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	<title>ticino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Vorrei che tu fossi qui</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jul 2018 05:30:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[pink floyd]]></category>
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					<description><![CDATA[(Sergej Roić è un amico scrittore croato/ticinese. Ha  scritto un romanzo lo scorso anno per Mimesis che parla di intelligenza nell&#8217;universo, principio antropico, università di Camberra, elefante meridionale, Syd Barrett e tanto altro. Sergio &#8211; così lo chiamano gli amici &#8211; ce ne regala un estratto. G.B.)    di Sergej Roić Puoi liberare te stesso abbastanza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-74783" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/roic.jpg" alt="" width="316" height="477" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/roic.jpg 316w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/roic-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/roic-250x377.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/roic-200x302.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/roic-160x242.jpg 160w" sizes="(max-width: 316px) 100vw, 316px" />(Sergej Roić è un amico scrittore croato/ticinese. Ha  scritto un romanzo lo scorso anno per Mimesis che parla di intelligenza nell&#8217;universo, principio antropico, università di Camberra, elefante meridionale, Syd Barrett e tanto altro. Sergio &#8211; così lo chiamano gli amici &#8211; ce ne regala un estratto. G.B.)   </span></p>
<p><span style="color: #000000;">di <strong>Sergej Roić</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;">Puoi liberare te stesso abbastanza da vivere la realtà del mondo mentre la vita scorre davanti a te, con te, e tu ti muovi in avanti con essa? Puoi farlo? Perché se la risposta è no, rimarrai per sempre al punto di partenza, fino alla tua morte. So che potrebbe sembrarvi un’idiozia, ma è di questo che parla la canzone</span></span></p>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;"> Un ragazzo e il suo doppio</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">“<span style="font-size: large;">Due ali aveva questa sfera di pura gloria, due ali d’argento chiaro, che si esaltavano sempre all’arrivo del Dio: e ora dall’ombra si alzarono piume immense, una a una, fino a dispiegarsi per intero; mentre ancora l’abbacinante globo si teneva nascosto, in attesa del comando” trova sottolineato a matita sul libro di poesie di John Keats nello studio del padre.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">Lì accanto, un foglio sostiene “Oggi Roger torna dalle vacanze”. Nel quaderno dove il padre annota gli argomenti su cui riflettere la risposta a una sua domanda telefonica: “Dire a Roger che la vita umana è un palazzo dalle molte stanze. La prima di cui varchiamo la soglia la chiamiamo la camera dei bambini, o la camera senza pensieri. Ci rimaniamo un lungo tratto, e nonostante la porta della seconda camera rimanga aperta non ci interessa affrettarci verso di essa, ma vi siamo spinti dal risvegliarsi del principio di pensiero dentro di noi. Non appena entriamo nella seconda stanza siamo pervasi dalla luce e dall’atmosfera, non vediamo nient’altro che piacevoli meraviglie e pensiamo di attardarci lì per sempre estasiati”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">Girando la pagina, legge un pensiero a proposito di un vaso greco disegnato in tutti i suoi particolari dalla ferma mano del padre: “Oh, forma attica! Posa leggiadra con un ricamo d’uomini e fanciulle nel marmo, coi rami della foresta e le erbe calpestate. Tu, forma silenziosa come l’eternità, tormenti e spezzi la nostra ragione”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">Syd esce di casa, si precipita in strada. Percorre le vie di Cambridge, umide e nere, ritrovandosi nell’incerto territorio che confonde la veglia col sonno – è rientrato nel cuore della notte e non ha visto, non ha salutato nessuno. <i>Vi è mai capitato, la mattina presto, trovandovi nell’incerto territorio che confonde la veglia col sonno</i>, pensa, compone, <i>di incamminarvi per strade umide e nere – lo spicchio d’arancia che fa capolino dietro l’angolo è il camion della nettezza urbana – di leggere, gli occhi improvvisamente spalancati, particolari fin lì invisibili di parlanti estroversi palazzi? Percorrete la vostra via per la prima volta; avete una grande immaginazione; potreste giurare di aver vissuto una vita sorprendente e improbabile, non vi riconoscete. Siete chiunque, siete quell’uomo uscito or ora dall’androne – uscito, si vede, a comperare le sigarette. Chi crede di essere?