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		<title>Le ragioni del ritorno</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 09:30:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante Massimo Rizzante Comincerei da una delle tue ultime fatiche, Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-6768" title="opereitaliane" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane-300x120.jpg" width="300" height="120" /></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860440955/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860440955&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em></a> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima&#8230;</p>
<p><strong>Eraldo Affinati</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino<span id="more-6766"></span> sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804585862/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804585862&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Campo del sangue</em></a> (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005SZ53A4/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005SZ53A4&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Un teologo contro Hitler</em></a>, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E sul titolo, <em>Compagni segreti</em>, hai qualcosa da dirci?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto <em>Il coinquilino segreto</em> dei <em>Racconti di mare e di costa</em>. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da <em>Veglia d’armi</em> (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la <em>short story</em> è già presente nei <em>Racconti di Belkin</em> di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00D6F9UBQ/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00D6F9UBQ&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Gli emigrati</em></a>composto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Io insegno in una realtà molto speciale: la «<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804573562/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804573562&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Città dei ragazzi</a>» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità&#8230;</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.</p>
<p>Nota<br />
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.</p>
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		<title>Un ricordo improbabile</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 12:30:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate: Jaufrè passa le notti incapsulato in una botte. Alla primalba s’alza un fischione e lo sbaglia. Poco dopo c’è troppa luce e lui si riaddormenta Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-6254" title="opereitaliane3" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><br />
<strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate:</p>
<p><em>Jaufrè passa le notti incapsulato<br />
in una botte. Alla primalba s’alza<br />
un fischione e lo sbaglia. Poco dopo<br />
c’è troppa luce e lui si riaddormenta</em></p>
<p>Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica.<br />
Era l’estate del 1982. Credo luglio o agosto. Non avevo ancora diciannove anni. Ero seduto al bar della piccola stazione di San Donà di Piave (l’eterna provincia veneta!). Aspettavo un treno per Venezia, concentrato sulle <em>Poesie d’amore</em> di Nazim Hikmet, il poeta turco, amico di Majakavoskij. Leggevo un rubai (molto tempo dopo ho appreso che si trattava di una forma metrica tradizionale arabo-persiana), scritto da Hikmet nel 1933 a Istanbul, esattamente trent’anni prima di morire stroncato da un infarto sul pianerottolo del suo appartamento moscovita. Estate del 1963. L’estate in cui sono nato. Coincidenze. (La fame di coincidenze è il pane quotidiano della giovinezza). Ne ricordo una quartina:</p>
<p><em>Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa</em><br />
<span id="more-6250"></span><br />
Versi semplici, epici, antichi che cantano ciò che gli antichi poeti hanno sempre cantato: l’amore per la vita, l’inesorabilità della morte, l’amore, nonostante tutto, per la “vita immensa” dopo la nostra morte.<br />
