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	<title>tony vaccaro &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>New York, tornare a casa</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Aug 2009 07:42:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giampaolo Graziano Arrivo a New York imbottito di letture, di blues ascoltato male, e di nostalgia vera per un luogo che non ho ancora mai visto. Arrivo in un tardo pomeriggio d&#8217;agosto, viaggiando dietro a un tramonto che si stiracchia per ore e non ne vuol sapere di chiudere lo spettacolo. Si corrono questi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/ellis-island-la-bandiera-con-i-volti-degli-immigrati.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-19903" title="ellis-island-la-bandiera-con-i-volti-degli-immigrati" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/ellis-island-la-bandiera-con-i-volti-degli-immigrati-1024x861.jpg" alt="ellis-island-la-bandiera-con-i-volti-degli-immigrati" width="368" height="310" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/ellis-island-la-bandiera-con-i-volti-degli-immigrati-1024x861.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/ellis-island-la-bandiera-con-i-volti-degli-immigrati-300x252.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/ellis-island-la-bandiera-con-i-volti-degli-immigrati.jpg 1354w" sizes="(max-width: 368px) 100vw, 368px" /></a></p>
<p>di <strong>Giampaolo Graziano</strong></p>
<p>Arrivo a New York imbottito di letture, di blues ascoltato male, e di nostalgia vera per un luogo che non ho ancora mai visto. Arrivo in un tardo pomeriggio d&#8217;agosto, viaggiando dietro a un tramonto che si stiracchia per ore e non ne vuol sapere di chiudere lo spettacolo. Si corrono questi rischi, volando verso Ovest: si crede di aver più tempo del dovuto, si diventa ottimisti.<span id="more-19900"></span></p>
<p>E invece il tuo <em>se</em> e il tuo <em>quanto</em> deve deciderlo ancora qualcuno, appena metti piede a terra, nella hall scintillante di Newark, New Jersey. Dopo il Patriot Act, emanato da Gorge Bush per proteggere la nazione che la sua stessa politica ha gravemente esposto al terrore, la dogana Usa non è più un baluardo del confine di Stato, ma uno dei suoi organi vitali, dove si celebra un rito importante, soprattutto per un paese costruito sulle partenze e gli arrivi: è l&#8217;<em>admittance</em>, l&#8217;ammissione sul suolo americano. «You are the Face of our Nation», sei il volto della nostra nazione, sentenzia un cartello rivolto verso ciascun agente di dogana, che puoi sbirciare solo trasgredendo col piede alla linea rossa tracciata a terra. Ma non osi, perché tutto è terribilmente serio: il funzionario ti prende le impronte digitali, ti fotografa con una <em>webcam</em> e memorizza il fondo oculare, poi ti guarda dritto in faccia chiedendo come mai vuoi entrare negli States, se lo hai già fatto, quando prevedi di andar via e sei c&#8217;è gente che ti conosce, lì nel nuovo mondo. Rispondi attentamente, un po&#8217; intimorito persino: sai che non avrai diritto di replica, lo dice il modulo che hai compilato sull&#8217;aereo dove &#8211; oltre a dichiarare di non essere un pedofilo e di non aver fatto parte del disciolto Partito Nazista &#8211; hai sottoscritto la rinuncia a discutere qualsiasi deliberazione dei doganieri.</p>