</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">Il ragazzo si mette a correre e durante la corsa, tangibile, reale, che si tocca con mano, che si aspira e poi rigetta fuori dai polmoni assieme al fiato, vede davanti a sé la forma attica, la forma di quel vaso greco. Mio padre vuole parlarmi, mio padre vuole parlarmi, ripete in mezzo alla strada, all’alba, a Cambridge, a due passi da casa. Due ore dopo è di nuovo a Londra. Compone, pensa.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;"><i>Ora scendete nel tunnel della metropolitana. Che parla dell’audace colpo dei rocker che all’alba, proprio qui sotto la vostra strada, hanno ribattezzato cielo e inferno la fermata del metrò della terribile battaglia di Waterloo. Ristabilito l’ordine, tutto il tunnel continua a parlarne. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">Correndo Roger “Syd” Barrett pensa, compone. Più corre veloce e più calda, liscia, svelta, calma, giusta è la melodia che lo accompagna.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;"><i>Vi guardate attorno e nella vostra carrozza, dall’altra parte del corridoio – com’è svelto e passionale il mondo – un giovane nero inforca il vis-à-vis di una donna bionda. Si guardano. Lui attacca bottone mentre una frotta di militari in piedi presso la porta – militari dagli sguardi d’acciaio, i capelli a spazzola – emette un trattenuto muggito di rivolta. Lei gli tocca la coscia. È veramente una bella bionda. I capelli vaporosi, il seno protuberante, è molto intraprendente. I militari ululano la loro disapprovazione. Un vecchio tignoso vomita con sincopato accento del Nord “Ai miei tempi, queste cose…”. Il nero rilancia e ora la sua mano si fa largo ben oltre l’orlo della gonna. Una sorda eccitazione si impadronisce della carrozza: ora tutti sono per l’ordine e la morale. I militari, l’uomo del Nord apostrofano la donna: “Puttana, vai a battere da un’altra parte”. “Jimmy, no” tre soldati trattengono il commilitone alto e secco dal volto scrofoloso. Jimmy-il-soldato vorrebbe – grida – farla finita. “Diamogli una lezione” barrisce il vecchio. I due ragazzi (sì, certo, se astraete dal trucco di lei sono giovanissimi) si guardano, il treno ferma, le porte si aprono, loro sgattaiolano verso la sicurezza della pensilina lì fuori urlando “Syd Barrett, Syd Barrett, vieni con noi!”. Così non vi rimane che seguirli, così verrete a sapere – in un bar, davanti a un caffè – che sono studenti di recitazione, che nel metrò alberga un pubblico feroce e che i loro compagni – lui bianco, lei di colore – ottengono un effetto uguale e contrario, anzi, vengono portati in trionfo.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;"><i>Ottengono un effetto uguale e contrario, anzi, vengono portati in trionfo</i> lo ripete e ripete davanti al giovane nero e alla ragazza bionda finché il <i>refrain </i>si materializza, si aggiusta, coglie al volo quella storia per farne un viaggio, una canzone, una battaglia.<i> </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">A mezzogiorno di una qualsiasi giornata d’estate Syd Barrett, il cantante e paroliere dei Pink Floyd, e colui che lo accompagna sempre, l’altro sé, pensa e compone: è seduto su una panchina della metropolitana di Londra e non vede una ragione di essere lì piuttosto che in qualsiasi altro luogo che conosce.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;"><i>Chi sono? Dove mi trovo? Eccomi per la prima volta in me stesso come in un incredibile paese straniero </i>dice, e poi lo canta, a tutti e a nessuno lì nel metrò. Si siede di fronte a una ragazza. Si alza e anche lei si alza. La segue lungo un primo, un secondo cunicolo. Lei sceglie la “veloce” per Wimbledon e lui dice “peccato”.<i> </i>Se invece avesse svoltato a sinistra verso l’uscita, l’avrebbe raggiunta lì, proprio nel punto dove inizia la piazza, in cima alla scalinata. Cosa le avrebbe detto? “Per gioco, posso parlarti?”. E non poteva seguirla e chiederglielo a Wimbledon? “No, ogni gioco ha le sue regole”. Barrett lo dice, lo ripete, parla a se stesso, la gente nel metrò non ci fa caso. Lui è Roger, Syd per gli amici, Barrett, il cantante, il genio, e sta diventando pazzo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">Non vede</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">            una ragione</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">                            di essere lì</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">                                            piuttosto che in qualsiasi</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">altro luogo che conosce.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large; color: #000000;">Non vede una ragione.</span></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Ne vale la pena?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Dec 2014 06:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Capolago]]></category>