All’improvviso sento risuonare una domanda.<br />
“Poeta?”. Un signore sulla cinquantina, dal volto un po’ sofferente e con un braccio ingessato, si avvicina al mio tavolino e, dopo un momento d’esitazione, si siede.<br />
“Chi io?”, faccio imbarazzato.<br />
“Beh, non vedo in giro nessun altro “giovane Nazim”? Le piacerebbe diventare come lui?”.<br />
“Non saprei. Qualcosa scrivo”, rispondo.<br />
“Sa, ha avuto una vita avventurosa e difficile, battaglie politiche, esilio, condanne, anni di carcere, grandi lontananze, pochi ritorni. Ma è rimasto giovane fino alla fine, in colloquio… Scusi, mi presento, sono Goffredo Parise, forse ha già letto qualche mio libro?”.<br />
“Purtroppo no”. Vorrei sprofondare un chilometro sottoterra. Mi salva il frastuono di un treno merci. Faccio però in tempo a notare nei suoi occhi un lampo di tristezza.<br />
“Forse lei è troppo giovane. Di che anno è?”.<br />
“1963. Proprio l’anno in cui Nazim Hikmet è morto: angina pectoris”.<br />
“Il 1963 è anche l’anno delle Furie”.<br />
“Quali furie?”, domando.<br />
“Il romanzo di Guido Piovene, un romanzo che ho amato molto e su cui ho anche scritto qualcosa. Era piuttosto un sogno. Ma Piovene oggi è dimenticato. Un vicentino come me, ma non proprio uno scrittore italiano… Non lo conosce, vero?”<br />
“Purtroppo no”. Questa volta arrossisco.<br />
Il mio Trieste-Venezia era probabilmente già passato. La persona che doveva venire a prendere Parise e accompagnarlo in auto alla sua nuova casa di Ponte di Piave tardava. Il dialogo durò non so quanto tempo. E sempre con lo stesso schema: il grande “Jaufrè” esponeva il tema: la malizia vicentina (di cui era impregnata l’opera di Piovene), la vita e le case sul Piave, Roma, la fatica dei Sillabari, i premi letterari, lo “Strega” che aveva appena vinto, il “Viareggio” del 1963 che per ragioni politiche Piovene non aveva vinto, la “poesia che va e viene”, la “pigrizia” produttiva dell’artista, le difficoltà del nuovo romanzo, ripreso dopo tanto tempo, “Il faut avoir une idée, mais une idée vague”, come ha detto Picasso, l’ultimo viaggio in Giappone, Kawabata (“Legga assolutamente Kawabata. Ma fra vent’anni”), <em>La casa delle belle addormentate</em>, la giovinezza, la vecchiaia. E il “piccolo Nazim”, che nella sua “vita immensa” e immensa ignoranza, cercava qualche variazione al proprio rossore.<br />
Non c’era ostentazione nelle sue parole. E neppure l’ombra del maestro cerca-discepoli (“la poesia non ha eredi”). Lo scrittore era semplicemente “in colloquio”, cioè era rimasto giovane. “Incapsulato” nella botte di un corpo sofferente, precocemente invecchiato (avrei saputo solo molto tempo dopo delle sue operazioni al cuore, avvenute l’anno prima, dell’insufficienza renale, la dialisi), era in contatto permanente con la “vita immensa, che non vede, non parla, non pensa”, che è oltre la desolazione per la nostra morte, che è amore, nonostante la nostra morte. E se a, volte, il contatto veniva meno, se l’ex cacciatore per “troppa luce” si addormentava, il suo fiuto per la bellezza in ogni caso non lo tradiva: avrebbe sentito “l’odore del sangue” di un artista-fagiano a chilometri di distanza.<br />
Oggi, ad anni di distanza, se non conosco, in fondo, che un solo romanzo di Piovene, ciò si deve al fatto che sono rimasto fedele a quell’unico incontro con Parise, troppo intenso e irripetibile per permettermi di allontanarmi dalla solita fame di coincidenze.<br />
“Piovene, comunque, è uno scrittore importante, ma allo stesso tempo lo sento lontano”.<br />
“Lontano da cosa?”.<br />
“Dalla riserva di caccia dei miei temi”.<br />
“E’ stato se non sbaglio proprio Piovene che, in un’intervista a proposito delle <em>Furie</em>, ha detto: ‘Lo ritengo nettamente il mio migliore romanzo e quello che ha approfondito certi motivi che sono costanti fin dalla mia giovinezza; giacché anche questo vorrei aggiungere: l’uomo si accresce, si accresce per acquisizioni critiche, per indagine intellettuale, ma quello che sono i motivi fondamentali della poetica e anche della poesia di un artista sono sempre gli stessi…’”.<br />
