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	<title>Tiziano Sclavi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Scrittore morto con natura (e viceversa)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 May 2006 06:25:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[stilos]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Sclavi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Sorrentino “Un gorgo di acqua limpida” (Nero.). “Un telefono che suona” (Dellamorte Dellamore e Non è successo niente) . “Un rumore” (Il tornado di Valle Scuropasso). Nei romanzi di Tiziano Sclavi si entra sempre come per caso. Laddove qualunque altro narratore si affretterebbe prima di tutto a scrivere di quel gorgo, di quel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft" alt="00sclavi.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/00sclavi.thumbnail.jpg" width="97" height="96" /></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>“Un gorgo di acqua limpida” (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005WVYRMY/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005WVYRMY&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Nero</em></a>.). “Un telefono che suona” (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8817138088/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8817138088&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Dellamorte Dellamore</em></a> e <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804436190/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804436190&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Non è successo niente</em></a>) . “Un rumore” (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804556668/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804556668&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Il tornado di Valle Scuropasso</em></a>).<br />
Nei romanzi di <strong>Tiziano Sclavi</strong> si entra sempre come per caso. Laddove qualunque altro narratore si affretterebbe prima di tutto a scrivere di <em>quel </em>gorgo, di <em>quel </em>telefono, di <em>quel </em>rumore, Sclavi non prova nessuno sgomento nel cominciare le sue storie con la certezza che la scena d’apertura promossa a incipit è una scena qualsiasi, una sequenza come un’altra. E senza troppi brividi sposa la lontananza, l’indefinitezza, la sfumatura, la vaghezza dei riferimenti. L’impegno di costruire un romanzo è tenacemente legato alla necessità di distruggere, di sovvertire, di ribaltare. Di scompigliare le carte del romanziere e mischiarle con quelle dello sceneggiatore.<br />
<span id="more-2133"></span></p>
<p>E stavolta è proprio uno sceneggiatore (anzi, uno scrittore che una volta scriveva anche fumetti) il più che autobiografico protagonista del romanzo. Costretto da una malattia (che si intuisce di origine psichica più che fisica) ad assumere regolarmente farmaci che scandiscono il ritmo lento delle sue giornate, lo scrittore vive in una villetta isolata nella campagna lombarda, che sembra più che altro possedere i tratti della brughiera inglese. Qui, tra una visita di una silenziosa donna delle pulizie e un’occhiata all’altrettanto silenzioso, e unico, vicino di casa, il solo filo che lega alla realtà la psiche traballante del protagonista è quello del telefono, per mezzo del quale il dottor Deicas segue l’evoluzione della terapia farmacologica del paziente. Per il resto, è, per dirla con <strong>Ottieri</strong>, tutto uno <strong>zampillare d’irrealtà quotidiana</strong>. Il supermercato nel quale lo scrittore va a fare provviste scompare e riappare. Gli oggetti del soggiorno levitano, turbinando nella stanza. Strani rumori nel cuore della notte. Luci. Dischi volanti, forse. Alieni alla porta di casa – e anche dentro casa.<br />
Sclavi è uno strano fabbro. Fa prima le chiavi e poi le porte. La chiave per aprire il suo ultimo romanzo stava in edicola 15 anni fa, nel numero 61 di Dylan Dog, <em>Terrore dall’infinito</em>. 1991-2006: una delle più lunghe azioni situazioniste della storia della letteratura. Certo, il romanzo si legge e si apprezza anche senza quella. Ma volete mettere tra lo sbirciare nel buco di una serratura e lo spalancare un portone con la toppa imbottita del pezzo di ferro giusto?</p>
<p>Sclavi è anche uno strano romanziere. La via narrativa che indica è lastricata di niente. Non è neanche segnata da un modello superiore, riconoscibile. Sclavi da piccolo deve aver letto Sclavi. Si è formato su se stesso. Si bea della liquefazione interna della sua lingua. Deviata continuamente verso un intimo dissidio tra dire e tacere, la frase di Sclavi si presenta al lettore con un <strong>furore antinomico</strong> che lascia quasi scorati. Sembra sempre sul ciglio di una reticenza assoluta, eppure va avanti, va fino in fondo. “Non posso continuare. Continuerò” (<strong>Samuel Beckett</strong>).<br />
