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		<title>Inutilità del concorsone #2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Apr 2016 16:00:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Come se non bastasse l’Inutilità del concorsone #1 gli avvenimenti dei giorni scorsi consentono una Inutilità del concorsone #2. Esse (le inutilità), nella mia testa, si armonizzano in una gigantesca Inutilità globale che finisce, tra le altre cose, per rivelare il graduale infiltrarsi dell’impolitica laddove meno te la aspetti, ovvero nella politica governativa. Che certe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Come se non bastasse l’<a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/15/inutilita-del-concorsone-devastazioni-della-cosa-pubblica/" target="_blank">Inutilità del concorsone #1</a> gli avvenimenti dei giorni scorsi consentono una Inutilità del concorsone #2. Esse (le inutilità), nella mia testa, si armonizzano in una gigantesca Inutilità globale che finisce, tra le altre cose, per rivelare il graduale infiltrarsi dell’<em>impolitica</em> laddove meno te la aspetti, ovvero nella politica governativa. Che certe scelte del Governo in carica siano politicamente suicidali (sia a breve che a lungo termine) mi sembra ovvio, ma di questo mi importa relativamente. Che la politica italiana non sia in grado di uscire dal pantano in cui siamo immersi da tanto (mixando <em>débâcle</em> della Prima Repubblica, ventennio berlusconiano, avvento dei populismi, ecc.), giocando pericolosamente con l’ideale democratico, mi preoccupa assai di più. Prima delle riflessioni generali, però, la hit parade delle Inutilità del concorsone della settimana.<span id="more-61476"></span></p>
<p>In testa alla classifica rimane l’Inutilità di organizzare un concorso riservato a candidati già abilitati, molti già ripetutamente selezionati e valutati, già impiegati a scuola, già in possesso di due/tre abilitazioni, con già molta esperienza, e via aggiungendo altri ‘già’. Il Sottosegretario Faraone li ha liquidati (il 20 aprile, sulla sua pagina Facebook) come persone che “non hanno fatto un concorso, ma hanno realizzato un’abilitazione” (sic), dimenticando che il valore consorsuale non discende dal diritto divino ma dal legislatore (tanto che una manciata di anni fa a scuola si entrava, appunto, con i corsi abilitanti con validità di concorso, quelli delle cosiddette SSIS, le scuole di specializzazione all’insegnamento). Fa impressione, poi, osservare i dati sugli iscritti. Essi, sorprendentemente, ci informano che in alcuni casi i posti a disposizione sono addirittura superiori ai candidati (in Veneto, ci sono 528 posti in matematica e scienze per 525 candidati; in Toscana, in 590 si contendono 644 posti in lettere; ancora in Veneto 61 candidati per 61 posti in discipline meccaniche, ecc.) Sono poche le situazioni del genere, ma viene da chiedersi: perché tanto dispendio di energie allora? Considerato che, anche laddove i candidati sono molti di più dei posti banditi, i bocciati rimarranno <em>comunque</em> in graduatoria, saranno, cioè, <em>comunque</em> i primi tra i supplenti, saranno, pur bocciati, chiamati a finire quest’anno scolastico, a portare gli alunni all’esame di stato o a quello di qualifica, a promuovere o bocciare a loro volta, ecco che la somma Inutilità del concorsone diventa auto-evidente. (Il concorso poteva essere, sì, utile, se fosse stato aperto a tutti, anche ai non abilitati, cioè a tutti coloro che potrebbero, <em>proprio perché outsiders</em>, insegnare mossi da passioni, esperienze e saperi non strettamente legati, per esempio, alla pletora di teorie didattiche con cui vengono ammorbati gli abilitandi.)</p>
<p>Al secondo posto il migliore amico della nostra burocrazia: il ricorso. Ovvero le migliaia di ricorsi in atto e a venire, che rischiano di stravolgere il senso del concorso. Non solo alcuni non abilitati (prof di ruolo e dottori di ricerca) hanno avuto dal TAR il permesso di partecipare, ma a breve si attende il responso circa i laureati, che se dovessero poter accedere ingolferebbero una logistica già intasata. Che la situazione organizzativa sia a dir poco critica lo dimostrano le gaffe ministeriali recenti. Su tutte: gli elenchi con i candidati divisi per sede e data, che legalmente dovevano apparire almeno 15 giorni prima della prova, sono stati – ehm, sì – <em>sbagliati</em>. Ovvero compilati per ordine di età invece che alfabetico, come sancito dal bando. In fretta e furia, ma troppo tardi per rientrare nei 15 giorni di anticipo previsti dalla norma, gli Uffici scolastici regionali hanno provveduto alle revisioni: chi provando, maldestramente, a far finta di niente e a truccare la data delle nuove liste; chi riassegnando i partecipanti a una nuova sede, magari a venti chilometri di distanza, a dispetto dei candidati che avevano già prenotato alberghi, treni o voli. Nessuno, a quanto mi è dato sapere, inviando comunicazione personale agli iscritti al concorso, ciascuno dei quali dovrà ringraziare la propria ansia per tornare a controllare sedi e date e accorgersi dell’errore. Anche in questo caso Faraone ha minimizzato, parlando di disguidi e ritardi giustificabili che – giorno più, giorno meno, dai – non fanno la differenza. Sarà, ma dubito che un candidato che si presenti all’ora o alla sede sbagliata sarebbe ammesso a partecipare. Da cui la deduzione: comunque vada il concorso, i suoi esiti si scioglieranno a mo’ di lacrime nella pioggia dei ricorsi.</p>
<p>Al terzo posto un interessante caso di Inutilità nell’Inutilità, una <em>mise en abyme</em> che mette in una luce tutta nuova le parole d’ordine del pragmatismo e della semplificazione perseguite dall’attuale governo: “abbiamo ereditato una situazione di caos, di norme contraddittorie, di liste e graduatorie”, si è detto, “abbiamo tirato una linea e stiamo mettendo ordine”. Con questo gergo del <em>fare</em> “ordine” ad ogni costo (chi vi ricorda?), si addossano le colpe al passato, glissando però sulla <em>continuità col passato</em>: le università stanno per avviare, infatti, la terza sessione di corsi abilitanti (il TFA 3), che produrranno un’altra serie di aspiranti insegnanti frustrati e costretti a doppi concorsi. L’unica utilità (<em>a voler pensare male</em>) è quella di riuscire a mantenere un ricco bacino di supplenti in circolazione senza dover mai essere costretti ad assumerli. Tutto questo almeno finché non partiranno le lauree a numero chiuso (abilitanti e con anni di tirocinio/lavoro a gratis) che faranno risparmiare tanti quattrini mentre tanti giovani si danno<em> da fare</em> bla, bla, ecc.</p>
<p>Medaglia di legno della settimana, infine, alle inutili invocazioni sul merito, sempre più fievoli da quando, sei mesi fa, il piano di assunzioni del governo Renzi, volto a “mettere ordine” e svuotare le graduatorie, ha fatto entrare nelle scuole persone che da dieci anni facevano altri lavori, non avevano messo mai piede in una classe, e un concorso nazionale non l’hanno mai visto.</p>
<p>Questa proiezione di fattività ad ogni costo, una iperattività degna di un <em>action movie</em>, che anela alla semplificazione, sì, ma alla semplificazione della ghigliottina, per cui alcuni saltano e altri no, alcuni sono dentro e alcuni fuori ma su criteri casuali (scelte fatte nell’anno giusto o sbagliato, nella regione libera o affollata, punti dati o non dati, a distanza di mesi, per gli stessi motivi, ecc.), questa politica del fare per cui la complessità di un comparto così vasto e poroso come la scuola, dalle esigenze così variegate e dall’importanza così decisiva per il futuro, viene definita “caos”, mi riporta alla riflessione con cui ho esordito: ai presupposti fatalmente <em>impolitici</em> di tutta questa grande alacrità. Si comincia con l’idolatrare l’ordine del “fare” – generico, valido a prescindere, teso a produrre prodotti misurabili, fedele agli strumenti, e alla strumentalizzazione del mondo – e si finisce per “condannare l’azione e il discorso come occupazioni vane e chiacchiere oziose” (1), per respingere le critiche come “fantasiose ricostruzioni” (2), per boicottare lo spazio pubblico e le sue attività democratiche in nome del “principio di ‘maggior soddisfazione del maggior numero’” (3).</p>
