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	<title>Tina Nastasi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Musica nell&#8217;orto: note a margine di una grammatica del sapere.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2015 12:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Buona Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Tina Nastasi Giorgio, 11 anni: &#8220;la mia prof di musica non è normale. Fa cose di arte e poi ci fa fare anche l&#8217;orto. Cosa c&#8217;entra l&#8217;orto con la musica?!&#8221; Non è una vera domanda, naturalmente. Mi suona subito come una protesta. Ecco &#8211; mi dico &#8211; un altro ragazzetto di scuola media [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Tina Nastasi</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/musica-vegetale.jpeg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-53681" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/musica-vegetale-235x300.jpeg" alt="musica vegetale" width="235" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/musica-vegetale-235x300.jpeg 235w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/musica-vegetale.jpeg 467w" sizes="(max-width: 235px) 100vw, 235px" /></a></p>
<p style="text-align: right;">Giorgio, 11 anni: &#8220;la mia prof di musica non è normale. Fa cose di arte e poi ci fa fare anche l&#8217;orto. Cosa c&#8217;entra l&#8217;orto con la musica?!&#8221;</p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">Non è una vera domanda, naturalmente. Mi suona subito come una protesta. Ecco &#8211; mi dico &#8211; un altro ragazzetto di scuola media cresciuto a supponenza,  che già alla fine del primo anno è pronto alla sassaiola contro chi gli insegna. Ne ho visti almeno di tre future generazioni differenti. Il modello non è cambiato, malgrado tre riforme.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo sfido: &#8220;prova a farti davvero la domanda, è molto buona, sai? Prova a ragionare per assurdo, sai come si fa in geometria?&#8221; &#8211; Sono una prof di italiano, storia e geografia e devo spesso farmi perdonare i miei sconfinamenti epistemologici nelle altre discipline, specie le scientifiche, ma questo non sembra preoccupare Giorgio, al momento &#8211;  &#8220;Prendi un&#8217;affermazione e prova a dimostrare, in tutto e per tutto, che è vero il suo contrario. Dunque, sei convinto che musica e orto non abbiano nulla a che vedere&#8221;. &#8220;Sì&#8221;, &#8211; replica lui &#8211; &#8220;niente!. Tutto è nato dal fatto che il mio zaino è cascato sul piede della prof e a lei è sembrata una zappata&#8221;. &#8220;Va bene&#8221;, dico io, &#8220;prova lo stesso a concentrarti e vedere se ci sono collegamenti possibili tra musica e orto&#8221;.</p>
<p>Sembra entrare nel gioco per una frazione di secondo, poi ne esce subito: &#8220;io non ne trovo&#8221;, ammette. &#8220;Ben diverso non trovarne dal non essercene&#8221;, dico io.</p>
<p>Mi viene in mente la storia della chiesa di Rosslyn, sulla cui pietra hanno scoperto scolpita in figure un&#8217;intera partitura di musica rinascimentale. &#8220;Cosa ha a che fare la musica con i capitelli delle colonne di una chiesa&#8221;, gli chiedo. Gliela racconto. Mi godo il suo silenzio. Poi ci salutiamo. E mi chiedo: quando finirà questa nostra contemporanea vivisezione del sapere che educa al &#8220;divide et impera&#8221;?</p>
<p>La ministra Giannini afferma, in un&#8217;intervista sul quotidiano Repubblica, che la Buona scuola sarà legge a metà giugno: in Senato non ci saranno problemi, ne è convinta.</p>
<p>Sinceramente non ho trovato da nessuna parte, nel testo della legge, parole che sappiano di educazione e cultura del sapere.</p>
<p>Anzio, 26 aprile 2015.</p>
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		<title>chi dice che è morto, mente!</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/04/14/52910/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2015 16:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Eduardo Galeano]]></category>
		<category><![CDATA[Tina Nastasi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tina Nastasi (Eduardo Hughes Galeano: Montevideo, 3 settembre 1940 – Montevideo, 13 aprile 2015, un grande uruguayano) E i giorni si misero in cammino. E loro, i giorni, ci fecero. E così fummo nati noi, i figli dei giorni, gli indagatori, i cercatori della vita. (la Genesi, secondo i Maya) Sta ancora leggendo le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Tina Nastasi</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Magritte-per-Galeano.jpeg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-52911" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Magritte-per-Galeano-300x242.jpeg" alt="Magritte per Galeano" width="300" height="242" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Magritte-per-Galeano-300x242.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Magritte-per-Galeano.jpeg 480w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
(Eduardo Hughes Galeano: Montevideo, 3 settembre 1940 – Montevideo, 13 aprile 2015, un grande uruguayano)</p>
<p style="text-align: right;"><em>E i giorni si misero in cammino.</em><br />
<em> E loro, i giorni, ci fecero.</em><br />
<em> E così fummo nati noi,</em><br />
<em> i figli dei giorni,</em><br />
<em> gli indagatori,</em><br />
<em> i cercatori della vita</em>.<br />
(la Genesi, secondo i Maya)</p>
<p>Sta ancora leggendo le sue storie ad alta voce. Lo sentite o non lo sentite?<span id="more-52910"></span></p>
<p>La sua scrivania &#8211; le sue carte, le sue penne, i ninnoli su cui osare lo sguardo tra un pensiero e l&#8217;altro che si rincorrono, tra una parola e l&#8217;altra che ruzzolano assieme come giocando a palla &#8211; adesso l&#8217;ha traslata in un angoletto dell&#8217;universo, a metà strada tra chissà dove e chissà quando.</p>
<p>Sta dicendo:</p>
<p>Il fatto è che i defunti non se ne vogliono mai andare. Ad Haiti, un&#8217;antica tradizione proibisce di portare la bara in linea retta al cimitero. Il corteo la porta a zig-zag e facendo molti giri, di qua, di là e ancora di qua, per depistare il defunto in modo che non possa trovare la strada per tornare a casa.<br />
Ad Haiti, come dappertutto, i morti sono moltissimi più dei vivi.<br />
La minoranza vivente si difende come può.</p>
<p>Sta scrivendo un nuovo libro &#8211; adesso solleva lo sguardo dal pasto delle parole che leggeva un momento fa e racconta &#8211; cacciatore di storie lo vuole intitolare, perché questo è nella vita.</p>
<p>Confessa che quando l&#8217;avrà terminato non saprà che farsene del vuoto che seguirà, così se lo cesella ancora un po&#8217; per tenerselo vicino, minuziosamente, carta dopo carta, spazio dopo spazio &#8211; ché si sa: la scrittura sta negli spazi vuoti tra i caratteri. Questo suo pupo appena nato: non gli riesce proprio di lasciarlo andar via.</p>
<p>E non sa se mai riuscirà: intanto ha ceduto alla tentazione delle nuvole, le vagabonde del cielo, come le chiamava Basho. Si è trasformato nel Viaggiatore, sta blaterando: uno scrittore camminante.</p>
<p>Adesso si è incaponito a voler bussare alle porte dell&#8217;infinito, cavalcando un raggio di luce: si sarà montato la testa, figurandosi di essere Einstein?</p>
<p>Alla ricerca del L&#8217;incontro, ci lascia il suono della sua voce nelle orecchie e la grazia di assaporare ancora una volta la parola &#8220;ricordare&#8221;. Ripasso per le parti del cuore.</p>
<p>Sta leggendo, lo udite o non lo udite?</p>
<p>La porta era chiusa:<br />
&#8220;Chi è?&#8221;<br />
&#8220;Sono io.&#8221;<br />
&#8220;Non ti conosco.&#8221;<br />
E la porta rimase chiusa.<br />
Il giorno dopo:<br />
&#8220;Chi è?&#8221;<br />
&#8220;Sono io.&#8221;<br />
&#8220;Non so chi sei.&#8221;<br />
E la porta rimase chiusa.<br />
E il giorno dopo:<br />
&#8220;Chi sei?&#8221;<br />
&#8220;Sono te.&#8221;<br />
E la porta si aprì.</p>
<p>Che il delirio ti sia compagno di questo tuo folle viaggio, Eduardo. Quaggiù brindiamo alla tua salute e ti abbracciamo così.</p>
<p>Nota: Eduardo Galeano sta leggendo dal suo &#8220;I figli dei giorni&#8221;, Sperling &amp; Kupfer, 2012, pp. 5; 342; 392.</p>
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		<title>Giocare su un tappeto in piazza tra desiderio di volare ed esperienza di meraviglia.</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/06/07/giocare-su-un-tappeto-in-piazza-tra-desiderio-di-volare-ed-esperienza-di-meraviglia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 13:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[ludopedagogia]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola di Gioco di Barcis]]></category>
		<category><![CDATA[Tina Nastasi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tina Nastasi A scuola di Ludopedagogia: Barcis (Pordenone) 14-20 giugno 2010. Lucca, 2 giugno. Ore 15.30: l’improbabile festa della Repubblica e del Diritto al Gioco giace nella piazza deserta sotto la pioggia. Ma il tempo è imprevedibile: il cielo si apre, l’aria si asciuga, e il portone dell’arcivescovado sforna tavoli e persone pronte e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tina Nastasi</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/lupus-ludens.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-35536" title="lupus-ludens" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/lupus-ludens-206x300.jpg" alt="" width="206" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/lupus-ludens-206x300.jpg 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/lupus-ludens.jpg 704w" sizes="(max-width: 206px) 100vw, 206px" /></a></p>
<p><strong>A scuola di Ludopedagogia: Barcis (Pordenone) 14-20 giugno 2010.</strong></p>
<p><em>Lucca, 2 giugno. Ore 15.30</em>: l’improbabile festa della Repubblica e del Diritto al Gioco giace nella piazza deserta sotto la pioggia.<br />
Ma il tempo è imprevedibile: il cielo si apre, l’aria si asciuga, e il portone dell’arcivescovado  sforna tavoli e persone pronte e colorate: lo spettacolo comincia.<br />
La danza della <a href="http://static.open.salon.com/files/capoeira141254744255.jpg">Capoeria</a> apre i giochi e la piazza già brulica di gente. Nel prato che fiancheggia la Cattedrale una mongolfiera arcobaleno sta per essere tirata su. Chissà se riusciranno.<br />
Da lontano una voce al microfono annuncia ‒ mi sbaglio? ‒ che tra banchetti e concerti a un certo punto si giocherà. Un laboratorio per bambine e bambini? E perché solo loro. Il diritto al gioco non è forse di tutti e tutte? Chissà come sarà, mi chiedo.<br />
Tre donne mascherate di segni rossi in viso e turbanti in testa si aggirano per la folla offrendo una mela in cambio di qualcosa &#8230; un gesto, un racconto, un bacio o anche semplicemente un sorriso. <span id="more-35535"></span></p>
<p>Qualcuna s’incuriosisce, qualcuna si schernisce, qualcun’altra si ritrae oppure si illumina e si meraviglia. Qualcuno fa della facile ironia, qualche altro cerca un portafoglio, ma no, le tre donne cercano qualcos’altro &#8230; E invitano a giocare, poco più in là &#8230; dove sono i tappeti rossi e arancioni, stesi  sull’asfalto a guardare la curva dell’abside della chiesa antica.</p>
