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	<title>Trento &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La geografia della mia infanzia</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Sep 2019 05:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Attorno alla vecchia villa dove vivevamo, la casa di mia nonna, c’era un territorio che era bello e accogliente, ma non ci apparteneva. Apparteneva ai contadini. Che erano esseri ignoranti e retrogradi. E infidi. Paradossalmente erano loro però che conoscevano i segreti di ogni recesso delle campagne e dei viottoli, solo loro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-80733" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg" alt="" width="240" height="340" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-200x283.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-160x227.jpg 160w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /></a></p>
<p>Attorno alla vecchia villa dove vivevamo, la casa di mia nonna, c’era un territorio che era bello e accogliente, ma non ci apparteneva. Apparteneva ai contadini. Che erano esseri ignoranti e retrogradi. E infidi. Paradossalmente erano loro però che conoscevano i segreti di ogni recesso delle campagne e dei viottoli, solo loro erano liberi di percorrerlo a piacere. Lì fuori erano loro che dettavano il buono e il cattivo tempo. Lo constatavo parlando con difficoltà la loro lingua così diversa dalla nostra e entrando nelle loro case dagli odori forti, sperimentando a mie spese come potevo essere accettato. Per mia nonna erano quasi bestie, ma intuivo che sotto le sue frasi sferzanti li temeva. Erano loro i veri padroni dei vigneti, dei pezzi di bosco, delle scarpatine incolte dove cresceva l’erba medica buona per i conigli. I proprietari – i paròni – erano i possessori, ma in realtà regnavano ormai solo nelle loro ville secolari, nei giardini alberati che le circondavano. Al riparo dalle voci rudi, dagli sguardi. Fuori imperversavano loro, i bifolchi, che certo lavoravano, ma anche gridavano, sghignazzavano, e soprattutto guardavano, guardavano tutto. Perché i tempi – questo non potevo saperlo – erano cambiati, la mezzadria era stata abolita.<br />
Bisognava difendersi dai loro sguardi. Mia madre si proteggeva tenendo sempre ben chiuse le tende che castigavano le grandi finestre, non sia mai che qualcuno potesse vederci in casa. Mia nonna per le spazzature faceva scavare una buca dietro gli annessi della villa, e le portavamo lì. Quando la fossa era piena, ma ci voleva molto tempo, il consumismo era solo agli inizi, dava fuoco al suo contenuto. E quando proprio tracimava la faceva coprire e ne faceva aprire un’altra. Non portavamo i nostri resti alla minuscola discarica, forse un metro quadrato, i residui allora erano davvero esiguissimi, all’entrata del paese, dalla quale spesso si elevava un incerto filo di fumo. Lì ci passavano tutti, i bifolchi avrebbero potuto vedere cosa mangiavamo, cosa facevamo, di cosa ci disfacevamo: non esistevano ancora i sacchetti per la spazzatura. E si trattava di resti molto diversi da quelli ai quali erano abituati loro, alcuni li avrebbero giudicati ancora buoni. Non era nemmeno concepibile questo attentato alla nostra intimità.<br />
Mia nonna riceveva l’anziano contadino che lavorava la sua campagna, ora che la famiglia di mezzadri era andata via, nella sua cucina: lui entrava dalla porta sul retro, e salutava con la testa bassa, scalcagnato Sancho Panza con il cappello in mano. Lo stesso uomo sovrappeso avanzava però tra i filari di viti con ondeggiamenti spavaldi da vincitore. E quando lei transitava per la frazione con la Cinquecento per scendere in città, sbucando appena dall’altezza dei finestrini, quasi fosse tornata bambina, guardava fisso davanti. Era il suo modo di salutare, sapeva bene che tutti gli occhi la seguivano. A parte noi e gli abitanti dell’altra villa nessuno aveva la macchina, o anche solo una moto, o una bicicletta.<br />
La domenica andavamo in chiesa, la prima fila della pieve del paesino più vicino, solo e esclusivamente per dovere sociale. Anche quello era un territorio che non ci apparteneva. In casa mia la religione era questo, l’incombenza di mostrarsi in chiesa la domenica, per non apparire superbi. Quelle pratiche sciocche erano necessarie per loro, non per noi, che avevamo l’educazione e la dignità di accettare la vita per quello che era. Lo stesso prete era dalla loro, ogni tanto ci arrivavano delle frecciate. I contadini maschi stavano nel balcone sopra la porta di entrata, al quale si accedeva da una scala esterna, separati dalle donne. O anche all’esterno sul ballatoio che lo precedeva, con il cappello in mano. Irrequieti, sarcastici, surrettiziamente riottosi, impazienti della sbornia domenicale. Noi bambini a tavola intonavamo l’Alleluia imitando la ü dialettale con la quale veniva cantata, che ci faceva morire dal ridere.<br />
La nostra vera patria era lontana e indistinta. Nemmeno io lo conoscevo, mi accorgo a posteriori. Era New York, era Buenos Aires, era soprattutto la bella l’Avana, dove mia madre e le sue sorelle erano nate. Mia nonna diceva basura, non spazzature. E asco, non schifo. Era la prima classe delle navi sulle quali avevano traversato tante volte l’Atlantico. Era l’accademia militare di Modena frequentata da mio nonno assieme all’amico Giovanni, il futuro senatore Agnelli. Era la collina di Torino, dove viveva la sorella di mia nonna, che era stata sposata con il fratello di mio nonno. Le due sorelle e i due fratelli erano primi cugini, tutto restava in famiglia. Era Milano, dove vivevano gli zii ricchi, che sfoderavano sempre gli ultimi ritrovati della tecnica, che ci lasciavano a bocca aperta. Di quei posti così alieni i contadini non avevano idea, perché dalla nostra frazione nessuno era emigrato: la polenta bastava per tutti. Il viaggio più lungo era scendere in città per la fiera annuale dell’agricoltura. I maschi andavano lontano una volta, in Italia, per fare il militare. O per la guerra. Il padre del mio amichetto mi raccontava la ritirata di Russia con le lacrime agli occhi, lacrime di struggente nostalgia: per lui non era stata una tragedia dantesca, era stata l’esperienza più bella della sua vita.<br />
Anche mio padre aveva dei posti che gli appartenevano. Facevano capolino di rado, e erano meno eclatanti, più dimessi, ma esistevano. Il paese già quasi veneto dove era cresciuto, dove compravamo il formaggio del giorno da mangiare scottato in padella, con una consistenza elastica di plastica, e un delizioso gusto di erbe di montagna. E il villaggio di lingua tedesca dove suo padre era stato mandato come gerarca. I crucchi erano suoi nemici, perché li considerava – anche questo lo ho appreso dopo – i responsabili della caduta del fascismo, e anche doveva combatterli sui cantieri stradali dove lavorava, visto che la maggior parte erano lì da loro. Suo padre non ci aveva pensato due secondi, come Cesare Battisti, a arruolarsi nell’esercito italiano, per combatterli (lui ci aveva rimesso solo l’uso di un braccio), e mandarli via. Quel toponimo italianizzato lo nominava però strascicando dolcemente le consonanti.<br />
Certo il vero posto che rimpiangeva, l’unico dove si sentisse davvero a suo agio, era la GUERRA. Ma quella non c’era più, gliel’avevano tolta. Il suo esilio era forse ancora più severo del nostro. Era – lo ho capito solo molto più tardi &#8211; un rinnegato. A casa poteva dire quello che voleva, e anzi provocare gli invitati di mia madre, dandogli dei voltagabbana, ma fuori doveva tenere profilo basso. Signoreggiavano i democristiani, i preti, i sindacati. Adesso era così.<br />
Restavano le vette delle montagne. Quelle sì ci appartenevano, erano anzi l’unico spazio che avevamo in comune. Appena ci allontanavamo dalle strade e dalle altre persone eravamo nel nostro dominio famigliare privato. Il cielo immenso era nostro, e anche i larici e le rocce, e gli odori di resina e di vento. Ci andavamo la domenica, l’inverno con gli sci, e l’estate con il sacco sulle spalle. Lì, e solo lì, eravamo una vera famiglia, coesa e appagata. I miei non litigavano, o molto meno, e ognuno aveva un suo allegro tornaconto.<br />
La cima della montagna sopra la città era un caso un po’ speciale, ci apparteneva solo fino a un certo punto. Lì mia nonna dopo la guerra aveva finanziato la costruzione del rifugio che i miei per qualche anno avevano gestito, prima di gettare la spugna. I tempi erano prematuri, e loro non erano proprio tagliati per gli affari e il commercio. Qualche domenica ci tornavamo, anche se La Selva, diventata nel frattempo albergo, era ormai circondata da casermoni più moderni, e noi non ci avvicinavamo. Pure lì in fondo eravamo stranieri, ma anche a nostro agio. La guardavamo come si salutano da lontano delle vecchissime conoscenze che nel frattempo sono diventate ricche e frequentano altre persone.<br />
In città c’era gente più simile a noi, persone che parlavano la nostra stessa lingua, o insomma potevano passare da una all’altra. Con la Cinquecento di mia madre traghettavamo verso quella zona che ci era meno ostile. Lì c’erano i negozi dove lei faceva la spesa, non certo il bugigattolo sfornito vicino alla nostra frazione, lì comprava i vestiti e portava a sistemare la pelliccia di visone, lì c’erano i cinema ai quali mi portava anche a me, il Vittoria e l’Italia, lì vivevano le sue amiche, c’erano i locali dove le incontrava. A me piacevano i compagni delle elementari, e soprattutto quelli già malandrini, quelli che poi sono stati falcidiati dall’eroina. Sapevo risultargli molto simpatico, mi prendevano per uno di loro, e mi piaceva sentirmi accettato. Pur non facendo i compiti come loro ero il secondo della classe, sfruttando la cultura famigliare, ma non me ne volevano. C’era qualcosa di profondamente struggente in quelle amicizie. Certo poi quando tornavo sulla nostra collina mi sentivo a casa mia, potevo scorazzare come mi piaceva, entrare nelle stalle. A differenza dei miei avevo messo le radici in terra nemica.<br />
Le cose si sono chiarite quando sono entrato in classe il primo giorno della quarta ginnasio. Ero arrivato in ritardo, e quando ho aperto la porta tutti gli occhi si sono girati su di me, come si guarda un forestiero vestito di stracci. Avevo i capelli lunghi e la mia giacchetta sdrucita di jeans, e masticavo una gomma. Sono andato a sedermi nell’unico posto libero, accanto alla bionda un po’ grossa vestita come un’anziana baronessa (non a caso adesso dirige il Museo del Castello). Ho capito subito che lì c’erano altre regole, altre gerarchie, e che l’aria era molto pesante. Mia madre aveva avuto la bella idea di iscrivermi alla sezione di tedesco, io che non sapevo una parola di tedesco. E quelli – anche questo è venuto fuori dopo &#8211; erano i rampolli delle famiglie che consideravano il tedesco una lingua più importante dell’inglese. Le famiglie che per secoli avevano intrallazzato con i conti di Tirolo. Lì si era ancora in pieno ottocento clericale, l’Italia era ancora molto lontana. Mi sono aggrappato al professore comunista, che parlava di Bertolt Brecht e di Antonio Gramsci e di Cesare Beccaria, e di internazionalismo, come a una corda di salvataggio. Sapevo già che sarei andato via, nel mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdA: questo testo è il mio contributo alla raccolta &#8220;Lettere da Nordest&#8221;, a cura di Cristiano Dorigo e Elisabetta Tiveron, edita da <a href="http://www.edizionihelvetia.it/">Helvetia</a> (2019), alla quale hano collaborato diciotto autrici e autori veneti, friulani, e trentini: <span class="testo">Ubah Cristina Ali Farah, Gianfranco Bettin, Francesca Boccaletto, Antonio G. Bortoluzzi, Roberta Cadorin, Alessandro Cinquegrani, Elisa Cozzarini, Fulvio Ervas, Angelo Floramo, Patrizia Laquidara, Luigi Nacci, Silvia Salvagnini, Giacomo Sartori, Federica Sgaggio, Tiziano Scarpa, Gian Mario Villalta, Stefano Zangrando, Francesco Jori. </span></em><em><span class="testo">Scarpa ne parla <a href="https://www.ilprimoamore.com/blog/spip.php?article4293">qui</a>, sul Primo Amore.</span></em></p>
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		<title>La Trento che vorrei</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Aug 2019 05:00:50 +0000</pubDate>
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<p>di  <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Pur aborrendo le scarificazioni urbanistiche, vorrei che l’intero cimitero monumentale a nord della città (“Trento Nord”) fosse decostruito, e che si riedificasse in armonia e tra viluppi di piante (includendo colture urbane).</p>
