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	<title>Tolstoj &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un saggio di Tolstoj e una nota di Gramsci sull&#8217;Amleto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Nov 2018 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[Pierpaolo Rosati]]></category>
		<category><![CDATA[Skakespeare]]></category>
		<category><![CDATA[Tolstoj]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pierpaolo Rosati L’inaudita originalità delle idee e l’indubbia autorevolezza del nome inducono a prestare ascolto alla voce di chi – più di un secolo fa – emetteva la condanna più impietosa dell’Amleto e, come se non bastasse, dell’intero corpus shakespeariano. Si parla di Lev Nicolaevič Tolstoj, autore di un Saggio critico del 1903, raccolto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Pierpaolo Rosati</strong></p>
<p>L’inaudita originalità delle idee e l’indubbia autorevolezza del nome inducono a prestare ascolto alla voce di chi – più di un secolo fa – emetteva la condanna più impietosa dell’<em>Amleto</em> e, come se non bastasse, dell’intero <em>corpus</em> shakespeariano. Si parla di Lev Nicolaevič Tolstoj, autore di un <em>Saggio critico</em> del 1903, raccolto dalle Edizioni Boringhieri tra i suoi <em>Scritti sull’arte</em> (con Introduzione di L. Radoyce, Torino 1964 pp. 403-98). <em>Saggio</em> nel quale – aldilà del <em>Re Lear</em>, sempre al centro dell’attenzione – non mancano analisi e rilievi trasversali, rivolti anche ad altri titoli. Pietra dello scandalo, per Tolstoj, è anzitutto il “linguaggio” shakespeariano, che egli definisce “manierato, artificioso, … esagerato e vuoto”; segue la “rappresentazione dei caratteri”, in sé del tutto carente. Lo attesterebbe proprio l’<em>Amleto</em>, lì dove il grande narratore russo, se da un lato riscontra un “evidente difetto… [nel] fatto che proprio il suo protagonista non ha alcun carattere”, dall’altro deduce, con molta acribia, che “Shakespeare non è stato capace, anzi non ha voluto attribuire alcuna specifica personalità ad Amleto, senza neppure capire la necessità di doverlo fare”.  Al tempo stesso, nel Bardo – così dice – “tutto è esagerato: …le azioni, …le loro conseguenze, …i discorsi”, con grave nocumento per quel “senso della misura” senza il quale “non è mai esistito e non può mai esistere l’artista, come senza il senso del ritmo non può esistere il musicista”. Del resto – afferma Tolstoj – i drammi shakespeariani mancano dei tre requisiti indispensabili al genere drammatico: un “contenuto significativo”, un’adeguata “tecnica costruttiva” e una “viva e sincera partecipazione dell’autore a ciò che egli rappresenta sulla scena”.<br />
Trattandosi inoltre di “opere … insignificanti, volgari e amorali”, “le persone che vi compaiono non solo disprezzano la massa (cioè la classe lavoratrice); ma, negano <em>l’aspirazione religiosa</em>, oltre che qualsiasi <em>aspirazione umanitaria</em>”. “L’arte drammatica – al contrario – è sempre stata religiosa, cioè ha sempre avuto lo scopo di suscitare nella gente il chiarimento del rapporto dell’uomo con Dio”.<br />
Ad avviso di Lev Nicolaevič, le radici del funesto laicismo shakespeariano affondavano nell’ “avvento del <em>Protestantesimo</em>” che, in senso lato, aveva trascurato le istanze della drammaturgia cristiana, e nella mentalità degli “uomini del <em>Rinascimento</em> i quali &#8211; per altro verso &#8211; si erano appassionati all’imitazione dell’arte greco-classica” ovvero pagana. Le tesi di Tolstoj raggiungevano così l’apice della spiritualità a lui connaturata, mostrando, nel contempo, tutti i loro limiti.<br />
Se infatti il nostro senso della modernità dovesse mai rinunciare ai progressi antropologico-culturali resi possibili da Umanesimo, Rinascimento e Riforma, dove più ci ritroveremmo se non nel cuore del Medioevo?<br />
In verità, il <em>realismo paternalistico</em> di Tolstoj ed il «Credo» da lui predicato – vale a dire l’esigenza di commisurare l’espressione artistica ai bisogni formativi della “classe popolare”, ovvero “contadina” (siamo nella Russia del primo Novecento!) – altro non esprimevano che l’illusoria fiducia in una visione <em>rétro</em>. La cui presunzione era quella di poter tornare ad una condizione di vita sempre e comunque edificante nella sua mitica e pura autenticità. In prospettiva, <em>mutatis mutandis</em>, verrebbe da pensare al caso altrettanto eterodosso di Pierpaolo Pasolini che – come in fondo Tolstoj – era un <em>intellettuale di sinistra</em>. Il che lascia intendere quanto certe definizioni siano imprecise e sfumate.<br />
Comunque sia di ciò, possiamo ritenere concluso, con l’aggiunta di queste ultime riflessioni, il ragguaglio circa le argomentazioni che il narratore russo presenta nelle quasi cento pagine del suo <em>Saggio</em>. In esso, come si è visto, i rilievi di ordine estetico fanno tutt’uno con le pregiudiziali etico-politiche, morali e religiose. Argomentazioni alle quali, tuttavia, ci sentiamo di dover ribattere, anche sulla scorta di quanto già sottolineato qui:  <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/08/12/amleto-un-intellettuale-gramsciano-in-ricordo-del-68/">https://www.nazioneindiana.com/2018/08/12/amleto-un-intellettuale-gramsciano-in-ricordo-del-68/</a><br />
Ebbene, può dirsi davvero, tanto per entrare nel merito, che Amleto fosse un protagonista senza carattere o personalità?<br />
Allo scrivente sembra invece che il carattere del Principe sia, sì, difficile da definire, ma perché multiforme, sfuggente, coinvolto in un tortuoso snodo evolutivo. Niente affatto inesistente, esso si manifesta in varie fasi, disseminate nel corso del dramma. Riassumendo, sono cinque gli stati mentali e psico-emotivi riscontrabili in Amleto, subito dopo la <em>dichiarazione di intenti</em> che egli enuncia al cospetto dello spettro paterno, e che per se stessa costituisce la vera <em>chiave di volta</em> della tragedia, vale a dire il suo <em>manifesto programmatico</em>:</p>
<p><strong><em><br />
</em></strong><em>          Ricordarmi di te </em>[del padre]<em>? Ebbene, dalla tavola</em></p>
<p><em>          della mia memoria cancellerò tutte</em></p>
<p><em>          le banali annotazioni, tutte le massime</em></p>
<p><em>          dei libri e tutte le impressioni</em></p>
<p><em>          che la giovinezza e l’osservazione vi copiarono.</em></p>
<p><em>          E il tuo comandamento, da solo, vivrà </em></p>
<p><em>          nel libro e nel volume della mia mente. </em></p>
<p>I  5, 97–103.</p>
<p>Comincia qui, in tutta evidenza, il tormentato itinerario di Amleto: la lenta e faticosa rimozione del suo <em>curriculum</em> aristocratico-rinascimentale, perseguita per l’appunto in cinque specifici momenti:</p>
<ul>
<li>La rinuncia all’amore galante per Ofelia, un tempo ispirato a modelli comunicativi di ordine letterario (cfr. III 1, 90-102);</li>
<li>L’impulso ad emanciparsi dalle norme positive della religione cristiana, la cui inderogabile condanna del suicidio (cfr. I 2, 131 s.) gli appare invasiva rispetto al libero arbitrio riservato all’individuo (cfr. II 2, 248 s.).</li>
<li>La <em>paura</em> – non più della sanzione divina – ma <em>dell’aldilà</em> in senso indefinito, vago e problematico; da qui l’indecisione tra “essere o non essere”, e l’incerta prospettiva che ne consegue (“morire, dormire, … dormire, forse sognare”). Detto <em>en passant</em>, il celebre monologo (cfr. III 1, 56-88), pur impreziosito da una incomparabile intensità lirica, trova nell’approccio ermeneutico ivi proposto una collocazione narrativa di minor peso; esso infatti «non è più» il <em>passe-partout</em> del dramma o, se si preferisce, il suo <em>biglietto da visita</em>, così come una troppo enfatica recitazione ci ha fatto credere, «ma solo» il corrispettivo ad uno dei diversi <em>steps </em>esistenziali che il nostro protagonista attraversa.</li>
<li>È questa la fase nella quale egli perviene al superamento del <em>dubbio</em>, almeno sul piano teorico: ciò che si riscontra alla vista dei preparativi militari messi in atto dai soldati di Fortebraccio, uomini coraggiosi, motivati da un ideale che li induce ad affrontare una guerra il cui risultato non promette altro che la morte o la conquista di un territorio forse insufficiente ad accogliere le tombe di quanti cadranno per esso (cfr. IV 4, 32-66). Ma – soggiunge Amleto – “quando è in gioco l’onore, è giusto lottare con animosità anche per una pagliuzza”. Piuttosto, egli si sofferma a notare quanto sia la <em>Storia contemporanea </em>a sollecitare gli animi, determinandoli all’azione. Non così la <em>Storia antica</em> che, lontana nel tempo, si ritrova ammantata e distorta dalla retorica celebrativa. Eloquenti, <em>per oppositum</em>, gli esempi dissacranti di Alessandro Magno (V 1, 194-208) e di Giulio Cesare (<em>Ibid</em>., 209-13): eccentrica <em>damnatio memoriae de viris inlustribus</em> (Tolstoj avrebbe parlato di “insipide spiritosaggini”). Il “problema”, molto più seriamente, poneva in gioco lo statuto della Storia, in quanto materia da rileggere attraverso il filtro della demistificazione e di una cultura non più soltanto <em>libresca</em>, ma vivificata dall’esperienza diretta e da una personale consapevolezza nell’agire motivato.</li>
<li>Siamo alla resa dei conti. Tessuti in un inestricabile groviglio, gli eventi precipitano, e la tragedia, inesorabile, si abbatte sul castello di Elsinore. La strage è indiscriminata e non lascia scampo. Lo stesso Amleto, ormai in fin di vita, ha appena il tempo – dopo aver portato a termine la missione affidatagli – di recuperare il proprio ruolo <em>politico</em>. Si volge pertanto alla designazione di colui che potrà succedergli sul trono danese; compito che egli assolve con un “voto morente” (V 2, 350) e con la forza morale di chi detta le proprie volontà testamentarie.<br />
“Il resto è silenzio” (, 352). Sono queste le sue parole estreme, lapidarie. Esse cancellano ogni paura oltremondana e legittimano la sua ineccepibile vendetta alla luce di una <em>prassi </em>tutta terrena. Non già il proverbiale <em>dubbio amletico</em>, ma la conquista di una <em>nuova certezza</em> travolge e nel contempo esalta la vita e la morte del nostro Principe. Gramsci avrebbe potuto riconoscere in lui un <em>intellettuale organico</em>, tale anche perché “amato dal popolo” (IV 3, 4), e ancor più confortato dal “grande affetto che per lui nutriva la gente comune” (IV 7, 18). A farne parola, a denti stretti, era niente meno che Claudio, lo zio usurpatore. Amleto, in tal caso, della sua buona coscienza avrebbe risposto al popolo e non al giudizio divino.</li>
</ul>
<p>Desta qualche meraviglia – lo si può notare <em>ex post</em> – che questa potenziale quanto pertinente lezione gramsciana, nella seconda metà del Novecento non abbia trovato né un portavoce, né alcuno spiraglio presso l’allora dominante <em>cultura di sinistra</em>, come pure avrebbe meritato. Forse, in quel <em>milieu</em>, a determinare l’incerta fortuna dell’<em>Amleto</em> potrebbe aver contribuito un <em>pregiudizio ideologico</em>: l’opinione di quanti ravvisavano nel Principe di Danimarca – quasi una <em>diminutio</em> – null’altro che… <em>un eroe borghese</em>. Non già il giovane Gramsci che – in una “cronaca teatrale” comparsa sull’ «Avanti!» del 20 febbraio 1916 – dedicava all’<em>Amleto</em> una pagina incondizionatamente celebrativa, nonostante la discontinua qualità della messinscena appena rappresentata a Torino da Ruggero Ruggeri, presso il teatro Carignano.<br />
Ma, perché l’ideologo di Ales lamentava la modestia della rappresentazione torinese [Cfr. A. Gramsci, <em>Letteratura e vita nazionale</em>, Editori Riuniti, Roma 1977 pp. 284 s.]?<br />
Vista la disuguaglianza tra la bravura di Ruggeri e la mediocrità degli altri attori, diveniva impossibile per quella rappresentazione rendere in misura adeguata la pari dignità artistica di <em>tutti i personaggi</em>, ciascuno meritevole di trovare il suo giusto “rilievo”. Ché di un dramma <em>collettivo </em>si trattava, e non di una vicenda destinata a coinvolgere “il solo tragico Amleto”!<br />
“Nella concezione shakespeariana – scriveva Gramsci – tutti i personaggi sono grandi”, tanto che “la caratteristica del capolavoro consiste nella saturazione poetica di ogni parola, di ogni atto, di ogni persona”. E null’altro affermava Agostino Lombardo (1927-2005) – l’anglista più influente del nostro mondo accademico – quando parlava dell’<em>Amleto</em> come di un “grande e autonomo universo poetico”. Né altro deplorava Tolstoj, se non l’esatto contrario, vale a dire l’imperdonabile errore che Shakespeare a suo avviso commetteva nell’attribuire, indistintamente, sempre lo stesso linguaggio (ovvero lo stesso registro poetico) a tutte le persone chiamate a calcare la scena: uno <em>standard </em>linguistico tipicamente shakespeariano, sempre aulico, ispirato, aristocratico, e non una lingua personalizzata, di volta in volta coerente con lo <em>status</em> ed il carattere specifico del parlante. Le buone ragioni, e i torti, sembrano talvolta ripartirsi: “a ciascuno il suo”.</p>
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		<title>waybackmachine #02 Antonio Moresco &#8220;Le cavallette&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Apr 2017 05:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
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					<description><![CDATA[<b>23 marzo 2003</b><br />
<b>ANTONIO MORESCO “Le cavallette“</b><br /><br />
Capita ogni tanto, nella letteratura come nella vita, di imbattersi in semplici frasi, scritte o orali, riflessioni e immagini di tale radicalità e umanità che ci danno l’immediata sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di lungamente meditato e sofferto, che va subito all’osso, che ci dice come stanno veramente le cose, direttamente, senza mediazioni, senza fronzoli.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>A partire da oggi, ogni domenica, noi redattori di Nazione Indiana ripubblicheremo testi apparsi nel passato, scritti o pubblicati da indiani o ex-indiani, e che ci sembra possano dirci ancora qualcosa dell&#8217;attuale : che ancora ci parlano, ancora aprono interstizi tra le maglie del presente, ancora muovono la riflessione. L&#8217;archivio è vasto: cominciamo a sfogliarlo.</em></p>
<p><center><strong>23 marzo 2003</strong></center><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2003/03/23/le-cavallette/" target="_blank"><strong>ANTONIO MORESCO &#8220;<em>Le cavallette</em>&#8220;</strong></a></p>
<p>Capita ogni tanto, nella letteratura come nella vita, di imbattersi in semplici frasi, scritte o orali, riflessioni e immagini di tale radicalità e umanità che ci danno l’immediata sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di lungamente meditato e sofferto, che va subito all’osso, che ci dice come stanno veramente le cose, direttamente, senza mediazioni, senza fronzoli.<span id="more-67698"></span></p>
<p>Può succedere per strada, mentre siamo dal panettiere o stiamo seduti con una lattina di birra in mano sul gradino di una chiesa, oppure mentre leggiamo Shakespeare, oppure Cervantes, Melville, oppure, per esempio, Dopo il ballo di Tolstoj, scrittore elementare e profondo del vostro grande paese, attraversato così dolorosamente e da parte a parte, nel secolo appena trascorso, dalle illusioni della modernità, che io amo in modo particolare e che ha significato così tanto per me, di cui fin da ragazzo ho amato sopra ogni altra la grande letteratura come se fosse la mia stessa patria e la mia stessa vita, quando l’ho incontrata per la prima volta nella mia adolescenza, in una piccola città italiana di nome Mantova.<br />