<p>Mi avvicino e trovo due cerchi magici: “<em>entra</em> ‒ sta scritto ‒ <em>e guarda una nuvola</em>”; “<em>entra e pensa a un tuo desiderio</em>”. Ci entro dentro. “<em>A che serve</em>?”: la voce di un bambino, la domanda di un adulto. Non voglio ascoltare. Penso al mio desiderio: che il mondo intero torni a meravigliarsi. Zompo nell’altro cerchio e guardo la mia nuvola.<br />
Quanto tempo è trascorso?<br />
Attorno ai tappeti un nugolo di uomini e donne dalla pelle scura e bambini e bambine e mamme e papà con le tre donne che ridono e parlano e si muovono e gesticolano. Mi avvicino. Una voce, un suono &#8230; l’eco delle altre voci, lo stesso suono. Una voce, un ritmo &#8230; l’eco delle voci, lo stesso ritmo. E poi una storia. E ci ritroviamo tutti e tutte su un tappeto volante &#8230;. a cercare un tesoro &#8230; tutto umano, questa volta. E vedo mani e foglietti, e tutti e tutte a parlarsi e chiedere gli uni e le une degli altri e delle altre. E viceversa. E grandi e piccini e piccine  scambiarsi firme, &#8230; e risate.</p>
<p>Un due tre &#8230; stella. Giochiamo e giochiamo e giochiamo ancora finché il concerto della comunità filippina ci invita al silenzio. Ci lasciamo con la promessa di giocare nuovamente alla <em>ludoconferenza</em> della sera. Che ora è? Quanto tempo è passato?</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/corriere_del_lupus.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/corriere_del_lupus-199x300.jpg" alt="" title="corriere_del_lupus" width="199" height="300" class="alignright size-medium wp-image-35539" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/corriere_del_lupus-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/corriere_del_lupus.jpg 681w" sizes="auto, (max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a></p>
<p>Il fuoco ha sollevato il pallone dell’arcobaleno e la mongolfiera punta dritta al cielo e vuole volare libera. Slegano le corde e lei va. Una mano saluta dall’alto &#8230; Ricambio.<br />
Intravedo in lontananza una delle tre donne delle mele e del tappeto &#8230; la rincorro. Le chiedo: chi sei? da dove vieni.<br />
Mi racconta &#8230; mi lascia un <a href="http://www.lebarbedellagioconda.it">indirizzo</a> &#8230; mi dà appuntamento a <strong><a href="http://www.natisone.it/appunti/foto01/030921barcis25a.jpg">Barcis</a></strong> il prossimo 14 giugno per la Scuola di Gioco. Andrò? ‒ mi chiede e mi chiedo.<br />
Non c’è altra scelta: devo giocare.</p>
<p>[per iscrivervi alla Scuola di Gioco di Barcis, cliccate <a href="http://www.lebarbedellagioconda.it/appuntamenti.html">qua</a>.]</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La politica di una donna declinata al maschile</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/09/27/la-politica-di-una-donna-declinata-al-maschile/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Sep 2009 11:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Alma Sabatini]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Ethel Porzio Serravalle]]></category>
		<category><![CDATA[ministra Gelmini]]></category>
		<category><![CDATA[pari opportunità]]></category>
		<category><![CDATA[politica di genere]]></category>
		<category><![CDATA[scuola italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Tina Nastasi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tina Nastasi L&#8217;8 settembre 1943, alle 19.42, l&#8217;allora Capo del Governo, maresciallo d&#8217;Italia Pietro Badoglio, dai microfoni dell&#8217;EIAR, annunciava l&#8217;entrata in vigore dell&#8217;armistizio di Cassibile firmato con gli anglo-americani il giorno 3 dello stesso mese. Così proclamava alla radio: «Il governo italiano, riconosciuta l&#8217;impossibilità di continuare l&#8217;impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell&#8217;intento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tina Nastasi</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/scuola_anni40.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/scuola_anni40-300x199.jpg" alt="scuola_anni40" title="scuola_anni40" width="300" height="199" class="aligncenter size-medium wp-image-22827" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/scuola_anni40-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/scuola_anni40.jpg 650w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>L&#8217;8 settembre 1943,  alle 19.42, l&#8217;allora Capo del Governo, maresciallo d&#8217;Italia Pietro Badoglio, dai microfoni dell&#8217;EIAR, annunciava l&#8217;entrata in vigore dell&#8217;armistizio di Cassibile firmato con gli anglo-americani il giorno 3 dello stesso mese. Così proclamava alla radio:<br />
«Il governo italiano, riconosciuta l&#8217;impossibilità di continuare l&#8217;impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell&#8217;intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.»</p>
<p>L&#8217;8 settembre 2009, Mariastella Gelmini si è arresa alle Indicazioni nazionali per il curriculum emanate dal precedente ministro Giuseppe Fioroni, in attesa di armonizzare tutte le norme regolamenti decreti e decretini, fiorite e fioriti negli ultimi cinque anni per arricchire la scuola di ostacoli e allenarla a superarli.  Per rendere finalmente ragione di quel dettato costituzionale per cui la scuola deve sollevarli tutti (gli ostacoli) per chi è chiamato o chiamata a imparare e migliorarsi in essa.</p>
<p>Nel documento , la ministra dà prova di grande sagacia ed esperienza delle strategie didattiche e pedagogiche più avanzate:<span id="more-22813"></span> traguardi di apprendimento progressivi, didattica laboratoriale, educazione tra pari. Unico neo: l&#8217;uso della valutazione ideologicamente posta in rilievo come strumento pedagogico di prim&#8217;ordine. Lo si capisce bene, dal momento che lei appartiene a un movimento politico chiaramente di destra: in quell&#8217;ottica, la logica del bastone e della carota deve regnare.</p>
<p>Fin qui ce lo aspettavamo.</p>
<p>Quello che colpisce come una staffilata in pieno petto è però un fatto di altro ordine.</p>
<p>In tutte e sedici le pagine del documento, mai una volta è fatto cenno ad alunne e allieve. Ebbene sì. La ministra discrimina tutto, a partire dal suo stesso genere.</p>
<p>La meravigliosa scuola del primo ciclo del fu obbligo scolastico (quella che va dalla prima elementare alla terza media) che le classi dirigenti di questo Bel Paese stanno ritagliando, con tanta pazienza, sulle teste e sul futuro delle nostre figlie e dei nostri figli, è tutta e solo per questi ultimi: le prime tornino al focolare domestico e, dimentiche di sé e dimenticate, ne diventino nuovamente angeli senza sesso!</p>
<p>Nel 1986 Alma Sabatini lavorò a uno studio sul sessismo nel linguaggio per conto della, all&#8217;epoca, Commissione Nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna della Presidenza del Consiglio dei Ministri. <br />
In quell&#8217;occasione stilò le sue <em>Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua</em>, ossia un uso profondamente rispettoso delle differenze di genere fino nelle parole che sono specchi del nostro pensare. </p>
<p>Così scriveva Alma Sabatini (pp.11-13):</p>
<p>«La Commissione nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna pubblicò nel 1986 un breve testo, destinato agli insegnanti e agli operatori dell’editoria scolastica, in cui si riflette sul fatto che se il linguaggio da un lato rispecchia la società che lo usa, dall’altro la condiziona anche fortemente. Pertanto, se la lingua italiana presenta il genere maschile con grande frequenza e in forma positiva, mentre usa il genere femminile solo raramente e in forma subordinata o negativa, questo finisce per deprimere sensibilmente tutte le donne che percepiscono la realtà attraverso la lingua italiana. Il linguaggio, infatti, riveste un ruolo di primaria importanza nell’elaborazione della realtà e del pensiero.</p>
<p>La premessa teorica alla base di questo lavoro è che la lingua non solo riflette la società che la parla, ma ne condiziona e ne limita il pensiero, l’immaginazione e lo sviluppo sociale e culturale. La lingua infatti non è un semplice strumento di comunicazione e di trasmissione di informazioni e di idee, ma è soprattutto strumento di percezione di classificazione della realtà, cioè noi percepiamo e valutiamo il mondo interno ed esterno attraverso la lingua: tendiamo infatti a “vedere” soltanto ciò che ha già “nome” e lo vediamo come quel “nome” stesso ci suggerisce. Ad esempio la prevalenza del maschile inerente alla lingua italiana come la usiamo, si riflette inevitabilmente sulla nostra interpretazione del mondo e della società, molto spesso indipendentemente o malgrado le nostre convinzioni dichiarate.<br />
Si tratta evidentemente di un fenomeno circolare perché è anche vero che la prevalenza del maschile nella società determina l’influenza del maschile nella lingua. Di fatto è un fenomeno cui finora si è data poca o nessuna attenzione, ed anche quando è stato segnalato, è stato generalmente messo da parte come cosa non rilevante se non derisibile.<br />
[…] La più grossa discriminazione linguistica che la donna subisce è portata da un aspetto grammaticale che percorre tutta la lingua italiana, come molte altre lingue, e consiste nell’uso del genere maschile con valore non marcato (per entrambi i sessi). Da questa regola grammaticale, peraltro generalmente trattata dalle grammatiche e dai testi scolastici in modo sommario se non addirittura data per scontata, discende una serie di tratti linguistici che rinforzano la predominanza del genere/sesso maschile sul femminile.<br />
Non si mette in dubbio che l’uso del maschile con doppia valenza faccia parte integrante della lingua italiana. Ciò che meraviglia è quanto le conseguenze sulla mente di chi scrive e di chi legge, di chi parla e di chi ascolta, siano state completamente ignorate: che non ci si sia accorti di come tale caratteristica linguistica riesca a cancellare completamente la presenza delle donne in un testo, che si tratti di storia, di cronaca, di attualità politica od altro, rendendo, per converso, massiccia la già ponderante presenza maschile.<br />
[…] Il maschile neutro che maggiormente indica la centralità del maschio nella lingua è “uomo” o “uomini” con valore universale.<br />
I libri di testo abbondano di letture su: “il corpo dell’uomo”, “l’ingegno dell’uomo”, “il lavoro dell’uomo” e così via, in cui ci si chiede se questo “uomo” comprenda veramente la donna, quando nel testo esempi, illustrazioni, riferimenti sono poi quasi unicamente rivolti a maschi. Ad esempio in un testo per la scuola elementare nel brano intitolato “Il nostro corpo” corrisponde un inizio “Il corpo dell’uomo&#8230;”, che continua in una descrizione asessuata, ma corredata dall’immagine di un calciatore, per cui anche l’aggettivo possessivo “nostro” si riferisce inequivocabilmente ad un enunciatore maschio.<br />
