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	<title>tiziano scarpa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Consigli ai principi vittoriosi</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Dec 2018 06:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(post pubblicato da Tiziano Scarpa il 20 aprile 2003) di Niccolò Machiavelli Vale davvero la pena di raccontare questa cosa, anche perché venga imitata da altri capi di Stato, perciò non la voglio tralasciare. Il duca Valentino prese la Romagna e trovò che era stata governata da signori impotenti: più che correggere, avevano spogliato i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(post pubblicato da Tiziano Scarpa il 20 aprile 2003)</p>
<p>di <strong>Niccolò Machiavelli</strong></p>
<p>Vale davvero la pena di raccontare questa cosa, anche perché venga imitata da altri capi di Stato, perciò non la voglio tralasciare.</p>
<blockquote><p>Il duca Valentino prese la Romagna e trovò che era stata governata da signori impotenti: più che correggere, avevano spogliato i loro sudditi, avevano procurato materia di contesa invece che d’intesa, tanto che quella provincia era tutta piena di ladrocini, risse e ogni genere di prepotenze. Per renderla pacifica e obbediente al braccio regale, il duca giudicò necessario darle un buon governo. Perciò vi mise a capo messer Remirro de Orco, uomo crudele e sbrigativo, al quale diede pieni poteri. Costui in poco tempo la rese pacifica e unita, riscuotendo moltissima considerazione. Dopodiché il duca ritenne che un’autorità così esagerata non fosse più necessaria, perché temeva che diventasse odiosa. Allora istituì un tribunale civile al centro della provincia, con un presidente molto in gamba, presso il quale ogni città aveva un suo rappresentante. E siccome sapeva bene che l’inflessibilità recente gli aveva procurato qualche odio, per svelenire gli animi di quelle popolazioni e accattivarsele completamente, volle far vedere che, se qualche crudeltà c’era stata, non era scaturita da lui, ma dall’aspro carattere del ministro. E non appena gli si presentò l’occasione giusta, lo fece mettere una mattina, a Cesena, tagliato in due sulla piazza, accanto a un pezzo di legno e un coltello insanguinato. La ferocia di questo spettacolo fece restare quelle genti al tempo stesso soddisfatte e attonite.</p></blockquote>
<p>Dal Principe, capitolo VII.<br />
Traduzione di T. S.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>una rete di storie festa di Nazione Indiana 2017</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2017 05:00:42 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png" alt="" width="351" height="501" class="alignleft size-full wp-image-70247" style="float: left; margin: 10px;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png 351w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie-210x300.png 210w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></a> Nella sua storia lunga ormai ben 14 anni <strong>Nazione Indiana</strong> ha pubblicato più di 10.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica con quasi 150.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La <strong>Redazione</strong>, composta attualmente da 25 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Italia, Francia, Inghilterra e America, dal 2010 ogni anno sente il bisogno di organizzare un evento festa-convegno, per calarsi nella realtà, guardarsi in faccia, sentire le voci, suscitare dibattiti dal vivo. Quest&#8217;anno ha scelto la moderna cornice della ⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Mediateca Montanari di Fano</strong></a>, che <strong>sabato 28</strong> e <strong>domenica 29 ottobre 2017</strong> le ha aperto i suoi spazi con grande disponibilità. L&#8217;evento <strong>UNA RETE DI STORIE</strong>, realizzato grazie alla collaborazione dell&#8217;<strong>Assessorato alla Biblioteche del Comune di Fano</strong> e della <strong>Mediateca Montanari-Memo</strong>, storie raccontate in rete, che “fanno rete” tra di loro e con il mondo, si articotla fra appuntamenti più specificamente letterari e temi di attualità. Dei numerosi redattori parteciperanno <strong>Gianni Biondillo, Francesco Forlani, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Renata Morresi, Orsola Puecher, Jan Reister, Giacomo Sartori, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta.</strong><span id="more-70180"></span><br />
&nbsp;<br />
<strong>Sabato 28 ottobre</strong> alle <strong>ore 16</strong> in<strong> RACCONTARE LA STORIA</strong> si discuterà dei rapporti fra letteratura e Storia con letture, performance e interventi multimediali e, dopo un <strong>Buffet</strong> per gli intervenuti, alle <strong>ore 21</strong> in <strong>CALUMET VOLTAIRE cabaret letterario</strong> si avvicenderanno letture e performance, con accompagnamento e improvvisazioni musicali di <strong>Ettore Mazzoli </strong>e <strong>Fabio Strinati</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 10.30</strong> si parlerà de <strong>IL TRAUMA DEL TERREMOTO</strong>, un tema anche geograficamente molto vicino, dal punto di vista della storie e delle esperienze individuali, con <strong>Emanuela Baldi, Lidia Massari, Adelelmo Ruggieri e Anna Tellini</strong>.<br />
&nbsp;<br />
Al pomeriggio alle <strong>ore 15</strong> in <strong>STORIE DI EMIGRAZIONE</strong>, sul tema dei <strong>minori migranti non accompagnati</strong>, l&#8217;anello piu&#8217; debole e indifeso della attuale crisi, dopo la proiezione del Documentario UNICEF, <strong>“Invisibili. Non è un viaggio, è una fuga”</strong>, ci sarà un dibattito. Il giornalista <strong>Giuseppe Acconcia</strong>, esperto di Islam e Medio oriente e il giornalista francese <strong>Olivier Favier</strong>, che racconterà della sua pluriennale esperienza accanto ai migranti e della situazione in Francia riguardo all’affido di questi bambini e ragazzi, si confronteranno  con <strong>Andrea Nobili</strong>, <strong>Garante per i diritti dei minori delle Marche</strong>, regione che ha avviato da poco un progetto sull’affido.<br />
&nbsp;<br />
In contemporanea. sempre alle <strong>ore 15</strong>, ci sarà <strong>STORIA DI UN SOGNO</strong> un evento gioioso e divertente con l’attore clown giocoliere <strong>Filippo Brunetti</strong>, dedicato ai bambini dai 3 anni in su.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_70316" aria-describedby="caption-attachment-70316" style="width: 688px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg" alt="" width="688" height="983" class="size-full wp-image-70316" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg 688w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale-210x300.jpg 210w" sizes="(max-width: 688px) 100vw, 688px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70316" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_70189" aria-describedby="caption-attachment-70189" style="width: 635px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png" alt="" width="635" height="907" class="size-full wp-image-70189" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png 635w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer-210x300.png 210w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70189" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<center><big><strong>CONFERMATE LA VOSTRA PRESENZA!<br />
RESTATE AGGIORNATI SUL PROGRAMMA!</strong></big><br />
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&nbsp;<br />
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&nbsp;</p>
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&nbsp;<br />
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&nbsp;</p>
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		<title>Cometa Del Giudice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jul 2016 12:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[I Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_63788" aria-describedby="caption-attachment-63788" style="width: 182px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-63788 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/einaudi-del-giudice-racconti-182x300.jpg" alt="einaudi-del-giudice-racconti" width="182" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/einaudi-del-giudice-racconti-182x300.jpg 182w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/einaudi-del-giudice-racconti-621x1024.jpg 621w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/einaudi-del-giudice-racconti.jpg 655w" sizes="auto, (max-width: 182px) 100vw, 182px" /><figcaption id="caption-attachment-63788" class="wp-caption-text">Daniele Del Giudice, I Racconti, Einaudi Editore, marzo 2016</figcaption></figure>
<p>di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">come cometa non sono niente, se non i nomi e le motivazioni che mi danno al passaggio, non ho volontà, non ho spiegazioni, non ho alcun fine, non ho memoria, ogni volta è una novità, come cometa, mentre mi osservano, me ne sto andando…</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Sono esattamente come comete <em>I Racconti</em> di Daniele Del Giudice, raccolti e pubblicati da Einaudi questa primavera, con la prefazione di Tiziano Scarpa.<br />
Come comete conservano e innalzano la forza dirompente dell’immaginazione, trascinano chi sta a guardare in un universo parallelo fatto di gioco e magia, fatto di luci e soprattutto ombre, di apparizioni e soprattutto fughe, di molteplici assenze e, evidentemente, di altrettante presenze umane, ingombranti, corporali.<span id="more-63787"></span><br />
Corpi provati da disagi mentali o fisici, come il protagonista quasi cieco del primo racconto, <em>Nel museo di Reims</em>, il cui occhio insiste e persevera in una personale e spasmodica ricerca, di colore, di soggetto, sostanzialmente di un senso, un senso ultimo alla vita, forse, trasposto per ironia della sorte in un quadro celeberrimo, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/La_morte_di_Marat">La morte di Marat</a>, che prima di essere un rivoluzionario era un medico molto impegnato proprio nella cura dei disturbi della vista.<br />
Corpi per contrasto invece dotati di abilità particolari, molto sviluppate, come l’uomo che incontriamo nel secondo racconto, <em>L’orecchio assoluto</em>, ma che disgraziatamente, perfetto capro espiatorio (involontario?) di un destino che non rispecchia mai ciò che davvero desideriamo, non farà certo una bella fine.<br />
E ancora, corpo che si prova a far tornare dall’aldilà, &#8220;solo&#8221; per la pruriginosa curiosità di vedere <em>«Com’è adesso!»</em>, ma anche corpo liquido, che si cela dietro un nick name, come in <em>Evil Live</em>, in cui dei misteriosi narratori senza volto paiono comporre a più voci la partitura di un combattimento, probabilmente letale, sicuramente &#8211; ancora una volta! &#8211; molto carnale, materico, più che intimo.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">In qualche altro luogo della Terra un&#8217;altra persona rastrema come ogni giorno il gruppo di discussione della propria ossessione, mediamente a quell&#8217;ora spazza il mare come un incrociatore, spazza e sorveglia lo specchio d&#8217;acqua delle manie condivise, ritaglia dal mare grande dell&#8217;alternativo e dell&#8217;abuso, gorgogliante chissà dove nella Rete, ciò che aspetta e desidera.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">È così che Del Giudice descrive il mondo del web, è così che rimedita la virtualità sulla pelle dei suoi personaggi, evanescenti eppure brutalmente comuni, sostanzialmente in cerca di un proprio spazio nel mondo, e soprattutto nel tempo.<br />
