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	<title>Trump &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>“Do I really want to set this in Denmark?”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Feb 2017 06:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[Sul discorso di accettazione del Nobel da parte di Bob Dylan di Alberto Brodesco Come spesso accade nei discorsi pubblici di Bob Dylan, anche il suo “Banquet Speech”, la nota di accettazione del premio Nobel letta, in sua assenza, dall&#8217;ambasciatrice USA in Svezia, fa cozzare superbia e modestia, auto-consapevolezza e auto-ironia. In un passaggio del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Sul discorso di accettazione del Nobel da parte di Bob Dylan</p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY">di <strong>Alberto Brodesco</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-67046" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/DYLAN-GIOVANE-1024x620.jpg" alt="DYLAN-GIOVANE" width="421" height="255" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/DYLAN-GIOVANE-1024x620.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/DYLAN-GIOVANE-300x182.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/DYLAN-GIOVANE-768x465.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/DYLAN-GIOVANE.jpg 1291w" sizes="(max-width: 421px) 100vw, 421px" />Come spesso accade nei discorsi pubblici di Bob Dylan, anche il suo “<a href="https://www.nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/2016/dylan-speech.html">Banquet Speech</a>”</span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">, la nota di accettazione del premio Nobel letta, in sua assenza, dall&#8217;ambasciatrice USA in Svezia, fa cozzare superbia e modestia, auto-consapevolezza e auto-ironia. In un passaggio del discorso, Dylan si avventura persino in un “But, like Shakespeare, I too&#8230;”.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;">Like Shakespeare, I too”?!? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Se proseguiamo nell&#8217;ascolto capiamo però che Dylan usa questo paragone per dire una cosa umile: ovvero che entrambi, lui e Shakespeare, si sono interessati, più che a produrre arte o letteratura (o a pensare se stavano producendo arte o letteratura), a esprimersi al meglio delle loro possibilità tecniche, spesso confrontandosi con problemi materiali, mondani. Shakespeare si sarà trovato a preoccuparsi di riservare i posti migliori del teatro ai mecenati, di andare in cerca di un teschio umano; o si sarà chiesto se la Danimarca era l&#8217;ambientazione giusta per un certo dramma. Allo stesso modo, dal verso suo, Dylan afferma di non aver mai ragionato sul valore letterario delle sue canzoni, ma sulla chiave in cui inciderle, sui migliori musicisti per interpretarle, sullo studio più adatto a registrarle – questioni pratiche, che disdegnano ogni approccio critico-esegetico per porre l&#8217;accento sull&#8217;artigianalità dell&#8217;atto creativo. Dylan ribadisce dunque qui che la pulsione artistica, nella sua essenza, va legata alla ricerca della giusta forma espressiva. Il piano dell&#8217;espressione pare entrare in contrasto, o almeno in doverosa, fruttuosa frizione, con ciò che l&#8217;ha generato, ovvero con il pensiero.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">L&#8217;anti-intellettualismo di Bob Dylan è cosa nota, ed esiste (almeno) dal 1965 – basta leggere una citazione dalle note di copertina dell&#8217;album </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Bringing It All Back Home</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">: “i would rather model harmonica holders than discuss aztec anthropology / english literature. or history of the united nations”. Non si tratta qui evidentemente di descrivere un anti-intellettualismo alla Trump, ma di qualcosa di sottile, di cui si ritrova un segno memorabile nell&#8217;ultima strofa di </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Tombstone Blues</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">: “Now, I wish I could write you a melody so plain / That could hold you, dear lady, from going insane / That could ease you and cool you and cease the pain / Of your useless and pointless knowledge”. Useless and pointless knowledge. Ciò che davvero importa è mettere fine al dolore prodotto dal </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>vostro</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> sapere inutile e senza scopo. “Ease you and cool you” è ciò che, come una droga, può fare la musica, “a </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>melody</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> so plain”, non delle liriche da leggere. Se Bruce Springseen ha affermato “Elvis ci ha liberato il corpo, Bob Dylan ci ha liberato la mente”, di certo Dylan farebbe volentieri a cambio.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Tutto il percorso artistico di Bob Dylan è caratterizzato dalla tensione tra superbia-sfrontatezza e umiltà-timidezza. Dylan è nato come cantante un po&#8217; ladro capace di imporsi su tutti gli altri </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>folk singers</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> del Village anche in virtù della sua spregiudicatezza, furbizia e immodestia. Allo stesso tempo, ha sempre indicato </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>altri</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> come i veri grandi, sin dai titoli delle sue canzoni, che omaggiano – dal primo album, </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Bob Dylan</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> (1962) a </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>“Love &amp; Theft”</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> (2001) – Woody Guthrie, Blind Willie McTell o Charley Patton, nel tentativo a tratti disperato di spostare l&#8217;attenzione da sé. In un suo messaggio del 2011 “<a href="http://bobdylan.com/news/my-fans-and-followers/">To my fans and followers</a>”</span><u></u><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> Dylan scrive: “there’s a gazillion books on me either out or coming out in the near future. So I’m encouraging anybody who’s ever met me, heard me or even seen me, to get in on the action and scribble their own book. You never know, somebody might have a great book in them”. Questo invito/trappola manifesta il disprezzo di Dylan verso i </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>writers and critics</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> (</span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>quorum ego</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">) già indicati a dito in </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>The Times Are a-Changin&#8217; </i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">e </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Ballad of a Thin Man</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">. Quel “get in on the action” è ovviamente sarcastico, perché per Dylan non vi è niente di più lontano dall&#8217;azione che cercare significati nelle sue canzoni. Il tira-e-molla con il comitato del Nobel è certo motivato dalla passione per il puro gesto performativo, da un&#8217;auto-percezione inquieta, ma anche dal rifiuto anti-accademico per tutto il pensiero che non parte da un dato di esperienza capace di legittimarne l&#8217;espressione, in linea con la cultura blues di cui Dylan è di fatto un esponente.