L’immagine da cui voglio partire per questa piccola riflessione l’ho trovata in Leopardi, un grande poeta e pensatore italiano capace di dire cose scomode e vere.<br />
“Ognuno di noi” dice Leopardi “da che viene al mondo, è come uno che si corica in un letto duro e disagiato: dove subito posto, sentendosi stare incomodamene, comincia a rivolgersi sull’uno e sull’altro fianco, e mutar luogo e giacitura a ogni poco; e dura così tutta la notte, sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di sonno, e alcune volte credendo essere sul punto di addormentarsi; finché venuta l’ora, senza essersi mai riposato, si leva.”<br />
Poiché mi era capitato di imbattermi in questa riflessione – contenuta nelle Operette morali – dopo la lettura della Divina commedia, mi era parsa immediatamente come la desolata risposta alla disperazione di Dante per le vicende politiche della Firenze del suo tempo, in cui egli stesso si era trovato profondamente coinvolto, con quelle continue guerre e sopraffazioni tra guelfi e ghibellini. Come se lo stesso microcosmo politico della città fosse simile a quell’uomo che si gira continuamente nel letto da un fianco all’altro nel tentativo di trovare un po’ di sollievo. Questi due momenti, nonostante siano divisi tra di essi da cinque secoli, si sono così immediatamente legati dentro di me che ho addirittura creduto per molto che questa immagine dell’uomo che non smette mai di girarsi si trovasse direttamente in Dante, riferita a un uomo coperto di ferite e di piaghe che cerca, girandosi, di alleviare almeno per un po’ la sua sofferenza, e che questa fosse la sua riflessione finale dopo tutto il tormento per le sorti della sua città. Solo adesso, che ho dovuto fare una verifica prima di scrivere questa piccola cosa, ho scoperto che questa immagine in Dante non c’è. Io perlomeno non l’ho trovata. Eppure ancora, nonostante questo, mi sembra che si debba trovare per forza in Dante, che si annidi in qualche punto segreto del suo poema, anche se invisibile agli occhi di tutti.</p>
<p>Cosa c’entra tutto ciò col tema di questo incontro su quella cosa che è stata chiamata modernità? A me pare che c’entri molto. E che c’entri tanto più adesso, in un momento in cui pare di essere arrivati al culmine e all’implosione di tutte le illusioni che hanno caratterizzato la modernità, che si sono rovesciate nella mancanza di illusioni della postodernità. Ma non è vero che nessuno ci aveva detto come stavano veramente le cose. Qualcuno, più d’uno, ce l’aveva detto da tempo. Ma non sono stati ascoltati. Non volevamo ascoltarli, forse non potevamo ascoltarli. Tutta la massa di illusioni e utopie politiche, artistiche, scientifiche e spirituali che si sono generate nella cosiddetta modernità sembrano arrivate al capolinea, sono finite nel vicolo cieco postomoderno della ideologia – camuffata da antideologia terminale – della comunicazione generale nell’universo reticolare imploso e del labirinto, con la sua falsa immobilità generata per rovesciamento dal falso movimento della modernità. Che maschera, dietro la demagogia sull’apertura a 360°, la realtà di una crescente chiusura di ogni spazio, tragica in termini umani, politici, geopolitici e persino di prospettiva di specie. Come l’ideologia di ogni altra struttura di potenza che l’ha preceduta, anche quella attualmente dominante ama autodescrivere il proprio dominio come quadro ultimo, insuperabile, elabora proprie ideologie funzionali (fine della storia, orizzontalità, interscambiabilità, superfici come unica dimensione possibile e altre descrizioni della vita e del mondo che – introiettate – sono funzionali al controllo delle vaste masse umane allevate di questa epoca). Per esorcizzare il fatto che, come ogni altra che l’ha preceduta, anche questa sarà a sua volta macinata nel frantoio della vita e del tempo, quando l’uomo insonne – o ricoperto di piaghe – si girerà dall’altra parte nel suo scomodo letto. Fino a che tutto questo verrà oltrepassato da altre forme e strutture di dominio con i soliti terribili e prolungati schianti attraverso i quali è crollato ogni altro impero, il tutto drammatizzato oggi dall’enorme numero di individui umani che popolano il pianeta e dalla devastante potenza distruttiva di cui sono adesso in possesso.<br />
E’ così fin dall’inizio. Continui rovesciamenti politici, militari. Atene e Sparta che si alleano contro i persiani e che poi, sconfitto Serse, riprendono a farsi la guerra tra di loro fino a distruggersi e ad aprire la strada all’impero macedone. Nel secolo appena trascorso Stati Uniti e Unione Sovietica che si alleano contro il nazifascismo e poi, sconfitto questo, riprendono a farsi la guerra tra di loro. E così mille altre volte, nel corso del tempo. Ora tutto il movimento o l’illusione del movimento che sembrava caratterizzare la modernità appare deflagrato e depotenziato nel falso movimento della dimensione economica, finanziaria, tecnologica e pubblicitaria dispiegata. Mentre chi si presenta come antagonista appare il più delle volte imprigionato dentro la stessa logica e lo stesso schema, in un gioco minoritario e gregario che non può che alimentare sempre più lo stesso tipo di dominio che proclama di voler combattere. L’illusione del “progresso” si è rovesciata in una labirintica interscambiabilità totalizzante e diffusa, nell’immobilità della pozzanghera sovraffollata di miriadi di minuscole larve in movimento inerte e impazzito, con le loro traiettorie abrasive. L’illusione della “democrazia”, con tutta la sua enfasi iniziale sull’ apertura di possibilità in ogni campo, si sta bloccando in una morsa totalitaria di tipo nuovo, economica, tecnologica e militare, si sta rovesciando nel controllo planetario di masse sterminate di uomini che devono e possono soltanto consumare e moltiplicare ricchezze finanziarie altrui, che si spostano come nuvole di cavallette su ciò che resta del tessuto umano e vivente su questo piccolo pianeta abitato. Enormi possessori o collettori di ricchezze ed élite enormemente arricchite dal gioco circolare ed autoreferenziale economico, tecnologico e militare che possono comperare letteralmente – attraverso il meccanismo pubblicitario del condizionamento mediatico e il possesso e il controllo di esso – le strutture di governo di interi paesi, senza neppure più le labili mediazioni politiche del passato. Un gioco sempre più chiuso per il possesso delle risorse energetiche e ora anche genetiche e riproduttive, in una situazione in cui il rapporto della nostra razza con l’unico pianeta di cui disponiamo – portata avanti con impressionante cecità di specie – sta arrivando al punto di non ritorno. Questa macchina composita di dominio planetario, per proprie logiche interne, sta portando al collasso il nostro rapporto e il destino stesso della nostra specie su questo piccolo, sperduto pianeta che ruota nel silenzio e nel buio cosmico. Ci capita quasi ogni giorno di leggere sui giornali articoli di esperti che dibattono tra di loro sui recenti allarmi lanciati sulla situazione del nostro rapporto con il pianeta. Dove la cosa impressionante è che la natura del loro contendere non è se questo quadro allarmante sia realistico o no, ma se ci vorranno cinquant’anni oppure cento perché si arrivi al collasso. Di fronte a notizie e prospettive simili, di tale rilevanza di specie, dovrebbe succedere qualcosa di enorme nella mente dei singoli uomini, dei popoli e di chi li governa. Invece tutto pare continuare come se niente fosse, chi detiene il potere si guarda bene dal mettere in discussione la struttura di dominio di cui è espressione, le grandi masse allevate non escono dalla loro narcosi, in un’assuefazione generale con la catastrofe di specie che pare sempre più un aspetto caratterizzante di questa epoca e che mette i brividi.</p>
<p>Ma non voglio dare un’idea troppo cupa della nostra situazione e del nostro futuro. Come se i giochi fossero ormai fatti e il treno deragliato non potesse che correre ormai verso il precipizio. Può sempre succedere qualcosa di inaspettato, di imprevedibile. A patto che non si chiudano gli occhi su come stanno veramente le cose. Nascono qua e là embrioni di consapevolezza e gruppi umani che paiono avere coscienza della situazione e aspettative nei confronti della vita e del mondo e che sembrano aver capito che non si può giocare più nulla dentro il solito vecchio schema del rovesciamento antagonistico speculare dentro lo stesso gioco, che bisogna inventare qualcosa di completamente diverso per cercare di uscire da questa impasse epocale e che questo sarà il compito del futuro.</p>
<p>Allora proviamo a immaginare che il nostro uomo insonne – o ferito – col quale abbiamo cominciato, nel suo continuo girarsi da un fianco all’altro non stia sempre sveglio, ma che riesca di tanto in tanto ad addormentarsi, e che in questi brevi sonni riesca a fare addirittura dei piccoli sogni. Ma sì, facciamolo sognare un po’! Che cosa potrà sognare? Non uno di quei sogni dove gli uomini sono tutti buoni e vivono in armonia con la natura, gli altri e se stessi ecc… ecc… direi. Perché anche i sogni ne hanno ormai abbastanza dei sogni. Allora, vediamo. Che cosa potrebbe sognare? Ecco, facciamogli sognare che sta vivendo da qualche parte sotto la crosta terrestre, perché tutta la superficie del pianeta è spazzata da ondate immense di cavallette d’acciaio, generate da combinazioni genetiche sfuggite a ogni controllo, che passano divorando ogni cosa e oscurano il cielo. E’ tutto freddo, spurgano da sotto terra miasmi tossici generati da scarichi e odori fisiologici, prodotti da masse umane che sono riuscite a fuggire dalla superficie e ad ammassarsi nelle zone cave che si aprono sotto la linea dell’orizzonte, scantinati, rifugi antiaerei, metropolitane, altri spazi scavati con le unghie e coi denti per sfuggire alle nubi di cavallette che cercano di infiltrarsi anche sotto terra attraverso le griglie, i condotti.<br />
“Ma come fanno a vivere là sotto tutte quelle persone se, sopra, ogni cosa viene divorata e distrutta?” ci chiederà qualcuno “Come fanno ad alimentarsi di cibo, elettricità, per mandare avanti le strutture sotterranee in cui vivono?”<br />
“Non ne ho la più pallida idea! Il sogno non spiega. E’ così.”<br />
Vengono ogni tanto da fuori, amplificati dalle cavità sotterranee, i rumori della devastazione che sta avvenendo sopra la linea dell’orizzonte. Si sentono, in un unico terrificante boato, i rumori metallici di miriadi di organismi viventi e di oggetti che si fracassano sotto l’urto sincronizzato delle masticazioni. Prima le cose tenere che si gonfiano sul filo della terra, frutti aerei, forme vegetali, coltivazioni umane, animali di carne che si spostano sulle strade delle città, uccelli ricoperti di piume. Li aggrediscono in volo, divorano le uova ancora all’interno dei loro corpi, mentre continuano a spostarsi ancora per un po’ nello spazio serrati nella capsula luccicante di mille e mille corpi metallici che li masticano in volo e poi passano ad altro. Le masse nere del fogliame notturno, la polpa fibrosa dei tronchi. Trapanano la corteccia, entrano fin nelle loro zone più segrete e concentriche. Divorano uomini e donne che sono rimasti all’esterno, sul filo delle strade o serrati nelle loro case e nei loro palazzi. Si sentono enormemente amplificati i rumori delle loro teste che esplodono. Le scatole craniche dei governanti e dei padroni del mondo scoppiano sotto l’urto di miriadi di mandibole d’acciaio che si conficcano nelle masse molli della loro materia cerebrale da tempo disattivata. Assalgono i malati distesi nei loro letti, negli ospedali, ancora attaccati alle fleboclisi, spolpano in pochi istanti i cadaveri congelati negli obitori. Si gettano contro le nubi, le divorano, le masticano, le fanno a pezzi. Cominciano ad attaccare le case, i palazzi. Si gettano dentro i contenitori delle immondizie, del vetro, conficcano i loro denti d’acciaio nei rifiuti umidi, fracassano le bottiglie. Aggrediscono le strutture portanti delle case di fango, di cemento, di metallo, di vetro, le antenne paraboliche delle televisioni sui tetti, i centri spaziali. Cominciano ad aggredire le superfici dei grattacieli, che oppongono resistenza per un po’, coi contorni tutti masticati contro la luce. Si avventano all’interno, nel loro midollo: ascensori, uffici, impianti elettrici che crepitano emettendo folgori, nel cozzo spaventoso di miriadi di teste metalliche che si scontrano avventandosi tutte assieme e da ogni parte contro le strutture degli ultimi grattacieli ancora in piedi, nel bagliore accecante sprigionato dai loro gusci sterminati che avanzano a testuggine nello spazio. Aggrediscono le auto abbandonate nelle vie, il manto stradale, i ponti sospesi, intaccando i grandi cavi d’acciaio che li tengono sollevati nell’aria. Li si sentono anche da lontano precipitare nei fiumi, nei mari, pieni di resti di masticazioni di navi che galleggiano semiaffondate. Masticano tutto ciò che resta di emerso delle grandi città costiere, si tuffano sotto il pelo dell’acqua per masticarne là sotto le fondamenta, i grandi pesci gonfiati da immondizie e escrementi, li sollevano fuori dall’acqua continuando a masticarli in volo, smembrati. Vanno a snidare i carnai in putrefazione nei cimiteri, gettandosi con stridori e cozzi elettrici contro le forme molli in disfacimento sotto il velo di terra. Si levano di nuovo in volo con le bocche ancora bagnate, le antenne sporche di liquami, lordate. Le grandi città crollano, i mari e gli oceani ribollono per l’agonia delle miriadi di corpi torturati e smembrati. Tutto il cielo è pieno di clangori e di grida e di corpi alati che volano ancora per un po’ semimasticati.<br />
Cosa sta facendo intanto il nostro sognatore? Si sposta nei cunicoli della metropolitana, dopo essersi rifugiato là sotto assieme alle fiumane di gente terrorizzata che si è asserragliata nelle viscere della terra per sfuggire al flagello. Non sa da quanto tempo si trova lì. Non sa nulla, non ricorda nulla. Neppure il suo nome. Non ha padre, né madre. Devono essere stati divorati anche loro quando erano in superficie. E’ mezzo sdentato, non ricorda perché. Forse perché, prima di riuscire a fuggire infilandosi nel più vicino cunicolo della metropolitana, qualche cavalletta gli avrà sfondato la chiostra dei denti, venendo giù fulmineamente dall’alto come un proiettile, per cercare di entrargli nelle parti molli del corpo. Forse è proprio da quel momento che non ricorda più niente. Si sposta nei cunicoli, dorme per terra, mangia dove capita e quello che capita, durante le distribuzioni di cibo che ancora avvengono qua e là, mentre arriva da sopra il rombo delle teste d’acciaio che cercano di sfondare i condotti armati e di penetrare nell’intestino caldo della metropolitana piena di carne ancora vivente. Ogni tanto, andando qua e là tra le fiumane di folle che si spostano lungo le banchine e i cunicoli, incrocia una ragazza con un orecchio per metà masticato. Si mette a correre forte, quando la vede. Anche lei corre più forte quando lo vede. Si oltrepassano correndo sul tappeto di immondizie accumulate lungo i condotti, rasentando le zone fetide dove sono ammassati gli escrementi umani che ammorbano l’aria. Continuano a correre così per un po’, senza sapere dove andare, perché. Finiscono in zone sotterranee infinitamente lontane prima di rendersi conto della velocità del loro andare. Ritornano sui propri passi. Si incontrano di nuovo da tutt’altra parte, lontano. Salgono e scendono più volte, solo per l’emozione di incrociarsi su due scale mobili parallele mentre uno scende e l’altra sale, e di venirsi incontro mentre stanno fermi e con gli occhi sbarrati nell’aria, nella luce. Lui le sorride con la bocca sdentata. Lei sbarra gli occhi, arrossisce, perché nessuno le ha mai insegnato a sorridere, perché anche lei è orfana. Si perdono di vista per giorni perché, dopo ogni incontro, la loro corsa li porta così lontano che perdono l’orientamento, mentre da sopra le volte continua ad arrivare il rombo di miriadi di denti metallici che staccano a brani gli ultimi lembi d’ asfalto per raggiungere le zone umide annidate sotto di essi, spaccano i grandi tubi dei condotti fognari, si gettano a capofitto nelle nere acque succulente che corrono sotto terra. Si rivedono su un’altra scala mobile, si incrociano fulmineamente, perché il mulinare dei loro piedi in corsa sui gradini in movimento moltiplica la velocità della loro corsa.<br />