Ecco un altro dei temi fondamentali, un fil rouge che percorre e anima l’intera raccolta. La memoria, la storia, il passato. Mai però, espressamente, il futuro.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Così non esisteva profondità e nemmeno superficie, né prima né dopo, o meglio erano la stessa cosa, coesistendo perfettamente nella loro storia.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Questo passaggio del <em>Naufragio con quadro</em> spiega anche bene l’importanza che l’arte figurativa e più in generale le immagini tutte rivestono nella scrittura lucente e meditabonda di Del Giudice, che passa con disinvoltura dall’immedesimarsi in un esploratore perso nell’Antartide (<em>Ritornare al Sud</em>), all’analizzare minuziosamente e quasi con spirito maniacale i tratti somatici che assume il nostro volto nelle diverse occasioni che la vita ci pone davanti (<em>«Fitness» delle emozioni nel ritratto</em>).<br />
Sembrerebbe appunto senza tempo lo sguardo vivido di Del Giudice, che attraversa galassie e continenti, si sofferma come farfalla sulle epoche più antiche e subito ronza come moscone sulla sfacciata ultra modernità.<br />
Sembrerebbe, perché la sua scrittura non è mai veramente assertiva: ogni racconto, del resto, si conclude senza una vera fine, ribaltando senza posa le convinzioni che l’avevano tenuto in piedi &#8211; pure così bene! &#8211; fino a qualche riga più su.<br />
È perciò una ricerca, la sua, inesausta e inesauribile. Di cosa? Ce lo dice bene Tiziano Scarpa:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">la cosa indicibile, imprendibile, ineffabile: la più strana di tutte, la più inspiegabile, quella che illumina tutte le altre senza poter essere mai vista: la cosa gratuita, indisponibile, irreparabile: il tempo.</p>
</blockquote>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La caduta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2015 13:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[brasile]]></category>
		<category><![CDATA[Diogo Mainardi]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura contemporanea brasiliana]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[tiziano scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[venezia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=51667</guid>

					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Diogo Mainardi, La caduta, Einaudi, 2013, 155 pagine, traduzione di Tiziano Scarpa Mai come in questi anni, proprio quando barbuti professoroni dichiarano la definitiva morte del padre, c’è un florilegio di romanzi che trattano il tema della paternità. Sta quasi diventando una moda. Poi fortunatamente ci sono libri di una bellezza rara, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="CENTER"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/diogom.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-full wp-image-51668 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/diogom.jpg" alt="diogom" width="520" height="290" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/diogom.jpg 520w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/diogom-300x167.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 520px) 100vw, 520px" /></a></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER">di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><b>Diogo Mainardi, </b><i><b>La caduta</b></i><b>, </b>Einaudi, 2013, 155 pagine, traduzione di Tiziano Scarpa</p>
<p align="JUSTIFY">Mai come in questi anni, proprio quando barbuti professoroni dichiarano la definitiva morte del padre, c’è un florilegio di romanzi che trattano il tema della paternità. Sta quasi diventando una moda. Poi fortunatamente ci sono libri di una bellezza rara, che ti rimettono in pace con le letture, come <i>La caduta</i>, storia vera di Tito, un bambino che per colpa di uno sprezzante e tragico errore medico nasce afflitto da una paralisi cerebrale. A raccontarla è Diogo Mainardi, il padre.</p>
<p align="JUSTIFY">Di fronte alla disabilità del figlio Mainardi, colto da terrore panico, riorganizza la sua esistenza, diventando, negli anni, una sorta di sacerdote del culto filiale. Tito è un Dio generoso e bizzarro, puro e disarmante. Tutto, la vita quotidiana, il lavoro, gli affetti domestici, ma persino la Storia dell’intera umanità, ruota attorno alla storia di Tito. Il padre, grazie alla diversità del figlio, al suo continuo metterlo alla prova, ricostruisce la propria visione del mondo e delle sue priorità. Legge i gesti, i sorrisi, le continue cadute di Tito come un aruspice che interpreta l’oracolo volto a svelargli i misteri oltre-umani.</p>
<p align="JUSTIFY"><i>La caduta</i> non è un romanzo, non è autofiction, nega la prosa memorialistica. È scritto per punti, per illuminazioni, per aforismi. Cita artisti e filosofi, mostra opere d’arte e foto private, collega tragedie a commedie, i fatti personali a quelli collettivi. La verità e la vita sono così potenti che ogni espediente è lecito. La scrittura di Mainardi – leopardianamente – assomiglia a quella di una fiaba morale. Libro colto, scritto con una lingua semplice, diretta, senza sconti, furberie o patetismi; in certi momenti al limite del comico. Eppure di una profondità etica e di una qualità letteraria unica.</p>
<p align="JUSTIFY">Vedere le cose del mondo attraverso il precario equilibrio di Tito è comprendere come l’umanità stessa sia altrettanto precaria, sempre ad un passo dalla caduta. Sempre pronta, però, a rialzarsi. Come Tito, Dio vivente dell’eccentricità delle cose.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato precedentemente su</em> Cooperazione, <em>n°13  del 25 marzo 2014</em>)</p>
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		<title>Dieci per Elio Pagliarani</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 06:55:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[In occasione del primo anniversario della morte di Elio Pagliarni è appena uscito per la collana I domani di Nino Aragno un volume celebrativo a cura di Andrea Cortellessa, con contributi poetici, saggistici e testimoniali portati da autori e critici che ne hanno conosciuto, studiato e amato la poesia (Cetta Petrollo, Edoardo Albinati, Luca Archibugi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<pre><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/pagliarani.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-45628" alt="pagliarani" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/pagliarani.jpeg" width="200" height="260" /></a></pre>
<p><i>[In occasione del primo anniversario della morte di Elio Pagliarni è appena uscito per la collana </i>I domani<i> di Nino Aragno un volume celebrativo a cura di Andrea Cortellessa, con contributi poetici, saggistici e testimoniali portati da autori e critici che ne hanno conosciuto, studiato e amato la poesia<span id="more-45577"></span> (</i><i>Cetta Petrollo, Edoardo Albinati, Luca Archibugi, Mariano Bàino, Nanni Balestrini, Luigi Ballerini, Renato Barilli,Cecilia Bello Minciacchi, Francesca Bernardini, Gherardo Bortolotti, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Marco Caporali, Simone Carella, Biagio Cepollaro, Carla Chiarelli, Laura Cingolani, Orazio Converso, Franco Cordelli, Andrea Cortellessa, Maurizio Cucchi, Fausto Curi, Claudio Damiani, Elisa Davoglio, Carla De Bellis, Raffaella D’Elia, Cesare De Michelis, Tommaso Di Francesco, Enzo Di Mauro, Giorgio Falco, Paolo Febbraro, Giulio Ferroni, Michele Fianco, Francesca Fiorletta, Gabriele Frasca, Vincenzo Frungillo, Enzo Golino, Elio Grasso, Angelo Guglielmi, Andrea Inglese, Jolanda Insana, Niva Lorenzini, Rosaria Lo Russo, Mario Lunetta, Romano Luperini, Valerio Magrelli, Giorgio Manacorda, Massimiliano Manganelli, Francesco Muzzioli, Aldo Nove, Vincenzo Ostuni, Tommaso Ottonieri, Marco Palladini, Giorgio Patrizi, Elio Pecora, Gabriele Pedullà, Walter Pedullà, Plinio Perilli, Jonida Prifti, Laura Pugno, Massimo Raffaeli, Lidia Riviello, Tiziano Scarpa, Alberto Scarponi, Siriana Sgavicchia, Gabriella Sica, Francesco Targhetta, Alberto Toni, Roberto Varese, Carla Vasio, Sara Ventroni, Lello Voce e Ade Zeno). Un ampio percorso critico e umano per e attraverso un poeta di importanza capitale, anche per le generazioni di autori a lui successive; e allo stesso tempo un testo utile anche per un primo avvicinamento alla sua opera. Per </i>Nazione Indiana<i>, ho provato a trascegliere pochi assaggi esemplificativi. </i>AB<i>]</i><i></i></p>
<pre><span style="font-family: Georgia;font-size: 15px"> </span></pre>
<p>Da <em>Ma dobbiamo continuare. 73 per Elio Pagliarani a un anno dalla morte</em>, Aragno/I domani, 2013.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>ELIO PAGLIARANI</strong></p>
<p>Libera labirintiche litanie<br />
Inventa ignote ibridazioni<br />
Ordisce olimpici oltraggi</p>
<p>Privilegia pindariche pipate<br />
Annuncia agguerriti alfabeti<br />
Galvanizza giocose girandole<br />
Lampeggia lussureggianti lallazioni</p>
<p>Improvvisa incantevoli illusioni<br />
Abita acrobatiche allegorie<br />
Rivendica ruggenti rivelazioni</p>
<p>Accumula apocalittiche aurore<br />
Narra numinose navigazioni<br />
Incendia ipotetiche iridescenze</p>
<p style="text-align: right"><em>Nanni Balestrini</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p><strong>«Non ho capito!»</strong></p>
<p>«Non ho capito» premessa di un taciuto «ma che state<br />
combinando» fu, del monologo a pause, il punto più<br />
esplicito e lacerante. Altro che «mehr licht» (Goethe)<br />
o «What is the question» (Stein): un ricapitolo di chi<br />
nel dirci addio, con un suo garbo e ritmo da rime aspre<br />
e chiocce ci ricorda con chi abbiamo avuto a che fare:<br />
bisogna che sia robusta la poesia, se il suo fine è la gioia<br />
(«se scriverai di me dirai di gioia, e che sia gioia attiva,<br />
trionfante, che sia una barzelletta spinta, magari»),<br />
senza <em>nec ultra crepidam</em>, e con intatta la voglia di fare<br />
del valore d’uso una merce non esclusa. Ce n’è che<br />
basta per dire, rovesciando il verdetto, che tutto nella<br />
sua vita conferma il modo con cui volle prenderne<br />
commiato. «Ancora non resuscita questo Lazzaro».<br />
E «io vi dico che bisogna rompere questo sepolcro».</p>
<p style="text-align: right"><em>Luigi Ballerini</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p><strong>Dittico per Elio</strong></p>
<p style="text-align: right">s.t.t.l</p>
<pre><span style="font-family: Georgia;font-size: 15px">    
I

Cimitero di Viserba le fotografie
Di quelli che conosci o conoscevi
Zie dei padri
E vittime delle moto i transigenti
Nipoti.