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">La necessità di incollare piano del pensiero e piano dell&#8217;espressione in cerca di una sorta di simultaneità può anche andare a detrimento della purezza del primo, qualora si tratti di dare forza al secondo. Le incisioni di Dylan spesso dimostrano che cogliere il momento è più importante della precisione o dello studio, inteso sia come attenzione per l&#8217;equilibrio compositivo nella fase dell&#8217;arrangiamento e della produzione, sia, letteralmente, come approfondimento intellettuale.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Nell&#8217;album </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Highway 61 Revisited</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">, uno dei capolavori, si sente un evidente errore nel fraseggio di chitarra acustica che apre </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Desolation Row</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">. La band va a tratti fuori tempo, spiazzata dalla progressione di </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Like a Rolling Stone</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">. In questo pezzo epocale suona un organista (Al Kooper) improvvisato lì per lì, che arriva sempre in leggero ma vistoso ritardo ai cambi di accordo. Anche il bassista di </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Tombstone Blues </i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">ogni tanto perde per strada il riff. Anni dopo commenterà: “There were mistakes but they didn’t matter to Dylan”. Arte della sprezzatura, coltivata con accanimento.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">L&#8217;urgenza di trovare forma espressiva al pensiero costringe insomma a dare delle risposte apparentemente </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>sbagliate </i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">ai “problemi mondani” che, nel discorso di Stoccolma, Dylan reputa più fondamentali di quelli teorici. Alla cura per le componenti pratiche dell&#8217;esperienza creativa va dunque sovrapposta l&#8217;affettazione con cui Bob Dylan supera</span><i> </i><span style="font-family: Times New Roman,serif;">quelle stesse questioni. Siamo di nuovo sul crinale tra l&#8217;estrema arroganza del controllo assoluto e la resa alla sostanziale bellezza dell&#8217;imperfezione artistica.</span></p>
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		<title>Il Ban di Trump e la Guerra Santa del nerd canadese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jan 2017 13:00:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Anatole. L’ordine mondiale è scosso dal Ban di Trump, che impedisce l’ingresso negli Stati Uniti a i cittadini di Iran, Iraq, Libya, Somalia, Sudan, Syria and Yemen. Sulla prima pagina del New York Times tiene banco il conflitto istituzionale circa la nomina del nuovo Attorney General, in relazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Declich</strong> e <strong>Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. L’ordine mondiale è scosso dal <em>Ban</em> di Trump, </span><a href="http://www.bbc.com/news/world-us-canada-38798588"><span style="font-weight: 400">che impedisce l’ingresso negli Stati Uniti a i cittadini di Iran, Iraq, Libya, Somalia, Sudan, Syria and Yemen</span></a><span style="font-weight: 400">. Sulla prima pagina del </span><i><span style="font-weight: 400">New York Times</span></i><span style="font-weight: 400"> tiene banco</span><a href="https://www.nytimes.com/2017/01/30/us/politics/trump-immigration-ban-memo.html?hp&amp;action=click&amp;pgtype=Homepage&amp;clickSource=story-heading&amp;module=span-ab-top-region&amp;region=top-news&amp;WT.nav=top-news&amp;mtrref=undefined&amp;gwh=982877EDAEAC0F72A9B86282835B4FC1&amp;gwt=pay"><span style="font-weight: 400"> il conflitto istituzionale circa la nomina del nuovo Attorney General</span></a><span style="font-weight: 400">, in relazione alla legalità del Ban e dell’opportunità che i legali del Dipartimento della Giustizia lo dichiarino ammissibile. La nostra agenda ci porta, però, in Canada, a Quebec City, appresso ad una notizia che sta riscuotendo attenzione molto inferiore alla portata del fatto, di gravità pari, se non superiore a vari altri che abbiamo seguito e discusso. Si tratta dell’attentato alla moschea locale, nel corso del quale sono morte sparate sei persone e otto altre sono rimaste ferite. Il fatto, del quale si trova traccia soltanto nei tagli bassi delle testate di tutto il mondo, avrebbe di certo suscitato una diversa attenzione, qualora l’obiettivo fosse stato altro, cioè uno dei riferimenti dell’occidente libero e democratico e l’attentatore fosse stato un musulmano qualunque, uno di quelli che urlano “Allah Akbar”, per capirci, che poi hanno spesso e volentieri urlato altro, come s’è detto e ridetto. Gli elementi di interesse, almeno per noi, sono moltissimi. Prima di tutto il profilo di questo Alexandre Bissonnette, un vero freak da tutti i punti di vista, poi il fatto che questo episodio abbia luogo in Canada all’inizio dell’era Trump, in relazione alla </span><a href="https://thinkpol.ca/2017/01/28/canada-will-welcome-you-trudeau-invites-refugees-as-trump-bans-them/"><span style="font-weight: 400">posizione liberal che Trudeau ha assunto</span></a><span style="font-weight: 400"> sulla questione dell’immigrazione, quindi, forse soprattutto, il tema della “Guerra Santa”, che, misteriosamente, non affiora a titoloni cubitali sulle prime pagine dei giornali. Anche limitandoci allo squallido teatrino di casa nostra viene soprattutto da domandarsi dove sia l’editoriale di Panebianco, dove siano i memi di Oriana che aveva previsto tutto e perché oggi la guerra santa non “</span><a href="http://www.bbc.com/news/world-us-canada-38798588"><span style="font-weight: 400">la fa l’ACI</span></a><span style="font-weight: 400">” (lo so, ce lo devo mettere ogni volta, è un po’ un tormentone, ma fa troppo ride’). Inoltre, e questo è l’aspetto che ci ricollega a tutta la questione delle fake news, nelle prime ore seguenti l’attentato circolava nei mezzi d’informazione la notizia che l’autore dell’attentato fosse un marocchino non meglio identificato, di quelli che appunto urlano “Allah Akbar” prima di ammazzare la gente.