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	<title>Trentino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La Trento che vorrei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Aug 2019 05:00:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Autobrennero]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
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					<description><![CDATA[di  Giacomo Sartori Pur aborrendo le scarificazioni urbanistiche, vorrei che l’intero cimitero monumentale a nord della città (“Trento Nord”) fosse decostruito, e che si riedificasse in armonia e tra viluppi di piante (includendo colture urbane). Vorrei che nelle vie di Trento si respirasse l’alito del naturalista e socialista e anticlericale Cesare Battisti. Vorrei che nelle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-80310" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/a22.jpg 1152w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di  <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Pur aborrendo le scarificazioni urbanistiche, vorrei che l’intero cimitero monumentale a nord della città (“Trento Nord”) fosse decostruito, e che si riedificasse in armonia e tra viluppi di piante (includendo colture urbane).</p>
<p>Vorrei che nelle vie di Trento si respirasse l’alito del naturalista e socialista e anticlericale Cesare Battisti.</p>
<p>Vorrei che nelle panetterie di Trento si rinvenisse del pane buono (come avviene in moltissime regioni italiane), o insomma mangiabile.</p>
<p>Vorrei che il quartiere delle Albere fosse ribattezzato “Quartiere Fallimento” o anche “Fallimento PIANificatO”, e che vi ci si organizzassero visite per assaporare l’istruttiva assurdità di una pianificazione piovuta da alti limbi.</p>
<p>Pur non amando i maxischermi, vorrei che in Piazza Duomo si erigesse un maxischermo sciorinante in diretta le cifre dei mezzi che transitano sull’Autobrennero (conta cumulata per anno solare, divisa per auto e mezzi pesanti, in direzione nord e sud).</p>
<p>Vorrei che lo stesso maxischermo in Piazza Duomo distillasse on live anche le cifre degli inquinanti generati dai mezzi che transitano sull’Autobrennero (stime per i vari tossici, divisi per auto e carriaggi pesanti).</p>
<p>E che lo stesso maxischermo disseppellisse ora dopo ora le cifre dell’utile netto di Autostrada del Brennero SPA (cifre cumulate per anno solare).</p>
<p>Vorrei che grazie a interventi illuminati e coraggiosi l’Adige ritrovasse vita, apertura alla città, utilità e bellezza.</p>
<p>Vorrei che i ristoranti di Trento quando si ordina polenta servissero genuina polenta (possibilmente con mais locali di qualità), invece che poltiglie e mattoncini di dubbia origine e gusto.</p>
<p>Vorrei che nei ristoranti di Trento quando si ordinano funghi servissero genuini funghi (parlo naturalmente della stagione dei funghi), invece che pseudocarpi di lattina metallica.</p>
<p>Vorrei che i ristoranti (di ogni ordine e grado) di Trento imparassero a fare da mangiare, non dico bene, ma almeno passabile (mettendo in atto gemellaggi con altre regioni italiane?).</p>
<p>Vorrei che i ristoranti di Trento, e per primi quelli senza pretese, rivedessero al ribasso i prezzi, allineandosi su quelli delle altre città di provincia italiane, e tenendo conto della oggettiva inferiore qualità.</p>
<p>Vorrei che si ripartorisse Piazza Dante, trasformandola in limbo pedonale intenso e accogliente, con un suo senso e legame con la città – un accesso dantesco privilegiato – invece di considerarla un problema d’ordine pubblico.</p>
<p>Pur considerando i maxischermi inquinanti, vorrei che in Piazza Duomo si ergesse un maxischermo (un altro) che propagasse le cifre del reddito provinciale che si deve agli italiani (o non italiani) che vengono da altri paesi, e delle tasse e contributi che sborsano.</p>
<p>Vorrei che il personale al gran completo di negozi, esercizi e biglietterie della città seguisse dei corsi di cordialità e loquace buon umore (anche qui mediante gemellaggi con altre regioni e etnie).</p>
<p>Vorrei chiedere al Vescovo di traslocare in periferia, come ha fatto il Questore, cedendo il suo non leggiadrissimo palazzo, e le vegetazioni attinenti, a una destinazione che ridia vita – e senso – a Piazza Fiera: “Museo della Controriforma, dell’Inquisizione e degli effetti psicopatologici a lungo termine dei gioghi religiosi”.</p>
<p>Vorrei che il pernicioso “Mercatino di Natale” fosse proibito per i prossimi centomila anni, o meglio ancora cinquecentomila.</p>
<p>Vorrei che la disconosciuta plaga viticola che abbraccia la città fosse convertita per intero alle attenzioni biologiche, e fosse cucita intimamente alla città da una rete di rotte pedonali e ciclabili.</p>
<p>Vorrei che il Presidente della Provincia fosse un uomo, o meglio una donna, di colore, o almeno di origine vistosamente straniera.</p>
<p>Vorrei che il potere politico della città si inchinasse alla ricchezza della cultura delle associazioni ambientaliste e civiche e della montagna, e coagisse con esse per il governo del territorio cittadino e extra-cittadino.</p>
<p>Vorrei che si estirpasse il traffico privato davanti al Castello del Buonconsiglio.</p>
<p>Pur amando gli alberi, e considerando un delitto ogni taglio raso o capitozzamento, vorrei che si prendesse in considerazione di espiantare i ginko che nascondono le splendide scuole Sanzio (trasferendoli da qualche altra parte?).</p>
<p>Pur trovando simpatico l’accento trentino, vorrei che fosse bandito dalle trasmissioni radiofoniche locali della RAI.</p>
<p>Vorrei che si abbattesse la muraglia invalicabile tra università e città, e che il sapere accademico irrigasse i destini culturali, civili, civici, tecnici e paesaggistico-architettonici della città (ricevendo in cambio la linfa del mondo reale).</p>
<p>Vorrei che le ex prigioni di Via Pilati diventassero “Museo delle catastrofi ecologiche e delle malefatte finanziarie degli impianti sciistici trentini”.</p>
<p>Pur essendo contrario all’ingegneria genetica sull’uomo e al transumanesimo, vorrei che nel patrimonio genetico-culturale degli abitanti di Trento si ritrapiantassero franchezza e coraggio intellettuale, rarefatti dai secoli di servitudine ai poteri ecclesiastici e temporali.</p>
<p>Ambirei che si inventariassero i pletorici mostri architettonici e parcheggistici edificati negli ultimi trent’anni a Trento e nei suoi sobborghi, e che i responsabili pubblici e privati fossero rieducati (prevedendo dei corsi di aggiornamento all’estero).</p>
<p>Vorrei che le sommità del Monte Bondone (a cominciare da Vaneze) fossero trasformate in ecoparco alpino chiuso al traffico e privo di impianti di risalita (ad eccezione di quello di accesso dalla città), ridisegnando la composizione e la disposizione delle vegetazioni con delicata sensibilità ecologica e estetica (e integrando utilizzi silvo-pastorali e caseari, altro che demenzialità golfistiche).</p>
<p>Desidererei che la cultura trentina fosse in mano a funzionari colti, aperti, audaci, sensibili, lungimiranti, anticonformisti, spassionati, spiritosi (nei limiti del possibile), e quindi diventasse una cultura – e anche una politica – invidiata, e imitata, a livello nazionale (invece di scimmiottare lei).</p>
<p>Vorrei che gli abitanti di Trento avessero meno aprioristico orgoglio trentino.</p>
<p>Vorrei che il Museo delle Scienze (MUSE) svolgesse massiccia ricerca scientifica a alto e umanitario livello, oltre che intrattenimento ludico, diventando un faro per la cultura alpina.</p>
<p>Vorrei che gli abitanti di Trento accettassero senza complessi di inferiorità la loro identità fitta di ombre e frustrazioni (senza bisogno di inventarsi identità fittizie).</p>
<p>Amerei che gli abitanti di Trento fossero più buoni, e potessero strapparsi di dosso le invidie, retaggio certo del loro sottomesso passato.</p>
<p>Vorrei che gli abitanti di Trento si unissero a quelli di Besenello (o a quelli di Rovereto, si veda il progetto prescelto) per infuriare contro il fioccaccio autostradale ivi previsto, costringendo le autorità a desistere dal loro folle piano (sono pronto a partecipare in prima persona).</p>
<p>Vorrei che la città di Trento trovasse un rapporto di ascolto e collaborazione, e forse anche di coordinamento illuminato, con le valli che la circondano e le loro culture (e non solo con i relativi potentati economici).</p>
<p>Vorrei che la città di Trento, che per tanti anni ha avuto una minoranza tedesca, sapesse instaurare un dialogo costruttivo e vivido con Bolzano.</p>
<p>Vorrei che si ripristinasse la magnifica e nobile pavimentazione sconnessa dei marciapiede del centro storico, vittima del gusto spartitraffistico e autogrillesco.</p>
<p>Vorrei che si interrasse l’onerosissimo progetto di interramento della ferrovia, non esiziale (e men che meno risolutivo) per i destini della città.</p>
<p>Vorrei che a Trento arrivasse il mare (il Tirreno), con un relativobel lungomare, o in mancanza di meglio almeno un braccio del Lago di Garda.</p>
<p>Vorrei che i governanti di Trento fossero coscienti che la viabilità culturale è più importante, e ben più redditizia, della viabilità automobilistica.</p>
<p>Vorrei che il quotidiano ‛L’Adige’ non ignorasse i miei libri quando escono (anche per criticarli, naturalmente), e questo non per ammaliare il mio ego ma in quanto contributi (certo modesti) della cultura trentina innestata nel mondo.</p>
<p>Vorrei che il bar della stazione fosse promosso monumento nazionale (mantenendo l’attuale arredo e personale).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdA: questo pezzo è compreso nella raccolta di contributi &#8220;La Trento che vorrei&#8221;, pubblicato da <a href="http://www.edizionihelvetia.it/">Edizioni</a> <a href="http://www.edizionihelvetia.it/">Helvetia </a></em> <em>(2019)</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/MAGAZZINO_241_immagine_copertina_134a5.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-80313" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/MAGAZZINO_241_immagine_copertina_134a5-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/MAGAZZINO_241_immagine_copertina_134a5-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/MAGAZZINO_241_immagine_copertina_134a5.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/MAGAZZINO_241_immagine_copertina_134a5-200x286.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/MAGAZZINO_241_immagine_copertina_134a5-160x228.jpg 160w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></a></p>
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		<title>Generazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Aug 2018 05:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alto Adige]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Antolini]]></category>
		<category><![CDATA[rovereto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Antolini Appena entro nel negozio, Diego mi fa un cenno d’intesa «Sì sì &#8211; mi dice &#8211; il pacco da Milano mi è arrivato ieri. E dentro c’era anche il tuo disco dei Country Gazette». Già uscendo dal negozio strappo subito via la copertura in cellophane, e salito in macchina schiaffo il CD [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Antolini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/COP_VERSO_IL_BRENN_ALTA.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-75542" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/COP_VERSO_IL_BRENN_ALTA-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/COP_VERSO_IL_BRENN_ALTA-194x300.jpg 194w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/COP_VERSO_IL_BRENN_ALTA-250x388.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/COP_VERSO_IL_BRENN_ALTA-200x310.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/COP_VERSO_IL_BRENN_ALTA-160x248.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/08/COP_VERSO_IL_BRENN_ALTA.jpg 289w" sizes="(max-width: 194px) 100vw, 194px" /></a>Appena entro nel negozio, Diego mi fa un cenno d’intesa «<em>Sì sì</em> &#8211; mi dice &#8211; <em>il pacco da Milano mi è arrivato ieri. E dentro c’era anche il tuo disco dei Country Gazette</em>». Già uscendo dal negozio strappo subito via la copertura in cellophane, e salito in macchina schiaffo il CD nel lettore. E avvio.<br />