A loro modo una comunità,
        Un piccolo paese,
Mentre nella metropoli di niente
Hanno conferma i vivi dei seppelliti
Nei falansteri fuori porta
O in transito verso la civiltà
Del vaso delle ceneri
In tinello.

II

Cade così non lontana
Dall’esistenza
La bestemmia a gote piene
Reiterata
Al distruttore fulmine
Che per quest’anno ha cancellato
La vendemmia a ottobre
L’acino che si gonfia.
</span></pre>
<p style="text-align: right"><em>Franco Buffoni</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p><strong>Pagliarani sul Niagara</strong></p>
<p>Parlavi dei bambini,<br />
dicevi della loro furia molecolare,<br />
davanti alla cascata,<br />
anzi, dietro il suo velo,<br />
dentro un cunicolo scavato nella roccia<br />
per sbucare sul retro delle acque.</p>
<p>Al buio, fra la guazza,<br />
con quel film bianco che scorreva in fondo<br />
velando il mondo,<br />
come ficcati dentro un ombelico,<br />
parlavi della nascita,<br />
descrivevi la nascita,<br />
affidavi alla nascita<br />
la parola segreta di ogni storia:</p>
<p>CONTINUA.</p>
<p style="text-align: right"><em>Valerio Magrelli</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">La persona, che diventa personaggio se solo ne scriviamo una riga, e che nel caso di Elio Pagliarani diventa personaggio due volte, non fu per me meno saettante del poeta. Quel che si dice personaggio – Pagliarani aveva le stimmate per esserlo. Lavorare con lui – con tale persona, con tale personaggio, così esuberante – per quindici anni, ha prodotto una quantità di aneddoti (per dire il minimo) cui gli amici più giovani hanno attinto con giusta voluttà. Poiché Elio negli ultimi anni l’ho visto poco, non posso aggiungere altri aneddoti. E poiché questa non è la sede per infine rivolgersi al poeta (in realtà non l’ho mai fatto, anche se sapevo <em>Inventario privato</em> a memoria), mi piace allora rivederlo nelle vesti di bibliofilo goloso, felice tra i suoi libri antichi e antichissimi negli intervalli d’un luminoso pranzo domenicale. Eravamo nella casa alle pendici di Monte Mario, con la moglie Cetta e la figlia Lia Rosa – con me venne Maria Pia, che per lui ha grande affetto. Aggiungo una parola sul sentimento che ho condiviso con un buon numero di persone. Di questo sentimento si parlò il giorno dell’ultimo saluto, il dieci marzo, sui gradini della Chiesa Nuova. Tutti eravamo stupiti d’esser lì, usciti da una chiesa, per quanto prestigiosa. Certo, rispettiamo le volontà familiari. Ma è proibito non pensare a Elio come a un uomo il più provvisto d’una religione laica, e solo laica. Pagliarani era fedele alle sue radici romagnole, il suo senso di giustizia era feroce e terreno. A che cosa erano dovute le sue pazze ire se non all’idea che ogni acquiescenza, ogni rinuncia, ogni mortificazione sarebbero risultate (a se stessi prima di tutti) inique, indegne, suscettibili d’altra ira, d’altro furore? Era in questo modo che anche il dieci marzo a lui pensavamo; ed è così che ora preferisco ricordarlo.</p>
<p style="text-align: right"><em>Franco Cordelli</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">Il vero battesimo, me ne rendo conto adesso, senza volerlo me l’ha dato Pagliarani. Doveva essere il Novantacinque. Tornavamo assieme in macchina da Reggio Emilia, mi aveva battezzato critico il mio primo Ricercare, ed ero tutto contento. Elio pure era tutto contento perché alla guida c’era Tommaso che, secondo lui, al volante era il migliore. Lui e Cetta stavano seduti dietro, io accanto al guidatore. Unico intruso in una macchina colma di poeti, mi sentivo in dovere di parlare di poesia. Prima Elio, a bassa voce, aveva avuto parole colme d’ammirazione per Sandro Penna e io sfoggiai un libretto fresco di stampa, il suo carteggio con Montale, dicendo qualcosa sulla bellezza di quest’amicizia fra poeti. Una cosa molto retorica, suppongo; Elio s’incazzò però non per il tono, ma per l’ignoranza. Ma come amici! Ma se Montale gli ha fatto le scarpe tutta la vita! Per la prima volta, stupefatto e terrorizzato, assistevo alla sua collera omerica; tanto urlava e si agitava che l’auto, un paio di volte, ha sbandato sensibilmente. Ecco, in quegli zigzag ho capito una cosa che nessuno mi aveva mai spiegato – che la poesia non sta tutta nei libri. La lezione di quel viaggio non era stata solo di mestiere, ma di vita.</p>
<p style="text-align: right"><em>Andrea Cortellessa</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">Ho sempre pensato che Elio Pagliarani avesse un modo tutto suo di rapportarsi alla realtà, come avvertendone il ritmo nascosto, afferrando le sfasature e le dislocazioni in cui si dispiegano le cose, le presenze umane, i linguaggi, ruminando in sé quelle sfasature e riproiettandole, complicandole espandendole nella propria voce e nella propria poesia. Una poesia dall’eccezionale tensione ritmica, che ci ha trasmesso in modo potente, vorticoso, avvolgente, straniante, tutto il senso della complicazione e della contraddizione del mondo che egli si è trovato ad attraversare e che con lui abbiamo attraversato. Elio ha conquistato questa poesia traendo frutto da quella «asimmetria» a cui l’aveva costretto, come racconta nel bellissimo <em>Pro-memoria a Liarosa</em>, la perdita di un occhio all’età di 19 mesi: questa asimmetria ha vivificato e sostenuto la sua illimitata passione «romagnola» per il presente e per la concretezza del mondo, la sua disposizione all’ascolto delle cose, delle persone, dei linguaggi, e lo ha portato a sperimentare, insieme da dentro e da fuori, l’asimmetria costitutiva del mondo e dell’esperienza. <em>Proviamo ancora col rosso</em>, Elio; proviamo a risentire la tua voce e la forza dislocante della tua poesia!</p>
<p style="text-align: right"><em>Giulio Ferroni</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">C’è una corrispondenza fra politica e poetica in Pagliarani. Come sul piano politico Pagliarani mescola istanze moralistiche, populistiche, riformatrici, interpretazione classista della storia e atteggiamenti libertari e anarchici, così su quello letterario l’accettazione di una «funzione sociale», consistente nel compito di «mantenere in efficienza, per tutti, il linguaggio», si accompagna all’esigenza di non accontentarsi della «negazione» radicale sul piano del linguaggio ma di puntare a una «opposizione» o «contrapposizione determinata», verificata sul reale, e capace di produrre «nuovi significati». Pagliarani subisce indubbiamente l’influenza della tradizione illuministica e realistica lombarda, e la fonde col proprio sperimentalismo letterario e con la forza travolgente e corporale con cui inventa il ritmo del verso soppiantando tutta una tradizione metrica di stampo lirico. Di qui un certo isolamento di Pagliarani all’interno del Gruppo 63: era troppo classista e «rivoluzionario» per i fenomenologi e i neopositivistici asettici, troppo riformista per i puri eversori del linguaggio. In fondo, almeno all’altezza della <em>Ragazza Carla</em>, è più l’erede di «Officina» (col suo moralismo e i suoi poemetti narrativi) che un seguace delle nuove teorie elaborate nella redazione del «verri». E per questo giustamente Sanguineti nella sua antologia del 1969 lo pone nella sezione dello «Sperimentalismo realistico» e non in quella della «Nuova avanguardia», dove colloca invece gli altri Novissimi. Fra <em>La ragazza Carla</em> e <em>La ballata di Rudi</em> Pagliarani è stato il maggior poeta espresso dalla temperie sperimentale del secondo Novecento, quello che in modo più realizzato e compiuto ha saputo fondere «opposizione» politica determinata e una innovazione radicale capace di portare alle estreme conseguenze la crisi del genere lirico e la negazione dell’io, non tramite lo sprofondamento in labirinti o in paludi di putredine bensì attraverso il recupero della narratività, e l’invenzione di una espressività realistica nutrita di una coralità e di un ritmo che è giusto definire epici.</p>
<p style="text-align: right"><em>Romano Luperini</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">Proviamo con l’invettiva, si disse Pagliarani, e scrisse <em>Epigrammi ferraresi</em>. Ferrarese come Savonarola, «il suo blasone», confessa il poeta evocando la bile. Che in lui rima sempre con pile, la scossa elettrica che si alterna con gli umori del fegato per fulminare le Chiese e gli Imperi di ogni tempo. Il corpo e la tecnica sono uniti dallo stesso scopo, come sempre in Pagliarani il dire e il fare, che qui si corrono incontro lungo la scorciatoia. Prima il linguaggio (l’invettiva), il significato verrà poi in uno sperimentalista le cui forme sono sempre gravide di contenuti da estrarre con dolore, sdegno e sarcasmo. Il messaggio s’è fatto più breve, appuntito, rovente e spezzato dal furore del «moralista padano» e dalla memoria del genere. La frase è una lama di coltello o mannaia <em>(«Quelli</em> sei con la mannaia furono angeli»), dove il ritmo scandisce le parole come strumento a percussione («Ancora non resuscita questo Lazzaro / Io vi dico che bisogna rompere questo sepolcro»). Se è in gioco la giustizia, tocca dire brutalmente la verità, senza timor di Dio («Tommaso Muntzer disse che cacava addosso a quel Dio che non parlava con lui»). Nel mondo nessuno può dirsi innocente: Pagliarani non salva nemmeno se stesso («Non so se avete capito: siamo in troppi a farmi schifo»). Con l’invettiva il poeta ferisce e picchia, flagella e si autoflagella. L’esperimento riesce sempre a Pagliarani: il linguaggio oggettivo incontra sempre la sua vicenda personale.</p>