<p>Vorrei che nelle vie di Trento si respirasse l’alito del naturalista e socialista e anticlericale Cesare Battisti.</p>
<p>Vorrei che nelle panetterie di Trento si rinvenisse del pane buono (come avviene in moltissime regioni italiane), o insomma mangiabile.</p>
<p>Vorrei che il quartiere delle Albere fosse ribattezzato “Quartiere Fallimento” o anche “Fallimento PIANificatO”, e che vi ci si organizzassero visite per assaporare l’istruttiva assurdità di una pianificazione piovuta da alti limbi.</p>
<p>Pur non amando i maxischermi, vorrei che in Piazza Duomo si erigesse un maxischermo sciorinante in diretta le cifre dei mezzi che transitano sull’Autobrennero (conta cumulata per anno solare, divisa per auto e mezzi pesanti, in direzione nord e sud).</p>
<p>Vorrei che lo stesso maxischermo in Piazza Duomo distillasse on live anche le cifre degli inquinanti generati dai mezzi che transitano sull’Autobrennero (stime per i vari tossici, divisi per auto e carriaggi pesanti).</p>
<p>E che lo stesso maxischermo disseppellisse ora dopo ora le cifre dell’utile netto di Autostrada del Brennero SPA (cifre cumulate per anno solare).</p>
<p>Vorrei che grazie a interventi illuminati e coraggiosi l’Adige ritrovasse vita, apertura alla città, utilità e bellezza.</p>
<p>Vorrei che i ristoranti di Trento quando si ordina polenta servissero genuina polenta (possibilmente con mais locali di qualità), invece che poltiglie e mattoncini di dubbia origine e gusto.</p>
<p>Vorrei che nei ristoranti di Trento quando si ordinano funghi servissero genuini funghi (parlo naturalmente della stagione dei funghi), invece che pseudocarpi di lattina metallica.</p>
<p>Vorrei che i ristoranti (di ogni ordine e grado) di Trento imparassero a fare da mangiare, non dico bene, ma almeno passabile (mettendo in atto gemellaggi con altre regioni italiane?).</p>
<p>Vorrei che i ristoranti di Trento, e per primi quelli senza pretese, rivedessero al ribasso i prezzi, allineandosi su quelli delle altre città di provincia italiane, e tenendo conto della oggettiva inferiore qualità.</p>
<p>Vorrei che si ripartorisse Piazza Dante, trasformandola in limbo pedonale intenso e accogliente, con un suo senso e legame con la città – un accesso dantesco privilegiato – invece di considerarla un problema d’ordine pubblico.</p>
<p>Pur considerando i maxischermi inquinanti, vorrei che in Piazza Duomo si ergesse un maxischermo (un altro) che propagasse le cifre del reddito provinciale che si deve agli italiani (o non italiani) che vengono da altri paesi, e delle tasse e contributi che sborsano.</p>
<p>Vorrei che il personale al gran completo di negozi, esercizi e biglietterie della città seguisse dei corsi di cordialità e loquace buon umore (anche qui mediante gemellaggi con altre regioni e etnie).</p>
<p>Vorrei chiedere al Vescovo di traslocare in periferia, come ha fatto il Questore, cedendo il suo non leggiadrissimo palazzo, e le vegetazioni attinenti, a una destinazione che ridia vita – e senso – a Piazza Fiera: “Museo della Controriforma, dell’Inquisizione e degli effetti psicopatologici a lungo termine dei gioghi religiosi”.</p>
<p>Vorrei che il pernicioso “Mercatino di Natale” fosse proibito per i prossimi centomila anni, o meglio ancora cinquecentomila.</p>
<p>Vorrei che la disconosciuta plaga viticola che abbraccia la città fosse convertita per intero alle attenzioni biologiche, e fosse cucita intimamente alla città da una rete di rotte pedonali e ciclabili.</p>
<p>Vorrei che il Presidente della Provincia fosse un uomo, o meglio una donna, di colore, o almeno di origine vistosamente straniera.</p>
<p>Vorrei che il potere politico della città si inchinasse alla ricchezza della cultura delle associazioni ambientaliste e civiche e della montagna, e coagisse con esse per il governo del territorio cittadino e extra-cittadino.</p>
<p>Vorrei che si estirpasse il traffico privato davanti al Castello del Buonconsiglio.</p>
<p>Pur amando gli alberi, e considerando un delitto ogni taglio raso o capitozzamento, vorrei che si prendesse in considerazione di espiantare i ginko che nascondono le splendide scuole Sanzio (trasferendoli da qualche altra parte?).</p>
<p>Pur trovando simpatico l’accento trentino, vorrei che fosse bandito dalle trasmissioni radiofoniche locali della RAI.</p>
<p>Vorrei che si abbattesse la muraglia invalicabile tra università e città, e che il sapere accademico irrigasse i destini culturali, civili, civici, tecnici e paesaggistico-architettonici della città (ricevendo in cambio la linfa del mondo reale).</p>
<p>Vorrei che le ex prigioni di Via Pilati diventassero “Museo delle catastrofi ecologiche e delle malefatte finanziarie degli impianti sciistici trentini”.</p>
<p>Pur essendo contrario all’ingegneria genetica sull’uomo e al transumanesimo, vorrei che nel patrimonio genetico-culturale degli abitanti di Trento si ritrapiantassero franchezza e coraggio intellettuale, rarefatti dai secoli di servitudine ai poteri ecclesiastici e temporali.</p>
<p>Ambirei che si inventariassero i pletorici mostri architettonici e parcheggistici edificati negli ultimi trent’anni a Trento e nei suoi sobborghi, e che i responsabili pubblici e privati fossero rieducati (prevedendo dei corsi di aggiornamento all’estero).</p>
<p>Vorrei che le sommità del Monte Bondone (a cominciare da Vaneze) fossero trasformate in ecoparco alpino chiuso al traffico e privo di impianti di risalita (ad eccezione di quello di accesso dalla città), ridisegnando la composizione e la disposizione delle vegetazioni con delicata sensibilità ecologica e estetica (e integrando utilizzi silvo-pastorali e caseari, altro che demenzialità golfistiche).</p>
<p>Desidererei che la cultura trentina fosse in mano a funzionari colti, aperti, audaci, sensibili, lungimiranti, anticonformisti, spassionati, spiritosi (nei limiti del possibile), e quindi diventasse una cultura – e anche una politica – invidiata, e imitata, a livello nazionale (invece di scimmiottare lei).</p>
<p>Vorrei che gli abitanti di Trento avessero meno aprioristico orgoglio trentino.</p>
<p>Vorrei che il Museo delle Scienze (MUSE) svolgesse massiccia ricerca scientifica a alto e umanitario livello, oltre che intrattenimento ludico, diventando un faro per la cultura alpina.</p>
<p>Vorrei che gli abitanti di Trento accettassero senza complessi di inferiorità la loro identità fitta di ombre e frustrazioni (senza bisogno di inventarsi identità fittizie).</p>
<p>Amerei che gli abitanti di Trento fossero più buoni, e potessero strapparsi di dosso le invidie, retaggio certo del loro sottomesso passato.</p>
<p>Vorrei che gli abitanti di Trento si unissero a quelli di Besenello (o a quelli di Rovereto, si veda il progetto prescelto) per infuriare contro il fioccaccio autostradale ivi previsto, costringendo le autorità a desistere dal loro folle piano (sono pronto a partecipare in prima persona).</p>
<p>Vorrei che la città di Trento trovasse un rapporto di ascolto e collaborazione, e forse anche di coordinamento illuminato, con le valli che la circondano e le loro culture (e non solo con i relativi potentati economici).</p>
<p>Vorrei che la città di Trento, che per tanti anni ha avuto una minoranza tedesca, sapesse instaurare un dialogo costruttivo e vivido con Bolzano.</p>
<p>Vorrei che si ripristinasse la magnifica e nobile pavimentazione sconnessa dei marciapiede del centro storico, vittima del gusto spartitraffistico e autogrillesco.</p>
<p>Vorrei che si interrasse l’onerosissimo progetto di interramento della ferrovia, non esiziale (e men che meno risolutivo) per i destini della città.</p>
<p>Vorrei che a Trento arrivasse il mare (il Tirreno), con un relativobel lungomare, o in mancanza di meglio almeno un braccio del Lago di Garda.</p>
<p>Vorrei che i governanti di Trento fossero coscienti che la viabilità culturale è più importante, e ben più redditizia, della viabilità automobilistica.</p>
<p>Vorrei che il quotidiano ‛L’Adige’ non ignorasse i miei libri quando escono (anche per criticarli, naturalmente), e questo non per ammaliare il mio ego ma in quanto contributi (certo modesti) della cultura trentina innestata nel mondo.</p>
<p>Vorrei che il bar della stazione fosse promosso monumento nazionale (mantenendo l’attuale arredo e personale).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdA: questo pezzo è compreso nella raccolta di contributi &#8220;La Trento che vorrei&#8221;, pubblicato da <a href="http://www.edizionihelvetia.it/">Edizioni</a> <a href="http://www.edizionihelvetia.it/">Helvetia </a></em> <em>(2019)</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/MAGAZZINO_241_immagine_copertina_134a5.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-80313" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/MAGAZZINO_241_immagine_copertina_134a5-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/MAGAZZINO_241_immagine_copertina_134a5-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/MAGAZZINO_241_immagine_copertina_134a5.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/MAGAZZINO_241_immagine_copertina_134a5-200x286.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/MAGAZZINO_241_immagine_copertina_134a5-160x228.jpg 160w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></a></p>
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		<title>Domenica pomeriggio sul ponte (un racconto)</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Aug 2016 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[Gilles Weinzaepflen]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Trento]]></category>
		<category><![CDATA[UCT]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori à Gilles Weinzaepflen Un poeta con un corpo leggero e come sospeso nell’aria da poeta camminava su un ponte che scavalcava un fiume tranquillo ma anche greve di marrone determinazione, perché nelle settimane precedenti aveva invaso le rive, quasi scavallando nelle vie della cittadina. Con lui c’era una donna leggera e come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/08/06/domenica-pomeriggio-sul-ponte-un-racconto/dsc_0058_rid/" rel="attachment wp-att-63998"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-63998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/DSC_0058_rid-150x150.jpg" alt="DSC_0058_rid" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/DSC_0058_rid-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/DSC_0058_rid-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/DSC_0058_rid-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p align="right">à Gilles Weinzaepflen</p>
<p>Un poeta con un corpo leggero e come sospeso nell’aria da poeta camminava su un ponte che scavalcava un fiume tranquillo ma anche greve di marrone determinazione, perché nelle settimane precedenti aveva invaso le rive, quasi scavallando nelle vie della cittadina. Con lui c’era una donna leggera e come sospesa nell’aria che scuoteva le anche a ogni passo, ma con una grazia trattenuta di cavalla ben educata, la quale era la sua compagna ormai da tanti anni. E anche un uomo straniero che calcava a ogni passo le scarpe da ginnastica sull’asfalto come per incollarle meglio che poteva, forse proprio perché essendo straniero aveva bisogno di sentirsi attaccato a qualcosa. Camminavano fianco a fianco, visto che il marciapiede era largo, e sembrava voler contribuire alla tranquillità di quella domenica pomeriggio così nervosamente contemporanea ma anche per certi versi ottocentesca. Si dirigevano verso la fermata del treno urbano che li avrebbe riportati nell’aria sporca del cuore della metropoli.</p>
<p>Mentre avanzavano un fruscio violento spostò l’aria accanto alla spalla dello straniero, non lontano anche &#8211; sull’altro lato &#8211; dalla spalla della donna leggera, facendo lievitare ancora di più il suo corpo sottile, che si staccò quasi da terra, come gli angeli in certi vecchi quadri. Si trattava di una bicicletta che sfrecciava ardita, e non contenta di averli sorpresi disegnò una virtuosa ansa attorno a una donna con una forma di medusa che incedeva davanti a loro, facendola caracollare dall’altra parte, simile a un lenzuolo gonfiato dal vento. Qualche metro dopo la ruota anteriore del rampichino fiero delle proprie prodezze perse però aderenza e scivolò leggera sul marciapiede, o forse meglio un po’ sollevata sopra di esso, disarcionando il conducente, il quale nella caduta si diresse molto lentamente ma con traiettoria determinata verso l’asfalto, come succede nel tempo rallentato degli incidenti, e molto lentamente ma anche con estrema violenza picchiò alla fine della sua corsa la spalla contro di esso. Non era però finita, perché adesso era la testa che si dirigeva lenta ma inarrestabile contro la pietra della base della spalletta del ponte: ormai lo schianto sembrava ineluttabile. Quella testa rallentò invece per qualche ragione la corsa, fermandosi qualche centimetro prima dell’impatto.</p>