[…] Nel campo del lavoro poi la donna continua ad avere un diritto condizionato di accedere a certe professioni, mestieri e cariche. O accetta il titolo maschile “sindaco, ministro, prefetto, ecc.”, o lo può femminilizzare con il suffisso <em>-essa</em>, che ha oggi acquistato connotazioni decisamente dispregiative (nel Dizionario della Lingua Italiana di Devoto-Oli <em>-essa</em> è definito “ostile”). Ma quel che spesso succede è che il prestigio connesso al titolo al maschile fa dimenticare che esiste un femminile grammaticalmente corretto, che viene rifiutato perché designa professioni di scarso prestigio e spesso ruolizzate al femminile (vedi, ad es. il titolo “segretaria”, stereotipo del lavoro femminile negli uffici, che diventa “sottosegretario” riferito ad alte cariche prima solo appannaggio dei maschi).<br />
I libri di testo finora raramente registrano l’esistenza stessa delle donne nei lavori tradizionalmente maschili; è importante che quando lo fanno usino termini grammaticalmente corretti e di pari dignità linguistica a quelli maschili. Un’altra ricerca condotta negli Stati Uniti da Sandra Bem e Daryl Bem ha stabilito l’influenza che hanno i nomi di professione al maschile nello scoraggiare le donne a presentarsi per quei posti, inferendone la demotivazione delle bambine e ragazze circa la scelta della futura carriera.<br />
Ad ogni modo questi titoli al maschile sono fonte di continue sconcordanze cacofoniche ed equivoche. Sono di ogni giorno frasi quali: «Il primo ministro inglese Margaret Thatcher, è arrivato&#8230; scortata da..». o del protagonista di un recente film che ha sposato «il medico del paese», che solo nella frase seguente si rivela di sesso femminile.»</p>
<p>Se la ministra Gelmini volesse ricordare appena queste parole, troverebbe, per sé e per tutte le nostre figlie, i documenti del progetto <strong>Polite</strong> (Pari Opportunità e Libri di Testo), il Codice di autoregolamentazione utile a garantire che nei libri di testo e nei materiali dedicati alla scuola vi sia attenzione all&#8217;identità di genere e i due vademecum Saperi e Libertà . Per far questo, però, dovrebbe dimenticare &#8211; prendo a prestito la stupenda espressione di José Saramago  &#8211; la &#8220;«cosa» Berlusconi&#8221;. Ce la farà? Io tifo per lei.</p>
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		<title>Disequazioni e scuola: l’ultimo appello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Dec 2008 11:01:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Tina Nastasi «1 Venite, mie canzoni, parliamo di perfezione: ci renderemo passabilmente odiosi. Ezra Pound La passione della perfezione viene tardi. O, per meglio dire, si manifesta tardi come passione cosciente. Se era stata una passione spontanea, l&#8217;attimo, fatale in ogni vita, del &#8220;generale orrore&#8221;, del mondo che muore intorno e si decompone, la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="http://farm2.static.flickr.com/1410/1441453165_18633efb11.jpg" alt="null" /></p>
<p>di <strong>Tina Nastasi</strong></p>
<p><em>«1<br />
Venite, mie canzoni, parliamo di perfezione:<br />
ci renderemo passabilmente odiosi</em>.<br />
Ezra Pound</p>
<p><em>La passione della perfezione viene tardi. O, per meglio dire, si manifesta tardi come passione cosciente.<br />
Se era stata una passione spontanea, l&#8217;attimo, fatale in ogni vita, del &#8220;generale orrore&#8221;, del mondo che muore intorno e si decompone, la rivela a se stessa: sola selvaggia e composta reazione. In un’epoca di progresso puramente orizzontale, nella quale il gruppo umano appare sempre più simile a quella fila di cinese condotti alla ghigliottina di cui è detto nelle cronache della rivolta dei Boxers, il solo atteggiamento non frivolo appare quello del cinese che, nella fila, leggeva un libro. Sorprende vedere altri azzuffarsi a sangue, in attesa del loro turno, sul preferito tra i carnefici operanti sul palco. Si ammirano i due o tre eroi che ancora lanciano vigorose fiondate all&#8217;uno e all&#8217;altro carnefice imparzialmente (poiché è noto che di un solo carnefice si tratta, se anche le maschere si avvicendino). Il cinese che legge, in ogni modo, mostra sapienza e amore per la vita.<br />
E&#8217; prudente dimenticare che, secondo la cronaca, quell&#8217;uomo dovette a ciò la sua testa: l&#8217;ufficiale tedesco di scorta ai condannati non resse alla sua compostezza e gli fece grazia. E&#8217; decente ritenere le parole che il cinese proferì, interrogato, prima di perdersi tra la folla: &#8220;Io so che ogni rigo letto è profitto&#8221;. E&#8217; lecito immaginare che il libro che egli teneva tra le mani fosse un libro perfetto</em>.»</p>
<p><strong>Cristina Campo</strong>, <em>Gli Imperdonabili</em>, Adelphi, pp. 73-74</p>
<p>A quell’uomo con il libro in mano di fronte alle lame del patibolo ho paragonato <a href="http://www.uniroma1.it/home/culturadellarazza.php">l’alto consesso di luminari</a> riunitosi quasi un mese fa, 14 novembre, in un’università romana resa deserta dalla lotta contro lo scellerato disegno di demolizione della cultura che si perpetra, ormai sistematicamente, da dieci anni, in questo nostro povero paese. Mi è parso un presagio.<span id="more-12140"></span><br />
Il convegno era stato programmato già dall’estate in vista dei settant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia.  Sonia Gentili e Simona Foà lo hanno ideato e curato fin nei più minuti dettagli, dal titolo all’immagine che commenta il filo che tiene il gioco delle perle dei discorsi, fino alla presenza di studiosi rappresentativi delle varie aree di ricerca che concorrono a far luce sull’argomento con cui la nostra storia non ha ancora voluto fare i conti fino in fondo: il razzismo nella cultura italiana.<br />
Laura Ricci, linguista all’università di Siena, quasi conclude i lavori del convegno con l’inquietante testimonianza sulle poco montessoriane metodologie didattiche utilizzate nell’imperiale Corno d’Africa, nostra fu onorata colonia, per insegnare la lingua italiana ai bambini del luogo “negligenti”. Basta dire che il vocabolario di base era un nerbo di pelle d’ippopotamo o qualcosa del genere: la mia mente si è rifiutata di ritenere le caratteristiche dell’oggetto in questione.<br />
<a href="http://www.girodivite.it/Lia-Levi-Una-bambina-e-basta.html">Lia Levi</a> racconta di essere stata invitata a raccontare la sua storia di scolara ebrea in una scuola intitolata a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_Pende">Nicola Pende</a>, tristemente noto per le sue teorizzazioni razziali pseudoscientifiche: si è rifiutata di entrarvi. Il pubblico mormora solidale. Corre di bocca in bocca quel che si sa da sempre: i razzisti, specie se accademici, sono stati restituiti ai loro incarichi quando si sono chetate le acque. E così si fa in Italia, tanto che mi sembra di sentir dire, proprio qui e adesso, sulla mia spalla, al fantasma del Gattopardo che parla con quello del funzionario monarchico torinese: caro Chevallier, qui tutto cambia perché nulla cambi.<br />
Dunque, oggi non deve stupire chi, dietro le stentoree gote della bambola mariastellare, osa pretendere nelle scuole le classi “adatte” agli “stranieri”: l’intero paese è malato cronicamente dalla paura dell’ “altro”: il vicino, lo zingaro, l’omosessuale, lo straniero. Delle donne ci curiamo poco o niente, sono abituate e non ci preoccupano.<br />
Il sonno della storia genera mostri!: questo mi diceva il presagio.<br />
Dunque, mentre gli studenti accerchiavano il palazzi dell’odierna dittatura e a Firenze si riuniva l’assemblea generale della scuola convocata da insegnanti e genitori per lottare contro la “legge”* 169, la cultura della razza veniva imperdonabilmente studiata e spiegata nei più riposti orrori al cospetto di studiosi e ricercatori determinati ma per lo più, ahimè, senza futuro.<br />
Imperdonabili le ideatrici e guide del convegno, decise, e a ragione, a proseguire lungo la via imboccata: altra via non ci è data, senza conoscenza. Perché un popolo privato dei luoghi e dei tempi della conoscenza, pieni e gratuiti, è solo un popolo destinato alla schiavitù, foss’anche semplicemente intellettuale, e posto per assurdo che il piano intellettuale possa essere distinto dal piano materiale. Eppure &#8230;<br />
La &#8220;legge&#8221; <a href="http://www.camera.it/parlam/leggi/08169l.htm">169</a> colpisce con un taglio profondo e inesorabile il cuore della scuola pubblica italiana, eliminando, di concerto con il decreto legislativo 133, la metà delle risorse umane nelle classi per bambini e bambine tra i 6 e i 10 anni. Di più, vuole mascherarsi da &#8220;riforma&#8221; e istituisce quella bella trovata dell&#8217;esame di lingua per i non italofoni (gli immigrati ben presenti nelle memorie leghiste e non solo), destinati alle classi-ponte in caso di insuccesso. Rompe infine con la migliore riflessione pedagogica cresciuta faticosamente in Italia dagli anni Settanta del secolo scorso ad oggi, in particolar modo nell&#8217;Emilia Romagna e in Toscana, ed esige, senza se e senza ma, che il giudizio su ciò che gli scolari apprendono sia espresso, anche nel segmento scolare dell&#8217;obbligo, da un voto numerico non solo nelle discipline insegnate ma pure in condotta.<br />
Chi ha lottato in Italia per una scuola pubblica aperta a tutti non può rimanere in silenzio di fronte a cotale scempio. Per tre ragioni.<br />
Se è vero che l&#8217;apprendimento in Homo sapiens sapiens è un processo lento e faticoso che viene guidato in funzione esemplare dalla vicinanza prossimale costante di esemplari adulti, allora privare la scuola di elementi umani lo mina alla radice.<br />
Se è vero che per apprendere una lingua diversa dalla lingua madre bisogna vivere un certo lasso di tempo immersi nell&#8217;ambiente linguistico dove quella nuova lingua venga parlata costantemente, allora l&#8217;esame di lingua viatico per essere esclusi dai gruppi di scolari italiani è strumento esclusivo di discriminazione.<br />
Se è vero che la cultura è un bisogno secondario e che è compito della scuola dell&#8217;obbligo eliminare tutti quegli ostacoli, che sono primariamente di tipo materiale ed affettivo, che minano alla base ogni percorso di apprendimento nei bambini e nelle bambine tra i 6 e i 13 anni, allora il voto numerico che per sua natura giudica operando tagli netti, ancorché ciechi, è funzionale a escludere tutti quelli che la sorte ha calato in una esistenza miserabile e affettivamente deprivata.<br />
In buona sostanza il Ministero della Istruzione (si badi bene all&#8217;onesta scomparsa dell&#8217;aggettivo &#8220;pubblica&#8221;), concordemente con il Parlamento italiano e con il Presidente della nostra onorata Repubblica, ha decretato e poi legiferato la seguente affermazione:<br />
L&#8217;Italia non può permettersi una scuola dell&#8217;obbligo aperta a tutti.<br />
In considerazione di questo mi sono decisa a scrivere queste due righe di appello, l’ultimo io credo prima di un lungo periodo buio di cui forse io stessa non vedrò la fine: una lettera aperta ai lettori di un blog letterario come Nazione indiana, votato per statuto e costituzione a una imperdonabile e sottile partecipazione diffusa attraverso la scrittura e consegnata al tempo che non conta i passi di un essere umano, infinitesimi &#8230;<br />
E’ tuttavia un appello imperdonabilmente perdonabile: a tutti coloro, uomini e donne, spero e soprattutto, che capiscano questa semplice dis-equazione: <em>il tempo pieno non è il tempo-scuola.</em><br />