<p style="text-align: right"><em>Walter Pedullà</em></p>
<p>&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">Muore un poeta, e non si può fare a meno di pensare a quel che ha significato per te, al di là della storia della letteratura, del canone, delle antologie e dei monumenti. Un pensiero semplicistico, forse, che riguarda quella cosa chiamata «vita», parola impresentabile, ma che insomma rende l’idea. Allora ripenso al mio incontro con Pagliarani, con la poesia di Pagliarani, non tanto con la sua cara persona, che ho visto qualche volta, da vecchio, quel che si dice un vecchio amabilmente burbero, con i vestiti gualciti, la voce abrasiva, le guance molli, una voce abrasiva foderata di guance molli. All’università ho registrato <em>La ragazza Carla</em> in un’audiocassetta, per poterla ascoltare con le cuffiette. Ascoltavo il poemetto di Pagliarani e riuscivo a sopportare la mia voce che lo leggeva, che lo infettava. Altri poeti invece non sopportavo che fossero infettati dalla mia voce, avrei voluto avere a disposizione una voce impersonale, assoluta, per registrare le loro poesie, invece la poesia di Pagliarani no, mi sembrava che bisognasse sentire che c’era qualcuno che la leggeva, con un’inflessione e un carattere, e allora riuscivo a sopportare persino la mia voce. Ricordo che poi l’ho pure «portato all’esame», Pagliarani, mi fecero una domanda su una poesia, era <em>provano ancora con l’oro</em>, mi chiesero di leggerla, e mi domandarono che cosa voleva dire, secondo me, provare ancora con l’oro, per una poesia, non ricordo cosa dissi ma so che non fu gran che, perciò continuai a chiedermelo, me lo chiedo ancora, che cosa significa, provare ancora con l’oro, ora che ci penso la mia vita è un tentativo di dare una risposta all’altezza di quella poesia, provare ancora con l’oro, dare fiducia all’oro, alla parola che lo nomina, che non vale niente, che non è oro, provare a vedere se dà un po’ di valore alla frase, se dà valore al provare, provo ancora a provare con l’oro, ogni volta che scrivo, che penso, che parlo, riprovo con l’oro ancora con l’oro ci provo.</p>
<p style="text-align: right"><em>Tiziano Scarpa</em></p>
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		<title>Fare l&#8217;indiano</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 07:30:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ di Gianni Biondillo (Lo scorso anno mi fu chiesto da Ranieri Polese un pezzo per il suo Almanacco che quell’anno aveva come tema l’editoria. Decisi perciò di parlare della mia esperienza sul web. Le cose che ora riporto qui non sono una novità per i lettori della rete, ma furono scritte come compendio per quelli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/ZIPPO-NATIVE.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-45159" alt="ZIPPO-NATIVE" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/ZIPPO-NATIVE.jpg" width="96" height="140" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>(<i>Lo scorso anno mi fu chiesto da Ranieri Polese un pezzo per il suo Almanacco che quell’anno aveva come tema l’editoria. Decisi perciò di parlare della mia esperienza sul web. Le cose che ora riporto qui non sono una novità per i lettori della rete, ma furono scritte come compendio per quelli della carta stampata. Le condivido ora in prossimità del <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/18/10-anni-fuori-dalla-pozzanghera-programma/">decennale </a>come viatico della festa.</i> G.B.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il dibattito culturale nel web per me &#8211; che non sono uno storico, che racconto queste cose quasi a memoria, senza neppure andare a consultare alcunché &#8211; inizia con<a href="http://www.clarence.com/contents/cultura-spettacolo/societamenti/"> <i>La Società delle menti</i></a>, rubrica fissa del portale Clarence. Non ricordo neppure se era il 2001 o l’anno appresso. Ho saputo poi che di letteratura, sociologia, filosofia, arte, etc. se ne parlava già prima, prima ancora della diffusione del web, con le BBS, con il Luther Blissett Project e con tante altre esperienze e aggregazioni attorno al nuovo mezzo tecnologico, nuovo per davvero, oggi quasi non ce ne rendiamo conto: rammento, per dire, che mi sentivo quasi un iniziato quando andavo al Centro di Calcolo del Politecnico per potermi connettere nella rete universitaria (sarà stato attorno al 1990) e comunicare con un amico che studiava alla Pennsylvania State University. Roba da film di fantascienza. Ho visto nascere il World Wide Web, ho consultato Internet anche dopo essermi laureato, l’ho usata come una gigantesca edizione delle pagine gialle, da architetto come strumento di lavoro, ma mai come qualcosa di strettamente connesso al dibattito culturale. Da questo punto di vista ero ancora troppo legato all’idea romantica delle riviste cartacee che leggevo (Nuovi Argomenti, Alfabeta, Linea d’ombra) o alla “terza pagina” dei quotidiani. Terza pagina spostata sempre più in fondo, che diventava decima, ventesima, al punto che oggi aspetto solo che venga dislocata dietro le pagine sportive, in fondo, assieme all’oroscopo, per poi sparire del tutto, definitivamente.</p>
<p>Credo cercai su Altavista (Google ancora non aveva preso piede) qualcosa attorno alla raccolta di poesie <i>Nelle galassie oggi come oggi.</i> <i>Covers</i> di Montanari, Nove e Scarpa. Trovai un pezzo di Giuseppe Genna. Divenne il mio appuntamento quotidiano. Ogni mattina, a studio, prima di scartabellare pratiche edilizie o di mettermi a disegnare passavo dalla <i>Società delle Menti</i> a vedere che aria tirava. C’era nella gestione &#8211; al contempo pop e culta &#8211; dei temi trattati da Genna una passione che sembrava ormai scomparsa dalle succitate terze (ma sempre più in fondo) pagine culturali, che apparivano al confronto bolse, rigide, ingessate. Devo dire che a distanza di oltre un decennio Genna da una parte e il collettivo <a href="http://www.wumingfoundation.com/index.htm">Wu Ming </a>dall’altra, restano sempre un passo avanti nella scoperta e declinazione ad uso culturale delle nuove tecnologie (Facebook, Twitter, etc.). Ma quello che all’epoca non sapevo è che da lì a poco mi ci sarei ritrovato immerso fino alla cintola anch’io.</p>
<p>Perché ancora non sapevo che nel novembre del 2001, dopo lo shock degli attentati terroristici dell’11 settembre, un gruppo di scrittori, poeti, intellettuali, aveva deciso di organizzare un convegno per fare il punto della situazione. <i>Scrivere sul fronte occidentale</i>, si chiamava quel guardarsi negli occhi. Decisero di utilizzare i proventi del libro che ne nacque per mettere on line una rivista, utilizzando uno strumento ancora poco frequentato in Italia, che permetteva a chiunque di pubblicare, “postare”, senza particolari conoscenze informatiche, contenuti sul web. Un blog. Inutile dire che a gestire l’operazione fu proprio<a href="http://www.giugenna.com/"> Giuseppe Genna</a>, il quale, all’ultimo, decise di defilarsi dal progetto per portare avanti una sua pagina personale. Così nacque Nazione Indiana, nel marzo del 2003. La cosa curiosa è che in teoria doveva essere rivista on line senza commenti. Ma per un errore di gestione i commenti furono lasciati aperti, credo se ne accorse Christian Raimo che ne lasciò uno, da casa sua a Roma.</p>
<p>Seguii subito Nazione Indiana come qualcosa di davvero nuovo, dirompente. Autori più o meno miei coetanei, che non riuscivano a trovare spazio nelle asfittiche pagine culturali, al posto di lagnarsi dello status quo intraprendevano percorsi alternativi, scevri da autocompiacimenti, reciproci favori, “marchette” editoriali. (Per inciso: ancora oggi vige su Nazione Indiana l’imperativo di non pubblicare recensioni che parlino di opere dei redattori o vicendevoli elogi, così come non abbiamo mai optato né per l’utilizzo di piattaforme gratuite, che implicavano la perdita della proprietà dei contenuti che abbiamo sempre considerato <i>Creative Common</i>, né abbiamo mai voluto pubblicità di alcuna sorta, sobbarcandoci gli oneri finanziari del progetto, rendendolo così libero da ogni eventuale, involontaria o meno, pressione esterna).</p>