Teach your children parte con quattro grattate del violino (che sostiene per tutto il pezzo la linea melodica), e subito dopo arriva la base ritmica fatta da un banjo saltellante, dal basso e dalla chitarra. Di primo acchito farebbe quasi pensare ad un pezzo di liscio, ma i <em>Country Gazette</em> non erano proprio solo un gruppo da cow-boy. Questo pezzo è il migliore del disco, non è musica da ballo, anche se così è stata arrangiata da loro. E tutto sommato lo si sente. Anche così arrangiata sprigiona quel qualcosa di epico che mi aveva colpito anche allora, più di 40 anni fa, accoccolato nel buio davanti al bivacco della Madonnina, sul Becco di Filadonna. Con una radiolina appiccicata all’orecchio e sotto di me, nell’inizio di una notte quasi estiva, una distesa di boschi prima e poi, in fondo, le luci colorate di Trento, baluginanti in un crepuscolo non ancora esaurito. Una musica maestosa, e un testo che anche allora mi aveva trafitto come una illuminazione: <em>«because the past is just a good bye».</em></p>
<p>Chissà perché ho aspettato tutti questi anni per regalarmi il disco. Veramente, da principio, della canzone sapevo solo quello che ne aveva detto quella radio libera che l’aveva trasmessa quella sera : che era dei <em>Country Gazette</em>. Poi però, anni dopo, ascoltando musica a casa di amici, avevo scoperto la sua vera carta d’identità. Il titolo innanzitutto, e poi che non era proprio dei <em>Country Gazette</em>. Loro l’hanno reincisa qualche anno dopo, ma il pezzo è di Grahm Nash, un musicista inglese, che aveva iniziato la carriera nell’ambiente del <em>British pop</em> degli anni ’60, con il gruppo degli <em>Hollies</em>, uno dei primi sorti ad imitazione dei <em>Beatles</em>. Ma che poi si era trasferito in America, in California, dove si era integrato nella comunità di musicisti della West Coast. E là aveva contribuito a formare, giusto in tempo per il festival di Woodstock del 1969 (e quindi per venire immortalati nel famoso film-documentario che ne è stato ricavato) quel gruppo di <em>all stars</em> che è passato alla storia con un nome fatto dalla somma dei cognomi dei quattro componenti: <em>Crosby, Stills, Nash &amp; Young</em>.<br />
La “fucina” dei CSN&amp;Y è fra le più creative non solo del periodo, ma di tutta la storia del rock. Si tratta di quattro personalità vivide, ciascuna caratterizzata in un proprio modo, derivato da esperienze musicali precedenti importanti e tutte ricche di un proprio humus. Oltre al <em>British pop</em> di Nash, si trovano a convivere, e a fondersi in un nuovo <em>sound</em>, il limpido country-blues di Stephen Stills ex componente dei <em>Buffalo Springfield</em>, il folk-rock di David Crosby uno dei fondatori dei <em>Byrds</em> (band molto amata da Bob Dylan, dato che gli aveva regalato il primo vero grande successo internazionale con la loro fantastica versione elettrica di <em>Mr Tambourine Man</em>) e l’impronta acida del canadese Neil Young, anche lui ex <em>Buffalo</em>. Il tutto amalgamato in un equilibrio sempre instabile, ma che ha distillato gemme immortali.</p>
<p>CSN&amp;Y includono <em>Teach your children</em> nel loro primo disco d’assieme <em>Déjà Vu</em> del 1970. Dimostrando che la ricettività del gruppo non è solo musicale. Nel 1970 la gioventù americana è in rivolta contro la scelta di Nixon di approfondire la guerra in Viet Nam aumentando continuamente il numero di soldati americani mandati laggiù (vi ricorda niente dell’oggi?) e bombardando a tappeto il piccolo Viet Nam del nord, su cui alla fine verranno rovesciate più bombe di quelle sganciate in tutta la seconda guerra mondiale, inutilmente perché comunque gli americani nel 1975 dovranno andarsene. <em>Teach your children</em> è una canzone sulla guerra, ma non solo su quella del Viet Nam. Parla del gap-generazionale fra padri e figli, giustapponendo i ricordi degli orrori della seconda guerra mondiale che ancora tengono irrigiditi i padri nella guerra fredda, con la rivolta contro la guerra in Viet Nam dei figli. Canta la comprensione tramite il rispetto dei reciproci traumi, e di vissuti divaricati e resi incommensurabili dalla storia, che solo l’affetto può avvicinare. Già Bob Dylan aveva cantato ai genitori &#8211; in <em>The times they are a-changin’</em>  &#8211; «non respingete quello che non potete capire». Nash dice ai padri: «Voi che avete fatto molta strada/Dovete trovare una regola secondo la quale vivere e diventare voi stessi/Perché il passato è solo un addio/Insegnate bene ai vostri figli/L’inferno dei padri lentamente scomparirà». Ma dice anche ai figli «E voi che siete nel fiore degli anni/Non potete sapere le paure con le quali sono cresciuti i vostri genitori/Perciò vi prego aiutateli con la vostra giovinezza/Loro cercano la verità prima di poter morire».<br />
La versione CSN&amp;Y di <em>Teach your children</em> è molto bella. Ha una sua forza essenziale, basata sul semplice suono di una chitarra ritmica, punteggiata da luminosi ricami della <em>steel guitar </em>di una <em>guest-star</em> come Jerry Garcia, il miglior chitarrista della <em>West Coast.</em> Ma è resa folgorante soprattutto da un impasto vocale straordinario, sommessamente polifonico, che sarà il marchio di fabbrica dei CSN&amp;Y. Insomma, quella dei CSN&amp;Y è indubbiamente la migliore, ma per me la versione dei <em>Country Gazette</em> è una <em>madeleine</em>, mi fa fare un salto indietro di 40 anni.</p>
<p>In quel maggio avanzato di metà anni ‘70 stavo facendo il servizio militare negli alpini, in un paesino sperduto del bellunese, e mi avevano dato la prima licenza, di un week-end. Ma io, appena arrivato a casa – con sommo sconcerto di mia madre – invece di crogiolarmi negli affetti familiari, sbatto quattro cose, fra cui una radiolina, in uno zaino e parto, a sera, per andare a dormire nel bivacco della Madonnina, sul Becco di Filadonna. Arrivo giusto in tempo per prendere l’ultima corsa della cabinovia che da Folgaria portava al rifugio Paradiso, un po’ sotto la cima del Monte Cornetto (qualche giorno fa, per nostalgia, sono tornato a cercare la cabinovia, ma non c’e’ più, hanno tirato via anche i cavi).<br />
Da lì poi, già con le prime ombre della sera, parto all’arrembaggio. Salgo un erto pratone sopra il rifugio. Mi perdo ad un certo punto tra i mughi, e – tra i mughi, nella sera calante &#8211; vengo preso da sconforto. Ma ritrovo in tempo la strada e sono subito in cima al Cornetto. È una zona che porta impressi i segni della prima guerra mondiale 1914-1918 (un secolo ci separa da quel disastro, da cui è iniziato il declino dell’Europa ed il passaggio dell’egemonia mondiale oltre l’Atlantico). Dopo il Cornetto, lungo il sentiero di origine militare che con lievi saliscendi batte la cresta verso il Becco di Filadonna, se ne notano continuamente tracce: resti di fortificazioni, ormai sgretolate dalle molte stagioni, ma non ancora riassorbite completamente dalla montagna. Di sotto, ad est, ai piedi di uno strapiombo roccioso, si stende l’altipiano di Lavarone. Lì correva il fonte della Grande Guerra, e nel 1916 è impazzata la <em>Strafexpedizion</em> del comandante austroungarico Conrad von Hötzendorf, in cui è scomparso anche il fratello di mio nonno (anche il nonno è stato poi portato via dalla guerra, falciato in Galizia da una malattia da trincea, ma per fortuna però, prima, aveva fatto in tempo a concepire mia madre). Dai forti di entrambe le parti, collocati ai margini opposti dell’altipiano, i cannoni rovesciavano valanghe di fuoco. Le truppe bloccate nei forti venivano martellate senza un attimo di respiro per giorni e settimane. Morivano, impazzivano, i corpi restavano atrocemente mutilati nell’indifferenza.<br />
Adesso nel sottostante altipiano tutto tace, la vita scorre immemore, i resti dei forti sono diventati attrattive turistiche, si spandono le ombre di una quieta sera, <em>because the past is just a good bye.</em><br />
Grazie al mio allenamento di marce alpine, scivolo anch’io quietamente lungo la cresta, in leggerezza. Eccitato da tanta libertà dopo mesi di caserma, con un leggero venticello nei capelli, ammaliato da tanta serotina bellezza. Sono rapidamente nella conca sotto il Becco, e decido di lasciar perdere la cima, che già conosco. Punto diritto al Bivacco. Attraverso una bocchetta a fianco del Becco e prendo l’ultimo tratto di sentiero ora in leggera discesa, che percorre una cengia sottoroccia. Compare subito, prima in lontananza, poi rapidamente guadagnata, l’affascinante guglia di pietra della Madonnina, sotto cui sta, a 2030 metri sull’altezza del mare, il bivacco.<br />
Ancorato ad uno spalto roccioso incombente sopra la sella di Vigolo Vattaro. Ad est il lago di Caldonazzo, ad ovest Trento. Nient’altro che una baracca metallica con letti a castello, tutto quello che serviva per una notte di libertà, fra camosci lunari e gli spiriti delle cime.<br />
Non ho bisogno di nient’altro.<br />
Senza smettere di contemplare tiro fuori dallo zaino la mia radiolina, me la attacco all’orecchio, accendo. Cominciano a fluire le note di <em>Teach your children</em>.<br />
E le parole :</p>
<p><em>Voi che siete pieni di esperienza</em><br />
<em>Dovete avere una regola secondo la quale vivere</em><br />
<em>E diventare voi stessi</em><br />
<em>Perché il passato è solo un addio.</em></p>
<p><em>Insegnate bene ai vostri figli,</em><br />
<em>L’inferno dei padri lentamente scomparirà,</em><br />
<em>E nutriteli con i vostri sogni</em><br />
<em>Quello che sceglieranno, voi lo saprete.</em></p>
<p><em>E voi, che siete nel fiore degli anni,</em><br />
<em>Non potete sapere le paure con le quali sono cresciuti i vostri genitori,</em><br />
<em>Perciò vi prego aiutateli con la vostra giovinezza,</em><br />
<em>Loro cercano la verità prima di poter morire.</em></p>
<p><em>Insegnate bene ai vostri genitori,</em><br />
<em>L’inferno dei figli lentamente scomparirà,</em><br />
<em>E nutriteli con i vostri sogni</em><br />
<em>Quello che sceglieranno, voi lo saprete.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ndr: questo pezzo, intitolato &#8220;Generazioni&#8221;  apre &#8211; quasi un prologo che dà la colorazione emotiva &#8211; la bella raccolta di passeggiate/narrazioni storiche di Roberto Antolini &#8220;Verso il Brennero&#8221;, pubblicata da <a href="http://www.publistampa.com/portfolio/verso-il-brennero/">Publistampa</a> (Pergine Valsugana, 2018), con introduzione di Giulio Mozzi. In passato Nazione Indiana ha accolto <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/01/07/altipiani/">uno dei testi inseriti in questo volume</a> (nella sezione &#8220;Altipiani&#8221;). Nell&#8217;immagine più in basso: il forte Cherle di Lavarone, del quale si parla nello scritto.<br />
</em></p>
<p><em>Questa la presentazione del libro sulla quarta di copertina:</em></p>
<p>Questo libro compie un vagabondaggio. Dai sentieri della Prima guerra mondiale che ancora tracciano le creste del Becco di Filadonna, ai palazzi che sono stati sede di case commerciali nel distretto paleo-industriale della seta della Rovereto sei-settecentesca, in una passeggiata che attraversa i luoghi forgiati dall’età della seta roveretana. Dagli altipiani coperti di selve affacciati sulla val d’Adige, colonizzati da popolazioni germaniche nel basso medioevo, alle architetture razionaliste della Bolzano “italianizzata” dal fascismo dopo la Grande Guerra. Dalla valle dell’Isarco, grande scenario della rivolta contadina del 1525 guidata dal Bauernführer Gaismair, alla val Pusteria che nella prima metà Cinquecento pullulava di anabattisti, e dove ancora tornano – discendenti degli esuli – gli hutteriti canadesi a metter lapidi in onore del loro fondatore, al maso natale di Moos. Luoghi nelle terre fra Verona e il Brennero, da sempre corridoio di transito per merci, eserciti, idee, in viaggio fra l’Europa centrale e il mondo mediterraneo. Resta in bocca il sapore della polvere del tempo, «perché il passato – come cantavano negli anni ’70 Crosby, Stills, Nash &amp; Young – diventa subito un addio», nel succedersi delle generazioni che formano la Storia.</p>
