alle cose umane.<br />
Sento che per ognuna delle possibili piste ci sono segnali ben precisi, si tratterebbe solo di saperli afferrare e tirare con fermezza verso di me, come pesci presi all’amo, per poi aprire le loro pance misteriose e estrarre le delucidazioni che cerco. Ma io non ci riesco, posso solo osservare di nuovo quelle cangianti nuvolette che fanno i capricci sopra di me. Devo arrendermi all’evidenza che non saprò mai tradurre in parole certe intuizioni che a tratti mi sembrano essere abbozzi di risposte: non capisco niente, non so niente. Perfino i pochi punti fermi che credevo avere si rivelano fondamenta precarie e franose, come appunto gli sbuffi di vapore sopra la mia testa che si stirano, si sfilacciano, si squagliano. Sento che sono agito da forze che non conosco, che mi strattonano dove vogliono loro: nemmeno riesco a dare un nome, alle correnti sotterranee che hanno sempre fatto di me quello che volevano, e sempre lo faranno.<br />
Mi stringo nelle spalle, e mi dico che fa un po’ freddo. <em>Devo finire  i rilievi prima di gelarmi</em>, mi dico, lasciando cadere la terra che non ricordavo più di avere nella mano. <em>Mi conviene affrettarmi, se non voglio fare tardi</em>, mi sprono, anche nel caso non faccia freddo. Come la maggior parte dei miei contemporanei passo gli anni a dirmi che sono in ritardo e che mi resta da fare questo o quello, e poi ancora quell’altro ancora, e ho l’impressione che il tempo non sia mai abbastanza. Pure io penso in continuazione a come sarò soddisfatto quando avrò finito questo o quello, o potrò fare quell’altro, anch’io vivo quasi in perennità nel cosiddetto futuro, quel miraggio lenitivo che svapora prima che lo si possa raggiungere. Mi figuro quello che farò per non pensare al presente, in altre parole non vivo. Quello che chiamo futuro non è che la mia vigliaccheria, la mia inettitudine.<br />
Abbasso lo sguardo, e riprendo contatto con la terra, come si ritrova un famigliare che ti accetta come sei e ti incoraggia sempre, o insomma ti sopporta. So che qualsiasi cosa succeda lei non mi snobberà, non mi prenderà in giro, e mal che vada un posto per riposarmi me lo troverà sempre. Mi concentro sull’operazione che devo portare a termine, guardando e toccando quella furbona che si finge materia minerale, ma è piuttosto apoteosi di attività, palpitante agglomerato di costruzioni e esseri viventi, proprio come le nostre folli metropoli (pure lei con le sue contraddizioni e esalazioni, e la sua rude bellezza). <em>Avanti</em>!, mi dico, imitando senza volerlo il tono di voce di mio padre. <em>Coraggio!</em>, mi dico.<br />
Se ci facessi bene attenzione quando abbandono a questo modo i cosiddetti questionamenti cosmici percepirei forse il fragore di una serranda che si abbassa come una implacabile ghigliottina, chiudendomi fuori dal solo veicolo che avrebbe potuto portarmi da qualche parte. Se fossi riuscito a entrare in quella navetta (la sapienza?), invece di venirne escluso come un clandestino beccato senza biglietto, sarei forse arrivato a qualche precetto o ricetta che mi aiuterebbe a esistere. Ma non sono un antico filosofo, non sono un grande saggio, e nemmeno uno di quei virtuosi giocolieri di frasi e citazioni, questi sgamati professorini che vivono di parole, sono un bestione impaurito dai suoi stessi limiti. La mia condanna è questa, partorire mio malgrado schiaccianti domande e non avere i mezzi per rispondere, non poter fare a meno di anelare spiegazioni e teorie, e dover invece deglutire aria e informi grumi di parole.<br />
Senza rendermi conto ritorno al rosario dei miei pensieri utilitaristici, che nel mio caso sono in assoluto i più rilassati, più appaganti. <em>Ho già misurato l’acidità dello strato più profondo?</em>, mi chiedo. <em>E quel sette virgola sette di quello sopra sarà affidabile? Che sia il caso di rifarlo?</em> Mi reimmergo nella pedissequa routine lavorativa, quel bagno di reale che anestetizza le mie ambizioni di trovare un senso alla mia esistenza. Ma forse è proprio mentre sono in balia di quelle riflessioni pratiche concernenti la terra che tocco il mio apice, e approdo a qualcosa. In quegli istanti sono attento e concentrato, e anche aperto e recettivo, e rilassato, appagato, quasi divertito. In altre parole seppellito in quella buca di terra, che è una evidente allegoria della morte (manca solo il teschio amletico posato sul bordo), finalmente vivo. <em>Vale la pena che stimi la percentuale di sabbia anche qua in mezzo, se l’ho già fatta sopra?</em>, mi chiedo, e ho la sensazione di vivere, sento nei miei muscoli e nelle mie vene che sto vivendo.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/29/la-terra-metafisica-autismi-della-terra-2/dsc_0232_rit_rit_rid/" rel="attachment wp-att-60859"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-60859" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0232_rit_rit_rid.jpg" alt="DSC_0232_rit_rit_rid" width="640" height="427" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0232_rit_rit_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0232_rit_rit_rid-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0232_rit_rit_rid-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p><em>Ho un po’ fame</em>, mi dico mentre finisco quello che devo fare. Il corpo non smette di sottopormi le sue richieste, soprattutto quando comincio a essere a corto di pensieri, quasi temesse che senza il suo aiuto mi annoierei. Mi sottopone le sue istanze, e io le prendo graziosamente in considerazione come un monarca seduto sul suo scranno, un re che può fare il bello e cattivo tempo. Ma so bene che se lo disdegno sarà lui poi a alzare il tono delle rivendicazioni, fino a incollerirsi e maltrattarmi, e magari anche a farmela pagare. Sì, <em>ho proprio fame</em>, mi dico quindi, mentre ripongo i vari strumenti nella mia borsa da fotografia. Quasi fosse solo una questione cerebrale, quasi non avessi un corpo.<br />
D<em>evo fare pipì</em>, mi dico, mentre già mi sollevo con le braccia per uscire dalla buca. <em>Cerco un bar dove mangiare un panino e la faccio lì</em>, mi dico. Pedisseque prese di posizione mentali che fanno ripartire nuove catene causali di pensieri, ennesime disordinate e spesso mozzate concatenazioni cerebrali. Perché beninteso le procedure e le modalità anche solo per trovare un bar e mangiare un panino sono in fondo numerosissime, per non dire infinite. Per non parlare della successione di gesti per sistemare i campioni nel bagagliaio della macchina e mettermi al volante, che suscitano uno sprizzare mentale simile al folle schizzo di scintille di una fiamma ossidrica.<br />
Mentre guido è invece la fascia asfaltata davanti a me, e tutto quello che avviene su di essa, e la sponda di costruzioni o di vegetazione sui fianchi, che stimolano e intrattengono il mio pensiero. La mia mente smette di occuparsi di me, e divaga a partire da quella moltitudine di immagini sempre diverse, rapide e come possedute da un cinetismo schizofrenico, quasi futuriste, che captano i miei occhi. Per qualche minuto, ma anche per ore, dipende dalla distanza da casa mia.<br />
Guidare è il gioco che più appassiona gli uomini occidentali, e io stesso schiacciando l’acceleratore ho l’impressione di essere onnipotente (seppure il mio veicolo sia tutt’altro che un bolide), ho la sensazione che niente potrà fermarmi. Con una lieve carezza del piede posso ridurre a schizzi impazziti gli alberi e le case. Senza la minima fatica, senza che la mia mente deva stressarsi aizzando e spronando il mio corpo. È il piede che fa avanzare l’auto, sono le mani che si occupano di girare il volante e cambiare le marce, la mia mente può vagare dove vuole lei, esaltata dall’ebbrezza di questo correre a spese dell’olio nero intrappolato tra gli strati geologici. Non c’è quindi da stupirsi che le divagazioni che accompagnano il mio incedere tecnologico siano capricciose e irresponsabili.<br />
Ogni tanto il pensiero torna alla terra che ho messo nel bagagliaio. Penso che appena arrivato a casa dovrò aprire i sacchetti, in modo che possa almeno respirare, seppure imprigionata. La maggior parte dei colleghi non hanno questa accortezza forse eccessiva, forse maniacale, mentre la prima cosa che faccio io, prima ancora di cambiarmi, è quella. Poi li porterò al laboratorio, dove saranno trasformati in numeri, cifre più o meno grandi, con e senza decimali, sopra o sotto la norma. Diventeranno essenzialissimi segni scritti, analoghi per molti versi a incisioni su una lapide: la loro esistenza sarà allora astratta, come appunto quella di un morto. Del resto pure loro hanno lasciato nel posto dove li ho prelevati dei vicini e dei parenti, esattamente come succede alla maggior parte dei defunti.<br />