<p>Alla fine il governo Renzi avrà assunto, tra Piano di assunzioni e Concorso, <em>tante persone</em>, ma dei problemi della formazione dei giovani e delle scuole, e, dirò di più, dei problemi della selezione del personale docente, al momento perseguitato dall’imperativo di dimostrare l’indimostrabile (=che il suo lavoro è ‘utile’? che quegli alunni tra dieci anni saranno autonomi? avranno un lavoro? produrranno e consumeranno merci? pagheranno le tasse? saranno felici?), di tutti i problemi dell’educazione, del sapere e di un futuro che è condiviso tra le generazioni, non avremo neanche cominciato a parlare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Riferimenti</em></p>
<ol>
<li>Arendt in <em>Vita Activa</em> (Bompiani 2008), 153</li>
<li>Faraone sul suo profilo Facebook, 20 Aprile, ore 13:25</li>
<li>Arendt che cita Bentham in <em>Vita Activa</em> (Bompiani 2008), 229</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Scuola, feticci e bugie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2015 05:00:23 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Renata Morresi</strong></p>
<p>Il riordino della scuola in atto non crea lavoro ma lo precarizza, non affronta i problemi degli alunni ma li rimanda, non riguadagna autorevolezza al sapere e alla professione docente ma accentra l&#8217;autorità. Eppure abbiamo assistito a scene di commozione alla Camera, abbracci, giubilo. Perché? Chi governa e legifera è davvero così avanti, così illuminato circa le sorti della scuola italiana? Prosegue imperturbabile a costruire un futuro migliore per tutti? O non è – come sostiene chi a scuola ci vive ogni giorno – che semplicemente ignorante? O non è che invaghito della nuova, dilagante, sindrome efficientista? O non fa che rispondere al risentimento di una società in crisi, che ancora crede di vedere negli insegnanti dei privilegiati? Sì, io credo che vi sia una arroganza illusa, l’allucinazione presuntuosa di essere i punitori dell’improduttività, i guaritori del disagio sociale e della depressione (in termini quasi psichiatrici), nonché gli autori delle arcinote, ormai quasi mitiche, RIFORME. Quelle moderne, quelle che yes, we can, quelle che nessuno finora ha avuto il coraggio di bla-bla. Quelle che nemmeno la Gelmini… la quale si era “limitata” a tagliare risorse, far classi pollaio e sbandierare l’importanza del grembiulino. Invece qua, caspita: la smania utilitarista si è splendidamente fusa al controllo biopolitico. Il feticcio del “merito” viene ribadito ad ogni piè sospinto; giusto ieri Renzi a Mentana: “lei non ha incontrato un insegnante più bravo di un altro? Siamo d&#8217;accordo che ci vuole un po&#8217; di merito?&#8221; Come se il merito fosse una entità trascendentale che sta oltre il lavoro, le lauree e i titoli (pur emanati dallo Stato), come se ci fossero parametri superiori, come se il prof dovesse essere unanimemente adorato, ogni prof trasfigurato in un ineccepibile John Keating, che ispiri i suoi alunni, li instradi al “mondo del lavoro&#8221;, somministri test Invalsi e obbedisca al POF. E il rendimento, che diamine, ci dimostri il suo rendimento!</p>
<p>L’ossessione della valutazione continua, ravvicinata, ipercodificata si innesta alla pervicacia del modello scuola-azienda. L’impostazione tecnicistica e aziendalista messa a punto da estensori privi di consapevolezza fa il paio con lo slancio futur-riduzionista in stile lavagnetta renziana. La miscela è micidiale. In un rovesciamento quasi surreale la crisi economica e la disoccupazione giovanile vengono imputate al non adeguamento dell’insegnamento ai bisogni del capitalismo globale, da qui una legge sulla scuola che non solo si rassegna alla proletarizzazione del ceto medio, ma crede che sia l’unica speranza, sottraendo ore di scuola ai ragazzi per mandarli ad “imparare un mestiere” e investendo tutto sul rinnovamento della gestione e nulla in un progetto di società in cui i giovani siano i protagonisti del futuro, non i muli che dovranno pagare il costo sociale di scelte scellerate.</p>
<p>Ne viene una riforma che taglia, cancella, priva, umilia, e mente, semplicemente mente. E con estrema convinzione. Tanto spudoratamente che nessuno, nemmeno una opinione pubblica abituata al malaffare e una classe dirigente adusa all’ipocrisia come sono quelle italiane, nessuno riesce davvero ad avvertire l’enormità delle menzogne. O forse sì? O, forse, davvero, a nessuno più importa?</p>
<p>Per esempio. Le tanto sbandierate centomila persone che saranno assunte a settembre lavorano già da anni. Da 6, 10, 13 anni a volte. Albi territoriali dove i docenti sono classificati in base al merito (esperienza, titoli di studio, abilitazioni, specializzazioni) esistono già: si chiamano graduatorie. “Ma come? Vi diamo lavoro e non siete contenti?” – protesta il governo. Di cosa dovrebbero essere contenti, in termini professionali, economici o di ruolo sociale, visto che guadagneranno meno, saranno meno tutelati, dovranno in tanti casi fare un lavoro diverso dal loro, saranno perpetuamente instabili? I soliti cinici diranno che la precarietà oggi riguarda tutte le forme del lavoro – come non saperlo? Vi sono oramai enti di formazione che chiedono la partita IVA agli aspiranti docenti. Che sono, sì, professionisti, nella fattispecie <em>professionisti della relazione</em>, ma la cui professionalità non può essere rilanciata dall’agonismo o misurata in base al fatturato. I risultati formativi non sono calcolabili nei termini numerici del profitto economico, l’appagamento degli alunni non è paragonabile alla retribuzione dei dipendenti, né quello dell’insegnante ai ricavi della gestione. L’unica similitudine aziendalista che posso tollerare è quantitativa: un insegnante di inglese ha sei classi, mediamente composte da 25 studenti, per un totale di circa 150 persone. Come un’azienda di grandezza media, insomma. Il suo stipendio è comparabile a quello di un manager? Ahah! No, è lì fermo da sette anni. Il paragone comunque è fuorviante, non solo perché gli insegnanti non guadagnano quanto i dirigenti, ma soprattutto perché la loro opera non può, non deve essere determinata da criteri meramente utilitaristici. Si impone loro di appiattirsi sul modello concorrenziale capitalistico, quando chiunque abbia letto anche solo un manuale di didattica sa che la collaborazione, l’ascolto, il rispetto, la progettualità comune sono le azioni cruciali per migliorare la qualità dell’insegnamento. La verità è che non si chiede agli insegnanti di essere migliori, solo più competitivi, spendibili, comunicativi, acchiappanti. Di produrre, insomma, una performance più appetibile (e misurabile) di quella dell’insegnante concorrente. E di accontentarsi delle soddisfazioni simboliche (di certo non economiche) che tutto codesto “merito” dovrebbe indurre. Si ignora che gli insegnanti, in quanto esperti, programmatori ed educatori, e gli studenti, in quanto discenti inesperti e giovani esseri umani, vivono in una <em>comunità educativa, </em>dove si ha quanto più possibile cura dello sviluppo armonioso dell’individuo in mezzo agli altri, e dove la convivenza giornaliera, i rapporti, gli atteggiamenti psicologici, i genitori, il personale tecnico, le attrezzature disponibili, l’attività extrascolastica e così via, chiamano in causa aspetti culturali, personali e sociali che quella comunità contribuiscono inevitabilmente a modellare.</p>
<p>Al di là degli slogan vuoti, lo scopo primo dell’educazione non è procurare gente che faccia girare l’economia e paghi i contributi, non è solo la trasmissione di un patrimonio di saperi dati, non solo il raggiungimento di alcuni fini condivisi prestabiliti, ma soprattutto la promozione autenticante della personalità degli alunni. Vogliamo esseri umani liberi, autocoscienti, eticamente consapevoli, responsabili del loro futuro. Questa è la preparazione che creerà il lavoro. Pensiamo davvero di poter valorizzare gli educandi avvilendo di continuo la categoria degli educatori? Schiacciando le discipline sulle urgenze della competizione? Facendo vivere 28 ragazzi in un metro quadro a testa? Proponendo un riordino della gestione delle scuole che le mette in mano a dirigenti che si ritroveranno a dover stilare piani, fare selezione del personale, attirare contributi in denaro, rendere l’offerta didattica accattivante (attività per cui, peraltro, non sono stati formati)? Come fanno a credere che in questa riforma vi sia una visione? Mentono. Ma sanno di mentire?</p>