<p>I tre camminatori non vecchi ma nemmeno giovani passarono a fianco dello spericolato corridore, e con sorpresa constatarono che non si trattava di un ragazzo, ma di un uomo con basette di uomo ben ancorato all’asfalto. S’era già rialzato, e tenendo gli occhi bassi osservava la ruota anteriore del rampichino, tutta a onde come un mare aperto arrabbiato. Fece qualche tentativo per fare avanzare la bicicletta, ma questa proprio non voleva saperne. Sembrava incredibile che quei moderni materiali che qualche istante prima erano regolarissimi e efficienti, nella cosiddetta realtà era stato un attimo, fossero adesso così malridotti, e la ruota non potesse più girare. Pareva l’unica prova che era davvero successo qualcosa di non banale, quasi un monito sulla fragilità dell’esistenza. Lo straniero alla ricerca di aderenze sul suolo guardò l’uomo, che sembrava anche lui straniero, seppure di territori più soleggiati e indomiti, per chiedergli se aveva male o aveva bisogno di aiuto, ma era evidente che lui era vergognoso di quanto era successo, e voleva solo scapparsene via per conto suo. E quindi continuarono il loro cammino verso la stazione, alla fine di quella domenica per molti versi ottocentesca passata tra ragazzi che erano ormai uomini fatti, ma chi più chi meno avevano difficoltà a aggrapparsi alle cose quotidiane, essendo tutti artisti con inquietudini e infantilismi per certi versi senili di artisti.</p>
<p>A quel punto il poeta rise, seppure in modo un po’ ineffabile, perché anche i poeti più ineffabili sfogano la tensione ridendo, seguito dalla sua compagna così simile a una delle matite longilinee che era abituata a tenere in mano, e dallo straniero avvezzo a stipare tutto quello che aveva capito del mondo in libri non grossi ma nemmeno sottili e leggeri come quelli del poeta tanto simile a un giunco. Allo straniero piaceva infilare quello che aveva capito anche nei discorsi, pur non essendo un abile conversatore, e quindi spiegò che non c’era da stupirsi che lo strano corridore fosse caduto, visto che lo avevano fissato con sguardi intensi e pieni di rimprovero. Il poeta stentava a capire, perché pur essendo un poeta ultracontemporaneo rotto a qualsiasi sperimentalismo era malato di razionalismo, e anche la sua compagna disegnatrice a dispetto dei suoi disegni bizzarri era prigioniera dello stesso scientismo. Lo straniero se lo aspettava, perché conosceva il paese dove viveva e al quale cercava di abbarbicarsi, e quindi mentre si allontanavano dal ponte e dalla sua acqua simile a caffelatte spiegò che non è poi così difficile per la forza del pensiero far cascare una bicicletta, soprattutto quando varie persone ben decise uniscono le forze.</p>
<p>Il poeta e la sua compagna così simili nella loro elegante fragilità androgina resistevano con esitazioni imbarazzate, ma poi capitolarono, e anzi erano felici di fare loro quella spiegazione con il fascino delle cose esotiche: adoravano giocare assieme con la fantasia. Ormai convinti, o fingendo di esserlo, chiesero al loro amico alcune precisazioni, e lui gliele diede. <em>Allora potremmo rovesciare anche un camion delle spazzature?</em>, domandò dopo qualche attimo di silenzio la donna filiforme, con la fronte solcata da una ruga verticale di bambina seria. Lo straniero in realtà già quasi anziano spiegò con un tono allegro ma anche condiscendente che certo loro tre non sarebbero riusciti a ribaltare un camion delle spazzature, ma forse se fossero stati più numerosi, o a loro si fosse unito qualcuno con facoltà molto potenti, ce l’avrebbero fatta, vallo a sapere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(questo racconto è stato pubblicato sul mensile UCT (Uomo-Città-Territorio), numero 486, luglio 2016, Trento; l&#8217;immagine è una dea-madre, al Museo Archeologico di Cagliari)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La vita in tempo di guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2015 05:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Manica]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Beltrami]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Ungaretti]]></category>
		<category><![CDATA[Memorialistica]]></category>
		<category><![CDATA[Prima guerra mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>
		<category><![CDATA[Trento]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sergio Garufi Per capire un libro non serve leggerlo da cima a fondo. I libri, più saggi degli uomini o forse solo più scaltri, cedono prima l&#8217;anima del corpo, tanto quella, si sa, è immortale. A volte la esalano così in fretta che non si fa neppure in tempo a toccarli. Non è difficile. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/foglie-di-autunno.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-53546" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/foglie-di-autunno.jpg" alt="foglie-di-autunno" width="333" height="286" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/foglie-di-autunno.jpg 333w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/foglie-di-autunno-300x258.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 333px) 100vw, 333px" /></a>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Per capire un libro non serve leggerlo da cima a fondo. I libri, più saggi degli uomini o forse solo più scaltri, cedono prima l&#8217;anima del corpo, tanto quella, si sa, è immortale. A volte la esalano così in fretta che non si fa neppure in tempo a toccarli. Non è difficile. Per cogliere lo spirito di un libro basta sfogliarlo, annusarlo un po’, leggerne qualche brano</span></span><span style="color: #141823;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">, e se vale davvero ne saremo subito conquistati. Succede così con </span></span></span><span style="color: #141823;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>La Vita Gueresca, </i></span></span></span><span style="color: #141823;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">le memorie dal fronte dell’agricoltore trentino Giacomo Beltrami. All’apparenza è il classico diario di un reduce della Prima Guerra Mondiale, che racconta i bombardamenti e gli assalti con una lingua elementare, ma è sufficiente scorrerne poche righe in un’antologia e fra mille errori si scoprirà un verso immortale, di quelli che si studiano a memoria nella scuola dell’obbligo. La perla è la celebre similitudine della poesia </span></span></span><span style="color: #141823;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Soldati</i></span></span></span><span style="color: #141823;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">, solo che Beltrami la scrisse due anni prima di Ungaretti, nel 1916, osservando che </span></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">il nemico “cadeva come le foglie deli alberi lautuno”</span></span><span style="color: #141823;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">. Non si tratta di plagio, sebbene l’analoga circostanza bellica autorizzi il sospetto, intanto perché il manoscritto di Beltrami non fu mai pubblicato, e poi perché </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">i versi di Ungaretti valgono più per la struttura, con i due settenari ritmati dall’enjambement, che per la similitudine, tutto sommato ovvia; se no anche mio nonno anticipò Yves Klein quando pitturò di blu la porta della cantina. Però è il segno evidente di una sensibilità estetica non comune, dell’appartenenza a una grande tradizione, difatti la stessa immagine si trova, con motivazioni diverse, in Omero, Virgilio e Dante, volendo citare solo i maggiori. Per Ungaretti il motivo dell’accostamento tra uomini e foglie era la precarietà umana, quel “si sta” sempre in bilico tra la vita e la morte, mentre per Beltrami significava</span></span></span><span style="color: #141823;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> la caduta, la sconfitta, non a caso riservata al nemico; e il nemico di un suddito dell’impero austroungarico erano anche gli italiani, tanto che i trentini venivano mandati a combattere lontano, contro i Russi, temendo che lo scontro coi fratelli di lingua li potesse indurre a disertare. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #141823;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Ma il ricorso alla similitudine in Ungaretti e Beltrami non fu un caso isolato. </span></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">A leggere le tante testimonianze dal fronte pubblicate per il centenario, come quelle incluse nella </span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Storia intima della Grande Guerra</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> di Quinto Antonelli (Donzelli editore), fu soprattutto con la similitudine, la più semplice e diretta delle figure retoriche, che i poeti nei versi e i fanti nelle lettere provarono a raccontare gli orrori del conflitto. Evidentemente, una violenza così cieca e distruttiva, frutto della prima guerra davvero mondiale per dimensione, uomini e Stati coinvolti, doveva essere ricondotta a qualcosa di noto per renderla comprensibile a chi era rimasto a casa. A parte questo tratto comune però, la scrittura dei soldati e quella degli ufficiali appartenevano a due mondi totalmente diversi. Gli ufficiali si arruolarono volontari, perché fu il partito degli intellettuali e dei giornalisti, come i futuristi di Marinetti e i seguaci di D’Annunzio, a trascinare in guerra una nazione titubante. Secondo loro l’Italia era fatta ma non compiuta, e serviva un lavacro di sangue per riconquistare le terre irredente e cementare lo spirito identitario del popolo. Nel voluminoso epistolario degli ufficiali curato da Antonio Monti, la retorica patriottica della </span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>bella morte</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> che anima quelle lettere è finalizzata a sostenere la bontà della causa italiana. Anche considerando la mano pesante della censura, i veri destinatari sembrano essere i posteri, più che i familiari. Le similitudini usate dagli ufficiali restano lugubri e angosciose ma sono sempre riscattate dallo scopo eroico, dal sacrificio consapevole, al punto che a volte, come nelle parole del sottotenente Annibale Calini, s’invitano i genitori a benedire la guerra perché “come il fuoco mi ha distrutto, ma ha coronato di luce la mia fine”. Al contrario, il soldato semplice in genere era un contadino, un artigiano o un manovale obbligato a combattere. Molti ufficiali lo ritrassero in modo paternalistico e indulgente, come fosse un bambino sperduto, in alcuni casi lodandone addirittura la beata ignoranza.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/bel.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" size-full wp-image-53972 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/bel.jpg" alt="bel" width="578" height="323" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/bel.jpg 578w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/bel-300x168.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 578px) 100vw, 578px" /></a></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Giani Stuparich (in </span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Guerra del ’15</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">, fresca ristampa di Quodlibet), notando un contadino sul treno per il fronte, ne rimarcava l’espressione terrorizzata e ammutolita da animale condotto al macello; e forse fu proprio per ridargli voce che l’interesse degli storici col tempo s’è concentrato sulla scrittura popolare dei combattenti. L’emersione di uno sterminato corpus di epistolari e memorie ha favorito una storiografia “dal basso” che intendeva porre l’accento sui veri protagonisti della guerra. Sembrerà strano che in quelle condizioni bestiali, dentro trincee infestate da topi e pidocchi e in mezzo a cadaveri insepolti, i soldati sentissero ugualmente il bisogno di scrivere, ma quello era l’unico modo che avevano per fuggire l’orrore del presente. Filippo Guerrieri, un giovane tenente, in una lettera ai genitori spiegò l’importanza di quel rapporto: “Difficilmente mandiamo delle maledizioni, perché a tutto siamo abituati, non ci si arrabbia se piove e non abbiamo da cambiarci, se il rancio non arriva, se il fuoco infuria, siamo alla guerra e deve essere così, ma guai se la posta non arriva, è l’ira di Dio che si scatena”. Molte lettere esprimono la nostalgia di casa, la paura di morire, la speranza in una rapida fine delle ostilità; ma in alcune regna lo sconforto più nero, come le parole agghiaccianti che il fante Andrea Pistoia rivolse alla moglie: </span></span><span style="color: #141823;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8220;non pensare troppo a me, considerami perso, io non sono più niente, non esisto più, non spero neanche più di vederti&#8221;.