		<category><![CDATA[conservazione architettonica]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Minasso]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Spesso, troppo spesso, quando viene presentato un nuovo progetto su una rivista di settore non ci viene fatto vedere cosa c’era prima. Cosa fatta capo ha: ciò che c’era prima, in situ, non c’è più. Amen. Se è stato “sacrificato” è perché era, implicitamente, “sacrificabile”. Anzi, peggio, è come se prima non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_49941" aria-describedby="caption-attachment-49941" style="width: 486px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-10904.jpg"><img decoding="async" class=" wp-image-49941" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-10904.jpg" alt="Park Hotel Lugano 1904" width="486" height="301" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-10904.jpg 513w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-10904-300x185.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-10904-80x50.jpg 80w" sizes="(max-width: 486px) 100vw, 486px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49941" class="wp-caption-text">Park Hotel Lugano 1904</figcaption></figure>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Spesso, troppo spesso, quando viene presentato un nuovo progetto su una rivista di settore non ci viene fatto vedere cosa c’era prima. Cosa fatta capo ha: ciò che c’era prima, <em>in situ</em>, non c’è più. Amen. Se è stato “sacrificato” è perché era, implicitamente, “sacrificabile”. Anzi, peggio, è come se prima non ci fosse stato nulla. Un vuoto che aspettava solo d’essere colmato dall’umano genio creativo. L’osservatore accetta la cosa come avesse fatto un patto implicito col progettista. Non chiedere, non dubitare. C’era bisogno del nuovo, criticalo per quello che è, ma non fare troppe domande su ciò che lo precedeva. Era <em>tabula rasa</em> o poco più. Sappiamo tutti che non è così, soprattutto in una realtà fortemente antropizzata quale quella delle città europee. Il mito del nuovo per il nuovo, mito che ci viene con la rivoluzione industriale e che ha avuto il suo massimo splendore nella società delle macchine, della velocità, delle “magnifiche sorti e progressive” incarnata nel Novecento, oggi, forse, andrebbe rivisto, rimodulato. Il territorio non è mai <em>tabula rasa</em>, non è mai un foglio bianco. Ogni progetto andrebbe valutato quasi redigendo una partita doppia: conoscere intimamente cosa stiamo perdendo, per poter valutare meglio cosa stiamo guadagnando. Altrimenti la gara è truccata.</p>
<figure id="attachment_49942" aria-describedby="caption-attachment-49942" style="width: 455px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-oggi.jpg"><img decoding="async" class=" wp-image-49942" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-oggi.jpg" alt="Oggi. Foto Enrico Minasso" width="455" height="364" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-oggi.jpg 491w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/parkhotel-oggi-300x240.jpg 300w" sizes="(max-width: 455px) 100vw, 455px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49942" class="wp-caption-text">Oggi. Foto Enrico Minasso</figcaption></figure>
<p>Lo so, parlare di conservazione architettonica puzza sempre di tradizionalismo, di cultura reazionaria, passatista, antimoderna. Ma il “moderno”, di suo, è pure lui ormai cosa del passato. Siamo persino ben oltre la società postmoderna, forse alcuni punti fissi, alcuni tabù progressisti andrebbero se non abbandonati quanto meno rivisitati. Non sto dicendo che tutto ciò che ci viene dal passato è di suo, per statuto, “bello”. Ogni discorso che lancia l’allarme sulle brutture dell’architettura contemporanea scivola sempre in una china pericolosa e impraticabile. Ogni edificio è stato nuovo al suo nascere. Ogni novità è diventata storia comune, condivisa, negli anni. Però è vero che in certi casi le dimensioni contano. La quantità può fare la qualità, o la perdita di qualità, di un contesto. Il Novecento è stato un secolo invasivo, ha mutato in modo radicale, univoco, il paesaggio, l’ha, in molti aspetti, omologato.</p>
<figure id="attachment_49943" aria-describedby="caption-attachment-49943" style="width: 473px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/apollo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-49943" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/apollo.jpg" alt="Teatro Apollo e Kursaal Lugano 1987" width="473" height="330" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/apollo.jpg 542w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/apollo-300x209.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/apollo-100x70.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 473px) 100vw, 473px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49943" class="wp-caption-text">Teatro Apollo e Kursaal Lugano 1987</figcaption></figure>