<p>Insomma, quando hai passato la linea rossa e metti piede fuori dall&#8217;aeroporto, anche se il tramonto non c&#8217;è più, capita pure che puoi sentirti felice, come uno scampato. Da Newark ci porta nella Grande Mela un furgone scassato, che alle porte di quello che i suoi abitanti chiamano &#8220;The Garden State&#8221;, passa sotto due grandi manifesti pubblicitari, quasi fossero colonne d&#8217;Ercole poste lì a segnarel&#8217;ingresso nei valori dell&#8217;America repubblicana. Sul primo campeggia un Marine che fa il saluto militare, con gli occhi persi nell&#8217;orizzonte, promettendoti un futuro d&#8217;impegno e dedizione; l&#8217;altro &#8211; proprio di fronte, sugli edifici in mattoni rossi olandesi di Jersey &#8211; mostra la mano di un adulto che raccoglie quella di un bambino, recitando: «Take my Hand, not my Life»: prendimi la mano, non la vita. Ci pensa il <em>pay-off</em> a chiarire il concetto: «Abortion Kills Babies», l&#8217;aborto uccide i bambini. D&#8217;altronde qui la pubblicità non è solo un mezzo per vendere merci, ma compiutamente un linguaggio che informa di sé la società e i rapporti interpersonali. Persino le chiese, in tempi di materialismo e fanatismo equamente distribuiti, non possono farne a meno. E il giorno dopo, sulla Fifth Avenue, puoi imbatterti in un avviso della cappella di Saint Thomas, che promette per la messa delle 5.30 p.m. la partecipazione di Elisabeth e del coro Gospel da lei diretto. Raccomandandoti di «non perdere lo spettacolo irripetibile!»&#8230;</p>
<p>Il furgone lo guida Josè, un ispanico originario dell&#8217;Ecuador che, con le sue storie, catturerebbe la tua attenzione più del monumentale Lincoln Tunnel, più dei primi grattacieli con i vetri a specchi destinati, quando riemergi, a sostituire i palazzi rossi del New Jersey. Josè è qui da quarantesei anni, ora ha passato i settanta, e carica e scarica valige tutti i giorni. Più o meno dev&#8217;essere rimasto confinato nel recinto sociale che il &#8220;sogno americano&#8221; assegna alla sua provenienza: un po&#8217; meglio delle condizioni di partenza, ma a patto di non scavalcare la staccionata etnica. Eppure quest&#8217;uomo &#8211; lo scopriamo dopo le prime battute &#8211; avrebbe votato convintamene il repubblicano McCain e, alla vigilia delle elezioni, non è l&#8217;unico tra i suoi a pensarla così: «Agli ispanici Obama non piace», ti dice. «Non fa per noi. Ci tenevamo per Hillary Clinton, ma poi&#8230;» e con la mano fa il segno del coltello che taglia la gola: «l&#8217;hanno fatta fuori».</p>
<p>Ora, perché l&#8217;anziano e malandato Josè, rimasto ai margini della società che ha scelto per oltre quarant&#8217;anni, voglia esprimere un voto per il candidato repubblicano, non è dato saperlo. Però ti colpisce il fatto che si schiera &#8211; lui con la sua decisione &#8211; su una linea etnica: gli ispanici non votano Obama. Ma perché no? Barack non è forse il paladino di tutte le minoranze svantaggiate? Basta restare qualche giorno a Manhattan, per capire quanto sia tutta europea &#8211; e in definitiva fasulla &#8211; questa rappresentazione. Qui le diverse etnie sono ancora contrapposte, la stessa struttura sociale si alimenta della loro concorrenza come un motore del gasolio. Per te che vieni da oltreoceano, e giri per le strade di Downtown, le cose stanno così: gli ispanici li vedi a vendere hot-dog o a guidare i taxi, dove nulla si guadagna se non la mancia del passeggero; gli afroamericani al lavoro negli uffici delle assicurazioni o alle reception o nelle Limousine parcheggiate tutto il giorno ai piedi dei grattacieli della City; i bianchi Wasp &#8211; <em>White Anglo-Saxon People </em>&#8211; ai piani alti di quei grattacieli. Forse i confini non sono così netti, ma le eccezioni non bastano a renderli impercepibili. E Josè non concepirebbe mai l&#8217;aspirazione di sedersi sulla poltrona in pelle dei bianchi, che sono gente di un altro pianeta; ma forse sulla sedia di plastica degli afro, che stanno appena un gradino sopra di lui. Barack è il loro candidato, dunque non il suo: non lo aiuterà a levarsi la tuta da lavoro per indossare il completo in acrilico dei grandi magazzini che portano i piccoli impiegati neri.