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Mettiamo due cose una dietro l’altra, concedendoci il tempo di fare quello che abbiamo fatto con Masharipov, Amri e tutta la compagnia. E ripetendo il mantra delle 36 ore, prima delle quali dire qualcosa di sensato è sostanzialmente inutile e dopo le quali è quasi del tutto inutile dire qualcosa, perché le idee e le emozioni sul fatto si sono già ampiamente formate. Primo: appiccico un po’ di cose su questo “allah akbar”, riguardo al cui uso e alla cui diffusione in quanto meme &#8211; lo ricordo anche qui &#8211; </span><a href="https://www.vice.com/it/article/come-allah-akbar-diventato-meme-italia"><span style="font-weight: 400">ho già abbondantemente dato</span></a><span style="font-weight: 400"> (e quindi un knowledge base purchessia ce l’ho). Al centro commerciale di Monaco il 18enne tedesco-iraniano </span><a href="http://www.fanpage.it/live/pari-in-centro-commerciale-a-monaco-di-baviera-zona-completamente-isolata/"><span style="font-weight: 400">aveva urlato</span></a><span style="font-weight: 400"> “sono tedesco, turchi di merda” ma un testimone giurava di averlo sentito urlare &#8220;allah akbar&#8221;. Chi sa il tedesco afferma che l’assassino avesse anche un certo accento del sud. Nell&#8217;agguato nella metropolitana, sempre a Monaco, uno squilibrato </span><a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/05/10/attacca-passeggeri-a-monaco-4-feriti_a08af6a0-d3ee-4abe-a69f-44c785356e6e.html"><span style="font-weight: 400">aveva urlato davvero</span></a><span style="font-weight: 400"> “Allah Akbar&#8221; ma non era neanche lontanamente mai stato musulmano, né aveva mai avuto un legame famigliare con quel mondo. Non sappiamo se dimostrasse di avere un qualche accento particolare. Di Amri, l’assassino di Berlino abbattuto a Sesto S. Giovanni, si era detto che avesse urlato “allah akbar” ma invece poi fu confermato che aveva detto “poliziotti bastardi”. Questa volta un testimone afferma che l&#8217;attentatore aveva un forte accento del Quebec e urlava &#8220;allah akbar&#8221;. La nota sull&#8217;accento rende il testimone credibile. In più la cosa avviene in una moschea, un luogo dove è abbastanza facile che ci siano persone che “Allah Akbar” lo dicono un bel po’ di volte al giorno, poiché pregano. Ricordando poi un numero elevato di casi in cui l’espressione è stata usata per scopi che vanno dallo scherzo stupido al sarcasmo pesante, giungo a pensare che il Gemello abbia davvero urlato “Allah akbar”, per un suo qualche oscuro motivo. Ciò certifica definitivamente, se ce ne fosse bisogno, che il lanciare l’urlo “Allah Akbar” prima di un fatto violento non segnala assolutamente niente di rilevante al fine di stabilire le responsabilità ultime dell’atto, almeno dal punto di vista delle affiliazioni ideologiche, cosa che va tanto per la maggiore quando bisogna dire che siamo soldati crociati ecc. in stile Panebianco. Resta da capire, se l&#8217;ha fatto, perché Alexandre Bissonnette l&#8217;ha fatto. Ma diciamo che a questo punto ci può interessare il giusto, cioè niente. Però è da segnalare che a un certo punto ieri si è capito che questo killer con l’ISIS non c’entrava davvero una mazza e dunque i giornali online hanno iniziato a togliere dai titoli quell’”allah akbar” (sbagliando, secondo me, ma va bene). A quel punto c’è stato, come il commentatore di un pezzo di Repubblica, chi ha sollevato dubbi e paventato gombloddi. Arrivando tardi alla lettura del pezzo “Sikomoro” scrive: “Perchè non è stato scritto, come su tutti gli altri giornali, che gli attentatori gridavano Allah Akbar? Si vuole per caso nascondere qualcosa? Si vuole per caso influenzare l&#8217;opinione?”. La parola che trovo &#8211; ricordo che la usava Jaime intorno al 1988 &#8211; per definire tutto questo è “inquietante”.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Tragicamente inquietante, ma la cosa che, per usare un’altra espressione del tempo, è ancora più flesciante è il rilievo che la notizia assume nell’opinione pubblica. Cioè, detto senza mezzi termini, appare confermato che se spari dentro una moschea e ammazzi sei persone non gliene frega letteralmente un cazzo a nessuno! E questo fatto sembrerebbe contraddire anche le tradizionali leggi del giornalismo, secondo le quali “cane morde uomo” dovrebbe interessare meno di “uomo morde cane”. Ora, volendo anche applicare questo criterio utterly incorrect alla situazione attuale, ma con trump al potere e i nazi alla casa bianca va di moda, senza meno un canadese bianco, pallidissimo anzi, con nome e cognome da film dei Cohen, per dire, che spara in una moschea dovrebbe essere “uomo morde cane”, stante l’agenda corrente, no? Eppure niente, non fa notizia. Il che dimostra che la forte polarizzazione ideologica ha smantellato le regole basilari dell’attenzione, la legge di mercato della comunicazione, a vantaggio di un meccanismo di allarme orientatissimo, e lo dico anche in senso proprio etimologico (occidentatissimo sarebbe il contrario, diciamo). Come dice </span><a href="https://populismi.wordpress.com/2017/01/30/i-tweet-di-trump-e-la-democrazia-in-pericolo/"><span style="font-weight: 400">Alessandro Lanni qua</span></a><span style="font-weight: 400">:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Una ventina d’anni fa, il giurista </span><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Cass_Sunstein"><span style="font-weight: 400">Cass Sunstein</span></a><span style="font-weight: 400"> poneva la questione in questi termini: il web prima e i social network poi stanno peggiorando la qualità della democrazia perché ci fanno vivere dentro bolle ermetiche che escludono voci diverse da quelle che condividiamo. Se il filtro siamo noi, se siamo noi a scegliere la nostra dieta informativa tendenzialmente lasciamo fuori ciò che mette in crisi le nostre opinioni che diverranno man mano sempre più cristallizzate e granitiche. Il risultato è la polarizzazione e la radicalizzazione delle opinioni politiche, scrive Sunstein nel suo libro ormai classico </span><a href="https://www.amazon.com/Republic-com-2-0-Cass-R-Sunstein/dp/0691143285/ref=pd_sbs_14_img_0?_encoding=UTF8&amp;psc=1&amp;refRID=3TWXJGMM9B2VBZV1NJST"><span style="font-weight: 400">Republic.com</span></a><span style="font-weight: 400">.</span></p></blockquote>
<p>Il filtro informativo individuale opera in una direzione secondo la quale le notizie vere, quelle “uomo morde cane”, non fregano a nessuno, poiché obbligano a fare un ragionamento del tipo di quello che stiamo facendo noi da un anno, dunque a preoccuparsi di una situazione che stiamo contrastando con strumenti inadatti, con guerre sbagliate, eleggendo figure pericolosissime, in ragione dell’incapacità di identificare i problemi in ordine ai quali la situazione corrente si viene a determinare, tanto sul piano economico che su quello sociale, che ancora su quello culturale.</p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Passo alla seconda che consiste nel ricordare che c’è un assassino solitario di massa occidentale dal profilo molto simile: Anders Behring Breivik. Ho letto un bel po’, ieri, su </span><span style="font-weight: 400">Bissonnette e noto, con crescente senso di inquietudine, che i tratti in comune sono fin troppi. Entrambi hanno un curriculum di destra molto “classico”, una destra stile Trump se si guarda agli Stati Uniti, e una destra nazionalista se l’attenzione cade sull’Europa, oggi soprattutto in Francia. Una destra che però guarda a Israele con una certa ammirazione: entrambi i profili ci raccontano questo (qui </span><a href="https://theintercept.com/2017/01/30/suspect-in-quebec-mosque-attack-quickly-depicted-as-a-moroccan-muslim-hes-a-white-nationalist/"><span style="font-weight: 400">Bissonnette</span></a><span style="font-weight: 400">, qui </span><a href="http://en.metapedia.org/wiki/Anders_Behring_Breivik"><span style="font-weight: 400">Breivik</span></a><span style="font-weight: 400">). Anche nel caso di Bissonnette dire “nazista” o “neonazista” è un po’ riduttivo, non è proprio esattissimo. C’è quel quid di islamofobo e ultraliberistissimo che ci riconduce agli stereotipi di &#8211; chessà &#8211; un Salvini e di un Borghezio e financo di un Beppegrilllo. Insomma non un antisemita dichiarato, lo definirei un criptoantisemita in un certo senso. Uno che sul modello antisemita fonda un suo nazismo ufficialmente non-antisemita, stavolta islamofobo. </span><span style="font-weight: 400">Certamente c’è un aggiornamento del profilo, data l’età. Bessonnette, ad esempio, </span><a href="http://www.lapresse.ca/le-soleil/justice-et-faits-divers/201701/30/01-5064449-attentat-a-quebec-la-sq-confirme-un-seul-suspect.php"><span style="font-weight: 400">è il classico troll del cazzo</span></a><span style="font-weight: 400"> che ti entra nella tua pagina normale, in cui dici cose belle, per disturbare e far perdere tempo alle persone brave. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. </span><a href="https://www.nytimes.com/2017/01/30/world/canada/quebec-mosque-shooting.html?hp&amp;action=click&amp;pgtype=Homepage&amp;clickSource=story-heading&amp;module=first-column-region&amp;region=top-news&amp;WT.nav=top-news"><span style="font-weight: 400">Da quello che si capisce</span></a><span style="font-weight: 400"> si tratta comunque di uno di quei coglioni che ci vanno sotto alla propaganda di destra (estrema o no, è tutta uguale) sugli immigrati. Molto attivo sui siti xenofobi, grande fan della Le Pen, era stato anche a sentirla durante la sua visita in Quebec. È anche preparato quanto basta da sostenere gli argomenti classici della destra che ci circonda, grazie ad un curriculum di studi a cavallo tra Scienze Politiche e Antropologia, un tempo bastione dell’ultrasinistra, ma oggi, per ragioni che abbiamo più volte sottolineato (ad esempio <a href="http://divertimentideldesiderio.tumblr.com/post/153117632394/la-grande-truffa-del-decostruzionismo-e-il">qua</a>), praticatissimo anche da quella destra che ha fatto <em>benchmark</em> sull’ultrasinistra (tipo Spencer, per capirci). Cioè, un matto sicuro, non meno lupo solitario degli altri, magari integrato in un sistema di relazioni labili e liquide, come avrebbe detto Bauman, attorno alle quali un’identità te la crei, certo, ma sempre molto da solo, in quella solitudine che, come abbiamo detto in tutte le salse, si consuma nella rete telematica, offrendo un’ombra di appartenenza a persone bisognose di attenzione. Di sicuro: «He was not a leader and was not affiliated with the groups we know», come ha spiegato François Deschamps, il job counselor di </span><i><span style="font-weight: 400">Carrefour Jeunesse</span></i><span style="font-weight: 400">, un’organizzazione che aiuta a trovare lavoro, ma anche attivista di </span><i><span style="font-weight: 400">Bienvenue aux Réfugiés</span></i><span style="font-weight: 400">, che ha avuto modo di tracciare l’attività di pubblicista anti-immigrazione dell’attentatore.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400"> Sulla questione dell’estremismo di destra in Canada è uscito un bell’articolo, molto documentato sul Montreal Gazzette: “</span><a href="http://montrealgazette.com/news/quebec/the-trump-effect-and-the-normalization-of-hate"><span style="font-weight: 400">L’effetto Trump e la normalizzazione dell’odio in Quebec</span></a><span style="font-weight: 400">”. Vale la pena dargli una letta e visionare la tabella, molto esplicativa:</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline"><br />
<img decoding="async" class="size-medium wp-image-67057 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/1111-city-hate-gr1-289x300.png" alt="1111-city-hate-gr1" width="289" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/1111-city-hate-gr1-289x300.png 289w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/1111-city-hate-gr1.png 640w" sizes="(max-width: 289px) 100vw, 289px" /><br />
</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Certo oggi i destrorsi operano in un contesto “garantito” a tutti gli effetti dalla presidenza americana. Cioè, c’è Steve Bannon nel Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti d’America, per dire. Non a caso </span><a href="http://www.huffingtonpost.ca/2017/01/30/richard-spencer-white-sup_n_14495394.html"><span style="font-weight: 400">Richard Spencer non ha perso l’occasione di trollare Trudeau</span></a><span style="font-weight: 400"> a proposito del </span><a href="http://www.canadianprogressiveworld.com/2017/01/30/justin-trudeau-responds-quebec-city-mosque-shooting-condemn-terrorist-attack-muslims/"><span style="font-weight: 400">suo discorso ispirato a seguito della sparatoria alla moschea di Quebec City</span></a><span style="font-weight: 400">, rilanciando l’analogia con la Francia, anche in cerca di simpatie transoceaniche:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67056 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/specer-300x120.jpg" alt="specer" width="300" height="120" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/specer-300x120.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/specer.jpg 478w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Il quadro in cui questi figuri operano oggi è molto diverso, ma non dissimile da quello che si ricostruisce attorno al classico attentatore islamico. Voglio dire che c&#8217;è un quadro di riferimento istituzionale rispetto al quale questi personaggi si sforzano di apparire conformi, l&#8217;ISIS per gli uni, gli USA di Trump, Bannon e Spencer per gli altri. Lo si poteva già vedere nel corso della campagna elettorale americana con i bersagli accesi dalla propaganda antiliberal, soprattutto nel formato del <em>Pizzagate</em>, </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/12/21/qualcunismo-omicida-dei-lupi-solitari-la-sindrome-lee-oswald-pistolero-del-comet-fantasma-del-camion-berlino-la-performance-del-poliziotto-turco/"><span style="font-weight: 400">di cui abbiamo già parlato qua</span></a><span style="font-weight: 400">. Il qualcunismo omicida non è più una semplice forma di appartenenza contro i valori liberal che stanno abbattendo le frontiere tra ciò che “la tradizione” (un costrutto ideologico folle, come sappiamo, una cosa mai esistita) ci ha consegnato come una cosa che ci appartiene e tutto quello che invece no e quindi deve restarsene fuori dal posto che identifichiamo come ”casa nostra”, anche se poi a casa nostra i siriani non ci vengono e non ne abbiamo mai visto uno manco per sbaglio. È quello che capita quando la destra nazi prende il potere, che i mezzi matti si sentono appartenenti ad una milizia che opera in un quadro di ”legalità”. lo si vedeva già all’indomani dell’elezione di Trump, con le migliaia di piccoli atti di bullismo rivoltante ai danni di ebrei, musulmani, neri, omosessuali, donne di ogni razza e ceto sociale, perpetrati da maschi bianchi, ritornati in pieno controllo di una prospettiva identitaria ”forte”. In sostanza, una cosa molto simile al fascismo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Esatto. Il modulo è quello del lupo solitario, forse ancor più di prima, perché oggi anche lo xenofobo fascista ha il suo quadro di riferimento ideale proiettato in uno scenario istituzionale.