“Che cosa ti è successo ai denti?” gli riesce a chiedere lei, all’improvviso.<br />
“Non lo so. E a te che cosa è successo all’orecchio?” riesce a chiederle lui, farfugliando per l’aria che gli esce dalla chiostra dei denti sfondati.<br />
“Non lo so” gli risponde lei.<br />
Non si vedono per giorni e giorni, perché è bastato questo piccolo scambio di frasi per accelerare a tal punto il battito dei loro cuori da far correre all’impazzata i loro corpi fin nei cunicoli più lontani e mai visti prima.<br />
“Come ti chiami?” le farfuglia lui la volta dopo, correndo giù da un’altra scala mobile.<br />
“Non lo so” gli risponde lei “Nessuno mi ha dato un nome.”<br />
“E tu come ti chiami?” gli domanda lei la volta dopo.<br />
“Non lo so. Anch’io non ho un nome” le farfuglia lui.<br />
Dalle volte arrivano intanto fragori sempre più forti, perché miliardi di denti metallici stanno trapanando gli strati di terreno per svellere i cavi elettrici che corrono sotto terra, masticano i loro rivestimenti di gomma provocando cortocircuiti che gettano nell’oscurità intere zone della metropolitana e fanno filtrare anche là sotto bagliori enormi, spaventosi, improvvisi. Si capisce che le cavallette in esplosione demografica abnorme stanno cominciando ad attaccarsi tra di loro per il possesso degli ultimi brandelli commestibili del pianeta. E che, quando non trovano più nulla sulla linea della loro corsa, cominciano a divorarsi persino tra loro. In alcune zone lontane della metroplitana le intercapedini armate sembrano sempre più sul punto di cedere sotto l’urto delle miriadi di proiettili di metallo che vengono giù a strapiombo dall’alto per sfondare le volte e gettarsi tutte assieme all’interno per consumare il loro ultimo pasto.<br />
“Che cosa ti è successo?” le farfuglia lui, la volta dopo, con il cuore in gola, perché le gambe di lei sono tutte rigate di sangue, sgorgato evidentemente da qualche punto segreto del suo corpo, sotto ciò che resta della sua gonna, mentre si trova per la prima volta a salire qualche gradino sotto di lei sulla stessa scala mobile, una delle ultime ancora in funzione.<br />
“Non lo so” risponde lei.<br />
“Sono entrate anche qui dentro le cavallette?” le farfuglia ancora lui “Ti sono entrate nel corpo?”<br />
“Non lo so” gli risponde ancora lei.<br />
E’ girata verso di lui, che continua a guardarla dal basso, col cuore in gola, mentre la scala mobile continua a salire e si sentono venire clangori sempre più tremendi dall’esterno, e non si riesce a capire se le cavallette sono ormai riuscite a sfondare e hanno già cominciato a penetrare all’interno o se è solo il fragore di miriadi di corpi che si stanno fronteggiando e masticando tra loro. Non si capisce che cosa sta succedendo, cosa succederà: se le cavallette sono già penetrate là sotto, se riusciranno infine a penetrare là sotto o se non ne avranno il tempo solo perché si divoreranno prima tra loro.</p>
<p>“Che sogno è questo?” domanderà forse qualcuno, a questo punto “Questo non è un sogno, è un incubo!”<br />
“Ma non vedete cosa sta succedendo? No, no! E’ un sogno! E’ un sogno!”</p>
<p><em>Intervento letto al convegno “Ripensare la Modernità”, Mosca, ottobre 2002.</em></p>
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		<title>L&#8217;ultima frase</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 13:00:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Lenzini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/falling-beckmann.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-50783" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/falling-beckmann.jpg" alt="falling beckmann" width="177" height="285" /></a></p>
<p><strong>[1]</strong> In uno dei film più significativi degli ultimi anni, <em> La venticinquesima ora</em> di Spike Lee, c’è una scena in cui due dei tre amici protagonisti della storia conversano in un appartamento le cui finestre si affacciano su Ground Zero. Frank lavora a Wall Street e Jakob è insegnante di inglese. In una pausa della conversazione lo sguardo dei due si volge all’esterno: nella luce fredda, lunare, dei fari del cantiere, le scavatrici e le macchine – enormi ma dall’alto minute come giocattoli o insetti metallici – si aggirano lentamente e spostano e ammassano detriti lungo i percorsi tracciati sul suolo dalle gigantesche ruote delle ruspe, come in una cava a cielo aperto nel centro di Manhattan. <span id="more-50594"></span></p>
<p>Per un attimo, con una forza furtiva e inattesa, il vuoto appare nel deserto lunare, si rende manifesto; lo spettro del massacro si leva nello spazio tra i grattacieli di New York come il vero, designato fondale per il nostro tempo. L’alto e il basso, la luce e l’oscurità, il grande e il piccolo, d’un tratto spalancano nel loro contrappunto una dimensione nascosta, celata all’esistenza che durante il giorno prosegue come sempre, nella città dove i tre amici vivono le loro arruffate vicende, nelle disperate e ordinarie avventure di tutti i giorni &#8211; vite non diverse da quelle delle migliaia di persone sparite durante e dopo l’attacco. Un’interruzione, un intervallo incidentale, un varco tra i tempi e tra presenza e assenza: solo in quell’istante notturno, per la durata di uno sguardo sfuggente, l’espressione “Undici Settembre” sembra svincolarsi dagli stereotipi che ne offuscano una percezione non mediata, lasciando affiorare il carattere irredento della morte massificata e indiscriminata, la sua inevasa richiesta di senso. Appena una esitazione, una veloce vertigine nello scorrere del tempo (il tempo del consumo, della dissipazione, dello sfruttamento: le grandi ruspe, sempre in moto, della dimenticanza); poi subito la conversazione riprende, con giusta coerenza: Jakob chiede a Frank se non pensa di lasciare l’appartamento, così prossimo al luogo della strage, e Frank risponde: ma sei matto, con quanto mi è costato. La voragine si richiude ovvero torna invisibile come messaggio. Ricomincia il tempo della rimozione.</p>
<p><strong>[2]</strong> Appena prima che il vuoto prendesse forma a Manhattan, nel pieno dello “spettacolo” rivisto già prima che avvenisse, ci fu chi si precipitò giù dalle Torri in fiamme e venne fotografato, immediatamente e inevitabilmente fotografato. Richard Drew è il fotografo che <em>immortalò</em> “al volo”, in una istantanea che fece il giro del mondo, un <em>jumper</em> ignoto e subito famoso nel suo anonimato, il cui nome poi fu ricercato a lungo dai media famelici e incalzanti («the Hunt for the Falling Man»). Tuttavia nei giorni seguenti alla strage le immagini dei <em>jumpers</em> cominciarono a creare imbarazzo e vennero tolte dai palinsesti, come se in una cultura che tutto traduce in immagine, e che sull’uso delle immagini violente lucra ogni giorno, proprio quelle costituissero una violazione dei diritti della persona alla “riservatezza”. Dietro la paradossale interdizione si nascondeva altro, il rifiuto di una scelta &#8211; ammesso che tale fosse stata &#8211; non contemplata da una ideologia tanto ipocrita quanto oltranzista, che così svelava l’input belligerante istantaneamente attivato dal potere: chi aveva scelto di morire <em>invece di essere ucciso</em> aveva mostrato una biasimevole <em>mancanza di coraggio</em> («lack of courage») e compiuto un atto anomalo, blasfemo; sicché allo scenario hollywoodiano (genere “catastrofico”) <em>imprinted</em> nell’atto terroristico, la ripetizione delle fantasie inventate e reiterate per catturare l’attenzione delle masse e far botteghino, si sovrapponeva già, insieme a un sigillo sacrale, l’appello alla mobilitazione che portò di lì a poco alla guerra, e dietro l’appello alla <em>privacy</em> in realtà scattava il reclutamento per la rappresaglia, secondo il vecchio (ma sempre pronto) spartito della battaglia del Bene contro il Male.<br />
In ogni momento di questa vicenda l’essere umano è stato, pertanto, continuativamente e inesorabilmente oggetto: di assassinio, di manipolazione, di speculazione, di mobilitazione, di rimozione, di mercificazione. Senza un attimo di tregua, senza possibilità di pause o intervalli, per negare alla radice qualsiasi possibilità di trasformare lo<em> shock</em> dell’avvenimento in un risveglio di attenzione, per spazzar via qualsiasi velleità di arrestare il tempo per il tempo di uno sguardo sul mondo, di far spazio ad un po’ di pietoso silenzio e alla ricerca delle verità annidate dietro l’apparenza. Bisognava, invece, dar fiato al coro che gridasse vendetta, proclamare l’emergenza che autorizzasse una nuova violenza.</p>
<p><strong>[3]</strong> Intorno all’Undici Settembre si è sviluppata un’ampia e variegata produzione culturale: romanzi, racconti, film, testi teatrali e saggistici, composizioni musicali. Registi famosi, scrittori di grido e drammaturghi emergenti hanno proposto vicende al cui centro, o sullo sfondo, era quell’evento, declinato in modo corale o individuale, riportato a narrazione di cronaca o a invenzione tra realtà e fantasia. Ma se molti non miravano ad altro che sfruttare il <em>pathos</em> del tragico avvenimento, come si conviene alla cultura destinata al consumo, è forse a quelli con le migliori intenzioni che è toccato il peggio. A chi pensò di cogliere l’occasione epocale per farsi il Tolstoj postmoderno, o immaginò di usare la tragedia collettiva per cogliere un moto di coscienza nei singoli, coniugando il vissuto al farsi della storia, è avvenuto per lo più di fallire miseramente, se non di essere arruolato senza volerlo nelle strategie del giovane Bush e della sua cricca. Quel che il carattere velleitario o presuntuoso dei testi letterari o cinematografici portava alla luce non erano, una volta ancora, che luoghi comuni o diversivi rispetto allo spessore di verità incognite e falsità palesi coagulatesi nel terribile e fulmineo passaggio storico: un nucleo intangibile, non comunicabile, resisteva ad ogni messa in scena, ad ogni rappresentazione, non tanto per l’enormità in sé del fatto, ma proprio perché il carattere sensazionale ne era già stato anticipato, passato nel patrimonio visivo e emotivo prima di accadere, svilito e commercializzato, e poi immediatamente asservito al canovaccio di sempre. Nel vissuto – dove l’arte avrebbe dovuto scavare, aprendosi alla storia in atto – uno schermo traslucido in qualche modo sottraeva l’evento ad una interpretazione che non fosse inclusa nell’immaginario di massa, quasi essa non aspettasse altro che una <em>esecuzione</em>, l’atto secondo (o<em> sequel</em>) che fu in effetti realizzato di lì a poco, con la guerra in Irak (quindi con la morte di altri inermi).<br />
Ma come avrebbe potuto un artista fare veramente i conti con quel grumo opaco e trasparente insieme, con uno scandalo impenetrabile per sovraesposizione, insieme sacralizzato e rimosso? Tanto più facile adagiarsi nei rassicuranti schemi bellici, facendo finta di rivitalizzare con un brivido storico condiviso il noioso disincanto seguito alla “fine della Storia”, oppure ignorare del tutto Storia, Spettacolo e annessi, ormai confusi in un unico fastidioso coacervo. In chiave artistica, d’altronde, “Guernica” non era stato già dipinto? Persino un <em>jumper</em> era stato raffigurato, ben mezzo secolo prima, da Max Beckmann, in un quadro ambientato a New York dove non manca un palazzo in fiamme. Infine, in materia non si danno prescrizioni o ricette che non siano l’esito di “poetiche” arcaiche o solipsistiche, e quanto ad andare oltre l’apparenza, ci pensarono gli specialisti in “complotti”, tanto più agguerriti di romanzieri e drammaturghi. In tanta dotta ignoranza o cinica speculazione, non è forse un caso se dobbiamo a Daniel Mendelsohn, l’autore dell’ottimo <em>Gli scomparsi</em>, alcuni spunti di riflessione non a caso ignorati dai più e affidati ad un testo del 2006 (<em>L’11 settembre al cinema</em>) in cui uno studioso dei classici metteva alla prova la propria cultura nel confronto con l’attualità: che è quanto le torme di <em>opinion-makers</em>, esperti di geopolitica e scienziati della comunicazione di pronto impiego non han saputo fare nell’infinito <em>talk-show</em> del dopo-massacro.</p>
<p><strong>[4]</strong> Nel suo saggio &#8211; tale è lecito definire l’intervento su «The New York Review of Books» &#8211; Mendelsohn mette in relazione i film di Stone e Greengrass (<em>World Trade Center</em> e <em>United 93</em>), con <em>I Persiani</em> di Eschilo: paragone che può sembrare paradossale, provocatorio o banalizzante agli occhi degli specialisti e dei tantissimi critici che la sanno lunga, ma che in realtà consente una prospettiva di vasto respiro, una interrogazione sul senso e sui modi di affrontare l’avvenimento; prospettiva e interrogazioni che proprio per l’essere il cinema uno strumento di vastissima audience rivestono un particolare rilievo. Scrive Mendelsohn, dopo aver osservato che nei due film l’accento cade su momenti di eroismo (i passeggeri del volo di <em>United 93</em>, i marines e i poliziotti di <em>World Trade Center</em>):</p>
<p>&#8220;Non c’è dubbio che l’11 settembre sia stato anche un giorno di eroismi e atti di coraggio; ma il fatto che la gente sia stata costretta a essere eroica è stato il risultato di una vasta e complessa rete di forze politiche, sociali e storiche delle quali, a cinque anni di distanza, sarebbe da irresponsabili non prendere atto. La scelta di questi due film di porre l’accento quasi esclusivamente sul &#8216;bene&#8217; – l’eroismo e il valore di tanti, semplici cittadini americani – è indicativa, perché lascia trasparire il rifiuto di affrontare problemi più vasti e il complesso sistema di cause ed effetti culminato negli eventi dell’11 settembre: un rifiuto che ha caratterizzato quasi per intero la reazione del Paese a un dramma d’importanza così capitale. Il fatto che entrambi i film, come quasi tutto ciò che abbiamo visto sui vari schermi, cinematografici e televisivi, negli ultimi cinque anni, rivestano le loro storie e le loro modalità di racconto con una patina di reverenza verso la realtà &#8216;autentica&#8217; – un atteggiamento in grado di indurre al pianto, certo non alla riflessione – dovrebbe essere motivo di preoccupazione, e non di plauso.&#8221;</p>