<p>Il blog nacque in marzo. Solo a settembre, non ostante la frequentazione quotidiana, pubblicai il mio primo commento. Sentivo, ormai, di far parte di questa comunità che si disinteressava a quel principio di autorità (e autorialità) che bloccava il dibattito cartaceo e che invece, orizzontalmente, metteva assieme autori e lettori, scrittori e utenti. Il mio primo pezzo, nell’aprile 2004, fu pubblicato di rapina da Tiziano Scarpa. Si innamorò di un mio lungo e ironico commento e decise di trasformarlo in un post. In seguito postai i miei pezzi ospitato da Dario Voltolini, o da un giovane giornalista campano <i>free lance</i> che scriveva cose inaudite e rabbiose, Roberto Saviano. Pochi mesi dopo ricevetti l’invito di far parte della redazione. La cosa interessante è che io non conoscevo di persona praticamente nessuno. Lo racconto perché trovo in qualche modo esemplare, tipico, il modo in cui sono stato arruolato. Nel corso degli anni i redattori si sono avvicendati, alcuni, nel 2006 &#8211; fra cui Scarpa stesso, Antonio Moresco, Carla Benedetti (soci fondatori e appassionate anime critiche del blog) &#8211; lasciarono Nazione Indiana per contrasti interni. Contrasti espliciti, dichiarati, pubblicati sul sito stesso, nel quale nacque una discussione calda e coinvolta. Altri se ne sono aggiunti, invitati di volta in volta dalla redazione. Dei soci fondatori, dopo nove anni, sono rimasti solo Andrea Inglese e Helena Janeczeck. Eppure, non ostante la più antica critica al blog sia sempre stata che “Nazione Indiana non è più quella di una volta” (ce lo siamo sentiti ripetere già a pochi mesi dalla nascita), credo che lo spirito del blog, la sua tonalità, le sue modalità, i suoi intenti siano sempre gli stessi. Sogno, di mio, una Nazione Indiana dove nessuno dei presenti redattori sia a firmarlo, nelle mani di 20 giovani redattori, sconosciuti, pronti a portare avanti il progetto.</p>
<p>Progetto che, sinceramente, agli albori era visto dalla critica ufficiale, accademica, come qualcosa di curioso e poco interessante. Poco più di un covo di letterati freak frustrati. La stessa modalità dei commenti aperti, la critica spesso ingenerosa ai pezzi pubblicati che ne nasceva, inorridiva la vecchia guardia. E tutt’ora urtica. Anche perché, ammettiamolo, una sorta di male interpretata idea di libertà che circola dalla sua nascita su Internet trasforma, spesso, il web in un <i>far west</i> dove tutti possono dire tutto, trivialità, insulti, aggressioni, nascosti dietro l’anonimato non tanto del nome (mai avuto problemi a relazionarmi coi nickname) ma del corpo. Discutere così, a botta calda, senza guardarsi in faccia aiuta i livorosi – i “leoni da tastiera” li ha chiamati Wu Ming 3 &#8211; a scatenarsi, trasformando, spesso, lo spazio dei commenti, in tutti i blog, in un defecatoio dove c’è chi, per fare un esempio, spiega il teorema di Pitagora e chi, come se fosse sensato, dice di non essere d’accordo col filosofo greco. Ma altrettanto spesso non è così. Per me molte discussioni con gli utenti si sono trasformate in luoghi di arricchimento, di scoperta, di condivisione. Ecco, quest’aspetto giustifica, da sempre, la ragione dei commenti aperti, anche se per noi redattori significa una continua attenzione a evitare che le discussioni deraglino nell’insulto gratuito, spesso nei confronti dei meno bellicosi (io ho una procedura standard: gli insulti a me rivolti li tengo tutti, ma se viene maltrattato un mio ospite non ho problemi a cancellare il commento ingiurioso).</p>
<p>Parlo di Nazione Indiana ma questo racconto andrebbe allargato all’intero sistema di blog e siti letterari e culturali che nel frattempo stavano nascendo in quegli anni. Ognuno con la propria identità. Come <a href="http://vibrisse.wordpress.com/">Vibrisse </a>di Giulio Mozzi (precursore e grande pioniere del mezzo), <a href="http://www.zibaldoni.it/">Zibaldoni</a>, <a href="http://www.carmillaonline.com/">Carmilla on line</a>, nata per trasferire in rete una rivista cartacea diretta da Valerio Evangelisti, o come <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/">Lipperatura</a>, blog di Loredana Lipperini dal taglio giornalistico, <a href="http://www.minimaetmoralia.it/">Minima et Moralia</a>, <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/">La poesia e lo spirito</a>, <a href="http://rebstein.wordpress.com/">La dimora del tempo sospeso</a>, <a href="http://www.absolutepoetry.org/">Absoluteville</a>, <a href="http://www.ilprimoamore.com">Il primo amore</a>, fondato dagli autori che uscirono da Nazione Indiana, e tanti altri. L’elenco, il blogroll, è lungo e meriterebbe di essere fatto per intero. Anche perché l’insieme dei blog culturali ha da subito “fatto rete”: autori di un sito hanno pubblicato su un altro, oppure si sono spostati da una redazione ad un’altra, ci si è letti a vicenda, anche polemizzato, ma più spesso collaborato. Cercato, cioè, di fare massa critica.</p>
<p>Il “vecchio mondo” &#8211; fatto di critici, giornalisti, scrittori, editori &#8211; legato a ritualità novecentesche, iniziò, con lentezza e farragine a sentire il peso di questa avanguardia sgangherata che dibatteva animosamente in rete. Me ne resi conto un giorno, in libreria, quando vidi il libro di un giovane scrittore che nella quarta di copertina al posto di citare firme prestigiose della carta stampata metteva in bella evidenza i commenti positivi ricevuti dai lit-blog. “Ormai al mattino” mi disse un redattore di una grande casa editrice “iniziamo la nostra rassegna stampa accendendo il computer: cosa pubblica oggi Nazione indiana? Cosa Carmilla?”</p>
<p>Il lavoro di scouting fatto dalla rete in questi Anni Zero, dove l’editoria classica sembrava sempre più ridotta a fare cassa inseguendo gli umori del momento e chiudendo perciò tutti gli spazi possibili a scritture altre, differenti, è stato enorme. Pensiamo solo a come la più reietta, dall’editoria, delle attività di scrittura, la poesia, abbia trovato uno spazio dove esprimersi per davvero. Dalla rete sono nati autori che poi hanno trovato sbocchi editoriali. La rete ha dato attenzione ad autori che altrimenti rischiavano la smemoratezza. Anche autori internazionali, di enorme spessore (e qui, con un orgoglio un po’ beota, non ho vergogna a ricordare le traduzioni inedite di autori straordinari fatte su Nazione Indiana e poi ripubblicate, senza autorizzazione, dalla carta stampata. O i premi Nobel sconosciuti dalle pagine culturali nazionali che da noi avevano da tempo trovato spazio e recensioni).</p>
<p>Insomma, qualcosa era cambiato. Agli albori capitava sovente che pezzi pubblicati sui quotidiani venissero poi riproposti dalla rete. Nel tempo accadeva sempre più spesso il contrario: discussioni scaturite dalla rete diventavano argomenti della carta stampata. Esemplare il dibattito sul New Italian Epic che nacque in rete dal testo dei Wu Ming e che si propagò ben oltre il web diventando tema di convegni universitari non solo nazionali. E sempre più spesso autori, critici, accademici curiosi iniziarono a guardare alla rete con maggiore attenzione, intervenendo dapprima magari con automatismi professorali subito cassati da chi in rete ci stava da anni (e che ora un po’ si atteggiava da carbonaro detentore della netiquette) e poi sempre più vicino ai nuovi linguaggi e modalità. In questo modo sono nate altre realtà come <a href="http://www.doppiozero.com/">DoppioZero</a>, <a href="http://www.leparoleelecose.it/">Le parole e le cose</a>, <a href="http://www.alfabeta2.it/">Alfabeta2</a>, etc. così come chi aveva battuto da subito la strada del virtuale ha nel tempo cercato altre inclusive pratiche di scambio culturale: iniziative editoriali “tradizionali” &#8211; Il Primo Amore che diventa rivista cartacea, così come lo è Alfabeta2 &#8211;  “miste”, come le Murene, librettini pubblicati da Nazione Indiana ai quali abbonarsi on line (senza cioè la classica distribuzione in libreria) – ebook, performance, manifesti – penso all’attività del movimento <a href="http://www.generazionetq.org/">Generazione TQ</a> -, marce da nord a sud del paese – il “Cammina Cammina” organizzata da Il Primo amore -, ritrovi &#8211; penso alle Feste Indiane svolte al Castello di Malaspina in Lunigiana e all’Arci Bellezza di Milano -, e tanto altro ancora.</p>
<p>Questo per dire che ormai quelle che apparivano barriere pregiudiziali che definivano spazi incapaci di comunicare fra di loro, opposti quasi, si sono dimostrate fortunatamente fragili, creando così un modo inclusivo di concepire il campo della cultura, più ampio, variegato, ricco. Fatto di continui feedback fra i vari dispositivi di diffusione della cultura non maggioritaria, non pacificata, non arresa ai modelli omologanti imposti da un centro politico e ideologico che in questi anni difficili ha banalizzato e reso marginale l’idea di cultura in Italia.</p>