<p>Conservare quello che resta del passato &#8211; perché ormai spesso sono solo residui &#8211; è anche un modo per contrapporre forme alternative al pensiero unico dominante. Ci permette di dare la corretta dimensione del contemporaneo, confrontandolo con l’idea di urbano che ci viene dalla storia. Se ormai oltre il 90% di ciò che è costruito è irrimediabilmente moderno, perché continuare ad accanirsi con quel poco che resta di precedente a noi? Che paura ci fa? Non sto semplicemente parlando di conservare gli insigni monumenti identitari di un popolo. Sarebbe un luogo comune. La qualità di un monumento sta nella coerenza, nella stratigrafia, nel palinsesto dell’incasato, nella costruzione umile, nel dispositivo prospettico, nella soluzione formale del contesto. Il monumento in sé smette d’esistere se la cultura materiale della civiltà che lo ha ideato viene spazzata via.</p>
<figure id="attachment_49944" aria-describedby="caption-attachment-49944" style="width: 318px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/casino.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-49944" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/casino.jpg" alt="Oggi. Foto Enrico Minasso" width="318" height="397" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/casino.jpg 318w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/casino-240x300.jpg 240w" sizes="auto, (max-width: 318px) 100vw, 318px" /></a><figcaption id="caption-attachment-49944" class="wp-caption-text">Oggi. Foto Enrico Minasso</figcaption></figure>
<p>Il progettista del XXI secolo deve rendersi conto che la gloria, che l’ansia edificatoria modernista dei suoi padri è cosa del passato. Oggi a lui tocca lavorare negli interstizi. Il suo deve essere uno sguardo olistico, capace di inserire il nuovo là dove occorre e saper rimettere in gioco l’antico là dove è possibile. Rendendolo, perciò, ancora contemporaneo, pronto a una vita futura.</p>
<p>Osservo queste fotografie che confrontano la Lugano contemporanea con quella di non molti decenni fa e mi chiedo: ne è sempre valsa la pena? Ogni scelta è stata dettata dalla necessità comune o solo dall’interesse privato? È questa l’idea di sé che la società ticinese vuole lasciare alle generazioni future? L’architettura che va a sostituire edifici carichi di un gusto magari inattuale ma di certo portatore di un’idea del decoro in fondo condivisibile (perché simbolicamente partecipato), questa nuova architettura non è che sia in sé brutta. O bella. È un’architettura che non osa. Tecnicamente ineccepibile &#8211; non è certo l’edificato caotico e <em>trash</em> di molta urbanistica spontanea mediterranea – racconta una visione della città sostanzialmente anonima, tecnocratica. Non è neppure uno stile internazionale. È un “global style”. Banche, uffici o civili abitazioni che potrebbero stare ovunque nel mondo, incapaci di farsi stimolare dal contesto, o di stimolarlo. Una architettura che assolto il compito di coprire la massima cubatura, ottenere la massima rendita di posizione, si disinteressa del bene comune della città. Fa il suo dovere senza passione. Sembra una minestra, magari cucinata con cura, con i soliti ingredienti freschi, ma senza alcuna nota peculiare, creativa, senza cipolla, o sale eliminando odori o sapori rilevanti che possano, non sia mai!, infastidire il consumatore. C’è da chiedersi allora: ne vale davvero la pena?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>testo redatto per</em> Il nostro paese,<em> n° 320, aprile-ottobre 2014, riferito alla mostra</em> &#8220;<a href="http://consarc.ch/bi/?avada_portfolio=la-grande-bruttezza-enrico-minasso-anonimi">La grande Bruttezza</a>&#8220;, <em>Casa Miler, Capolago, CH</em>)</p>
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		<title>Cercatori d&#8217;oro in Lombardia</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/11/04/cercatori-doro-in-lombardia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 06:50:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Hänninen]]></category>
		<category><![CDATA[oro]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Pololi]]></category>
		<category><![CDATA[ticino]]></category>
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					<description><![CDATA[Gruppetti di pensionati che si incontrano, nei fine settimana, sul Ticino, sull&#8217;Elvo, sull&#8217;Orco. Anni di fatica per raccogliere i pochi grammi di materiale rimasto. E il sogno di una grande alluvione. Ecco cosa rimane, oggi, della prima (e unica) corsa all&#8217;oro italiana. testo di Thomas Pololi, foto di Giovanni Hänninen Li incontro al Bar Centrale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-25782" title="450px-15_cercatorihanninen-0595" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0595.jpg" alt="450px-15_cercatorihanninen-0595" width="450" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0595.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0595-300x201.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p><em>Gruppetti di pensionati che si incontrano, nei fine settimana, sul Ticino, sull&#8217;Elvo, sull&#8217;Orco. Anni di fatica per raccogliere i pochi grammi di materiale rimasto. E il sogno di una grande alluvione. Ecco cosa rimane, oggi, della prima (e unica) corsa all&#8217;oro italiana.</em></p>