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/tony-vaccaro-nel-suo-studio-a-long-island.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-19904" title="tony-vaccaro-nel-suo-studio-a-long-island" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/tony-vaccaro-nel-suo-studio-a-long-island.jpg" alt="tony-vaccaro-nel-suo-studio-a-long-island" width="329" height="332" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/tony-vaccaro-nel-suo-studio-a-long-island.jpg 915w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/tony-vaccaro-nel-suo-studio-a-long-island-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/tony-vaccaro-nel-suo-studio-a-long-island-297x300.jpg 297w" sizes="(max-width: 329px) 100vw, 329px" /></a></p>
<p>Josè ci lascia sulla Third Avenue, nelle mani di un uomo che ha già pagato il dazio dell&#8217;esclusione etnica, versandolo nelle casse della migliore agenzia di promozione sociale del luogo: l&#8217;esercito americano. Tony Vaccaro ci aspetta nella hall dell&#8217;Hotel Helmsley, in questa sera afosa del 5 agosto, dove i rumori del traffico cittadino, le sirene dei vigili del fuoco, la cadenza dei tacchi frettolosi sul selciato sono amalgamati dal brusio ininterrotto dei grandi condizionatori che pompano aria gelida negli edifici. Quando l&#8217;ho chiamato al numero che un amico mi ha procurato, qualche giorno prima di partire, Tony ha detto solo: «Che posso fare?». Gli bastava sapere che venivo dall&#8217;Italia, il paese di suo padre, per dichiararsi disponibile. «Come ti riconosco?», gli ho chiesto. «Dalla macchina fotografica, porto la Leica al collo». Poi avrei scoperto che non era una macchina qualsiasi; è il modello che la Leica ha intitolato a lui, imprimendovi la sua firma: «Un omaggio della casa con cui ho sempre lavorato», dice con malcelato orgoglio. Tony ha 87 anni, cammina spedito come un giovanotto guardando dritto davanti a sé, nonostante abbia alle spalle il tragitto lungo di una carriera straordinaria almeno quanto la sua vita: è sbarcato in Normandia con l&#8217;esercito americano poco più che ventenne, ha chiesto al suo comandante il permesso di fotografare, e non ha più smesso. Con i suoi commilitoni ha liberato Berlino, poi è sceso in Italia fino alla Linea Gotica e oltre, raggiungendo il villaggio di Bonefro, in Molise, da cui suo padre era partito con il sogno americano nelle tasche. Mentre lo ascolto mi viene in mente quello che mi ha detto una volta Franco Arminio, il poeta: «Parla per un po&#8217; con un vecchio, uno che ha fatto la guerra: è difficile che ti dica una cazzata. Invece, se parli con un quarantenne, uno della nostra generazione, è piuttosto difficile che <em>non</em> dica una cazzata».</p>
<p>«Grazie alla guerra ho conosciuto l&#8217;Italia &#8211; racconta Tony &#8211; il paese che avevo dentro le mie origini, e l&#8217;ho conosciuta attraverso le fotografie. Le sviluppavo negli elemetti da soldato. Durante la battaglia di Sainteny, in Normandia, mi trovai nelle rovine di una casa senza tetto e vidi fra un mucchio di pietre e polvere un pacchetto con su scritto a mano &#8220;Hydroquinone&#8221; (alla High School il maestro, Mr. Lewis, mi aveva insegnato la formula per preparare lo sviluppo Kodak D-76, che contiene, appunto, l&#8217;Hydroquinone). Guardai intorno e, fra i rumori assordanti