<p>Nazione Indiana ha nove anni. Non so se ci sarà ancora fra nove anni. Non so neppure cosa farò io fra nove anni, magari mi dedicherò alla danza classica, chi può saperlo. Nove anni di vita, sul web, sono un’era geologica. So che questi nove anni, a guardarli ora, retrospettivamente &#8211; ora che mentre scrivo queste righe do un occhio alla posta elettronica, leggo un messaggio su skype, controllo gli aggiornamenti sui vari lit-blog, rispondo ad un commento &#8211;  a guardarli, tutti assieme, mi sembrano passati in un soffio. Gli oltre settemila post pubblicati e le decine di migliaia di contatti unici mensili, invece, mi ricordano il lavoro enorme di resistenza culturale che siamo riusciti, redattori, ospiti e lettori, a produrre, tutti assieme. Gratis, senza alcun tornaconto, per pura militanza, per pura, anarchica felicità. Per amore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<i>pubblicato col titolo</i> C’era una volta il blog. E poi gli indiani uscirono dalle riserve,<i> in:</i> Fare libri. Come cambia il mestiere dell’editore,<i> (a cura di) Ranieri Polese, Guanda, 2012</i>)</p>
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		<title>Love Out</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Feb 2012 18:32:34 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Pierfrancesco Pacoda</strong></p>
<p>C’è una doppia, possibile interpretazione del titolo della raccolta che Mauro Baldrati ha curato per Transeuropa, <em>Love out</em>. Potrebbe essere, la frase, un riferimento alla ‘banalità’ del bene, alla sua assordante normalità, quasi che potessimo ragionare di sentimenti adattando a essi la forza ‘fredda’ delle emoticons. Potrebbe però essere, <em>Love out</em>, un invito a fare outing, a rompere l’isolamento della passione, a riappropriarsi, togliendone il predominio alle boutique del centro, della sconcertante carica in movimento del cuore.<br />
Mi viene in mente, leggendo i bei racconti che sfilano nelle pagine eleganti di <em>Love Out</em> il più retorico e sofisticato ‘esercizio di stile’ che la cultura pop ha espresso sull’amore negli ultimi decenni, la canzone dei Frankie Goes to Hollywood, <em>The Power of Love</em>, una struggente ballata  dai toni epici talmente incisiva ed evocativa da mettere insieme l’amore di Betlemme, quello sacro, e quello ‘maledetto’ dei bassifondi così amati dalla gay oriented band della new wave inglese.<br />
Così fa Baldrati nelle pagine di Love Out, mette insieme racconti e poesie, rime e storie perché<br />
scalfito dall’idea che lo slogan (come proprio la ‘popular music’ ci ha insegnato) passa indenne attraverso i tempi instabili che viviamo e ci racconta molto di più di un corposo saggio di filosofia.<br />
Soprattutto, ci racconta chi siamo quando viviamo. E quando amiamo. Proponendoci un bel catalogo di ambientazioni che noi lettori possiamo, nella grande diversità delle nostre esperienze, trovare utili per ricostruire la nostra personale trama amorosa.<br />
Voglio dire che <em>Love Out</em> è utile. Aiuta. Risponde a una funzione didattica della letteratura. Troveremo sicuramente la pagina (o la rima) che sembra scritta su misura per noi. Come se l’autore sapesse perfettamente chi siamo. E ha scritto il suo racconto osservandoci, analizzandoci, per offrirci tante possibili soluzioni ai nostri dilemmi amorosi. Che è un po’ la funzione che avevano i fotoromanzi. O le più riuscite canzoni pop. Le ballate come <em>The Power fo Love</em>. Il Potere dell’Amore.<br />
Difficile (e forse nemmeno giusto) raccontare in poco spazio tutti i temi affrontati  dal gruppo variegato e nobile di scrittori e poeti che Mauro Baldrati, uomo che ama le trame nervose ai confini della fiction di crime stories, quelle che incredibilmente quando tutto sembra perduto indicano invece una via d’uscita, ha messo insieme e ha diretto.<br />
Hanno risposto all’appello celebrità come Tiziano Scarpa, Raul Montanari, Alan Altieri, Gianluca Morozzi e giovani promesse che, stimolate dal fascino ammaliatore di un argomento così terribilmente ‘fuori moda’, hanno giocato le loro carte più ambiziose, consapevoli di essere ai confini di quel baratro chiamato luogo comune. E, ognuno con il proprio fluire linguistico, ha riportato l’amore a casa.<br />
Perché, come dice Nanni Moretti, ‘Le parole sono importanti’, ed è di questo che deve parlare la letteratura oggi, di un senso che va esaltato e divulgato, di una semplicità gioiosa, che è propria di una parola come ‘amore’. Una parola che ripetuta all’infinito, descritta e resa protagonista della vita, come fanno gli autori di Love Out, impareremo a pronunciare, dopo aver  letto questo libro, con frequenza maggiore di quanto facevamo prima.<br />
Il merito è di tutti quelli che hanno accettato di essere parte di <em>Love Out</em> (molto efficace la copertina con il cuore in rilievo)  anche un po’ del curatore al quale gli ‘happy end’ piacciono molto.<br />
I fondi ricavati dalla vendita di questo libro vengono devoluti all’Associazione Volontaria di Assistenza Socio-Sanitaria e per i Diritti di Cittadini Stranieri, Rom e Sinti.</p>
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		<title>ADIEU, VENISE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2011 11:00:37 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/il-risveglio-di-primavera1-300x226.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/il-risveglio-di-primavera1-300x226.jpg" alt="" title="il-risveglio-di-primavera1-300x226" width="300" height="226" class="alignnone size-full wp-image-40059" /></a><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Visitare il Padiglione Italia della 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia organizzato da Vittorio Sgarbi è un’esperienza abissale, nel senso che ci conduce nell’abisso della situazione intellettuale e artistica contemporanea, di cui l’Italia è un’avanguardia ormai riconosciuta in tutto il mondo.<br />
L’idea di Vittorio Sgarbi è stata quella di invitare più di 250 uomini e donne di cultura a scegliere un’opera di un artista italiano vivente e poi di riunire, o meglio, di ammassare in un unico spazio, le Corderie dell’Arsenale, tutte le opere, intitolando l’esposizione <em>L’arte non è cosa nostra</em>.<br />
Credo che, se stiamo al titolo e alla disposizione della mostra, i due intenti maggiori del curatore siano stati in primo luogo affermare che l’arte non è qualcosa che appartiene alla mafia dei critici d’arte, dei galleristi e dei collezionisti, ma a tutti gli uomini e donne di buona cultura e di buona volontà, e, in secondo luogo, che le opere d’arte, private di un giudizio critico in grado di definire una qualsiasi gerarchia di valori, possono essere collocate alla rinfusa, come qualsiasi altra merce, in un deposito.<span id="more-40058"></span><br />
La giustificazione del curatore alla morale del deposito è stata, riassumendo, la seguente: che cos’è la vita se non caos? E l’arte non è forse l’espressione del caos della vita? E che cosa fanno quei mafiosi di curatori, critici d’arte e galleristi se non mortificare la vitalità degli artisti innalzando loro dei peana in quella specie di cimiteri che sono diventati i musei? E poi chi ha detto che abbiamo bisogno che qualcuno ci ponga degli aut-aut? La sola morale della vita contro la morte è la morale del deposito, la morale, ha dichiarato Vittorio Sgarbi, dell’«et-et», che è la morale della nostra babele linguistica e culturale –  dell’integrazione e non dell’esclusione –  del nostro mondo post-comunista e post-industriale che ha abbattuto tutte le frontiere del sesso, del’età, della religione, dei costumi, della storia, delle civiltà&#8230; Insomma, la morale del Padiglione Italia della 54a Esposizione Internazionale della Biennale di Venezia è la morale della vita e del caos al tempo della morte della nozione di opera, che per sua stessa natura è un cosmo o, almeno, un tentativo di dare una forma al caos della vita. </p>
<p>***</p>
<p>La morale del deposito mi sembra celebrare lo <em>status quo</em>. Perciò non è affatto provocatoria, ma retorica. Non è affatto “reazionaria”. Non reagisce al presente, ma lo assume come paradigma: è la morale del presente assoluto. Infatti, che cosa c’è oggi di più culturalmente paradigmatico di un enorme spazio – vedi database, vedi enciclopedia digitale –, dove si affastellano centinaia e centinaia di quadri e installazioni in modo tale che nessuna opera singola possa essere distinta, separata dalle altre e diventare così degna di essere contemplata?<br />