<p>testo di <a href="http://www.allafinestra.splinder.com/">Thomas Pololi,</a> foto di <a href="http://www.hanninen.it/">Giovanni Hänninen</a></p>
<p><span id="more-23811"></span></p>
<p>Li incontro al Bar Centrale di Bereguardo, a pochi chilometri dal centro di Pavia, davanti a un bicchiere di Crodino. Sono Armando Pasqualini e suo figlio, cercatori d&#8217;oro, il padre nel 2001 è stato Campione del Mondo di Ricerca dell&#8217;Oro. &#8220;Come ha fatto?&#8221;, gli chiedo. &#8220;Ho vinto una gara&#8221;, dice Pasqualini, e mi spiega come funziona una gara di ricerca dell&#8217;oro. Anzi, mi porta direttamente sul luogo dove, domani, si svolgerà un&#8217;altra gara, questa organizzata da lui. Non siamo in mezzo a una foresta, e nemmeno sul bordo di un fiume: l&#8217;erba, ben tagliata, è quella del prato interno del Castello di Bereguardo, l&#8217;acqua arriva da un tubo attaccato a un rubinetto. E l&#8217;oro dov&#8217;è? E&#8217; in delle provette, diviso in gruppi di pagliuzze numerate. Domani i giurati lo &#8220;semineranno&#8221; in dei secchi di sabbia. E&#8217; da quelli che i partecipanti dovranno estrarlo. Intanto, il pubblico potrà mangiare salsicce alla brace e bere tè freddo sotto l&#8217;ombrellone.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-25783" title="450px-15_cercatorihanninen-0690" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0690.jpg" alt="450px-15_cercatorihanninen-0690" width="450" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0690.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0690-300x201.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /><br />
<em>cercatori dell’associazione Oro in Natura durante la gara sociale </em><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span lang="en-US"><em>sul fiume Elvo</em></span></span></p>
<p>E&#8217; in posti come questo che si riuniscono i cercatori d&#8217;oro, oggi. A volte, solo quelli della zona. Altre, come durante il Campionato Italiano dei Cercatori d&#8217;Oro, anche tedeschi, belgi, francesi. Con la partecipazione speciale di qualche gruppo locale di cover di musica country.</p>
<p>L&#8217;età dei cercatori supera, in media, i 50 anni. Sono tutti pensionati, la maggior parte ex- pescatori che un giorno hanno scoperto che nei fiumi italiani non ci sono solo pesci. Tutto è iniziato negli anni &#8217;80, con Pipino, un geologo napoletano laureato con vent&#8217;anni di ritardo. E&#8217; stata sua l&#8217;idea di far ritornare la gente sui fiumi a cercare l&#8217;oro, non con l&#8217;illusione di potersi arricchire, ma come semplice passatempo. Il vero oro stava nei soldi versati dai partecipanti alla sua associazione, la Federazione Italiana Cercatori d&#8217;Oro. Non c&#8217;è voluto molto, però, prima che qualcuno iniziasse a lamentarsi. Bastano pochi grammi d&#8217;oro per accendere l&#8217;avidità delle persone, e subito sono cominciati i litigi, la battaglia per la conquista e il mantenimento di una &#8220;punta&#8221;, il pezzetto di sponda su cui il fiume ha depositato il suo oro. I &#8220;falchi&#8221; sempre all&#8217;erta, per individuare le macchine dei migliori cercatori, e depredare, alle prime luci dell&#8217;alba, la zona aurifera. I piccoli gruppi in combutta. Fino al giorno in cui l&#8217;associazione s&#8217;è divisa in due, poi in quattro, poi in otto, l&#8217;oro forse ha questo potere di dividere le persone. Ora esistono associazioni di sole due persone, padre e figlio, moglie e marito, basta appendere una targa di legno sulla porta di casa e provare a contattare qualche scolaresca o gruppo di boyscout, per poi richiedere dei fondi al Comune. La ricerca dell&#8217;oro è nella storia del Ticino, nella storia della Bessa, poco distante da Biella, i Comuni a volte pagano, a volte no. Ma i veri soldi se li fanno in pochi, in pochissimi, i più furbi. Quelli che, fin dall&#8217;inizio, hanno puntato alle cave. Estrarre industrialmente oro dai fiumi italiani è vietato, ma non c&#8217;è nessun divieto sulla ghiaia. E tra le tonnellate di ghiaia si nascondono chili d&#8217;oro: basta mettere un &#8220;tappetino&#8221; nel punto giusto, dove passa il materiale estratto, e quello farà tutto da solo. Al &#8220;cercatore&#8221; basterà andare a ritirare il malloppo, una volta la settimana o al mese, e caricarlo su un furgoncino. Niente tasse, nessuna dichiarazione. Solo un accordo a voce con i proprietari della cava, che vogliono la loro parte. La favola del Klondike, della California, delle slitte trainati dagli husky e delle pepite è davvero una favola. Lo era anche ai tempi, perché l&#8217;oro nel Klondike era esaurito molto prima che arrivassero le cordate dei cercatori. E in California ce n&#8217;era davvero poco. Il fiume più ricco d&#8217;oro del mondo? Il Ticino.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-25784" title="450px-15_cercatorihanninen-0545" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0545.jpg" alt="450px-15_cercatorihanninen-0545" width="450" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0545.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0545-300x201.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p><em>ricerca delle pagliuzze ‘seminate’ nella sabbia</em></p>