Non ci penso più ai miei vagiti filosofici nella buca, quando ero stregato dai pezzetti di garza che si sfrangiavano e disfacevano nel mare del cielo. La fuga dalle elucubrazioni elevate mi ha salvato: se avessi continuato a interrogarmi sui massimi sistemi non sarei riuscito a tornare a imbozzolarmi nel presente. Mi sarei solo spossato, finendo forse per andare fuori di testa. Sarebbe però errato dire che delle mie interrogazioni non rimane niente: mi resta un retrogusto nella bocca, una fiacchezza di digestione difficoltosa. So bene, se mi costringo a pensarci, che quando meno me l’aspetto riaffioreranno, e stringendomi la gola con le loro dita dure mi angustieranno ancora con i loro assurdi tentativi di costringermi a capire qualcosa.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/29/la-terra-metafisica-autismi-della-terra-2/dsc_0426_rid/" rel="attachment wp-att-60855"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-60855" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0426_rid.jpg" alt="DSC_0426_rid" width="640" height="428" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0426_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0426_rid-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0426_rid-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p><em>(questo testo è apparso su &#8220;Nuova Prosa&#8221;, numero 66, marzo 2016)</em></p>
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		<title>Humus</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jan 2016 06:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Bianca Bonavita]]></category>
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		<category><![CDATA[mondo contadino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Bianca Bonavita &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Io non ho nessuna storia da raccontare, non avrò mai nessuna storia da raccontare. Perché non so raccontare né tantomeno inventare storie. La maggior parte delle storie non sono necessarie ed io riesco a scrivere soltanto ciò che ritengo necessario. Certo, ci sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Bianca Bonavita</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/01/23/humus/022-humus-copertina-med_rid/" rel="attachment wp-att-59380"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-59380" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/022-HUMUS-COPERTINA-med_rid-189x300.jpg" alt="022-HUMUS-COPERTINA-med_rid" width="189" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/022-HUMUS-COPERTINA-med_rid-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/022-HUMUS-COPERTINA-med_rid-644x1024.jpg 644w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/022-HUMUS-COPERTINA-med_rid.jpg 709w" sizes="auto, (max-width: 189px) 100vw, 189px" /></a></p>
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<p>Io non ho nessuna storia da raccontare, non avrò mai nessuna storia da raccontare. Perché non so raccontare né tantomeno inventare storie. La maggior parte delle storie non sono necessarie ed io riesco a scrivere soltanto ciò che ritengo necessario.<span id="more-59301"></span> Certo, ci sono alcune storie necessarie e ci sono persone che le sanno raccontare. Io non sono tra loro.</p>
<p>E comunque ci vuole molto più coraggio a dipingere che a scrivere. Scrivendo non si può che migliorare le parole, dipingendo non si può che peggiorare le cose. Scrivendo si aggiustano i danni della parola parlata, dipingendo si guasta la visione. Scrivendo non si può che abbellire le storpiature della parola, dipingendo non si può che storpiare la bellezza dell’esistente.</p>
<p>Chi scrive plasma una materia già contraffatta, il suo pennello si muove entro una cornice prestabilita. Per quanto temeraria, la scrittura sarà sempre questione di una manciata di lettere combinate e ricombinate tra loro.</p>
<p>Dipingere significa invece scontrarsi con la realtà sul suo stesso campo; il mondo è l’unica cornice a disposizione. Una cosa è parlare della materia avendo tutto il tempo di soppesare ogni parola, altro è plasmare la materia per fornire alla realtà un lago increspato in cui specchiarsi.</p>
<p>È per questo che scrivo.</p>
<p>Scrivo perché non so dipingere. Scrivo della terra che mi lavora, che rivolta la mia anima ogni giorno di più. Scrivo di quei pochi centimetri di terra che sono il mio humus, la mia umanità, la mia casa, il mio rifugio, il mio esilio e la mia diserzione. Scrivo delle stagioni smembrate che vado in me ricomponendo a fatica per restituire un senso al mio morire.</p>
<p>Guardo fuori da questa finestra che dà sulla campagna e so che oltre la nebbia che tutto ammanta, attutisce e acceca, ci sono i campi lavorati, c’è il grano appena germogliato, c’è la terra umida di un altro autunno, c’è la mia speranza di primavera; so che fuori da questa cabina, oltre il bianco lattiginoso, c’è un oceano su misura, un oceano alla mia portata, un oceano che mi aspetta.</p>
<p>Un diario di terra è ciò che scrivo. Null’altro che un diario di terra.</p>
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<p>Eppure sono rimasta sola tra questi velleitari muri di campagna. Siamo rimasti in pochi su questa collina a inseguire le stagioni. Guardo fuori attraverso le feritoie del mio esilio e vedo in fondo alla valle le armate che avanzano, sento il fragore dei loro metalli, i miasmi portati dal vento.</p>
<p>La strada è da questa terra un boato ininterrotto, un fiume non così lontano in piena, che dilava, e l’impietoso inconsapevole accavallarsi dei giorni trascina a mare, senza possibili ritorni. La strada è da questa terra un grido straziato, una promessa rinnovata di rovine.</p>
<p>Non so se chiamarla resa o resistenza questa mia solitudine, quest’assenza di dialoghi, la mia fede irrazionale nelle colline, in questi pochi centimetri di terra.</p>
<p>Se è ancora possibile una qualche forma di rivolta al putridume che cinge i nostri fianchi, essa non può che trovare rifugio tra le montagne, perché è ormai evidente che anche le mie colline stanno per essere espugnate. È evidente che è soltanto vana ostinazione questo mio presidiare una lingua di terra affacciata sulla grande valle della morte, là dove hanno i loro accampamenti i legionari della ricostruzione. Che tutto distruggono per poter ricostruire ogni volta. Così funziona.</p>
<p>I loro gelidi fuochi violentano le tenebre e si esita a chiamare cielo il grigiore plumbeo dei loro miasmi. Il loro dilagare sulle colline, come un fiume di lava al contrario, è ormai alle porte e questo mio bastione solitario sarà tra i primi a cadere nelle loro mani.</p>
<p>Se esistono degli eroi in questa carneficina sono quegli umani, che circondati dalle armate del Grande Pescatore e sperduti in mezzo alla pianura straziata e trasformata in fabbrica a cielo aperto di putridume, non hanno ancora consegnato il loro piccolo pezzo di terra.</p>
<p>Come è già stato nei secoli passati, è solo dalle montagne che sarà possibile organizzare una qualche forma comune di rivolta. Da sempre sono le montagne il luogo del grande rifiuto. Da sempre chi vuole fare a pugni con il proprio tempo elegge i boschi a proprio rifugio.</p>
<p>Ma il ‘noi’ ha da tempo abdicato, e disperso la propria malta in un recipiente senza confini.</p>
<p>E non bastano le montagne a frenare l’avanzata delle armate. Non bastano a contenere la loro furia devastatrice. Non esistono armi o strumenti in grado di arginare la piena dei loro rigurgiti: le armate sono da sempre molto più e molto meglio equipaggiate di qualunque impossibile noi che cerchi di contrastarle. Non c’è trofallassi nei nostri alveari.</p>
<p>La loro forza non sta solamente nella potenza di fuoco ma soprattutto nella capillarità del loro dominio. Non sta solamente nelle armi che restano nelle loro mani, le armi che uccidono, ma sta soprattutto in quelle che a buon prezzo finiscono nelle nostre, le armi della gloria e dell’illusione. Le strategie sono cambiate, ordini e divieti si godono la pensione in qualche paese tropicale ancora fermo a un grado primordiale di terrore. Ora sono le nostre armi giocattolo, protesi delle nostre dita antiquate, a tenderci imboscate e a ucciderci ogni giorno di più.</p>