<p>Agire sui sentimenti, provocare adesione invece che riflessione, esibire l’autentico perché menzogne e ingiustizie si riproducano all’infinito, tutto questo risponde certo a una legge della “società dello spettacolo” che ben si adatta alle esigenze del<em> business</em> (“reazioni” pianificate incluse, non solo quelle dei governanti <em>made in U.S.A</em>.) Essa appare così connaturata al fare artistico <em>mainstream</em>, così coerente con le istanze dell’industria culturale, da rigettare fuori da sé ogni tentazione di un discorso diverso, persino in chi vorrebbe in buona fede affrontarne la sfida; eppure, a ragione suggerisce Mendelsohn, niente in realtà impedirebbe che da un evento come l’11 settembre prendesse forma una «vera tragedia», qualcosa cioè di ben diverso dall’intrattenimento. Una tragedia del genere, secondo il critico,</p>
<p>&#8220;potrebbe concentrarsi sul modo apparentemente inevitabile in cui i più grandi imperi possono essere gettati nel caos da un numero modesto di nemici, dotati di un fervore ideologico che li ha liberati da ogni paura della morte. O su uno specifico impero, reso vulnerabile dal suo sprezzante rifiuto di prendere sul serio i propri nemici. O potrebbe raccontarci qualcosa su un governante sciocco e inesperto, il cui desiderio di eclissare un padre ben più abile ha un effetto infelice sulla sua azione politica, con il risultato che finisce per sembrare ancora più sciocco e inesperto in confronto a suo padre. O potrebbe sottolineare l’estraneità apparentemente irriducibile dell’Oriente agli occhi dell’Occidente, e viceversa. O potrebbe addirittura consistere in una farsa (un genere non estraneo alla tragedia greca) sulle ingiustizie del potere – su un governante così inetto da portare alla rovina il suo paese, senza però mai pagare personalmente per i suoi errori.&#8221;</p>
<p>Niente impedirebbe di scriverla, ma aggiunge Mendelsohn, «una tragedia con queste caratteristiche è già stata scritta, e si intitola <em>I Persian</em>i.» Se infatti un tempo quell’antichissima tragedia era sembrata al critico offrire l’opportunità di mostrare ai suoi studenti che «non tutte le tragedie erano capolavori», ora, dopo l’11 settembre essa gli si presentava in una luce diversa, per la «capacità di trasformare la materia grezza e caotica della storia vissuta in qualcosa di più grande, con una risonanza universale.» Ora – a prescindere da questa o quella ipotesi drammaturgica &#8211; è per l’appunto tale capacità, quel che è mancato nei tanti romanzi e film di questi anni. A distanza di tempo, si vede meglio come la rilegittimazione della guerra e la resa alla “evidenza” del conflitto, coniugato secondo un nuovo paradigma amico/nemico, più confacente ai termini globali dello sviluppo capitalistico, hanno usufruito di questa impotenza (procurata o subita) nel riportare la «materia grezza e caotica» ad uno scenario che ne trascendesse l’ordito; mentre i veri artisti han sempre disobbedito ai rifiuti (consci o inconsci) imposti dall’esterno, e quindi reagito &#8211; per usare altri vocaboli che ricorrono in Mendelsohn &#8211; all’apparenza e all’ingiustizia (così come i veri critici hanno sempre ricompreso il passato a partire dal presente).<br />
Ma c’è un aspetto del dramma di Eschilo messo a fuoco da Mendelsohn che ha particolare significato per il nostro tempo, ed è il modo in cui l’artista si poneva di fronte agli eventi, nel caso la sconfitta di Serse a opera degli ateniesi (trionfo epocale per i greci): un aspetto che, essendo le guerre stabilmente all’ordine del giorno, c’interessa da vicino, e che – si noti &#8211; al tempo non risultò contraddittorio con le esigenze dell’audience, se nel 472 a. C. ad Atene la tragedia venne subito premiata, potendo contare su spettatori per i quali, scrive Mendelsohn, «la tragedia era una forma di dialogo politico almeno quanto di intrattenimento.» Annota il critico che</p>
<p>&#8220;il dramma venne portato in scena otto anni dopo la favolosa e inattesa vittoria dei greci su un nemico soverchiante. Ciò rende tanto più notevole la scelta di Eschilo – che, va forse sottolineato, aveva combattuto personalmente nelle guerre persiane e aveva perso un fratello, di nome Cinegiro, nei giorni successivi al grande trionfo di Maratona: una morte che sarebbe diventata parte integrante della retorica sull’eroismo dei greci – di rivolgere il suo sguardo partecipe non ai greci esultanti, ma ai persiani sconfitti. Chiedendo così ai suoi concittadini ateniesi, nel momento del trionfo, di pensare in modo radicale, di immaginare qualcosa che esulava dalla loro esperienza, di ricollocare i sentimenti che provavano – verso se stessi e i loro nemici – in un quadro più ampio. E di arrivare così a comprendere che il loro trionfo avrebbe potuto indurli a un compiacimento foriero di futuri disastri. È proprio la presenza di questi temi etici di più ampia portata, che sovrintendono alla messa in scena drammatica, a conferire alla tragedia di Eschilo una risonanza che trascende i dettagli della storia che si propone di rappresentare.&#8221;</p>
<p><strong>[5]</strong> Sembra che ai<em> jumpers</em> nel monumento funebre in memoria delle vittime a <em>Ground Zero</em> (“National September 11 Memorial and Museum”), inaugurato nel 2011, sia stato riservato uno spazio a parte, defilato. Ma almeno, bene ha fatto l’architetto a fare del vuoto il centro del memoriale: <em>Reflecting Absence</em> era il titolo del progetto. Lo stesso non si può dire della citazione scelta come epigrafe del monumento alle vittime ed esposta sul muro principale, «NO DAY SHALL ERASE YOU FROM THE MEMORY OF TIME», che traduce il verso virgiliano «nulla dies umquam memori vos eximet aevo», dal libro nono dell’<em>Eneide</em> (v. 447; nella versione di Alessandro Fo: «voi nessun giorno potrà mai strappare a un memore tempo»). Il verso, infatti, è estrapolato da uno degli episodi più celebri (e cruenti) dell’<em>Eneide,</em> quello di Eurialo e Niso, i quali eroi muoiono sì, e sono celebrati dal poeta in stretto rapporto con la gloria futura di Roma, ma – come è stato rilevato &#8211; hanno appena compiuto una strage notturna nell’accampamento troiano immerso nel sonno, per cui nella sortita dei due giovani l’ardimento e l’oltranza sconfinano nell’imprudenza, in una deriva sanguinosa il cui eccesso («<em>sensit enim nimia caede atque cupidine ferri</em>», dice Virgilio di Niso che osserva Eurialo in azione, v. 354) condanna i protagonisti stessi alla morte.<br />
Per riprendere lo spunto di Mendelsohn, non solo le migliaia di scomparsi a Ground Zero non volevano essere eroi ma se anche lo furono, in nulla sembrano assimilabili ai celebri amici dell’<em>Eneide</em>. In ogni caso &#8211; e Imperi a parte &#8211; le polemiche nate intorno alla citazione non possono esser circoscritte a questioni testuali né ridotte a dispute tra dotti, in quanto hanno toccato un punto cruciale, che esemplifica un uso della cultura &#8211; in particolare dei classici, ma il discorso ne travalica i confini &#8211; precisamente inverso rispetto a quello attuato e postulato da Mendelsohn. A veder bene, infatti, chi ha scelto quel verso lo ha fatto decontestualizzandone del tutto il significato, operando cioè con le modalità proprie della cultura reificata, di quell’uso della memoria che è per l’appunto uno degli agenti più efficaci della dimenticanza e della mistificazione. Come dire, allora, che i nomi delle vittime, allineati sulle pareti del memoriale secondo l’ordine stabilito da un algoritmo, con quell’epitaffio nel momento stesso in cui sono stati evocati hanno di fatto subito un ulteriore tradimento, una ulteriore manipolazione.</p>
<p><strong>[6]</strong>. Anche per questo, forse, l’anomalia dei<em> jumpers</em> continua oggi a interrogarci, a chiedere udienza. Ma dove trovare un barlume dell’<em>ethos</em> di Eschilo, come sfuggire alle volontà imperiali e ai richiami alle armi?<br />
Provo a rispondere con qualche esempio in versi, ipotizzando sia stata la poesia ad accogliere lascito e richiesta.<br />
Nel 2011 Giancarlo Gaeta, uno dei nostri migliori saggisti, ha pubblicato una poesia intitolata <em>Requiem dell’undici settembre</em> (<em>variazioni su September 1</em>, 1939 di W. H. Auden), che in una alta e lucida meditazione guarda al Memoriale di Manhattan da Firenze (da San Giovanni e da Piazza Signoria). Ne cito le ultime strofe:</p>
<p>&#8220;È immersa nel primo sonno la piazza cullata dal gorgogliare della fontana, sognano un passato di glorie il vecchio palazzo turrito e le sculture sotto la loggia.<br />
Ma non quelli raccolti laggiù attorno al vuoto delle torri, costretti a sognare il sogno annichilente di un pazzo.<br />
Si muovono piano lungo il recinto dell’immensa vasca; tra cascate d’acqua che non danno ristoro, passano trasognati il dito sulle lettere dei nomi incisi.</p>
<p>Bambini spaventati per la perduta impunità poggiano la fronte sul marmo, sfregano la matita su un foglio per catturare un segno a cui aggrapparsi.<br />
Onde di rabbia e di paura cercano sfogo e conforto; altro non trovano che i frammenti sparsi di un sogno euforico.<br />
La fortezza non è più così familiare, volti minacciosi denunciano da larghe fessure l’imperialismo e il torto internazionale.</p>
<p>Ma i governanti sanno come trarre profitto da tanto smarrimento: siamo andati, dicono, a colpire chi ci ha umiliato.<br />
Demoni grandi e minuti hanno moltiplicato il gesto inaudito; coatti del dio psicopatico che lo aveva segretamente concepito.<br />
A decine di migliaia altre morti si sono aggiunti, anch’essi innocenti; per loro non ci sarà commemorazione né nomi incisi a perenne memoria.</p>
<p><em>L’indicibile odore della morte</em><br />
<em> offende la notte di settembre</em>.&#8221;</p>
<p>C’è qui quella risonanza di cui parlava Mendelsohn, la capacità di «pensare in modo radicale», cioè dal basso, di cui abbiamo bisogno, anche quando (specialmente quando) usiamo la memoria, e non vogliamo farci usare. E se ripensiamo ai <em>jumpers</em>, l’unica foto che ne vogliamo serbare è quella di Wisława Szymborska (<em>Fotografia dell’11 Settembre</em>), infine capace di parlarci ma anche di fare silenzio:</p>
<p>Sono saltati giù dai piani in fiamme –<br />
uno, due, ancora qualcuno<br />
sopra, sotto.</p>
<p>La fotografia li ha fissati vivi,<br />
e ora li conserva<br />
sopra la terra verso la terra.</p>
<p>Ognuno è ancora un tutto<br />
con il proprio viso<br />
e il sangue ben nascosto.</p>
<p>C’è abbastanza tempo<br />
perché si scompiglino i capelli<br />
e dalle tasche cadano<br />
gli spiccioli, le chiavi.</p>
<p>Restano ancora nella sfera dell’aria,<br />
nell’ambito di luoghi<br />
che si sono appena aperti.</p>
<p>Solo due cose posso fare per loro –<br />
descrivere quel volo<br />
e non aggiungere l’ultima frase.</p>
<p>Dicembre 2014</p>
<p>°</p>
<p>NOTA BIBLIOGRAFICA<br />
25th Hour, regia di Spike Lee, sceneggiatura David Benioff, Touchstone Pictures, 2002; Tom Leonard, The 9/11 victims America wants to forget: The 200 jumpers who flung themselves from the Twin Towers who have been “airbrushed from history”, «Mail Online», 11 September 2011: http://www.dailymail.co.uk/news/article-2035720/9-11-jumpers-America-wants-forget-victims-fell-Twin-Towers.html#ixzz3NIvtblfx; David Mendelsohn, Gli scomparsi, Milano, Beat, 2013 (tit. orig. The Lost. A search for six of six million, 2006); Id., September 11 At the Movies, «The New York Review of Books», 53/14, 21 September 2006, pp. 43-46, trad. it. (di Luca Briasco) L’11 settembre al cinema in Id., Bellezza e fragilità, Vicenza, Neri Pozza, 2009, pp. 247-262; Alessandro Schiesaro, Eurialo e Niso a Ground Zero, «Il Sole 24 Ore», 10 agosto 2014, p. 16; Publio Virgilio Marone, Eneide, traduzione e cura di Alessandro Fo, note di Filomena Giannotti, Torino, Einaudi, 2012; Giancarlo Gaeta, Requiem dell’undici settembre (variazioni su September 1, 1939 di W. H. Auden), «Lo straniero», XV, 136, ottobre 2011, p. 42; Wisława Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945 – 2009), a cura di Pietro Marchesani, Milano, Adelphi, 2009.</p>
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		<title>Byron – Il tabù</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 06:00:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Per oltre un secolo dopo la morte di Byron, anche solo toccare l’argomento omosessualità in Inghilterra fu tabù. Si dovette attendere il 1861 perché finalmente le due camere votassero l’abolizione della pena di morte per il reato di sodomia tra adulti consenzienti, sostituendola con il carcere a vita. Nei decenni successivi la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Per oltre un secolo dopo la morte di Byron, anche solo toccare l’argomento omosessualità in Inghilterra fu tabù. Si dovette attendere il 1861 perché finalmente le due camere votassero l’abolizione della pena di morte per il reato di sodomia tra adulti consenzienti, sostituendola con il carcere a vita. Nei decenni successivi la pena venne ridotta a un numero ristretto di anni, fino a giungere ai due anni di carcere duro comminati a Oscar Wilde nel 1895. <span id="more-42198"></span>Ormai, se non altro, il lessico concedeva definizioni post bibliche: uranismo era in uso in Germania dal 1862, omosessualità dal 1869; e “inversione sessuale” divenne un’espressione ricorrente nei trattati scientifici continentali a partire dal decennio successivo. A fine secolo, con enorme fatica, Havelock Ellis riuscì a farla entrare in circolo anche nel mondo anglosassone.<br />
Solo in questo quadro è possibile comprendere una delle maggiori mistificazioni bio-letterarie dell’Otto-Novecento. Voluta da Byron stesso per legittima difesa negli anni delle gogne e delle impiccagioni, la mistificazione è stata poi certosinamente reiterata da ricercatori fasulli e agiografi imbecilli, totalmente privi di motivazioni etiche e civili, ma ben provvisti dei propri pregiudizi omofobici.<br />
Gli amici di Byron &#8211; in primis il suo esecutore testamentario Hobhouse e il suo editore Murray &#8211; fecero di tutto perché non restasse traccia &#8211; o comunque non si parlasse &#8211; dell’omosessualità del poeta. Che invece riuscì a costruirsi una duratura immagine di tombeur de femmes, divenendo una sorta di sex symbol per le signore dei due mondi, come in seguito furono Rodolfo Valentino e Elvis Presley. Fu l’homme fatal quando non si parlava ancora di femme fatale, nata nel secondo Ottocento con Madame Bovary.<br />
La realtà era ben diversa: Byron era sentimentalmente e ossessivamente omosessuale, capace di innamorarsi solo di ragazzi e di giovani uomini; però, grazie alla sua esuberanza sessuale, era anche in grado di soddisfare le numerose donne che gli si offrivano. Da qui l’equivoco, duro a morire, circa il grande amatore. Ma un conto è innamorarsi e amare (i ragazzi); un altro conto è esercitare una attività sessuale senza coinvolgimento emotivo (anche con persone dell’altro sesso). Oggi, al riguardo, si distingue tra “orientamento” e “comportamento” sessuale.<br />
Meglio di ogni mia parola, può chiarire il punto questa pagina di Tolstoj: “Per me il segno principale dell&#8217;amore è la paura. La paura di offendere o di non piacere all&#8217;oggetto amato, semplicemente la paura. Sentivo una vampa di calore quando lui entrava nella stanza. Sebbene inconsciamente, io di null&#8217;altro mi preoccupavo che di piacergli. Non sono mai stato innamorato di donne. Ho sempre amato uomini che erano freddi verso di me o al massimo mi apprezzavano. Non dimenticherò mai, ad esempio, le notti quando io e Djakov uscivamo da Pirogovo e avevo voglia di abbracciarlo e di piangere”. (Lev Tolstoj, Diari, 29 novembre 1859).<br />