dell&#8217;artiglieria, realizzai di trovarmi tra le rovine di un negozio di fotografia. Cercai e trovai altri pacchetti di sostanze che mi sarebbero servite sia per sviluppare le pellicole che per il fissaggio. Ma non c&#8217;erano contenitori per gli acidi, perciò pensai agli elmetti. Me ne servivano cinque, così ne presi alcuni dai cadaveri che mi stavano vicino. Ho sviluppato il primo rullo di notte, a cielo aperto, tenendo le estremità della pellicola con le due mani e facendola scorrere su e giù per undici minuti, quanto era necessario per far emergere le immagini. Al termine del lavaggio, appendevo la pellicola sui rami degli alberi, e la mattina dopo il negativo era pronto.</p>
<p>Quell&#8217;anno scattai circa ottomila fotogrammi, avvolgendo le pellicole attorno a un <em>reel </em>cinematografico. Sono tanti, è vero, ma non sono sempre quelli che avrei voluto fare: c&#8217;è una foto che non ho scattato, ed è un&#8217;immagine cruciale nella mia memoria, quella per cui ho abbandonato la fede. Era nei pressi di una chiesa di campagna, nella Francia settentrionale, pochi giorni dopo lo sbarco. La prima messa da mesi, credo&#8230; A un certo punto sentii le sirene dell&#8217;antiaerea ma non feci nemmeno in tempo a scappare, era troppo tardi. Dopo un attimo fu l&#8217;inferno di fumo e macerie. Cadaveri dappertutto. Ma ce n&#8217;era uno che non potrò più scordsare: riverso sul fianco, con le dita che toccavano la fronte. Era morto mentre si faceva il segno della croce».</p>
<p>Nella casa-studio di Tony, a Long Island, c&#8217;è Sofia Loren e Anna Magnani, c&#8217;è Frank Lloyd Wright con le braccia allargate come un direttore d&#8217;orchestra, ci sono le foto di &#8220;Look&#8221; e &#8220;Life&#8221;, le celeberrime riviste di moda che lo hanno reso famoso, ma quell&#8217;immagine esiste solo nel suo racconto, e non ci si può fare niente. Anche New York, vista con lui a passeggio di notte per Long Island, esiste soprattutto nei suoi ricordi: quello di un giro in elicottero pagato 50 dollari che gli procurò la prima copertina di &#8220;Look&#8221;; quella delle torri che sfrigolano e colano giù come farina, un fotogramma che Tony continua ancora a far emergere nelle vasche per lo sviluppo, cambiando ossessivamente colori e angolature.  Eppure adesso mi sembra di conoscerla e capirla questa città, crocevia ansioso di esistenze in transito che stasera diventa una nuvola vaporosa di luci e sussurri, vista dall&#8217;altra sponda del fiume Hudson. «Qui sono passati anche i miei genitori ­- dice Tony guardando nell&#8217;acqua quieta del canale &#8211; li sbarcarono sull&#8217;isola di Ellis Island, come migliaia di italiani. I loro nomi sono incisi sulle lastre di pietra vicino all&#8217;approdo dei traghetti: cercali, se ci vai».</p>
<p>Ci vado il giorno dopo, a cercare quei nomi tra tanti altri. Un monumento alle grandiose sorti, ma ancora di più alle vite minime e meschine di italiani, irlandesi, ispanici come Josè, che hanno masticato la speranza per anni, contro ogni ragionevolezza. E all&#8217;improvviso, dentro quei padiglioni vuoti dove si celebrava l&#8217;<em>admittance</em>, capisci che è solo per questo che si attraversa l&#8217;oceano: non per andare lontano, non in cerca di un mondo nuovo, né per lasciare casa. Ma per trovarla.</p>
<p><em>Il reportage sarà pubblicato, in una versione ridotta, sul numero di agosto di &#8220;Fresco di Stampa&#8221;, rivista mensile di Terra di Lavoro, insieme ad altri racconti di viaggio (Salvatore Di Vilio, Francesco Forlani, Paolo Mastorianni, Sergio Nazzaro, Davide Vargas).</em></p>
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