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		<title>I Cimbri dell&#8217;Altipiano di Asiago</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Jan 2017 06:00:05 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Antolini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/Lavarone-panorama-sole.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66516" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/Lavarone-panorama-sole-300x201.jpg" alt="lavarone-panorama-sole" width="300" height="201" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/Lavarone-panorama-sole-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/Lavarone-panorama-sole-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/Lavarone-panorama-sole.jpg 640w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Zimbarn</strong></p>
<p>Si calcola che fossero circa 20.000 le ‘anime’ che parlavano cimbro alle soglie dell’età moderna, nel Cinque- Seicento, distribuite intorno ad Asiago, in una zona pre-alpina che si allargava su territori delle attuali province di Trento, Vicenza e Verona. Un’area limitata ad ovest dalla bassa Val d’Adige, a nord dalla Valsugana, ad est dal territorio pedemontano delle cittadine vicentine di Bassano, Schio, Thiene e Valdagno, per sconfinare a sud nella Lessinia veronese. Il cuore di questa area cimbra era la piccola ‘Reggenza’ dei 7 comuni, sull’altipiano di Asiago (confinante con quello di Lavarone, appena oltre il passo di Vezzena).  Questa ‘Spettabile reggenza dei Sette Comuni’<em> &#8211; </em><em>Hòoge Vüüronge dar Siban Komàüne</em> in cimbro &#8211; godeva di condizioni di quasi completo autogoverno, pur all’interno della compagine della Repubblica di Venezia dal 1405, quando in funzione difensiva contro vicini più aggressivi era intervenuto uno ‘spontaneo atto di dedizione’, pattuito in cambio del riconoscimento dei propri antichi statuti di autonomia. Nel XVIII secolo i primi osservatori attenti del territorio prealpino hanno notato la ‘stranezza’ di queste popolazioni: l’erudito ed antiquario veronese Scipione Maffei, nella sua opera “<em>Verona illustrata</em>” del 1732, ha scritto «<em>trasferitici noi però in que’ monti, e fatta in più luoghi diligente perquisizione, abbiam trovato Tedesco veramente essere il linguaggio, ma con questo di mirabile, che in gran parte è quel de’ Sassoni, cioè il Toscano della Germania … con tutto ciò se il linguaggio di questa gente s’accostasse al Tirolese, o a quello d’altra provincia all’Italia prossima, e partecipasse de’ lor suoni e pronunzia, non sarebbe da farne gran caso: ma l’udirsi quivi il parlar de’ paesi situati nell’estremità opposta della Germania e per sì vasto intervallo disgiunti, e l’udire in Italia donne non uscite mai de’ lor boschi, ed uomini vissuti con far carbone, parlar il fiore dell’antichissima lingua Germanica, maraviglia reca e piacer grandissimo</em>»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. L’origine di questo antico insediamento germanico prealpino è ancora avvolto nelle nebbie, e – in mancanza di precise fonti documentarie &#8211; trova incerti anche gli storici. Fino al XVIII secolo circolava fra letterati classicheggianti (fra i quali Maffei) la teoria che questi cimbri sarebbero stati i resti dell’orda barbarica dei cimbri classici, scesi in Italia dalla Danimarca nel 101 a.C., sconfitti dall’esercito di Caio Mario, e rifugiatisi quindi – secondo loro &#8211; sull’altipiano di Asiago. Complice il parallelo nome di “Cimbri”,  <em>Zimbarn</em>, che però nel caso dei nostri coloni medioevali potrebbe esser nato &#8211; più modestamente &#8211; «<em>in connessione al mestiere di taglialegna che veniva praticato dalla maggioranza degli immigrati (Zimmermann, zimmern)</em>»<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> come dice Lydia Flöss. Dall’Ottocento, studi linguistici hanno indicato invece nel linguaggio cimbro usato ad Asiago caratteristiche che lo farebbero derivare all’alto tedesco parlato nei secoli  X-XI in un’area posta fra Baviera, Tirolo e Svevia. In quel tempo il territorio di Asiago era sotto il controllo della famiglia degli Ezzelini, una famiglia feudale di origini germaniche, che potrebbe aver favorito l’insediamento in quelle terre di coloni germanici. Così come potrebbero aver favorito l’insediamento di coloni germanici gli stretti rapporti che intercorrevano fra il monastero bavarese di Benediktbeuern &#8211; in possesso di vasti territori fra Baviera e Tirolo &#8211; l’abbazia di Santa Maria in Organo di Verona, e l’abbazia di Santa Croce a Campese (VI), a sua volta ricca di  possedimenti a Foza, sull’altipiano di Asiago (magari – suggerisce qualcuno – in seguito ad una carestia nelle terre originarie, oltre le Alpi. Cause che hanno sempre fatto muovere fiumane di popoli, come quelle che ora cercano di attraversare il Mediterraneo verso l’Europa, o che nell’Otto-Novecento attraversavano l’Atlantico). Da Asiago, lungo i secoli del medioevo, i cimbri si sono diffusi, come coloni, boscaioli e minatori, a macchia d’olio nei territori circostanti,  inserendosi a fianco delle popolazioni precedenti, quelle già stanziatevi, discendenti dei Reti, latinizzati dalla conquista romana delle Alpi.</p>
<p>Ancora in quel Quattrocento in cui ad Asiago arrivavano i veneziani, Lavarone era quasi disabitato. Una via – il sentiero dell’Ancino – l’attraversava: salendo dai dintorni di Caldonazzo in Valsugana, passava per quella che oggi è la frazione di Chiesa, dove esisteva un ospizio per viandanti a fianco della chiesa di San Floriano &#8211; che in un documento del 1278 troviamo definita “<em>in nemoribus”</em> , cioè in mezzo alla selva <a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>– e poi scendeva in Valdastico per inoltrarsi verso Vicenza. Ma dalla documentazione giunta a noi, ancora nel XV secolo non si trova traccia di veri villaggi, ma di masi isolati, «<em>l’impressione però è che la popolazione era ancora molto rara</em>» ne deduce lo storico Desiderio Reich<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Insomma un’area di fitti boschi, solo qui e là punteggiata da radi insediamenti umani. Per la verità già dalla fine del XII secolo (in un documento del 1192 per i pignoli) vi incontriamo «<em>gente che vi faceva il carbone e vi tagliava legna</em>»<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a> sia per il principe-vescovo di Trento che per i signori di Caldonazzo, ma era appunto solo l’inizio di una attività di colonizzazione di quelle ‘terre alte’. Sul tipo di colonizzazione che vi si sarà sviluppata, successivamente all’epoca dei primi boscaioli e carbonai, ci informa abbastanza dettagliatamente un altro documento, datato 1216, in cui vediamo il principe-vescovo di Trento Federico Wanga investire «<em>Eberiano, Eberardo, Adalpreto, Odalrico, Adelperio, ed Ervigo di tutta la terra nella selva e nelle pertinenze di Costa Cartossa … perché ciascuno </em>[dei sei nominati] <em>faccia un buon maso in quella selva; terra o monte, che sopra quel monte debbano andare ad abitare, a roncare </em>[disboscare] <em>ed a farvi dei masi, e per sei anni non debbano pagare altro al signor vescovo, che un anitra</em> [sic<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>]<em> all’anno, e poi paghino affitto, ed il detto signor vescovo promise di dare per ciascun uomo e maso lire 7 subito che saranno su detti masi</em>»<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>. Il territorio di cui qui si parla – Costa Cartossa &#8211; dovrebbe collocarsi fra Folgaria e la Valsugana, ma il tipo di insediamento che vi si descrive può farci immaginare facilmente quello che da quell’inizio di XIII secolo può essere avvenuto sull’altipiano di Lavarone. Questo tipo di colonizzazione è assai frequente nei secoli del tardo medioevo per il Trentino sud-orientale, e nasceva da un progetto di rinnovamento economico portato avanti dalla classe dirigente del tempo, interessata a far fruttare vasti territori montani rimasti selvaggi, e dunque improduttivi. Così l’espansionismo produttivo del Principe-Vescovo di Trento, e della nobiltà feudale, deve essersi incontrato con l’offerta di braccia prodotta dalla pressione demografica che spingeva all’espansionismo cimbro proveniente da Asiago. Creando una mescolanza di coloni tedeschi a fianco di vecchi abitanti latini, come quelli che vivevano già precedentemente a Folgaria. Infatti a Folgaria &#8211; che è il lato più interno dell’area degli altipiani trentini, quello che incombe ad ovest sulla Valle dell’Adige – esisteva già nei primi decenni del Duecento una ‘villa’ stabilmente organizzata, dato che nel primo documento comunale di cui sia abbia notizia (1222), troviamo i suoi abitanti convocati tramite suono di campana a pubblica regola in un apposito “<em>palatium</em>”, e rappresentati da un proprio sindaco. Queste circostanze fanno dire allo storico Desiderio Reich, che scrive alle soglie della Prima Guerra Mondiale (non senza qualche intento nazionale-italiano) «<em>Questo vuol dire che in Folgaria esisteva già prima dell’arrivo dei coloni tedeschi un comune costituito e retto come tutti gli altri comuni italiani del  principato trentino</em>»<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>.</p>
<p><strong>Tempi moderni</strong></p>
<p>L’uso del cimbro inizia a declinare già nel XVIII secolo, quando viene percepito come una lingua marginale. Lo “<em>slambrot</em>”, il dialetto cimbro imbastardito delle valli del Leno, di Folgaria e Lavarone, viene considerato con sarcasmo nella sottostante città di Rovereto, a cui questi territori fanno naturale riferimento, ricca già di un paio di secoli di sviluppo dell’arte della seta. Il termine <em>slambrottare</em> assume nella parlata quotidiana di Trento e Rovereto il significato comico del parlare involuto e confuso. La macchietta del montanaro tedesco rozzo e arretrato, qualche volta però anche nella variante del “scarpe grosse/cervello fino”, diviene un <em>tòpos</em> per i letterati quasi-illuministi del Settecento roveretano: il poeta dialettale Giuseppe Felice Givanni usa all’uopo il termine “<em>toblonder”</em>, spiegandolo, in nota, nel modo seguente: «<em>dugo e toblonder sono lo stesso, significando un uomo ignorante, e da nulla; ma il secondo si da ai tedeschi di tal carattere</em>»<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a> (intendendo qui gli abitanti delle valli del Leno che scendevano a Rovereto, mentre i mercanti tedeschi che facevano affari con i produttori di seta roveretani alle fiere di Bolzano, certo non venivano definiti <em>toblonder</em>). Un colpo di grazia alla cultura cimbra lo da il centralismo dell’età napoleonica, che cancella la Spettabile reggenza dei Sette Comuni, ed ogni traccia di autonomia. Poi viene il precoce sviluppo industriale tessile del vicentino, a cui i cimbri forniranno forza lavoro, scendendo al piano.</p>