E mentre per noi oggi il discorso cause-malattia è ovviamente superato (se l’omosessualità è una malattia occorre cercarne le cause; se non è una malattia, non ha senso cercarne le cause: omosessuali non si nasce né si diventa: omosessuali si è), all’inizio dell’Ottocento solo un uomo della sensibilità e dell’intelligenza di Byron poteva precorrere i tempi ed essere “freudiano” ante litteram, chiedendosi se la sua “ossessione” (il desiderio per i ragazzi) dipendesse dall’essere senza padre e senza fratelli.</p>
<p>La verità su Byron non poterono certo rivelarla Thomas Medwin, nel suo Journal of the Conversations of Lord Byron at Pisa, apparso a Londra nel 1824 (ed. cons. E. J. Lovell, Jr, a cura di, Princeton U.P. 1966), né gli altri contemporanei del poeta: Leigh Hunt in Lord Byron and Some of his Contemporaries (Londra 1828) e Thomas Moore in Letters and Journals of Lord Byron with Notices of his Life, Londra 1830.<br />
Le rivelazioni sincere e personali stavano soprattutto nelle Memoirs del poeta stesso, distrutte in gran parte da Hobhouse e Murray. Restavano delle tracce nell’epistolario, nelle testimonianze dirette e soprattutto nelle opere, a saperle leggere. Tracce che tuttavia nessuno volle (o potè) mettere in luce praticamente fino alla metà del Novecento. Va dunque riconosciuto che la tattica della distruzione messa in atto da Hobhouse ebbe successo; fino alla sua morte, mentre si moltiplicavano le edizioni delle opere di Byron e le biografie, nessuno mai pubblicò una sola riga sull’omosessualità del poeta. E quindi dei suoi “amici”: Hobhouse aveva così “salvato” se stesso. Paradossalmente la parola venne coniata proprio nel 1869. Si dovette giungere al 1873 perché in un articolo &#8211; apparso sul St. Paul’s Magazine a firma di Lord Roden Noel &#8211; si iniziasse ad accennare, sulla scorta della famosa lettera di Shelley a Peacock, ai rapporti veneziani di Byron con i travestiti.<br />
E solo nel 1884, sulla prestigiosa rivista “Athenaeum”, un anonimo critico &#8211; che si firmò A.B. &#8211; insinua il dubbio che “Thyrza” non fosse Margaret Parker, cugina di Byron (morta quando il poeta aveva dodici anni), come all’epoca ancora ufficialmente si sosteneva. A.B. sfiora la verità, accennando alla “cornelian” e quindi spostando l’attenzione sulle amicizie di collegio, ma poi in qualche modo ritratta, concludendo l’articolo con l’opinione di Thomas Moore: una vera e propria Thyrza forse non era mai esistita.<br />
Browning, circa i Sonetti di Shakespeare, aveva appena dichiarato “If so, Shakespeare the less!”. Se è così, se il fair youth fu amato dal poeta, allora Shakespeare vale meno. Anche Byron non poteva valere meno: non poteva avere amato gli uomini.<br />
Si giunge così alla fine dell’Ottocento con l’immagine del poeta “intatta”. Saranno articoli e saggi di scrittori francesi, tedeschi e italiani a rimettere l’argomento in circolazione. E il Novecento, grazie alla filologia, sui documenti sopravvissuti, avrebbe cominciato a sollevare il velo per dire quella verità che, in qualche momento, Byron aveva persino tentato di gridare al mondo. Va infatti ricordato che The Memoirs furono bruciate malgrado Byron stesso, come ricorda nei Detached Thoughts, le avesse già emendate.</p>
<p>Sarà soltanto nel 1957, con la divulgazione del Wolfenden Report, ben nove anni dopo lo shock statunitense del rapporto Kinsey, che l’Inghilterra cominciò a riflettere in modo laico sull’omosessualità. In precedenza, persino gli studi accademici venivano censurati se scivolavano verso tale ambito! Ancora una volta la scienza stava per sconfiggere le superstizioni, persino le peggiori: quelle con matrice dogmatico-religiosa, perché tinte di sacralità. Dando ragione a Jeremy Bentham scienziato sociale, economista morale.<br />
Mi paiono molto significativi questi altri dati: mediamente, fino al 1955, in Inghilterra le condanne a pene detentive variabili da sei mesi a cinque anni per omosessualità furono circa 800 ogni anno. Il picco venne raggiunto nel 1952 (l’anno dell’ascesa al trono dell’attuale regina) con ben 3000 condanne. Ciascuno di questi casi (sempre tra adulti consenzienti) significava arresto, ricerca delle prove, perquisizioni domiciliari e della corrispondenza: in pratica la rovina sociale della persona inquisita.<br />
La commissione governativa presieduta da Lord Wolfenden mise in luce tali persecuzioni e concluse i lavori raccomandando la depenalizzazione del reato. Risultato che si riuscì a ottenere definitivamente solo dieci anni dopo. In Inghilterra. Mentre in Scozia, patria di Byron, la legge &#8211; rispetto alla pur severissima legge inglese &#8211; fu sempre più dura e conservatrice. Se nel 1967 l’Inghilterra finalmente entrò nella modernità, la Scozia mantenne in vigore il reato di omosessualità tra adulti consenzienti fino al 1980. (Avendo studiato all’Università di Edimburgo nei primi anni settanta, posso parlare con cognizione di causa). Sarà soltanto nel 1990, per esempio, che il più grande poeta scozzese del Novecento, Edwin George Morgan (1920-2010), avrà il coraggio di fare coming out, dopo decenni di allusioni poetiche all’io narrante e al “suo tesoro” che si rincorrono tra i boschi attorno a Glasgow.</p>
<p>L’accesso alle carte restanti di Byron negli archivi dell’editore Murray fu consentito solo negli anni cinquanta del Novecento al maggiore studioso del poeta, Leslie A. Marchand, ma a una condizione: che non si accennasse all’omosessualità dell’autore di Don Juan. Fu dunque forzatamente monca l’amplissima biografia in tre volumi che lo studioso pubblicò nel 1957.<br />
Solo dieci anni dopo, con la depenalizzazione, Marchand poté pensare a un ulteriore volume dal titolo Byron: A Portrait, uscito nel 1970. Grazie a puntuali riscontri sugli epistolari del poeta e dei suoi amici, lo studioso giunse alla conclusione che, negli anni universitari, Byron aveva fatto parte di una ristretta cerchia di “iniziati”, usi a descrivere i propri amori omosessuali servendosi di un particolare codice basato principalmente su citazioni e termini greci e latini.<br />
Quest’ultima opera di Marchand venne accolta dalla comunità accademica e dalle vestali della Byron Society come un’eccentricità senile (del critico).<br />
Il primo autore che tentò apertamente di fare luce sulla consistenza omoerotica delle inclinazioni sessuali di Lord Byron fu G. Wilson Knight, in Lord Byron’s Marriage: The Evidence of Asterisks, apparso da Macmillan a New York nel 1957. Knight particolarmente focalizzò l’attenzione sugli undici mesi di matrimonio del poeta con Annabella Milbanke, sull’abbandono del tetto coniugale da parte della donna, e sulla successiva separazione legale. E ristabilì un’importante verità: la vera ragione del fallimento del matrimonio fu l’omosessualità del poeta, non il legame “incestuoso” con la sorellastra Augusta Leigh. Quella fu la ragione che Byron stesso contribuì a divulgare perché non si parlasse del nameless crime.<br />
Anche il lavoro di Knight (apparso, e va sottolineato, negli Stati Uniti) fu aspramente criticato, giudicato lesivo della memoria del poeta e sovente espunto da successive bibliografie.<br />
Grande successo ebbe invece nel 1974 la biografia del poeta scritta dall’agiografa Doris Langley Moore: Lord Byron: Accounts Rendered. Omofoba e mitomane (basti dire che Langley Moore volle che il suo proprio matrimonio venisse celebrato sulla tomba di Byron nella chiesa di Hucknall), la biografa innamorata non poteva nemmeno concepire l’idea che Byron avesse amato gli uomini, e giunse a falsificare &#8211; volutamente fraintendendoli &#8211; molti passaggi significativi della vita e dell’opera.<br />
E pensare che l’anno precedente, nel 1973 (quando avvenne la prima parziale cancellazione dell’omosessualità dell’elenco delle malattie da parte dell’associazione americana di psichiatria), in Romantic Poetry and Prose, un critico della fama e del prestigio di Harold Bloom aveva già definito Byron “basically homosexual”.<br />
Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Ricordo bene, per esempio, con quanta stima e simpatia venni accolto a Londra nel 1984 dai membri della Byron Society, dopo l’uscita della mia edizione italiana del <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804547529/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804547529&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Manfred</a>. Un’accoglienza che si mutò in glaciale abbandono quando dissi che intendevo continuare la mia ricerca su Byron studiandone l’omosessualità.<br />
Nel 1985 The Gay Men’s Press Bibliotek pubblicò la prima edizione di Byron and the Greek Love. Homophobia in 19th Century England di Louis Crompton, un lavoro scrupoloso e ben documentato, più volte ristampato negli anni successivi, praticamente ignorato dall’establishment accademico.<br />
Tra i contributi più recenti segnalo: Myth of the Modern Homosexual di Rictor Norton, apparso nel 1997; “’One half what I should say’. Byron’s gay narrator in Don Juan” di Jonathan David Gross, pubblicato dalla European Romantic Review, vol 9, Summer 98; e soprattutto Byron: Life and Legend di Fiona MacCarthy, pubblicato nel 2002.<br />
MacCarthy ha potuto finalmente avere libero accesso agli archivi Murray e pubblicare senza vincoli di sorta. Ha scritto che Byron era sicuramente più attratto dagli uomini che dalle donne. Per questa ragione il suo lavoro equilibrato e serio è stato accolto da gran parte dei critici con estrema freddezza.<br />
Segnalo infine un utile articolo di John Lauritsen: Lord Byron’s Taste in Men. How the author of Don Juan embedded his forbidden desires, apparso nella “Gay and Lesbian Review” (January &#8211; February 2011, Volume 18, Issue 1).<br />
Chiudo con la notizia della pubblicazione da parte di Doris Langley Moore per Melville, New York, di The Late Lord Byron, dove posso constatare che l’ormai attempata biografa innamorata non si è affatto ricreduta sui propri pregiudizi omofobici. Anzi&#8230;</p>
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		<title>REALTA’ O CONTEMPORANEITA’? LE PREROGATIVE PER UN BUON ROMANZO E I COMPITI DEI CRITICI</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 08:35:22 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p>Intervengo nel dibattito in corso su “Nazione Indiana” partendo da uno degli ultimi interventi, quello di Andrea Inglese, che condivido nello spirito e in molti punti specifici. Credo innanzitutto che uno degli scopi di discussioni come questa non sia quello di pretendere di stabilire valori assoluti, bensì proprio quello di allargare il confronto sui motivi che spingono i critici o i lettori esperti a privilegiare, in un determinato momento storico, un romanzo specifico, o un autore, o un filone al posto di altri. Se dal dibattito emergono motivi ulteriori per ‘andare a cercare’, magari individuando opere o autori sinora poco considerati – com’era, fino a pochi anni fa, il caso di Walter Siti, ora invece in grado di raccogliere consensi bipartisan -, questo sarebbe già un risultato importante. Ma altro ci vorrà: anche incontri ‘in presenza’ come quello previsto a Roma nell’ambito del Festival “Romapoesia” il 27 prossimo potrà essere molto utile.<br />
<span id="more-10957"></span><br />
Ma veniamo ai problemi sul tappeto. Io sono stato velocemente chiamato in causa da Andrea Cortellessa per un mio saggio del 2000, <em>Romanzi di Finisterre</em>, in cui ponevo la questione di cosa si può intendere oggi per realismo, una volta superate e storicizzate fasi precise del romanzo (quella ottocentesca, quella primo-novecentesca), e persino quella del postmodernismo ‘di esaurimento’, che anche prima del fatidico (almeno nella prospettiva degli Stati Uniti di Bush) 11 settembre 2001 cominciava a mostrare la corda. Parlavo appunto di un nuovo tipo di realismo, facevo esempi di come i grandi romanzi riescano a reimpiegare le forme della tradizione, e insomma ponevo, credo, alcune questioni a monte di quelle che si stanno affrontando.</p>
<p>L’anno scorso però ho anche pubblicato (mi scuso se parlo di me anche troppo: ma è solo per chiarire bene la mia posizione) un saggio d’insieme sulla narrativa italiana dal 1980 al 2007, intitolato <em>Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo</em>, dove appunto esamino in dettaglio i problemi specifici relativi all’evoluzione pienamente postmodernista (alla Eco) e successiva del nostro romanzo. Quasi tutti gli autori che sono stati coinvolti nella discussione venivano presi in esame, però con una prospettiva precisa: il problema, scrivevo, non è più quello di parlare di un ‘realismo’ di tipo ottocentesco, né di scannarsi sul ‘postmodernismo’ (buono, cattivo, così così…), ma quello di individuare opere che sappiano parlare del presente, <em>ma non solo</em>, secondo una prospettiva che riprenda i fondamenti del <em>novel</em>, ossia quelli di chi sa di raccontare storie importanti per una collettività, ancorché inventate, ma <em>comparabili</em> con quello che si può pensare sia davvero accaduto in una determinata società e in un determinato periodo. Il punto era &#8211; ed è &#8211; che i nostri concetti di realtà sono ormai talmente diversi da quelli di un Balzac, di uno Zola o persino di Joyce, che non possiamo più affermare che solo la rappresentazione del mondo intorno a noi sia significativa.</p>
<p>Ora, il prima problema che vedo, nella discussione sinora condotta, è che si sono usati i termini ‘realtà’ e ‘realismo’ in accezioni molto diverse: per qualcuno, soprattutto gli amici di “Allegoria”, si trattava di ‘contemporaneità’, ‘cronaca’, ‘qui e ora’, con tutti gli annessi e connessi; per Cortellessa e altri invece l’idea era più ampia, e immediatamente collegata a un problema di stile, che anche secondo me è fondamentale: ma, in sostanza, penso che la cosa valga per tutti (benché personalmente non creda che, per parlare di stile, oggi ci si possa rifare solo al grande Contini o al grandissimo Auerbach). Mi pare insomma di capire, dai vari interventi, che sugli equivoci terminologici si è continuato a non intendersi, mentre sulla faccenda dello stile si sono trovati punti di accordo. Questo mi sembra molto importante perché, onestamente, la discussione era partita da frasi troppo nette e trancianti di Cortellessa sul lavoro ampio e articolato di Raffaele Donnarumma, Gilda Policastro e del gruppo di “Allegoria” (nel fascicolo ‘incriminato’, per esempio, c’è un ottimo saggio di Gianluigi Simonetti che sinora non è stato ricordato, ma che vale la pena di leggere). D’altra parte, è vero che le ipotesi solo contenutistiche non bastano a chiarire il valore di un’opera: un’ovvietà che non metterebbe conto di ricordare, se non fosse che poi nelle discussioni sembra del tutto inattiva.</p>