<p>Si è quasi felici quando ci si imbatte nel muro di un ordine o di un divieto: si riscopre in noi la sopravvivenza di una possibile disobbedienza.</p>
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<p><em>NdR: I due passi sono tratti rispettivamente dall&#8217;introduzione e dal capitolo &#8220;Primavera&#8221; di &#8220;Humus &#8211; Diario di una terra&#8221; di Bianca Bonavita, edito dalla bellissima <a href="http://www.pentagora.it/">Pentagora</a>, all&#8217;interno della collana <a href="http://www.pentagora.it/?page_id=122">Narrativa</a></em></p>
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<p><em>Questa la presentazione del libro della casa editrice:</em></p>
<p><em>Sulle colline una donna ricerca nella terra il suo humus perduto, la sua umanità, la sua rivolta. Nel suo diario ritrae la meraviglia per il lavorio delle stagioni. Diventa contadina. Ma l’elegia si distorce in invettiva, l’incanto in disincanto. Della cultura contadina non restano che macerie e la campagna è stata trasformata in una fabbrica a cielo aperto. Dal suo esilio si accorge che tutto, anche il suo ‘ritorno alla terra’ è avvolto nella rete del destino o di una divina indifferenza. La comunità è dispersa e lei si sente condannata a una solitudine irreparabile. Questo è il suo testamento. O la sua semina.</em></p>
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<p><em>E questa la presentazione dell&#8217;autrice:</em></p>
<p><em>Bianca Bonavita vive con la terra sulle prime colline dell’Appennino Bolognese. Quando può, scrive. Per queste sue parole è in debito con Virginia Woolf, Thomas Bernhard, Giorgio Agamben e con un gruppetto di uccelli senza nome coi quali è solita fare colazione.</em></p>
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		<title>IL PREZZO DELLA TERRA (autismi della terra # 1)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2015 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Se potessi farei solo buche nella terra. Col vento e con la pioggia, nel solleone più incandescente, dove ogni respiro è fuoco nei polmoni, quando l’inverno mi morde le dita: l’importante sarebbe essere solo io e lei, senza distrazioni, senza alcun rompiscatole attorno. Io e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/08/31/gli-incontri-per-la-terra-autismi-della-terra-1/dsc_0576_rid/" rel="attachment wp-att-56271"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-56271" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0576_rid-300x201.jpg" alt="DSC_0576_rid" width="300" height="201" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0576_rid-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0576_rid-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0576_rid.jpg 640w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>Se potessi farei solo buche nella terra. Col vento e con la pioggia, nel solleone più incandescente, dove ogni respiro è fuoco nei polmoni, quando l’inverno mi morde le dita: l’importante<span id="more-55432"></span> sarebbe essere solo io e lei, senza distrazioni, senza alcun rompiscatole attorno. Io e la terra abbiamo un buon rapporto, da sempre. Io faccio le cose che devo farle, e lei mi lascia fare. Quando ho finito la saluto (mentalmente) e vado via. Come si prende commiato da una persona con la quale abbiamo simpatizzato in treno, e che non rivedremo più. Forse se quel viaggio invece di qualche ora fosse durato due giorni, di quell’individuo che ci ha scaraventato nel pozzo avvincente della sua esistenza non ne avremmo potuto più, ma l’amicizia estemporanea è fiorita l’intervallo esatto per scongiurare l’assedio degli ineluttabili difetti, o anche solo per cominciare a soffrire delle ripetizioni (che prima o poi spuntano sempre). Anche a me dispiace ogni volta voltare le spalle, quando ho finito le mie alchimie.</p>
<p>So bene che la mia vita deve continuare, e non posso consumarla tutta in quella buca, sarebbe assurdo, ma provo un po’ di rimpianto. Certo porterò via con me le fotografie (io che non ho mai scattato e collezionato immagini), e i campioni per il laboratorio, e quindi non è una vera e propria separazione ineluttabile, ma sono cosciente che quel paio d’ore trascorse mezzo seppellito sotto il livello della superficie sono un miracolo che non si ripeterà più. Non con quella sua vividezza dei sensi e dell’intelletto, quella pregnanza quasi sensuale, per non dire carnale, quella sua purezza minerale. Ne resterà solo un ricordo sempre più sfuocato, nella mia mente che si fa scivolare via i ricordi tra le sue dita troppo lisce. Perdita certo compensata da altri incontri simili o anche molto differenti, questo non posso prevederlo, come succede nella vita.</p>
<p>Purtroppo il mio lavoro comprende anche tutt’altro. Certo queste brevi storie d’amore sono il fulcro, la culla per così dire da dove nasce tutto il resto, e verso cui tutto deve convergere, ma a ben vedere finiscono per farsi agognare: sono la droga che mi tiene legato alla professione che faccio, ma sono sempre troppo poche, troppo spaziate. Come ogni tossicomane vorrei che fossero più numerose, più frequenti: sono in carenza. Purtroppo è così.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/08/31/gli-incontri-per-la-terra-autismi-della-terra-1/dsc_0528_rid/" rel="attachment wp-att-56270"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-56270" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0528_rid.jpg" alt="DSC_0528_rid" width="640" height="428" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0528_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0528_rid-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0528_rid-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p>Tanto per cominciare ci sono le coatte immobilizzazioni al computer. Ore e giorni di carezze alla scatola che è a casa mia, ma è connessa con immensi archivi di dati, istituzioni, centri di ricerca, biblioteche, migliaia di persone in carne ed ossa sparse per il mondo, anche loro come me inchiodate davanti a uno schermo e a una tastiera, resi irreali. Quella protesi che sembra essere al mio servizio con le sue capacità infinite, e in realtà mi isola dal resto dell’umanità, alienando con la sua bulimica pletora il mio fisico e la mia mente, tagliando in definitiva le ali ai miei sogni. Le trame asettiche nelle quali mi incatena sono agli antipodi del senso di avvicinare il vero, di essere libero, di stare effettivamente vivendo, che provo quando sono in compagnia della terra.</p>
<p>Faccio anch’io come tutti, mi piego. Come ogni innamorato mi nascondo che il mio amore comprende anche sprazzi pedissequi, per non dire assai sgradevoli, accanto a quelle felici. Altro che transitori effetti collaterali, se dovessi analizzare i fatti con rigore stechiometrico risulterebbe che la maggior parte del mio tempo la trascorro seduto nella semioscurità, come uno schiavo che rema in una galera. L’era digitale ha creato nuovi paria, e io ne sono uno, lo so bene. Ma non si può pretendere che la visione di un innamorato sia oggettiva: quando mi domandano cosa faccio mi immagino l’odore di miceli e di sasso, l’alito vegetale del vento, il tenero sotto le scarpe. Senza rievocare la macchina infernale che fa di me quello che vuole, rispondo con un sorriso citrullo che gioco con la terra.</p>
<p>Un’incombenza ancora peggiore delle catene digitali, sono gli incontri con le persone che mi commissionano i lavori. Per farlo devo recarmi in questo o quell’ufficio di questo o quel servizio o istituto, contornato in genere da una miriade di altri uffici simili o poco differenti. Devo entrare in portoni con placche di denominazioni ufficiali, devo percorrere corridori ognuno con un suo odore ben particolare, e con fotografie o poster alle pareti, in genere con ieratiche montagne e boschi (o anche un lago alpino accecato da un sole arrogante), incrociando fantasmi di esseri umani che vanno e vengono come uccelli che si spostano per motivi chiari solo a loro da un ramo all’altro. Devo prendere ascensori con rivestimenti dozzinali o anche sontuosi ma mai belli, mai accoglienti, con specchi che non incontrano mai facce entusiaste, e quindi sembrano essi stessi tristi. Sono labirinti di corridoi e scale che ormai conosco bene (a partire da un certo punto la vita tende a ripetersi), ma ai quali non mi sono mai davvero abituato, e che per certi versi mi stupiscono come fosse la prima volta.</p>