<p>Lo sguardo “differenziante” verso le popolazioni cimbre dei letterati roveretani del Settecento è in fondo l’inizio di un’attenzione “nazionale” al mondo cimbro, che si esplicherà compiutamente con il nazionalismo di ispirazione romantica dell’Ottocento, sulle due opposte rive del pangermanesimo da una parte, e dei filo-italiani dall’altra. Nel contesto – ricordiamolo &#8211;  di un impero, quello asburgico, dominato da una dinastia di lingua tedesca e preoccupato dall’espansionismo sabaudo-risorgimentale che si stava sviluppando al suo fianco-sud, abitato da italiani. L’inizio delle “lotte nazionali” sull’altipiano viene raccontato tutto sommato con un certo equilibrio dallo storico locale Desiderio Reich, il cui libro pubblicato nel 1910 “<em>Notizie e documenti su Lavarone e dintorni”</em>&#8211; di cui mi sono spesso avvalso per questa esposizione &#8211; è seria opera di quella storiografia positivistica incentrata sui documenti d’archivio, ma che non nasconde l’intento di dimostrare come la componente cimbra della popolazione degli altipiani trentini sia sempre stata minoritaria rispetto a quella italiana. Reich così racconta l’inizio della contesa: «<em>nell’anno 1862 viene finalmente quale curato </em>[a Luserna] <em>un prete tedesco, Franz Zuchristan di Oltradige presso Bolzano, il quale con sua grande meraviglia vi trovò un dialetto tedesco. Egli pubblicò questa ‘scoperta’ in parecchi giornali, con speciale diffusione del “Bote für Tirol und Vorarlberg”. In seguito a ciò i professori D.r Ignazio Zingerle e Cristiano Schneller, allora professore ginnasiale a Rovereto, visitarono a Pasqua del 1866 l’oasi linguistica. La conseguenza fu che Luserna venne subito provveduta di libri tedeschi. Già ai 4 di maggio 1866 la scuola italiana venne tramutata in tedesca, ed il curato Zuchristan, che fungeva prima come maestro nella scuola italiana, funzionò d’allora in poi come maestro tedesco. Così incominciò la lotta nazionale …  </em>»<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>. Ma l’autore non nasconde il proprio parere, chiedendosi «<em>sarà un bene questo per la popolazione</em> [cimbra]<em>, trattenuta così di colpo nel suo sviluppo naturale di fusione</em> [con la popolazione italiana]<em>? Le viene creato in tal modo un nuovo isolamento peggiore del primo, perché questo era soltanto materiale, quello è anche morale</em>»<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>. Un dubbio forse anche legittimo, se non rischiasse di esserci sotto un pregiudizio nazionale, che guarda caso viene da un autore che porta il cognome, di indubbia origine tedesca, di “Reich”. La “lotta nazionale” &#8211; come la chiama Reich &#8211; continua poi fino alla Prima Guerra Mondiale tramite una contesa fra le opposte organizzazioni nazionalistiche <em>Tiroler Volksbund</em> da una parte e <em>Lega Nazionale</em> (italiana) dall’altra. Una contesa combattuta di solito in modo virtuoso garantendo sostegno economico – proveniente dall’esterno degli altipiani – ad utili asili infantili, scuole popolari, corsi professionali e cose simili, purché rigorosamente “in lingua tedesca” oppure, reciprocamente, italiana. Ma anche con qualche scazzottatura.</p>
<p>Ed infine arrivano, l’una dopo l’altra, ben due guerre mondiali. La prima sconvolge il territorio degli altipiani, attraversato dalla linea del fronte (Asiago italiana, Lavarone austro-ungarica). Gli abitanti di Asiago verranno temporaneamente “spostati” nella pianura veneta sottostante, e l’abitato cancellato dalle bombe. Quelli di Luserna – su cui cade la prima bomba italiana nel 1915, ammazzando una sedicenne sulla porta di casa – verranno sfollati nella lontana Aussing, in Boemia. Dopo la prima guerra, anche gli altipiani cimbri trentini vengono annessi all’Italia, e con il fascismo arriva l’ufficiale diffidenza politica verso le minoranze germanofone. Ci saranno prima i divieti all’uso dei dialetti tedeschi, poi – alle soglie della seconda guerra mondiale &#8211; la pulizia etnica delle “opzioni”, inventate insieme da Hitler e Mussolini, alleati. I nuovi cittadini italiani di lingua germanica – “<em>taliani ciapai col schiop</em>”<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>, si dice ancora in Trentino – verranno messi di fronte alla scelta secca, e lacerante, di restare in Italia ed italianizzarsi completamente, o andarsene per sempre nelle terre del nuovo Reich germanico. A Luserna gli optanti cimbri (che scelgono di trasferirsi nel Reich) saranno 480<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>, contro il quasi il 90% della popolazione di lingua tedesca che opterà per andarsene dalla provincia di Bolzano. La guerra rallenterà le operazioni di trasferimento, ed anche quelli effettivamente trasferiti rientreranno in Trentino-Alto Adige/Südtirol dopo la guerra, regolarizzando nuovamente la propria posizione come italiani in seguito all’accordo De Gasperi-Gruber del 1946. L’ultima traccia di uso dello <em>slambrot</em> è attestato nel 1966<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a> a San Sebastiano, frazione di Folgaria oltre il Passo del Sommo, vicinissima ai Perpruneri.  Mentre Luserna – paese arroccato su uno spalto affacciato sulla Valdastico &#8211; conserva ancor’oggi l’uso di una lingua cimbra particolarmente mescolata al tedesco moderno, grazie alla sua collocazione geografica appartata e difficile da raggiungere fino alla metà del XX secolo, ed alla abitudine secolare dei suoi abitanti all’emigrazione stagionale in terre tedesche. Quella emigrazione stagionale raccontata – per il vicino Asiago – da Rigoni Stern, tramite il personaggio di Tönle Bintarn (Antonio l’invernatore), che «<em>dallo sciogliersi delle nevi e fino alle nuove nevicate andava per i paesi e gli Stati asburgici, lavorando dove capitava, a volte con buoni risultati, a volte meno</em>»<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>.</p>
<p>. . . .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Scipione Maffei, <em>Verona illustrata, con giunte, note e correzioni inedite dell’Autore. Parte prima, sezione prima</em>, Roma, Multigrafica, 1977 [Rist.anast.di: Milano, Società tipografica de’ classici italiani, 1826], p. 107-108</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> <em>Dizionario Toponomastico Trentino. I nomi locali del comune di Vallarsa</em>, a cura di Lydia Flöss, Trento, Provincia Autonoma di Trento. Soprintendenza per i Beni librari archivistici e archeologici, 2009, p. 47, NOTA 1</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Desiderio Reich, <em>Notizie e documenti su Lavarone e dintorni,</em> Trento, Seiser, 1974 [Rist.anast. di: Trento, STET, 1910], p. 69</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Desiderio Reich, <em>Notizie e documenti su Lavarone e dintorni,</em> Trento, Seiser, 1974 [Rist.anast. di: Trento, STET, 1910], p. 142</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Desiderio Reich, <em>Notizie e documenti su Lavarone e dintorni,</em> Trento, Seiser, 1974 [Rist.anast. di: Trento, STET, 1910], p. 46</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Reich, nella sua traduzione del documento, usa l’espressione “un anitra”, ma lo  storico medioevalista Emanuele Curzel, da me interpellato, ha corretto in questo modo: «l&#8217;<strong>amissere</strong> come forma provvisoria di affitto: non credo che sia un<strong>&#8216;</strong>anitra (semmai con l&#8217;apostrofo), è una &#8220;mescita&#8221;, una bevuta o un piatto di cibo: è il tipico &#8220;censo ricognitivo&#8221; con cui il coltivatore che non deve (ancora) pagare un vero affitto ammette di essere solo un affittuario, nel momento in cui accoglie benevolmente il proprietario»</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Desiderio Reich, <em>Notizie e documenti su Lavarone e dintorni,</em> Trento, Seiser, 1974 [Rist.anast. di: Trento, STET, 1910], p. 14</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Desiderio Reich, <em>Notizie e documenti su Lavarone e dintorni,</em> Trento, Seiser, 1974 [Rist.anast. di: Trento, STET, 1910], p. 19.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Giuseppe Felice Givanni, <em>El Priore l magneva giust dei fonghi : la Novela Dodese (1752)</em>. In “Il Furore dei Libri”, n. 14/15 (2015), p. 26</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Desiderio Reich, <em>Notizie e documenti su Lavarone e dintorni,</em> Trento, Seiser, 1974 [Rist.anast. di: Trento, STET, 1910], p. 236</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Desiderio Reich, <em>Notizie e documenti su Lavarone e dintorni,</em> Trento, Seiser, 1974 [Rist.anast. di: Trento, STET, 1910], p. 232</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Italiani presi col fucile (= aggregati allo stato italiano tramite la guerra)</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Dato preso dal sito del Comune di Luserna: http://lusern.it/it/storia/opzioni/ (consultato nel novembre 2016). Secondo Desiderio Reich, al censimento ufficiale del 1900 a Luserna si erano dichiarati tedeschi 915 cittadini, e 14 si erano dichiarati italiani (Reich 1910, p. 232), nel 1936 gli abitanti sono già scesi complessivamente a 725</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> <em>Dizionario Toponomastico Trentino. I nomi locali del comune di Vallarsa</em>, a cura di Lydia Flöss, Trento, Provincia Autonoma di Trento. Soprintendenza per i Beni librari archivistici e archeologici, 2009, p. 47</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> Mario Rigoni Stern, <em>Storia di Tönle</em>, Torino, Einaudi, 1978, p.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><em>Questo brano</em><em> di Roberto Antolini è tratto da &#8220;Altipiani&#8221;. Fa parte di una raccolta, per il momento inedita, di testi di descrizione-di-luoghi, geograficamente collocati nel Corridoio del Brennero, cioè in Trentino-Sudtirolo.<br />
</em></p>
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		<title>Come sono diventato terrorista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Apr 2016 12:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Salem Questa storia risale a otto anni fa. Ho trentatré anni e non ho fatto scelte giuste allora. Quando ci penso, sento che in quel periodo ero lontano dal mio modo di essere e di pensare, dalla mia personalità, dai valori con cui sono cresciuto e da tutto quello che avevo vissuto in tutta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Salem</strong></p>
<p>Questa storia risale a otto anni fa. Ho trentatré anni e non ho fatto scelte giuste allora. Quando ci penso, sento che in quel periodo ero lontano dal mio modo di essere e di pensare, dalla mia personalità, dai valori con cui sono cresciuto e da tutto quello che avevo vissuto in tutta la mia vita. Voglio raccontare come e quando sono approdato a quelle idee che, mi pareva, restituissero, a me e al mio popolo, l’orgoglio di appartenere alla sacra e giusta religione musulmana. Ero arrivato a pensare che chi non seguisse questa linea di pensiero era come se non esistesse e non meritasse di esistere. Nel 2005 mi sono trovato in un carcere del mio paese, la Tunisia, condannato a dieci anni di reclusione. Forse sette me li meritavo, ma credo gli altri tre mi sono stati dati ingiustamente.<br />
Allora c’era tanta ingiustizia e per i giudici era indifferente attribuirti anche reati non commessi. Soprattutto se appartenevi alla classe lavoratrice che spesso non riusciva a guadagnarsi il pane quotidiano. Ma non era la povertà o l’indigenza che rendevano la nostra vita un inferno, anche se le difficoltà erano ingenti: noi ringraziavamo sempre Dio per il poco che avevamo e nutrivamo speranza nel futuro.<br />
Erano inaccettabili, invece, la prepotenza, l’ingiustizia e lo sfruttamento di chi usava il potere con cattiveria: per questo la nostra vita era un inferno.<br />
Così mi sono trovato nello strano mondo del carcere. Non era la prima volta per me, ma stavolta ho conosciuto a fondo quanto fosse spaventoso e duro. Dovevamo subire le prepotenze dei carcerieri. I loro bastoni colpivano tutti: piccoli, grandi, deboli e forti. Potevi solo rivolgerti a Dio. Così cominciò la mia trasformazione. Mi ero stancato delle ingiustizie subite da me e dagli altri. Avevo nausea delle torture, corporee e psicologiche. Erano insopportabili. Rattristava il cuore il solo fatto di vederle e sentire le lamentele dei torturati. Figurati quando tutto lo subivi tu sul tuo corpo. Dentro quel carcere ho trovato persone che mi davano ascolto. Le vedevo rivolgersi a Dio con preghiere giornaliere. In loro ho trovato una via di fuga dai miei misfatti e ho cominciato pian piano ad avvicinarmi e mischiarmi con loro anche se la cosa presentava molte difficoltà, visto i controlli rigidi dei nostri carcerieri. Loro stessi erano molto diffidenti. Comunque pian piano ero riuscito a scalfire la loro diffidenza e a guadagnare un po’ di fiducia. Insistevo a volermi avvicinare a loro perché mi dicevo che se non fossero stati nel giusto e le loro idee non fossero state corrette non ci sarebbe tutto questo interesse nei loro confronti. E se fossero stati insignificanti allora perché tutta questa paura di loro? Tutte queste considerazioni hanno fatto sì che la mia curiosità crescesse progressivamente spingendomi ad avvicinarmi a loro e alle loro idee ogni giorno di più. Il mio avvicinarmi a Dio era per loro come un visto per essere ammesso nella loro ristretta cerchia. Sentivo che Dio non era contento di me e ho trovato l’occasione per pregarlo, per leggere di più il Corano, fare il digiuno e tutto quello che avrebbe accontentato di me il mio Dio. Tutto questo mi faceva dimenticare le condizioni e il posto in cui mi trovavo. La mia posizione dentro la loro cerchia si rafforzava sempre di più. Cresceva anche il nostro comune odio verso i carcerieri e verso i motivi che ci avevano portato lì, ma soprattutto verso quel governo maledetto e i suoi complici nella tortura della gente. Odiavamo anche quelli che mancavano ai loro doveri verso Dio.<br />