<p>E&#8217; sulla sua sponda che Pasqualini, per la prima volta, mi mostra l&#8217;atto dell&#8217;estrazione. E&#8217; semplicissimo: basta centrifugare del materiale aurifero con un piatto, la &#8220;batea&#8221;. Una volta si usavano semplici padelle, oggi ce ne sono diversi tipi: la olandese, la conica, e l&#8217;ultimo ritrovato, quella piatta, da gara, tra i 200 e i 300 euro, che se manovrata bene in pochi secondi può liberare chili di sabbia di tutto il materiale in eccesso. E&#8217; solo questione di pratica, non serve essere avventurieri, né camminare per ore nella neve. Volendo, basterebbe una vasca da bagno. I cercatori d&#8217;oro non amano la fatica inutile, con la macchina arrivano a pochi metri dal fiume e possono subito iniziare a lavorare. I posti li conoscono, sono battuti da tutti: il Ticino, l&#8217;Elvo, l&#8217;Orco, il Sesia. La maggior parte si accontenta di questi, vanno più che bene per passare una giornata tra amici o quasi amici, e raccogliere un paio di grammi, anche cinque o sei quando va bene. Si parla di cibo, di montagne, di distillati, e soprattutto di oro, che ormai sta finendo, non vale più la pena fare tanta fatica a meno che non arrivi una vera piena, un&#8217;alluvione che faccia rivoltare le sponde del fiume e rimetta in gioco l&#8217;oro sepolto da anni. Tutti ci sperano, e si preparano per quando verrà l&#8217;occasione. Intanto, invecchiano.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-25785" title="450px-15_cercatorihanninen-0752" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0752.jpg" alt="450px-15_cercatorihanninen-0752" width="450" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0752.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0752-300x201.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p><em>ricerca dell’oro con la batea</em></p>
<p>Ex tramvieri, ex insegnanti di educazione fisica, ex orefici, ex geologi, non esiste un modello ideale di cercatore d&#8217;oro. L&#8217;unico denominatore comune è la pensione. Lo sanno anche loro, mentre qualcuno sogna di ravvivare l&#8217;interesse per un hobby faticoso e che non frutta niente con dimostrazioni nelle scuole e nelle piazze, qualcun altro gli ricorda che &#8220;Siamo solo dei pensionati&#8221;. Insomma, è inutile darsi troppo da fare, la cultura della ricerca dell&#8217;oro tanto non interessa più a nessuno: anche l&#8217;entusiasmo dei bambini svanisce quando, aspettando di vedere una pepita d&#8217;oro uscire dal fiume, riescono a riconoscere a fatica dei puntini gialli sul fondo di una batea. Qualcuno, come il signor Giannino Rambaldelli, ha capito che per conquistare i bambini l&#8217;oro non era sufficiente, così ha lasciato perdere le associazioni e ha iniziato a costruire barchette fatte con gusci di noce e trottole di legno, e ha fondato, insieme ad altri pensionati di Milano, l&#8217;associazione &#8220;Arrivano i nonni&#8221;. I bambini delle scuole elementari lo conoscono come Nonno Giannino, ex cercatore d&#8217;oro e grande raccontastorie. &#8220;Sono loro il mio oro&#8221;, dice Nonno Giannino, “Il Comune invece non mi offre nemmeno un caffé”. Del mondo dei cercatori d&#8217;oro ha conservato trofei e campioni raccolti nei cantieri della città: ha trovato pagliuzze sotto via Sarpi e davanti alla sede della Rai in corso Sempione, proprio dietro casa sua, perché l&#8217;oro è di origine alluvionale, e Milano si trova nel bel mezzo di una pianura scesa proprio dalle montagne dell&#8217;oro. Il Monte Rosa, soprattutto. E&#8217; sotto le sue rocce, a una profondità che nemmeno i più moderni macchinari possono raggiungere (almeno non con un discreto rapporto costi/benefici), che si annida un filone d&#8217;oro che forse è il più ricco del mondo. Una ricchezza che non vedrà mai la luce.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-25786" title="15_cercatorihanninen-9646" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-9646.jpg" alt="15_cercatorihanninen-9646" width="450" height="525" /><br />
<em>campioni di oro ritrovati nel sottosuolo milanese: via Procaccini, via Novara, corso sempione, corso di portaTicinese…</em></p>