<p>Per esempio. Perché il preside dovrebbe chiamare i docenti non per i punti che si sono guadagnati in questi anni (punti dati dall’esperienza, dall’università, <em>dal Ministero stesso</em>), ma per la loro (presunta) compatibilità con gli obiettivi specifici, espressione dell’autonomia dell’istituto? Una norma troppo simile all’articolo 27 della riforma firmata Vittorio Emanuele, Mussolini, De Stefani, Gentile: “Le supplenze ai posti di ruolo e gl’incarichi di insegnamento di qualunque specie sono conferiti dal preside”. (Allora il dirigente sceglieva “tenendo conto, anzitutto, del servizio militare in reparti combattenti”, oggi chissà.) E cosa saranno mai questi obiettivi specifici, questa tanto ostentata autonomia, questa offerta formativa ad hoc, personalizzata a seconda dei famigerati bisogni del territorio, ecc.? Perché mai la chimica di Trento dovrebbe essere diversa da quella di Catania? O lo spagnolo di Biella diverso da quello di Campobasso? O non è questa dell’autonomia una scusa, che finisce per accettare, anzi promuovere, la differenziazione delle scuole in “sedi di primaria importanza” e “sedi di secondaria importanza”, proprio come da regio decreto del 1923? Perché chi ci governa ha ceduto a questa <em>ideologia della diseguaglianza? </em></p>
<p>In ultimo, vorrei spendere due parole sulla <em>distruzione della fiducia</em>. È difficile capire. Non ho mai incontrato qualcuno che potesse capire senza esservi direttamente coinvolto. I percorsi della formazione docente sono così divisi, frammentati, screditati che arrivati a questo punto anche i più volenterosi di solito si arrendono. Le innumerevoli identità (prima, seconda, terza fascia, abilitati, specializzati, congelati, idonei, ecc.) in cui si è frantumata la professione non fanno che stancare. Stancano persino gli attori stessi, spesso fatalisticamente arresi al sarà quel che sarà. Per farla breve: gli aspiranti insegnanti sono ripetutamente ingannati.</p>
<p>Un esempio concreto: fino a ieri si è investito su corsi abilitanti a numero chiuso per selezionare e formare i futuri professori, i cosiddetti TFA. D’ora in poi, per quanto siano del tutto assimilabili, nella selezione e nei risultati, alle vecchie scuola di specializzazione (SSIS), essi non permetteranno più l’accesso alla professione, ma solo ad un ulteriore concorso, che precederà un ulteriore periodo di prova (3 anni!) senza stipendio e col rimborsino spese. Con lo stesso titolo di chi li ha preceduti, insomma, costoro (che al momento sono spesso già docenti supplenti a stipendio pieno) l’anno prossimo ripiomberanno indietro allo stato di stagisti. Dopo non una, ma due selezioni concorsuali. In tanti casi, dopo anni già spesi a scuola. Il nuovo percorso di formazione di chi vorrà insegnare (<em>nuovo</em>? ancora? negli ultimi 7 anni è cambiato già 4 volte) si paventa come un intricato labirinto di pedagogismi, tasse, tirocini, burocrazie, e anni senza paga. Vedete la truffa? Vedete la menzogna? Di anno in anno vengono tradite migliaia di persone, e su questi tradimenti si vuole riformare il paese.</p>
<p>Ma qui non si tratta di una legge sull’occupazione – lo dice anche Renzi: <em>mica possiamo assumere tutti!</em> Ma già lavorano, signor Presidente, già lavorano – qui ci si chiede come tutelare lo spazio di libertà, crescita e conoscenza dei ragazzi italiani. Uno spazio di cui gli insegnanti – non i genitori, non i funzionari, non gli pseudo-manager votati alla politica – sono i custodi. Eppure le norme che riguardano gli alunni con bisogni speciali, il problema della dispersione scolastica, il diritto allo studio, non esistono: si è solo votato per darle in delega al governo. Tutto è rimandato, niente sarà dibattuto in Parlamento.</p>
<p>Perché crediamo che questo sia giusto? A molti conviene credere. In primo luogo ad un governo che sbandiera il cambiamento ma deve far portare i conti fino all’ultimo spicciolo: risparmiare sul comparto scuola, così vasto (e, tutto sommato, ahimè, inerte) aiuta. Altri vogliono credere. Non potendo accettare la propria progressiva riduzione ad ingranaggi preferiscono immaginarsi protagonisti del grande efficientismo che ci porterà avanti, fuori, lontano da ogni crisi brutta e cattiva. Altri non credono affatto. La guerra civile cellulare imperversa e ognuno cerca di salvare la pelle o almeno la pensione. “Francia o Spagna, basta che se magna” sembra riecheggiare. È la paura che serpeggia in Italia che fa prevalere il fatalismo e, assieme, la voglia di legge del più forte. Avremmo bisogno non di una politica del fare ad ogni costo, ma di un pensiero rigoroso e visionario insieme, che abbia a cuore l’equità e il paese che viene.</p>
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		<title>La vuota scuola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Oct 2014 05:00:23 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[la buona scuola]]></category>
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		<category><![CDATA[professori]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Stefania Giannini]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/teacherSkeleton.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-49081 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/teacherSkeleton.jpg" alt="teacherSkeleton" width="325" height="660" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/teacherSkeleton.jpg 325w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/teacherSkeleton-147x300.jpg 147w" sizes="(max-width: 325px) 100vw, 325px" /></a></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Eleonora Tamburrini</strong></p>
<p>La tentazione crescente è quella di gingillarci così, limitandoci a descrivere episodi tragicomici, scandalizzandoci tra addetti ai lavori, contentandoci del mezzo gaudio. Per esempio.</p>
<p>1) Qualche tempo fa mi trovavo al telefono con un sindacalista. Mi spiegava con tutta l’assertività del caso che no, non sapeva davvero rispondere alla mia domanda sui “contratti fino ad avente diritto” nella scuola pubblica, ma sì, reputava assolutamente necessario che io mi iscrivessi a un nuovo corso abilitante.</p>
<p><em>Io sono già abilitata all’insegnamento.</em></p>
<p><em>Ma con quella nuova SSIS?</em></p>
<p><em>Si chiama TFA. Sono una di quelli che la riforma vuole esclud&#8230;</em></p>
<p><em>Ma no, ma no! Io parlo dell’abilitazione al sostegno!</em></p>
<p><em>Il sostegno? Veramente non so se&#8230;</em></p>
<p><em>Ma come pensa di lavorare, se non attraverso il sostegno?</em></p>
<p>2) Transitando con furtiva riluttanza in alcune scuole paritarie, mi si è ripresentata con molta costanza e poche variabili la scena seguente. Insegnanti – o forse genitori? ma non saranno studenti? – pencolanti nell’atrio. La kenzia sfinita al sole. La presidenza. Atmosfera spigliata e in secondo piano busto policromo di Ugo Foscolo e insolito gagliardetto.</p>
<p><em>Si sieda pure signorina. La chiamo signorina, visto che è così giovane. Anzi ti do del tu, ti spiace? Abbiamo scelto il tuo curriculum perché sei abilitata. Con il TFA, o come si chiama. È che ci impongono di avere un tot di docenti abilitati nell’organico. Il punteggio è lo stesso che nella pubblica, sì – tanto venite qui per i punti, lo sappiamo. Il contratto è a progetto. Legale, certo. La paga è la metà. Sai, qui di soldi non ne abbiamo&#8230; cosa vuoi, non è mica la scuola pubblica. Ci viene gente coi problemi veri qua, gente che gli ci vuole il sostegno viene qua. Che nella pubblica non li seguono mica. Ma ora dimmi di te, dimmi. Cosa pensi di fare?</em><span id="more-49079"></span></p>
<p>3) Andare a Montecitorio lo scorso 10 settembre è stato naturale, anzi urgente. A Roma fa caldo come sempre. Giornalista esangue si porta davanti a un mio collega, non lo guarda, solo solleva di poco la mano col microfono e tenendosi monocorde per non dover prendere fiato dunque come mai siete qui a protestare?</p>
<p><em>Noi abilitati TFA siamo vincitori di concorso, selezionati in base a un preciso fabbisogno del MIUR. Ora ci vediamo esclusi dalla riforma e…</em></p>
<p><em>Fermo fermo, niente sigle, che la gente a casa non capisce. Me deve di’ quanto l’hai pagato sto corso! Ditece i sordi, le cifre, robba così.</em></p>
<p>(2500 euro più 450 per le prove di accesso più spese di trasporto, n.d.a.)</p>