</span></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> La sintassi è spesso impacciata, rasenta l’afasia, quasi che la necessità e l’impossibilità di raccontare l’inferno non fossero due principi opposti, bensì due facce di un unico processo. In una lettera del calzolaio trentino Angelo Poli, coinvolto nella terribile battaglia di Rawa-Ruska, questo ossimoro suggella un lungo elenco di atrocità. Dopo aver tratteggiato dettagliatamente un panorama apocalittico da “finizione del mondo”, Poli conclude dichiarando: “era una roba che non si può nemmeno deschrivere”. In queste lettere si avverte spesso lo sforzo di abbandonare il dialetto, e tuttavia è grazie a quei goffi tentativi che la lingua risulta più aderente ed efficace nel registrare lo choc della guerra. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Anche la scrittura di Beltrami risente della sua formazione vernacolare, oltre al fatto che compila le sue memorie a quarant’anni, ben lontano dai ricordi scolastici, eppure i frequenti errori non affaticano il lettore, che si sente totalmente immerso nella storia grazie allo stile diretto e partecipe. </span></span><span style="color: #141823;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Spedito nell’agosto 1914 a combattere in Galizia, Beltrami scrisse queste memorie due anni dopo, durante la prigionia in Uzbekistan. Da quel gelido finisterrae </span></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">raffigurò il tramonto della sua civiltà con grande tenerezza ma senza infingimenti, sapendo che le contraddizioni di quella civiltà erano insuperabili, ma sapendo pure di affondare le proprie radici in quelle contraddizioni</span></span><span style="color: #141823;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">. In questo senso, </span></span></span><span style="color: #141823;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>La Vita Gueresca</i></span></span></span><span style="color: #141823;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> è il resoconto di una disfatta personale e collettiva, il testamento di un’esistenza che si scopre infine abbandonata a se stessa. Al ritorno a casa, dissolto l’impero asburgico, Beltrami diventerà il suo nemico fraterno: un cittadino italiano. Farà in tempo a sposarsi, ad avere una figlia, a vedere un’altra guerra e a morire poco dopo, nel ’48, senza più riprendere in mano la penna. Quel bellissimo manoscritto resterà un unicum, tenuto nascosto perfino ai familiari. Consegnato postumo a</span></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">ll’<a href="http://fondazione.museostorico.it/index.php/Archivi-e-collezioni/Fondi-e-collezioni/Archivio-della-scrittura-popolare">Archivio della scrittura popolare di Trento</a>, oggi lo si può leggere integralmente solo in rete, in allegato alla bella tesi di laurea che <a href="https://federicomanica.files.wordpress.com/2012/05/tesi_laurea_triennale.pdf">Federico Manica</a> gli ha dedicato. Descritto dai discendenti come un uomo basso e schivo, dedito unicamente ai frutti del suo orto e alla coltivazione del tabacco, Beltrami</span></span><span style="color: #141823;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> visse l’esperienza della scrittura come una breve parentesi, qualcosa che cominciò e finì con la guerra. Fece com</span></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">e le nespole che danno il meglio di sé e acquistano le ali cadendo, quelle che maturano nel breve spazio tra il ramo e il suolo, che si staccano acerbe e trasmigrano come anime nel tempo di un respiro, lasciando sul terreno soltanto una piccola poltiglia silenziosa.</span></span></p>
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		<title>La bestiaccia (da &#8220;Rogo&#8221;)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2014 13:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[CartaCanta editore]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[infanticidio]]></category>
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					<description><![CDATA[#BadMommyDay3 &#160; &#160; &#160; di Giacomo Sartori Anna non riesce a connettere, non sa più nemmeno dov’è, non sa più niente. Sa solo che un fuoco le brucia la carne. Un rogo la scardina, come succede ai tetti che ardono, quando le travi di legno crepitano e si sgretolano, franano su loro stesse. Le sue [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/16/la-bestiaccia/nolde_e25a20e5e3c020d4407eab6eea12c1a7/" rel="attachment wp-att-50237"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-50237" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/nolde_e25a20e5e3c020d4407eab6eea12c1a7.jpg" alt="nolde_e25a20e5e3c020d4407eab6eea12c1a7" width="236" height="295" /></a>#BadMommyDay3</strong></em><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-50229" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig-300x135.jpg" alt="1508600_orig" width="83" height="37" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig-300x135.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 83px) 100vw, 83px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Anna non riesce a connettere, non sa più nemmeno dov’è, non sa più niente. Sa solo che un fuoco le brucia la carne. Un rogo la scardina, come succede ai tetti che ardono, quando le travi di legno crepitano e si sgretolano, franano su loro stesse. Le sue ossa si stanno staccando le une dalle altre, si dislocano. E lei non può fare niente per fermare quella catastrofe, non può difendersi. Può solo aspettare che la sua coscienza si spenga. Che finalmente la sofferenza cessi.<span id="more-50202"></span></p>
<p>Non è più a tavola, è seduta sul water. Nel grande bagno della nonna con la vasca infossata nel pavimento e la scaletta di legno per accederci. Non sa come ci è arrivata, ricorda solo che non ce la faceva più a stare seduta, e che si è strappata via dalla tavola. Le è rimasto nella mente lo sguardo di Rudy, una di quelle occhiate che ti attraversano senza vederti davvero: stava per chiederle se andava tutto bene &#8211; lei lo conosce come le sue tasche – ma poi è stato risucchiato da una frase del dottore. Le sembra però che tutto questo sia successo da tantissimo tempo, quando era piccola. Quando non sapeva ancora che si potesse sopportare un dolore così grande.</p>
<p>Le pare di essersi scaricata, ma non è sicura: il suo corpo non ha più alcuna sensazione precisa, è un ammasso tumefatto di calore insopportabile. Anche quando tocca la superficie liscia delle piastrelle non sente niente. C’è solo quel nemico mortale, che continua a guadagnare terreno, ma non in modo costante, a ondate successive. Parerebbe impossibile che possa ancora estendersi, e invece appena va un po’ meglio è il segnale che sta per arrivare un altro attacco. Sente distintamente che il suo ventre si sta strappando: i muscoli e le membrane e gli organi si lacerano, come quelle degli animali al macello. La stanno macellando.</p>
<p>Ora è distesa nella bizzarra vasca da bagno della nonna. È riuscita a trascinarsi fino alla scaletta in legno da barca e a stendersi: lì sta meglio. Può chiudere gli occhi, può cercare di contrastare quel dolore pazzesco. Per tenerlo a bada stringe i denti con tutte le forze che ha nelle mascelle, strizza tutta la faccia: puntando i piedi e spingendo più che può le sembra che vada un po’ meglio. Punta anche i gomiti, fa forza anche con quelli. È un arco teso allo spasimo, una bestia che ringhia e si difende dalla morte che vuole averla. Perché dopo quelle dislocazioni distruttive può esserci solo la morte. La pressione cresce però ancora, arriva a un punto di non ritorno: è un fiume di lava incandescente che la forza dall’interno. È la fine, si dice. In quel preciso momento è percorsa da uno strattone violentissimo, un sommovimento parossistico che sembra esaurirsi e invece si prolunga, non finisce mai. I suoi pensieri bruciano assieme alla carne, si annullano nell’incendio. Finché di colpo la tensione si spezza, e segue quasi un sollievo.</p>
<p>Adesso il male è cambiato, è diventato quello di una ferita aperta, di una piaga schiaffeggiata dal vento. È più sopportabile. Sente che tra le gambe è bagnata: non se n’era accorta. E nella brodaglia calda sotto di lei c’è qualcosa di duro. Tastando con la mano incontra un ammasso allungato: sembra carne, carne elastica e pesante. Prima ancora di pensarci la solleva, e vede che è un bambino. Un bambino con la testa ammaccata di neonato e con gli occhi spalancati di bambola. A vederlo ha una sensazione di ripugnanza, come quando si adocchia una pantegana o un’altra bestia che non ci si aspettava di incontrare. Lo lascia cadere, si ritrae il più possibile lontana.</p>
<p>Lei non ne vuole sapere di quell’intruso che emette suoni di trombetta rotta. Prova anzi una rabbia istantanea per la sua tracotanza: è lui che le piantava i coltelli nel ventre. Ora è tutto chiaro: approfittando della sua disattenzione si è incistato dentro di lei, e intendeva farla fuori. E adesso piange, vorrebbe intenerirla. Prima ancora di pensarci afferra l’asciugamano appeso al ramo di larice accanto allo specchio, e chinandosi in avanti ce lo infila dentro. Stringe forte, come si avvolgono nella carta i mazzi di fiori. Ma c’è un filo che le impedisce di arrotolare la spugna morbida fino a chiuderla. È il cordone ombelicale, i neonati hanno sempre un cordone ombelicale. Anche quell’intruso ne ha uno. Lo strappa allora come si rompono gli elastici, afferrandolo con le due mani e tirando con tutte le forze.</p>
<p>Il male che le attanaglia il ventre sale fino alle tempie e al cervello, però è viva, sta sulle gambe. Riesce a stare in piedi. E soprattutto adesso conosce l’origine di quel dolore: l’importante è sapere da dove veniva. Ora sa cosa è successo davvero: non c’entrava la carne cruda che ha mangiato in piedi davanti al frigorifero, i veri responsabili sono i Caraibi. Una volta estirpatane la fonte non può però che passare. L’importante è che la causa sia stata sradicata. Ora nessuno le farà più male.</p>
<p>Posa l’asciugamano per terra, e pulisce la vasca con il tubo della doccia. Vuole che quelle macchie e quei grumi rossastri scompaiano, vuole che tutto ritorni come prima. Domani molti ospiti verranno in quel bagno, anche se non è l’unico della casa. Faranno i loro bisogni, o anche solo si risistemeranno davanti allo specchio, come si fa alle feste. È per questo che non devono esserci chiazze rosse nella vasca, e nemmeno tracce lasciate da una pulizia approssimata. I sanitari e le piastrelle devono essere scintillanti e privi di odori come se la nonna fosse ancora lì a vegliare sulla sua reggia. Non sarà certo lei a mandare a monte tutti gli sforzi che ha fatto il nonno perché tutto sia perfetto. Ha già fatto anche troppi disastri, nella sua esistenza.</p>
<p>Il nemico si è rifatto sotto: sente di nuovo i coltelli dentro di lei, sente che scavano ancora. Si siede allora sul water, si stringe la testa tra le mani. Spera che non ricominci tutto daccapo: le sembra che questa volta non ce la farebbe. Non ha più la forza, i danni sono già anche troppo gravi. Mentre si morde il palmo della mano un oggetto molle scivola fuori dal suo corpo, come sputato fuori da una forte pressione, come aspirato verso l’esterno. Una guaina viscida che lei non vuole vedere: preme il pulsante dello sciacquone. Per qualche istante quella spessa membrana ottura la tazza, e invece con palpitazioni di medusa viene poi risucchiata dal foro: il livello dell’acqua torna a essere quello normale.</p>
<p>Adesso c’è una spiegazione. La riconforta avere la sicurezza che non si tratta di qualcosa di irreparabile, e che tutto si aggiusterà. Ora sa che il suo dolore diminuirà. Deve solo aspettare che scemi, come ha fatto in tante altre occasioni. Può vincere quella forza malefica ignorandola, fingendo che non esista, come si fa con le persone arroganti. A questo è abituata. Adesso non ha più nessuna paura.</p>