“Sì, è vero, l’uomo s’accresce, s’accresce, ma per quanto il nostro colloquio sia indiretto, silenzioso, gli elementi arcaici della natura, i colli, l’odore dei corpi, le formazioni e le deformazioni della bellezza umana che per la prima volta ci sono venuti incontro, si ostinano a compiere giri concentrici sopra le nostre teste incappucciate. Come folaghe o fischioni che continuiamo a sbagliare per giorni fino a quando non ci addormentiamo…<br />
“Come uno dei temi costanti della poetica e della “poesia” di Piovene: quello della mente che costantemente mente a se stessa senza rendersi conto di mentire”.<br />
“In altre parole: il sentimento della malitia. La tradizione cristiana, i Padri della Chiesa, credo, lo definivano un ambiguo e incoercibile desiderio-repulsione (beh, forse non utilizzavano proprio queste parole…) nei confronti del bene in quanto tale.<br />
“Questo non fa di Piovene uno scrittore cattolico, né uno scrittore veramente religioso, se non di quell’“unica religione possibile” – come ha scritto Parise nella sua presentazione alle <em>Furie</em>: “quella della verità”.<br />
“Sì, l’ho letta. E’ stato cinque anni dopo la sua morte. Forse hai ragione. Ma ricordati che la religione della verità, nell’interpretazione di Parise, era ciò che per Piovene l’uomo moderno ha perduto, ciò in cui non riesce più a credere. E’ cenere di un fuoco che si è spento chissà quando e che ricopre i nostri volti decrepiti”.<br />
“’L’arte non può raccontare che il male, perché esso solo, per così dire, ha materia, pervade i nostri appetiti e i nostri pensieri’. Queste sono ancora parole di Guido. Fin dai tempi della <em>Gazzetta nera</em>. Che ne pensi?”.<br />
“Non so. Mi chiedo: da dove viene il Male per uno scrittore che non crede in Dio? Dov’è il Male per chi non può cadere nel baratro agostiniano dove ‘nessuno ti confessa’?”.<br />
“Parise diceva che la risposta poteva forse trovarsi tra ‘il tortuoso, labirintico e solitario lavorìo del cervello’, proprio della ‘vicentinità’, intesa come ‘monomaniaca aspirazione al perfetto’ e il centroeuropa di Kafka, in quella zona ‘slavo-tedesca ed ebraica’ ribollente di letture talmudiche e cabalistiche”.<br />
“Detesto l’eterna provincia veneta. Detesto il marchio minoritario per gli scrittori di razza. E non ho mai letto Kafka seguendo interpretazioni talmudiche o cabalistiche. E nemmeno Svevo. L’elemento ebraico, se c’è, è storico: riguarda la situazione nell’epoca dell’assimilazione. E poi dov’è il senso della forma, lo humour in Piovene? Sei proprio sicuro che il suo essere ‘visionario di cose vere’, come il narratore dice di se stesso nelle <em>Furie</em>, coincida con la fusione di reale e inverosimile che per primo Kafka, nella storia del romanzo, è riuscito a realizzare? L’estraneità come chance erotica e la promiscuità spesso comica di Kafka, sei davvero in grado di ritrovarle nei romanzi di Piovene? E il riso di Zeno, che gioca con la propria coscienza, lo senti risuonare tra i colli veneti?”<br />
“<em>La confessione di Zeno</em> è una bouffonnerie”.<br />
“Appunto. Mentre la confessione è per Piovene la forma assoluta, per giungere ad una definizione della propria autenticità, della verità. Non sono sicuro che in essa non ci sia più traccia delle domande agostiniane. Magari attraverso il binocolo de l’esprit géométrique del “giustiziere settecentesco”, per dirla ancora con Parise”.<br />
“Il senso della corruzione dei corpi e dell’immaginazione che li rendi visibili, compensati e “giustiziati” dalla passione intellettuale che li dissolve”<br />
“Sì, ecco. Oppure la necessità dei “fatti”, unita all’impossibilità o difficoltà di accedere al “personaggio romanzesco”: chi sono Angela, Teresa, Antonio, la donna che si chiama “la pianta acquatica” se non rivelazioni di questa impossibilità o difficoltà?”<br />
“La malizia vicentina unita alla malitia, figlia di acedia di Agostino, entrambe figlie illegittime della passione clinica di sezionare con l’intelletto i corpi in eterna decomposizione delle “furie” private, storiche, mitiche”.<br />