<p>Credo che queste tre ordinarie scenette dicano più di qualcosa a chiunque abbia una qualche ambizione o un’esperienza diretta nel mondo della scuola. Ma al resto del mondo le stesse tre scene potrebbero persino apparire <em>oscure</em>. Come ricordava la saggia giornalista davanti a Montecitorio, non è facile districarsi fra le iniquità e le mancanze della scuola italiana di oggi (salvo esserci dentro fino al collo). Questa confusione irriferibile è solo una delle conseguenze di decenni di cambi di rotta continui, che non hanno migliorato il servizio – è palese la continuità in una politica dei tagli – ma piuttosto provveduto a una delegittimazione sociale dei docenti e dell’idea stessa di insegnamento.</p>
<p>Affetti da precariato cronico, licenziati d’estate, a Pasqua e a Natale, socialmente screditati, sottopagati, trasformati in burocrati alle prese con regole che cambiano al volgere di ogni legislatura, i professori precari assistono continuamente ai tristi siparietti di cui sopra, vittime del disinteresse dei sindacati o del caos delle segreterie, facili prede delle paritarie, dei masterini on line, della deprecabile corsa al sostegno (oggetto non identificato per la stampa). Nessuno più di loro, più di noi, può augurarsi che qualcosa cambi. Ma la riforma paventata da Renzi e dalla Ministra Giannini, per come appare nel suo rutilante <a href="https://labuonascuola.gov.it/#documento" target="_blank">libello</a>, sembra incaponirsi in una corsa al peggio. Verrebbe voglia di lasciarsi cadere la penna dalle mani, ma forse bisogna ancora parlare di scuola, e come in quel racconto di Carver, prendere la mano di chi ascolta e disegnarla per come è diventata: una ineffabile cattedrale.</p>
<p>Cominciamo dalle modalità di reclutamento della classe docente secondo Renzi e Giannini, e quindi dalla presunta assunzione dei 150 mila docenti precari delle Graduatorie a Esaurimento (GAE). Bene, benissimo. Peccato che il piano tagli fuori le migliaia di docenti del TFA ordinario, quelli cioè che nel 2012, dopo anni di attesa, avevano visto mettere a concorso dal ministero 11 mila posti <em>calcolati su preciso fabbisogno</em> per una nuova abilitazione. In altre parole dopo tre prove, un corso a pagamento, un tirocinio non retribuito e nuovi esami finali, i migliori avrebbero ottenuto un titolo capace di garantire il ruolo nel giro di qualche anno e intanto la possibilità di fare supplenze. Ora si legge che quel titolo non vale più niente. Se gli abilitati iscritti alle GAE avranno tutti un posto a tempo indeterminato per slittamento in graduatoria, gli <em>altri abilitati</em> (TFA, ma anche PAS) potrebbero accedere al ruolo solo vincendo un <em>altro concorso</em>.</p>
<p>Niente da fare neppure per le supplenze. Già, perché da settembre 2015 queste verrebbero completamente assolte dal nuovo “organico funzionale”, costituito da quei neoassunti per i quali non ci sarebbe subito una cattedra disponibile. Tra le mansioni di questa nuova sottocategoria: garantire scuole aperte fino a orari imprecisati, in stile “baby parking”, dove svolgere attività extracurriculari/di animazione non ben precisate, usufruendo di risorse (luce, riscaldamento, personale ATA) per niente precisate, insegnando materie non proprio precisate (anche al di fuori della propria classe di concorso) e con l’aria imprecisata di professori di serie B. Sempre meglio comunque dei loro colleghi, i reietti del giorno, gli <em>altri abilitati</em>, che hanno la sola colpa di essere nati qualche anno più tardi, e di aver creduto ai calcoli e alle promesse di qualche governo in più.</p>
<p>D’altra parte tradizione vuole che periodicamente, fisiologicamente – praticamente a ogni riforma – si crei un comodo ghetto normativo, una sacca di ingiustizia, uno sfogatoio per la minoranza dei figliastri. Gli esodati. I quota 96. Ma qui no, Renzi non si è distratto, anzi, come sempre è ironico, mordace, una battuta per tutti. Gli esclusi del giorno sono – sentite che prodigio di retorica – “l’eccezione che rafforza la regola”. Poi prudentemente diventano “abilitati” tra virgolette (p. 29 del libello), così, giusto per abituarli al progressivo sgretolamento del titolo. Ma attenzione, sembra che starà a loro, quando vinceranno un altro fantomatico concorso, “rinverdire la platea degli insegnanti”. <em>Rinverdire</em>: fa sorridere se si pensa all’età media degli abilitati TFA (trentotto anni). E fa sorridere amaramente, perché saranno proprio loro, i meno vecchi, i grandi esclusi da questa sanatoria di massa. Intanto la categoria dei giovani è stata usata, espansa ad libitum, tirata per la giacchetta, logorata fino al nonsense, e proprio dal governo dei rottamatori.</p>
<p>Se si volessero riscrivere seriamente le regole del reclutamento della classe docente, imponendo per il futuro l’unica via del concorso, il solo modo equo di farlo sarebbe partire dai prossimi laureati col nuovo ordinamento abilitante (dal 2019). Ma coloro che si sono abilitati fino ad oggi con un percorso di specializzazione post laurea, meritano tutti le stesse possibilità e lo stesso rispetto, meritano, per esempio, un’assunzione programmatica che rispetti le graduatorie ma sia spalmata su un arco di tempo più lungo di un unico, convulso anno scolastico e faccia a meno di inutili proclami sull’organico funzionale e la fine del precariato. Perché il precariato continuerà ad esserci, solo colpirà altri soggetti, e in maniera ancor più grottesca.</p>
<p>Il grado di approssimazione del libello (un’approssimazione di concetto che si fa scudo di qualche cifra) serve però in parte a scoperchiarne la genesi immediata: scrivere in fretta e promettere molto per evitare che la Corte Europea sanzioni l’Italia per le mancate stabilizzazioni degli ultimi decenni. Una sentenza imminente questa, di cui la stampa non fa praticamente menzione (e dire che la gente capirebbe bene, meglio) e rispetto alla quale il governo deve prender tempo, prodursi in rassicurazioni, metterci una toppa qualunque.</p>
<p>Non credo che di questo sconclusionato reclutamento beneficerà la scuola, quella reale. Dei 150mila assunti, molti, dicevo, saranno destinati a mansioni altre dall’insegnamento o a materie diverse dalla loro classe di specializzazione. Molti altri non potranno forse neppure prendere servizio perché la riforma vorrebbe un’assunzione su base nazionale, in barba ai criteri territoriali comprensibilmente adottati fin qui. Dunque o il trasferimento coatto anche in altra regione, o il rapido depennamento da tutte le graduatorie del regno. D’altronde non c’è tempo, la sentenza della corte europea incombe, e il mito dell’efficientismo lanciato ad alta velocità non può lasciarsi intralciare da certi dettagli, non può confrontarsi con lo scarto che esiste tra un annuncio e la sua realizzabilità. Basta che a ripeterlo faccia effetto, ovvero che suoni bene. Come il mantra del controllo sul lavoro degli insegnanti, l’ossessione per la misurazione del loro rendimento (una misurazione che si prospetta impossibile o votata all’ingiustizia se si sceglieranno parametri quantitativi). O ancora, il mito della meritocrazia come prerogativa di una gestione di tipo aziendale degli istituti, e quindi la necessità di rintracciare nel preside l’equivalente dell&#8217;imprenditore che della sua scuola sceglie anche il personale. Proprio come avviene nel sistema scolastico privato che, specie nelle scuole superiori di secondo grado, continua a produrre gravi iniquità nella selezione degli insegnanti e nella formazione degli studenti (una deriva incominciata, va detto, già con Luigi Berlinguer). E ancora, sotto lo slogan della meritocrazia: l’ingresso dei capitali privati nelle scuole (di chi?), il ridimensionamento dei compensi (si sa bene di chi). L’insegnante sarà allora alle prese con una singolare idea di carriera, dove lo stipendio sarà proporzionale a una raccolta punti legata al numero di attività extra messe in campo, all&#8217;abilità nel coltivare mirate amicizie e rivalità, a un’idea sommaria di “produttività”.</p>