È attraverso questo continuo rilascio di zavorra semantica che le mongolfiere narrative di Sclavi prendono quota. <em>Il tornado di valle Scuropasso</em> è, in questo senso, l’ennesimo esempio di storia svuotata dalla profondità del mondo attraverso una ricerca del grado zero della scrittura che può durare mesi, o addirittura anni. Intervistato da <strong>Andrea Raos</strong> su <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/04/05/alcune-sintetiche-affermazioni-di-tiziano-sclavi-e-un-lungo-sproloquio-di-andrea-raos/">Nazione Indiana</a>, Sclavi ha detto: “La lingua, molto più della struttura, è per me fondamentale. È la ricerca più faticosa e lunga &#8211; a volte dura molti anni, come nel caso del mio nuovo libro, <em>Il tornado di valle Scuropasso</em>: un romanzo “di fantascienza” piuttosto corto, ma la cui gestazione, proprio a causa della ricerca della lingua, è durata cinque anni -. Anche se mi viene l’idea per una bella storia, non la racconto finché (se) non trovo il linguaggio giusto. Al contrario, se ho l’idea della lingua, posso anche mettermi a scrivere a braccio, con solo un vago canovaccio in testa: la storia verrà da sé, sarà la lingua stessa a crearla”.<br />
Insomma, “verba tene, res sequentur”.<br />
La lunghissima gestazione – ed è questa un’altra delle sorprese del <em>Tornado </em>&#8211; non è però dovuta a operazioni di asciugatura, di rastremazione sintattica o semantica. O meglio, non solo a quelle. La scoperta più interessante sta nel notare come nel raffinatissimo <strong>massacro della pagina </strong>(Sclavi licenzia fogli che sembrano calligrammi, frasi, o anche solo parole, che galleggiano nel bianco abbacinante della carta) si annidano trovate linguistiche, onomatopee, neologismi, prestiti dal linguaggio dei fumetti, inserti presi di peso dalla struttura della sceneggiatura cinematografica e impiantati nel corpo del romanzo (c’è anche un omaggio nascosto a <em>Memorie dall’invisibile</em>, quella che, assieme a <em>Dopo mezzanotte</em>, è probabilmente la più bella storia di <strong>Dylan Dog</strong> finora scritta da Sclavi). Le descrizioni sono precise, i dialoghi raramente più lunghi di dieci parole. A Sclavi non importa sbalordire con le immagini. Le immagini risultano stranianti perché straniato ne è il linguaggio di costruzione.<br />
Qualche esempio.<br />
“Alle cinque il cucù cominciava a cuculare”. “Il bagliore, baluginìo, scintillìo, shining, stava diventando più forte”. “Silvestro. Era là, lontano. Zoom. I suoi occhi erano enormi e luminosi. Zoom. Nelle sue pupille c’era il riflesso dell’incendio”. “Stacco. La villa nel bosco (…). Stacco. Sono in soggiorno”. E poi anche: “Driin”, “Craaaaaaack”, “Sbam”, “Bip biiip biiiiiiip”, “Brooom”. Onomatopee da fumetto. Balloon verbali, insomma, che lampeggiano come tanti led, segnalatori di un piano di realtà scollato dal reale <em>reale</em>.</p>
<p>Il linguaggio nudo al quale Sclavi si affida per Il tornado è tuttavia vestitissimo, attillato in una guaina stretta addosso al corpo del romanzo, un guanto che c’è e non si vede. Procede per parole sgravate dalla pesantezza del senso, grumi linguistici fortemente allusivi e tuttavia appena articolati. <strong>Ritmo, misura, ordine, movimento scenico</strong>: ai quattro punti della bussola narrativa di Sclavi stanno queste uniche parole. Bastano due tratti, una battuta di dialogo, un aggettivo secco, un suono, e la scena sboccia. “Sono rimasto solo. Ho guardato fuori dalla finestra. C’era vento. Le foglie roteavano in un piccolo tornado”.<br />
Una spirale della paura, un vento pieno di fantasmi, un’ossessione angosciante, questa Valle Scuropasso.</p>
<p><em>(pubblicato su Stilos, anno VIII n.ro 11)</em></p>
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		<title>Alcune sintetiche affermazioni di Tiziano Sclavi e un lungo sproloquio di Andrea Raos</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Apr 2006 08:31:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Sclavi]]></category>
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					<description><![CDATA[a proposito del romanzo Non è successo niente (Mondadori, Milano 1998 e ristampe), scritto dal primo dei due. Andrea Raos. Caro Tiziano Sclavi, ho appena finito di rileggere ancora una volta il tuo Non è successo niente; mi è quindi venuta voglia di farti un paio di domande. E da subito grazie per la disponibilità. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>a proposito del romanzo <em>Non è successo niente</em> (Mondadori, Milano 1998 e ristampe), scritto dal primo dei due.</strong> </p>