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Penso che alla fine quello che abbiamo detto e ridetto, che cioè questa guerra santa la stanno combattendo un pugno di mezzi matti sobillati da altri mezzi matti (i Panebianco di tutto il mondo, per capirci) è una cosa vera. Quello che oggi è cambiato è che, come dici tu, alcuni di questi mezzi matti, della prima e della seconda categoria, sono oggi al potere in tutto il mondo. Ma non mi sembra un messaggio rassicurante sul quale concludere.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Possiamo peggiorare la visione, rendendola ancora più fosca.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Facciamolo.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Ragioniamo anche un po’ sulla ricezione del fatto, voglio dire. L’altra volta dicevo delle vittime del Reina, che erano più o meno tutte di origine musulmana, tranne mi sembra due canadesi (dei quali non conosciamo l’appartenenza religiosa). Dicevo che c’è stato questo intitolarsi le vittime, questo parlare di crociate mentre, come dicevi all’inizio, oggi non vedo quest’ansia di intitolatura, anzi. Quindi, giusto per mettere un po’ le cose in chiaro, completerei – dopo aver citato l’articolo sul Canada – il ragionamento con </span><a href="http://mappingislamophobia.com/"><span style="font-weight: 400">questo progetto</span></a><span style="font-weight: 400"> sulla mappatura dell’islamofobia negli Stati Uniti e quest’altro sull’islamofobia </span><a href="http://www.islamophobiaeurope.com/"><span style="font-weight: 400">in Europa</span></a><span style="font-weight: 400">. Cioè, detta fuori dai denti: i nostri simpatici amici teorici del conflitto di civiltà, i crociati da poltrona in pantofole, hanno effettivamente contribuito ad elaborare un paradigma di crociato che trova riscontro nella società. Ma ciò facendo non hanno descritto una cosa che esiste come tale di per sé. Cioè, nessuno dei potenziali crociati è di per sé un crociato, così come nessuno dei potenziali estremisti del cosiddetto jihad islamico lo è in quanto è nato così o perché le sue condizioni di esistenza lo portano naturalmente a diventarlo. È il quadro ideologico di riferimento, elaborato dai nostri amici del conflitto di civiltà, quelli che la Guerra Santa “la fa l&#8217;ACI”, che offre un contesto all&#8217;interno del quale situare azioni come quelle sulle quali ragioniamo da più di un anno. Quindi, perlomeno, la prossima volta, evitino di parlare di timidezze e buonismi, di occidenti pavidi e altre idiozie, ché manca poco all’aperto incitamento all’odio razziale. E, quasi quasi, sembrano aver letto i manuali di Abu Mus&#8217;ab al-Suri (sistema vs organizzazione, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/01/09/dan-brown-frosinone-qualcunismo-rambista/">del quale dicevamo l&#8217;altra volta</a>). Qui, come abbiamo detto ormai fino alla noia, il tema sarebbe un altro, collegato, come abbiamo ripetuto alla nausea, al dramma identitario in cui sprofonda la piccolissima borghesia promossa dal debito e messa in ginocchio dalla crisi.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. A questo proposito abbiamo prodotto un <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=lorenzo+declich+anatole+fuksas">congruo pregresso</a>. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Talmente congruo che, come alcuni nostri detrattori auspicano, ce la potremmo anche far finita.</span></p>
<p><strong>Anatole</strong>. Sarei d&#8217;accordo con loro, se solo si alzasse ogni tanto mezza voce da qualche parte a far notare le cose che stiamo ripetendo. Personalmente avrei anche da fare, diciamo. Mi blinderei volentieri nel XII secolo, per dire.</p>
<p><strong>Lorenzo</strong>. Eh, infatti, a chi lo dici. E vi sono segnali che dimostrano quanto ripetitivi stiamo diventando.</p>
<p><strong>Anatole</strong>. Forse perché diciamo una cosa vera? Potrebbe anche darsi.</p>
<p><strong>Lorenzo</strong>. La verità è ripetitiva, questo di sicuro. E noiosa.</p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Infatti abbiamo chiuso questo pezzo in un’ora. Per noia.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Speriamo che si sia capito il concetto.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Io penso di sì. E sinceramente me la farei finita volentieri, se non temessi che  l’episodio di oggi potrebbe essere solo uno dei primi accenni di una cosa sinistra che sta per accadere. Non l’ho mai pensato fino ad ora, ma la strizza a questo punto sale per davvero. Non già la paura di una Guerra Santa, quanto piuttosto il terrore che questi qualcunisti, quelli di casa nostra soprattutto, abbiano trovato un’identità forte dietro la quale nascondere il loro microscopico cazzetto, ecco. Perché a questa cosa dell’allarme democratico non ci avevamo alla fine mai creduto davvero, diciamolo. Oggi forse un po’ di più ci crediamo, sinceramente. </span><a href="https://www.wesearchr.com/bounties/expose-the-antifa-who-sucker-punched-richard-spencer"><span style="font-weight: 400">Leggendo questo, ad esempio, non mi viene da ridere</span></a><span style="font-weight: 400">. Ne mi tranquillizza questo, pur straordinario, capolavoro artistico:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-67055 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/capitan-america-222x300.jpg" alt="capitan america" width="254" height="341" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> No, neanche a me. Sì, c’è una certa strizza e anche una certa rabbia per come le cose sono state fatte deteriorare. Forse dobbiamo capire, nei prossimi tempi, se proprio siamo circondati, se le cose sono già andate avanti troppo, se c’è un rimedio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. La <em>Women’s March</em> è il rimedio. L’unico vero. Forse. Speriamo. Perché i</span><span style="font-weight: 400">l movimento femminista è l&#8217;unica forza capace di metterti in discussione per quello che sei, per come vivi davvero, invece che per quanto figo ti senti su un social network o dove che sia. In quest&#8217;epoca qualcunista è davvero un ancoraggio straordinario ad un piano di verità basata su scelte di vita, sincerità di quello che provi, coraggio di affrontare gli aspetti meno evidenti e </span><span style="font-weight: 400">più scomodi della realtà che ti disegni attorno. Per questa ragione è probabile che sia l&#8217;unica forza propulsiva di un rinnovamento democratico progressista, capace di demistificare i meccanismi di idealizzazione del quotidiano grazie ai quali la demagogia populista fa presa, ritraendo maschi disperati e miserabili come campioni dell&#8217;emancipazione di masse inascoltate, che in realtà non hanno niente da dire. Sono donne come Kamala Harris e Cecile Richards che devono stare davanti oggi, in America e in tutto il mondo, e tutti quelli che vogliono combattere questo orrore devono limitarsi a sostenerle.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. …. [sgrana gli occhi]</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> …. [guarda altrove, un po&#8217; come se questa cosa che ha appena detto non l&#8217;avesse detta lui]</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Si è riaccesa la luce della stanza. Proprio mi sono visto davanti questo libro di Valentina Fedele che indaga sui modelli maschili nel mondo islamico, specie nelle comunità di migranti maghrebine in Europa. “</span><a href="https://www.ibs.it/islam-mascolinita-definizione-della-soggettivita-libro-/e/9788857529783"><span style="font-weight: 400">Islam e mascolinità</span></a><span style="font-weight: 400">”. Cose di cazzetti piccoli se vogliamo metterla così. Fuori dallo stupidario delle robe che girano, davvero. </span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Ecco.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Daje.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Daje sì. </span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La lezione americana della post-verità “alternativa”</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/01/24/la-post-verita-alternativa-dellamerica-senza-filologia/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2017/01/24/la-post-verita-alternativa-dellamerica-senza-filologia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jan 2017 17:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Alternative Facts]]></category>