La mia mentalità cambiò radicalmente. Addirittura ero convinto che solo questi miei nuovi “fratelli” erano nel giusto. Mai mi veniva il minimo dubbio sulla giustezza e veridicità della loro/nostra causa. Mi avevano inculcato l’idea che tutti quelli che deviavano della legge di Dio e dalla sua sharia meritavano la morte per decapitazione. Sono arrivato al punto che quando ricevevo visite dai miei famigliari facevo loro richieste strane e bizzarre dette da me, vista la vita che facevo prima: insistevo che cambiassero il loro modo di vestirsi e sono arrivato al punto di ordinare a mio padre di lasciare il suo lavoro di venditore di sigarette in un chiosco perché, gli dicevo, le sigarette fanno male alla salute e tutto quello che fa male è peccato. Addirittura ho cominciato a considerare mio fratello come un nemico da combattere a uccidere solo perché faceva il poliziotto. Ero diventato come una bomba umana pronta a esplodere in qualsiasi posto e momento e ho cominciato a pensare e a considerare che, se la mia morte fosse avvenuta in un altro modo, sarebbe stata una morte da codardi. Mi hanno fatto il lavaggio del cervello e mi hanno inculcato l’idea che l’Islam fosse questo. Sono arrivato al punto di attendere la mia uscita dal carcere solo per poter raggiungere i fratelli nella terra del jihad.<br />
Nel 2011, grazie alla rivoluzione dei gelsomini in Tunisia per rovesciare il governo sono uscito dal carcere avendo avuto uno sconto di pena. Mi sono ritrovato con nuovi amici, nuovi principii, idee radicali e nuove relazioni. I miei famigliari hanno notato questo mio radicale cambiamento. Mio padre e mia madre, musulmani praticanti che non mancavano mai a nessun dovere religioso, non erano d’accordo, anzi, erano terrorizzati da questo mio cambiamento e hanno subito informato il maggiore dei miei zii, imam nella moschea del quartiere. Lo zio guardava male questo mio modo di pensare, era totalmente contrario e diffidava di quelli che predicavano l’odio e manipolavano i giovani. Mi disse: «Questi non hanno niente a che fare con l’Islam. Sono solo terroristi, e questo loro modo di pensare sta sfregiando l’immagine dell&#8217;Islam, per colpa di questi terroristi ignoranti del vero significato dell&#8217;Islam. Figlio mio, l’Islam non è questo, l’Islam e pace e amore. Il vero musulmano è colui che non fa del male agli altri né con i fatti né con le parole. E il vero jihad deve essere jihad dell&#8217;anima. Cioè dobbiamo combattere gli istinti cattivi e maligni che ci sono dentro di noi. Dobbiamo poter dire di no al male e ai peccati che facciamo prima di guardare quelli degli altri. E il jihad non è uccidere e versare il sangue degli innocenti. Tutti i profeti e i messaggeri di Dio sono arrivati per fermare le ondate di sangue, omicidi, ingiustizie e odio. Dio ce li ha mandati per portarci messaggi di pace. Non a caso Dio volle che il nome di questa religione fosse Islam, cioè prostrazione alla volontà di Dio. E Dio non ha mai voluto che si versasse il sangue di innocenti. Nello stesso tempo la radice della parola Islam è Salam cioè Pace. In verità non è la differenza di religione che ci ha divisi nel tempo come popoli, ma sempre gli estremismi di ogni religione. E credo che hanno usato le religioni come scusa per legittimare le loro guerre e ingiustizie che facevano per i propri fini e interessi. L’unico colpevole reale di questo odio e queste guerre è l’estremismo. Con l’avidità e la superbia. Non dimenticare figliolo mio che noi tutti siamo creature dello stesso Dio anche se cambia il suo nome come cambiano i nomi delle religioni. Perciò figliolo non fare ciò di cui ignori le conseguenze e non passare da fratello e amico a carnefice e nemico che non vede l’ora di far scorrere il sangue, di uccidere innocenti e dividere famiglie. Le ingiustizie non si devono mai combattere con le ingiustizie.<br />
Figlio mio non è questo il messaggio che Dio ci mandò con i suoi profeti? Dio è bene, Dio è pace, Dio ha proibito a se stesso l’ingiustizia, Dio è giusto e ama la giustizia. Dio è amore».<br />
Le parole di mio zio furono come l’acqua ghiacciata che ebbe l’effetto di spegnere il fuoco dell&#8217;odio che avevo nel cuore. Ringrazierò sempre il buon Dio per avermi aperto gli occhi con il discorso di mio zio in tempo prima che facessi qualcosa di irreparabile. Questa chiacchierata con mio zio avvenne dopo i miei accordi con alcuni dei &#8220;fratelli&#8221; – così si presentavano i terroristi &#8211; per partire e combattere nelle terre del jihad. Mi avevano munito di un po’ di soldi e qualche informazione su dove e chi avrei dovuto contattare una volta arrivato in Libia. Credevano fossi pronto, e in un certo senso lo ero, se non fosse stato per le parole di mio zio. Dovevo solo esercitarmi a usare le armi da fuoco perché in carcere mi ero allenato fisicamente tanto e avevo rinforzato il mio fisico e i miei muscoli. Ringrazierò sempre mio zio di avermi aperto gli occhi&#8230;<br />
Per non mettere in pericolo me e la mia famiglia non ho fatto capire niente ai “fratelli” del mio ripensamento e intanto venni a sapere da altri che c’era la possibilità di scappare in Europa clandestinamente rischiando la vita in un viaggio pericoloso via mare (harkha). Decisi di partire per mare pur di scappare da quell’inferno e crearmi un futuro lontano da tutto quell’odio e quella violenza. Nel contempo volevo salvare la mia vita visto che i “fratelli” sono molto severi nel punire chi si tira indietro e chi li tradisce. Fanno così per persuadere tutti quelli che tentennano a ubbidire ai loro ordini.<br />
Come vediamo ci sono tante cose e tante condizioni che possono fare crescere questo tipo di terrorismo. Tanti giovani si ritrovano a essere terroristi, pedine pronte a uccidere, ma la cosa più grave è che sono convinti di quello che fanno perché loro danno ascolto a questi individui, che non posso neanche chiamare persone. Loro sono molto bravi a usare la religione come mezzo per lavare il cervello a chi non conosce veramente cosa sia l’Islam e prende per buono tutto quello che questi individui riescono a spacciare per dettami della religione, ma il loro scopo principale non è altro che usare i giovani che li ascoltano come bombe pronte a esplodere al loro comando. Ma odio semina odio, terrore semina terrore e ingiustizia semina ingiustizia. I posti scelti da questi assassini per i loro attentati e seminare il terrore, sono luoghi dove vive la gente comune e le loro vittime sono persone innocenti: donne, bambini, giovani e vecchi. Quello che fanno questi individui è un peccato verso la libertà, la vita, le religioni e Dio che in tutti i suoi libri sacri ci ha ordinato di evitare l’ingiustizia. Quello che fanno è un crimine contro l’umanità. E dicono che lo fanno nel nome di Allah, di Dio. No! No! No! Dio è più grande di voi, dei vostri crimini e del vostro terrorismo.<br />
Amici miei non dovete in nessun modo ascoltare le prediche di questi assassini sia direttamente che tramite la rete. Vi diranno che è nel nome di Dio. No! No! No! Dio è innocente dei loro crimini. Non fatevi ingannare, amici. Come vedete dalla mia storia, ho rischiato di essere un terrorista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR Questo è il memoriale nel quale un giovane detenuto arabo nel carcere di Trento racconta la propria esperienza di radicalizzazione jihadista in un carcere del suo paese, dove era rinchiuso per delitti di ordine comune. Il ragazzo, ora trasferito in un altro carcere, non parlava l’italiano, quindi il racconto è stato tradotto da un altro detenuto, la cui testimonianza è riportata qui sotto. I due testi sono stati pubblicati,  grazie a una persona che fa dei corsi nella struttura penitenziaria in questione, sul quotidiano Trentino, rispettivamente il 31.03.2016 e il 18.04.2016.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La testimonianza che ho raccolto per il TRENTINO è frutto di una lunga chiacchierata con un compaesano del mio stesso quartiere, Jebel-jeloud, nella periferia di Tunisi. È una zona molto povera dove la gente vive alla giornata con lavori malpagati. Da lì molte persone sono migrate in Europa già da anni. Io stesso sono venuto nel 1997 per aiutare economicamente la famiglia.<br />
Visto che manco dalla Tunisia da così tanto tempo e non ho vissuto le recenti vicende, questo mio paesano mi ha raccontato la primavera araba e i cambiamenti che stavano succedendo in Tunisia. Non vi nascondo che ero rapito dal suo racconto. Avrei desiderato esserci anch’io per dare una mano a migliorare il mio paese anche se è strano come funziona l’informazione. Mi ricordo che in Italia si sapeva di più di quello che succedeva in Tunisia dopo la morte del venditore ambulante Mohamed Bouazizi. Telefonavo ai miei per chiedere informazioni, ma loro in città non sapevano nulla. Ne sapevo di più io.<br />
Poi un giorno abbiamo visto alla tv un programma sul terrorismo e sull’ISIS. Non ricordo bene, ma penso che il programma fosse “Terra” di Canale 5. Parlavano dei cosiddetti foreign fighters e hanno detto che la percentuale più alta era quella dei tunisini. Non vi nascondo che cadevo dalle nuvole per quanto ero allibito. Il mio amico, invece, mi ha confermato che era tutto vero, e che c&#8217;erano e ci sono ancora tanti reclutatori abili nel manovrare i giovani e i più disperati, e spesso le loro vittime sono ragazzi pieni di rabbia e disperazione, e che non conoscono bene la nostra religione, perché se la conoscessero non cadrebbero mai nella trappola di questi fanatici.<br />
Fatto sta che quella notte il mio amico mi raccontò tutta la sua storia. Dopo esserci coricati nelle nostre brande e spenta la luce ho fatto molta fatica ad addormentarmi. Ho pensato tanto a questa storia e a quanti ragazzi non fortunati come lui sono caduti nella trappola di questi manipolatori che hanno creato molto dolore. In quei giorni ho avuto modo di parlare con altri miei paesani e ho notato che tutti erano contro questi macellai ma soprattutto contro questa linea di pensiero che ha rovinato l’immagine dell’Islam e dei musulmani. Noi non siamo così, e tutto quello che c’è nel Corano è contro questa barbarie.<br />
In quei giorni il mio amico ha maturato l’idea di scrivere la sua storia. Frequentava anche il laboratorio di giornalino in carcere e aveva bisogno di qualcuno che la traducesse. Nel frattempo però lo avevano cambiato di sezione e mi ha chiesto questo piacere parlandomi dalle finestre fra un piano e l’altro. Ci siamo visti per caso nell’area della scuola e mi ha dato i fogli scritti in arabo. Allora ho cominciato a tradurla. Mi sentivo in sintonia con quello che dice il Corano dove insegna che bisogna salvare le persone e se ne salvi una salvi tutta l’umanità. È un dovere per un buon musulmano. Spero che questa testimonianza possa aprire gli occhi alle persone e aiutarle a schierarsi contro la violenza. Da noi c’è un insegnamento importante: bisogna cercare di fare, se non si riesce a fare, bisogna dire e se non si riesce neanche a dire, basta anche pensare con l’anima.<br />
Adesso non posso più parlare con il mio amico perché è stato trasferito in altro carcere. Ma se potessi gli direi che lo ammiro per il coraggio della sua scelta e perché ha saputo dire di no e tirarsi indietro in tempo. Gli sono grato anche perché ha raccontato questa storia.<br />
Non ho timori a firmare questo testo perché penso che non bisogna avere paura. Anche perché so che tanti musulmani la pensano come me.</p>