Il tempo pieno è un progetto pedagogico che per essere realizzato necessita di una serie di processi di insegnamento che devono essere svolti sinergicamente su ogni singola classe da due insegnanti (uno dei quali non può essere l’insegnante di religione, con buona pace del mondo cattolico italiano) nell’arco di quaranta ore settimanali. Un progetto pedagogico all&#8217;interno del quale anche il semplice pranzare insieme alle bambine e ai bambini diventa per gli insegnanti parte di un preciso percorso didattico. Un progetto didattico in cui due insegnanti che hanno programmato insieme il piano delle esperienze educative, si alternano a turno a guidare un gruppo di bambini e bambine nel lento percorso di apprendimento a essere umani e colti, garantendone l&#8217;arco di tempo quotidiano necessario e funzionale.<br />
Se mia figlia frequentasse quest&#8217;anno la prima elementare entrerebbe in una classe con, al più, altri 24 bambini e avrebbe a sua disposizione due insegnanti: uno per le discipline scientifiche e uno per quelle linguistiche; sarebbe guidata sulla strada della conoscenza umana secondo un percorso studiato e ristudiato da entrambi i suoi maestri insieme, di settimana in settimana, in perfetto accordo se non in armonia con i suoi tempi di apprendimento.<br />
Se mia figlia frequentasse quest&#8217;anno la prima elementare e avesse qualche difficoltà, sarei sicura che potrebbe contare sul fatto che i suoi maestri potrebbero programmare un certo numero di attività didattiche per aiutarla, e che potrebbero farlo in virtù di una manciata di ore (sei circa) in cui i due insegnanti lavorano contemporaneamente sulla stessa classe e possono dividersi i bambini in modo da seguirli più da vicino singolarmente.<br />
Se mia figlia frequentasse quest&#8217;anno la prima elementare, sarei sicura che frequenterebbe la scuola pubblica e che la realtà attorno a lei rispetterebbe il principio costituzionale (utopia?) del &#8220;non uno di meno&#8221;!<br />
La “legge” 169 distrugge questo meraviglioso progetto pedagogico che ci invidiano e copiano in tutto il mondo: sinergicamente con il decreto legislativo 133 (la finanziarietta del pubblico impiego), dimezza gli insegnanti in tutte le classi elementari del paese e riduce il tempo scuola &#8220;normale&#8221; da 40 a 24 ore settimanali.<br />
Quando mia figlia si iscriverà alla prima elementare sarà dopo la distruzione del tempo pieno e della scuola pubblica.<br />
Quando mia figlia entrerà nella sua prima classe della scuola primaria di morattiana memoria (il famoso primo ciclo d&#8217;istruzione), troverà un insegnante unico e ferratissimo in ogni area del sapere umano, che le insegnerà a leggere, scrivere e far di conto alla perfezione assieme ad altri 27, 28, e perché no, 30 bambini. Ovviamente se mia figlia non ce la farà a star dietro a tutti gli altri, si beccherà dal cinque in giù e l&#8217;unico suo insegnante, magari consultandosi con il precettore religioso, dovrà (perché potrà) decidere se bocciarla o meno, con buona pace di tutti i don Milani e Danili Dolci passati e presenti, i quali giustamente ritenevano che &#8220;bocciare&#8221; qualcuno lungo la strada della cultura significasse bollarlo e respingerlo (come al gioco delle bocce), escludendolo.<br />
Quando mia figlia entrerà nella sua prima classe della scuola primaria di morattiana memoria, dovrà uscire presto, alle 12.30 e pranzare a casa. E se io mi ostinerò a voler lavorare, e se l&#8217;istituto scolastico dove mia figlia sarà iscritta potrà organizzare un dopo-scuola variamente animato, allora e solo in quel caso potrà restare nell&#8217;edicifio a svolgere qualche attività attraente (musica con metodo orff, lezioni di tip-tap, aikido per bambini?). E io dovrò pagare perché mia figlia possa rimanere in quella che non potrò più chiamare &#8220;scuola&#8221;.<br />
Se la &#8220;legge&#8221; 169 chiama questa formula di istruzione, privata in luogo pubblico, &#8220;tempo pieno&#8221; lo fa mistificando i fatti e in perfetta malafede, ossia in piena contraddizione con la nostra Costituzione, in particolare con l&#8217;articolo 3 e 34:</p>
<p>&#8220;Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.</p>
<p>È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l&#8217;eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del Paese&#8221;;</p>
<p>&#8220;La scuola è aperta a tutti.</p>
<p>L&#8217;istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.</p>
<p>I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.</p>
<p>La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.&#8221;</p>
<p>Togliere anche uno soltanto degli strumenti pedagogici che connotano il tempo pieno significa farlo a pezzi nelle sue fondamenta costitutive. Significa consegnare alla barbarie pre-barbiana il segmento migliore della scuola italiana: quella che davvero frequentano tutti.</p>
<p>Sinceramente, a fronte di questo, m’importa poco che mia figlia abbia il grembiule o meno.</p>
<p>I piani dei nostri piccoli dittatori da repubblica di banane riguardano le studentesse e gli studenti d’ogni età. Nel giro di poche decine di anni questo paese sarà piombato irrimediabilmente nella più completa scompagine culturale: se spegniamo una centrale elettrica fa buio subito, se invece spegniamo una scuola farà buio tra cinquant’anni.<br />
Il mio appello è dunque e semplicemente questo: spegnete i video di stato e tornate per le strade: bussate alla porta della scuola più vicina che trovate e chiedete che vi sia aperta.</p>
<p><code><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/2eP-JcEXkuU&amp;hl=it&amp;fs=1" /></object></code></p>
<p>*<em>Le virgolette danno ragione di un dubbio che mi si impone quando considero la legittimità degli atti di un Parlamento eletto grazie a un sistema che è stato usato malgrado fosse sottoposto alla verifica referendaria.</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ai viandanti voglio ricordare. . . .</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Aug 2008 12:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[Tina Nastasi]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tina Nastasi UMBERTO SABA, Nino Spagnoli 2004 Fondazione CRTrieste, AIAT Trieste Comune di Trieste – Assessorato alla Cultura (tratto da qui) . . . . voglio ricordare le parole di un uomo che ho avuto l&#8217;onore di incontrare in forma di statua nella sua amata Trieste. E&#8217; uomo che si raccoglie delicatamente e si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tina Nastasi</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/sabadispalle.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/sabadispalle-152x300.jpg" alt="" title="sabadispalle" width="152" height="300" class="alignright size-medium wp-image-7434" /></a><br />
UMBERTO SABA, Nino Spagnoli 2004<br />
Fondazione CRTrieste, AIAT Trieste<br />
Comune di Trieste – Assessorato alla Cultura<br />
(tratto da <a href="http://www.triesteturismo.net/ita/tipicno">qui</a>)</p>
<p>. . . . voglio ricordare le parole di un uomo che ho avuto l&#8217;onore di incontrare in forma di statua nella sua amata Trieste.</p>
<p>E&#8217; uomo che si raccoglie delicatamente e si conduce a casa, dopo un andare per vie, breve o lungo che sia poco importa, in un ritrovare vie già percorse eppure nuove e strane ora che si è visto altro.<br />
Ripercorrere nuovamente la sua città, nota fin dall&#8217;adolescenza, non basta a ritrovarsi integro dopo un viaggio, perché l&#8217;altrove fa diverso ciò che pure già conoscemmo &#8220;fino al più remoto cantuccio&#8221;.<br />
E&#8217; necessario &#8220;entrare nella nostra stanza, chiuderla&#8221;. E in quel &#8220;nostra&#8221; v&#8217;è tutto e solo quell&#8217;uomo che porta a casa la sua anima.<span id="more-7433"></span></p>
<p>Devo ringraziare Paola Mastrocola che, in <em>La scuola raccontata al mio cane</em> (Guanda, 2004), libro che per altri versi mi ha irritata e delusa e di cui forse scriverò altrove e altrimenti, di alcune di quelle parole fa dono a me e al mondo.<br />
E devo ringraziare Antonio Sparzani ogni volta che, come in questo caso, trova la fonte anche laddove viene negletta e manca di essere nominata.</p>
<p>Le parole che voglio ricordare ai viandanti sono custodite nei versi che Umberto Poli (in arte Saba) compose per la poesia <em>Verso casa</em>. Sta nella raccolta <em>Trieste e una donna</em> (1910-12)[1], subito alle spalle di <em>Trieste</em>, nota e ben più famosa lirica. Eccole:</p>
<p><strong>VERSO CASA</strong></p>
<p><em>Anima, se ti pare che abbastanza<br />
vagabondammo per giungere a sera,<br />
vogliamo entrare nella nostra stanza,<br />
chiuderla, e farci un po&#8217; di primavera?</p>
<p>Trieste, nova città,<br />
che tiene d&#8217;una maschia adolescenza,<br />
che di tra il mare e i duri colli senza<br />
forma e misura crebbe;<br />
dove l&#8217;arte o non ebbe<br />
ozi, o, se c&#8217;è, c&#8217;è in cuore<br />
degli abitanti, in questo suo colore<br />
di giovinezza, in questo vario moto;<br />
tutta esplorammo, fino al più remoto<br />
suo cantuccio, la più strana città.<br />
Ora che con la sera anche si fa<br />
vivo il bisogno di tornare in noi,<br />
vogliamo entrare ove con tanto amore<br />
sempre ti ascolto, ove tu al bene puoi<br />
volgere un lungo errore?</p>
<p>Della più assidua pena,<br />
della miseria più dura e nascosta<br />
anima, noi faremo oggi un poema.<br />
</em></p>
<p>[1] Umberto Saba, Tutte le poesie, a c. di Arrigo Stara, Meridiani Mondadori, Milano 1994, p. 90.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/umbertosabaduplice.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/umbertosabaduplice-300x274.jpeg" alt="" title="umbertosabaduplice" width="300" height="274" class="alignright size-medium wp-image-7435" /></a><br />
Nell&#8217;illustrazione una foto di Saba e la statua a lui dedicata nei pressi della sua libreria. La pipa della statua è stata rubata due volte, e il Comune ha deciso di non rimetterla più.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Un requiem per Misia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Mar 2008 06:00:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Tina Nastasi Misia, μισέω, miserere. Così suona nella mia mente un requiem per la donna che fu Misia Sert. Nacque Godebska il 30 marzo del 1872 mentre sua madre moriva nel darla alla luce. In questo evento Misia fonda il suo destino: nata dal dolore di sua madre che, malgrado il ventre gravato oltre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tina Nastasi</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/revue_blanche.jpg" title="revue_blanche.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/revue_blanche.thumbnail.jpg" alt="revue_blanche.jpg" /></a></p>