<p>Ogni volta che mi sprofondo in uno di quegli itinerari obbligati la mia esistenza lavorativa, che è legata in modo indissolubile a quella non lavorativa (non ho mai saputo separarle né temporalmente né spazialmente), annega in quell’inerzia solo lavorativa che ha nei suoi atomi il beneplacito della società, è ritenuta anzi necessaria, o comunque funzionale, ineluttabile. La mia vita un po’ lavorativa e un po’ no, e proprio per questo carente di legittimità, e quasi sconveniente, se non addirittura un po’ losca, urta contro quella fiacca come depurata di tutte le scorie non lavorative (alle quali è consentito di affiorare solo nella forma di noia e velata tristezza), e in quell’impatto violento c’è qualcosa che mi fa sentire anomalo e alieno, che condanna senza appello le modalità raffazzonate nelle quali organizzo la mia esistenza.</p>
<p>Lì dentro i toni di voce e gli sguardi rivelano gerarchie di valori ben diverse dalle mie, ben altre meccaniche esistenziali, altre cosmologie. Le persone che devo incontrare si occupano anche loro di terra, ma lo fanno portandosi dietro quel suggello di tedio ufficiale, quella rassegnata responsabilità derivante dal fatto di avere una scrivania e il nome stampato su un cartellino a destra della porta, di far parte di un gran congegno con le sue regole e obblighi, un preciso organigramma, una criptica burocrazia. Del resto la loro rispettabilità professionale è per così dire aprioristica, per certi versi quasi divina, non deve essere difesa giorno dopo giorno come la mia. Q<em>uesti convalescenti sanno cos’è la terra?</em>, mi chiedo. <em>Se ne occupano, ma l’hanno mai toccata?</em> E mentre lo penso darei chissà cosa per essere in una buca.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/08/31/gli-incontri-per-la-terra-autismi-della-terra-1/dsc_0672_rit_rid-2/" rel="attachment wp-att-56278"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-56278" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0672_rit_rid1.jpg" alt="DSC_0672_rit_rid" width="640" height="410" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0672_rit_rid1.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0672_rit_rid1-300x192.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0672_rit_rid1-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0672_rit_rid1-163x103.jpg 163w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p>Quei<em> funzionari</em> fingono con se stessi e con gli altri di avere un congruo interesse per quello che fanno, e chiamano questa loro impostura <em>impiego</em>, o <em>lavoro</em>: la terra è un pretesto come un altro. Il mio rapporto con la terra è invece passionale, per certi versi extraconiugale, forse anche un po’ incestuoso. Niente regole da rispettare per me, nessun sovrano che pianifichi le mie giornate, niente sorrisi un po’ ipocriti con i colleghi, niente capi di cui sparlare, niente stipendio fisso. Solo i rituali che mi impongo io stesso, e gli spifferi sempre presenti provenienti dal vuoto dell’assurdo.</p>
<p>Non lo vorrebbero dare a vedere, ma è chiaro che mi vedono come uno che non sa valutare bene il giusto peso delle cose, e mosso da incongrui moventi, legati a chissà quali scompensi: uno che non si sa bene perché faccia quello che fa, con che fine. Uno spostato che finge un entusiasmo esagerato per la terra, che è pur sempre terra: un fanatico. Io stesso mi sento fuori luogo, una volta che il mio buon umore si è prosciugato: sorrido, parlo con scioltezza, sguaino come gioielli nei loro scrignetti foderati di feltro i pezzettini del mio sapere, perché sono cosciente che se non li convincessi sarei separato dalla mia amata, ma dentro di me soffro per quel mio non avere nessuna targhetta o titolo amministrativo, per quel mio rispondere solo a me stesso. E la mia stessa relazione con la terra mi appare remota e per tanti versi assurda. <em>Sono io che sono un’eccezione, sono io che sono diverso, la normalità è questa</em>, mi dico.</p>
<p>So bene che non sopporterei di stare chiuso in quel carcere nemmeno una giornata, so che non potrei fare miei quei modi di fare senza gioia, io che anche nella depressione – forse ben più grave &#8211; ho le mie fisime, quei sospiri con il marchio della ripetizione coatta e dell’ubbidienza a invisibili superiori, come sempre indissolubilmente intrecciato a rancori e servili invidie. Mi sembra pur sempre di essere io dalla parte del torto, quasi mi mancasse qualcosa, e proprio per questo perdo fiducia nelle mie frasi: ho la sensazione che siano poco convincenti, che svelino le mie complicate mediazioni con me stesso. Più il tempo passa più mi appaio un dilettante che fa le cose per leggerezza, che per certi versi finge. Un ciarlatano, un truffatore. Se non addirittura un mitomane che ha bisogno di ingannare anche se stesso.</p>
<p>Quando esco mi accorgo che la tensione mi si è accumulata nel cranio dolorante: non mi resta che andare a casa e prendere una pastiglia, distendermi sul pavimento con il cuscinetto ghiacciato sulla fronte, ritagliandomi una parentesi non lavorativa che certo loro non potrebbero permettersi. Per poi però ricuperare con gli interessi la sera, quando loro giaceranno sedati nei loro divani, affrancati dalle preoccupazioni del lavoro, e io invece sgobberò. Ritrovando un po’ alla volta la mia fiducia nella terra.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/08/31/gli-incontri-per-la-terra-autismi-della-terra-1/dsc_0672_rit_rid/" rel="attachment wp-att-56272"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-56272" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0672_rit_rid.jpg" alt="DSC_0672_rit_rid" width="640" height="414" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0672_rit_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0672_rit_rid-300x194.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p>Talvolta le persone che devo incontrare sono dirigenti, e allora gli uffici trasudano in ogni dettaglio il lusso austero e anche spietato del potere, il distacco dalle basse quisquiglie quotidiane. Io ce la metto tutta per abbigliarmi meglio che posso (già in questo tradisco le mie convinzioni egualitarie e i miei ecologismi), e incedo guardando lontano davanti a me, come quando si è resi invulnerabili dal proprio abbigliamento. <em>Bisogna però vedere cosa si diranno quelle teste abituate a soppesare le persone con occhiate invisibili da statua sul suo piedestallo,</em> mi dico però mentre mi fanno aspettare (succede sempre). <em>Quei loro occhi di statua indifferente colgono subito il dettaglio che rivela come stanno davvero le cose: una suola un po’ troppo consunta, un rammendo sulla maglia, il bottoncino mancante.</em></p>
<p>Se fossi meno indulgente con me stesso capirei che i miei sforzi sono quelli di un contadino che si mette addosso le cose migliori che ha nell’armadio, indumenti magari di fattura discreta, ma senza quell’inconfondibile nota superiore dei capi di lusso, e comunque &#8211; basterebbe quello a far precipitare il palco &#8211; legati a mode legate già seppellite nel tempo, reperti archeologici senza nulla in comune con le normative pubblicità che irrompono di continuo nel mio campo visivo. I miei modelli introiettati provengono del resto dalla contestazione e dalla controcultura: si tratta di paradigmi estetici per molti versi opposti a quelli dei dominatori. Io ho sempre aborrito il potere e i suoi simboli, e quello che considero un vestirmi neutro porta certo le tracce di questa idiosincrasia, senza peraltro indulgere alle informatiche sciatterie lanciate dai nuovi magnati californiani. Per non parlare del mio inurbano taglio di capelli, dei miei occhiali riaggiustati con la colla.</p>