<p>Si sente molto debole, e ogni movimento le strappa dei gemiti, ma in qualche modo riesce a sfregare e lucidare, se non fa movimenti bruschi può benissimo venircene a capo. Ha l’impressione di nettare anche se stessa, di togliersi di dosso tutto il fardello che l’opprimeva e l’annichiliva. Ha l’impressione di rinascere. Aveva dentro tanta sporcizia, per questo le ultime settimane sono state così dure, per questo non ne poteva più. Adesso se dio vuole s’è scaricata, s’è svuotata completamente. Dall’asciugamano arrotolato escono dei gemiti, ma sono flebili, riesce a sopportarli. Ora la vasca non è più rossa di sangue, non ci sono più quei grumi e quelle bave impressionanti. C’è un buon odore di crema detergente per i sanitari, le piastrelle ricominciano a brillare. Resta solo qualche stria sul pavimento, presto sparirà anche quella. Fin da piccola lei è molto brava a pulire: la nonna per scherzare le diceva che mal che andasse avrebbe potuto fare la donna dei mestieri.</p>
<p>Adesso è un dolore normale, un dolore che non la spaventa più. Un po’ alla volta quel bruciore così intenso diventerà più flebile, e poi ancora sarà solo un ricordo. Succede sempre così: le cose più brutte si trasformano in oggetto di nostalgia. L’importante adesso è sapere che è pulita, che non ha niente di cui vergognarsi. Deve smettere di pensare di essere colpevole di tutto quello che succede: a ben vedere fa anche lei del suo meglio, come tutti. Come dice Rudy il suo difetto è mettersi in testa, dare sempre per scontato che fa tutto sbagliato.</p>
<p>Le sue calze sono ancora intrise di sudicio. Le ha sfregate a più riprese con la pezza umida, ma lasciano pur sempre qualche traccia violacea sulle piastrelle del pavimento. L’unica soluzione è toglierle e metterle sotto il rubinetto, sciacquare per bene anche quelle. Le strizza poi più forte che può e le rinfila: adesso non c’è più il minimo problema. Quando si fanno le cose bene le magagne si aggiustano, questo lo ha imparato. Con un’ultima ripassata il bagno sarà assolutamente perfetto: lucido e scintillante come piace a lei, accogliente. A questo punto dovrà solo sistemarsi un po’ meglio i vestiti. Anche quelli devono essere di nuovo a posto. Tutto deve tornare come prima.</p>
<p><em>[questo è un capitolo del romanzo &#8220;Rogo&#8221;, che sarà pubblicato in febbraio]</em></p>
<p><em>(l&#8217;immagine: Emil Nolde)</em></p>
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		<title>Gli orsi trentini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jul 2012 06:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori La più incazzata è la tipa delle asine l’orso le ha fatto secche due asine era molto affezionata (la capisco alla mia veneranda età mi sono invaghito di una tigre di peluche) milita per il genocidio degli orsi ha fomentato un comitato i valligiani sono d’accordo il partito xenofobo si è schierato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/07/16/gli-orsi-del-trentino/orso/" rel="attachment wp-att-42999"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-42999" title="Orso" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/Orso-300x179.jpg" alt="" width="300" height="179" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/Orso-300x179.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/Orso.jpg 501w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>La più incazzata è la tipa delle asine</p>
<p>l’orso le ha fatto secche due asine</p>
<p>era molto affezionata</p>
<p>(la capisco</p>
<p>alla mia veneranda età</p>
<p>mi sono invaghito di una tigre</p>
<p>di peluche)</p>
<p>milita per il genocidio degli orsi<span id="more-42943"></span></p>
<p>ha fomentato un comitato</p>
<p>i valligiani sono d’accordo</p>
<p>il partito xenofobo si è schierato</p>
<p>Certo che l’orso è un rompicapo</p>
<p>è un bestione maleducato</p>
<p>fracassa tutto</p>
<p>non sbocconcella con il mignolo in alto</p>
<p>tanto per cominciare squarta e massacra</p>
<p>poi grufola nelle interiora</p>
<p>è come se uno al ristorante</p>
<p>rovesciasse prima i tavoli</p>
<p>danzando sul carrello dei dolci</p>
<p>e sviscerando i camerieri</p>
<p>c’è un limite a tutto</p>
<p>Pure da mio zio è passato</p>
<p>ha sbrindellato cinque oche e sette galline</p>
<p>schiantando trenta metri di steccato</p>
<p>per fortuna non è entrato dai cavalli</p>
<p>mio zio però ronfava</p>
<p>ha sempre avuto sonni duretti</p>
<p>(secondo mia madre è anche lui un orso)</p>
<p>il giorno dopo si è attivato per i rimborsi</p>
<p>deplorando le scartoffie</p>
<p>I nostri orsi non sono cattivi</p>
<p>dicono gli esperti di orsi</p>
<p>però insomma non si sa mai</p>
<p>mamma orsa si potrebbe pur sempre innervosire</p>
<p>Gli xenofobi reputano l’orso buono</p>
<p>sotto tendoni di plastica</p>
<p>proponevano spezzatino di orso</p>
<p>e proprio qui spunta la pusillanimità</p>
<p>se avessero le cosiddette palle</p>
<p>sarebbe stato orso allo spiedo</p>
<p>o testicoli d’orso impannati</p>
<p>o al limite spezzatino di tunisino</p>
<p>Adesso sono gli asini</p>
<p>la prossima volta saranno i nostri bambini</p>
<p>vociavano i manifestanti antiorso</p>
<p>Anche per le auto è diventato pericoloso</p>
<p>uno non può nemmeno rientrare la sera</p>
<p>dopo aver bevuto un bicchierino</p>
<p>che cozza contro un orso</p>
<p>anche questo succede</p>
<p>come se non avessimo già abbastanza fastidi</p>
<p>con la crisi e i clandestini</p>
<p><em>abbiamo cercato di rianimarlo ma non c’era niente da fare</em></p>
<p><em>era bellissimo</em></p>
<p>ha dichiarato l’anziano conducente</p>
<p>lui non ce l’aveva con l’orso</p>
<p>nonostante il mezzo distrutto</p>
<p><em>nella mia vita ho fatto due milioni di chilometri</em></p>
<p>ripeteva</p>
<p>si sentiva in colpa</p>
<p>(la tizia delle asine avrebbe disapprovato)</p>
<p>trattandosi solo di un orso</p>
<p>nessuno gli ha fatto il test dell’alcol</p>
<p>Bisognerebbe educarli al bavaglino</p>
<p>come nei cartoni animati</p>
<p>a inchinarsi quando ti incontrano</p>
<p>a rizzarsi sulle zampe per gioco</p>
<p>(qualcuno ricorda i tiri a segno?)</p>
<p>a attraversare sulle strisce</p>
<p>evitando l’autostrada</p>
<p>dal punto di vista etologico è concepibile</p>
<p>un tempo non c’era fiera di paese</p>
<p>senza orso che ballava e si impennava</p>
<p>proponiamo corsi per ammaestratori di orsi</p>
<p>cofinanziati dall’Unione Europea</p>
<p>Un altro orso è schiattato di overdose</p>
<p>gli hanno sparato una siringa di sonnifero</p>
<p>per infilargli il radiocollare</p>
<p>hai un bell’essere un orso</p>
<p>un’overdose è un’overdose</p>
<p>per il veterinario il dosaggio era appropriato</p>
<p>anzi un po’ meno</p>
<p>ma è un po’ difficile credergli</p>
<p>prova tu a stimare il peso di un orso in piena notte</p>
<p>o forse l’orso era allergico</p>
<p>aveva proustiane crisi di asma</p>
<p>ormai siamo tutti postmoderni</p>
<p>a far bene ci vorrebbe l’anestesista</p>
<p>prima di sparare il sonnifero</p>
<p>Per il presidente della Provincia Autonoma</p>
<p>va dimezzato il numero di capi</p>
<p>questa a casa mia si chiama ecatombe</p>
<p>con il suo capoccione da plantigrado insiste</p>
<p>gli orsi non votano</p>
<p>i rustici idrofobi però sì</p>
<p>e quindi in un certo senso</p>
<p>è come se gli orsi votassero</p>
<p>ci va di mezzo la maggioranza</p>
<p>il ragionamento politico non fa una grinza</p>
<p>Anche mio padre era un orso</p>
<p>secondo mia madre</p>
<p>proprio come mio zio</p>
<p>quello delle cinque oche sbrindellate</p>
<p>come del resto gli altri due fratelli</p>
<p>e tutti gli abitanti della regione</p>
<p>è cosa risaputa</p>
<p>e anche se si ignorasse</p>
<p>salterebbe presto agli occhi</p>
<p>uno entra in una panetteria</p>
<p>e dietro il bancone trova un orso</p>
<p>con bramiti e silenzi di orso</p>
<p>idem per i caffè e i negozi</p>
<p>non parliamo poi dei passanti</p>
<p>siamo una terra di orsi</p>
<p>in questo frangente va rammentato</p>
<p>(pure la donna delle asine ha un marito orso?)</p>
<p>Certo gli orsi calamitano i turisti</p>
<p>le stelle alpine non estasiano più nessuno</p>
<p>sporulano dentro libri desueti</p>
<p>il miglior logo è ormai l’orsetto</p>
<p>(ridonda il master di marketing)</p>
<p>l’orso invero mette anche pippa al culo</p>
<p>il turista medio caracolla con passi flatulenti</p>
<p>e incoccia in un orso bruno</p>
<p>come minimo gli viene un coccolone</p>
<p>hai voglia sguainare lo stuzzicadenti</p>
<p>è un equilibrio instabile</p>
<p>da una parte ci sono i soldi</p>
<p>e dall’altra altri soldi</p>
<p><em>Raccontare la storia dell’orso</em></p>
<p>significa farla lunga</p>
<p>o distrarre dall’essenziale</p>
<p>parlare insomma come nei posti senza orsi</p>
<p>poniamo a Caserta o in Marocco</p>
<p>in fondo io stesso racconto la storia dell’orso</p>
<p>ai miei conterranei orsi</p>
<p>sotto la scorza cosmopolita</p>
<p>a ben vedere sono anch’io un orso</p>
<p><em>(questo testo, che si inserisce in un dibattito autoctono sul tema <a href="http://www.orso.provincia.tn.it/">orso sì</a> &#8211; orso no, non ha naturalmente nessuna velleità poetica, è solo venuto così)</em></p>
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		<title>Minuti omicidi di casa mia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 09:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cognola]]></category>
		<category><![CDATA[figlicidi]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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		<category><![CDATA[Trento]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori In settembre mi trovavo all’estero. È da lì che ho letto sul sito di un quotidiano nazionale che c’era stato un infanticidio in provincia di Trento. Mi sono quindi spostato su un quotidiano locale, ma senza affrettarmi: davo per scontato, me ne sono accorto dopo, che si trattasse di una valle periferica, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>In settembre mi trovavo all’estero. È da lì che ho letto sul sito di un quotidiano nazionale che c’era stato un infanticidio in provincia di Trento. Mi sono quindi spostato su un quotidiano locale, ma senza affrettarmi: davo per scontato, me ne sono accorto dopo, che si trattasse di una valle periferica, di uno dei tanti paesi strattonati tra sfilacciamento postindustriale e impossibile arcadia turistica. E invece il nome nei titoli era proprio quello del comune dove sono cresciuto e dove abito: Cognola. Stentavo a crederlo, ma il delitto si era svolto proprio lì. Come è ovvio mi sono precipitato a cliccare su quello che sembrava essere l’articolo più importante.</p>
<p>Prima ancora di cominciare la lettura sono incappato nella fotografia di una vecchia villa che conosco molto bene fin da bambino, e nella quale abitava una lontana cugina di mio padre. Non solo il fattaccio era avvenuto al mio paese, ma nella casa della B. Ogni volta che ci passavamo davanti qualcuno dei miei familiari esclamava “questa è la casa della B.!”. Poi ci ero transitato davanti infinite altre volte da solo, quando in città ci andavo in motorino, anche con quindici gradi sotto zero, e poi tornavo in piena notte: in attesa di partire davvero. Ora evidentemente &#8211; e con la lontananza mi ero perso anche questo &#8211; la B. era morta, e l’antica casa patrizia mai rintonacata, e proprio lì sta il suo fascino, era abitata da qualcun altro, la famiglia del dramma.</p>
<p>Secondo le prime ricostruzioni dei quotidiani, la nipote dell’anziano proprietario, che aveva una quarantina di anni, era a cena a casa del  nonno con il compagno, e alla festicciola partecipavano anche il padre, che sarebbe ripartito il giorno dopo per le Antille, dove risiedeva, e un medico amico di famiglia. Stando ai giornali a un certo punto la donna si era sentita male. Si era alzata, e era andata in bagno. Poi dopo un quarto d’ora era tornata, e si era rimessa a tavola. Il proseguo del pasto era stato però disturbato da rumori insistenti che facevano pensare ai miagolii di un gatto. Alcuni dei commensali si erano alzati per vedere cosa succedeva, e tra questi la donna. E proprio lei aveva preso tra le braccia il fagotto posato nel sottoscala da cui venivano i lamenti. Era un gatto che era stato investito da un’auto davanti alla casa, aveva detto tenendolo contro il petto. Poi aveva stretto la parte superiore dell’involto fino a fare cessare i miagolii. In realtà era il figliolo che aveva partorito nel quarto d’ora di assenza da tavola, e lo aveva soffocato. La badante polacca che aveva assistito alla scena aveva avvisato i carabinieri, seppure con tre mesi di ritardo, e questi avevano subito cominciato le indagini.</p>