<p>Misia, μισέω, <em>miserere</em>. Così suona nella mia mente un requiem per la donna che fu <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Misia_Sert">Misia Sert</a>. Nacque Godebska il 30 marzo del 1872 mentre sua madre moriva nel darla alla luce. In questo evento Misia fonda il suo destino: nata dal dolore di sua madre che, malgrado il ventre gravato oltre l&#8217;ottavo mese, viaggiò un intero viaggio dalla Francia alla Russia, perché non poteva credere alle parole di un&#8217;anonima e rozza scrittura che le annunciava l&#8217;infedeltà dell&#8217;amato consorte, grave e altrettanto gravida di umane conseguenze; usata e umiliata dalle molte matrigne amate dal padre, ribelle alla paura e ai soprusi e perennemente in fuga; innamorata e venduta dal suo primo al suo secondo marito, amò solo il terzo e lo lasciò libero di andar via quando questi s&#8217;innamorò a sua volta di un&#8217;altra donna, che Misia accolse come una figlia. Rispetto chiese sempre per sé e per chi amava, rivendicando ogni ora la libertà di scegliere la propria via. Nelle sue vene scorreva sangue polacco e belga e russo e francese. Artista figlia di artisti, fu il cuore dei salotti d&#8217;avanguardia parigini. Scrisse con la leggerezza di una farfalla tutte le note bianche fra quelle nere della sua vita. Leggetene il ritratto a carattere che ne fece <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jean_Cocteau">Jean Cocteau</a> e ammiratene tutta la forza che non è più.<br />
Sul ricordo di Misia oggi io canto un requiem per il cerimoniale dell&#8217;otto marzo e per tutte le donne che non hanno più fame di libertà e di rispetto.<br />
<span id="more-5467"></span><br />
«Bisognerebbe lodare un po&#8217; quelle donne ardenti e profonde che vivono all&#8217;ombra degli uomini di un&#8217;epoca e che, ai margini del lavoro degli artisti, per il semplice fatto di sprigionare onde più belle di preziose collane perseguono un&#8217;opera occulta. È impossibile immaginare l&#8217;oro dei soffitti di J. M. Sert, l&#8217;universo soleggiato di Renoir, di Bonnard, di Vuillard, di Roussel, di Debussy, di Ravel, i proiettori profetici di Lautrec, il prisma di Mallarmé, perfino gli ultimi giochi di sole al tramonto di Verlaine e l&#8217;alba radiosa di Stravinsky, senza veder spuntare la sagoma di giovane tigre infiocchettata, il viso dolce e crudele di gatta rosa che vedemmo in Misia la sera in cui la conoscemmo sotto l&#8217;<em>aigrette</em> della Schéhérazade, troneggiante al centro del palco reale del Balletto russo, mentre popolava del suo fluido le scene del teatro e le danze violente, come un tempo i giardini impressionisti, cosparsi di pagliuzze di sole. Sì, nel sacco di pelliccia e di seta in cui Paul Poiret e Paul Iribe imbacuccavano le loro sultane, madrina della lieve compagnia di Serge Diaghilev, conoscemmo la nostra amica. Sul suo ventaglio c&#8217;era la celebre quartina di Mallarmé, e credo proprio che di tutti i suoi contratti di matrimonio, di tutti i suoi permessi di soggiorno quello fosse l&#8217;unico documento d&#8217;identità che questa polacca ha salvato da un mirabile disordine in cui sono sparite delle fortune, dei madrigali di P. J. Toulet e di Paul Verlaine.<br />
«Tra brevi soste in appartamenti che lei adorna e lascia come posatoi, Madame Sert abita all&#8217;ultimo piano dell&#8217;Hôtel Meurice. Quando divenni suo amico aveva appena lasciato l&#8217;albergo per una specie di abbaino in <em>quai</em> Voltaire. Il salotto era illuminato a nord &#8211; in verde &#8211; dalla Senna, a sud &#8211; in arancione &#8211; da alcuni pannelli di Bonnard. Questi pannelli Misia li aveva ritagliati a modo suo perché si adattassero esattamente alla curva delle pareti. Gridate pure allo scandalo! Abbiamo dogaresse e grandi sacerdotesse, abbiamo muse, ne abbiamo da vendere! Ma quanto più rare e indispensabili alle arti, che rischiano di metter su pancia, sono quelle donne così donne da portare nel tempio uno spirito di saccheggio, uno spirito di forbici e vestiti.  “Gli angeli volano” scrive Chesterton “perché si prendono alla leggera”. Misia, con il suo amore e la sua irriverenza, lavora senza posa la pasta e le impedisce di diventare dura. Solo gli artisti forti e timorosi del loro ruolo di idoli beneficiarono di questa iconoclasta che sferza la vita come una trottola inebriandosi del suo rumore senza mai permettere che la velocità divenga statua.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/misia_bonnard_1908.jpg" title="misia_bonnard_1908.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/misia_bonnard_1908.thumbnail.jpg" alt="misia_bonnard_1908.jpg" /></a><br />
«Le sue arti sembrano ispirate ai <em>Malheurs de Sophie</em>. A un pittore che si lamentava di qualche <em>malheur</em> procuratogli da Misia, ho sentito Satie rispondere: “È colpa nostra, la gatta è bella, caro mio, nascondete i vostri pesci!”.</p>
<p>«Eccoci davanti a una di quelle donne alle quali Stendhal accorda il genio. Genio di camminare, ridere, rimettere qualcuno al suo posto, maneggiare un ventaglio, salire in macchina, inventare un diadema. Questo genio Misia ha saputo possederlo a tal punto che, scrivendo <em>Thomas l&#8217;imposteur</em>, per quanto mi concentrassi sulla San Severina, fu lei che divenne, automaticamente, costi quel che costi, il modello della principessa di Bornes.</p>
<p>«Ma quando ammiravo il prestigio di un palco dell&#8217;<em>Opéra</em> dove la nostra maga attirava un Proust e un Renoir dal fondo della loro campagna e del loro letto di malato, ignoravo che quel genio vago, aereo, quel genio che si esprime sia con un&#8217;insolenza, sia con la creazione di alberi cinesi coi rami di piume e di perle, ignoravo, dicevo, che questo genio arrivasse al Genio vero e proprio e che la pianista della nostra vita di tutti i giorni fosse una pianista <em>tout court</em>.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/misia_piano_lautrec.jpg" title="misia_piano_lautrec.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/misia_piano_lautrec.thumbnail.jpg" alt="misia_piano_lautrec.jpg" /></a><br />
«Perché non era soltanto la vita e il nostro gruppo che lei sapeva affrontare con polso fermo, ma era proprio da un Pleyel che quel polso di gatta sortiva preludi e mazurke di Chopin maneggiando come nessun altro i loro nastri e le loro perle, era da un pianoforte tempestoso e gioioso che lei tirava fuori la testimonianza nazionale della sua razza e ci stregava, nel vero senso della parola, come solo André Gide sa fare, quando si lascia sorprendere da una stanza accanto, qualche volta.</p>
<p>«Appena ebbi scoperto questa sorgente ne misi a parte Roland Garros, gran cultore del pianoforte. Da quel momento ottenemmo dei concerti privati dove Garros veniva a prender quota tra un volo e l&#8217;altro. Tradendo vergognosamente la politica musicale che allora mi conveniva seguire, e la posizione verticale che avrei dovuto adottare, ci rotolavamo nell&#8217;ombra e ascoltavamo Misia.<br />
«Ieri sera, accompagnata da Marcelle Meyer, che ha realizzato il paradosso di essere una macchina di genio, Madame Sert ha accettato di apparire in una sala.<br />
« La musica non ha buona memoria; essa dimentica i suoi virtuosi come l&#8217;acqua le sue caraffe, e ogni pianista le dà una nuova forma. Io consiglio a coloro che avranno la fortuna di ascoltare Misia, al di là della sorpresa che devono provare, di evocare gli spiriti illustri che, come confessa una squisita rima di Mallarmé, il suo pianoforte iniziò, e che si arricchirono di questa collaboratrice misteriosa». (Contenuto in: Misia Sert, <em>Misia</em>, Adelphi, Milano 1981, pp. 190-93.)</p>
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		<title>Amare contro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Oct 2007 22:06:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[joyce lossu]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[nazim hikmet]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Tina Nastasi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tina Nastasi Ci sono pidocchi attorno a me, e muri. Ci sono ginocchia che si incriccano a ogni piè sospinto e occhi pesti e ricuciti per le cadute. Ci sono schiavitù e vecchiaia sotto il mio cielo: maledetto istinto alla sopravvivenza! Che posso fare? E&#8217; così. E’ la legge delle cose qui sulla Terra. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tina Nastasi</strong></p>
<p><a rel="attachment wp-att-4624" href="https://www.nazioneindiana.com/2007/10/16/amare-contro/joyce-lussu/" title="Joyce Lussu"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/joycelussu.thumbnail.jpg" alt="Joyce Lussu" /></a></p>
<p>Ci sono pidocchi attorno a me, e muri. Ci sono ginocchia che si incriccano a ogni piè sospinto e occhi pesti e ricuciti per le cadute. Ci sono schiavitù e vecchiaia sotto il mio cielo: maledetto istinto alla sopravvivenza!</p>
<p>Che posso fare? E&#8217; così. E’ la legge delle cose qui sulla Terra.</p>
<p>E però &#8211; ché c&#8217;è sempre un però da qualche parte -, se davvero potessi dire a cuore aperto quello che penso, allora dovrei dire, necessariamente, che questa legge mi fa uscir di senno dalla rabbia.</p>
<p>Tuttavia &#8211; ché c&#8217;è sempre un briciolo di strada già percorso &#8211; mi avvio ad avere un&#8217;incerta età, mi accorgo che questa legge vale per questa cosa che sono io e vale per le cose che mi accadono.</p>
<p>E la legge dice: c&#8217;è un inizio e c&#8217;è una fine; c&#8217;è un tempo per tutte le cose.</p>
<p>Ma allora &#8211; ché c&#8217;è sempre una mano tesa contro da qualche parte &#8211; anche per me cosa c&#8217;è un tempo. Forse anche tre. Stiamo a vedere.</p>
<p>Ancorché la rabbia resti. E si accovaccia tra le mie mani. E l&#8217;urlo in gola diviene sordo: pesa dall&#8217;alto sul mio torace, polmoni e cuore si fanno piccoli piccoli.</p>
<p>Che posso fare contro il dolore?</p>
<p>Le mie mani si sciolgono da culla della rabbia e si chiudono in un pugno a sostenere il cuore. E il respiro prende e va, liberamente.<span id="more-4623"></span></p>
<p>Adesso l&#8217;urlo è di nuovo a portata di mano: la pura energia del dolore sordo. E io l&#8217;afferro e ci modello sopra una parola e poi un&#8217;altra, ancora una e una ancora.</p>
<p>E&#8217; così che il mio dolore trova la mia voce e si sprigiona: mi cibo di radici e le scaglio contro la legge delle cose qui sulla Terra.</p>
<p>Che altro potrei fare?</p>
<p>Vediamo.</p>
<p>Forse &#8211; ché c&#8217;è sempre un dubbio nascosto fra i cespugli &#8211; posso invitarvi a leggere una lettera. E magari mi scriverete che ve ne pare. Un modo come un altro per perdere questo tempo che ci è dato per nulla. Se vi piace.</p>
<p>Lettera di Nâzım Hikmet a Joyce Lussu:</p>
<p>Cara Joyce,</p>
<p>Mi domandi perché scrivo delle poesie?</p>
<p>Sarebbe più giusto porre la domanda in un altro modo: Perché e come ho cominciato a scrivere delle poesie.</p>
<p>Cerco di ricordare.</p>
<p>Avevo tredici anni. Abitavamo a Istanbul: Mio nonno era poeta, ma ancora oggi non capisco le sue poesie. Il suo linguaggio: scriveva in un turco che si chiama ottomano, ossia formato per il 75 per cento da parole arabe e persiane; anche le regole grammaticali erano arabe e persiane. Le poesie di mio nonno erano dogmatiche, didattiche, religiose. Non le capivo ma ero il nipote di un nonno poeta.</p>
<p>Mia madre era innamorata di Baudelaire e di Lamartine, e li leggeva in francese, perché in quei tempi le traduzioni in turco erano in ottomano, e molto rare. Mia madre conosceva benissimo il francese, ma l&#8217;ottomano lo sapeva meno ancora di me.</p>
<p>Mio nonno, Nâzım Paşa, era poeta e apparteneva alla setta dei Mevlevé, dervisci vagabondi che derivavano il loro nome dal poeta Mevlana. Mia madre adorava Lamartine e Baudelaire, e la poesia, a casa nostra, era sugli altari.</p>