Siamo al paradosso: un celebre critico e storico dell’arte, il curatore del Padiglione Italia Vittorio Sgarbi, organizza una mostra al fine di sottrarla alla critica (<em>krinein</em> significa discernere, separare e non giudicare) e perciò alla Storia. Come possiamo dare valore a un’opera se non la collochiamo in una continuità storica? E come possiamo collocare un’opera in una continuità storica se azzeriamo la nostra capacità critica di separarla dal flusso di tutte le altre, se non riusciamo a distinguere l’insignificante dall’essenziale?<br />
A meno che – ed è ciò che il curatore insinua allestendo il suo Padiglione Italia della Biennale come un grande deposito – lo storico e il critico d’arte abbiano già da tempo abbandonato la loro funzione di custodi del discernimento e si siano arresi all’ipertrofia della produzione artistica, all’arte ridotta a <em>décor</em>, a ornamento dell’essere, a tappezzeria dello sguardo turistico, a sfondo pubblicitario o a <em>location</em> per un’umanità di comparse che pagano il biglietto soltanto per rivedersi, una volta tornate a casa, come attori e attrici protagonisti sui loro grandi schermi al plasma.<br />
A meno che a nessuno, neppure ai critici e agli storici dell’arte, e in particolare al curatore del Padiglione Italia della Biennale, importi più un fico secco dell’arte. Perché un’opera d’arte è qualcosa di complesso e denso. E lo è in funzione anche dei suoi confini. L’opera è una <em>potenza di potenze</em> che, grazie alla sua concentrazione in uno spazio specifico, sprigiona un’immensa energia. Ora questa energia è diversa da quella di un semplice atto, uno di quegli innumerevoli gesti che compiamo perfino senza accorgercene. L’opera è un atto potente di potenzialità, allo stesso tempo deliberato e oscuro, che viene dal passato e chiede futuro. Ora, come si può accogliere la potente potenzialità di un’opera, la sua richiesta di passato e di futuro, se la morale che presiede alla sua esposizione è quella del deposito, della mancanza di confini, dell’ipertrofia e del presente assoluto?</p>
<p>***</p>
<p>Se poi con pazienza si scorre la lista degli uomini e delle donne di cultura invitati da Vittorio Sgarbi a indicare un artista da esporre al Padiglione Italia, si possono fare incontri ed incroci assai interessanti. E, prima ancora, ci si può addirittura sorprendere.<br />
Ad esempio, ci si può chiedere: che ci fanno nella lista Walter Siti, Bernardo Bertolucci, Ferzan Ozpetek, Joseph Zoderer, Mimmo Calopresti, Pasquale Pozzessere, Vincenzo Consolo, Antonio Moresco, Furio Colombo, Toni Servillo, Dario Fo, Tiziano Scarpa Tahar Ben Jelloun, Jean Clair, Sebastiano Vassalli, tutti scrittori, giornalisti, registi, attori, filosofi, poeti, uomini di teatro, studiosi e critici d’arte (ma i critici d’arte non erano stati banditi dal curatore Vittorio Sgarbi per pericolo di collusioni mafiose con gli artisti? E che ci fa nella lista lo stesso Vittorio Sgarbi? Si è autoinvitato nelle vesti di <em>anchorman</em>?) da sempre molto polemici, per non dire ostili, rispetto alla cosiddetta gestione politica della cultura italiana degli ultimi vent’anni e da questa spesso ingiustamente emarginati, combattuti o addirittura vessati? Perché hanno accettato l’invito? Non potevano dire di no?<br />
Comprendo meglio il sì di Tullio de Mauro, di Roman Vlad, di Franco Loi, di Emanuele Severino, di Ermanno Olmi, di Claudio Magris, di Andrea Zanzotto, di Ennio Morricone, di Raffaele La Capria, di Giorgio Pressburger, di Tonino Guerra e di altri <em>probi viri</em> che per età e prestigio acquisito immagino siano tirati per la giacca ogni giorno da ogni genere di individui. La questua degli opportunisti deve essere pressante, fastidiosa, a volte insopportabile. Qualche cedimento è umano.<br />
Del tutto naturale invece, secondo la prospettiva ecumenica e inclusiva dell’ «et-et» e non dell’aut-aut proposta dal curatore Vittorio Sgarbi, la presenza nella lista di personaggi del <em>gossip</em> come Vladimir Luxuria e Marina Ripa di Meana, di esponenti della musica popolare come Morgan, Battiato e Lucio Dalla, di comici come Luciana Littizzetto e Gene Gnocchi, di presentatori televisivi come Fabio Fazio, e di autorevoli esponenti del partito di governo come Sandro Bondi, già Ministro della Cultura e poeta in grado di rinnovare in solitudine la sepolta tradizione della poesia bucolica italiana.</p>
<p>***</p>
<p>Mentre mi aggiravo nel Padiglione ho pensato a Baudelaire – qualcuno a cui cerco di rimanere aggrappato allorché mi sforzo di leggere l’arte contemporanea non come un atollo disperso nell’oceano della storia dell’arte senza legami con i secoli precedenti – e ai suoi resoconti al direttore della «Revue Française» negli anni Cinquanta del XIX secolo. Per lui l’artista si era già all’epoca colpevolmente trasformato in un «adolescente viziato» per il quale l’immaginazione, invece di essere concepita come «regina delle facoltà», era diventata un «pericolo e una fatica», mentre lo studio del passato addirittura «tempo perso». Molte opere del Padiglione Italia mi hanno ricordato anche la celebre frase di Joseph Beuys, proferita alla fine degli anni Sessanta del XX secolo, tanto vuota quanto profetica: «Ogni uomo è un artista; tutto ciò che fate è arte». Mi sono chiesto: di quale modernità vogliamo essere figli? Di quella di Baudelaire o di quella di Beuys?<br />
Quello che è certo è che grazie a Beuys &#038; Company oggi, agli inizi del XXI secolo, la morale del deposito e del presente assoluto è diventata la morale dell’arte e il mestiere dell’artista sempre più prossimo a quello del <em>broker</em>. </p>
<p>***</p>
<p>Tuttavia, in apparente contraddizione con la tradizione beuysiana del «basta vivere e sarete artisti», girovagando nel bazar Italia della Biennale, ho riscontrato la presenza minacciosa di un altro genere di artisti, non qualificabili come «adolescenti viziati», ma piuttosto come <em>adulti anacronistici</em>, molto simili a coloro che Baudelaire avrebbe definito «copisti del dizionario», dove il dizionario è il mondo espunto da ogni circostanza, da ogni transitorietà. In altre parole: artisti per i quali il presente è «tempo perso».<br />
M&#8217;imbatto in un pastello di Monica Ferrando, dove una ragazza ricoperta da una tunica bianca sembra stia cogliendo qualcosa, forse un fiore. L’uso dei pastelli mi suggerisce la volontà da parte dell’artista di lasciarsi alle spalle decenni e forse un secolo di esperimenti tecnici su materiali i più disparati, che ne so, mi vengono in mente i “sacchi” di Burri, o le “sabbie” di Carmassi. Bene, ma da qualcuno che desidera ricominciare dai fondamenti, pretendo almeno che l’anatomia del corpo umano abbia il suo peso e che il paesaggio non sia un misto di affettazione impressionistica e illustrazione fiabesca&#8230; Mi ricorda, in bruttissima copia, alcuni pastelli di Ruggero Savinio. Poi leggo che Monica Ferrando ha tratto il pastello da un libro composto a quattro mani con Giorgio Agamben – che l’ha scelta come artista per il Padiglione Italia – intitolato <em>La ragazza indicibile</em>. La ragazza in questione è Kore-Persefone: storia di rapimenti, stupri, discese all’Ade, ritorni sulla Terra, e soprattutto di misteri, quelli Eleusini. Forse Monica Ferrando, attraverso la sua opera, ha voluto riportare il suo e il nostro sguardo non solo sull’archetipo femminile, ma su ciò che gli iniziati vedevano e tacevano. Tuttavia, qui non ci si trova alle soglie di Eleusi, ma <em> sumus in Arcadia</em>. Dopo qualche minuto, vedo un paio di quadri di Silvio Lacasella, quei suoi pronunciamenti paesaggistici da artista appartato ed epigonale, che devono a Guccione quasi tutto, compreso quel minimo di scatto meditativo. Chi ha scelto Lacasella? Vado a vedere. Interessante e sorprendente! Due poeti molto stimati, Magrelli e Bandini, amano lo stesso pittore. Mi chiedo: può un ottimo poeta amare un artista mediocre? Sì, perché le storie delle arti seguono ritmi diversi e spesso sono soggette a discrasie temporali che non permettono all’inquilino del primo piano di salire ogni giorno dall’inquilino del secondo per chiedergli come sta, né a quello del secondo di bussare con insistenza alla porta di quello del terzo per sapere se ha letto il suo ultimo libro, senza contare che quello del terzo può essere sordo e perciò non sentire nulla, così quando aprirà la porta per scendere giù, l’inquilino del secondo piano se ne sarà già andato al lavoro, etc.<br />