<p>Cerco insomma di adeguarmi alla dittatura estetica neoliberale, e mi compiaccio che i miei interlocutori fingano che ci sia riuscito: dopo i saluti di rito ci mettiamo a parlare del lavoro che ho fatto o che farò. O meglio, in genere io parlo del lavoro che ho fatto o farò, e loro mi ascoltano con le loro ieratiche teste di statua. In linea generale a me viene bene ascoltare quello che dicono gli altri, ma lì sono io che devo espormi, che devo convincerli a mollare i cordoni della borsa. Per una volta non posso essere solo perverso spettatore.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/08/31/gli-incontri-per-la-terra-autismi-della-terra-1/dsc_0285_rit_rid/" rel="attachment wp-att-56268"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-56268" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0285_rit_rid.jpg" alt="DSC_0285_rit_rid" width="640" height="416" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0285_rit_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/DSC_0285_rit_rid-300x195.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p>Prendo allora la parola come golia impugna la fionda, come un condannato a morte si gioca l’ultima carta per invocare la grazia. Descrivo i pregi dei buchi che ho fatto o vorrei fare, lascio intendere che sono molto meglio di quelli che si fanno di solito, e che porteranno molti vantaggi. Mi sprofondo in inessenziali dettagli tecnici, e poi invece raggrumo troppo idee in una frase spiccia e un po’ ironica, velleitariamente spiritosa, altrettanto stonata. O anche mi lancio in considerazioni di ordine universale, per non dire filosofiche, sottintendo che la terra e i massimi sistemi sono intimamente legati. Cerco insomma di fare più bella figura possibile. In generale ci vado troppo forte, decanto quello che faccio calcando troppo le tinte.</p>
<p>Mentre sproloquio le statue mi guardano come se le mie frasi fossero un enigma, come se io stesso fossi un mistero da risolvere. Quasi che il mio disquisire tecnico, che chiaramente le annoia, fosse la traduzione di una trama nascosta con tutt’altri significati, ben più importante della sua maschera. Le mie parole non occultano però altre parole, o almeno non con il mio beneplacito. I monumenti avvezzi a cercare le parole dietro le parole (come certi maniaci sollevano le pietre per vedere se sotto c’è una lumaca), socchiudono allora gli occhi di marmo come si fa davanti a un problema che non riusciamo ancora a svelare. Mi nasce l’impressione che me ne vogliano, a giudicare da certi scivolamenti delle labbra e da certi respiri. Ma forse hanno semplicemente la sensazione di perdere tempo, si dicono che dietro quella mia opacità (la chiarezza per loro è colpevole buio fumogeno, o pazzia), non c’è niente.</p>
<p>Parlando al cospetto di questi obelischi turgidi di loro stessi sento l’oppressione della loro abitudine a servirsi degli uomini come pedine (e delle azioni come raffiche di mitragliatore), del loro esplicito non esitare di fronte a nulla, pur di perseguire voraci strategie ascensionali. Ma naturalmente sento anche il peso del mio bisogno di costruirmi castelli in aria, di sfuggire alle responsabilità, di isolarmi per proteggere i miei deliri, di rubare a destra e a manca lacerti di senso da incollare su quello che faccio, mimetizzando così la mia inanità, il mio pedissequo fallimento esistenziale. <em>In fondo sono anch’io un essere interessato, un furfante,</em> mi dico. E è proprio questa seconda percezione, riguardante solo me stesso, che finisce di solito per prevalere, delle bramosie dei potenti non mi importa più di tanto (e a essere bistrattato ci sono abituato: si direbbe anzi che mi piaccia). <em>E’ normale che loro tramenino per acquisire ancora più potenza e diventare ancora più temibili, è la loro ragione di vita</em>, mi dico. <em>Quello che non è normale è che io racconti ancora a me stesso delle panzane: in fondo anch’io mi servo della terra come alibi, anch’io penso solo a me stesso,</em> mi dico.</p>
<p>Poi finalmente posso scappare. Se i cordoni della borsa sono stati sciolti (o anche solo me ne resta la speranza), sono felice, e con cristallina incongruenza penso alla terra, come un padre potrebbe pensare al figlio per il quale fatica tanto. <em>Adesso potrò fare altre buche</em>, mi dico, e già mi immagino di essere seppellito fino alle spalle, con i capelli scompigliati da una brezza reduce dalle pieghe di odorose colline. Ma anche se non ho ottenuto niente sono soddisfatto, perché posso finalmente sbucare all’aria aperta: quei labirinti burocratici che percorro a ritroso mi appaiono meno claustrofobici di prima, quasi normali, quasi belli. I poster e i manifesti non mi danno più noia con la loro menzognera versione del mondo. E anche le facce che incontro mi sembrano meno mostruose. <em>Certo non sono gioiosi, non sono entusiasti, ma sono pur sempre visi umani</em>, mi dico.</p>
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<p><em>(questo racconto è stato pubblicato su &#8220;Lo Straniero&#8221; di luglio 2015, numero 181, con il titolo &#8220;Gli incontri per la terra&#8221;)</em></p>
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		<title>se fossi un intellettuale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2015 13:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[proesie]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori &#160; se fossi un intellettuale farei ogni mattina (prima o dopo la defecazione?) seriosi gargarismi cerebrali esegetici o anche prescrittivi come usano gli intellettuali &#160; se fossi stato più sensato non avrei sfidato il vento cattivo avrei lasciato perdere le parole mi sarei dedicato solo alla terra (masticando sintagmi altrui) &#160; se [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se fossi un intellettuale</p>
<p>farei ogni mattina</p>
<p>(prima o dopo la defecazione?)</p>
<p>seriosi gargarismi cerebrali</p>
<p>esegetici o anche prescrittivi</p>
<p>come usano gli intellettuali<span id="more-52016"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se fossi stato più sensato</p>
<p>non avrei sfidato il vento cattivo</p>
<p>avrei lasciato perdere le parole</p>
<p>mi sarei dedicato solo alla terra</p>
<p>(masticando sintagmi altrui)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se avessi scritto una storiolina</p>
<p>o storiona di successo</p>
<p>farei l’autore di successo</p>
<p>sparerei cazzatone sui giornali</p>
<p>con autentica finta modestia</p>
<p>o finta autentica modestia</p>
<p>(sceglierei lì per lì)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se nei risvolti delle tasche interne</p>
<p>non avessi resti di nefandezze</p>
<p>guarderei dritto davanti a me</p>
<p>i miei occhi sarebbero chiari e buoni</p>
<p>(talvolta molli di commozione)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se non scappassi sempre</p>
<p>da un posto all’altro</p>
<p>da una vita a un’altra vita</p>
<p>dalle parole alla terra</p>
<p>e poi di nuovo dalla terra alle</p>
<p>frasi e ancora e ancora</p>
<p>il mio respiro sarebbe lieve</p>
<p>le mie orme trasparenti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se la mia voce fosse nitida e modulata</p>
<p>(anziché monocorde e impastata)</p>
<p>partorirei prolisse allocuzioni</p>
<p>e certo anche teleconferenze</p>
<p>o interviste televisive</p>
<p>o anche solo ai banconi dei bar</p>
<p>nelle cene con gli amici</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se fossi arrivato a una qualche conclusione</p>
<p>la brandirei su un’asta di bandiera</p>
<p>o anche la chiuderei in uno scrignettino</p>
<p>come una reliquia senza prezzo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>se i se non fossero se</em></p>
<p><em>i re non sarebbero re</em></p>
<p><em>e a me tra i tanti ma</em></p>
<p><em>rimarrebbe un margine</em></p>
<p><em>di ma-novra</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se non fossi stato attratto dalle parole</p>
<p>come un insetto da una luce letale</p>
<p>non mi sarei bruciato pupille e ali</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se avessi fatto felice un essere</p>
<p>in qualche tempo o situazione</p>
<p>me lo direi la notte come</p>
<p>si tira la coperta sotto il mento</p>
<p>in inverno</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se non fossi così confuso</p>
<p>volerei verso le conclusioni</p>
<p>con ali ieratiche di vasto uccello</p>
<p>e poi le abbandonerei</p>
<p>nel primo cestino di rifiuti</p>
<p>come superflui fardelli</p>
<p>(non riciclabili)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se non fossi schiavo del desiderio</p>
<p>avrei desiderato davvero qualcuno</p>
<p>davvero qualcosa</p>
<p>(con un po’ di culo</p>
<p>l’avrei forse avuto)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se mi dedicassi alla terra logorroica</p>
<p>quanto alle parole taciturne</p>
<p>non mi perderei in mille tira e molla</p>
<p>di eterno cultore dilettante</p>