<p>Scoppiò un incendio di fronte alla nostra casa. Era la prima volta che vedevo un incendio. Ne fui stupito ed ebbi paura. Mio nonno, affinché l&#8217;incendio non arrivasse a casa nostra, si mise in piedi davanti alla finestra, brandendo il Corano aperto. L&#8217;incendio si spense, ma non per la forza del Corano, e nemmeno per quella dei pompieri; si spense da solo, dopo aver incenerito la casa che bruciava di fronte a noi. E io, due ore dopo, scrissi la mia prima poesia: <em>L&#8217;incendio</em>. Il ritmo della mia poesia imitava quello della metrica chiusa arabo-persiana che si chiama “aruz&#8221;: mi è restato nelle orecchie sentendo recitare mio nonno. L&#8217; &#8220;aruz&#8221; comporta delle cesure obbligate, che però non sono né sillabiche né toniche; non sapevo allora che vi fossero altri ritmi, o che esistessero i versi liberi. Anche il mio linguaggio era un&#8217;imitazione dell&#8217;ottomano.</p>
<p>Ecco i primi versi</p>
<p><em>Brucia brucia con terribile fracasso</em></p>
<p><em>quel nemico dell&#8217;umanità</em></p>
<p><em>che stringe fra le braccia</em></p>
<p><em>le case le madri gli orfani&#8230;</em></p>
<p>E&#8217; tutto quello che ricordo: sembra quasi che abbia presentito la guerra atomica. E riscrivendo queste righe, mi accorgo tutt&#8217;a un tratto che ero influenzato, più che dalla poesia di mio nonno, da quella di Tefik Fikret. Perché? Non lo so. Forse perché mio padre, che di letteratura non capiva nulla, leggeva qualche volta Tefik Fikret, il nostro primo grande poeta umanista, forse anche un po&#8217; socialista utopista: il nostro primo poeta che scrisse versi contro la guerra e contro la religione. Ma scriveva anche lui in ottomano, per quanto un po&#8217; modernizzato.</p>
<p>La mia seconda poesia la scrissi, mi pare, a quattordici anni. C&#8217;era la Prima guerra mondiale. Mio zio era caduto ai Dardanelli. Ero molto patriota e scrissi un poema sulla guerra. E&#8217; strano. Ricordo benissimo di aver scritto quella poesia, ma non mi viene in mente un solo verso: Ricordo anche che non era scritta in ottomano, bensì in un turco purificato in parte dalle parole arabe e persiane ma ancora molto impacciato; e che scrivevo sotto l&#8217;influsso del poeta Mehmet Emin, il primo che abbia scritto in turco e con metriche tradizionali turche, sillabiche. Mehmet Emin era considerato il poeta del nazionalismo turco.</p>
<p>A sedici anni, credo, scrissi la mia terza poesia. In quell&#8217;epoca un altro grande poeta turco dominava la nostra letteratura. Aveva inventato una lingua poetica tutta nuova e si chiamava Yaya Kemal. Penso che fosse innamorato di mia madre: a casa leggevamo le sue poesie e all&#8217;accademia navale era il mio professore di storia. La poesia aveva per argomento il gatto di mia sorella. Perché? Ora che ci penso, credo che sentissi il bisogno di approfondire le questioni di forma, e per questo avevo scelto un tema neutro, astratto. Feci vedere la poesia aYaya Kemal, e lui volle vedere il gatto. Era un gattino rognoso, di colore incerto. Il grande poeta mi disse: &#8220;Se puoi fare poesia su quella sudicia bestiola, puoi diventare un grande poeta&#8221;.</p>
<p>Adesso capisco che si trattava di tutto un modo di concepire la poesia. C&#8217;era una differenza così grande tra la realtà e quello che avevo scritto:</p>
<p><em>Aveva gli occhi verdi come le onde del mare</em></p>
<p><em>con i suoi peli bianchi sembrava una palla di neve&#8230;</em></p>
<p>Pubblicai la prima poesia a 17 anni. Era stata corretta largamente da Yaya Kemal. Suonava così:</p>
<p><em>Ho sentito un lamento sotto i cipressi</em></p>
<p><em>mi son chiesto, c&#8217;è qualcuno che piange qui?</em></p>
<p><em>o è il vento che si ricorda di un amore passato</em></p>
<p><em>in quel luogo solitario?</em></p>
<p><em>Un tempo pensavo che i morti ridessero</em></p>
<p><em>quando le nere cortine cadon sugli occhi</em></p>
<p><em>ma ora mi chiedo se i morti che amaron la vita</em></p>
<p><em>piangono ancora sotto i cipressi.</em></p>
<p>Nel linguaggio e nella metrica era, almeno formalmente, una poesia che esprimeva le nuove tendenze.</p>
<p>Poi mi sono innamorato follemente di varie ragazze e ho scritto per loro dei versi; poi le questioni che riguardano la coscienza, l&#8217;onore, l&#8217;eternità mi hanno interessato e ho scritto su queste cose. Poi gli Alleati occuparono Istanbul, e io scrissi delle poesie contro l&#8217;Intesa inneggiando al movimento di liberazione in Anatolia.</p>
<p>A 18 anni passai in Anatolia, scoprii il mio popolo e le sue lotte. Lottava con i suoi cavalli magri, con le sue armi preistoriche, in mezzo alla sua fame e alle sue cimici, contro l&#8217;esercito greco sostenuto dagli inglesi e dai francesi. Ero tutto stupito, ebbi paura, lo amai, lo adorai, compresi che bisognava scrivere tutto ciò in un altro modo. Ma non ne fui capace. Per trovare il modo giusto era necessario, a quanto pare, che passassi nell&#8217;Unione Sovietica.</p>
<p>Era la fine del 1921. Fui mille volte più stupito, e sentii un amore e un&#8217;ammirazione cento volte più forti, perché avevo scoperto, in quel 1921-1922, una carestia cento volte più terribile, e delle cimici cento volte più feroci, e una lotta contro tutto un mondo cento volte più potente, e una immensa speranza, un&#8217;immensa gioia di vivere, di creare.</p>
<p>Ho scoperto tutta un&#8217;altra umanità.</p>
<p>E cominciai a scrivere in un altro modo.</p>
<p>E da allora, non posso non scrivere delle poesie.</p>
<p>Nâzım Hikmet</p>
<p>Stoccolma, 20 dicembre 1961</p>
<p>da Nâzım Hikmet, <em>Poesie d’amore</em>, trad. di Joyce Lussu, fotografie di Robert Doisneau, Mondatori, Milano 2006, pp. 273-277.</p>
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		<title>Nazim e John, II</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2007/09/29/nazim-e-john-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Sep 2007 08:50:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[john berger]]></category>
		<category><![CDATA[juan munoz]]></category>
		<category><![CDATA[nazim hikmet]]></category>
		<category><![CDATA[Tina Nastasi]]></category>
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					<description><![CDATA[[seconda parte di questo a. s.] di Tina Nastasi   (installazione di Juan Muñoz, figura in ascolto, 1991) Un postino tra due uomini che non ci sono più La storia continua attraverso prigioni e speranze strette tra i denti. Quest’estate ho voluto visitare la Risiera di San Sabba, a Trieste. Malgrado l’obiettivo fotografico, ho dovuto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[seconda parte di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/09/24/nazim-e-john-i/#more-4486">questo</a> a. s.]</em></p>
<p><strong>di Tina Nastasi </strong></p>
<p align="left"><a title="figura in ascolto" rel="attachment wp-att-4523" href="https://www.nazioneindiana.com/2007/09/29/nazim-e-john-2/figura-in-ascolto/"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/listening_figure_1991.jpg" alt="figura in ascolto" /></a></p>
<p align="center"> </p>
<p align="left">(installazione di Juan Muñoz, <em>figura in ascolto</em>, 1991)</p>
<p align="center"><strong>Un postino tra due uomini che non ci sono più </strong></p>
<p>La storia continua attraverso prigioni e speranze strette tra i denti.</p>
<p>Quest’estate ho voluto visitare la Risiera di San Sabba, a Trieste. Malgrado l’obiettivo fotografico, ho dovuto diventare pietra davanti a una piccola teca murata. Custodiva un paio di occhialetti rotondi e un portacipria d’argento: né lenti, né specchi per i subumani. In quel mausoleo dello sterminio (ma che c’entra poi: lì si custodiva il riso!), “fatto di mattoni e silenzio”, né finestre né spifferi, benevoli e messaggeri di qualche mutamento.</p>
<p>Eppure &#8230; eppure, anche di quel presente inesorabilmente votato alla morte, qualche segno silente è rimasto sui muri, primitivo nel tratto permesso da un raro strumento di fortuna, ma degno di un essere umano che morde e stringe la speranza tra i denti e oltrepassa “i limiti della propria reclusione”. Perché? Forse per “sopravvivere alla notte” e “immaginare un nuovo giorno”.</p>
<p>“Una persona con la speranza tra i denti &#8211; dice John &#8211; è un fratello o una sorella che incute rispetto”. E scrive a Nazim come si scrive a un fratello. E scrive a Nazim di Juan Muñoz, un altro fratello incontrato per la strada.</p>
<p>Leggo su Wikipedia cosa si dice di Juan. Era uno che nel corso di un programma radiofonico inedito (Third Ear, 1992) sosteneva che esistono due cose impossibili da rappresentare, il presente e la morte: si può giungere ad esse solo per assenza.</p>
<p>Juan era il secondo di sette fratelli ed era un artista, profondamente. Si dice che abbia prodotto opere di carattere narrativo rompendo con i canoni della scultura tradizionale. Si dice che le sue installazioni spesso invitino lo spettatore a entrare in gioco con esse, e, dimenticando di sentirsi muto testimone, a farne parte con leggerezza.</p>
<p>Nel 1997 Juan e John realizzano una <em>pièce</em> teatrale il cui titolo suona così: <em>Will it be a Likeness?</em> Dura solo 45 minuti.</p>
<p>Juan è morto. Per John anche il giorno può sembrare una lunga notte. E bisogna attraversarla per sopravvivere. E quella notte somiglia, terribilmente somiglia, a una prigione. E allora la poesia e la memoria sono le uniche amiche: allargano le braccia della nostra mente e la portano lontana, altrove.</p>
<p>John scrive a Nazim di Juan: “solo un postino tra due uomini che non ci sono più”.</p>
<p>Ecco il seguito, sempre da (1).</p>
<p><em>Giovedì sera</em>.</p>
<p>Dieci anni fa mi trovavo a Istanbul, nei pressi della stazioni di Haydar Pascià, davanti a un edificio in cui la polizia interrogava le persone sospette. I prigionieri politici li tenevano all’ultimo piano, dove a volte li interrogavano per settimane. Nel 1938 toccò a Hikmet.</p>
<p><span id="more-4520"></span></p>
<p>L’edificio, che non era stato progettato per essere un carcere ma un’enorme fortezza amministrativa, sembrava indistruttibile ed era fatto di mattoni e silenzio. Le prigioni vere hanno un’aria sinistra e spesso trasmettono una sensazione di inquietudine e provvisorietà. Per esempio il carcere di Bursa, dove Hikmet rimase dieci anni, era soprannominato “l’aeroplano di pietra”, per via della sua pianta irregolare. La maestosa fortezza che stavo osservando, vicino alla stazione di Istanbul, aveva invece tutta la sicurezza e la calma di un monumento al silenzio.</p>
<p>Chiunque sia rinchiuso qui dentro e qualunque cosa accada tra queste mura &#8211; annunciava il palazzo in toni misurati &#8211; sarà dimenticato, cancellato dai registi, sepolto nella spaccatura tra Europa e Asia.</p>
<p>È stato allora che ho capito qualcosa della strategia unica e inevitabile della poesia di Nazim Hikmet: doveva superare di continuo i limiti della propria reclusione! I prigionieri hanno sempre sognato la Grande Fuga, la poesia di Hikmet no. La poesia, prima di cominciare, collocava la prigione come come un puntino sulla mappa del mondo.</p>
<p>Il mare più bello</p>
<p>non è stato ancora traversato.</p>