<p>Quali effetti potrebbe avere una simile competizione da libero mercato in un’istituzione come quella scolastica che dovrebbe fondarsi sull’uguaglianza tra scuole, sulla collegialità e la collaborazione degli insegnanti per il bene degli studenti non è dato sapere. È dato, forse, rilevare fin d’ora il deterioramento del concetto di merito, sempre più brandito come strumento di controllo (per giunta a intermittenza), sempre meno volto alla valorizzazione dei saperi. Insieme al merito si dissolve qualcosa di forse ancora più importante: la fiducia. Come continuare a credere in una scuola che viene costantemente svuotata a suon di slogan? In governi che promettono, bandiscono, rastrellano tasse d&#8217;iscrizione e speranze, e poi lasciano aspiranti insegnanti nel vuoto? In riforme che chiedono loro di cominciare sempre da capo? In norme che costruiscono percorsi labirintici perché decine di migliaia di precari si scannino tra loro piuttosto che coltivare la loro professionalità? In una scuola che sbandiera l&#8217;importanza dei ragazzi e poi li logora ai fianchi, accorciando ore, ridimensionando le conoscenze, snervando docenti con esperienza, buttando a mare i nuovi, sottraendo risorse?</p>
<p>Non sorprendono in tal senso le altre dichiarazioni del premier o della ministra Giannini nei giorni successivi alla pubblicazione delle ipotesi di riforma: la detassazione per le iscrizioni alle paritarie in nome di una confusa libertà di scelta, il blocco degli stipendi per i docenti statali, l’abolizione dei commissari esterni per le prove di maturità. Sono tutte facce della stessa medaglia, intenti saldamente concatenati, figli di un’identica concezione della scuola &#8216;pubblica&#8217;, che naturalmente pagherà le sue presunte innovazioni a suon di tagli, né più né meno che in passato.</p>
<p>Infine, le parole, ancora loro. Il libello l’hanno definito “patto per la scuola”. Curiosa accezione. Un patto in differita, dissociato, steso da una sola delle parti, granitico nelle intenzioni e solo in un secondo momento soggetto al confronto con l’altro, la gente, l’imprecisato popolo del web, professori iperconnessi che dovrebbero compilare questionari per dire sì/no, mi piace/non mi piace, mettersi in fila dietro un hashtag, condensare riflessioni serie in 140 caratteri. Conosco colleghi stimatissimi che in questi giorni si sono aperti l’account di Twitter per parlare col premier, col ministro. Altri hanno discusso su Facebook con onorevoli che straniti dal dissenso li hanno bannati, come importuni qualunque, come troll. Questo chiacchiericcio non è consultazione democratica, e cinguettare slogan non rappresenta una possibilità in più di riflessione, ma un alibi ad alta fruibilità tanto per la figura molto in voga dell’onesto cittadino – che si risparmia così l’azione seria e meditata – quanto, soprattutto per chi è al potere, che può dire di aver offerto ampi spazi di confronto senza aver offerto proprio nulla.</p>
<p>Il &#8216;patto&#8217; l’hanno intitolato “la buona scuola”, il che ridefinisce immediatamente la scuola attuale, la scuola fatta fin qui, come cattiva. Sentite com’è semplice tutto questo, vedete come splende l’evidenza? A chi dal di dentro timidamente fa notare che sì, i problemi ci sono e sono tanti, ma che le soluzioni prospettate paiono parziali, ingiuste, inefficaci, dannose, l’accusa immediata è quella di disfattismo, di immobilismo, di difesa a oltranza del proprio status quo (ad avercelo, viene da dire!).</p>
<p>Così ci tocca pure leggere la risposta sprezzante apparsa su uno scintillante allegato de La Repubblica che Umberto Galimberti dà a una professoressa perplessa. Cito per stralci l&#8217;esimio Galimberti:</p>
<blockquote><p>Questa naturalezza [nell’applicare le nuove linee] è concepibile se solo gli insegnanti amano la loro professione e non si pongono nei confronti della scuola con una mentalità sindacale e/o contrattuale che, in un’attività che ha per obiettivo l’educazione dei giovani, mi pare del tutto fuori luogo</p>
<p>Ma forse nelle scuole superiori potremmo fare a meno dei bidelli, dal momento che non vedo perché giovani dai 15 ai 19 anni non possano pulire le loro aule, lavare i vetri, imbiancare le loro classi</p>
<p>E allora dobbiamo aspettarci dalle continue riforme ministeriali della scuola stimoli e senso, o queste cose le devono mettere, senza attenderle dai dispositivi ministeriali, gli attori stessi della scuola, che in prima fila sono gli insegnanti? […] lo stipendio è basso, certamente, ma potrebbe essere integrato proprio dall’entusiasmo di fare quel nobilissimo lavoro che si chiama: educazione dei giovani.</p></blockquote>
<p>Della serie suvvia, non parliamo di diritti, degli stipendi tra i più bassi d’Europa, non parliamo di precariato, non parliamo di condizioni di lavoro completamente diverse per gli stessi ruoli, è così <em>volgare</em> al cospetto della <em>sacra missione dell’insegnamento</em>! Parliamo invece di nuove idee costruttive, tipo gli studenti imbianchini, come non averci pensato prima?</p>
<p>Infine, quanto all’attendere dal Ministero nuovi stimoli per il mio lavoro, vorrei rassicurare Galimberti: ci ho rinunciato, per il momento. Finora ne ho tratto solo ragioni per scendere in piazza a protestare, scrivere lettere o articoli troppo lunghi come questo. Stimoli e senso si trovano continuando a studiare e andando in classe, si trovano in quei ragazzi che per rispetto ho qui quasi evitato di nominare, benché siano da sempre i primi a subire gli esiti di riforme maldestre. Devono essere ricreate le condizioni per poter parlare di loro, parlarne di più, per entrare una buona volta nel merito dei programmi e delle azioni, tornare a discutere del valore di ogni singola ora di lezione, e per lavorare serenamente senza doversi guardare le spalle a ogni cambio della guardia, a ogni aggiornamento delle graduatorie. Provando a esprimere un desiderio condiviso, i docenti italiani vorrebbero smettere i panni degli avvocati fai-da-te, dei piccoli tristissimi burocrati, e tornare in classe a fare il loro mestiere, con più dignità.</p>
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		<title>Sillabario – Per un manifesto sulla Scuola Bene Comune (versione 1.0) – Dalla H alla T</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Feb 2013 07:00:48 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Generazione TQ</strong></p>
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<p><em>Nei giorni in cui novantacinque mila insegnanti e aspiranti tali hanno svolto, stanno svolgendo o svolgeranno gli scritti del concorso (truffa) per l’immissione in ruolo, i lavoratori e le lavoratrici della conoscenza trenta-quarantenni di Generazione TQ, dopo alcuni mesi di dibattito e lavoro interno, tornano a esprimersi pubblicamente, diffondendo un Sillabario sulla Scuola Bene Comune, in cui si fissa l’attenzione sulle priorità che dovrà affrontare il prossimo governo italiano se vorrà rimettere la scuola al centro dell’agenda dei cittadini e, al di là della contingenza elettorale, si ragiona sull’evoluzione di un’istituzione centrale per la formazione degli uomini e delle donne di domani.<br />
</em><em>A differenza dei manifesti su Politica, Editoria, Spazi pubblici, Università e ricerca, Patrimonio storico-artistico e archeologico diffusi dal 2011 a oggi (reperibili su <a href="http://www.generazionetq.org/" target="_blank" rel="nofollow">www.generazionetq.org</a>), il Sillabario è stato concepito e si presenta come un testo in progress, con voci che vanno dalla A di Autonomia alla T di TFA, alle quali se ne aggiungeranno altre, grazie alla pubblicazione in giornali e riviste, come «Alfabeta2» nel cui numero di febbraio è presente la versione integrale del Sillabario, e alla condivisione del documento in rete, nelle assemblee pubbliche e nelle altre occasioni in cui le/i TQ saranno chiamati a intervenire.<br />
</em><em>Chiediamo ai lettori di Nazione Indiana di proporre emendamenti costruttivi alle voci che verranno pubblicate in questo e nel precedente post.<br />
</em><em>Ne terremo conto per elaborare la versione 2.0 del Sillabario. Come spunto per proporre emendamenti alle voci Formazione e Meritocrazia, si consiglia di ascoltare la la puntata della trasmissione “Tutta la città ne parla” di Rai Radio 3, </em><em>in cui per TQ è intervenuta Lucia Vergano </em><em>(</em><em></em><em title="Play Audio"></em><a id="yui_3_5_1_3_1361310265122_708" href="http://www.radio.rai.it/podcast/A42575119.mp3" target="_blank" rel="nofollow">http://www.radio.rai.it/podcast/A42575119.mp3</a>).<br />
Valerio Cuccaroni per Generazione TQ</p>
<div></div>
<div style="text-align: center">°°°</div>
<div style="text-align: left"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/02/21/sillabario-per-un-manifesto-sulla-scuola-bene-comune-versione-1-0-dalla-a-alla-f/" target="_blank">Qui</a> la prima parte dalla A alla F</div>