“Forse. Ma c’è anche un’altra possibilità: che il Male di Piovene sia ancora quello di Baudelaire, che la sua malitia sia un’ulteriore metamorfosi de l’ennui, che la forma della confessione sia il campo di battaglia di una lotta mortale per trasformare la malitia in qualcosa di positivo. Qualcosa, comunque, che non ha niente a che vedere con lo snobismo”.<br />
“Ma con il decadentismo sì”.<br />
“Mah! La letteratura è tutta decadente! Da Flaubert in poi. Fino a Flaubert rappresentava un tutto: era uno dei rami della vita, della società, come la politica, la Borsa. Poi ha cominciato a perdere la sua supremazia. E da allora continua a vivere o a sopravvivere come Adamo ed Eva in fuga dall’Eden dopo il peccato originale: che per la letteratura è l’aver avuto fino ad un certo momento un carattere universale, poi definitivamente perduto”.<br />
“Parise diceva che Piovene con quelli della sua generazione (Comisso, Gadda) apparteneva alla “last generation”, perché, se ho capito bene, aveva avuto il tempo di assaporare ancora, sia pure in mezzo alle distruzioni e alle guerre, il frutto proibito di quell’universalità”.<br />
“Forse è così. Forse le Furie sono anche la confessione tragica, non rassegnata e violenta, di un definitivo distacco. Un addio al paradiso perduto dell’aspirazione romanzesca di rivelare la totalità del mondo e dell’uomo che coincide con un addio all’inferno delle ombre private, e non solo private, del suo passato. Un duplice sopralluogo ”.<br />
“Sarà… Ma tutto questo parlare di ultime generazioni, inferno e paradisi perduti mi ha messo un po’ di nostalgia. La verità è che sono stanco. Ho sonno. Certo che, incapsulati per l’eternità dentro queste botti, si sta scomodi. Manca l’aria”.<br />
“In compenso il tempo per sparare a folaghe e fischioni è illimitato…”<br />
“Senti Jaufré&#8230;”<br />
“Dimmi Nazim…”<br />
“Ti ricordi Kawabata? <em>La casa delle belle addormentate</em>?<br />
“Sì, certo”.<br />
“Alla fine l’ho letto. E’ stato nell’estate del 1963. Ero a Berlino, quattro giorni prima di partire per Mosca. Da mesi non avevo notizie di mia moglie né di mio figlio. Mi sentivo stanco come ora. Non riuscivo ad alzarmi dal letto. Eguchi, il protagonista, mi ha tenuto sveglio, in vita un’intera notte. La disperazione per la vecchiaia mi è sembrata improvvisamente una cosa remota. E così la mancanza di mia moglie, e di tutte le donne che ho amato. E ho anche pensato che forse solo nel sonno siamo davvero in colloquio con “la vita immensa”, “la vita immensa”, dopo la nostra morte.<br />
“E hai scritto una poesia?”<br />
“No, mi sono ricordato di un rubai che avevo scritto trent’anni prima, ad Istanbul. Vuoi ascoltarne una quartina?”<br />
“Abbiamo tutto il tempo”.<br />
<em>“Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa”</em></p>
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		<title>C&#8217;era una volta il treno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Nov 2006 06:29:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[eurostar]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Carlucci]]></category>
		<category><![CDATA[treno]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luca Carlucci C&#8217;era una volta il treno. Mezzo bello e popolare. Incontravi gente, chiacchieravi. Ti affacciavi al finestrino, socchiudendo gli occhi controvento. Sedevi comodo, con un sacco di spazio, allungavi le gambe, allungavi il sedile, aggiustavi il poggiatesta, dormivi. Guardavi rapito il diorama che scorreva incessante di là dai grandi finestrini. Passeggiavi nei corridoi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Carlucci</strong></p>
<p>C&#8217;era una volta il treno.<br />
Mezzo bello e popolare.<br />
Incontravi gente, chiacchieravi.<br />
Ti affacciavi al finestrino, socchiudendo gli occhi controvento.<br />
Sedevi comodo, con un sacco di spazio, allungavi le gambe, allungavi il sedile, aggiustavi il poggiatesta, dormivi.<br />
Guardavi rapito il diorama che scorreva incessante di là dai grandi finestrini.<br />
Passeggiavi nei corridoi, mangiando un panino.<br />
Anche nella canicola, non faceva mai davvero caldo. Tutti abbassavano i finestrini, le tendine svolazzavano impazzite, e tutto trasfigurava in un&#8217;atmosfera, a dispetto del clangore, ovattata, da sogno. I treni erano raramente puntuali ma frequenti, e in qualche modo arrivavi sempre.</p>