<p>Il bambino più bello</p>
<p>non è ancora cresciuto.</p>
<p>I nostri giorni più belli</p>
<p>non li abbiamo ancora vissuti.</p>
<p>E le parole più belle che volevo dirti</p>
<p>non le ho ancora dette.</p>
<p>Ci hanno presi prigionieri,</p>
<p>ci hanno rinchiusi:</p>
<p>io fra quattro mura,</p>
<p>tu fuori.</p>
<p>Ma non fa nulla.</p>
<p>Il peggio</p>
<p>è quando &#8211; consapevoli o ignari &#8211;</p>
<p>portiamo la prigione dentro di noi &#8230;</p>
<p>In troppi sono stati costretti a farlo,</p>
<p>brava gente, laboriosa, onesta,</p>
<p>che meritava di essere amata come io amo te. (2)</p>
<p>La sua poesia, come un compasso, tracciava dei cerchi, a volte intimi, a volte ampi e globali: solo la sua punta affilata era conficcata nella cella della prigione.</p>
<p><em>Venerdì mattina.</em><br />
Una volta ho aspettato Juan Muñoz in un albergo di Madrid. era in ritardo perché quando la notte lavorava molto perdeva la nozione del tempo. Quando finalmente è arrivato, gli ho detto scherzando che era come un meccanico sdraiato sotto una macchina: vedeva solo il lavoro e nient’altro. Qualche tempo dopo mi ha mandato un fax divertente che voglio leggerti, Nazim. Non so bene perché lo faccio. Forse il perché non è affar mio. Sono solo un postino tra due uomini che non ci sono più.</p>
<p>“Vorrei presentarmi: sono un meccanico spagnolo (solo d’auto, non di motociclette), che passa quasi tutto il suo tempo disteso sulla schiena ad armeggiare con i motori! Ma &#8211; e questo è l’importante &#8211; di tanto in tanto faccio un lavoro artistico. Non che io sia un’artista. No. Ma mi piacerebbe smetterla con questa assurdità di strisciare dentro e sotto macchine unte di grasso, e diventare il Keith Richard del mondo dell’arte. O, se questo non è possibile, vorrei lavorare come i preti, mezz’ora al giorno, vino compreso.</p>
<p>Ti scrivo perché due amici (uno a Oporto e l’altro a Rotterdam) ci vogliono invitare tutti e due nel seminterrato del Boyman’s Car museum e in altre cantine (spero più alcoliche) nella città vecchia di Oporto.</p>
<p>Hanno anche detto qualcosa che non ho ben capito a proposito di paesaggio. Paesaggio! Mi sembra che c’entrassero un viaggio in macchina e il guardarsi attorno, o il guardarsi attorno andandocene in macchina &#8230;</p>
<p>Spiacente signore, ma è appena arrivato un cliente. Perbacco! Una Triumph Spitfire!”.</p>
<p>Sento la risata di Juan, che riecheggia nello studio dove è solo con le sue figure silenziose.</p>
<p><em>Venerdì sera</em>.</p>
<p>A volte ho l’impressione che molte delle più grandi poesie del Novecento &#8211; scritte da donne non meno che da uomini &#8211; siano le più fraterne della storia. E questo non ha nulla a che vedere con gli slogan politici. Vale per Rilke che era apolitico, per Borges che era un reazionario, e per Hikmet, che fu comunista per tutta la vita. Il nostro è stato un secolo di massacri mai visti, eppure il futuro che immaginava (e per cui a volte ha combattuto) prometteva la fratellanza. Pochi secoli in passato hanno avuto una prospettiva simile.</p>
<p>Questi uomini, Dino,</p>
<p>che hanno in mano brandelli di luce,</p>
<p>dove stanno andando</p>
<p>nelle tenebre, Dino?</p>
<p>Anche tu, anch’io, Dino,</p>
<p>siamo tra loro.</p>
<p>Anche noi, Dino,</p>
<p>abbiamo intravisto il cielo azzurro. (3)</p>
<p><em>Sabato</em>.</p>
<p>Forse, Nazim, non ti vedo neanche adesso. Eppure, giurerei che sei qui. Seduto di fronte a me, dall’altra parte del tavolo, sulla veranda. Hai mai notato come spesso la forma di una testa suggerisca il tipo di pensieri che di solito la attraversano? Ci sono teste che indicano implacabilmente la velocità del calcolo, altre che si ostinano a seguire vecchie idee. Di questi tempi molte tradiscono l’incomprensione di fronte a una perdita continua. La tua testa, la sua dimensione e i tuoi stretti occhi azzurri mi fanno pensare che al suo interno ci siano molti mondi con cieli diversi, uno dentro l’altro: è una testa rassicurante, calma, ma abituata al sovraffollamento.</p>
<p>Vorrei chiederti cosa pensi dei tempi in cui viviamo. Gran parte di ciò che credevi stesse avvenendo nella storia, o che dovesse avvenire, si è rivelato un’illusione. Il socialismo come lo immaginavi tu non lo costruiscono da nessuna parte. Il capitalismo delle multinazionali avanza imperterrito, nonostante le contestazioni sempre più accese e la distruzione delle torri del World Trade Center. Questo mondo sovrappopolato diventa ogni anno più povero. Dov’è, oggi, il cielo azzurro che hai visto con Dino?</p>
<p>Sì, risponderai, quelle speranze sono andate in fumo, ma cambia forse qualcosa? La giustizia continua a essere una preghiera di una sola parola, come adesso canta Ziggy Marley. La storia non è altro che un insieme di speranze alimentate, perse, rinnovate. E con le nuove speranze nascono teorie nuove. Ma per chi è vittima della sovrappopolazione, per chi ha poco o nulla, se non qualche volta il coraggio e l’amore, la speranza agisce in modo diverso. La speranza diventa qualcosa da mordere, da mettere tra i denti. Non dimenticarlo, Sii realista. Con la speranza tra i denti, si ha la forza di tirare avanti anche quando la fatica non dà tregua, si ha la forza, se necessario, di trattenersi dal gridare al momento sbagliato, la forza soprattutto di non urlare. Una persona con la speranza tra i denti è un fratello o una sorella che incute rispetto. Chi non ha speranza nel mondo reale è condannato alla solitudine. Il massimo che può offrire è la pietà. E poco importa che questa speranza tra i denti sia intatta o ridotta a brandelli, quando si tratta di sopravvivere alla notte e di immaginare un nuovo giorno. Hai un po&#8217; di caffé?</p>
<p>Vado a prepararlo.</p>
<p>Lascio la veranda. Quando torno dalla cucina con due tazze in mano &#8211; di caffé turco &#8211; te ne sei andato. Sul tavolo, molto vicino al punto in cui è appiccicato il nastro adesivo, c’è un libro, aperto alla pagina di una poesia che hai scritto nel 1962:</p>
<p>Se fossi platano, riposerei alla sua ombra</p>
<p>se fossi libro</p>
<p>leggerei, senza annoiarmi, nelle notti d’insonnia</p>
<p>matita non vorrei esserlo, neppure tra le mie stesse dita</p>
<p>se fossi porta</p>
<p>mi aprirei ai buoni e mi chiuderei ai malvagi</p>
<p>se fossi finestra, una finestra spalancata, senza tende</p>
<p>porterei la città nella mia stanza</p>
<p>se fossi parola</p>
<p>invocherei il bello, il giusto, il vero</p>
<p>se fossi parola</p>
<p>direi il mio amore in un sospiro. (4)</p>
<p>(<em>gennaio 2002</em>)</p>
<p>Note:</p>
<p>1 John Berger, <em>Abbi cara ogni cosa. Scritti politici 2001-2007, </em>traduzione e cura di Maria Nadotti, Fusi orari, I libri di Internazionale, 2007, pp. 28-35.</p>
<p>2. Nazim Hikmet, <em>9-10 pm. Poems</em>, traduzione inglese di Randy Blasing e Mutlu Konuk, Persea Books, Londra, 1994</p>
<p>3. Nazim Hikmet, <em>On a Painting by Abidine, Entitled “The Long March”</em>, traduzione inglese di John Berger</p>
<p>4. Nazim Hikmet, <em>Under the Rain</em>, traduzione inglese di Özen Ozüner e John Berger</p>
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		<title>Nazim e John, I</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Sep 2007 16:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[john berger]]></category>
		<category><![CDATA[nazim hikmet]]></category>
		<category><![CDATA[Tina Nastasi]]></category>
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					<description><![CDATA[[ricevo e pubblico molto volentieri questo pezzo da T. N., a.s.] di Tina Nastasi Quando si racconta una storia … A lungo ho frequentato silente e pressoché invisibile il blog di Nazione Indiana. C’è un nome nel gergo della rete per indicare i “guardoni” come me, ma io non lo ricordo perché ritengo di essere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[ricevo e pubblico molto volentieri questo pezzo da T. N., a.s.]</em></p>
<p><strong>di Tina Nastasi </strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="http://web.ncf.ca/ek867/hikmet.jpg" alt="" width="220" height="279" align="left" /></p>
<p align="center">Quando si racconta una storia …</p>
<p>A lungo ho frequentato silente e pressoché invisibile il blog di Nazione Indiana. C’è un nome nel gergo della rete per indicare i “guardoni” come me, ma io non lo ricordo perché ritengo di essere più una tartaruga che una guardona. Lentamente considero e mi muovo nello spazio delle parole. Raramente, ai giorni nostri, mi è stato dato di trovare una porzione di questo tipo di spazio dedicato all’inutilità e all’utopia: Nazione Indiana ne rappresenta, ai miei occhi, un chiaro e limpido esempio.</p>
<p>A lungo, ma con la clessidra del tempo infissa nelle tempie, mi sono chiesta cosa potevo offrire agli arguti lettori che siete tutti voi di Nazione Indiana. Come potevo diventare “noi” con voi? Difficile scegliere una lettura per un primo incontro con dei lettori difficili: le nostre passioni ci dividono.</p>
<p>Per noi contemporanei quel “noi” ha ancora ben poche virtù: più spesso che no, lo rendiamo monarchico a nostra insaputa e lo riempiamo di un “io” che non sa più librarsi nella leggerezza dell’aria (pensieri, idee, sogni e desideri, sentimenti e azioni) e che rimane ancorato, o, meglio, impigliato nelle cose di ogni giorno.</p>
<p>Provengo da una terra straniera e conosco il mare che si rivolge a sudovest. Quest’estate ho gettato uno sguardo verso nordest e ho incontrato le poesie di Nazim Hikmet, ho ascoltato le parole di John Berger.</p>
<p>Se pensiamo che la confusione in cui siamo costretti a vivere oggi, forse come ieri, origina dal far di se stessi ogni ora un partito, in qualche modo ho dato corpo a quel che diceva Vladimir Vladimirovič Majakovskij</p>
<p>«Non ti chiudere nelle tue stanze, partito, rimani vicino ai ragazzi di strada»</p>
<p>In qualche modo, Nazim Hikmet e John Berger sono dei ragazzi di strada, vicini ai ragazzi di strada.</p>
<p><span id="more-4486"></span></p>
<p>Nel 1925 Hikmet organizza a Istanbul il primo teatro operaio, seguendo gli insegnamenti (o capricci?) di quel teatrante russo, Vsevolod Emil’evič Mejerchol’d, che aveva aperto “nuove possibilità di lavorare con e per il pubblico” e che “aveva pagato con la vita queste nuove possibilità”. Le relazioni del poeta con il governo turco sono tutto fuorché diplomatiche: scritti nel suo destino sono la prigione e l’esilio in tutta l’Europa.</p>
<p>Negli anni Quaranta del Novecento Mejerchol’d è morto, il suo Teatro a Mosca è stato chiuso, Hikmet è in prigione e viene interrogato per settimane nell’alto rango di prigioniero politico.</p>
<p>Negli anni Quaranta, alla fine della sua adolescenza, Berger conosce Hikmet (a distanza, malgrado la prigionia, leggendone le poesie) e, superati i quarant’anni, sceglie la sua destinazione (che in fondo, se vi piace, è una pezzo del destino) : Quincy, una piccola comunità fra le Alpi francesi, un semplice villaggio di allevatori e contadini ancorato al passato, e da lì il suo sguardo sul mondo, teso in un continuo viaggiare nomade all’insegna della militanza letteraria.</p>
<p>Sono entrambi due straordinari narratori di storie: sfido a intuire, di verso in verso, di riga in riga, quale strada prenderà la storia. Vagabondi del pensiero e viaggiatori del tempo, solo cinque lustri li separano: una ben misera distanza.</p>