<p><b>HANDICAP.</b> La scuola deve essere inclusiva, garantendo a tutti, soprattutto a chi parte da una situazione di svantaggio, le opportunità per crescere. I tagli voluti dalla cosiddetta «riforma Gelmini»<a href="#_ftn1" target="_blank">[1]</a> investono in modo determinante i fondi per il sostegno e comportano l’assegnazione del sostegno a insegnanti non idonei. Ridurre le ore di insegnamento personalizzato o inserire più di un alunno problematico in classi numerose significa, di fatto, escludere lo studente svantaggiato da un&#8217;integrazione reale o da un eventuale inserimento nel mondo del lavoro, impedendo per altro lo svolgimento di una didattica veramente integrata. Inoltre, il patto di stabilità imposto ai Comuni ha obbligato questi ultimi a ridimensionare il numero di addetti all&#8217;assistenza di studenti incapaci di provvedere da soli ad alimentarsi o all&#8217;igiene personale, tanto che spesso i genitori o i parenti sono costretti a provvedere personalmente alle esigenze dei loro ragazzi anche in orario scolastico.</p>
<p><b> </b></p>
<p><b>INVESTIMENTI.</b> Basta tagli. Senza investimenti nella formazione delle nuove generazioni non esiste futuro per il paese. Occorre tornare a destinare ingenti investimenti alla scuola, necessari per finanziare adeguatamente il personale, la formazione, l’edilizia, le attrezzature. È necessario un confronto con le politiche sulla scuola messe in atto da altri Paesi europei negli ultimi anni (es. la Germania e i Paesi scandinavi).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>LIFE LONG LEARNING.</b> La scuola è il luogo di un&#8217;educazione permanente finalizzata alla crescita culturale dei cittadini. Appare necessario rimodulare il significato di <i>formazione permanente </i>sottraendolo all&#8217;accezione di perenne aggiornamento funzionale ad una flessibilità che altro non è che sinonimo di precarietà: al contrario, la formazione permanente va intesa come affinamento delle proprie competenze professionali con la finalità di definire in modo sempre più netto il proprio ruolo e l&#8217;immagine di sé all&#8217;interno della società. A tal fine, in un’ottica di sviluppo e innovazione, le aziende dovrebbero almeno parzialmente contribuire al finanziamento dei programmi di riqualificazione professionale dei lavoratori licenziati.</p>
<p><b> </b></p>
<p><b>MERITOCRAZIA.</b> La definizione delle modalità di formazione, selezione e valutazione dei docenti non può prescindere dal riconoscimento e dalla valorizzazione del merito. Oltre a una solida e comprovata formazione accademica nella disciplina di competenza, ogni insegnante dovrebbe essere opportunamente formato e selezionato anche sulla base delle proprie capacità di trasmissione di conoscenze e competenze. Il reclutamento dovrebbe avvenire valorizzando la preparazione specifica, l’esperienza pregressa, accumulata anche con un inquadramento precario, e l’abilità comunicativa – linguistica e psicologica – del docente. Attualmente invece il Concorso Nazionale pensato dal MIUR non riconosce alcun credito al servizio prestato e accerta le competenze solo dopo un test preselettivo che non verifica la padronanza della lingua italiana. L’insegnamento dovrebbe essere accompagnato da un opportuno inquadramento contrattuale, in grado di assicurare ai docenti adeguato compenso per le mansioni svolte, ai discenti continuità didattica. La partecipazione ad attività di aggiornamento e di approfondimento non dovrebbe essere abbandonata all&#8217;iniziativa e alla motivazione dei singoli docenti, bensì inquadrata in un processo di formazione continuo, in stretta collaborazione con le facoltà universitarie, e opportunamente valutata ai fini delle progressioni di carriera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>ORA DI RELIGIONI.</b> Contestiamo il ruolo dell’insegnante di religione, nel momento in cui il suo insegnamento si limita a una sola religione e viene scelto dalla Curia, come accade oggi. Questa è una faccenda grave, denunciata da più parti e da diversi punti di vista. In questi ultimi anni sempre più studenti decidono di rinunciare all&#8217;ora di religione, perché in molti casi si tratta di uno spazio di tempo utilizzato per diffondere i dettami di quella cattolica, come da sempre richiesto dallo Stato Vaticano. Ma la Chiesa cattolica ha già l’opportunità di divulgare il proprio credo nelle scuole private, mentre la scuola pubblica deve poter garantire la pluralità delle fedi religiose, come afferma la Costituzione (art. 8). Per questo è arrivato il momento di un passaggio fondamentale, quello dall’ora di religione all’ora di religioni, prendendo spunto da corsi e seminari universitari attivi già da decenni e contenuti nella disciplina «Storia delle religioni», passando a un diverso tipo di reclutamento del corpo docente in materia, ovvero reclutando nuovi docenti adatti all’insegnamento di questa materia dall’immenso bacino di cui le università italiane dispongono. Si tratta di un passaggio divenuto ormai non più rinviabile, ma esiziale per favorire l&#8217;incontro di diverse culture tra studenti provenienti da diversi percorsi esistenziali, come sottolineato anche dal Ministro dell’Istruzione Profumo. Lo studio della Storia delle religioni deve diventare un pilastro della scuola pubblica di questo secolo, in un Paese come il nostro che deve lavorare sul concetto di interculturalità come occasione di arricchimento comune, e non come minaccia da cui difendersi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>QUADERNO.</b> Molte voci si sono recentemente levate<a href="#_ftn2" target="_blank">[2]</a> contro le imposizioni, dall’apparenza talora arbitraria<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>, di compiti da svolgere a casa che, per quantità e qualità richiedono agli studenti un impegno tale da tenerli occupati per pomeriggi interi, se non per tutta la durata delle vacanze. La questione viene per lo più demagogicamente liquidata con l&#8217;esortazione «aboliamo i compiti». I compiti, tuttavia, sono uno degli strumenti di crescita degli studenti, sin dagli anni dell&#8217;infanzia. Sono lo spazio in cui l’impegno individuale mette alla prova la capacità di concentrarsi e di organizzare in modi progressivamente sempre più autonomi i saperi acquisiti, e trovando campi di applicazione nuovi in modo consapevole e creativo. Il compito a casa non deve essere l&#8217;ottusa ripetizione mnemonica di contenuti, ma palestra del Sé, momento separato ma contiguo agli spazi di condivisione e confronto. Il compito svolto individualmente non è e non può essere considerato alternativo al modello della <i>peer-to-peer education</i>, ma suo naturale completamento. La delegittimazione del «compito per casa» trova un facile argomento nel fatto che l’uso di Internet ne vanificherebbe la valenza formativa. È evidente che la possibilità di scaricare informazioni o compiti già svolti (vedi, per esempio, le versioni di latino) viene ampiamente sfruttata dagli studenti, tanto più se i docenti non hanno voglia o non sono in grado di ricostruire a ritroso il percorso dal compito copiato alla fonte. La rete può, invece, diventare un risorsa straordinaria nel momento in cui venga utilizzata come strumento per sviluppare la capacità di istituire confronti e di trovare differenze, magari utilizzando tecniche di didattica partecipativa.</p>
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<p><b>RELAZIONE.</b> Focalizzare l’attenzione sulle modalità relazionali all’interno del sistema scolastico è estremamente utile se si pensa anche all’importanza che svolgono nello sviluppo del soggetto i legami di attaccamento. Diverse ricerche nell’ambito della scuola materna sottolineano l’importanza di una relazione di attaccamento sicura fra insegnante e bambino nel percorso di crescita personale di quest’ultimo. Esistono infatti numerose correlazioni tra atteggiamenti e comportamenti degli educatori e la funzione che l’educazione assolve in un determinato sistema sociale. Da diversi studi emerge uno stereotipo di insegnante con peculiari caratteristiche: rigidità, ideologia pedagogica autoritaria e poca creatività nel lavoro. Spesso il docente, in bilico fra il conformarsi e il non conformarsi, non sa come comportarsi. Ecco che allora abdica alle sue volontà divenendo un prodotto di serie, un replicante del sistema. L’atteggiamento autoritario degli insegnanti diventa allora funzionale al mantenimento del sistema sociale dominante. Il cambiamento sta quindi nel riuscire a superare i rigidi confini assegnati al proprio ruolo dai modelli sociali e culturali, e nel cercare modalità interattive genuinamente non autoritarie. La direzione di intervento potrebbe essere allora quella del passaggio da un’obbedienza eteronoma a un’obbedienza autonoma che si basi sulla rivalutazione di sé. I codici di relazione disfunzionale esaminati sono dunque frutto di modalità distorte di insegnamento, che nascono spesso dall’inconsapevolezza di chi li mette in atto e dalla coercizione a ripetere senza riflettere seriamente sul proprio agito. Una scuola che voglia porsi per i suoi studenti come un’area di sviluppo creativo deve necessariamente tenere conto dell’aspetto relazionale, e riflettere su di esso.</p>