		<category><![CDATA[Auerbach]]></category>
		<category><![CDATA[Disintermediazione]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[filologia]]></category>
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		<category><![CDATA[Said]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Weltliteratur]]></category>
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					<description><![CDATA[di Anatole Pierre Fuksas Non si è fatto a tempo a inaugurarla questa presidenza Trump, che già il tema-chiave attorno al quale ruoterà tutto il dibattito sulla democrazia nei prossimi cinque anni ha già egemonizzato le prime pagine di tutti i giornali, soprattutto quelle dei paesi anglosassoni, che per cultura e tradizione vivono nel culto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400">Non si è fatto a tempo a inaugurarla questa presidenza Trump, che già il tema-chiave attorno al quale ruoterà tutto il dibattito sulla democrazia nei prossimi cinque anni ha già egemonizzato le prime pagine di tutti i giornali, soprattutto quelle dei paesi anglosassoni, che per cultura e tradizione vivono nel culto della verità fattuale. Il </span><i><span style="font-weight: 400">casus belli</span></i><span style="font-weight: 400"> ha aspetti piuttosto puerili, se si considera che riguarda la folla dei partecipanti all’evento inaugurale a Washington DC lo scorso 20 gennaio del 2017, </span><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Inauguration_of_Donald_Trump"><span style="font-weight: 400">stimata intorno alle 160000 unità sulla relativa pagina wikipedia</span></a><span style="font-weight: 400">. Non a caso fin dall’indomani giravano sui social network </span><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10154531904879331&amp;set=a.40640954330.51363.623434330&amp;type=3&amp;theater"><span style="font-weight: 400">parodie di ogni genere</span></a><span style="font-weight: 400"> a proposito del </span><a href="https://d3i6fh83elv35t.cloudfront.net/newshour/wp-content/uploads/2017/01/comparison-withtime-1024x576.jpg"><span style="font-weight: 400">confronto tra la folla presente</span></a><span style="font-weight: 400"> all’inaugurazione della presidenza Obama (molto nutrita) e quella sopraggiunta per l’inaugurazione della presidenza Trump (almeno cinque volte inferiore).</span></p>
<p>Nel corso del primo briefing con la stampa il nuovo portavoce del Presidente Trump, Sean Spicer, si è lasciato andare a una vera e propria requisitoria contro i giornalisti, giudicati responsabili di aver consapevolmente riportato informazioni false a proposito del numero dei partecipanti. Spicer urlava ai giornalisti che, invece, quella della Presidenza Trump è stata senza meno «l’inaugurazione più partecipata della storia degli Stati Uniti d’America, punto», senza spiegare sulla base di quali elementi dimostrativi si dovesse effettivamente segnare quel punto.</p>
<p><span style="font-weight: 400">Intervistata in diretta al programma </span><a href="http://www.nbcnews.com/meet-the-press/video/conway-press-secretary-gave-alternative-facts-860142147643"><i><span style="font-weight: 400">Meet the Press </span></i><span style="font-weight: 400">della </span><span style="font-weight: 400">NBC</span></a><span style="font-weight: 400">, Kellyanne </span><span style="font-weight: 400">Conway, una collaboratrice accreditata della Casa Bianca, spiegava che Spicer ha sostenuto la sua versione sulla base di quelli che ha definito “alternative facts”, scandalizzando Chuck Todd, il conduttore della trasmissione e più di mezza America, all’indomani della </span><i><span style="font-weight: 400">Women’s March</span></i><span style="font-weight: 400">, la più grande manifestazione antigovernativa della storia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Nel corso della serata questa sorprendente dichiarazione è rimbalzata in maniera esplosiva sui social network, distraendo l’opinione pubblica dalle finali di Conference della NFL, che hanno visto prevalere i Falcons di Atlanta sui Packers di Green Bay e i Patriots del New England sugli Steelers di Pittsburgh, una sconfitta su tutta la linea della </span><i><span style="font-weight: 400">Rust Belt</span></i><span style="font-weight: 400">, la cerchia industriale america intorno ai laghi che ha dato la vittoria a Trump. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">In un paese che attribuisce un grandissimo valore alla certificazione della verità fattuale, il tipo di ridefinizione dei rapporti tra la presidenza e la stampa sembrerebbe andare anche oltre gli scenari più inquietanti descritti da Aaron Sorkin nella serie TV intitolata </span><i><span style="font-weight: 400">Newsroom</span></i><span style="font-weight: 400">. L’idea che possano esistere fatti “alternativi” a quelli sulla base dei quali la stampa stabilisce i contorni di una versione condivisa a livello nazionale è piuttosto accettabile in Europa, un continente storicamente diviso da ideologie confliggenti, ma rappresenta una novità assoluta negli Stati Uniti. Non si tratta naturalmente del normale dibattito circa l’interpretazione dei fatti, quanto piuttosto della loro configurazione come tali, che lascia in particolare sorpresi e sbigottiti, come se da questo momento, in sostanza, «vale tutto», perché anche la definizione di un fatto come tale può essere contestata.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Come ha detto bene Martino Mazzonis </span><a href="https://left.it/2017/01/23/non-notizie-false-ma-fatti-alternativi-benvenuti-nellera-dellinformazione-versione-trump/"><span style="font-weight: 400">in un articolo uscito il 23 gennaio su </span><i><span style="font-weight: 400">Left</span></i></a><span style="font-weight: 400">, </span><span style="font-weight: 400">«l’idea dello staff di Trump, evidentemente quella di aggirare i media tradizionali e parlare direttamente con la base attraverso l’account twitter del presidente, le talk radio conservatrici, FoxNews e i siti conservatori». In sostanza, siamo di fronte a un tentativo di disintermediare il rapporto tra Presidenza e base di consenso, togliendo di mezzo la stampa, quel Quarto Potere che dalla sua nascita sorveglia gli equilibri democratici della prima democrazia del mondo. La campagna elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca faceva temere esiti di questo genere, che si sono prontamente verificati fin dal giorno uno della sua Presidenza.