<p>Nonno Giannino a ottant&#8217;anni ha trovato il suo oro. Uber, ovvero il signor Uberti di Rozzano, a settant&#8217;anni è morto cercandolo. Era agosto, il sole picchiava sulla sponda dell&#8217;Elvo, lui continuava a scavare. &#8220;Non c&#8217;è bisogno di andare così a fondo&#8221;, m&#8217;hanno detto i cercatori, &#8220;Ma Uber non poteva farne a meno&#8221;. Quel giorno, mentre tornava dal sentiero, s&#8217;è steso al suolo e non s&#8217;è più rialzato. Mimmo, il cercatore che era con lui, ha potuto solo chiamare i soccorsi e raccogliere le poche cose che Uber aveva con sé: un paio di grammi d&#8217;oro, la batea. Due mesi dopo, la batea l&#8217;ha data a me. &#8220;Uber sarebbe contento di sapere che l&#8217;ha avuta un giovane&#8221;, ha detto. Anch&#8217;io sono contento di averla. Ho chiesto in giro di Uber: per alcuni era un uomo terribile, un egoista. Secondo altri era un grande cercatore e una brava persona. Sulla rivista annuale dell&#8217;Associazione Oro in Natura, dei fogli A4 stampati in bianco e nero e rilegati in una cartoleria, tutti gli hanno dedicato una pagina di addio. <ins datetime="2009-11-10T10:51:13+00:00"><em>[su richiesta dell&#8217;autore, è stato rimosso un paragrafo &#8211; NdR]</em></ins> Di solito andava sull&#8217;Elvo: lo raggiungeva anche da solo, in treno, passando per Santhià, poi un pezzo a piedi a lato di una superstrada. Ho provato a ripercorrere lo stesso tragitto: pure io mi sono sentito in pace.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-25787" title="15_cercatorihanninen-0672" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0672.jpg" alt="15_cercatorihanninen-0672" width="450" height="302" /></p>
<p><em>nonno Giannino alla ricerca dell’oro</em></p>
<p>Passiamo accanto all&#8217;ex centrale nucleare di Trino Vercellese. E&#8217; sera, ma la centrale è illuminata a giorno. &#8220;Sai quanto sono alte quelle ciminiere?&#8221;, mi mette alla prova Giuseppe Carenzi. &#8220;Cinquanta metri?&#8221;, azzardo. &#8220;Centotre&#8221;, dice lui, quasi con orgoglio. La sua cascina è a poche centinaia di metri dal colosso, nascosta nel buio dei prati. Carenzi mi fa sedere e apparecchia davanti a me una tavola costata vent&#8217;anni di lavoro. La prima portata, la più ricca: una scatola contenente tre provettoni, un chilo d&#8217;oro in tutto, 16.000 euro, raccolti negli anni &#8217;80 e &#8217;90 sul Ticino e sull&#8217;Elvo. Poi vengono i piatti più ricercati: pagliuzze di forme strane, oro nativo su quarzo, pepitine: ogni pezzo è chiuso in una scatolina munita di lente ed etichettata con nome del luogo e data del ritrovamento. C&#8217;è dell&#8217;altro: posate d&#8217;argento, rulli di pistola, monete antiche. Sul fondo della batea può rimanere di tutto: Carenzi cerca di piazzare i pezzi di valore da qualche conoscente, ma raramente ci riesce. Il fiume corrode troppo.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-25788" title="450px-15_cercatorihanninen-9388" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-9388.jpg" alt="450px-15_cercatorihanninen-9388" width="450" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-9388.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-9388-300x201.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p><em>un cercatore d’oro mostra la propria collezione</em></p>
<p>Dopo l&#8217;oro e l&#8217;argento, vengono i libri: i Tesori sotterranei d&#8217;Italia, ovvero la Bibbia dei cercatori d&#8217;oro, autore Guglielmo Jervis, geologo regio della fine dell&#8217;ottocento; poi riviste, vecchi documenti, manuali inglesi, francesi, tedeschi, rarità che forse valgono anche più dell&#8217;oro. Sì, perché Giuseppe Carenzi l&#8217;oro lo cerca in biblioteca: all&#8217;Archivio di Stato di Torino, in un sotterraneo dove migliaia di documenti dell&#8217;antica Zecca sono ancora chiusi in dei sacchi di iuta. Nessuno li ha mai catalogati, nessuno li catalogherà mai. E&#8217; in mezzo a questa spazzatura burocratica che si trovano le indicazioni che portano ai luoghi dell&#8217;oro, alcuni sconosciuti persino a Jervis. Carenzi ha imparato a setacciare anche le vecchie mappe, a selezionare solo le più interessanti. Poi, le confronta con quelle di Google, e con una scaricata da un suo compagno esperto di computer da Emule, scala 1:20000. In cent&#8217;anni anche le pietre più pesanti possono spostarsi di chilometri, figuriamoci le piccole pepite d&#8217;oro. Comunque, vale la pena tentare.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-25791" title="450px-15_cercatorihanninen-0712" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0712.jpg" alt="450px-15_cercatorihanninen-0712" width="450" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0712.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0712-300x201.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p><em>ricerca dell’oro sul fiume Elvo</em></p>