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<p><b>SCUOLA 2.0</b> (vedi anche FLIPPED CLASSROOM) Il progetto «<a href="mailto:Cl@ssi" target="_blank">Cl@ssi</a> 2.0-Scuola digitale» è partito nell’a.s. 2009-2010 nella scuola secondaria di primo grado e si è esteso dall’anno successivo alla primaria e alla secondaria di secondo grado. L’obiettivo è quello di promuovere «un progetto per la sperimentazione di metodologie didattiche avanzate […] Alunni e docenti possono disporre di dispositivi tecnologici e <i>device</i> multimediali e le aule vengono progressivamente dotate di apparati per la connessione ad Internet»<a href="#_ftn4" target="_blank">[4]</a>. Nel corso dell&#8217;ultimo biennio gli uffici regionali hanno sviluppato collaborazioni con classi selezionate che hanno avuto in dotazione, spesso con l&#8217;ausilio di sponsorizzazioni di privati, strumenti tecnologicamente avanzati (iPad o similari; notebooks, ecc.). In rete si trovano interessanti resoconti di queste esperienze<a href="#_ftn5" target="_blank">[5]</a>. I «nativi digitali» tuttavia non esistono: la familiarità che le nuove generazioni hanno con i <i>digital device</i> è aumentata in modo esponenziale negli ultimi anni, ma questa spesso si riduce a un uso passivo e inconsapevole, limitato alla frequentazione dei<i> social network</i>. Quello a cui si assiste, in questa fase iniziale che appare ancora sperimentale e quantitativamente limitata, è un concentrarsi dell&#8217;attenzione più sullo strumento che sulla finalità che si intende perseguire. È per questo che gli incoraggiamenti che arrivano da settori del mondo industriale<a href="#_ftn6" target="_blank">[6]</a> e l’appoggio entusiasta di settori del mondo editoriale (gruppo «L’Espresso»)<a href="#_ftn7" target="_blank">[7]</a> appaiono discutibili. Ci chiediamo, in effetti, con Michele Dantini: «Ha senso modificare la scuola sul modello del mercato, e pretendere che individui pre-adulti siano consumatori sovrani, del tutto in grado di misurare esigenze e acquisire domini cognitivi?»<a href="#_ftn8" target="_blank">[8]</a></p>
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<p><b>TFA.</b> L&#8217;istituzione del Tirocinio Formativo Attivo per conseguire l’abilitazione<a title="" href="#_ftn9">[9]</a> non risolve né il problema della formazione degli insegnanti né quello nell&#8217;ingresso in ruolo. «Tra gli aspiranti tirocinanti ci sono molti professori di scuola, dottori di ricerca, docenti a contratto universitari che sono già stati valutati idonei all&#8217;insegnamento da apposite commissioni. Persone che lo Stato continua a considerare giovani anche se hanno quarant’anni e che pensa di tenere occupate in una costosa e improduttiva raccolta di punti, cioè di titoli di studio»<a title="" href="#_ftn10">[10]</a>. Invece di impegnarsi nella costruzione di un percorso che permetta alle capacità relazionali ed empatiche dell&#8217;aspirante docente di svilupparsi a pieno, il Ministero sembra che voglia ripercorrere la strada della SSIS: via quindi a lezioni di tecnica della valutazione, di pedagogia, di storia della scuola. E via al tirocinio: esperienza fondamentale (la parte meno discutibile di tutto l’impianto), solo se si attua in uno spirito di collaborazione fattiva fra docente tutor e specializzando. Collaborazione che spesso viene a mancare, anche perché i docenti che «ospitano» i tirocinanti all&#8217;interno delle loro classi, mostrando loro come correggere i compiti e accompagnandoli all’interno degli organi collegiali, non hanno nessuno sgravio in termini di ore di lavoro e, soprattutto, non percepiscono alcun compenso, malgrado le rette elevate pagate dagli specializzandi nelle loro Università.</p>
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<p><a href="#_ftnref1" target="_blank">[1]</a>                     La ex-ministro Gelmini, dopo aver ripetutamente negato i tagli, è stata denunciata da associazioni di genitori e condannata da due diversi tribunali: <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/01/tagli-agli-insegnanti-di-sostegno-ministero-condannato-due-volte/101550/" target="_blank">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/01/tagli-agli-insegnanti-di-sostegno-ministero-condannato-due-volte/101550/</a></p>
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<p><a href="#_ftnref2" target="_blank">[2]</a>              La discussione si è riaccesa in Italia dopo che nel marzo di quest’anno genitori francesi riuniti in associazione hanno manifestato la loro protesta non permettendo ai propri figli di fare i compiti.</p>
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<p><a href="#_ftnref3" target="_blank">[3]</a>              Caso limite appare quello della maestra che ha assegnato come compito ad alunni di seconda elementare l’apprendimento a memoria di tutti gli articoli della Premessa alla Costituzione della Repubblica.</p>
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<p><a href="#_ftnref4" target="_blank">[4]</a>                <a href="http://www.istruzione.it/web/istruzione/piano_scuola_digitale/classi_2_0" target="_blank">http://www.istruzione.it/web/istruzione/piano_scuola_digitale/classi_2_0</a>.</p>
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<p><a href="#_ftnref5" target="_blank">[5]</a>                <a href="http://sperimentando.liceolussana.com/ebooksperimentazione/PMLKE_eBook_sperimentazione_vdef3.pdf" target="_blank">http://sperimentando.liceolussana.com/ebooksperimentazione/PMLKE_eBook_sperimentazione_vdef3.pdf</a>.</p>
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<p><a href="#_ftnref6" target="_blank">[6]</a>                Per esempio, il patrocinio della Fondazione Agnelli al progetto «Cicero» (<a href="http://www.cicerolatintutor.it/">http://www.cicerolatintutor.it/</a>).</p>
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<p><a href="#_ftnref7" target="_blank">[7]</a><a href="\www.forumfamiglie.org\allegati\rassegna_24480.pdf" target="_blank">              http://www.forumfamiglie.org/allegati/rassegna_24480.pdf</a>: pdf dell’articolo uscito il 17 maggio 2012 a firma di Valentina Murelli.</p>
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<p><a href="#_ftnref8" target="_blank">[8]</a>              <i>Pratiche didattiche tra lapis e laptop</i>, «il manifesto», 26 maggio 2012.</p>
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<p><a href="#_ftnref9" target="_blank">[9]</a><a href="\www.istruzione.it\web\istruzione\normativa_tfa" target="_blank">              http://www.istruzione.it/web/istruzione/normativa_tfa</a>. Il TFA sostituisce la SSIS (Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario): la differenza sta nell’accesso (ora il test di ammissione è identico in tutta Italia) e nella durata (il TFA dura un anno, la SSIS ne durava due). Con nota del 29 maggio il Ministero annuncia che il percorso per neolaureati e docenti con tre anni di esperienza è stato differenziato: <a href="http://www.istruzione.it/web/ministero/focus_290512" target="_blank">http://www.istruzione.it/web/ministero/focus_290512</a></p>
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<p><a href="#_ftnref10" target="_blank">[10]</a>             Valeria Merola, <i>Quanto costa abilitarsi all’insegnamento</i>, «il manifesto», 8 maggio 2012.</p>