<p>Si dà il caso che in passato abbia lavorato a un romanzo che centrato attorno a una madre infanticida. E come sempre mi succede quando abbordo un tema che conosco poco, ho letto tutto quello che ho trovato, spaziando dai lavori dei criminologi a quelli degli psichiatri/psicanalisti, passando per i casi concreti e le testimonianze, in Italia come in altri paesi. Un’immersione affannata e totale che includeva naturalmente anche il nodo della maternità in generale, e le sue difficoltà e implicazioni, le possibili degenerazioni. Un lavoro enorme che fa sì che io che non ho figli, ne sappia forse di più di chi ha figli. Me ne accorgo quando coppie di amici più giovani mi parlano del bimbo che aspettano, o che già hanno. Mi capita addirittura di tanto in tanto di prestare qualche libro sul tema, come appunto potrebbe fare una persona che ha qualcosa da insegnare. E invece il mio è il tipico sapere sterile del romanziere, disincarnato e interessato, volto alla scrittura, non alla vita. Del resto quel romanzo al quale ho lavorato tanto non l’ho poi pubblicato, e forse non lo pubblicherò mai.</p>
<p>Queste mie conoscenze libresche mi dicevano che moltissimi elementi del dramma avvenuto in una casa che conosco del mio paese erano piuttosto frequenti in altri episodi analoghi. Era normale per esempio che nessuno, a partire dai colleghi dell’asilo, e neppure il convivente, con il quale la donna viveva e si presume dormisse ogni sera, si fosse accorto della gravidanza. Del resto la donna era un po’ grossetta, come appunto spesso in casi del genere. E era normale che i superiori e i genitori dei bimbi la considerassero una maestra esemplare, una persona di assoluta fiducia. E anche il parto nel bagno non è raro. In qualche caso addirittura la madre stessa non è cosciente di essere gravida, e pensa che si tratti di una normale defecazione.</p>
<p>Può succedere in qualsiasi ambiente e in qualsiasi posto, anche questo sapevo. E questa volta era accaduto nel mio paese, in una antica casa davanti alla quale ero passato infinite volte e che quindi faceva parte del mio paesaggio interiore. Quello che era molto meno normale era che i familiari e il medico presenti, tutte adulti e vaccinati e stimati, si fossero messi di buzzo buono per occultare il cadavere. E che l’avessero fatto nella maniera più impressionante che si potesse immaginare. L’essere stati colti di sorpresa non poteva in nessun modo costituire una scusante.</p>
<p>La vicenda aveva tutti gli ingredienti, si sarebbe potuto pensare, per diventare un caso alla ribalta su tutti i media nazionali, con quotidiani aggiornamenti e colpi di scena, e con gli ineludibili commenti e analisi di personalità e esperti. Basta che un episodio abbia le caratteristiche adatte, si pensa, e la macchina mediatica parte all’impazzata. In realtà nessun giornale nazionale ha parlato diffusamente di questo dramma, e tantomeno ha seguito il divenire delle indagini. Il fatto, molto banalmente, è che in quei giorni la ribalta era già interamente occupata da un’altra agghiacciante vicenda successa al sud. E naturalmente ogni nuova puntata di questa seguitissima narrazione, fremente della febbre voyeuristica della presa diretta, avrebbe risentito della concorrenza di un’altra tragedia familiare altrettanto, se non maggiormente, conturbante, un po’ come quando due gialli con tema simile sono mandati in onda su due canali diversi quasi alla stessa ora: quello meno famoso, o anche solo programmato un po’ più tardi, ne risente.</p>
<p>Ogni giorno venivano alla luce nuovi terrificanti dettagli. I giornali nazionali continuavano però a ignorare il caso, e era ormai chiaro che avrebbero continuato a farlo. Il che confermava che il passaggio dalla provincia alla dimensione nazionale non è affatto scontato. I crimini e le tragedie sono tanti, e solo alcuni assurgono a tormentoni nazionali. La provincia, e questo vale per gli scandali della politica come per la cronaca nera, come primo riflesso tende a attutire, a smorzare, a trovare scusanti. In provincia tutti si conoscono direttamente o indirettamente, è difficile trovare un ardito disposto a lanciare a viso scoperto la prima pietra. Certo proprio per la consapevolezza della prossimità non solo fisica, la paura del contagio è più grande. È solo mettendo le distanze, approfittando dell’anestesia dell’ignoranza dei luoghi e delle persone, che la belva dell’informazione può accanirsi e dare il meglio di se stessa. Ma appunto non è detto che succeda.</p>
<p>La notizia che apparve un giorno sui siti della stampa locale mi parve confermare la tendenza a fare quadrato contro l’irruzione della sconvenienza. I sindaci che si erano succeduti negli ultimi quarant’anni alla guida del comune dove esercitava il medico condotto amico di famiglia si erano riuniti, e avevano espresso in una lettera ufficiale il loro incondizionato sostegno al professionista sospettato di aver abbandonato, e proprio in quella zona, il cadavere di un neonato in pasto agli animali. Il comunicato esprimeva la riconoscenza all’indagato per quello che aveva fatto in tanti anni per la popolazione, e l’augurio che continuasse presto a riprendere la sua preziosa missione. I sei firmatari utilizzavano insomma la loro autorevolezza di primi cittadini per lottare contro l’invasione del disordine, senza domandarsi se quel loro intervento potesse configurarsi, se non altro sul piano morale, come una connivenza.</p>
<p>I quotidiani locali insistevano molto sulla villa signorile e sul fatto che la nonna fosse una famosa pittrice, deceduta da qualche anno, della quale proprio nei giorni del delitto si inaugurava un’importante retrospettiva: enfatizzavano una supposta coloritura alto-borghese della vicenda. Io invece vedevo una tipica famiglia aperta dei nostri giorni, dove il nonno, in realtà un secondo marito della nonna, rimasto vedovo aveva la badante straniera, dove il padre dopo essersi separato viveva ai Caraibi con una donna del posto, dalla quale aveva avuto altri figli, la protagonista della vicenda lavorava in un asilo e conviveva con un uomo separato che aveva già due figli. Certo c’era qualche quarto di nobiltà culturale, la nonna pittrice, per quel che può contare al giorno d’oggi la cultura, e c’era il rispettato medico amico di famiglia, ma i protagonisti di quel fatto raccapricciante mi sembravano pur sempre quelle stesse persone che osservavo mentre facevo la spesa, che incrociavo dal giornalaio o in farmacia, che vedevo montare su automobili non certo da poveracci, domandandomi chi fossero e che vita facessero. Quelle persone certo più o meno facoltose, con tutto ciò che comporta, ma che guardavano pur sempre gli stessi programmi alla televisione, entravano nello stesso supermercato e acquistavano prodotti analoghi, evitavano i miei occhi con lo stesso disinteresse, circolavano sulle stesse strade dove nessuno andava più a piedi. Quegli individui che approfittando della mia assenza avevano preso possesso dei luoghi della mia infanzia, come un organizzato esercito di invasori che parlasse una lingua che non conoscevo. Un esercito motorizzato.</p>
<p>Poi però al mio rientro in Italia è successa una cosa che non mi aspettavo. O meglio, mi sono accorto che era successa, come accade quasi sempre nella vita. L’ho realizzato muovendomi tra i corridoi del supermercato. Può sembrare incongruo, ma mi sembrava di capire meglio quei visi e quei luoghi che non erano più i miei ma che per altri versi mi appartengono. Anzi, proprio l’epifania della bestialità scevra di convulsioni e anzi quasi leggiadra che si era consumata in contemporanea con i fuochi di artificio nel giorno del patrono, e che era venuta a galla solo in autunno, come per non guastare lo spensierato clima estivo, per non rompere la bolla di sapone turistica, me li rendeva di nuovo vicini, rendeva intellegibile tutto il resto. Adesso lo sapevo, chiunque rifiutasse la troppo facile indignazione dei giornali, e gli smaccati stratagemmi di distanziazione, chiunque non nascondesse la testa nella sabbia, lo sapeva: sotto l’asettica facciata di spigliata modernità covava la possibilità di uccidere. Il velo dell’innocenza era stracciato: quegli uomini e quelle donne con gli occhi vuoti erano potenziali assassini, in qualche caso forse assassini veri e propri. L’ansia per molti versi giustificata di godere di ogni giornata e di dribblare le angosce valeva ben qualche sacrificio, qualche omicidio. E io non ero certo innocente, anche se per molti aspetti mi tenevo in disparte, e vedevo corrispondenze e sintomi che a molti forse sfuggivano. Gli individui isolati si rivelano molto spesso i più pericolosi. Potevamo uccidere, qualche volta uccidevamo. Esattamente come succedeva un tempo nelle dinastie di mezzadri che avevo conosciuto io: idealizzare il passato non aveva senso. Se possibile ci coprivamo a vicenda, perché era nel nostro comune interesse, e perché la famiglia deve pur servire ancora a qualcosa anche in questi tempi di esistenze atomizzate e nevrotiche. E poi tornavamo di nuovo al supermercato e caricavamo altre borse della spesa sui nostri fuoristrada o pur sempre rutilanti veicoli, rientravamo ciascuno nel suo conforme e presentabile inferno, comunicando all’esterno via internet.</p>
<p>Del resto il male non era poi assoluto. A quanto risultava dalle notizie più dettagliate sulle indagini che cominciavano a circolare forse non era stata la badante la prima a parlare. La versione della spessa cortina familiare rotta dall’indigente straniera era troppo seducente, troppo perfetta, per essere vera. A quanto pare a contattare i carabinieri poteva invece essere stato proprio il nonno, le cui condizioni di salute si erano aggravate subito dopo quella serata, tanto che era stato ricoverato in ospedale per un mese, passando addirittura per un coma. Forse in lui aveva prevalso il pentimento.</p>
<p>E poi non dovevo fidarmi troppo della memoria. Parlando con un lontano parente mi sono reso conto che mi sbagliavo di grosso, la B. non aveva mai vissuto in quella villa. Abitava effettivamente in quella zona, ma sotto la strada, non sopra. Del resto non era affatto morta: seppure molto anziana era in discreta salute. A quanto pare da bambino avevo interpretato male le frasi dei miei familiari, e poi per decenni passando davanti a quella vecchia casa avevo riesumato la falsa informazione. In realtà per anni il palazzotto era rimasto disabitato, e già da molto tempo ci vivevano la pittrice con il secondo marito. Dopo la morte di lei lui era rimasto solo. Avevo preso un enorme granchio. Come avevo certo capito male o frainteso anche molte altre cose.</p>
<p><em>(questo testo è apparso, in forma più estesa, sul vol. 56 (2011) di Nuovi Argomenti)</em></p>
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		<title>Vita complicata di un sopravvissuto</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 09:30:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati L’altra sera al gruppo di psicodramma il sopravvissuto che è in me ha fatto una full immersion molto interessante nella cultura maggiore [qui ] italiana alla moda. Toccava a Lucia, di Trento, salire sul palcoscenico per il lavoro, cioè la rappresentazione del suo psicodramma. Lucia è una donna di circa quarant’anni che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/10/vita-complicata-di-un-sopravvissuto/psicodramma/" rel="attachment wp-att-41271"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-41271" title="psicodramma" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/psicodramma-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/psicodramma-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/psicodramma-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 100px) 100vw, 100px" /></a>L’altra sera al gruppo di psicodramma il sopravvissuto che è in me ha fatto una full immersion molto interessante nella cultura maggiore [<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/12/27/paolo-giordano-la-solitudine-della-letteratura-maggiore/">qui </a>] italiana alla moda.</p>