</span></p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p><span style="font-weight: 400">In </span><a href="http://divertimentideldesiderio.tumblr.com/post/153117632394/la-grande-truffa-del-decostruzionismo-e-il"><span style="font-weight: 400">una precedente riflessione</span></a><span style="font-weight: 400"> si provava a mettere in luce in che senso la moda postmoderna del decostruzionismo del discorso dominante, cresciuta sulla base della teorizzazione francese (Foucault, Derrida, Déleuze e Guattari soprattutto) nelle grandi scuole americane dove oggi si piangono lacrime di coccodrillo, Harvard e Yale ad esempio, si sia trasformata in quella critica radicale al concetto di verità che ha spianato la strada a situazioni di questo genere e, più in generale, ai populismi correnti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">In </span><a href="http://www.ilpost.it/2017/01/04/post-verita-filologia/"><span style="font-weight: 400">un recente articolo sul Post</span></a><span style="font-weight: 400"> Claudio Lagomarsini ha illustrato le implicazioni filologiche del dibattito corrente sulla realtà post-fattuale, presentando un caso di studio relativo all’ultima campagna referendaria costituzionale in Italia, che illustrava chiaramente in che modo una notizia falsa si propaghi, assumendo nel corso della sua tradizione tutti i crismi di una verità, recepita e condivisa come tale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Questo ulteriore ragionamento che qui si propone è nella sostanza una breve recensione di un articolo scientifico recentemente pubblicato sul volume 18, 1 (2016) di «Comparative Literature and Culture» dell’Università di Purdue in Indiana, che avranno letto in tre, uno dei quali è il sottoscritto (gli articoli scientifici del quale hanno un pubblico ancora più esiguo, ci mancherebbe), ma dice molto di più di quanto si legga altrove sulla </span><i><span style="font-weight: 400">querelle</span></i><span style="font-weight: 400"> apparentemente puerile circa le dimensioni del pubblico della Cerimonia di Inaugurazione della Presidenza Trump.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">L’articolo, scritto da Hyeryung Hwang, ricercatrice presso il Department of English della University of Minnesota, è intitolato </span><a href="http://docs.lib.purdue.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=2776&amp;context=clcweb"><i><span style="font-weight: 400">Said and the Mythmaking of Auerbach&#8217;s Mimesis</span></i></a> <span style="font-weight: 400">e tratta di un argomento apparentemente lontanissimo dal caso che ci interessa. Il Said del titolo è Edward Said, il celeberrimo comparatista della Columbia University che ha nella sostanza inventato il concetto di ”orientalismo”, e la mitizzazione di </span><i><span style="font-weight: 400">Mimesis</span></i><span style="font-weight: 400">. Auerbach è invece Eric Auerbach, filologo romanzo della prima metà del secolo XX (muore il </span><span style="font-weight: 400">13 ottobre 1957)</span><span style="font-weight: 400">, ispiratore di Said, nonché autore del più famoso trattato dedicato al realismo nella letteratura occidentale attraverso tutta la sua storia, da Omero al «calzerotto marrone» che Virginia Woolf descrive in </span><i><span style="font-weight: 400">To the Lighthouse</span></i><span style="font-weight: 400">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Il punto di evidenza che rende questo contributo della collega americana estremamente interessante al fine di cogliere la natura del rapporto tra «alternative facts» e «post-truth society» ha a che fare col fatto che la ricerca in campo letterario e quella nel campo delle scienze sociali hanno seminato per vent’anni la convinzione che nessuna verità fattuale sia in realtà davvero tale, poiché riflette in realtà il punto di vista unico, centrale, dominante, colonialista bianco occidentale di chi esercita il potere. Alla verità ufficiale si tratta, dunque, di sostituire una molteplicità di punti di vista alternativi, basati sulla valutazione di fatti che essa verità ufficiale non considera, mettendo al centro del ragionamento la complessità delle angolature, irriducibile ad una sintesi operativa. Questo processo si è spinto avanti al punto che la filologia, la storica disciplina umanistica incaricata di vagliare le testimonianze documentarie al fine di risalire quanto più possibile vicino alla forma originaria di un testo, alla sua versione archetipica, dalla quale tutte le altre discendono, ha di fatto abbandonato il campo, dopo due millenni e mezzo di onorato servizio. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">È interessante notare come l’attuale temperie suggerisca a Hwang la necessità di andare a ripescarla da qualche parte, dove possibile. Trovandosi in America, le viene giustamente spontaneo ripartire dalla costruzione del mito cosmopolita di </span><i><span style="font-weight: 400">Mimesis</span></i><span style="font-weight: 400">, alla quale, a suo modo di vedere, Said, eletto a campione del pensiero decostruzionista della verità ufficiale dai teorici post-modernisti in quanto autore del celebrato </span><i><span style="font-weight: 400">Orientalism</span></i><span style="font-weight: 400">, avrebbe partecipato in maniera tutto sommato involontaria. In sostanza, secondo l’autrice non sarebbe stato Said a costruire l’argomento in base al quale Auerbach avrebbe potuto godere da esule in Turchia, in fuga dal nazismo, di una giusta distanza dalla propria identità europea, tale da permettergli di inquadrare la storia del realismo nella letteratura occidentale dall’angolazione globale della <em>Weltliteratur</em>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">L’intento è certamente lodevole, considerato che il tentativo di ripensare il rapporto tra Said e il monumentale lavoro di Auerbach mira a «offrire una ragione per salvare la filologia dallo stato di marginalità nel quale versa all’interno della comunità della ricerca americana». Quello che si capisce meno è in che modo questo lavoro tutto teorico di critica della critica possa contribuire al nobile fine, aiutando a formare nuove generazioni capaci di sviluppare un pensiero critico attorno alle categorie di «fatto» e «verità». Colpisce in particolare la clamorosa oscurità della riflessione, certamente ostica per un profano, ma complessa e sfuggente anche alla lettura esperta di chi abbia passato trent’anni in mezzo alle questioni delle quali Hwang si occupa.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Paradigmatico della criptica inaccessibilità è il passo in cui l’autrice sostiene che «la “mitica rigidità”, della quale parla Benjamin, inerente alla lettura che Said offre di <em>Mimesis</em>, potrebbe fare della filologia una metodologia per la sintesi storica» e ancora che «In questa sintesi la tensione dialettica tra testo e storia offrirebbe una comprensione del testo nel suo senso storico, quale sintesi di “fatto” e “verità”». A noi altri che qui in Europa, e in particolare in Italia, la filologia la facciamo ancora, non ci sembra tanto da spiegare il fatto che senza ricerca bibliotecaria e d’archivio non sapremmo manco chi siano e cosa abbiano scritto gli autori che si insegnano a scuola. Che, cioè, l’esistenza di un testo intitolato, per dire, </span><i><span style="font-weight: 400">Rosa fresca aulentissima</span></i><span style="font-weight: 400"> sia un “fatto” testimoniato nella sua esistenza, dunque nella sua “verità” accessibile all’esperienza del ricercatore, dal manoscritto Vaticano Latino 3793, sul quale troviamo messa per iscritto gran parte dell’origine della nostra letteratura e di quello che siamo diventati grazie ad essa.