<p>sarei arrivato certo a qualcosa</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se fossi stato più saggio</p>
<p>non avrei cercato di cambiare</p>
<p>sempre tutto e tutti</p>
<p>mi sarei accanito su me stesso</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se mi fossi curato</p>
<p>la notte non avrei l’incubo dell’assassino</p>
<p>non mi sveglierei gridando</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se avessi generato dei figli</p>
<p>farei il genitore un po’ deluso</p>
<p>ma anche moderatamente fiero</p>
<p>e tutto sommato pago</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se fossi stato più coraggioso</p>
<p>non mi sarei nascosto</p>
<p>tra le ramaglie dei giorni</p>
<p>sarei uscito allo scoperto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>se i se non fossero se</em></p>
<p><em>i re non sarebbero re</em></p>
<p><em>e a me tra i tanti ma</em></p>
<p><em>rimarrebbe un margine</em></p>
<p><em>di ma-novra</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se mi fossi suicidato</p>
<p>farei il suicida</p>
<p>sigillato nel suo silenzio</p>
<p>torbido e rancoroso</p>
<p>(ma pur sempre struggente)</p>
<p>di suicida</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se fossi stato più versato</p>
<p>(per la terra ciarliera o</p>
<p>per le parole mute?)</p>
<p>o anche solo più conseguente</p>
<p>non mi sarei accanito ogni giorno</p>
<p>a spostare montagne sempre simili</p>
<p>facendo e disfacendo e rifacendo</p>
<p>come un titanino insano di mente</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se non avessi mai ferito nessuno</p>
<p>i miei passi sarebbero carezze d’aria</p>
<p>i miei pensieri farfalline di vetro soffiato</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se avessi creduto in me stesso</p>
<p>non mi sarei denigrato</p>
<p>mi sarei offerto più spesso dolcini</p>
<p>di marzapane e torroni di Jijona</p>
<p>glabri apparecchietti digitali</p>
<p>museali o marittime vacazioni</p>
<p>ma soprattutto soprattutto</p>
<p>avrei perseguito qualche tangibile</p>
<p>e iconico obiettivo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se fossi giunto a una qualche sintesi</p>
<p>la sussurrerei con gli occhi</p>
<p>alle persone per strada o sul treno</p>
<p>le labbra ben ben immobili</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se non pensare m’avesse rinsavito</p>
<p>riderei delle miserie quotidiane</p>
<p>non sarei in balia del mio insalubre</p>
<p>cervello e di me stesso</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>se però non avessi mai patito</p>
<p>sarei ancora più imbecille</p>
<p>di quello che sono adesso</p>
<p>questo mi va riconosciuto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>se i se non fossero se</em></p>
<p><em>i re non sarebbero re</em></p>
<p><em>e a me tra i tanti ma</em></p>
<p><em>rimarrebbe un margine</em></p>
<p><em>di ma-novra</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Parole di terra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 09:01:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[giornata mondiale del suolo]]></category>
		<category><![CDATA[Pentagora]]></category>
		<category><![CDATA[Pierre Rabhi]]></category>
		<category><![CDATA[suolo]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pierre Rabhi (dall&#8217;introduzione dell&#8217;autore a &#8220;Parole di Terra&#8221;, per gentile concessione dell&#8217;editore Pentagora) Il personaggio di Tyemorò è nato dalla mia immaginazione e rappresenta tutto ciò che provo, in termini di amore, compassione e ammirazione, per i contadini autentici. Sono loro, al nord come al sud, quelli che impastano la terra che li ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/parole-di-terra/rahbi_013-parole-copertina-med-copia/" rel="attachment wp-att-50002"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-50002" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Rahbi_013-PAROLE-COPERTINA-med-copia-187x300.jpg" alt="Rahbi_013-PAROLE, COPERTINA med copia" width="187" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Rahbi_013-PAROLE-COPERTINA-med-copia-187x300.jpg 187w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Rahbi_013-PAROLE-COPERTINA-med-copia.jpg 354w" sizes="auto, (max-width: 187px) 100vw, 187px" /></a>di <strong>Pierre Rabhi</strong></p>
<address>(dall&#8217;introduzione dell&#8217;autore a &#8220;Parole di Terra&#8221;, per gentile concessione dell&#8217;editore <a href="http://www.pentagora.it/">Pentagora</a>)</address>
<p>Il personaggio di Tyemorò è nato dalla mia immaginazione e rappresenta tutto ciò che provo, in termini di amore, compassione e ammirazione, per i contadini autentici. Sono loro, al nord come al sud, quelli che impastano la terra che li ha impastati, e che spesso ne hanno incarnato la forza e il silenzio. Ora e ovunque, ne esprimono la sofferenza e l’abbandono. Questo racconto, anche se con tonalità africana, vorrebbe essere universale. Ecco perché né l’etnia Batifon né il suo territorio possono essere individuati su una carta geografica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo alcuni decenni nei quali la scienza e la tecnica hanno fatto credere di essere onnipotenti, il disincanto s’insinua e prende vigore. Tutta la frenesia chiassosa di questo secolo, tutte quelle orge in omaggio alla materia minerale a scapito di ciò che vive di sensibilità, d’intuito e di nervi, sembra concludersi con un immenso equivoco. Il mondo angosciato si frantuma. La barbarie è lì, in agguato nei cuori, così come la morte, sorniona e implacabile, è in agguato negli arsenali atomici. Ed è proprio questo uno dei grandi prodigi di cui l’umanità potrà gloriarsi: aver fatto il dono più grande e mostruoso alle forze della distruzione.</p>
<p>Forse la forma di questo racconto potrà sorprendere, ma il lettore non si faccia ingannare. Qui, sotto l’apparenza di una favola, si cerca di mettere in allerta ogni coscienza sulle violenze subdole commesse contro questa terra e, per la legge irrevocabile che ci lega a essa, contro noi stessi.</p>
<p>Questa iniziazione è tanto concreta quanto lo è la terra nutrice e, tuttavia, non può essere compresa fuori dalla dimensione spirituale che ne è la radice. Il nostro secolo di razionalità materialista, di pesantezza minerale, di sostanze tossiche sparpagliate ovunque, di scienza quasi del tutto asservita al profitto, ha colpito il mondo sensibile che costituisce l’involucro vivente e vitale del nostro pianeta. Sembra che il metro del sacro sia l’unico in grado di misurare l’ampiezza della nostra responsabilità. E con sacro, intendo quel sentimento umile nel quale la gratitudine, la conoscenza, la meraviglia, il rispetto e il mistero si alleano per ispirare le nostre azioni, illuminarle e fare di noi degli esseri ben presenti al mondo, ma liberi dalle vanità e dall’arroganza che rivelano non tanto la nostra forza quanto le nostre angosce e fragilità.</p>
<p><em>Parole di terra </em>vorrebbe perciò essere un piccolo contributo alla fondamentale causa della sopravvivenza alimentare degli esseri umani, dovunque sia minacciata. Queste parole vorrebbero anche essere un pretesto per tornare a meditare sulla fertilità della terra e sul patto nuovo e vitale che dobbiamo stabilire con lei.</p>
<p>Si tratta di una realtà oggettiva, concreta e vivente, legata a un’esperienza reale dove i problemi riguardano ciascun essere umano, perché si tratta della terra nutrice, della terra madre, alla quale dobbiamo la nostra vita e la nostra sopravvivenza.</p>
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		<title>Pierre Rabhi, la terra, l&#8217;agroecologia, i Colibrì</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 09:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[agroecologia]]></category>
		<category><![CDATA[biografia]]></category>
		<category><![CDATA[colibrì]]></category>
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		<category><![CDATA[Massimo Angelini]]></category>
		<category><![CDATA[Pierre Rabhi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<address><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/images-28/" rel="attachment wp-att-49998"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg" alt="images" width="147" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg 147w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 147px) 100vw, 147px" /></a> di <strong>Massimo Angelini</strong></address>