<p>Toccava a Lucia, di Trento, salire sul palcoscenico per <em>il lavoro</em>, cioè la rappresentazione del suo psicodramma. Lucia è una donna di circa quarant’anni che lavora nel servizio pubblico della sanità. <span id="more-41212"></span>Stava per descrivere – ma soprattutto per impersonare, interpretare, rivivere, com’è nella natura dello psicodramma – il suo cattivo rapporto coi genitori, in particolare con la madre. Si prospettava un lavoro impegnativo, sofferto. Però il conduttore prima di procedere le ha chiesto una premessa: “Vorrei che raccontassi un episodio positivo, almeno uno, della tua settimana.” Lo fa spesso, quando la cappa sta per calare su tutti noi. Sembra un luogo comune, ma è utile anche l’allenamento per imparare, o per accettare, il pensiero positivo. Lucia ci ha pensato un attimo, poi ha sorriso e ha detto: “sì, un episodio positivo, bellissimo, effettivamente ce l’ho.” Tutti noi del pubblico aspettavamo, con curiosità e interesse, perché avvertivamo la sua tensione e il suo entusiasmo. “Sono andata al concerto di Jovanotti a Milano. E’ venuto anche mio marito e ho portato i bambini (Lucia ha due figli maschi piccoli ndr). E’ stato stupendo, meraviglioso”. Esprimeva, anche fisicamente, tutte le emozioni che il ricordo del concerto, e l’atto di parlarne, le ispiravano. “Ho ballato tutta la sera, è stata una cascata di energia pura, due ore fantastiche. I bambini si sono divertiti un sacco, eravamo abbracciati e cantavamo, eravamo una cosa sola. <em>Persino</em> mio marito <em>ha dovuto ammettere</em> che gli piaceva.” Lucia ha già descritto, in un lavoro precedente, suo marito come “uno stoccafisso”, freddo, impassibile, che non si smuove di fronte a nulla e a nessuno. Mi ha ricordato il padre di Marcel nella <em>Recherche</em>, il dottore, nei rari accenni in cui compare non solo come “voce” nei dialoghi: una creatura imperturbabile, distante, una statua di marmo. Un essere totalmente anaffettivo. Il problema di Lucia è che ha cercato una coazione a ripetere col suo vissuto. Infatti varie volte ha descritto i suoi genitori come persone gelide, incapaci di dimostrare sentimenti di amore o di affetto. Per cui la sua scelta del partner si è indirizzata verso un uomo che in qualche modo la riportasse a quei tempi, o quanto meno non spezzasse il filo fantasmagorico col suo passato, l’unico che ha conosciuto quando l’età primordiale ancora non le permetteva di scoprire il mondo. E ha scelto un uomo che, in qualche modo, le richiamasse suo padre. Ovviamente questo è un procedimento psicologico che tutti noi, più o meno, utilizziamo.</p>
<p>Lucia ha continuato a descrivere con calore l’esperienza del concerto di Jovanotti, un evento “indimenticabile”. Quasi tutte le ragazze e le donne del pubblico condividevano in pieno questo entusiasmo, annuivano convinte, sorridenti, dicevano che Jovanotti è “un poeta” (<em>A te</em> è una poesia “meravigliosa”) che scrive canzoni “stupende”, che comunica “energia”, e ne citavano diverse. Noi del pubblico maschile invece eravamo a ranghi ridotti: oltre a me c’era un altro sopravvissuto che annaspa e boccheggia per stare a galla, e un ragazzo che segue certe cose new age degli indiani americani, i riti (tipo “la capanna del sudore”), i totem, la musica, la religione, e di Jovanotti non sanno nulla. L’altro ragazzo (a casa ammalato) è un tipo alternativo, indifferente a tutti i cantautori italiani. Io pensavo: vuoi vedere che queste ragazze leggono Fabio Volo? Non so perché, ma ho fatto un collegamento tra Jovanotti e Fabio Volo. Vuoi vedere, ho pensato, che mi trovo in piena full immersion nella cultura maggiore dura e pura?</p>
<p>Dopo il lavoro di Lucia, che è stato davvero coinvolgente, importante, angoscioso, abbiamo fatto una sosta per mangiare uno strudel e uno zelten che una ragazza aveva portato per il suo compleanno. Siamo passati nell’altra stanza, quella col tavolo lungo, e ci siamo seduti. Di fianco a me, sulla sinistra, c’era l’osservatrice, cioè la ragazza che non partecipa in maniera attiva ma prende appunti, evidenzia aspetti interessanti dei lavori. E’ una VT (ventenne-trentenne) laureata psicologa e specializzanda nella scuola post-universitaria che organizza i nostri psicodrammi. E’ una in gamba, lavora in un carcere come assistente psicologica per i detenuti. Non so perché, oppure non ricordo come è nato il discorso, fatto sta che ha detto: “Fabio Volo? Io lo <em>amo</em>. Ho letto tutti i suoi libri, è fantastico, è troppo simpatico, lo adoro.” Me lo aspettavo, come ho detto, ma non me lo aspettavo <em>veramente</em>. Diciamo che lo temevo, ma non solo. In realtà lo desideravo. Per avere una conferma. Per permettere al sopravvissuto che è in  me di chiudersi a riccio nell’atteggiamento di tipo inkazzoso-depressivo: ecco, vedete? Questa è la cultura maggiore, io non ne faccio parte, io sono altrove. Perché io sono <em>altro</em>. Che suona soprattutto: perché io sono <em>migliore</em>.</p>
<p>Le ho chiesto cosa ci trova nel libri di Fabio Volo (a mio modo di vedere intrecciati col personaggio, ma sia lei sia la ragazza che sedeva alla mia destra, che si è unita all’entusiasmo per Fabio Volo, hanno negato recisamente). Lei ha detto: “Mi piace perché dice le cose. Le dice davvero, senza fronzoli, con semplicità.” La ragazza alla mia destra ha confermato, ha detto: “quando fa una certa cosa te la fa sentire, la vedi, la vivi.” Hanno citato i libri che avevano letto, e hanno detto alcune cose ancora, ma non molte, perché nonostante le mie insistenze non sapevano spiegare il motivo del loro amore per Fabio Volo. Non serviva molto altro in realtà. “Dice le cose con semplicità” mi è sembrata una spiegazione ottima, e anche profonda. In Italia c’è bisogno di semplicità, di letteratura popolare, probabilmente Fabio Volo riempie un vuoto. Ovviamente era il sopravvissuto che è in me a parlare, perché non ho mai letto un libro di Fabio Volo in vita mia. Spiegavo, analizzavo, e giudicavo senza conoscere l’argomento.</p>
<p>Fatto sta che a un certo punto ho chiesto: “Per dire, vi piace anche Moccia?”. Volevo capire se il collegamento Jovanotti-Fabio Volo poteva essere allargato anche a Moccia. Le due ragazze sono immediatamente insorte e mi hanno detto, con enfasi e occhiatacce che significavano: <em>ma per ci prendi?: “</em>scherzi? Fabio Volo non c’entra nulla col trash di Moccia! Secondo me quello là non ha neanche tutte le rotelle a posto, perché uno di 50 anni che scrive quelle robe lì ha dei problemi.” Nessun collegamento quindi. Ci sono differenze nette nella cultura maggiore. Segmenti. Segni differenti. Volevo andare avanti, approfondire, citare altri scrittori, per esempio la Mazzantini e l’Avallone, e altri cantautori, perché ero sicuro che oltre a Jovanotti come minimo amavano Ligabue, e certamente Sting, o anche qualcuno di quei ragazzi di X-Factor, ma il conduttore è apparso dal nulla e ci ha richiamati.</p>
<p>Toccava alla ragazza che sedeva alla mia destra lavorare, e già si intuiva il suo sbocco emotivo, il suo dolore. La morte dei suoi genitori le ha lasciato un voto straziante e irrisolto, e quella riconciliazione che è necessaria a tutti noi per trovare un po’ di pace, per sfuggire alla morsa delle nostre solitudini interiori, per lei è più difficile. E mentre già iniziava a singhiozzare, e si apprestava a chiamare un ausiliario che avrebbe impersonato suo padre (e sarei stato io, perché mi chiama spesso), pensavo che volevo leggere almeno un libro di Fabio Volo. Ne abbiamo uno in casa, l’ha portato un’amica di mia moglie, una signora di circa cinquant’anni, perché Volo non lo leggono solo le ragazze giovani; è un fenomeno trasversale, lo leggono ragazze, donne di varie età (uomini, non saprei), e vorrei capire di cosa stavamo parlando. Vorrei capire, pensavo tra me, “quali sono i nuovi codici della letteratura maggiore, trovare pregi e difetti, imparare dove c’è da imparare.”</p>
<p>Questa, almeno, era la giustificazione ufficiale. Su quella più profonda e misteriosa, che ha a che fare con la sindrome del sopravvissuto cui parlavo, non ero in quel momento in condizioni di bucare lo smalto protettivo che la ricopriva.</p>
<p>Intanto, mentre mi alzavo tra gli applausi rituali che accompagnano sempre l’entrata in scena di un ausiliario, pensavo al mondo perduto del blues; pensavo alle ragazze innamorate di Jovanotti e di Fabio Volo, e mi è venuta in mente una frase bellissima della scrittrice ebrea Irène Némirovsky, posta sulla pagina bianca del romanzo <em>Les chiens et les loups</em> come un epitaffio, dopo una delle sue tirate lombrosiane antisemite: “Sono questi i miei; questa è la mia famiglia”.</p>
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		<title>CARLO COCCIOLI A TRENTO</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 19:00:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Giulio Mozzi presenta Il cielo e la terra (1950) di Carlo Coccioli Venerdì 22 ottobre alle 20.30, presso il Teatro Spazio 14 di via Vannetti 14. A seguire piccolo buffet.  INGRESSO LIBERO per maggiori informazioni]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4></h4>
<h4>Giulio Mozzi presenta <em>Il cielo e la terra</em> (1950)</h4>
<h4>di Carlo Coccioli</h4>
<div>
<address>Venerdì 22 ottobre alle 20.30, presso il Teatro Spazio 14 di via Vannetti 14. <span style="font-size: x-small;">A seguire piccolo buffet.  INGRESSO LIBERO</span></address>
<p><span style="font-size: x-small;"><a href="http://vibrisse.wordpress.com/il-capolavoro-invisibile-a-trento/">per maggiori informazioni</a><br />
</span></p>
</div>
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		<title>Che cosa la letteratura ha imparato dai matti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 10:30:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ermanno Cavazzoni Nella maggior parte dei casi gli scritti che vengono dal mondo psicotico non hanno molto interesse, da un punto di vista diciamo artistico, o anche solo di efficacia e forza espressiva. Ho fatto una ricerca negli archivi manicomiali, vari anni fa, e sostanzialmente prevale quella povertà di parola, quella stereotipia e convenzionalità [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/SIR.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-32300" title="SIR" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/SIR-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/SIR-300x120.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/SIR.jpg 450w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><strong>di Ermanno Cavazzoni</strong></p>
<p>Nella maggior parte dei casi gli scritti che vengono dal mondo psicotico non hanno molto interesse, da un punto di vista diciamo artistico, o anche solo di efficacia e forza espressiva. Ho fatto una ricerca negli archivi manicomiali, vari anni fa, e sostanzialmente prevale quella povertà di parola, quella stereotipia e convenzionalità che è la norma dei colloqui quotidiani e dei carteggi umani. Ossia un ricoverato del diciannovesimo e ventesimo secolo non ha mediamente maggiore interesse e originalità di coloro che circolano liberamente e si professano benpensanti assennati.<br />
Quindi mi verrebbe da sconsigliare chi, per diventare ad esempio scrittore o poeta o qualcosa di simile, cerchi preliminarmente di diventare schizoide o paranoie o deficiente.<span id="more-32281"></span> Prima di tutto perché questo sforzo può richiedere tante energie che un individuo mediamente dotato potrebbe esaurirsi tutto nel tentativo di un’artificiosa pazzia, che non gli lascia tempo poi di praticare le arti. Ed è questa una situazione assai disgraziata, di grande e disperata fatica, cercare di farsi paziente psichiatrico per essere artista; perché per questa via uno sentirà di non essere mai impazzito abbastanza, e l’arte sarà sempre un po’ oltre il suo sforzo, come ci fosse una soglia che avanza, mano a mano che avanza la sua ingrata fatica. Poi, in secondo luogo, se mai costui giungesse al culmine e accedesse alla totale pazzia del suo essere, è probabile che a questo punto giaccia avviluppato completamente da questo suo stato, tanto da scordarsi che voleva un tempo far lo scrittore o qualcosa d’analogo. Quindi sconsiglio questo percorso, perché arte e pazzia forse non appartengono alla stessa carriera; anzi in un certo senso sono due professioni diverse, con un loro inquadramento specifico, una progressione distinta e un culmine di grado inconciliabile e indipendente.<br />
Certo è possibile, entro certi limiti, il doppio esercizio; ma allora la carriera di paziente psichiatrico deve fermarsi ai primi livelli, ad esempio ad una nevrastenia blanda; e qualora cresca il suo coefficiente, consiglierei l’esercizio della nevrastenia nei tempi morti, come seconda attività di complemento. Perché qualora lo stato di paziente psichiatrico si espanda, non lascia più spazio all’esercizio dell’arte neppure negli intervalli d’insania.<br />
Diciamo invece che chi scrive (e forse più in generale chi si dedica a un’arte) può imparare qualcosa (forse parecchio) dai matti. Uso ogni tanto la folcloristica parola matto, perché più consolidata e non tecnica, e perché rinvia a qualcosa di privatistico e semi illegale; mentre il paziente psichiatrico sembra un matto sindacalizzato che non riserva sorprese (ho sentito che lo chiamano anche, con orrendo eufemismo, utente dei servizi).<br />
Che cosa dunque si può imparare? Ho pensato a tre aspetti notevoli.<br />