<p><em>Andrea Raos</em>. Caro Tiziano Sclavi, ho appena finito di rileggere ancora una volta il tuo <em>Non è successo niente</em>; mi è quindi venuta voglia di farti un paio di domande. E da subito grazie per la disponibilità.<br />
<span id="more-1980"></span><br />
In prima approssimazione, si potrebbe dire che hai scritto un romanzo corale (continuazione, tra l’altro, di un altro tuo libro, <em>Le etichette delle camicie</em>): un certo numero di personaggi, tutti di statuto più o meno equivalente (tutti più o meno “protagonisti”), dànno vita ad un intreccio di storie, parzialmente indipendenti fra loro, ma che poco a poco convergono in un filone unico. Sino ad un finale appeso, letteralmente, a un’unica frase, se non ad un’unica parola. Questa parola regge tutto ciò che precede, in una struttura a imbuto. </p>
<p>Avevo pensato di cominciare  riassumendo la trama, ma poi ho deciso di non farlo. Un po’ per non rovinare la sorpresa ad eventuali lettori, un po’ perché, in realtà, la coralità di <em>Non è successo niente</em> deriva anche dal fatto che è un romanzo costituito di inizî di romanzi: romanzi che non riescono a iniziare, romanzi che si rifiutano di continuare, romanzi che in realtà non lo sono perché sconfinano nell’autobiografia, nel diario, nella poesia, nel referto clinico… sono questi frammenti che, affastellandosi, mandano avanti la storia (che in realtà risulta di grande coerenza) ed insomma, un ipotetico riassunto finirebbe col coincidere con il romanzo stesso. </p>
<p>Comunque diciamo almeno che i personaggi principali sono:</p>
<p>“Tiz”, romanziere in crisi, che tenta di scrivere il seguito di <em>Dellamorte Dellamore</em> (che è un altro tuo romanzo – il primo, se non sbaglio);</p>
<p>“Cohan”, romanziere in crisi e afflitto da grave depressione;</p>
<p>“Tom”, sceneggiatore di fumetti, creatore di <em>Daryl Zed</em> (questo dettaglio mi ha molto divertito perché, se non erro, <em>Daryl Zed</em> esiste davvero ed è una testata &#8220;concorrente&#8221; del tuo <em>Dylan Dog</em>), in crisi ispirativa e alcolizzato;</p>
<p>“Mauro”, sceneggiatore di fumetti afflitto da una fidanzata più che inaffidabile.</p>
<p>Attorno a questi quattro protagonisti si affastella una folla di personaggi minori (fidanzate in crisi anche loro, psichiatri o molto pazzi o molto furbi, avvocati “buoni”, altri creatori di fumetti, donne delle pulizie, amori perduti e/o ritrovati, truffatori…) con una sottotrama (in senso lato) gialla che attraversa più o meno tutti i quattro tronconi. Molto in generale, si potrebbe dire che le trame principali raccontano la “discesa agli inferi” dei quattro protagonisti e la loro più o meno stabile risalita finale, che coincide anche con la risoluzione (anch’essa precaria, aperta) della sottotrama gialla. </p>
<p>Altri cardini del romanzo, meno narrativi ma altrettanto importanti che – in ordine sparso – mi vengono in mente sono:</p>
<p>1. Il tema della <strong>“celebrità”</strong> (che suppongo essere autobiografico) e delle possibili reazioni ad essa da parte di una persona “normale”. Reazioni di solito, nel libro, disastrose, disastrate e disastranti, che dànno occasione a svariate invettive contro la cosiddetta “società dello spettacolo”, più alcune pagine sul denaro di una violenza e una vivacità davvero giubilatorie;</p>
<p>2. In modo a questo collegato, una <strong>sottotraccia politica</strong> che avvolge l’insieme del romanzo e conduce a diverse… non direi più nemmeno “invettive”, qui sono vere e proprie deflagrazioni contro il malcostume berlusconiano-leghista (e non solo);</p>
<p>3. Lo <strong>scorrere del tempo</strong> in tutte le sue implicazioni: storiche, sociologiche (straordinaria una mezza pagina fulminea – e tragicamente esilarante – sull’apparizione dei primi computer) e individuali. Da questo punto di vista, uno studio a parte andrebbe condotto sul tema degli orologi, onnipresenti nel romanzo; ma non ne parlo perché è un argomento complesso, che richiederebbe molto spazio – e che mi obbligherebbe a svelare il finale. </p>
<p>Potresti dirmi qualcosa su come hai concepito la struttura di questo romanzo (anche in rapporto ai tuoi libri precedenti)? </p>