<address>(sempre per gentilissima disponibilità di <a href="http://www.pentagora.it/">Pentagora</a>, pubblichiamo la biografia di Rabhi, che chiude il volume &#8220;Parole di terra&#8221;)</address>
<p>Agricoltore, scrittore e pensatore, Pierre Rabhi nasce nel 1938 nel Sud dell’Algeria. Dopo la morte della madre, è affidato a una coppia francese; in seguito alla Guerra d’Algeria, lascia gli studi e, a vent’anni, si trasferisce a Parigi, dove lavora come operaio specializzato. Qui inizia a mettere in discussione i valori e i ritmi competitivi della modernità. Trasferitosi con la moglie Michelle &#8211; con la quale avrà cinque figli &#8211; in Ardèche, si dedica all’agricoltura, diventando uno tra i pionieri del metodo biologico. Si batte per una società più rispettosa dell’uomo e della terra e sostiene lo sviluppo di pratiche agricole che siano alla portata di tutti, soprattutto dei più poveri, e che, nello stesso tempo, assicurino il mantenimento della fertilità naturale. Negli anni Settanta inizia a prendere una sempre più netta posizione contro la logica produttivistica applicata all’agricoltura, le cui conseguenze devastanti si mostrano oggi in tutta la loro ampiezza, e, nella sua fattoria, affina i metodi e le tecniche che negli anni successivi insegnerà e divulgherà sotto il nome di ‘agroecologia’.</p>
<p>Nel 1978 è formatore presso il <em>Centre d’étude et de formation rurales appliquées </em>(Cefra).</p>
<p>Dal 1981 inizia a diffondere la sua esperienza e mette a punto diversi percorsi di formazione in Francia e nei paesi aridi dell’Africa.</p>
<p>Su invito del Burkina Faso, organizza il primo programma di agroecologia offrendo un’alternativa ai contadini alle prese con la siccità e il dissesto ecologico ed economico provocato dall’uso sempre più massiccio dei fertilizzanti industriali e dei pesticidi. Nel 1984 a Gorom Gorom fonda il primo centro africano di formazione agroecologica, con lo scopo di ridare alle popolazioni locali l’autonomia alimentare erosa dalla cosiddetta ‘Rivoluzione verde’ e in seguito al disastroso impatto con l’agricoltura industriale.</p>
<p>In questi anni, per rispondere alla desertificazione umana, economica e morale, lancia il movimento <em>Oasis en tous lieux</em>, fondato sulla riappropriazione di pratiche di vita semplici, sulla riacquisizione di competenze per l’autosussistenza e per la ricostruzione di legami sociali fondati sulla condivisione dei beni comuni. Il movimento entra a fare parte della rete europea degli ecovillaggi e oggi unisce un rilevante di numero di associazioni e piccole comunità votate a uno stile di vita semplice ed ecologicamente sostenibile.</p>
<p>L’applicazione dei metodi dell’agroecologia ha interessato nel tempo anche alcune comunità religiose, come, già dal 1992, il monastero di clausura di Solan nel dipartimento del Gard, suscitando un modello di convivenza religiosa attento anche ai valori dalla sostenibilità ambientale e della biodiversità, in seguito ripreso nei monasteri ortodossi della Romania.</p>
<p>Nel 1994, Pierre fonda l’associazione <em>Terre &amp; humanisme </em>per coniugare ecologia e solidarietà e rinforzare i legami tra gli uomini e tra questi e la terra nutrice, la madre terra, anche attraverso la diffusione dell’agroecologia, intesa come alternativa globale che unisce la pratica agricola all’etica. ‘Davanti ai crudeli bilanci di una terra isterilita, l’agroecologia propone soluzioni naturali per rigenerarla nel rispetto della vita, uomini inclusi, integrando tutti gli aspetti sociali, sanitari, economici e ambientali’. Dal centro propulsore nella cascina di Beaulieu, nell’Ardèche, le attività dell’associazione nel corso degli anni diramano su scala internazionale, anche attraverso programmi sviluppati in Burkina Faso, Camerun, Mali, Niger, Senegal, Tunisia, volti a migliorare l’autonomia delle popolazioni, a salvaguardare i patrimoni alimentari locali, a lottare la sterilità e la desertificazione delle terre. Nel tempo, dall’associazione gemmeranno organizzazioni locali impegnate nella diffusione dell’agroecologia, tra le quali <em>Terre &amp; humanisme Maroc </em>(2005), dalla quale a Marrakech nascerà il <em>Carrefour International de pratiques agroécologiques</em>, e <em>Terre &amp; humanisme Roumanie </em>(2009) nella Moldavia romena.</p>
<p>Dal pensiero e dalle posizioni etiche di Rabhi, alla fine degli anni Novanta nasce la <em>Ferme</em><em> des enfants</em>, dove il metodo di Maria Montessori è applicato alle scuole materna, primaria e secondaria, e orientato su quattro indirizzi pedagogici: l’educazione alla vita e alla conoscenza di sé; l’educazione alla pace e alla convivialità; l’educazione all’ecologia e agli stili di vita semplici e improntati al rispetto dell’ambiente; l’educazione sociale all’incontro e alla interculturalità. A partire dal 2004, in una tradizionale cascina di La Blachère (Hameau des buis), la scuola dà vita a un laboratorio dov’è possibile sperimentare un modo alternativo di coabitazione, consumo, alimentazione e spostamento.</p>
<p>Dal 1988, è riconosciuto quale esperto internazionale per la sicurezza alimentare e la lotta alla desertificazione, definita come tutto ciò che minaccia l’integrità e la vitalità della biosfera, e le sue conseguenze per gli esseri umani: in questa veste, è protagonista di programmi attuati su scala mondiale e sotto l’egida delle Nazioni Unite.</p>
<p>In particolare, nel 1997-98, su invito dell’Onu partecipa all’elaborazione della <em>Convention de lutte contre la désertification </em>(Ccd) ed è chiamato a formulare proposte concrete per la sua applicazione.</p>
<p>Incoraggiato dagli amici, nel 2002 Pierre si lancia in una campagna elettorale ‘non convenzionale’ con la proposta di rimettere l’Uomo e la natura al centro. La sua campagna suscita in poco tempo una mobilitazione eccezionale, raccogliendo il sostegno di molti parlamentari e costituendo più di 80 comitati regionali di sostegno: i colibrì.</p>
<p>Da questo impegno, nel 2003 nasce il movimento <em>Appel pour une insurections des consciences </em>(Mapic), presente in numerosi distretti francesi, per una trasformazione profonda della società, a partire dai cambiamenti individuali e con il sostegno dell’azione collettiva.</p>
<p>Fa parte del comitato editoriale del mensile ‘Décroissance’ ed è vice-presidente dell’associazione <em>Kokopelli</em>, impegnata a favore della biodiversità.</p>
<p>Dal <em>Mouvement pour la terre et l’humanisme</em>, nel 2007 nasce il movimento <em>Colibris </em>per incoraggiare la nascita e l’attuazione di nuovi modelli di società fondati sull’autonomia, l’ecologia e l’umanesimo nel segno della decrescita e di una ‘sobrietà felice’. Il movimento trae il nome da una leggenda amerindiana.</p>
<p><em>Un giorno ci fu un immenso incendio nella foresta. Tutti gli animali, terrorizzati, ossevavavo impotenti il disastro. Solo il piccolo colibrì si diede da fare andando a raccogliere qualche goccia d’acqua col suo becco per gettarla sulle fiamme.</em></p>
<p><em>Dopo un po’, l’armadillo, infastidito da tanta agitazione, gli disse: ‘Colibrì, ma sei matto?! Non è con quelle gocced’acqua che spegnerai il fuoco!’</em></p>
<p><em>E il colibrì gli rispose: ‘Lo so, ma faccio la mia parte’.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/pierre-rabhi-lagroecologia-i-colibri/pierre-rabhi-monde-nouveau-5/" rel="attachment wp-att-50009"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-50009" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/pierre-rabhi-monde-nouveau-5.jpg" alt="pierre-rabhi-monde-nouveau-5" width="510" height="255" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/pierre-rabhi-monde-nouveau-5.jpg 510w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/pierre-rabhi-monde-nouveau-5-300x150.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>Tra le sue opere: <em>Du Sahara aux Cévennes: itinéraire d’un homme au service de la Terre-Mère</em>, 1985, 2002; <em>Le Gardien du feu : message de sagesse des peuples traditionnels</em>, 1986, 2003; <em>L’Offrande au crépuscule</em>, 1989,2001; <em>Paroles de terre</em>, 1996 (<em>Parole di terra</em>, Pentàgora, 2014); <em>Conscience et environnement</em>, 2006; <em>La Part</em><em> du</em> <em>colibri : l’espèce humaine face à son devenir, </em>2006 (<em>La</em> <em>parte del colibrì</em>, Lindau 2013); <em>Manifeste pour la terre et l’Humanisme</em>, 2008 (<em>Manifesto per la terra e per l’uomo</em>, Add, 2011); <em>Vers la sobriété heureuse</em>, 2010 (<em>La sobrietà felice</em>, Add, 2013).</p>