Si può imparare innanzitutto il guasto della parola. Da un signore che parla l’italiano forbito, diciamo da uno speaker radiotelevisivo, non si impara niente, o molto poco. Non si impara ai fini dell’esercizio delle belle lettere. Costoro, i parlatori ufficiali, sono come un mare senza le onde; hanno una loro maniera, uniforme; e così dicasi degli scriventi convenzionali di giornali, libercoli e romanzucoli. Niente da imparare, se non la quiete della parola, le convenzioni lessicali e grammaticali. Invece il cosiddetto paziente psichiatrico può essere un oggetto di gran meraviglia. Questo guasto della parola è probabilmente un fenomeno più facilmente osservabile nel discorso orale. Ma io ricordo quei rari documenti scritti, trovati in archivio, come preziose, misteriose reliquie alle soglie del significato. In genere chi scrive, nel manicomio come nel mondo di fuori, si sforza di uniformarsi ai modelli (spesso scolastici), si sforza di far bella figura. Gli archivi sono perciò abbastanza monotoni, perché le scritture diligenti, ripetitive, banali, cioè normali, prevalgono. Solo ogni tanto brilla la dissennatezza verbale: dai piccoli tic, alle ridondanze coatte, a certe forme gonfie di magniloquenza gratuita, fino alla rovina del verbo, alla confusa logorrea e allo spezzettamento del discorso fino a polvere alfabetica. È come se in questi guasti si dispiegassero le varie figure della retorica che, secondo la classica definizione, sarebbero i movimenti, i contorcimenti (i guasti, dico io) che le diverse passioni e affezioni producono sul discorso. Il discorso viene cioè agitato da onde; e laggiù in manicomio sono onde, spume e spruzzi di un mare molto combattuto dai venti. Esistono utili studi classificatori di queste turbe verbali. Ma solo l’incontro diretto col foglietto manoscritto, con lo scarabocchio o con la pagina di verbigerazioni, sepolta in qualche cartella clinica, dà la sensazione di incontrare non una decifrabile e compiaciuta figura retorica, o un difetto, un errore: ma un nodo, un nodo verbale. Il guasto della parola sembra un intrico, e allora lo si legge e lo si rilegge come per scioglierlo, per accedere a un suo criptico significato. Si fa così con la poesia. Ma il nodo resterà sempre annodato. Però anche resta in mente; tutta questa galleria di stranezze con una logica; o meglio: con una promessa di logica nascosta.<br />
E dunque si può imparare per imitazione a fare nodi, cioè a scrivere non secondo le regole del giusto-sbagliato del tema scolastico, ma come pressati da una stortura, da un umore, da un pensiero indicibile direttamente, da un difetto segreto dell’anima. Tutti questi contorcimenti del discorso li si trova anche comunemente nel mondo (raramente scritti, se non negli illetterati) e già da questi si può imparare molto, più che da ogni maestro di scuola; si impara non a comandare il discorso, ma ad ubbidirgli. In manicomio o nei casi psichiatrici il contorcimento può andare verso l’estremo, questo il suo valore didattico, e il nodo farsi ancora più promettente e inestricabile. E perciò ricco e meraviglioso. Non sono, questi manicomiali, oggetti artistici; ma sono oggetti di grande suggestione, come qualcosa di esotico, e anche profondamente famigliare. Spesso si tratta di cose illeggibili, perché noiose, squinternate, vane; però, come dire? fanno scuola, in chi ha il gusto di leggerle. E tutta la migliore letteratura del ‘900 ha avuto come modello ispiratore nel sottofondo una mente in subbuglio.<br />
Un secondo motivo d’interesse per gli scritti (dico gli scritti) dei pazienti psichiatrici, di certi rari pazienti psichiatrici, è lo sforzo di dire l’indicibile. Queste persone, sottoposte a patimenti ed esperienze mentali particolarissime e lontane dal comune sentire, in qualche caso tentano di dire ciò che provano e vedono. Anche qui il ricorso agli stereotipi è il caso più frequente, e quindi anche visioni, allucinazioni, persecuzioni, reinvenzioni del mondo tendono ad essere nominate con nomi convenzionali (marziani, fantasmi, nemici, veleni, divinità) facendole per così dire sgonfiare verso il facile e il noto, verso l’approssimativamente comunicabile. Come quando si racconta un sogno, dove le parole sono sempre inadeguate, povere, noiose, e false, perché non sanno dire certe straordinarietà percettive, essenziali, di un sogno; se non con qualche generico paradosso («ti ho sognato, ma non eri tu», «correvo, ma stavo fermo») che già comunque hanno qualcosa di conturbante nella loro impotenza espressiva. Ecco allora che a volte negli scritti manicomiali un aggettivo insolito, una pignoleria lessicale, un neologismo, una turba sintattica, possono produrre una frase che brilla improvvisamente, e dà l’accesso, anzi, apre una piccola crepa nel rigido involucro linguistico abitudinario in cui siamo chiusi. Sono piccoli brillamenti che direi lirici, squarci che somigliano agli squarci poetici, aperture della vista, del senso. E, come in poesia, dicono qualcosa di nuovo, come se fosse però un riconoscimento (solo con gli ossimori si possono trattare queste questioni), dicono l’indicibile, danno una temperatura visiva a una parola altrimenti banale e cieca. Queste le virtù di certi rari, rarissimi, ma preziosi scritti manicomiali; di rinnovare la vista interiore, di riuscire a nominare qualcosa (una pena, una sensazione, una paura, uno stato delle cose) che si ritrova anche in noi, ma addormentato, in dose micrometrica, inoffensiva, e che sarebbe rimasto innominabile. In questo senso la parola del povero paziente psichiatrico può svegliare quel sotterraneo paziente disinnescato che abita in chiunque di noi (spero).<br />
Questo è ciò che si può imparare e di cui si può far tesoro nell’uso estetico e mimetico della parola. D’altronde tutta la letteratura del ’900, almeno nella sua espressione più alta e caratterizzante, si è occupata di matti. Non nel senso di raccontare da un punto esterno e savio le avventure di un mentecatto o di un forsennato (cosa per altro molto antica). La novità del ’900 è stata entrare nella mente del matto, scrivere con la sua penna, passeggiare per il suo mondo individuale, come se le avventure nel comune mondo geografico non avessero più alcuna terra da scoprire, e si aprisse invece questa molteplicità di mondi mentali privati, come nuove regioni o, direi, nuovi pianeti solo ora esplorabili. La letteratura ha imparato dai cosiddetti pazienti psichiatrici; e anche, bisogna dire, da tutta questa vasta sollecitazione alla parola e alla parola scritta che è stato il manicomio e che è la psichiatria.<br />
Cos’è ad esempio, in questo senso, <em>Il Processo</em> di Kafka? Un meraviglioso delirio di persecuzione e impotenza con allucinazioni tribunalizie. Beckett, tutto Beckett è la farneticazione a fior di labbra di un mentecatto, di un catatonico che macina ragionamento. Si rilegga <em>Watt</em>, di Beckett, questo stupefacente, assillante delirio catalogatorio, enumeratorio, ragionatorio, chiuso tutto in una mente che è prigione e universo. O Thomas Bernhard: rimuginìo instancabile di chi sta in un mondo inospitale e nemico. In Italia facilmente si può pensare a Italo Svevo, ai suoi personaggi assillati dall’indecisione ad oltranza; ma anche a Federigo Tozzi. Pirandello si affaccia anche lui a questo ’900 con un’aria interrogativa, di meditazione sul tema. Più recentemente Giorgio Manganelli con la sua forsennata e lucida <em>Hilarotragoedia</em>; Luigi Malerba del <em>Serpente</em>, Volponi della <em>Macchina mondiale</em>, e potrei continuare a citare. Certo c’è anche una letteratura più pastorizzata, più ben scritta, nel senso di più lodevole, come si dice a scuola; e forse anche più conosciuta e venduta. Ma sono avanzi di secoli scorsi, o sono scritti di sordastri volenterosi.<br />
Come nel ’600 e ’700 il viaggio in mare col suo diario di bordo è stato il grande modello suggestivo della narrativa romanzesca nascente, dico che nel ’900 le confessioni del matto e il suo lavorìo mentale hanno fatto lezione; e la letteratura (com’è nella sua natura) ha immaginato molto di più di quanto alla fine non offrissero gli archivi e la miseria mentale di questo povero matto moderno. Ne è stato fatto un eroe, e le sue manifestazioni verbali sono state portate a quella grandezza e altezza che il paziente psichiatrico, proprio perché tale, ovvero fin che resta solo tale, non può raggiungere, o non ha ormai più interesse a raggiungere. Anche se, si potrebbe dire, oggi come non mai, questa contiguità sembrerebbe offrire una via di salvezza.<br />
Prima dicevo che non consiglio di diventar matto per diventare scrittore; adesso sembra che quasi il consiglio sia di diventare scrittori per non essere matti. Il fatto è che questa è la grande illusione dello scrivere (e dell’arte del giorno d’oggi), di essersi salvati per questa via, di conoscere bene qual è stato il rischio; e di saper bene cos’è la mente sofferente e guasta, e di saperla far parlare. Mi verrebbe da dire che lo scrittore (l’artista) del ’900 è un matto in pensione, come si potrebbe dire che il romanziere del ’700 era un navigatore in pantofole. Ma il contrario non è vero: il navigatore, per il fatto di navigare, non era più facilmente un narratore, ma finiva pieno di artriti e lombaggini su una sedia a guardare il mare in silenzio. Così il povero paziente psichiatrico non avrà alcun vantaggio sulla via dell’arte, anche se il suo psichiatra potrà facilmente (terapeuticamente) farglielo credere.<br />
Un terzo punto però ancora rimane; ed è una certa invidia che l’autore artista prova per il paziente psichiatrico, o per certe forme immaginose di paziente. Forse non è generale questa invidia. Ma un buon scrittore desidera sempre essere invaso da una forza più forte di lui che lo comanda, gli dà le visioni, le parole, il flusso verbale; desidera sempre essere, per così dire, sotto dettatura, come se una voce parlasse e lui ne fosse solo il trascrittore. Ciò è quel che sovente accade. Anche se poco, sempre troppo poco, a parere dello scrittore. E quando accade lo si riconosce poi dallo scritto, che è come in uno stato di grazia e facilità. Un tempo per questo fenomeno (che andava sotto il nome equivoco di ispirazione) c’erano gli dèi, le muse, sempre invocate; e non era propriamente una finzione, uno stereotipo vuoto; ma forse un’esperienza e una necessità. Oggi, che gli dèi si sono ritirati, è rimasta al loro posto la pazzia, come musa. Ossia l’aspirazione ad essere anche solo di tanto in tanto dei pazzi visitati dalle allucinazioni e dalle voci. Per questo l’invidia; e il fascino per le pazzie, unico stato ancora un po’ metafisico dell’essere. Comunicare con qualcosa di non governabile ma che ci governa. Il tema è antico: la pazzia, così come poesia e oracoli, era un dono degli dèi. Oggi che la pazzia si è laicizzata in utenza psichiatrica, viene però ancora immaginata (nella sua faccia positiva) come uno stato invidiabile di recettività, in cui si è visitati, e in cui fanno ingresso visioni, pene, esperienze, come fossero elargite dall’alto e immediatamente traducibili in opera.<br />
Forse questa invidia per il matto nasce da un mito; il mito dell’artista supremo, che sarebbe un matto in borghese, un matto che profitta di sé come un proprietario della sua miniera. Ma la piena pazzia la si può solo fantasticare; o guardarla riflessa in uno specchio appannato, come Perseo la Medusa; perché lo sguardo diretto, essere davvero questo paziente, pietrifica.</p>
<p>Il saggio è tratto dal volume <em>Al di là del genere</em> che raccoglie gli interventi che si sono tenuti tra l’autunno del 2007 e la primavera del 2008 nel quadro del Seminario Internazione sul Romanzo (SIR) svoltosi presso il Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Filologici dell’Università degli Studi di Trento. Dopo la prima edizione, conclusasi nel 2008 con la pubblicazione in questa stessa collana del volume <em>Finzione e documento nel romanzo</em>, la seconda edizione del SIR, che ha visto la partecipazione di romanzieri, uomini di teatro, scrittori, saggisti italiani e stranieri quali Fernando Arrabal, Keith Botsford, Marek Bieńczyk, Dubravka Ugrešić, Benoît Duteurtre, Ermanno Cavazzoni, e l’organizzazione di un simposio in onore di Milan Kundera (con proiezioni cinematografiche tratte dalle sue opere e la messa in scena della sua pièce teatrale <em>Jacques e il suo padrone</em>), ha ruotato intorno a una domanda: è possibile tracciare i confini dell’arte del romanzo? Ciò che ha orientato il Seminario è stata la volontà di esplorare le relazioni tra il romanzo e le altri arti, in particolare, il teatro, la musica, il saggio, il racconto, la narrazione orale, il cinema, tenendo tuttavia ben presente l’idea che il romanzo moderno è un’arte con una sua data di nascita, una sua storia, una sua autonomia estetica e un suo modo specifico di conoscere il mondo. La sfida, perciò, è stata quella di cercare di comprendere e di segnare la frontiera delle diverse arti, piuttosto che soccombere all’ideale, oggi tanto in voga quanto illusorio, della loro contaminazione.</p>
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