<p>Faccio un esempio. Io non ho nulla contro la letteratura (persino la poesia) che parla del presente, e che in qualche misura si configura come ‘politica’, ‘impegnata’, ‘civile’ e ognuno metta l’aggettivo che più gli piace. Però non è quella letteratura<em> debba</em> parlare di qualcosa in particolare per essere davvero adeguata allo scopo di cui sopra. Vorremmo forse sostenere che Tolstoj avrebbe fatto bene a occuparsi di Bismarck anziché di Napoleone? O che, per risalire a esempi di realismo ‘altro’ rispetto al nostro, il povero Dante doveva incontrare Farinata, Ugolino, al limite Francesca, ma non Ulisse e tantomeno Dio, sia pure ‘per figure’? Oppure, secondo modalità del tutto diverse, chi oserebbe negare oggi (con buona pace di Lukács) che uno degli scrittori più realistici del primo Novecento è Kafka, il quale di ‘cronachistico’ non ha assolutamente niente ma rappresenta perfettamente lo ‘Spirito del tempo’? Insomma, sono i modi di parlare del presente che possono rendere grande un’opera, anche se, lo dico per chiarezza, fra i modi io inserisco anche la scelta dell’argomento, che non è ininfluente: un argomento deve essere ‘all’altezza dei tempi’, e questo implica che alcuni siano migliori di altri agli occhi della collettività dei lettori.</p>
<p>Da ciò consegue che io posso benissimo fare un romanzo su un precario perché ritengo che questo sia un argomento forte. Ma posso anche non farlo, e parlare per esempio della vita nascosta di un broker che fa crollare la borsa, di un magnate nascosto nel più sperduto stato asiatico o americano, di un attentatore di al Qaeda in incognito in Italia, perché ritengo che questi argomenti siano <em>più significativi</em> del precariato, che sarebbe solo un epifenomeno, mentre le cause starebbero altrove. In fin dei conti, DeLillo opera proprio in questo modo, mettendo assieme in quello che resta il suo capolavoro, cioè <em>Underworld</em>, frammenti in apparenza irrelati, massimi sistemi e vite di barboni, cose credibilissime che risultano false, e cose assurde che risultano vere, e tiene insieme tutto questo con commenti degni di Guerra e pace, che danno un senso e una prospettiva al caotico che tutti viviamo. Questo, secondo me, è un modo efficacissimo per reinterpretare gli obiettivi più alti del romanzo, anche se poi la media dei romanzi oggi è ben altra. Lo stesso <em>Falling man</em> è meno significativo, più ‘voluto’, benché la capacità di reinterpretare l’11 settembre in termini epici e tragici innalzi anche questo romanzo una o due spanne sopra la miriade di <em>instant novels</em>.</p>
<p>Forse allora una parte della nostra discussione è mal posta. È posta poi anche peggio quando continuiamo a invocare categorie storicamente e scientificamente superate come quella di ‘inesperienza’. Stiamo ancora a ripetere una favoletta che non era vera ai tempi nemmeno ai tempi di Benjamin? Ma lasciamola a uno Scurati, che pensa di essere il nuovo dio del romanzo e non riesce a fare altro che scrivere ripetizioni di <em>Delitto e castigo</em>. Oggi, noi, abbiamo un’esperienza del mondo che i Greci o gli Illuministi se la sognavano, se la mettiamo nei termini di ‘informazione’. E l’esperienza, ci spiegano i neuroscienziati, è <em>prima di tutto</em> informazione. O forse noi crediamo che Tucidide o Erodoto sapessero cose incredibili, avessero sperimentato chissà quale visione del mondo che noi, meschini, non siamo in nessun modo in grado di raggiungere? O vogliamo aggiungere, come fa Scurati, che un povero disgraziato che è stato sotto il fuoco dei nemici, sotto bombe al napalm, al fosforo, all’uranio impoverito  ecc., non ha fatto un’esperienza, perché lui, l’inesperto, guardava il tutto bevendosi una birra davanti alla TV? Proponiamogli di far cambio, e vediamo se accetta.</p>
<p>Ovviamente, sto semplificando. La questione è senza dubbio delicatissima, però le nostre riflessioni devono partire non da posizioni ‘veteroumanistiche’, come in fondo sono quelle che, con l’alibi dell’inesperienza, consentono poi di non guardare davvero il ‘deserto del reale’. Cominciamo a dire che chiunque, e soprattutto gli scrittori, oggi fanno un’esperienza <em>nuova</em> del reale, e il problema è proprio quello di veicolarla in una forma narrativa che riesca a darne il senso, risarcendo, per riprendere un’intuizione questa sì ancora fondamentale di Benjamin (e Adorno), proprio quello che la pura informazione (nel senso più ampio del termine) non può dare. Tolstoj non era sui campi di battaglia contro Napoleone, ma aveva una sua propria esperienza della guerra, solo che, come scrittore, ha capito che la sua ricostruzione del senso della storia si poteva ottenere solo parlando di un evento epocale, e non di una delle tante guerre che da sempre, purtroppo, accadono senza che il mondo se ne accorga. Il grande scrittore deve, secondo me, essere in grado di individuare nel presente aspetti della realtà di cui non ci eravamo accorti, deve saper guardare più a fondo, deve individuare più senso negli eventi di quanto ce ne sia nelle cronache dei mass media. Altrimenti, il suo romanzo sarà sempre e soltanto un abbellimento del già noto. </p>
<p>Insomma, la nostra idea di esperienza, così come quella di realtà, comprende oggi anche la conoscenza di quello che un tempo avremmo chiamato il fantastico, e ora il virtuale, l’immaginario ecc.: però dobbiamo cominciare a fondare i nostri discorsi su questi argomenti non solo giurando sulle parole di Hegel o Lacan o Baudrillard, ma anche tenendo conto di quelle degli esperti di scienze cognitive, di opere come il bellissimo dialogo tra Changeux e Ricoeur su <em>La natura e la regola</em>, dove davvero si discute sui rapporti tra genetica, neurobiologia, filosofia e, dulcis in fundo, arte (e specifico che non voglio in nessun modo usare il cognitivismo come spiegazione, ma credo che non possiamo nemmeno far finta che molte spiegazioni sinora date di fenomeni estetici o linguistici o stilistici possano e debbano essere inserite in un quadro rinnovato, che tenga conto dei presupposti riguardanti in particolare l&#8217;inconscio cognitivo, senza con questo cadere in un facile determinismo).</p>
<p>Finiamola con i proclami o i lamenti sul romanzo dell’irrealtà o l’irrealtà del romanzo, e cominciamo a cercare i romanzi che, sulla base di un’originale rilettura della tradizione, sappiano anche affrontare il nostro completo cambiamento di conoscenze sull’identità, sui limiti tra sensoriale e intellettivo, su cos’è mimesis da un punto di vista del cervello, anche in funzione artistica, e su temi che finalmente ci portino fuori dall’orticello in cui sembra che l’unica questione sia quanto siamo postmoderni, o se siamo più realistici se parliamo di frutta al mercato anziché di operai nelle fabbriche, per riprendere una nota polemica fra grandi pittori. Un esempio perfetto, in questo senso, ce l’abbiamo già, ed è<em> Le particelle elementari</em> di Houellebecq.</p>
<p>Con tutto questo, non voglio certo tirarmi indietro quando si parla di canone del presente o di una seria discussione sui valori che vogliamo individuare nella letteratura d’oggi. Questo credo che rimanga un compito fondamentale per chi, come me, vorrebbe che in Italia ci fosse un riconoscimento forte per le opere migliori: così come ci sono i Pulitzer o i Goncourt, e nel bene o nel male si sa che quelle premiate sono opere con cui bisogna confrontarsi. Per quel che valeva, personalmente mi ero impegnato, assieme a Enzo Golino, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni e altri, nell’ambito di un premio, lo “Stephen Dedalus”, che voleva segnalare ogni anno alcune opere di narrativa e di poesia davvero significative: e, tra l’altro, siamo stati fra i primi a premiare <em>Gomorra </em>e gli unici ad avere il coraggio di dare un riconoscimento ufficiale a <em>Troppi paradisi</em>. Non lo dico per commemorare un premio che è già defunto, causa taglio totale dei finanziamenti: lo dico per indicare quella che credo una prospettiva indispensabile &#8211; e da riprendere &#8211; cioè di unire gli sforzi per far sì che le opere che collettivamente o a grande maggioranza consideriamo importanti abbiano tutto il riscontro che meritano, in un mercato dominato dai giallini, dai numerini, dai baricchini ecc. ecc.</p>
<p>Quanto poi a chi interpreta meglio ora la contemporaneità, il nostro essere qui adesso, io mi sono espresso nel libro, ma ho anche scritto un contributo su <em>Gomorra e il Naturalismo 2.0</em>, in cui propongo delle ipotesi su come andare oltre il ‘fenomeno’ Gomorra, persino oltre i suoi importanti risvolti umani e sociali, per capire perché quel testo è diventato così importante per noi. Il saggio intero è ancora inedito, ma una sua parte, con altre considerazioni sul rapporto fra noir, fiction, auto fiction ecc., è stato pubblicato nell’Almanacco Guanda dal titolo<em> Il romanzo della politica. La politica nel romanzo</em>, curato da Ranieri Polese e in libreria in questi giorni. Invito tutti a guardarlo perché i tanti testi che vi compaiono sono molto interessanti nel loro insieme. Si va da analisi molto dettagliate, come quella di Andrea Cortellessa su Siti, a resoconti di autentici processi, come quello Previti-Cordelli (con acute considerazioni di Franco e dei suoi avvocati, certamente da lui ispirati, sul rapporto realtà-finzione), a dichiarazioni di scrittori ma anche di esperti e giornalisti, per esempio sull’ormai dimenticata stagione di Tangentopoli, a fumetti notevolissimi come quelli di Alberto Rebori. Il mix è utilissimo per comparare i modi possibili per parlare del presente. </p>
<p>E mi pare che emerga bene un punto, che ancora non ho trovato evidenziato nel nostro dibattito: le ricette per ottenere adesso un riscontro di pubblico sono ormai talmente vincolanti che opere ‘fuori mercato’ quasi mai acquistano un rilievo di pubblico. Per esempio, oggi un romanzo storico è incasellato in uno statuto che è molto più vicino al fantasy che non all’allegoria del presente: è chiaro che non è sempre stato così, ma questo pone dei problemi su come fare romanzo storico che sia anche un’interpretazione del presente. A mio parere Littell ci riesce in modo notevolissimo (altrove proverò a spiegare perché, ma intanto so che usciranno vari contributi interessanti nel prossimo numero di “Allegoria”), Genna, tanto per dire, meno. Però, va riconosciuto a Genna che uno dei tentativi più ambiziosi di fare storia italiana senza trascurare il presente ma nemmeno senza appiattircisi è stato <em>Dies irae</em>. Ragionare sui limiti di quella operazione (prima di tutto, secondo me, per l’appunto stilistici), e sul suo quasi totale insuccesso di pubblico, potrebbe essere interessante, se ci poniamo in una prospettiva un po’ meno militante e un po’ più critica.</p>
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		<title>Le ragioni del ritorno</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 09:30:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante Massimo Rizzante Comincerei da una delle tue ultime fatiche, Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-6768" title="opereitaliane" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane-300x120.jpg" width="300" height="120" /></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860440955/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860440955&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em></a> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima&#8230;</p>
<p><strong>Eraldo Affinati</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino<span id="more-6766"></span> sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804585862/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804585862&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Campo del sangue</em></a> (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005SZ53A4/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005SZ53A4&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Un teologo contro Hitler</em></a>, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E sul titolo, <em>Compagni segreti</em>, hai qualcosa da dirci?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto <em>Il coinquilino segreto</em> dei <em>Racconti di mare e di costa</em>. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da <em>Veglia d’armi</em> (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la <em>short story</em> è già presente nei <em>Racconti di Belkin</em> di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00D6F9UBQ/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00D6F9UBQ&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Gli emigrati</em></a>composto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Io insegno in una realtà molto speciale: la «<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804573562/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804573562&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Città dei ragazzi</a>» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità&#8230;</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.</p>
<p>Nota<br />
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.</p>
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		<title>RADIOBAHIA: racconti per canzoni [001]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 May 2008 12:00:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Ciriello RADIOBAHIA: suona ⇨ “Creep” dei Radiohead 1. Il cielo piega sul campo, uno straccio. Il ragazzo cammina lungo la strada vuota, uno sputo. Il sole alle sue spalle, davanti: l&#8217;Alaska. Allena il corpo, coltiva il sogno. Legge London e Tolstoj come in chiesa il vangelo, non vede l&#8217;ora di essere sommerso dall’ombra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Ciriello</strong></p>
<p align="center"><a href="http://www.antiqueradio.org/art/rn29021.jpg" target="_blank"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/radio-news-feb-1929.jpg" border="0" alt="Radio News February 1929" width="322" height="442" /></a></p>
<p align="center"><big><strong>RADIOBAHIA: suona</strong><strong> </strong></big></p>
<p align="center">⇨ <a href="https://www.youtube.com/embed/XFkzRNyygfk?autoplay=1&amp;loop=0&amp;rel=0&amp;controls=0&amp;showinfo=0" onclick="window.open('https://www.youtube.com/embed/XFkzRNyygfk?autoplay=1&amp;loop=0&amp;rel=0&amp;controls=0&amp;showinfo=0','_blank','width=320,height=240,top=150,left=800','location=0'); return false;"><big><strong>“Creep” dei Radiohead</strong></big></a></p>
<p><strong>1.</strong><br />
Il cielo piega sul campo, uno straccio. Il ragazzo cammina lungo la strada vuota, uno sputo. Il sole alle sue spalle, davanti: l&#8217;Alaska. <span id="more-5905"></span>Allena il corpo, coltiva il sogno. Legge London e Tolstoj come in chiesa il vangelo, non vede l&#8217;ora di essere sommerso dall’ombra lunga delle cose, dal bianco della neve. Vuole dormire con la paura degli orsi, vivere di poco, sicuro di essere al riparo dall&#8217;ipocrisia delle città e di chi le governa. I suoi coetanei sognano auto e titoli, nenie, lui solo di starsene in montagna, nel freddo, a provarsi. La sua capacità di resistere a fame e sete è pari alla voglia di bellezza, si è lanciato in canoa lungo un fiume, ha attraversato un confine per esistere, la sua vita è un verso, uno solo, gridato a squarciagola dal tetto di un bus.</p>
<table border="0" width="50%">
<tbody>
<tr>
<td></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table border="0" width="50%">
<tbody>
<tr>