<p><span id="more-2757"></span></p>
<p>Cominciò tutto con l&#8217;Intercity. Primi vagiti di un&#8217;efficienza di facciata. Da città a città senza fermate intermedie. Bene: efficace, europeista e veloce. Adatto a noi gente produttiva. Certo si pagava un bel po&#8217; di più, sotto forma di quel bizzarro biglietto aggiuntivo chiamato supplemento. Certo, per uno che all&#8217;università si faceva tutti i giorni Firenze-Bologna-Firenze e si ritrovò da un giorno all&#8217;altro il biglietto quasi raddoppiato per un servizio identico a prima &#8211; non ci sono fermate intermedie fra Bologna e Firenze, se non i cinque minuti di Prato &#8211; la cosa fu fonte di una certa perplessità.</p>
<p>Le prime vittime furono i diretti e i rapidi, e anche gli espressi cominciarono a declinare. Poi la crisi economica, gli scandali, i tagli alle reti regionali e al personale, giù giù in un vorticare di cambiamenti che culminò in lui, il Treno di Oggi, simbolo e summa di quel che sono diventate, e si avviano sempre più a essere, le rotaie italiane: l&#8217;Eurostar.</p>
<p>L&#8217;Eurostar costa un botto, ma non va più veloce. Fa più veloce, perchè ferma poco, ma non va più veloce. Recentemente m&#8217;è capitato di prendere uno degli ultimi espressi rimasti, Milano-Agrigento &#8211; che piacere rivedere quei grandi sedili, i corridoio deambulabili, i finestrini grandi e apribili a piacimento!: ebbene, Milano-Bologna con fermata a Piacenza, stesso tempo dell&#8217;Eurostar. Bologna-Firenze, mezz&#8217;ora in più, ma solo perchè si ferma in continuazione per cedere il passo agli Eurostar.</p>
<p>L&#8217;Eurostar costa un botto, dicevamo. E&#8217; piombato come il treno di Cassandra Crossing: i finestrini sono piccoli, hanno i doppi vetri, nessuna apertura e sono pieni di riflessi. Al minimo calar della luce il diorama esterno dissolve, e al suo posto si materializza la tua faccia corrucciata che strizza gli occhi: ma non per il vento, per capire cosa cazzo ci sia là fuori.<br />
Sull&#8217;Eurostar, che costa un botto, si sta seduti scomodi. Lateralmente, devi condividere col vicino un bracciolo largo tre centimetri. E se il vicino è grasso o grosso, straborda sul suo sedile come una palla di gelato sul cono, invadendo il tuo spazio vitale. Frontalmente, con le gambe serrate da un tavolino che impedisce ogni accavallamento, s&#8217;instaura un complesso gioco diplomatico col dirimpettaio sul come e dove posizionare gli arti inferiori. Verticalmente, i sedili son stati studiati in modo tale da scongiurare qualsiasi tentazione di assopimento: alla minima perdita dei sensi, il busto si scolla dallo schienale, la testa, sbilanciata dal collo come un fiore spezzato, cade preda della forza di gravità, e l&#8217;immediata sensazione di caduta nel baratro ti riporta prontamente alla veglia. I più eroici, quelli che osano persistere, sembrano impiccati lasciati lì a penzolare per monito.<br />
L&#8217;Eurostar, che &#8211; l&#8217;ho già detto? &#8211; costa un botto, è piombato e climatizzato. Qualsiasi sia il clima esterno, dal torrido tropicale alla perturbazione preglaciale, sull&#8217;Eurostar c&#8217;è sempre lo stesso clima artificiale. E questo clima artificiale è vagamente freddino ma accettabile l&#8217;inverno, quando sei col maglione. D&#8217;estate, è un&#8217;orribile e psicotica cella frigorifera. Fuori vedi i campi gialli di girasoli assolati, immagini i profumi di terra e di erba, il ronzare delgi insetti, il frinire delle cicale, e dentro respiri un odore di tappezzeria igienizzata e combatti con un principio di sinusite. Come se non fosse sufficiente, questo clima artificiale emana da grate poste alla base del finestrino, all&#8217;altezza del gomito del passeggero, con il flusso di aria gelidia direzionato, devo dire con una certa perizia, esattamente verso le parti nobili del capo &#8211; fronte naso occhi orecchie. Se per assopirti, e per sfuggire alla tortura dello Schienale di Norimberga, hai pensato di sedere accanto al finestrino sì da appoggiarci il capo, hai decisamente fatto male i tuoi calcoli. A meno che tu non abbia uno zio otorinolaringoiatra. O un passamontagna.<br />