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		<title>Altre forme di Aventino &#8211; Silvia Avallone rinuncia alla scuola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jul 2012 18:14:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/07/26/altre-forme-di-aventino-silvia-avallone-rinuncia-alla-scuola/scuola-3/" rel="attachment wp-att-43085"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-43085" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/scuola1.jpg" alt="" width="1000" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/scuola1.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/scuola1-300x120.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/scuola1-700x280.jpg 700w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></a></p>
<p>La scuola, il mondo scolastico, per me, è aria di famiglia. In un recentissimo passato, così come ho appreso la disposizione delle botole segrete di <em>Prince of Persia</em>, o lo struggimento pomeridiano di certe divisioni decimali, ho anche collezionato inconsciamente vizi e virtù della pubblica istruzione. Parole come graduatoria, punteggio, assegnazioni, supplenze, ruolo, corpo docenti, collegio insegnanti, sortiscono su di me lo stesso incantesimo della madeleine su Marcel Proust.</p>
<p>Proprio da piccolo, sei anni al massimo, capelli castano chiari, un’innata inclinazione al sarcasmo, quando la mia sola presenza innescava tutta una serie di smancerie da parte della dirigente di turno, piccoli buffetti e l’intramontabile domanda <em>ti piace la scuola?</em>, ho infilato al seguito di mia madre alcuni uffici del provveditorato di Reggio Calabria, un labirinto di stanze sature di fascicoli e faldoni posizionato un paio di piani più su di una gelateria buonissima.</p>
<p>Mio padre lavora nella segreteria di un liceo. Mia madre è stata prima insegnante elementare, quindi direttrice didattica. Due tra le mie zie, ora in pensione, hanno insegnato a scuola. A suo tempo, una cugina su otto ha rinverdito questa tradizione familiare.</p>
<p>Il mondo della scuola mi appartiene non solo come luogo del sapere che ho pazientemente scalato dalla valle primitiva dell’asilo fino alla vetta molto sofisticata della tesi di laurea, ma anche come una singolare provincia dell’esperienza umana le cui regole plasmano e irreggimentano in un modo del tutto particolare la vita, la malattia, l’ascesa sociale, le abitudini, la stasi, la rassegnazione, il furore, la delicatezza delle relazioni. Non finirò mai di pensare che per esempio direttrici, professoresse, insegnanti, siano accumunate senza volerlo dallo stesso vaporoso taglio di capelli, una rivisitazione meno barocca e più contemporanea delle parrucche di Luigi XIV. Così come non finirò di ricordare quanta dedizione ci voglia per fare questo mestiere (cosa a cui non tutti sono predisposti, evidentemente), e l’altissima soglia di sopportazione del dolore che il corpo docente ha sviluppato nel corso degli anni mentre la scuola veniva infestata dalla malaria della burocrazia, dalla sciagura dei tagli lineari, dal cataclisma della precarietà che paralizza e continua a paralizzare la forza vitale delle nuove generazioni di insegnanti. Una certa estetica è da sempre affiancata a un determinato saper fare: ed è solo in virtù di questa forza inerziale – l’inerzia della volontà, verrebbe da dire, se la formula non risultasse drammatica – che l’agonia e la gioia dell’insegnamento continuano nonostante la successione ciclica e burrascosa dei ministri.</p>
<p>È più o meno con questi fantasmi davanti agli occhi che ieri mattina, sul treno, sfogliando il Corriere della Sera, mi imbatto nell’articolo di Silvia Avallone. Trattando di scuola, lo leggo da cima a fondo. Il focus dell’articolo è il modo in cui viene selezionata la nuova classe di insegnati. Il tono e le constatazioni, più che a Kafka, un nome ricorrente nell’articolo, rimandano a Goya e alle sue pitture nere. <em>Non c&#8217;è verso di raggiungere quello che oggi, nel nostro Paese, è diventato uno dei mestieri più ardui. Non basta la laurea. Non bastava neppure la famigerata Sis, scuola di specializzazione per l&#8217;insegnamento secondario, che hanno allestito e dismesso nel giro di un decennio. Ostaggi del tempo e dei punti, dei master online a pagamento che devi collezionare per scalare una o due posizioni. Sfruttati, ricattati, in balia di un ingranaggio perverso che ti richiede esami su esami, tasse su tasse, precarietà su precarietà.</em> In sostanza, dice Silvia Avallone, non solo è più probabile fare un incontro del terzo tipo con una qualche entità aliena che entrare di ruolo in maniera stabile e vantaggiosa sia per gli insegnati che per gli studenti, ma la disgrazia capitale sarebbe farcela, centrare l’obiettivo di una vita, cioè diventare insegnanti, una delle categorie più depresse, malridotte e sminuite su tutte le terre emerse.</p>
<p>La neanche così piccola apocalisse che Silvia Avallone disegna – la completa dismissione di uno tra i più raffinati e variabili e umani processi di condivisione del sapere – ha fondamenta più che solide. L’invenzione del Tfa, ovvero di un <em>tirocinio formativo attivo</em> che richiede al tirocinante 2500 euro nel caso di esito positivo alla prova di ammissione, tirocinio lungo un anno che alla fine abilita all’insegnamento, ma non assicura l’assunzione, la dice lunga.</p>
<p>Silvia Avallone, però, fa un passo in più. In chiusura, annuncia il suo ritiro dall’ambizione di diventare insegnante. Il passo è legittimo, ovviamente. Niente da obiettare di fronte a una scelta di vita venata dal colore dell’incredulità e della sofferenza. Resta tuttavia l’evidenza che il tutto sia confezionato in forma di articolo su uno dei quotidiani nazionali a maggiore tiratura, irradiando quindi un certo valore simbolico &#8211; valore che si dispiega sul capo inclinato dei suoi lettori proprio nel giorno in cui alla prova di ammissione del Tfa per ventimila posti disponibili si presentano centosettantaseimila possibili candidati.</p>
<p>Confrontando i due eventi, allora, la pubblicazione di un articolo di denuncia e abbandono e la pressione mattutina di una rilevante preparatissima massa umana sui fatidici banchi di un esame ministeriale – esame, tra l’altro, iniziato male e finito peggio: <em>I test impossibili per aspiranti prof</em>, titola sempre il Corriere  &#8211;  si spalanca un abisso. Perché, diciamolo fuori dai denti, Silvia Avallone sembra parlare dall’alto di una posizione, di una rendita di posizione, sciogliendo in forma di articolo il privilegio di una scelta – del resto, ha scritto un romanzo di successo, Rizzoli pubblicherà il secondo, il Corriere della Sera ospita i suoi articoli, al Festival di Venezia sarà presentato il film tratto dal suo primo libro – mentre la maggioranza deve, per vocazione o costanza, fatalità o assenza di alternative, proseguire ostinatamente sulla stessa strada, una strada lunghissima lastricata di esami, corsi di preparazione, corsi di aggiornamento, studio matto e disperato, sveglia la mattina presto per correre, sempre correre, ai ripari.</p>
<p>Ma, aldilà di questo, c’è un ulteriore passaggio nell’articolo che continua ad inquietarmi: <em>Ho visto la scuola pubblica smantellata pezzo per pezzo, la ricerca agonizzare, l&#8217;università annichilirsi anno dopo anno. E, in parallelo, questo Paese perdere grinta, ambizione, ridursi a una cartolina del passato, in cui la cultura viene messa da parte in favore di non si sa bene quale scorciatoia, quale vicolo cieco</em>. Perché se il salto logico di Silvia Avallone è stato “la scuola è un disastro, io ci rinuncio”, non vorrei passasse nel grande ventre dell’opinione pubblica l’idea che appena su qualsiasi cosa indispensabile per la pluralità dei cittadini si distenda il colorito cianotico della mancanza di ossigeno, questa venisse accantonata e lasciata agonizzare senza neanche il tentativo di infondergli nei polmoni il soffio provvidenziale di una respirazione bocca a bocca.</p>
<p>Il verbo che non possiamo più permetterci oggi è abdicare. Altrimenti, a furia di rinunciare, spegnendo poco per volta quanto riteniamo prezioso e duraturo, un giorno neanche tanto lontano finiremo per abdicare a noi stessi, quando già da un po’ eravamo cianotici e nella solitudine dei nostri appartamenti non ci sentivamo neanche troppo bene.</p>
<p>[<a title="articolo avallone" href="http://www.corriere.it/cultura/12_luglio_25/perche-rinuncio-italia-non-per-insegnanti-avallone_3b6c245c-d61e-11e1-bdd2-f78a37bd7a67.shtml">qui</a> si può leggere l&#8217;articolo di Silvia Avallone pubblicato sul Corriere della Sera il 25/7/2012]</p>
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