<p>Farhat Selmi<br />
Casa Circondariale di Trento, 6 aprile 2016</p>
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		<title>La bestiaccia (da &#8220;Rogo&#8221;)</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Dec 2014 13:00:48 +0000</pubDate>
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<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-50229" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig-300x135.jpg" alt="1508600_orig" width="83" height="37" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig-300x135.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 83px) 100vw, 83px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Anna non riesce a connettere, non sa più nemmeno dov’è, non sa più niente. Sa solo che un fuoco le brucia la carne. Un rogo la scardina, come succede ai tetti che ardono, quando le travi di legno crepitano e si sgretolano, franano su loro stesse. Le sue ossa si stanno staccando le une dalle altre, si dislocano. E lei non può fare niente per fermare quella catastrofe, non può difendersi. Può solo aspettare che la sua coscienza si spenga. Che finalmente la sofferenza cessi.<span id="more-50202"></span></p>
<p>Non è più a tavola, è seduta sul water. Nel grande bagno della nonna con la vasca infossata nel pavimento e la scaletta di legno per accederci. Non sa come ci è arrivata, ricorda solo che non ce la faceva più a stare seduta, e che si è strappata via dalla tavola. Le è rimasto nella mente lo sguardo di Rudy, una di quelle occhiate che ti attraversano senza vederti davvero: stava per chiederle se andava tutto bene &#8211; lei lo conosce come le sue tasche – ma poi è stato risucchiato da una frase del dottore. Le sembra però che tutto questo sia successo da tantissimo tempo, quando era piccola. Quando non sapeva ancora che si potesse sopportare un dolore così grande.</p>
<p>Le pare di essersi scaricata, ma non è sicura: il suo corpo non ha più alcuna sensazione precisa, è un ammasso tumefatto di calore insopportabile. Anche quando tocca la superficie liscia delle piastrelle non sente niente. C’è solo quel nemico mortale, che continua a guadagnare terreno, ma non in modo costante, a ondate successive. Parerebbe impossibile che possa ancora estendersi, e invece appena va un po’ meglio è il segnale che sta per arrivare un altro attacco. Sente distintamente che il suo ventre si sta strappando: i muscoli e le membrane e gli organi si lacerano, come quelle degli animali al macello. La stanno macellando.</p>
<p>Ora è distesa nella bizzarra vasca da bagno della nonna. È riuscita a trascinarsi fino alla scaletta in legno da barca e a stendersi: lì sta meglio. Può chiudere gli occhi, può cercare di contrastare quel dolore pazzesco. Per tenerlo a bada stringe i denti con tutte le forze che ha nelle mascelle, strizza tutta la faccia: puntando i piedi e spingendo più che può le sembra che vada un po’ meglio. Punta anche i gomiti, fa forza anche con quelli. È un arco teso allo spasimo, una bestia che ringhia e si difende dalla morte che vuole averla. Perché dopo quelle dislocazioni distruttive può esserci solo la morte. La pressione cresce però ancora, arriva a un punto di non ritorno: è un fiume di lava incandescente che la forza dall’interno. È la fine, si dice. In quel preciso momento è percorsa da uno strattone violentissimo, un sommovimento parossistico che sembra esaurirsi e invece si prolunga, non finisce mai. I suoi pensieri bruciano assieme alla carne, si annullano nell’incendio. Finché di colpo la tensione si spezza, e segue quasi un sollievo.</p>
<p>Adesso il male è cambiato, è diventato quello di una ferita aperta, di una piaga schiaffeggiata dal vento. È più sopportabile. Sente che tra le gambe è bagnata: non se n’era accorta. E nella brodaglia calda sotto di lei c’è qualcosa di duro. Tastando con la mano incontra un ammasso allungato: sembra carne, carne elastica e pesante. Prima ancora di pensarci la solleva, e vede che è un bambino. Un bambino con la testa ammaccata di neonato e con gli occhi spalancati di bambola. A vederlo ha una sensazione di ripugnanza, come quando si adocchia una pantegana o un’altra bestia che non ci si aspettava di incontrare. Lo lascia cadere, si ritrae il più possibile lontana.</p>
<p>Lei non ne vuole sapere di quell’intruso che emette suoni di trombetta rotta. Prova anzi una rabbia istantanea per la sua tracotanza: è lui che le piantava i coltelli nel ventre. Ora è tutto chiaro: approfittando della sua disattenzione si è incistato dentro di lei, e intendeva farla fuori. E adesso piange, vorrebbe intenerirla. Prima ancora di pensarci afferra l’asciugamano appeso al ramo di larice accanto allo specchio, e chinandosi in avanti ce lo infila dentro. Stringe forte, come si avvolgono nella carta i mazzi di fiori. Ma c’è un filo che le impedisce di arrotolare la spugna morbida fino a chiuderla. È il cordone ombelicale, i neonati hanno sempre un cordone ombelicale. Anche quell’intruso ne ha uno. Lo strappa allora come si rompono gli elastici, afferrandolo con le due mani e tirando con tutte le forze.</p>
<p>Il male che le attanaglia il ventre sale fino alle tempie e al cervello, però è viva, sta sulle gambe. Riesce a stare in piedi. E soprattutto adesso conosce l’origine di quel dolore: l’importante è sapere da dove veniva. Ora sa cosa è successo davvero: non c’entrava la carne cruda che ha mangiato in piedi davanti al frigorifero, i veri responsabili sono i Caraibi. Una volta estirpatane la fonte non può però che passare. L’importante è che la causa sia stata sradicata. Ora nessuno le farà più male.</p>
<p>Posa l’asciugamano per terra, e pulisce la vasca con il tubo della doccia. Vuole che quelle macchie e quei grumi rossastri scompaiano, vuole che tutto ritorni come prima. Domani molti ospiti verranno in quel bagno, anche se non è l’unico della casa. Faranno i loro bisogni, o anche solo si risistemeranno davanti allo specchio, come si fa alle feste. È per questo che non devono esserci chiazze rosse nella vasca, e nemmeno tracce lasciate da una pulizia approssimata. I sanitari e le piastrelle devono essere scintillanti e privi di odori come se la nonna fosse ancora lì a vegliare sulla sua reggia. Non sarà certo lei a mandare a monte tutti gli sforzi che ha fatto il nonno perché tutto sia perfetto. Ha già fatto anche troppi disastri, nella sua esistenza.</p>
<p>Il nemico si è rifatto sotto: sente di nuovo i coltelli dentro di lei, sente che scavano ancora. Si siede allora sul water, si stringe la testa tra le mani. Spera che non ricominci tutto daccapo: le sembra che questa volta non ce la farebbe. Non ha più la forza, i danni sono già anche troppo gravi. Mentre si morde il palmo della mano un oggetto molle scivola fuori dal suo corpo, come sputato fuori da una forte pressione, come aspirato verso l’esterno. Una guaina viscida che lei non vuole vedere: preme il pulsante dello sciacquone. Per qualche istante quella spessa membrana ottura la tazza, e invece con palpitazioni di medusa viene poi risucchiata dal foro: il livello dell’acqua torna a essere quello normale.</p>
<p>Adesso c’è una spiegazione. La riconforta avere la sicurezza che non si tratta di qualcosa di irreparabile, e che tutto si aggiusterà. Ora sa che il suo dolore diminuirà. Deve solo aspettare che scemi, come ha fatto in tante altre occasioni. Può vincere quella forza malefica ignorandola, fingendo che non esista, come si fa con le persone arroganti. A questo è abituata. Adesso non ha più nessuna paura.</p>
<p>Si sente molto debole, e ogni movimento le strappa dei gemiti, ma in qualche modo riesce a sfregare e lucidare, se non fa movimenti bruschi può benissimo venircene a capo. Ha l’impressione di nettare anche se stessa, di togliersi di dosso tutto il fardello che l’opprimeva e l’annichiliva. Ha l’impressione di rinascere. Aveva dentro tanta sporcizia, per questo le ultime settimane sono state così dure, per questo non ne poteva più. Adesso se dio vuole s’è scaricata, s’è svuotata completamente. Dall’asciugamano arrotolato escono dei gemiti, ma sono flebili, riesce a sopportarli. Ora la vasca non è più rossa di sangue, non ci sono più quei grumi e quelle bave impressionanti. C’è un buon odore di crema detergente per i sanitari, le piastrelle ricominciano a brillare. Resta solo qualche stria sul pavimento, presto sparirà anche quella. Fin da piccola lei è molto brava a pulire: la nonna per scherzare le diceva che mal che andasse avrebbe potuto fare la donna dei mestieri.</p>
<p>Adesso è un dolore normale, un dolore che non la spaventa più. Un po’ alla volta quel bruciore così intenso diventerà più flebile, e poi ancora sarà solo un ricordo. Succede sempre così: le cose più brutte si trasformano in oggetto di nostalgia. L’importante adesso è sapere che è pulita, che non ha niente di cui vergognarsi. Deve smettere di pensare di essere colpevole di tutto quello che succede: a ben vedere fa anche lei del suo meglio, come tutti. Come dice Rudy il suo difetto è mettersi in testa, dare sempre per scontato che fa tutto sbagliato.</p>
<p>Le sue calze sono ancora intrise di sudicio. Le ha sfregate a più riprese con la pezza umida, ma lasciano pur sempre qualche traccia violacea sulle piastrelle del pavimento. L’unica soluzione è toglierle e metterle sotto il rubinetto, sciacquare per bene anche quelle. Le strizza poi più forte che può e le rinfila: adesso non c’è più il minimo problema. Quando si fanno le cose bene le magagne si aggiustano, questo lo ha imparato. Con un’ultima ripassata il bagno sarà assolutamente perfetto: lucido e scintillante come piace a lei, accogliente. A questo punto dovrà solo sistemarsi un po’ meglio i vestiti. Anche quelli devono essere di nuovo a posto. Tutto deve tornare come prima.</p>
<p><em>[questo è un capitolo del romanzo &#8220;Rogo&#8221;, che sarà pubblicato in febbraio]</em></p>
<p><em>(l&#8217;immagine: Emil Nolde)</em></p>
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		<title>Draghi e funivie</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jul 2013 06:00:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Dove sono andati i draghi “mostruosi, giganteschi e bavosi” delle leggende trentine che ha riunito in questo volume Mauro Neri? E gli auseloni? E i basilischi, e gli aspi? Perché non stanno più rintanati sul fondo dei laghi di montagna, perché non si levano più in lento volo a terrorizzarci? Sono migrati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Dove sono andati i draghi “mostruosi, giganteschi e bavosi” delle leggende trentine che ha riunito in questo volume Mauro Neri? E gli auseloni? E i basilischi, e gli aspi? Perché non stanno più rintanati sul fondo dei laghi di montagna, perché non si levano più in lento volo a terrorizzarci? Sono migrati altrove, sono estinti? E i cavezài, che entravano nelle case a buttare tutto all’aria, e al bisogno diventavano cattivi e uccidevano? E i gattacci neri con gli occhi rossi, assoldati dai signori per proteggere i loro tesori? Ma soprattutto, perché non ci sentiamo meglio, adesso che questi mostri si sono rintanati nelle biblioteche, e ne abbiamo perso il ricordo? Perché siamo lo stesso insoddisfatti, perché la nostra ansia è ancora più grande? Perché non ci riuniamo più la sera nelle stalle, o insomma in altro posto (nei garage?), a discutere e a raccontarci storie che ci rasserenino, perché quando ci incontriamo con il carrello della spesa non ci guardiamo più negli occhi?</p>
<p>I draghi e le draghesse hanno lasciato libero il campo, e noi ne abbiamo approfittato. Abbiamo addomesticato le montagne costruendo strade e gallerie e tralicci, imbrigliando i torrenti, disgaggiando i versanti pericolanti. Monitoriamo la biodiversità, mettiamo il radiocollare agli orsi e studiamo il genoma dei lupi. Tutto è sotto controllo. Per sollazzarci abbiamo costruito impianti di risalita per raggiungere cime che prima ci facevano freddo alla schiena solo a vederle. Per le nostre escursioni utilizziamo georeferenziatori e equipaggiamenti altamente tecnologici. Nei rifugi alpini pretendiamo il collegamento internet, vogliamo restare connessi con il resto del mondo, con quello che adesso, in una hybris materialista e merceologica, consideriamo essere il resto del mondo. I breviari della nostra immaginazione sono ora i patinati depliant turistici e le soleggiate immagini pubblicitarie. Niente Lovegàti e Basàdone e altri uomini selvatici, niente brutto tempo, niente stranezze e catastrofi notturne. Abbiamo evacuato il male. Insomma, ce ne illudiamo.</p>