Ovviamente, l&#8217;intero sistema di climatizzazione è del tutto centralizzato.  Sull&#8217;Eurostar, dietro l&#8217;apparenza asettica, moderna e tardocapitalista, batte un ferreo cuore da funzionario del PCUS generosamente deciso a reprimere ogni forma di individualismo. In quanto gulag semovente dai finestrini piombati, anche sull&#8217;Eurostar sono previste punizioni esemplari: è sufficiente che l&#8217;impianto di climatizzazione non funzioni. Ed ecco che il gulag si traforma, come in una lugubre reverie revisionista, in un forno crematorio.<br />
Sull&#8217;Eurostar, che un botto costa, si sta più stretti, più scomodi, più vicini, e si parla pochissimo. Al massimo, la gente urla per ore nei cellulari di cantilenanti cazzi propri o di business noiosissimi. Molti hanno le cuffie, molti si nascondono dietro lo schermo di un portatile. Se sei seduto al finestrino, spesso l&#8217;unica cosa che dici in ore di viaggio è lo &#8220;scusa&#8221; al vicino quando sei costretto, dalla disposizione idiota dei sedili, a farlo alzare per andare a pisciare. Sull&#8217;Eurostar, tutto sembra fatto per negare il treno e ricordare l&#8217;aereo: gli spazi angusti, i finestrini piccoli, l&#8217;ansia spazialmente indotta che induce uno stato continuo e a bassa intensità di tensione da decollo. Non scherzo: dopo un Milano-Firenze in Eurostar, quasi sempre ho il jetlag. Orecchie tappate, senso di nausea, rincoglionimento.<br />
E un qualche rimasuglio di stupore, non ancora sconfitto dall’abitudine, per la facilità con la quale l’essere umano equivoca l’infelicità con la sensazione di progresso.</p>
<p>L&#8217;Eurostar, oggi, domina incontrastato il campo dei viaggi ferroviari sopra i cento chilometri. Gli Eurostar quasi mai sono puntuali: ma le ferrovie fanno arrivare in ritardo tutti gli altri tipi di treno pur di mantenere il ritardo sotto la mezz’ora. L’Eurostar infatti costa un botto, ma se il ritardo è maggiore, mezzo botto a Trenitalia glielo puoi chiedere indietro.</p>
<p>Gli Intercity esistono ancora, ma sono delle truffe rotabili, sporchi, puzzolenti, illuminati da neon che credo Trenitalia abbia vantaggiosamente acquistato a qualche asta successiva alla promulgazione della Basaglia, e al conseguente smantellamento dei manicomi. Hanno ritardi oltre ogni senso del ridicolo. E costano poco meno degli Eurostar.</p>
<p>I pochi espressi rimasti son quelli dei viaggi della speranza notturni, Milano-Crotone, Milano-Agrigento, Milano-Taranto, quelli che sai quando parti ma non sai quando arrivi. In compenso, se li prendi all&#8217;inizio della tratta, son decenti e hanno ancora tutto il fascino antico del treno, mezzo bello e popolare.<br />
E con 15 euro, se prenoti un po&#8217; per tempo, ti puoi fare Milano-Agrigento. E magari la notte, se la stagione è bella, puoi pure socchiudere un po’ il finestrino, e guardare i lumi delle case isolate galleggiare nel buio, e fantasticarci sopra, e respirare l’odore della campagna.</p>
<p>(luca carlucci, milano, 17 novembre 2006)</p>
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		<title>Concittadini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jun 2003 18:53:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[polizia]]></category>
		<category><![CDATA[tiziano scarpa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tiziano Scarpa Sono le otto del mattino. Ho preso un treno alle sei. Sonnecchio nello scompartimento. Mi godo il viaggio in prima classe che mi verrà rimborsato dagli organizzatori del convegno. Un giovanotto piuttosto basso, in giacca e cravatta, legge il giornale. Verso Brescia un vocìo in una lingua incomprensibile non mi fa dormire. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p>Sono le otto del mattino. Ho preso un treno alle sei. Sonnecchio nello scompartimento. Mi godo il viaggio in prima classe che mi verrà rimborsato dagli organizzatori del convegno. Un giovanotto piuttosto basso, in giacca e cravatta, legge il giornale.<br />
<span id="more-63"></span><br />