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		<title>La terra, il paesaggio, la letteratura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 06:01:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Ferracuti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/images-28/" rel="attachment wp-att-49998"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg" alt="images" width="147" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg 147w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 147px) 100vw, 147px" /></a>Girando parecchio l’Italia, negli ultimi periodi mi sono reso ancora di più conto di come il paesaggio marchigiano, fermano, mi appartenga interiormente in modo molto forte per intima consonanza. Come questo condizioni il mio umore, un’idea estetica in generale, persino lo stile, la scrittura che adopero, l’organizzazione dello spazio, e come non riesco a staccarmene, nonostante poi la vita di provincia sia in realtà abbastanza claustrofobica e fisiologicamente noiosa.</p>
<p>Sono nato in una famiglia contadina, e di quel mondo ho ancora molta nostalgia. Quindi sono un assiduo frequentatore dei “luoghi persi” di cui parla il poeta Umberto Piersanti, amo molto la terra, la natura, gli alberi, e vado spesso in cerca di silenzio in un mondo frastornante, dove i rumori di sottofondo sono una parte del dominio, del caos, della confusione, e confondono le idee. Nelle nostre campagne ritrovo l’armonia, l’ordine e il disordine naturale, la quiete.</p>
<p>Quando vado in un&#8217;altra regione, la prima cosa che mi viene da fare è un paragone di paesaggi, e anche di abitudini, di riti quotidiani, quali sono le diversità tra il luogo di residenza, e quello dove sono arrivato. Spesso mi accorgo che il mio occhio si è in qualche modo allenato su queste colline marchigiane, sui paesi arroccati, nei piccoli luoghi, che basta spostarsi di pochissimi chilometri e si scorge oppure si arriva direttamente al mare. Almeno dalle mie parti. Certo nel nord delle Marche non è sempre così, se penso a Falconara, con quel Moloch orribile della raffineria dell’Eni, una città di mare dove il mare non si vede mai. Ma il paesaggio della Sardegna, per esempio, è più impegnativo da un punto di vista strettamente naturalistico, più selvatico e roccioso, a volte soffoca, la stessa cosa vale per quello abruzzese, tanto per fare degli esempi tangibili, mentre in Calabria in pochi chilometri si passa dall’alta montagna al mare, in modo molto netto, quasi violento, e le speculazioni edilizie, gli sfregi della ‘ndrangheta, hanno irreparabilmente violentato cittadine e costa, molti luoghi da quelle parti sono inguardabili.</p>
<p>Il nostro paesaggio è assolutamente conservato meglio, anche se sulla costa non c’è più un tratto di spiaggia libera, tutti i piccoli chalet degli anni ’60 dalle tinte pastello si sono quadruplicati di dimensioni, diventando spesso ristoranti, campi di calcio, luoghi del brutto, del cattivo gusto e del consumismo di massa in salsa spettacolar-televisiva, dove gli zombie saltellano nell’acqua. La costa marchigiana che si vede dal treno è spesso così, e non è un bello spettacolo.</p>
<p>Anche da noi ormai vince l’idea che il paesaggio non deve essere tutelato ma sfruttato come le persone, il consumo di suolo della nostra Regione è tra i più alti d’Italia, si cementifica molto. Sono tutt’altro che uno specialista di queste cose, ma nel 1998, in occasione del bicentenario leopardiano, proprio per onorare questo illustre antenato, scrissi un racconto che uscì in un libro (gli altri scrittori erano Gilberto Severini, Claudio Piersanti, Eraldo Affinati e Laura Pariani) al quale tengo molto e la dice lunga su come la penso. La letteratura può dire tutto ciò che in genere non si può dire, e resta una forma, una rappresentazione del mondo spesso avversa che si materializza rispetto a quella del potere. La letteratura mostra cose che possono esistere, che possono accadere, e anche i loro paradossi. E’ un altro modo di vedere il mondo, spesso di chi è stato sconfitto ma non ha perso la speranza di cambiare. In realtà nella società dell’eterno presente, dove l’esperienza di molte vite si gioca sull’attimo, così come suggerito dalle culture neoliberiste che con impeto necrofilo, una idea di distruzione, cavalcano il mito del consumo, credo che l’attenzione per il paesaggio, per lo sviluppo compatibile delle città, dei paesi, e dentro questo il recupero di una socialità, interessi davvero una minoranza di persone e venga percepito come qualcosa di anacronistico. La maggioranza vede ormai tutto come qualcosa da consumare, dal sesso a una gita in barca, annullando tutto quel sentimento del tempo che ci hanno insegnato gli antichi. Quindi, siccome lo spettacolo deve continuare, è questo che vuole il potere, tutto deve essere consumato, da una funzione religiosa a un film pieno di rapporti anali con protagonisti uomini e animali, la suora che canta il rock e il festival di musica sacra, la religione di questo tempo è non fermare “lo sviluppo”, “la crescita”. Ma nella foga avevo dimenticato il mio racconto, che si intitola “Un barbaro”, al quale sono molto legato, e l’antologia, “La città raccontata”, curata da Daniele Garbuglia. Ebbene a Recanati, nel natio borgo selvaggio, questo vecchio impazzisce, prende in mano lo schioppo, si barrica in casa e dal balcone comincia a sparare contro i manovali che stanno costruendo un palazzo di fronte alla sua casa colonica e stanno cancellando “la vista” dell’ermo colle. Arrivano i carabinieri, e il figlio, che vive in un comune vicino, avvertito da questi ultimi, e, nonostante da fuori tutti cerchino di convincerlo alla resa, il vecchio leopardiano continua a combattere finché non resta ucciso nel conflitto a fuoco con i militari. Ovviamente non è un invito ad imbracciare le armi, come dicevano una volta i cattivi maestri, ma a non smettere di lottare e di pensare con quelle pacifiche del pensiero, di cui anche la letteratura è parte.</p>
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		<title>I colori della terra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 06:00:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Vincenzo Pardini]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/images-28/" rel="attachment wp-att-49998"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg" alt="images" width="147" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg 147w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 147px) 100vw, 147px" /></a>di <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p>Aristide, d’estate, aveva preso a tornare nella sua terra. Calzati i vecchi scarponi che teneva nella casa nativa, si inerpicava lungo la mulattiera di infanzia e adolescenza. Era cambiata. Cespugli e alberelli si stavano impossessando dell’impiantito di sassi e di pietre, le selve dei castagni s’erano infittite, alcuni di quelli antichi erano crollati come guerrieri sconfitti. Anche la terra che traspariva tra i sassi del percorso era diversa; da rossiccia e compatta, era divenuta scura, e non ospitava più l’andirivieni delle grosse formiche nere.</p>
<p>Bambino, Aristide aveva sempre osservato la terra, specie quando suo padre la rivoltava con la vanga, e le zolle erano d’un marrone umido, analogo a quello del cioccolato, e sapeva di radici. D’estate, verso sera, osservava i grilli nell’erba. Gli pareva emanassero odore di pulviscolo bruciato dal sole. La stesso che sollevavano le vacche al rientro dai pascoli; i muli, invece, parevano calpestarlo, tanto comprimevano il terreno con gli zoccoli. Scomparse le atmosfere di infanzia e adolescenza, la terra aveva assunto un’altra fisionomia. Una sera, all’inizio del tramonto, si spinse fino all’orlo dei precipizi, sotto i quali si estendeva la pianura. Erano anni che non vi era andato e ne rimase stupefatto e smarrito. La pianura non aveva più i colori della terra, ma quelli grigi, uniformi e artificiali dei capannoni dell’industria, dai quali fuoriuscivano volute di fumo bianco e compatto che, lento e inesorabile, si sollevava verso la montagna. Arrabbiato e deluso, Aristide si sentì vecchio, molto vecchio. La terra era ormai prigioniera e ammalata; malattia che si stava trasferendo a all’intero Creato.</p>
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