<p>Dove sono andati i mostri che spadroneggiavano sulle montagne e che facevano le loro terrificanti incursioni nei fondovalle, venendo a stanarci nelle nostre case, dove sono andate le nostre paure? Sono anche quelle globalizzate. Abbiamo paura della crisi finanziaria, della disoccupazione, dell’invasione di orde di immigrati con le ciabatte di plastica, del futuro. Abbiamo paura dei cambiamenti climatici, dell’esaurimento delle vene di petrolio, degli attacchi terroristi. Certo abbiamo ancora paura di noi stessi, ma non ne siamo più coscienti. Pensiamo anzi che sia una questione di dominare ancora meglio e ancora di più, di razionalizzare, di controllare ogni minimo brindillo d’erba. I rozzi draghi di queste leggende ci fanno sorridere di commiserazione, ci sembrano altrettanto ingenui delle grezze persone che riuscivano a spaventare.</p>
<p>Eppure i tuoni che squarciano il cielo ci sono ancora, quelli non siamo riusciti a civilizzarli. E nemmeno la grandine. Per scongiurarla per anni durante i temporali abbiamo sparato donchisciottescamente contro le nuvole (ce lo ricordiamo?). Adesso lasciamo che il cielo esprima la sua furia, firmiamo contratti di assicurazione contro i danni. Lì abbiamo perso. E anche gli incubi la notte non siamo riusciti a sradicarli. E neppure la morte. Anzi, proprio perché l’abbiamo evacuata dai nostri pensieri e bandita dalla nostra quotidianità, quando ci acchiappa ci terrorizza con quel suo viso scheletrico che non ci è più familiare. Anche per lei non ci sono assicurazioni che tengano: quando arriva arriva.</p>
<p>Queste leggende così minuziosamente locali e così eterogenee nelle forma, ma per altri versi così simili, sono nate e sono vissute nei dialetti delle varie valli trentine. Tradotte in italiano sono amputate e depotenziate, agonizzano. Ce lo confermano i passi e le citazioni in dialetto, tutti efficacissimi, e molto belli, che Neri ha introdotto qua e là. Ma adesso noi parliamo l’italiano, la lingua della televisione e dei grandi parcheggi asfaltati e dei centri commerciali. Questa lingua che ha rotto definitivamente i legami con il Medioevo, a sua volta in contatto con eredità più remote ancora, con sentori pagani e celtici.</p>
<p>Questa nostra lingua asettica, separata dal corpo e dalle sensazioni e dagli abissi dentro e fuori di noi, ha trionfato dove secoli di dominio cattolico, le cui pudibonde e indottrinanti verniciature sono talvolta molto evidenti sui testi del presente volume, avevano sostanzialmente fallito. Non abbiamo più le parole per parlare dei draghi feroci e maleodoranti, ci mancano le espressioni per parlare delle paure del nostro corpo, dell’intelligenza delle nostre budella, degli afflati delle pietre e degli alberi, dei legami sotterranei che ci imbrigliano, delle forze che non conosciamo. Possiamo solo cercare blandi equivalenti nel nostro gergo psicologizzante e raziocinante di adesso, nel nostro bagaglio iconografico modellato dalle pubblicità e dai fumetti. Non abbiamo perso solo la capacità di capire con le trippe e con la pelle, ma anche quella altamente catartica di fantasticare: la scienza, questa scienza nemica della spiritualità che ci sta portando alla rovina, ha sbaragliato. Forse allora queste belle leggende animalesche vanno lette con quella lentezza impacciata e quelle goffaggini di pronuncia di quegli anziani trentini che parlano e leggono molto male l’italiano. Ascoltandone gli echi dentro noi stessi, cercando di stanare il male, che è sempre esistito e sempre esisterà, accettandolo. Sempre meglio che niente.</p>
<p><em>(questa è l&#8217;introduzione che ho scritto per la raccolta illustrata di leggende &#8220;Il volo della draghessa&#8221; di Mauro Neri, AlcionEdizioni, 2013, Trento, 71 pgg)</em></p>
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		<title>Andrea è dai pesci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 May 2013 09:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[centro servizi culturali santa chiara]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[sacrificio]]></category>
		<category><![CDATA[stradanova slow theatre]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Trentino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Katia (fermandosi e guardando la corrente, e con voce cantilenante di bambina, quasi una filastrocca) Andrea è dai pesci parla con i pesci apre la bocca come i pesci per questo non si capisce tanto cosa dice i pesci fanno discorsi da pesce se uno conosce poco la lingua dei pesci vede [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><b>Katia</b> <i>(fermandosi e guardando la corrente, e con voce cantilenante di bambina, quasi una filastrocca)</i></p>
<p>Andrea è dai pesci</p>
<p>parla con i pesci</p>
<p>apre la bocca come i pesci</p>
<p>per questo non si capisce tanto</p>
<p>cosa dice</p>
<p>i pesci fanno discorsi da pesce</p>
<p>se uno conosce poco la lingua dei pesci</p>
<p>vede solo la bocca che si apre e si chiude</p>
<p>pensa che giochino</p>
<p>a fare il pesce</p>
<p>quando invece le loro</p>
<p>sono frasi da pesci</p>
<p>domande da pesci</p>
<p>risposte da pesci</p>
<p>confidenze</p>
<p>e pettegolezzi da pesci</p>
<p>seriose disquisizioni</p>
<p>e perfino proverbi da pesci</p>
<p>poi quando si salutano</p>
<p>si dicono ciao-ciao</p>
<p>con la boccuccia rotonda e muta</p>
<p>come fanno i pesci</p>
<p>come adesso fa Andrea</p>
<p>e scivolano via</p>
<p>nell’acqua trasparente</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>(sullo sfondo si sente il coro di cui faceva parte Diego che canta una triste canzone della montagna, e lei per un lungo momento sta ad ascoltare; poi riprende a camminare)</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Katia </b>Andrea è andato dai pesci</p>
<p>i pescetti che nuotano dritti</p>
<p>muovendo solo la coda</p>
<p>e gli occhietti da pesce</p>
<p>gli piacevano troppo i pesci</p>
<p>andava sempre a trovarli</p>
<p>si alzava presto la mattina</p>
<p>e camminava sulle pietre viscide</p>
<p>con gli stivaloni fin qui</p>
<p>e il cappello floscio da americano</p>
<p>strisciava senza fare rumore</p>
<p>senza sparare le sue solite battute</p>
<p>zitto anzi come un pesce</p>
<p>avanzava nell’acqua gelida</p>
<p>l’acqua grigia e arrabbiata</p>
<p>vomitata dal ghiacciaio</p>
<p>conosceva a menadito</p>
<p>i vizietti e le manie dei pesci</p>
<p>sentiva quand’erano vicini</p>
<p>bisognava vederlo</p>
<p>quando si appostava a una pozza:</p>
<p>i tendini del collo tirati</p>
<p>le narici palpitanti</p>
<p>gli occhi fissi da pantera</p>
<p>poi ripartiva</p>
<p>con la canna eretta</p>
<p>un esile cazzetto <i>(lo mima)</i></p>
<p>con la sua bavettina d’argento</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>(ancora il coro, ma si sente appena)</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Katia </b><i>(parlando più piano)</i><b></b></p>
<p>Quando una persona</p>
<p>è morta</p>
<p>si parla al passato</p>
<p>e si abbassa la voce</p>
<p>senza mai ridere</p>
<p>così tutti capiscono l’antifona</p>
<p>i defunti hanno le orecchie delicate</p>
<p>come filetti d’erba</p>
<p>non bisogna gridare</p>
<p>non bisogna svegliarli</p>
<p><i>(si mette l’indice davanti alle labbra)</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>(si sentono di nuovo le campane, e lei si stringe i palmi delle mani contro le guance, tenendo la bocca aperta, come potrebbe fare un bambino che gioca da solo; il cielo è ormai infuocato, e la luce si è abbassata)</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Katia</b> <i>(sussurrando, e apparentemente più commossa)</i></p>
<p>Oggi i pesci sono tristi</p>
<p>tanto tristi</p>
<p>piangono</p>
<p>Andrea è andato a trovarli</p>
<p>canta le canzoni della montagna</p>
<p>e loro ascoltano</p>
<p>con il groppo alla gola</p>
<p>e gli occhioni sgranati</p>
<p>nessuno se ne accorge</p>
<p>quando i pesci piangono</p>
<p>le lacrime dei pesci</p>
<p>scivolano nell’acqua</p>
<p>solo i pescatori più esperti sanno</p>
<p>che sono salate</p>
<p>come quelle degli uomini</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(questo testo è l&#8217;inizio di una trasposizione teatrale, ma forse farei meglio a dire di un tentativo di, del mio &#8220;<a href="http://www.italicpequod.it/italicpequod/?p=887">Sacrificio</a>&#8220;; con le solite eterne interrogazioni: &#8220;cos&#8217;è il teatro?&#8221;, &#8220;che senso ha oggi?&#8221; &#8230;; insomma, come sempre sperimentando e imparando sul campo; GS)</em></p>
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		<title>Gli orsi trentini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jul 2012 06:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[caccia]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[lega]]></category>
		<category><![CDATA[lega ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[orso]]></category>
		<category><![CDATA[parco naturale Adamello-Brenta]]></category>
		<category><![CDATA[progetto life ursus]]></category>
		<category><![CDATA[provincia autonoma di trento]]></category>
		<category><![CDATA[servizio caccia]]></category>
		<category><![CDATA[Trentino]]></category>
		<category><![CDATA[Trento]]></category>
		<category><![CDATA[wwf]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori La più incazzata è la tipa delle asine l’orso le ha fatto secche due asine era molto affezionata (la capisco alla mia veneranda età mi sono invaghito di una tigre di peluche) milita per il genocidio degli orsi ha fomentato un comitato i valligiani sono d’accordo il partito xenofobo si è schierato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/07/16/gli-orsi-del-trentino/orso/" rel="attachment wp-att-42999"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-42999" title="Orso" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/Orso-300x179.jpg" alt="" width="300" height="179" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/Orso-300x179.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/Orso.jpg 501w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>La più incazzata è la tipa delle asine</p>
<p>l’orso le ha fatto secche due asine</p>
<p>era molto affezionata</p>
<p>(la capisco</p>
<p>alla mia veneranda età</p>
<p>mi sono invaghito di una tigre</p>
<p>di peluche)</p>
<p>milita per il genocidio degli orsi<span id="more-42943"></span></p>
<p>ha fomentato un comitato</p>
<p>i valligiani sono d’accordo</p>
<p>il partito xenofobo si è schierato</p>
<p>Certo che l’orso è un rompicapo</p>
<p>è un bestione maleducato</p>
<p>fracassa tutto</p>
<p>non sbocconcella con il mignolo in alto</p>
<p>tanto per cominciare squarta e massacra</p>
<p>poi grufola nelle interiora</p>
<p>è come se uno al ristorante</p>
<p>rovesciasse prima i tavoli</p>
<p>danzando sul carrello dei dolci</p>
<p>e sviscerando i camerieri</p>
<p>c’è un limite a tutto</p>
<p>Pure da mio zio è passato</p>
<p>ha sbrindellato cinque oche e sette galline</p>
<p>schiantando trenta metri di steccato</p>
<p>per fortuna non è entrato dai cavalli</p>
<p>mio zio però ronfava</p>
<p>ha sempre avuto sonni duretti</p>
<p>(secondo mia madre è anche lui un orso)</p>
<p>il giorno dopo si è attivato per i rimborsi</p>
<p>deplorando le scartoffie</p>
<p>I nostri orsi non sono cattivi</p>
<p>dicono gli esperti di orsi</p>
<p>però insomma non si sa mai</p>
<p>mamma orsa si potrebbe pur sempre innervosire</p>
<p>Gli xenofobi reputano l’orso buono</p>
<p>sotto tendoni di plastica</p>
<p>proponevano spezzatino di orso</p>
<p>e proprio qui spunta la pusillanimità</p>
<p>se avessero le cosiddette palle</p>
<p>sarebbe stato orso allo spiedo</p>
<p>o testicoli d’orso impannati</p>
<p>o al limite spezzatino di tunisino</p>
<p>Adesso sono gli asini</p>
<p>la prossima volta saranno i nostri bambini</p>
<p>vociavano i manifestanti antiorso</p>