Verso Brescia un vocìo in una lingua incomprensibile non mi fa dormire. Non è il giovanotto basso, che continua a leggere il suo giornale in silenzio. Sono due nordafricani, con i borsoni pieni di merci.</p>
<p>Passa il controllore, ci chiede i biglietti.</p>
<p>“Senta,” dice il giovanotto basso, “queste borse appartengono a quei due signori che poco fa erano seduti qui e adesso stanno in piedi in corridoio. Presumo che non abbiano il biglietto di prima classe, ma non posso dirlo con certezza. In ogni caso, ritengo che non possano lasciare qui le loro borse incustodite.” Si esprime in un italiano da biglietto di prima classe. Finito il suo discorso, non aspetta la risposta del controllore, gira la testa e riprende a leggere il giornale.</p>
<p>Il controllore esce dallo scompartimento.<br />
Io continuo a seguire la scena con gli occhi socchiusi, fingendo di dormire.</p>
<p>I due nordafricani non se ne vogliono andare in seconda classe.<br />
“Che cazzo hai paura, credi che mettiamo bomba?” dice il più spavaldo dei due. “Siamo in regola, qua in piedi, che cazzo vuoi?” Ha due baffetti sottili.<br />
“Ma avete un biglietto di seconda,” fa notare il controllore. “Prendete le vostre borse e cambiate vagone.”<br />
“Ma pesa! Io qui in piedi, che cazzo vuoi!”</p>
<p>Il giovanotto in giacca e cravatta riprende la parola, non si è mai rivolto ai due nordafricani, non li ha neanche presi in considerazione, anche questa volta parla al controllore:<br />
“Chiami la polizia ferroviaria.” Il tono è pacato, inflessibile, come se stesse leggendo le previsioni del tempo.<br />
Il controllore esita: “Eh, ma quelli i poliziotti stanno a Milano, mica sul treno…” Ha un’inflessione meridionale.<br />
“Chiami la polizia ferroviaria. Glielo chiedo come cittadino, intanto. E se non la chiama, glielo chiedo come avvocato.” Poi aggiunge: “Lei non si fa trattare così.”<br />
Il controllore tira fuori il telefonino.<br />
Il baffetto nordafricano gli dice apertamente: “Vaffanculo, vaffanculo!”</p>
<p>Dal corridoio arriva la voce di un uomo anziano. Si fa avanti, è alto e massiccio: “Torna al tuo paese, se devi venire a rompere i coglioni qui!”<br />
Il più giovane dei due nordafricani ha la pelle più scura, è un tipo gioviale, cerca di aggiustare la cosa con il controllore, gli chiede di lasciar perdere.<br />
“Eh, poi vediamo,” gli dice il controllore, facendogli capire che non sarà certo lui a inseguirli alla stazione pretendendo che mostrino i documenti e si facciano perquisire le borse.<br />
Alla fine i due afferrano i loro bagagli giganti e cambiano vagone.</p>
<p>Continuando a far finta di dormire, apro una fessura tra le palpebre, guardo meglio l’avvocato in giacca e cravatta.</p>
<p>In realtà, non è vestito molto bene. Il completo che indossa è stazzonato, e ha tutta l’aria di esserlo stato anche prima del viaggio in treno. Le scarpe sono logore, scalcagnate. Se è vero che è un avvocato, dev’essere uno che ha fatto fatica per conquistare la professione, ha l’aria di quello che all’università si comprava i libri facendo il cameriere di sera.</p>
<p>L’uomo anziano massiccio fa capolino nel nostro scompartimento, si rivolge soddisfatto all’avvocato: ”Visto come hanno sgomberato, i due padroni del mondo!” dice. “Vengono qui a fare tanto gli sbruffoni, questi arabi del cazzo, ma per fortuna c’è ancora chi gli ins–“<br />
“Non ho prestato particolare attenzione a quale etnia appartenessero i due signori che se ne sono andati,” lo interrompe l’avvocato, “e ad ogni modo per me non avrebbe fatto differenza. Italiani, nordafricani, extracomunitari… non ritengo sia una distinzione pertinente. Poiché sono miei concittadini, o comunque aspirano a esserlo, debbono seguire le stesse regole che seguo io.”</p>
<p>L’anziano corpulento rimane a bocca aperta. Biascica: “Ah… Ma allora mi… mi sono sbagliato su di lei…! E sì che ero venuto qua per stringerle la mano, pensi un po’. Le persone che ragionano come lei sono le più pericolose: quelli là non sono mica nostri concittadini! Non gliene frega niente delle nostre regole. Sono di un’altra… Di un altro mondo! Mi dispiace tanto, me lei è quasi peggio di quel signore là che se ne sbatte e fa finta di dormire in un angolo!”</p>
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