<td></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><small>[ <em><strong>Marco Ciriello,</strong> scrittore e giornalista, dice:</em> &#8220;Anche se so bene che l’ispirazione non esiste, da tre anni ogni giovedì metto su un disco e scrivo una storia per il mio giornale, non ho paura del foglio bianco né del numero di righe da tenere, io ho solo paura della morte, sempre. Per questo scrivo: per non morire.&#8221; <em>&#8211; e fra gli sfiorati &#8211; i commossi &#8211; i perdenti &#8211; gli arrabbiati – gli idealisti &#8211; i rinunciatari &#8211; i ritagli di donna di questi short cut &#8211; che prendono lettere da note &#8211; sta questa scrittura bella ed essenziale &#8211; poetica e visionaria &#8211; ma non una riga di più o di meno </em>]</small></p>
<table border="0" width="50%">
<tbody>
<tr>
<td></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong>Radiobahia </strong>suona ogni venerdi all’alba sul quotidiano <a title="IL MATTINO" href="http://www.ilmattino.it/mattino/page_view.php" target="_blank"><strong>IL MATTINO</strong></a></p>
<p align="center">
<p><small>[ da Radiohead, Pablo Honey, 1993, EMI, track 2. ]</small></p>
<p><small>[ immagine da: <a href="http://www.antiqueradio.org/art/rn29021.jpg" target="_blank">http://www.antiqueradio.org/art/rn29021.jpg</a><br />
©1995-2008 Philip I. Nelson, all rights reserved ]</small></p>
<p align="center">
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il contemporaneo Ottocento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 11:51:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antonio scurati]]></category>
		<category><![CDATA[fiction]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra e Pace]]></category>
		<category><![CDATA[Ottocento]]></category>
		<category><![CDATA[Rai]]></category>
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		<category><![CDATA[Tolstoj]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Scurati L’Italia è un Paese culturalmente arretrato. Qualsiasi valutazione su Guerra e pace, la fiction che prometteva di riportare la grande letteratura in prima serata su Rai Uno, deve partire da questa constatazione. Nessun giudizio di valore ne può prescindere: si tratta del prodotto culturale di punta di un Paese culturalmente arretrato. L&#8217;assunto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/guerra_pace01g.jpg" alt="guerra_pace01g.jpg" /></p>
<p>di <strong>Antonio Scurati</strong></p>
<p>L’Italia è un Paese culturalmente arretrato. Qualsiasi valutazione su <em>Guerra e pace</em>, la fiction che prometteva di riportare la grande letteratura in prima serata su Rai Uno, deve partire da questa constatazione.<br />
Nessun giudizio di valore ne può prescindere: si tratta del prodotto culturale di punta di un Paese culturalmente arretrato. L&#8217;assunto di partenza, per quanto spiacevole, è purtroppo incontestabile. Tutti i dati statistici e i parametri sociologici lo confermano.<span id="more-4697"></span> Al giro del millennio, in Italia aveva il diploma appena il 42 per cento della popolazione adulta compresa tra i 25 e i 64 anni contro la media europea del 59 per cento; solo il 9 per cento degli italiani adulti possedeva una laurea contro una media europea del 21 per cento. In Italia si producono poco più di 750 brevetti l&#8217;anno, mentre la Spagna ne deposita circa 2000 (la Germania 15000). Nel 2002 in Italia si sono vendute 102 copie di quotidiani ogni mille abitanti contro una media europea, comprendente anche l&#8217;Italia, di 270. I dati relativi al numero di libri acquistati e letti disegnano, anno dopo anno, uno sconfortante scenario di deserto della lettura pubblica. Ne citerò uno solo: quasi il 70 per cento di commercianti, professionisti e imprenditori dichiara di non leggere nemmeno un libro all&#8217;anno. Ma la cosa più grave è che non li leggono perché molti di loro non sanno più leggere: secondo un&#8217;indagine condotta dal Cede &#8211; come scrive Tullio De Mauro in La cultura degli italiani, un libricino che tutti gli italiani dovrebbero leggere se sapessero ancora farlo &#8211; più di 2 milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi quindici milioni sono semianalfabeti, altri quindici milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione.</p>
<p>La fiction prodotta dalla Lux Vide assieme alla Rai è stata trasmessa in un Paese nel quale il 66 per cento della popolazione manifesta un&#8217;insufficiente competenza alfabetica e aritmetica funzionale. Il che significa, tradotto in soldoni, che buona parte dei milioni di italiani che domenica e lunedì hanno assistito alla prime due puntate di <em>Guerra e pace </em>non sarebbero in grado di leggere il romanzo da cui proviene. Non ne hanno mai avuta la capacità linguistica o non ce l&#8217;hanno più. Sembra inverosimile che nell&#8217;ottobre del 2007, dopo sessant&#8217;anni di pace e crescente benessere, la situazione culturale italiana sia ancora quella di un eterno, interminabile dopoguerra. Ma tant&#8217;è. Con questa strisciante selvatichezza dobbiamo fare i conti. E, allora, salutiamo con favore il tentativo di trasmissione dell&#8217;eredità culturale via etere, rallegriamoci per i sei milioni e mezzo di telespettatori che lo hanno scelto e poi facciamo questi conti. E i conti si fanno chiedendosi non che cosa la fiction di <em>Guerra e pace</em> restituisca al genio letterario di Tolstoj ma che cosa restituisca a noi del suo capolavoro, non quanti debiti saldi con lo strepitoso romanzo cui s&#8217;ispira ma quanto del lascito di quella formidabile eredità culturale giunga fino ai telespettatori odierni e quanto si disperda. Così si fanno i conti con la tradizione: non stabilendo quanto le dobbiamo ma quanto ci prendiamo, o ci perdiamo, della sua forza immane.</p>
<p>Molto, purtroppo, va perduto. Soltanto due esempi. Innanzitutto va perduto il meraviglioso respiro epico del racconto tolstojano, quella qualità che scaturisce dal procedere lento e maestoso del passo narrativo di un romanzo grandioso. Nel libro, al principio di quel cammino, la realtà è soltanto una frantumaglia di allusioni orecchiate in un pettegolezzo da salotto ma alla fine quell&#8217;incedere inesorabile e magnanimo consente al lettore di abbracciare con un solo sguardo un intero mondo, un&#8217;intera epoca e, attraverso di essa, l&#8217;umanità tutta. Nella versione tv, invece, una girandola di situazioni consumate in fretta conduce precocemente all&#8217;epifania del divino sul campo di battaglia di Austerlitz e lo svilisce al semplice svenimento di un personaggio (il principe Andrej) che ancora non esiste. Lo s&#8217;imputerà alla dittatura del telecomando, ma questo può valere per la mediocrità di una serata qualunque trascorsa a fare zapping non per la straordinaria occasione di televisione festiva offerta da Guerra e Pace. Altrimenti meglio non scomodare Tolstoj.</p>
<p>L&#8217;altra cosa che va perduta è una delle più grandi invenzioni dovute al genio narrativo di Tolstoj: la capacità di raccontare le vicende individuali sullo sfondo di quelle collettive, di mettere il mondo umano &#8211; la pace &#8211; a contrasto con il mondo storico &#8211; la guerra. Andrej, Natasa, Pierre, sono &#8211; come notava Leone Ginzburg &#8211; «personaggi umani che amano, soffrono, sbagliano, si ricredono, cioè, in un parola, vivono»; ma sono simultaneamente personaggi storici condannati a recitare una parte che non è stata scritta né da loro né per loro, anche se loro immaginano d&#8217;improvvisarla. La versione tv, invece, elimina quasi completamente la dimensione storica, riducendo le scene di massa a momenti quasi grotteschi, le guerre napoleoniche e l&#8217;insurrezione del popolo russo a un rumore di fondo, l&#8217;intreccio troppo spesso a un piccolo dramma sentimentale da camera in odore di soap-opera. In questo modo si smarrisce proprio il dono che dall&#8217;arte narrativa di Tolstoj giunge fino alle narrazioni televisive seriali dei nostri tempi. Le migliori serie tv hanno, infatti, cominciato fin dagli anni &#8217;80 a far uso di strutture narrative complesse grazie alle quali l&#8217;evoluzione cronologica delle vicende legate alla vita privata dei personaggi scorre parallelamente a quella di una vicenda collettiva con la quale si incastra ripetutamente. In questo modo, il racconto delle piccole vicende sentimentali di individui simili a noi entra in risonanza con l&#8217;eco più vasta della vicenda collettiva, che può essere la cronaca di un reparto ospedaliero di medicina d&#8217;urgenza, quella di un distretto di polizia, o la storia d&#8217;Europa, come nel caso di Tolstoj. Insomma, da questo punto di vista, c&#8217;è più Tolstoj in <em>ER</em> o in <em>NYPD</em> che non nel <em>Guerra e pace</em> visto su Rai Uno.</p>
<p>Ma la strada da percorrere è questa. L&#8217;Ottocento di Tolstoj, il secolo in cui fiorì la grande civiltà del romanzo, è nostro contemporaneo più di quanto non si creda. Bisogna solo abbandonare l&#8217;idea del divorzio tra la cultura tradizionale di matrice letteraria e la cultura visuale oggi imperante. Dobbiamo propiziare, invece, il matrimonio tra le punte più avanzate della narrazione televisiva e i secoli di grande letteratura che ci siamo lasciati alle spalle. Potrebbe scaturirne uno sposalizio salvifico anche per un Paese culturalmente arretrato. Non siamo noi che dobbiamo salvare il nostro grande passato. E&#8217; lui che verrà in nostro soccorso.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> La Stampa <em>del 24.10.2007</em>]</p>
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		<title>Le cavallette</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/03/23/le-cavallette/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Mar 2003 13:40:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[cervantes]]></category>
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		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco Capita ogni tanto, nella letteratura come nella vita, di imbattersi in semplici frasi, scritte o orali, riflessioni e immagini di tale radicalità e umanità che ci danno l’immediata sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di lungamente meditato e sofferto, che va subito all’osso, che ci dice come stanno veramente le cose, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p>Capita ogni tanto, nella letteratura come nella vita, di imbattersi in semplici frasi, scritte o orali, riflessioni e immagini di tale radicalità e umanità che ci danno l’immediata sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di lungamente meditato e sofferto, che va subito all’osso, che ci dice come stanno veramente le cose, direttamente, senza mediazioni, senza fronzoli.<br />
<span id="more-5"></span><br />
Può succedere per strada, mentre siamo dal panettiere o stiamo seduti con una lattina di birra in mano sul gradino di una chiesa, oppure mentre leggiamo Shakespeare, oppure Cervantes, Melville, oppure, per esempio, Dopo il ballo di Tolstoj, scrittore elementare e profondo del vostro grande paese, attraversato così dolorosamente e da parte a parte, nel secolo appena trascorso, dalle illusioni della modernità, che io amo in modo particolare e che ha significato così tanto per me, di cui fin da ragazzo ho amato sopra ogni altra la grande letteratura come se fosse la mia stessa patria e la mia stessa vita, quando l’ho incontrata per la prima volta nella mia adolescenza, in una piccola città italiana di nome Mantova.<br />
L’immagine da cui voglio partire per questa piccola riflessione l’ho trovata in Leopardi, un grande poeta e pensatore italiano capace di dire cose scomode e vere.<br />
“Ognuno di noi” dice Leopardi “da che viene al mondo, è come uno che si corica in un letto duro e disagiato: dove subito posto, sentendosi stare incomodamene, comincia a rivolgersi sull’uno e sull’altro fianco, e mutar luogo e giacitura a ogni poco; e dura così tutta la notte, sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di sonno, e alcune volte credendo essere sul punto di addormentarsi; finché venuta l’ora, senza essersi mai riposato, si leva.”<br />
Poiché mi era capitato di imbattermi in questa riflessione – contenuta nelle <em>Operette morali</em> – dopo la lettura della <em>Divina commedia</em>, mi era parsa immediatamente come la desolata risposta alla disperazione di Dante per le vicende politiche della Firenze del suo tempo, in cui egli stesso si era trovato profondamente coinvolto, con quelle continue guerre e sopraffazioni tra guelfi e ghibellini. Come se lo stesso microcosmo politico della città fosse simile a quell’uomo che si gira continuamente nel letto da un fianco all’altro nel tentativo di trovare un po’ di sollievo. Questi due momenti, nonostante siano divisi tra di essi da cinque secoli, si sono così immediatamente legati dentro di me che ho addirittura creduto per molto che questa immagine dell’uomo che non smette mai di girarsi si trovasse direttamente in Dante, riferita a un uomo coperto di ferite e di piaghe che cerca, girandosi, di alleviare almeno per un po’ la sua sofferenza, e che questa fosse la sua riflessione finale dopo tutto il tormento per le sorti della sua città. Solo adesso, che ho dovuto fare una verifica prima di scrivere questa piccola cosa, ho scoperto che questa immagine in Dante non c’è. Io perlomeno non l’ho trovata. Eppure ancora, nonostante questo, mi sembra che si debba trovare per forza in Dante, che si annidi in qualche punto segreto del suo poema, anche se invisibile agli occhi di tutti.</p>
<p>Cosa c’entra tutto ciò col tema di questo incontro su quella cosa che è stata chiamata modernità? A me pare che c’entri molto. E che c’entri tanto più adesso, in un momento in cui pare di essere arrivati al culmine e all’implosione di tutte le illusioni che hanno caratterizzato la modernità, che si sono rovesciate nella mancanza di illusioni della postodernità. Ma non è vero che nessuno ci aveva detto come stavano veramente le cose. Qualcuno, più d’uno, ce l’aveva detto da tempo. Ma non sono stati ascoltati. Non volevamo ascoltarli, forse non potevamo ascoltarli. Tutta la massa di illusioni e utopie politiche, artistiche, scientifiche e spirituali che si sono generate nella cosiddetta modernità sembrano arrivate al capolinea, sono finite nel vicolo cieco postomoderno della ideologia – camuffata da antideologia terminale – della comunicazione generale nell’universo reticolare imploso e del labirinto, con la sua falsa immobilità generata per rovesciamento dal falso movimento della modernità. Che maschera, dietro la demagogia sull’apertura a 360°, la realtà di una crescente chiusura di ogni spazio, tragica in termini umani, politici, geopolitici e persino di prospettiva di specie. Come l’ideologia di ogni altra struttura di potenza che l’ha preceduta, anche quella attualmente dominante ama autodescrivere il proprio dominio come quadro ultimo, insuperabile, elabora proprie ideologie funzionali (fine della storia, orizzontalità, interscambiabilità, superfici come unica dimensione possibile e altre descrizioni della vita e del mondo che – introiettate – sono funzionali al controllo delle vaste masse umane allevate di questa epoca). Per esorcizzare il fatto che, come ogni altra che l’ha preceduta, anche questa sarà a sua volta macinata nel frantoio della vita e del tempo, quando l’uomo insonne – o ricoperto di piaghe – si girerà dall’altra parte nel suo scomodo letto. Fino a che tutto questo verrà oltrepassato da altre forme e strutture di dominio con i soliti terribili e prolungati schianti attraverso i quali è crollato ogni altro impero, il tutto drammatizzato oggi dall’enorme numero di individui umani che popolano il pianeta e dalla devastante potenza distruttiva di cui sono adesso in possesso.<br />