<p>Anche per le auto è diventato pericoloso</p>
<p>uno non può nemmeno rientrare la sera</p>
<p>dopo aver bevuto un bicchierino</p>
<p>che cozza contro un orso</p>
<p>anche questo succede</p>
<p>come se non avessimo già abbastanza fastidi</p>
<p>con la crisi e i clandestini</p>
<p><em>abbiamo cercato di rianimarlo ma non c’era niente da fare</em></p>
<p><em>era bellissimo</em></p>
<p>ha dichiarato l’anziano conducente</p>
<p>lui non ce l’aveva con l’orso</p>
<p>nonostante il mezzo distrutto</p>
<p><em>nella mia vita ho fatto due milioni di chilometri</em></p>
<p>ripeteva</p>
<p>si sentiva in colpa</p>
<p>(la tizia delle asine avrebbe disapprovato)</p>
<p>trattandosi solo di un orso</p>
<p>nessuno gli ha fatto il test dell’alcol</p>
<p>Bisognerebbe educarli al bavaglino</p>
<p>come nei cartoni animati</p>
<p>a inchinarsi quando ti incontrano</p>
<p>a rizzarsi sulle zampe per gioco</p>
<p>(qualcuno ricorda i tiri a segno?)</p>
<p>a attraversare sulle strisce</p>
<p>evitando l’autostrada</p>
<p>dal punto di vista etologico è concepibile</p>
<p>un tempo non c’era fiera di paese</p>
<p>senza orso che ballava e si impennava</p>
<p>proponiamo corsi per ammaestratori di orsi</p>
<p>cofinanziati dall’Unione Europea</p>
<p>Un altro orso è schiattato di overdose</p>
<p>gli hanno sparato una siringa di sonnifero</p>
<p>per infilargli il radiocollare</p>
<p>hai un bell’essere un orso</p>
<p>un’overdose è un’overdose</p>
<p>per il veterinario il dosaggio era appropriato</p>
<p>anzi un po’ meno</p>
<p>ma è un po’ difficile credergli</p>
<p>prova tu a stimare il peso di un orso in piena notte</p>
<p>o forse l’orso era allergico</p>
<p>aveva proustiane crisi di asma</p>
<p>ormai siamo tutti postmoderni</p>
<p>a far bene ci vorrebbe l’anestesista</p>
<p>prima di sparare il sonnifero</p>
<p>Per il presidente della Provincia Autonoma</p>
<p>va dimezzato il numero di capi</p>
<p>questa a casa mia si chiama ecatombe</p>
<p>con il suo capoccione da plantigrado insiste</p>
<p>gli orsi non votano</p>
<p>i rustici idrofobi però sì</p>
<p>e quindi in un certo senso</p>
<p>è come se gli orsi votassero</p>
<p>ci va di mezzo la maggioranza</p>
<p>il ragionamento politico non fa una grinza</p>
<p>Anche mio padre era un orso</p>
<p>secondo mia madre</p>
<p>proprio come mio zio</p>
<p>quello delle cinque oche sbrindellate</p>
<p>come del resto gli altri due fratelli</p>
<p>e tutti gli abitanti della regione</p>
<p>è cosa risaputa</p>
<p>e anche se si ignorasse</p>
<p>salterebbe presto agli occhi</p>
<p>uno entra in una panetteria</p>
<p>e dietro il bancone trova un orso</p>
<p>con bramiti e silenzi di orso</p>
<p>idem per i caffè e i negozi</p>
<p>non parliamo poi dei passanti</p>
<p>siamo una terra di orsi</p>
<p>in questo frangente va rammentato</p>
<p>(pure la donna delle asine ha un marito orso?)</p>
<p>Certo gli orsi calamitano i turisti</p>
<p>le stelle alpine non estasiano più nessuno</p>
<p>sporulano dentro libri desueti</p>
<p>il miglior logo è ormai l’orsetto</p>
<p>(ridonda il master di marketing)</p>
<p>l’orso invero mette anche pippa al culo</p>
<p>il turista medio caracolla con passi flatulenti</p>
<p>e incoccia in un orso bruno</p>
<p>come minimo gli viene un coccolone</p>
<p>hai voglia sguainare lo stuzzicadenti</p>
<p>è un equilibrio instabile</p>
<p>da una parte ci sono i soldi</p>
<p>e dall’altra altri soldi</p>
<p><em>Raccontare la storia dell’orso</em></p>
<p>significa farla lunga</p>
<p>o distrarre dall’essenziale</p>
<p>parlare insomma come nei posti senza orsi</p>
<p>poniamo a Caserta o in Marocco</p>
<p>in fondo io stesso racconto la storia dell’orso</p>
<p>ai miei conterranei orsi</p>
<p>sotto la scorza cosmopolita</p>
<p>a ben vedere sono anch’io un orso</p>
<p><em>(questo testo, che si inserisce in un dibattito autoctono sul tema <a href="http://www.orso.provincia.tn.it/">orso sì</a> &#8211; orso no, non ha naturalmente nessuna velleità poetica, è solo venuto così)</em></p>
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		<title>UN LOGO PER LE DOLOMITI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 08:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Alpi]]></category>
		<category><![CDATA[alpinismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Il logo prescelto per le Dolomiti assurte a Patrimonio dell’Umanità non piace. E in effetti è brutto forte. Quella frammentazione geometrica delle pareti è più metropolitana che dolomitica: quasi impossibile non vederci dei grattacieli, resi ancora più nevrastenici dal cielo scarlatto sul quale si stagliano. Molti professionisti o habitué della montagna, noti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Logo-Dolomiti-Unesco1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-37415" title="Logo-Dolomiti-Unesco" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Logo-Dolomiti-Unesco1-300x229.jpg" alt="" width="226" height="172" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Logo-Dolomiti-Unesco1-300x229.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Logo-Dolomiti-Unesco1.jpg 433w" sizes="auto, (max-width: 226px) 100vw, 226px" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il logo prescelto per le Dolomiti assurte a Patrimonio dell’Umanità non piace. E in effetti è brutto forte. Quella frammentazione geometrica delle pareti è più metropolitana che dolomitica: quasi impossibile non vederci dei grattacieli, resi ancora più nevrastenici dal cielo scarlatto sul quale si stagliano. Molti professionisti o habitué della montagna, noti o meno noti, sono insorti. Il presidente della Associazione Italiani Pubblicitari ha dichiarato che la valutazione delle quattrocento proposte è stata fatta da persone che di grafica non ci acchiappano nulla, la magagna sta lì. E quindi propone che la sua Associazione, di cui en passant ci ricorda la certificazione (ISO 9001), abbia voce in capitolo. Io non sarei così certo <span id="more-37410"></span>che sia solo una questione di dimestichezza con le tecniche e i saperi dei grafici, certificati o meno. Il problema di fondo, mi sembra, è capire cosa significano per noi queste benedette rocce che alla bella età di duecentotrenta milioni di anni, portati superbamente, hanno ricevuto la consacrazione olimpica dell’Unesco. O meglio, provare a metterci d’accordo su cosa sono. A dire la verità non mi sembra un’impresa facilissima.</p>
<p>Le Dolomiti non sono un posto dove si va a abitare, dove ci si stabilisce. Grappoli di giovani europei saturi di urbanità migrano verso l’Ardèche e altre aree ad alta naturalità, dove allevano capre e fanno spuntare cavolfiori biologici, non verso le Dolomiti. Coppie di anziani nordici mettono le infreddolite radici nell’Algarve o in Provenza, non sulle Dolomiti. La gente scappa anzi da molte contrade dolomitiche, come da tante altre zone delle Alpi: più sono piccoli, più i paesini si svuotano (a rigore di logica dovrebbe essere il contrario: il valore aggiunto dovrebbe essere maggiore), più agonizzano. Troppo isolati, troppo carenti di infrastrutture, troppo lontani dalle città (le dirette antagoniste!). Nemmeno le droghe e l’alcolismo, entrambi molto diffusi, riescono a fare barriera. Resistono beni i centri più grandi e più opulenti, quelli che di dolomitico non hanno in fondo proprio niente, che sono anzi una caricatura a fini turistici delle Dolomiti. Se si leva lo sci invernale, che di dolomitico sensu strictu ha solo i fondali, in molte zone tira aria di crisi. Crisi anche esistenziale, non solo economica. E in fondo perfino il grande alpinismo, che le ha tanto corteggiate e vezzeggiate in passato, contribuendo a costruire poco a poco l’immagine attuale, le vede al meglio come una magnifica palestra, con quel rispetto vagamente sufficiente per le donne che da giovani sono state molto belle, e che hanno ora forse troppi amichetti. Adesso i migliori scalatori migrano stagionalmente sull’Himalaya, dove le sfide mantengono il carattere epico che qui s’è perso. A ben guardare le pareti dolomitiche le attaccano oggi gli alpinisti non tanto bravi, i dilettanti. I vorrei ma non posso.</p>
<p>Come tutte i beni di questo nostro mondo che sembra aver seppellito per sempre gli afflati collettivistici e egualitari, anche le Dolomiti sono in vendita. Possiamo per esempio comprarcene, se ce lo possiamo permettere, un pezzetto di una settimana. In estate, o in inverno, in quota o più bassini, come preferiamo. Senza vista, se siamo un po’ tirati. Se invece siamo dei ricconi sfondati possiamo metterci in tasca un’invidiabile fettona, sotto forma di una villaccia a Cortina, dove a ogni vacanza potremo frequentare i prestigiosi proprietari delle adiacenti villacce (tutti vestiti da montagna, come in una festa in maschera a tema). Se siamo messi molto peggio non ci resta che ripiegare su frammentini più risicati: un fine settimana in rifugio, o magari in tenda, qualche istantaneo mordi e fuggi. Per chi abita nei paraggi, è ancora un’ottima soluzione. Se siamo degli immigrati non ci restano, temo, che le cucine e i locali delle scope, sperando di non essere pagati in nero. Fermo restando che possiamo incolonnarci pur sempre anche noi nei serpenti estivi di veicoli che scavallano a passo d’uomo (quando va bene) i passi più famosi. Anche quello è un modo di conoscere e di amare le Dolomiti, è anzi quello di gran lunga più popolare. Chi può dire che scollinare su un torpedone a due piani o sul proprio veicolo sia meno emozionante che arrivare boccheggianti su una cengia, che sorseggiare un salatissimo (parlo del costo) e affollato cappuccino sia meno struggente di un desueto pranzo al sacco con le uova sode? Se vogliamo essere coerenti, e applicare gli stessi criteri che usiamo per esempio per i libri e i programmi televisivi, dove a decidere sono ormai solo le classifiche delle vendite e l’Auditel, quello è anzi il modo migliore, il più auspicabile.</p>
<p>Certo ci sono ancora frotte di puristi che affrontano le Dolomiti con l’austera costanza immagazzinata nelle gambe e nelle braccia, insofferenti degli eccessi di rumorosità e degli sfoggi vestimentari, e più che perplessi degli arroganti carosellamenti sciistici, non voglio dire il contrario. Io stesso ne faccio parte. Immaginiamoci però di mettere uno di questi ascetici atleti, arrivato pur sempre non lontanissimo dalle vette con un mezzo climatizzato e provvisto di sistema di georeferenziazione satellitare, e foderato di ogni ben di dio tessile e microelettronico, di fronte a uno qualsiasi dei suoi antenati, che usavano salpare dalle città pedemontane a piedi o in bicicletta, con pesantissime corde di canapa attorcigliate al costato: ci farebbe la figura di un viziato damerino, incapace di battersi a armi pari. Si sa, tutto è relativo.</p>
<p>Per certi versi potremmo dire – talmente sono diversi i modi che abbiamo di percepirle e di rapportarci con esse – che le Dolomiti non esistono. E invece esistono eccome, e abbiamo tutti bisogno, ciascuno a modo suo, che esistano: le amiamo. Sono come Pompei, la pizza, Babbo Natale. Sono insomma un mito, e come tutti i miti hanno una natura intrinsecamente vaga, e quel che è peggio alla mercé dei tempi. Questo mito, ci insegnano gli specialisti, ha una nascita piuttosto recente &#8211; soprattutto se rapportato all’età geologica delle interessate -, ha avuto una crescita lenta e costante, fino arrivare ai fasti attuali. E adesso, proprio mentre riceve la consacrazione dell’Unesco, constatiamo noi, vive forse un po’ troppo sugli allori passati. Lo troveremo un logo che lo rappresenti, un logo che ci metta tutti d’accordo? Un logo che parli – l’etimologia greca della parola viene da lì &#8211; in qualche modo di un futuro possibile? L’autobus a due piani che si disgaggia a fatica da un ingorgo alpino? Una funivia con sullo sfondo un aeroplano low cost? Un pacchetto di euro che scivola leggero sulla neve? Quel che è certo che lo struggente scarpone di cuoio e la stella alpina, che molti di noi hanno nel cuore, sono ormai improponibili.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sui quotidiani &#8220;Trentino&#8221; e &#8220;Alto Adige&#8221; del 05.12.10]</em></p>
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