</span></p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p><span style="font-weight: 400">Che oggi negli Stati Uniti d’America, la prima democrazia della storia del mondo, ci sia bisogno di andare a ripescare il modo in cui Said prova a sdoganare Auerbach in base alla mitizzazione della condizione di esule in Turchia prima della Seconda Guerra Mondiale, dà un po’ il senso del baratro in cui un intero sistema culturale è sprofondato. È ben evidente, noto e certo che Said, esule palestinese in America lui stesso, stesse identificandosi col maestro esule e dunque proiettandolo in quel modo in un sistema della comparatistica orientato verso la categoria della </span><i><span style="font-weight: 400">Weltliteratur</span></i><span style="font-weight: 400">. Ma è altrettanto certo che Said avesse della filologia una concezione certamente positiva, anche in considerazione della sua applicabilità ai campi della Filosofia, del Diritto e delle Scienze Sociali, indipendentemente dalla condizione di esule sua o del suo maestro, come emerge con evidente e lucida chiarezza da un passaggio nodale del saggio di Auerbach su </span><a href="https://msu.edu/course/eng/320/johnsen/philology.pdf"><i><span style="font-weight: 400">Philology and Weltliteratur</span></i></a><span style="font-weight: 400">, che egli stesso tradusse insieme alla moglie del tempo, Maire Ja</span><span style="font-weight: 400">anus</span><span style="font-weight: 400">:</span></p>
<blockquote>
<p style="padding-left: 30px"><span style="font-weight: 400">Philology, in this role, dominated all the historical disciplines because, unlike philosophy, which deals with eternal truths, philology treats contingent, historical truths at their basic level: it conceives of man dialectically, not statically. In this article Auerbach concerns himself with strictly literary philology, but one is always to keep in mind that philology&#8217;s &#8220;material&#8221; need not only be literature but can also be social, legal or philosophical writing.</span></p>
</blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">Nella temperie attuale, cioè in un mondo</span> <span style="font-weight: 400"> in cui la Presidenza degli Stati Uniti d’America parla di «alternative facts» e definisce i confini di una «post-truth society», fa un po’ ridere che ci sia bisogno di andare a difendere Auerbach dai teorici del post-colonialismo, come </span><span style="font-weight: 400">Aijaz Ahmad e Abdul R. JanMohamed che «criticano il metodo di Auerbach e la sua ammirazione da parte di Said sulla base del fatto che in realtà Auerbach avrebbe trasceso il suo ancoraggio culturale europeo soltanto per garantire una prospettiva comparatista necessaria alla migliore comprensione del patrimonio nazionale individuale». Più ancora ingenue appaiono le notazioni volte a difendere la filologia in generale dalla critica radicale di Nietzsche o da quella meno radicale, ma comunque feroce, di Benjamin, come se si trattasse di questioni di stringente attualità.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Certo non si salverà la filologia contemperando la prospettiva di Auerbach sul realismo letterario (fondata, peraltro, sulla corrispondenza tra lingua letteraria e umile quotidianità della vita, e pertanto superatissima) col pensiero della Scuola di Francoforte, né armonizzandola rispetto alla critica postcoloniale o venendo a patti con il decostruzionismo delle letture fiume di Derrida, scimmiottate dai </span><i><span style="font-weight: 400">close-readers </span></i><span style="font-weight: 400">(anche la farsa a volte si ripete in farsa). Peraltro si potrebbe osservare che la filologia non l’ha inventata Eric Auerbach, e di certo non è morta a seguito dell&#8217;“evoluzione culturalista” di Said. La sociologia del romanzo medievale di Eric Kohler, sconosciuta in America, nasce nell’ambito della filologia romanza, dalla quale scaturisce anche buona parte del pensiero strutturalista, ad opera di Cesare Segre, e parte consistente della sociolinguistica, grazie ad Alberto Varvaro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Si potrebbe ancora aggiungere che la filologia si è autocriticata dal suo interno proprio in base a revisioni soprattutto promosse da Paul Zumthor e da Bernard Cerquiglini, che hanno teorizzato (più che dimostrato, a dire il vero) l’incorporeità del testo originario, in base ad un’idea dinamica della tradizione letteraria (almeno di quella medievale, certo), capace di autoprodurre il suo oggetto e di trasformarlo all’infinito. Sarebbe empio non menzionare in questa rapida rassegna Gianfranco Contini, che ha riscritto i connotati della disciplina, ad esempio inventando la critica genetica, insieme ad una nuova idea del concetto di autore. E molto altro si potrebbe dire sulla filologia dell’autografo, su quella del lessico delle emozioni, su quella che ripensa la teoria dei generi o che va a scavare indizi di ripensamento del testo letterario nei dati librari materiali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Ma il punto non è nemmeno questo, che cioè riabilitare la filologia partendo da Auerbach fa davvero un po’ ridere. Quello che più colpisce e sorprende è il disagio di un sistema culturale che si trova in imbarazzo rispetto a concetti essenziali alla convivenza civile come quelli di “verità” e “fatto”, al punto di viverli come un tabù. Colpisce la necessità di ricorrere a rocambolesche e inaccessibili perifrasi per sdoganare discipline come la filologia che danno questi concetti come un oggetto di indagine, «un’ipotesi di lavoro», come diceva Contini dell’archetipo di una tradizione manoscritta, nemmeno come un dato accertabile necessariamente e in assoluto. Non sorprende che la rinuncia ad un’indagine su queste categorie, che peraltro offre all’attenzione una serie di fatti, l’interpretazione dei quali sarà sempre falsificabile in base ad altri fatti o a una diversa e più corretta interpretazione degli uni e/o degli altri, conduca al punto in cui siamo oggi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Non sorprende, cioè, che la crisi della filologia, messa da parte insieme agli approcci cosiddetti “colonialisti” ed “eurocentrici” alla letteratura in tutte le più importanti università americane (ma anche da noi, per altre ragioni, non si scherza), conduca ad una sorta di afasia, a uno sbigottimento, di fronte all’arroganza di un’amministrazione che riscrive la realtà in base alla diretta convenienza, disintermediando la propria comunicazione con la base di consenso. Se hai passato trent’anni a dire che non c’è una verità, che i fatti sono solo costrutti culturali che il potere sventola per autolegittimarsi, cosa rispondi quando ad un certo punto qualcuno governa descrivendo i fatti che sventoli come costrutti culturali inventati per delegittimarlo? È esattamente quello che sta accadendo oggi in America, ma domani, continuando di questo passo, potrebbe accadere anche qui.</span></p>
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