<p><strong><em>Tiziano Sclavi</em>. La struttura, che sembra una roba complicata, tanto che ci sono all&#8217;uopo gli strutturalisti, mi viene naturale. La mia preferita è quella circolare (arrivando al punto di iniziare e finire un romanzo con la stessa parola) ma nel caso delle <em>Etichette delle camicie</em> e di <em>Non è successo niente</em> ho scelto quella episodica di tanti film di Woody Allen. Secondo me è la più adatta per una commedia, per strappare una risata o almeno un sorriso. Che è poi l&#8217;unico scopo che mi prefiggevo: scrivere un romanzo &#8220;da ridere&#8221;. Come vedi non sono molto ambizioso, mi accontento di poco. Se poi qualcuno, come tu hai fatto mi sembra magistralmente, scopre una seconda, una terza, mille altre letture, non posso che esserne felice e lusingato.</strong></p>
<p><em>Andrea Raos</em>. Un altro aspetto fondamentale di cui non ho ancora parlato è la lingua. Che in <em>Non è successo niente</em> è di una libertà stupefacente. Questa libertà radicale investe tutti i livelli della parola scritta: la grafia delle interiezioni, l’uso delle virgolette e degli accenti, la trascrizione del parlato (per il quale dimostri una “sensibilità dell’ascolto” con pochi paragoni, a mia conoscenza, nella letteratura italiana contemporanea), il cozzo costante dei livelli di lingua e di stile (per maggiori dettagli rimando allo studio di Andrea Neri, <em>La lingua di Tiziano Sclavi ai confini tra fumetto e narrativa</em>, L’Harmattan Italia, 2004). Un vorticare di “alto” e “basso” che è uno dei migliori esempi che conosco (in tempi recenti) di uso <em>politico</em> della lingua e delle forme letterarie (cioè di sovversione di gerarchie date per scontate). E come sempre in questi casi, il massimo della libertà coincide con il massimo rigore: si sente che questa lingua è stata <em>pensata</em>, nei minimi dettagli, per far entrare un po’ d’aria fresca, aprire alla lingua nuove prospettive.</p>
<p>Come ci sei arrivato? Voglio dire: rispetto ai tuoi altri libri, all’esperienza del fumetto (che suppongo centrale, ma mi piacerebbe saperne di più), alla letteratura contemporanea o ad altri eventuali modelli. “Cultura pop”, nel tuo caso, mi sembra un’etichetta troppo facile e automatica per servire davvero a qualcosa. Semmai, vedo uno sguardo capace di prendere la “cultura” dal di fuori, non prigioniero dei piccoli automatismi, degli schemini imparati a scuola, che troppo spesso affliggono l’intellettuale tradizionale; uno sguardo globale che osserva la forma-romanzo come dalla Luna si potrebbe osservare la Terra: vedendo tutto, dunque, e anche al di là.<br />
E alla base di tutto ciò, una qualità “umana” (non mi viene termine migliore) delle più intense, capace di dire la sofferenza (che forse è il vero tema di fondo di <em>Non è successo niente</em>, al di là di quelli che ho citato qui sopra) per ciò che è: qualcosa di essenzialmente non letterario, non scritto, ma che si può e si deve scrivere, trasfigurando la forma e la lingua per adeguarle a ciò che è altro da loro &#8211; che in un certo senso esiste contro di loro.<br />
Tiziano, dimmi con parole tue…</p>
<p><strong><em>Tiziano Sclavi</em>. La lingua, molto più della struttura, è per me fondamentale. È la ricerca più faticosa e lunga (a volte dura molti anni, come nel caso del mio nuovo libro, <em>Il tornado di valle Scuropasso</em>, in uscita il 18 aprile da Mondadori: un romanzo &#8220;di fantascienza&#8221; piuttosto corto, ma la cui gestazione, proprio a causa della ricerca della lingua, è durata cinque anni). Anche se mi viene l&#8217;idea per una bella storia, non la racconto finché (se) non trovo il linguaggio giusto. Al contrario, se ho l&#8217;idea della lingua, posso anche mettermi a scrivere a braccio, con solo un vago canovaccio in testa: la storia verrà da sè, sarà la lingua stessa a crearla. Così è stato per <em>Non è successo niente</em>, scritto di getto in poco più di sei mesi. Mi si potrà accusare, visto che cambio quasi sempre, di non avere uno stile (confondendolo a mio parere con il modo in cui lo stile si esprime). Può darsi. A me piace pensare di averne tanti in uno, di dire sempre tutto, appunto, &#8220;con parole mie&#8221;. Prendi un qualsiasi romanzo: se lo scomponi sempre di più, ti accorgerai a poco a poco che è costruito di frasi e parole fatte. E&#8217; praticamente inevitabile. La mia utopia, ovviamente non realizzabile, o almeno non completamente, è evitare questa trappola (chi ci è mai riuscito? Forse solo Joyce, con il sublime, illeggibile <em>Finnegan&#8217;s Wake</em>).  Per questo ciò che cerco è il linguaggio, e continuerò a cercarlo. Le storie sono state già tutte scritte, le abbiamo esaurite. Ma la lingua è infinita.</strong></p>
<p><em>Andrea Raos.</em> Grazie, Tiziano.</p>
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