E’ così fin dall’inizio. Continui rovesciamenti politici, militari. Atene e Sparta che si alleano contro i persiani e che poi, sconfitto Serse, riprendono a farsi la guerra tra di loro fino a distruggersi e ad aprire la strada all’impero macedone. Nel secolo appena trascorso Stati Uniti e Unione Sovietica che si alleano contro il nazifascismo e poi, sconfitto questo, riprendono a farsi la guerra tra di loro. E così mille altre volte, nel corso del tempo. Ora tutto il movimento o l’illusione del movimento che sembrava caratterizzare la modernità appare deflagrato e depotenziato nel falso movimento della dimensione economica, finanziaria, tecnologica e pubblicitaria dispiegata. Mentre chi si presenta come antagonista appare il più delle volte imprigionato dentro la stessa logica e lo stesso schema, in un gioco minoritario e gregario che non può che alimentare sempre più lo stesso tipo di dominio che proclama di voler combattere. L’illusione del “progresso” si è rovesciata in una labirintica interscambiabilità totalizzante e diffusa, nell’immobilità della pozzanghera sovraffollata di miriadi di minuscole larve in movimento inerte e impazzito, con le loro traiettorie abrasive. L’illusione della “democrazia”, con tutta la sua enfasi iniziale sull’ apertura di possibilità in ogni campo, si sta bloccando in una morsa totalitaria di tipo nuovo, economica, tecnologica e militare, si sta rovesciando nel controllo planetario di masse sterminate di uomini che devono e possono soltanto consumare e moltiplicare ricchezze finanziarie altrui, che si spostano come nuvole di cavallette su ciò che resta del tessuto umano e vivente su questo piccolo pianeta abitato. Enormi possessori o collettori di ricchezze ed élite enormemente arricchite dal gioco circolare ed autoreferenziale economico, tecnologico e militare che possono comperare letteralmente – attraverso il meccanismo pubblicitario del condizionamento mediatico e il possesso e il controllo di esso – le strutture di governo di interi paesi, senza neppure più le labili mediazioni politiche del passato. Un gioco sempre più chiuso per il possesso delle risorse energetiche e ora anche genetiche e riproduttive, in una situazione in cui il rapporto della nostra razza con l’unico pianeta di cui disponiamo – portata avanti con impressionante cecità di specie – sta arrivando al punto di non ritorno. Questa macchina composita di dominio planetario, per proprie logiche interne, sta portando al collasso il nostro rapporto e il destino stesso della nostra specie su questo piccolo, sperduto pianeta che ruota nel silenzio e nel buio cosmico. Ci capita quasi ogni giorno di leggere sui giornali articoli di esperti che dibattono tra di loro sui recenti allarmi lanciati sulla situazione del nostro rapporto con il pianeta. Dove la cosa impressionante è che la natura del loro contendere non è se questo quadro allarmante sia realistico o no, ma se ci vorranno cinquant’anni oppure cento perché si arrivi al collasso. Di fronte a notizie e prospettive simili, di tale rilevanza di specie, dovrebbe succedere qualcosa di enorme nella mente dei singoli uomini, dei popoli e di chi li governa. Invece tutto pare continuare come se niente fosse, chi detiene il potere si guarda bene dal mettere in discussione la struttura di dominio di cui è espressione, le grandi masse allevate non escono dalla loro narcosi, in un’assuefazione generale con la catastrofe di specie che pare sempre più un aspetto caratterizzante di questa epoca e che mette i brividi.</p>
<p>Ma non voglio dare un’idea troppo cupa della nostra situazione e del nostro futuro. Come se i giochi fossero ormai fatti e il treno deragliato non potesse che correre ormai verso il precipizio. Può sempre succedere qualcosa di inaspettato, di imprevedibile. A patto che non si chiudano gli occhi su come stanno veramente le cose. Nascono qua e là embrioni di consapevolezza e gruppi umani che paiono avere coscienza della situazione e aspettative nei confronti della vita e del mondo e che sembrano aver capito che non si può giocare più nulla dentro il solito vecchio schema del rovesciamento antagonistico speculare dentro lo stesso gioco, che bisogna inventare qualcosa di completamente diverso per cercare di uscire da questa impasse epocale e che questo sarà il compito del futuro.</p>
<p>Allora proviamo a immaginare che il nostro uomo insonne – o ferito – col quale abbiamo cominciato, nel suo continuo girarsi da un fianco all’altro non stia sempre sveglio, ma che riesca di tanto in tanto ad addormentarsi, e che in questi brevi sonni riesca a fare addirittura dei piccoli sogni. Ma sì, facciamolo sognare un po’! Che cosa potrà sognare? Non uno di quei sogni dove gli uomini sono tutti buoni e vivono in armonia con la natura, gli altri e se stessi ecc… ecc… direi. Perché anche i sogni ne hanno ormai abbastanza dei sogni. Allora, vediamo. Che cosa potrebbe sognare? Ecco, facciamogli sognare che sta vivendo da qualche parte sotto la crosta terrestre, perché tutta la superficie del pianeta è spazzata da ondate immense di cavallette d’acciaio, generate da combinazioni genetiche sfuggite a ogni controllo, che passano divorando ogni cosa e oscurano il cielo. E’ tutto freddo, spurgano da sotto terra miasmi tossici generati da scarichi e odori fisiologici, prodotti da masse umane che sono riuscite a fuggire dalla superficie e ad ammassarsi nelle zone cave che si aprono sotto la linea dell’orizzonte, scantinati, rifugi antiaerei, metropolitane, altri spazi scavati con le unghie e coi denti per sfuggire alle nubi di cavallette che cercano di infiltrarsi anche sotto terra attraverso le griglie, i condotti.<br />
“Ma come fanno a vivere là sotto tutte quelle persone se, sopra, ogni cosa viene divorata e distrutta?” ci chiederà qualcuno “Come fanno ad alimentarsi di cibo, elettricità, per mandare avanti le strutture sotterranee in cui vivono?”<br />
“Non ne ho la più pallida idea! Il sogno non spiega. E’ così.”<br />
Vengono ogni tanto da fuori, amplificati dalle cavità sotterranee, i rumori della devastazione che sta avvenendo sopra la linea dell’orizzonte. Si sentono, in un unico terrificante boato, i rumori metallici di miriadi di organismi viventi e di oggetti che si fracassano sotto l’urto sincronizzato delle masticazioni. Prima le cose tenere che si gonfiano sul filo della terra, frutti aerei, forme vegetali, coltivazioni umane, animali di carne che si spostano sulle strade delle città, uccelli ricoperti di piume. Li aggrediscono in volo, divorano le uova ancora all’interno dei loro corpi, mentre continuano a spostarsi ancora per un po’ nello spazio serrati nella capsula luccicante di mille e mille corpi metallici che li masticano in volo e poi passano ad altro. Le masse nere del fogliame notturno, la polpa fibrosa dei tronchi. Trapanano la corteccia, entrano fin nelle loro zone più segrete e concentriche. Divorano uomini e donne che sono rimasti all’esterno, sul filo delle strade o serrati nelle loro case e nei loro palazzi. Si sentono enormemente amplificati i rumori delle loro teste che esplodono. Le scatole craniche dei governanti e dei padroni del mondo scoppiano sotto l’urto di miriadi di mandibole d’acciaio che si conficcano nelle masse molli della loro materia cerebrale da tempo disattivata. Assalgono i malati distesi nei loro letti, negli ospedali, ancora attaccati alle fleboclisi, spolpano in pochi istanti i cadaveri congelati negli obitori. Si gettano contro le nubi, le divorano, le masticano, le fanno a pezzi. Cominciano ad attaccare le case, i palazzi. Si gettano dentro i contenitori delle immondizie, del vetro, conficcano i loro denti d’acciaio nei rifiuti umidi, fracassano le bottiglie. Aggrediscono le strutture portanti delle case di fango, di cemento, di metallo, di vetro, le antenne paraboliche delle televisioni sui tetti, i centri spaziali. Cominciano ad aggredire le superfici dei grattacieli, che oppongono resistenza per un po’, coi contorni tutti masticati contro la luce. Si avventano all’interno, nel loro midollo: ascensori, uffici, impianti elettrici che crepitano emettendo folgori, nel cozzo spaventoso di miriadi di teste metalliche che si scontrano avventandosi tutte assieme e da ogni parte contro le strutture degli ultimi grattacieli ancora in piedi, nel bagliore accecante sprigionato dai loro gusci sterminati che avanzano a testuggine nello spazio. Aggrediscono le auto abbandonate nelle vie, il manto stradale, i ponti sospesi, intaccando i grandi cavi d’acciaio che li tengono sollevati nell’aria. Li si sentono anche da lontano precipitare nei fiumi, nei mari, pieni di resti di masticazioni di navi che galleggiano semiaffondate. Masticano tutto ciò che resta di emerso delle grandi città costiere, si tuffano sotto il pelo dell’acqua per masticarne là sotto le fondamenta, i grandi pesci gonfiati da immondizie e escrementi, li sollevano fuori dall’acqua continuando a masticarli in volo, smembrati. Vanno a snidare i carnai in putrefazione nei cimiteri, gettandosi con stridori e cozzi elettrici contro le forme molli in disfacimento sotto il velo di terra. Si levano di nuovo in volo con le bocche ancora bagnate, le antenne sporche di liquami, lordate. Le grandi città crollano, i mari e gli oceani ribollono per l’agonia delle miriadi di corpi torturati e smembrati. Tutto il cielo è pieno di clangori e di grida e di corpi alati che volano ancora per un po’ semimasticati.<br />
Cosa sta facendo intanto il nostro sognatore? Si sposta nei cunicoli della metropolitana, dopo essersi rifugiato là sotto assieme alle fiumane di gente terrorizzata che si è asserragliata nelle viscere della terra per sfuggire al flagello. Non sa da quanto tempo si trova lì. Non sa nulla, non ricorda nulla. Neppure il suo nome. Non ha padre, né madre. Devono essere stati divorati anche loro quando erano in superficie. E’ mezzo sdentato, non ricorda perché. Forse perché, prima di riuscire a fuggire infilandosi nel più vicino cunicolo della metropolitana, qualche cavalletta gli avrà sfondato la chiostra dei denti, venendo giù fulmineamente dall’alto come un proiettile, per cercare di entrargli nelle parti molli del corpo. Forse è proprio da quel momento che non ricorda più niente. Si sposta nei cunicoli, dorme per terra, mangia dove capita e quello che capita, durante le distribuzioni di cibo che ancora avvengono qua e là, mentre arriva da sopra il rombo delle teste d’acciaio che cercano di sfondare i condotti armati e di penetrare nell’intestino caldo della metropolitana piena di carne ancora vivente. Ogni tanto, andando qua e là tra le fiumane di folle che si spostano lungo le banchine e i cunicoli, incrocia una ragazza con un orecchio per metà masticato. Si mette a correre forte, quando la vede. Anche lei corre più forte quando lo vede. Si oltrepassano correndo sul tappeto di immondizie accumulate lungo i condotti, rasentando le zone fetide dove sono ammassati gli escrementi umani che ammorbano l’aria. Continuano a correre così per un po’, senza sapere dove andare, perché. Finiscono in zone sotterranee infinitamente lontane prima di rendersi conto della velocità del loro andare. Ritornano sui propri passi. Si incontrano di nuovo da tutt’altra parte, lontano. Salgono e scendono più volte, solo per l’emozione di incrociarsi su due scale mobili parallele mentre uno scende e l’altra sale, e di venirsi incontro mentre stanno fermi e con gli occhi sbarrati nell’aria, nella luce. Lui le sorride con la bocca sdentata. Lei sbarra gli occhi, arrossisce, perché nessuno le ha mai insegnato a sorridere, perché anche lei è orfana. Si perdono di vista per giorni perché, dopo ogni incontro, la loro corsa li porta così lontano che perdono l’orientamento, mentre da sopra le volte continua ad arrivare il rombo di miriadi di denti metallici che staccano a brani gli ultimi lembi d’ asfalto per raggiungere le zone umide annidate sotto di essi, spaccano i grandi tubi dei condotti fognari, si gettano a capofitto nelle nere acque succulente che corrono sotto terra. Si rivedono su un’altra scala mobile, si incrociano fulmineamente, perché il mulinare dei loro piedi in corsa sui gradini in movimento moltiplica la velocità della loro corsa.<br />
“Che cosa ti è successo ai denti?” gli riesce a chiedere lei, all’improvviso.<br />
“Non lo so. E a te che cosa è successo all’orecchio?” riesce a chiederle lui, farfugliando per l’aria che gli esce dalla chiostra dei denti sfondati.<br />
“Non lo so” gli risponde lei.<br />
Non si vedono per giorni e giorni, perché è bastato questo piccolo scambio di frasi per accelerare a tal punto il battito dei loro cuori da far correre all’impazzata i loro corpi fin nei cunicoli più lontani e mai visti prima.<br />
“Come ti chiami?” le farfuglia lui la volta dopo, correndo giù da un’altra scala mobile.<br />
“Non lo so” gli risponde lei “Nessuno mi ha dato un nome.”<br />
“E tu come ti chiami?” gli domanda lei la volta dopo.<br />
“Non lo so. Anch’io non ho un nome” le farfuglia lui.<br />
Dalle volte arrivano intanto fragori sempre più forti, perché miliardi di denti metallici stanno trapanando gli strati di terreno per svellere i cavi elettrici che corrono sotto terra, masticano i loro rivestimenti di gomma provocando cortocircuiti che gettano nell’oscurità intere zone della metropolitana e fanno filtrare anche là sotto bagliori enormi, spaventosi, improvvisi. Si capisce che le cavallette in esplosione demografica abnorme stanno cominciando ad attaccarsi tra di loro per il possesso degli ultimi brandelli commestibili del pianeta. E che, quando non trovano più nulla sulla linea della loro corsa, cominciano a divorarsi persino tra loro. In alcune zone lontane della metroplitana le intercapedini armate sembrano sempre più sul punto di cedere sotto l’urto delle miriadi di proiettili di metallo che vengono giù a strapiombo dall’alto per sfondare le volte e gettarsi tutte assieme all’interno per consumare il loro ultimo pasto.<br />
“Che cosa ti è successo?” le farfuglia lui, la volta dopo, con il cuore in gola, perché le gambe di lei sono tutte rigate di sangue, sgorgato evidentemente da qualche punto segreto del suo corpo, sotto ciò che resta della sua gonna, mentre si trova per la prima volta a salire qualche gradino sotto di lei sulla stessa scala mobile, una delle ultime ancora in funzione.<br />
“Non lo so” risponde lei.<br />
“Sono entrate anche qui dentro le cavallette?” le farfuglia ancora lui “Ti sono entrate nel corpo?”<br />
“Non lo so” gli risponde ancora lei.<br />
E’ girata verso di lui, che continua a guardarla dal basso, col cuore in gola, mentre la scala mobile continua a salire e si sentono venire clangori sempre più tremendi dall’esterno, e non si riesce a capire se le cavallette sono ormai riuscite a sfondare e hanno già cominciato a penetrare all’interno o se è solo il fragore di miriadi di corpi che si stanno fronteggiando e masticando tra loro. Non si capisce che cosa sta succedendo, cosa succederà: se le cavallette sono già penetrate là sotto, se riusciranno infine a penetrare là sotto o se non ne avranno il tempo solo perché si divoreranno prima tra loro.</p>
<p>“Che sogno è questo?” domanderà forse qualcuno, a questo punto “Questo non è un sogno, è un incubo!”<br />
“Ma non vedete cosa sta succedendo? No, no! E’ un sogno! E’ un sogno!”</p>
<p><em>Intervento letto al convegno “Ripensare la Modernità”, Mosca, ottobre 2002.</em></p>
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