Infine mi blocco davanti a un quadro di Paolo Giorgi, <em>Il risveglio della primavera</em>. Il pittore, in sintonia sia con la stanchezza generale rispetto alle difficili vie dell’arte modernista, sia con il rifiuto dell’eterna <em>trouvaille</em> di molta parte dell’arte contemporanea, sia infine, forse aderendo a suo modo all’ennesima dichiarazione di ritorno alla realtà (l’eterno realismo italiano!) da parte di qualche gruppo di trentenni e quarantenni alla ricerca di rispettabilità, presenta uno stupefacente interno con al centro una ragazza dallo sguardo malinconico distesa su un sofà con tanto di carta da parati al muro e un quadro in cui si vede un panorama di Roma dalla terrazza del Pincio. Di che si tratta? Della mancata lezione di Ugo Attardi che approda all’iconografia illustrativa di Gigino Falcone? Di un frutto di <em>art pompier</em> maturato fuori tempo massimo? O di un’opera concepibile soltanto nel tempo perduto e ovattato di un salotto romano, mentre all’esterno le proteste di migliaia di giovani malinconici hanno trasformato Piazza Venezia in un suburbio di Londra o Los Angeles?<br />
Una sorpresa ulteriore la ricevo appena leggo che Giorgi è stato scelto per il Padiglione Italia sia da Corrado Augias che da Gianni Letta, come dire dalla sinistra e dalla destra italiane perbene e colte. Forse mi sbaglio, ma, tra un salotto e un altro, televisivo o con vista sul Pincio, questo mi sembra un segno inequivocabile di un’ormai definitiva assenza di confini anche in politica.<br />
La destra e la sinistra benpensante frequentano gli stessi salotti e amano gli stessi artisti. D’altra parte, destra e sinistra, in Italia come nel resto d’Europa, una volta al potere, hanno fatto a gara negli ultimi venti anni a occuparsi di arte contemporanea, soprattutto da quando hanno scoperto che di fronte all’opinione pubblica tale propaganda permetteva loro di vestire i panni delle persone di spirito, aperte, moderne (anche nel XXI secolo «il faut être absolument moderne»). Poco importa se nel frattempo le poche Scuole d’arte cadevano a pezzi e i programmi di insegnamento della storia dell’arte si facevano sempre più risibili.<br />
Resto fedele a Josip Brodskji: l’estetica viene prima di tutto, dell’economia, dell’etica, della politica. Non posso aspettarmi nulla di nuovo – nessuna creazione politica, nessuna vera critica al liberalismo finanziario che distrugge il mondo, nessuna riflessione contro l’ideologia progressista che pensa di salvarlo affrancando la tecnica da ogni misura umana – da chi condivide un gusto estetico così anacronisticamente adulto o così viziato dalla mancanza di immaginazione.<br />
Se l’artista non è mai fino in fondo figlio del proprio tempo, lo è in ragione del fatto che la sua opera è un concentrato di potenzialità immaginative che vengono dal passato e che chiedono futuro. Se l’opera ci dice qualcosa del presente è in virtù proprio di questa duplice apertura.<br />
Ma a Venezia, al Padiglione Italia della 54a esposizione internazionale della Biennale d’arte, non c’è futuro e neppure passato. Qui uomini e donne di cultura si aggirano nel deposito del presente assoluto.</p>
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		<title>Sono tornate le riviste? (23 novembre a Torino)</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Nov 2010 18:10:32 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/sparajuri-II.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-37269" title="sparajuri II" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/sparajuri-II-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/sparajuri-II-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/sparajuri-II.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a>23 novembre</strong>, PalazzoNuovo, via san Ottavio 20, Torino</p>
<p style="text-align: center;"><strong>ore 18</strong> aula 6</p>
<p style="text-align: center;">Sono tornate le riviste letterarie.</p>
<p style="text-align: center;">Qual è il loro ruolo oggi, nel panorama culturale e sociale del nostro paese?<br />
Quale sguardo o linguaggio proiettano nella e della realtà?</p>
<p style="text-align: center;">Un confronto aperto, una discussione animata e molto attuale con <strong>Tiziano Scarpa</strong>, <strong>Andrea Inglese</strong> e <strong>Sparajurij</strong>, redattori de <a href="http://www.ilprimoamore.com/">&#8220;Il Primo Amore&#8221;</a>, <a href="http://www.alfabeta2.it/">&#8220;Alfabeta2&#8221;</a> e <a href="http://www.attimpuri.it/">&#8220;Atti Impuri&#8221;</a>.</p>
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		<title>l&#8217;Eugenio</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 06:34:01 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[È nato un nuovo blog, <a href="http://leugenio.com/">l&#8217;Eugenio</a>, tenuto da Francesco Guglieri. Questo è uno dei primi pezzi apparsi.]</em></p>
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<p><a href="http://leugenio.com/wp-content/uploads/2010/06/tumblr_l49jh8SZHk1qzzrfqo1_5001.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" title="tumblr_l49jh8SZHk1qzzrfqo1_500" src="http://leugenio.com/wp-content/uploads/2010/06/tumblr_l49jh8SZHk1qzzrfqo1_500_thumb1.jpg" border="0" alt="tumblr_l49jh8SZHk1qzzrfqo1_500" width="177" height="240" align="left" /></a> “Cos’è questo libro?” verrebbe da  chiedersi, parafrasando un’altra opera di Tiziano Scarpa, appena ci si  ritrova tra le mani questo suo ultimo <em>La vita, non il mondo</em>.  Nel volumetto della collana “Contromano” – che, lo dico subito, è  indirizzato unicamente ai più ferventi devoti dello scrittore veneziano –  sono raccolte un centinaio di esperienze personali, descritte in modo  sintetico (al massimo mezza cartella), vissute da Scarpa nel corso di un  paio d’anni. Non è una collezione di prose d’arte – e non vuole  esserlo: uno degli intenti di tutta l’operazione è proprio la messa tra  virgolette del concetto di estetico. E a dire il vero è un intento  perfettamente raggiunto dal momento che raramente questi pezzi si  possono definire “belli”… – ma neanche propriamente un diario.  Assomiglia piuttosto a un esperimento. Di nuovo si è costretti a  specificare. L’esperimento non è nella ricerca di una qualche forma,  appunto, sperimentale: precedenti illustri nella tradizione novecentesca  non sono difficili da trovare (tra i tanti possibili, uno a caso: il  Perec de <em>L’infra-ordinario</em> con la sua indagine  “sull’abituale”), e non rappresenta un’eccezione neanche in un’opera,  come quella di Scarpa, che ha fatto dello scarto dalla norma una regola.  No, si tratta piuttosto di un esperimento filosofico (un’indagine  fenomenologica): cosa resta dell’Io quando lo spogliamo di tutto ciò che  non è Io? Ovvero, cosa resta della <em>vita</em> quando le sottraiamo  il <em>mondo</em>.<span id="more-36040"></span></p>
<p>Ecco quindi questi brevi interventi – una visita a una mostra, un  taxi che quasi ti investe, l’acquisto del pane, la lettura di un libro –  che non vogliono significare altro che se stessi, esemplari di una  scrittura “tutta qui”, unicamente referenziale, priva di velleità  metafisiche, estetiche o politiche. C’era una vecchia pubblicità di  qualche detersivo che mostrava un tizio immerso fino al collo nell’acqua  del bucato: quello che fa Scarpa è tirare fuori quell’omino (se stesso)  dall’acqua sporca del bucato-mondo – le notizie dei giornali e dei  media, le emergenze imposte, il discorso dei poteri, ma anche le  narrazioni grandi e piccole, le storie, i romanzi: il risciacquo dei  simboli condivisi di una comunità – e vedere cosa resta. Resta un vuoto:  questo vuoto non è il nulla ma, e qui sta la grande lezione lacaniana  che spesso Scarpa ha mostrato di aver recepito, l’incontro traumatico  col Reale (che qui chiama <em>l’assoluto</em>).</p>
<blockquote><p>molto spesso sembra che l’unica  opzione a disposizione dello scrittore per reagire ad una crisi di  legittimazione sociale sia appaltare la propria ispirazione all’agenda  giornalistica</p></blockquote>
<p>In Italia molto  spesso sembra che l’unica opzione a disposizione dello scrittore per  reagire ad una crisi di legittimazione sociale sia appaltare la propria  ispirazione all’agenda giornalistica (da cui, a turno, romanzi o  improvvisate inchieste sull’immigrazione, precariato, terremoti e via  dicendo), la tanto ricercata “realtà”. Silenziando, all’opposto, proprio  questa realtà, Scarpa resta fedele a un’idea su cui ritorna almeno dai  tempi di <em>Kamikaze d’Occidente</em>. Un’idea in cui lo scrittore non  rappresenta una classe o un’epoca storica, non è “lo specchio del  Paese”, non è un sintomo né un nervo scoperto, non è un emblema né una  metafora, non è un portavoce di altri che di se stesso (e quindi,  proprio <em>in quanto</em> singolo, di ogni individuo: ecco  l’universale). Perché “è attraverso i singoli che passa, oggi,  l’irruzione dell’assoluto, dell’universale”: mentre quello che ogni  giorno ci viene richiesto, dice Scarpa, è proprio di non prenderci sul  serio in quanto singoli (se non nell’estroversione narcisistica,  nell’estasi del consumo), quasi avessimo valore unicamente come  commentatori di notizie, ricettori per lo più passivi di un mondo che  riduce la vita ad appendice, resto.</p>
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