<p>Siamo a dicembre, ma che importa? Giuseppe Carenzi l&#8217;oro lo cerca tutto l&#8217;anno, insieme a pochissimi altri disposti a indossare due paia di calzettoni di lana, guanti antitermici, e scavare per ore in una pozza coperta di ghiaccio. Spesso non c&#8217;è nessuno con lui. Io l&#8217;ho seguito sul San Giovanni, sul Cervo, ai piedi della cascata di Isollaz, in Val d&#8217;Aosta. Qualcosa l&#8217;abbiamo trovato, a volte il pezzo buono è capitato a me, e quando mi sono quasi scusato dicendo che la mia era solo fortuna Giuseppe ha detto che la fortuna non c&#8217;entra. &#8220;Chi trova l&#8217;oro è perché se lo merita&#8221;. Ma il merito è tutto suo. Il modo di cercare, si vedeva, non era lo stesso dei cercatori del Ticino e dell&#8217;Elvo. Sui torrenti non esistono punte, l&#8217;oro si nasconde sotto grandi massi o in piccole fessure nella roccia. Bisogna scassinare il fiume con il piede di porco, e di solito non si trova nulla: ma quando c&#8217;è qualcosa, può essere una piccola, bellissima pepita. Carenzi parla di loro quasi come di cose vive: le descrive come annusatrici d&#8217;aria, quando la loro forma schiacciata le fa scappare sulla superficie dell&#8217;acqua. L&#8217;oro annusa l&#8217;aria, Carenzi annusa l&#8217;oro. Anzi, il &#8220;giallo&#8221;. Ad alcuni pezzi, i più impressionanti, ha dato persino dei nomi: Il mostro ed E.T. sono pepite da quasi dieci grammi, cose che in Italia non si trovavano da quasi cent&#8217;anni, se si escludono le miniere. Ancora una volta, non c&#8217;è da arricchirsi: ma un pezzetto di metallo giallo che salta fuori dal fiume dopo settimane di ricerche in biblioteca e tra le rocce per un attimo riesce a far brillare gli occhi di Giuseppe. L&#8217;attimo, però, finisce in fretta, e i preziosi ritrovamenti finiscono quasi subito nell&#8217;archivio della memoria. Quelle scatole piene di provette che Carenzi porta sempre con sé, da mostrare agli altri cercatori. Il suo pubblico.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-25792" title="450px-15_cercatorihanninen-0648" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0648.jpg" alt="450px-15_cercatorihanninen-0648" width="450" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0648.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/450px-15_cercatorihanninen-0648-300x201.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p><em>provette di ‘giallo’ in mostra</em></p>
<p>Per l&#8217;associazione Oro in Natura è tempo di assemblea. Si fa una volta l&#8217;anno, a metà gennaio, in una sala del Museo di Scienze Naturali di Milano. Io mi presento un quarto d&#8217;ora prima, l&#8217;unico modo per essere puntuale. E infatti ecco arrivare i primi cercatori insieme alle loro mogli, le signore che nei fine settimana li seguono sui fiumi: alcune di loro sono esperte cercatrici, ma dopo un po&#8217; preferiscono sedersi all&#8217;ombra e preparare il picnic. Questa sera hanno portato dolci fatti in casa, torte salate, bibite e forse un paio di bottiglie di liquore prodotto dai mariti. Prima però viene il dovere. Gli ordini del giorno sono pochi e condivisi da tutti: in pochi minuti si nomina il nuovo presidente e si approvano i conti dell&#8217;associazione. In cassa ci sono 2000 euro, serviranno per finanziare le gare del prossimo anno. La discussione si accende solo su un punto, il più importante: come fare a tramandare la cultura dell&#8217;oro? Il Museo non finanzia più la manifestazione di Milano, gli sponsor non si trovano, i Comuni non danno più fondi. E nessuno vuole pagare di tasca propria. Mimmo ricorda un&#8217;uscita con i ragazzi di una scuola elementare: i loro occhi brillanti l&#8217;avevano fatto commuovere. &#8220;Se non facciamo più queste cose&#8221;, dice, &#8220;Qual è il senso dell&#8217;associazione?&#8221;. &#8220;Sì, è bello, ma tanto nessuno si iscrive. Spendiamo solo soldi&#8221;, dice qualcun&#8217;altro. &#8220;Perché non organizziamo una dimostrazione a Gardaland? Lì passa un sacco di gente, sicuramente arriverebbero nuovi iscritti!&#8221;. &#8220;Non siamo mica il circo&#8221;, dicono i due più giovani, ragazzi di trent&#8217;anni. Il presidente, Franco, è anche lui contro. &#8220;Guardiamo le cose come stanno&#8230; Siamo tutti vecchi&#8230; Siamo un&#8217;associazione di pensionati&#8221;. E&#8217; vero, e tutti scoppiano a ridere, &#8220;Altro che gita a Gardaland&#8221;, scherzano, &#8220;Tra un po&#8217; andiamo all&#8217;ospizio!&#8221;. Giuseppe Carenzi è seduto accanto a me. &#8220;Visto, siamo tutti un po&#8217; matti noi cercatori. Se vuoi essere dei nostri, prendere o lasciare&#8230;&#8221;.</p>
<p>Questi matti spariranno presto. Quanti cercatori rimarranno tra trent&#8217;anni? Forse nemmeno cinquanta solitari in tutta Italia. Allora davvero non ne sentiremo più parlare.</p>
<p>Special thanks to Associazione Oro in Natura</p>
<p>Pubblicato su Rolling Stone numero 69 Luglio 2009</p>
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