<p>Ascoltate le loro voci e buona lettura a tutti.</p>
<p>5. “Direi il mio amore in un sospiro” (1)</p>
<p><em>Venerdì</em>.</p>
<p>Nazim, ho perso un amico e vorrei piangerlo con te, che hai condiviso con noi tante speranze e tanti lutti.</p>
<p>Il telegramma è arrivato di notte,</p>
<p>soltanto tre sillabe:</p>
<p>“È morto”. (2)</p>
<p>Sono in lutto per il mio amico Juan Muñoz, un artista meraviglioso, scultore e autore di installazioni, morto ieri su una spiaggia spagnola, a quarantotto anni.</p>
<p>Vorrei parlarti di una cosa che mi lascia perplesso. Quando qualcuno muore di morte naturale, che è altra cosa dalla morte per persecuzione, assassinio o fame, la nostra prima reazione è di sconcerto, a meno che non si tratti di una persona che soffriva da molto tempo. Poi si prova un mostruoso senso di perdita, soprattutto se si tratta di una persona giovane.</p>
<p>Spunta l’alba</p>
<p>ma la mia stanza</p>
<p>è fatta di una lunga notte. (3)</p>
<p>Infine arriva il dolore, che si annuncia infinito. Eppure, insieme al dolore, giunge furtivo qualcos’altro, che somiglia a uno scherzo (Juan era un gran burlone) ma non lo è, qualcosa che provoca una sorta di allucinazione, un po’ come il gesto del prestigiatore con il fazzoletto alla fine di un numero, una specie di leggerezza in totale contrasto con ciò che si prova. Capisci cosa voglio dire? Questa leggerezza è un capriccio o un nuovo insegnamento?</p>
<p>Cinque minuti dopo averti rivolto questa domanda, ricevo un fax di mio figlio Yves, che ha appena scritto qualche riga in ricordo di Juan:</p>
<p>Apparivi sempre</p>
<p>con una risata</p>
<p>e un nuovo trucco.</p>
<p>Sparivi sempre</p>
<p>lasciando le tue mani</p>
<p>sulla nostra tavola.</p>
<p>Sparivi sempre</p>
<p>lasciando le tue carte</p>
<p>nelle nostre mani.</p>
<p>Ri-apparirai</p>
<p>con una nuova risata</p>
<p>che sarà un trucco.</p>
<p><em>Sabato</em>.</p>
<p>Non sono sicuro di aver mai incontrato Nazim Hikmet. Giurerei di sì, ma non riesco a trovarne le prove. Credo sia stato a Londra, nel 1954. Quattro anni dopo la sua scarcerazione, nove anni prima della sua morte. Parlava a un raduno politico in Red Lion Square, a Londra. Disse poche parole, poi si mise a leggere delle poesie. Alcune in inglese, altre in turco. Aveva una voce potente, calma, estremamente personale e molto musicale. Una voce che non sembrava uscirgli dalla gola, almeno non in quel momento. Pareva che avesse in petto una radio, che accendeva e spegneva con una delle sue mani grandi e leggermente tremanti. Non riesco a descriverlo bene, perché la sua presenza e la sua sincerità erano talmente evidenti. In uno dei suoi lunghi poemi Hikmet descrive sei persone che in Turchia, all’inizio degli anni Quaranta, ascoltano alla radio una sinfonia di Shostakovič. Tre di loro sono (come lui) in carcere. La trasmissione è in diretta: la sinfonia viene eseguita a Mosca, a migliaia di chilometri di distanza. Mentre lo ascoltavo in Red Lion Square, avevo l’impressione che anche le sue parole arrivassero dall’altro capo del mondo. Non perché fossero difficili da capire (non lo erano), e neppure confuse o stanche (erano temprate dalla resistenza), ma perché le declamava come se volesse trionfare sulle distanze e trascendere infinite separazioni.</p>
<p>Il <em>qui</em> di tutte le sue poesie è altrove.</p>
<p>A Praga passa una vettura</p>
<p>una carretta tirata da un solo cavallo</p>
<p>davanti al cimitero ebreo.</p>
<p>La carretta è carica di nostalgia d&#8217;un&#8217;altra città,</p>
<p>e il carrettiere sono io &#8230;. (4)</p>
<p>Perfino seduto sul podio, prima di alzarsi per prendere la parola, si intuiva che era un uomo insolitamente alto e robusto. Non per nulla lo chiamavano “l’albero dagli occhi blu”. Quando era in piedi sembrava leggerissimo, così leggero da rischiare di volar via.<br />
Forse non l’ho mai incontrato, perché mi sembra strano che a un raduno organizzato a Londra dal movimento internazionale per la pace Hikmet fosse ancorato al palco con delle funi per non farlo decollare. Eppure è proprio quello che ricordo. Appena le pronunciava, le sue parole salivano al cielo &#8211; era un raduno all’aperto &#8211; e il suo corpo sembrava volerle seguire, mentre volavano sempre più in alto, al di sopra della piazza, al di sopra delle scintille dei vecchi tram di Theobalds Road, soppressi tre o quattro anni prima.</p>
<p>Sei in un villaggio di montagna</p>
<p>in Anatolia</p>
<p>sei la mia città,</p>
<p>la più bella e la più infelice.</p>
<p>Sei un grido d&#8217;aiuto, sei il mio paese;<br />
i passi che corrono verso di te sono i miei. (5)</p>
<p><em>Lunedì mattina</em>.<br />
I poeti contemporanei che hanno contato di più nell’arco della mia lunga vita, li ho letti quasi tutti in traduzioni, raramente nella loro lingua originale. Credo che nessuno avrebbe potuto dire lo stesso prima del Novecento. Per secoli si è discusso se la poesia fosse traducibile o no, ma erano discussioni “da camera”. Nel corso del Novecento molte camere sono finite in macerie. I nuovi mezzi di comunicazione, la politica globale, gli imperialismi e i mercati mondiali hanno fatto incontrare in modo indiscriminato e assolutamente senza precedenti milioni di persone e ne hanno separate altrettante. Le aspettative della poesia sono cambiate: sempre di più la poesia migliore ha contato su lettori sempre più lontani.<br />
Le nostre poesie</p>
<p>come pietre miliari</p>
<p>devono segnare la strada. (6)<br />
Nel Novecento, molti versi di nuda poesia sono stati tesi tra continenti diversi, villaggi abbandonati e capitali lontane. Tutti voi, Hikmet, Brecht, Vallejo, Attila József, Adonis, Juan Gelman &#8230; lo sapete bene.</p>
<p><em>Lunedì pomeriggio</em>.</p>
<p>Fu alla fine della mia adolescenza che lessi per la prima volta alcune poesie di Nazim Hikmet. Erano uscite su un’oscura rivista letteraria internazionale, pubblicata a Londra sotto l’egida del Partito comunista britannico. Io ero un suo assiduo lettore. La linea del partito in materia di poesia faceva vomitare, ma spesso le poesie e i racconti pubblicati erano esaltanti.</p>
<p>All’epoca, a Mosca, Mejerchol’d era già stato giustiziato. Se penso a lui proprio ora è perché Hikmet lo ammirava e ne fu molto influenzato quando andò a Mosca per la prima volta all’inizio degli anni Venti.<br />
“Devo molto al teatro di Mejerchol’d. Nel 1925, tornato in Turchia, ho organizzato il primo teatro operaio in uno dei quartieri industriali di Istanbul. Lavorando in quel teatro come direttore e scrittore, ho capito che era stato Mejerchol’d ad aprirci nuove possibilità di lavorare con e per il pubblico”.</p>
<p>Dopo il 1937, Mejerchol’d aveva pagato con la vita queste nuove possibilità, ma a Londra i lettori della rivista non lo sapevano ancora.</p>
<p>Quel che mi colpì nelle poesie di Nazim Hikmet, a quella prima lettura, fu il loro spazio: ne contenevano più di tutta la poesia che avevo letto fino ad allora. Non lo descrivevano, lo attraversavano, scavalcavano le montagne. Parlavano anche di azione. Parlavano di dubbi, solitudine, lutto, tristezza, ma i sentimenti seguivano l’azione invece di prendere il suo posto. Spazio e azione vanno di pari passo. La loro antitesi è la prigione ed è nelle carceri turche che Hikmet, da prigioniero politico, ha scritto metà delle sue opere.<br />
<em>Mercoledì</em>.<br />
Nazim, voglio descriverti il tavolo su cui sto scrivendo. È un tavolo da giardino bianco, di metallo, di quelli che si vedono davanti agli <em>yali</em> sul Bosforo. Si trova nella veranda coperta di una casetta alla periferia sudest di Parigi. La casa è stata costruita nel 1938, come tante altre fabbricate nella stessa zona in quegli anni e destinate ad artigiani, commercianti e operai qualificati. Nel 1938 tu eri in prigione. Un orologio era appeso a un chiodo sopra il tuo letto. Nella sezione sopra la tua, tre criminali in catene aspettavano la loro condanna a morte.</p>
<p>Su questo tavolo ci sono sempre troppe carte. Ogni mattina, per prima cosa, sorseggiando il caffé, tento di rimetterle in ordine. Alla mia destra c’è una pianta in un vaso: sono sicuro che ti piacerebbe. Ha delle foglie molto scure. La parte inferiore ha il colore delle susine selvatiche, sulla parte superiore la luce le ha &#8220;macchiate&#8221; di un colore più cupo. Le foglie sono raggruppate a tre a tre, come se fossero farfalle notturne &#8211; la grandezza è identica &#8211; che succhiano il nettare dallo stesso fiore. La pianta ha dei fiori molto piccoli, rosa e innocenti come la voce dei bambini delle elementari che imparano una canzone. È una specie di trifoglio gigante. Viene dalla Polonia, dove la chiamano <em>koniczyna</em>. Me l’ha regalata la madre di un amico, che l’ha coltivata nel suo giardino vicino alla frontiera con l’Ucraina.</p>
<p>Quella donna ha due occhi di un azzurro straordinario e non può fare a meno di toccare le sue piante quando attraversa il giardino o si muove per la casa, come certe nonne che non riescono a trattenersi dall’accarezzare la testa dei nipotini.</p>
<p>Mia amata, mia rosa</p>
<p>il mio viaggio nella pianura polacca è iniziato:</p>
<p>sono un bambino felice e sbalordito</p>
<p>un bambino</p>
<p>che guarda il suo primo libro con le figure</p>
<p>di uomini</p>
<p>animali</p>
<p>oggetti, piante. (7)</p>
<p>Quando si racconta una storia, tutto dipende da cosa tiene dietro a cosa. L’ordine più autentico è di rado ovvio. Si scopre a forza di tentativi. Spesso facendo e disfacendo. Ecco perché sul tavolo ci sono anche un paio di forbici e un rotolo di nastro adesivo. Non ho uno di quegli aggeggi che servono a tagliare facilmente i pezzi di scotch. devo usare le forbici. Il difficile è trovare la fine del nastro per srotolarlo. La cerco impaziente con le unghie e m’innervosisco. Così, quando la trovo, la appiccico al bordo del tavolo, lascio che il nastro si srotoli fino al pavimento, e lo abbandono lì a penzolare.</p>
<p>A volte esco dalla veranda e mi sposto nella stanza accanto, dove chiacchiero, mangio o leggo il giornale. Qualche giorno fa ero seduto in questa stanza quando qualcosa, muovendosi, ha attirato il mio sguardo. Una minuscola cascata d’acqua luccicante scendeva, ondeggiando, verso il pavimento della veranda vicino alle gambe della mia sedia vuota davanti al tavolo. I torrenti alpini cominciano così.</p>
<p>A volte un rotolo di scotch agitato da uno spiffero della finestra può muovere le montagne.<br />
Note</p>
<p>1 John Berger, <em>Abbi cara ogni cosa. Scritti politici 2001-2007, </em>traduzione e cura di Maria Nadotti, Fusi orari, I libri di Internazionale, 2007, pp. 28-35</p>
<p>2 Nazim Hikmet, <em>The Moscow Symphony</em>, traduzione inglese di Taner Baybars, Rapp and Whiting Ltd, Londra, 1970</p>
<p>3 Ibid.</p>
<p>4 Nazim Hikmet, <em>Ore di Praga</em>, in <em>Poesie</em>, traduzione di Joyce Lussu e Velso Mucci, Newton Compton Editori, Roma, 1972, p. 71</p>
<p>5 Nazim Hikmet, <em>You</em>, traduzione inglese di Randy Blasing e Mutlu Konuk, Persea Books, Londra, 1994</p>
<p>6 Traduzione inglese di John Berger</p>
<p>7 Nazim Hikmet, <em>Letters from Poland</em>, traduzione inglese di John Berger</p>
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