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	<title>umanità &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sulla vergogna della propria disumanità e sulla speranza della propria umanità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2015 14:09:58 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/big.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-56317" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/big-300x225.jpg" alt="big" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/big-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/big.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p>Vorrei parlare di due parole, “vergogna” e “speranza”. Sono due parole che nel nostro mondo di sottigliezze e prodigi tecnologici sembrano arcaiche, generiche, grezze. Oppure, come si suol dire, retoriche. Però le parole non sono come le App, non se ne inventano di nuove tutti i giorni.<span id="more-56315"></span></p>
<p>È difficile dire a partire da che momento, da che giorno, io abbia percepito che sprofondavo nella vergogna, e che questa vergogna non avrei potuto esorcizzarla facilmente, con qualche bel gesto o con una serie di bei gesti, anche se la vergogna non chiede che questo, di essere soppressa attraverso delle azioni, delle azioni che ci portino in un’altra zona dell’esperienza e del nostro rapporto col mondo, in una zona dove la speranza prenda il sopravvento sulla vergogna. Io ho sentito con precisione che tutto il mio modo di vita mi destinava a quella vergogna, e che solo difficilmente avrei trovato la strada per uscirne, perché si trattava appunto di uscire da un’identità e da uno stile di vita, che erano ormai ben stratificati. E oggi che scrivo non ne sono ancora uscito, so che devo farlo, devo farlo per me e per gli altri; per me, che sono un cittadino adulto italiano, europeo, e per coloro che mi chiedono di uscire dalla vergogna, che hanno bisogno che io ne sia fuori, libero di fare qualcosa con loro e per loro. E lo devo fare anche per mia figlia, perché sarà lei, indubbiamente, che riceverà in eredità questa vergogna, e non vorrei che diventasse schiacciante.</p>
<p>Non vi è nessun compiacimento, nessun sollievo a parlare di questa vergogna: essa è lì come un fatto, un fatto che può essere taciuto, dimenticato, ma le cui conseguenze hanno comunque una grande portata, ossia una portata <em>storica</em>, perché questa vergogna, che è in questo caso vergogna <em>per me</em> e <em>per noi</em>, sarà giudicata storicamente, da chi verrà nel futuro, perché è la vergogna nei confronti della nostra disumanità, come individui e come popoli, come stati e come nazioni, è il quotidiano spettacolo della nostra incapacità di essere umani, di ritrovare la via dell’umanità elementare, della decenza morale, a renderci vergognosi.</p>
<p>Quel che mi appare chiaro è che l’uscita da questa disumanità, il rifiuto di essa, non si giochi semplicemente sul piano morale delle singole coscienze. Se la vergogna nasce nella coscienza individuale, la disumanità di cui deve vergognarsi fa leva certamente sulle abitudini di ogni singolo individuo, ma queste abitudini sono cementate da un sistema culturale e da un’organizzazione politica della società. Per questo, oggi, coloro che sono riusciti attraverso le loro azioni quotidiane a porsi al di fuori del sentimento di vergogna, e che hanno riguadagnato, o solo affermato, la loro intatta umanità, non potranno in nessun modo attenuare la vergogna collettiva, storica, delle nazioni europee e dei loro popoli. Le loro azioni salvano <em>loro </em>dalla vergogna, risvegliano <em>per noi </em>la speranza, ma non possono incidere ancora sulle istituzioni e il sistema culturale. E solo un mutamento di natura politica e culturale potrà portare l’Europa, governanti e cittadini, fuori dalla vergogna, fuori dalla colpa, fuori dall’ordinario esercizio della disumanità.</p>
<p>Tutti i paragoni con la barbarie nazista sono legittimi, perché al di là delle circostanze storiche, che sono inevitabilmente singolari e irripetibili, qualcosa di analogo e fondamentale emerge: verrà un giorno in cui qualcuno di noi, qualcuno che ha la nostra stessa identità – un italiano, un francese, un polacco, un ungherese –, dovrà giustificare ai suoi figli l’espressione collettiva e istituzionale di tale <em>disumanità</em>. E proprio su questo terreno della trasmissione, le cose appaiono abbastanza chiare. Cosa possiamo sperare? Che i nostri figli siano altrettanto se non più <em>disumani</em> di noi, e che quindi non ci chiedano nessun conto, e che anzi ci dimostrino, anche loro quotidianamente, nell’intimità familiare, quanto bene hanno appreso la lezione, trattandoci all’occasione come materiale umano superfluo, ingombrante, di scarto, verso il quale nessuna empatia può più essere suscitata? C’è, infatti, qualcosa di peggio della vergogna, che è un rimpianto per la propria umanità smarrita. C’è la fine di ogni ricordo d’umanità, e la barbarie come unico orizzonte.</p>
<p>Non è solo questione di guerre e di milioni di profughi, non è solo questione di migliaia di morti in mare, di accampamenti illegali e miseri alla frontiere, di repressione poliziesca su persone inermi e senza diritti, la disumanità che noi vediamo all’opera, e che sentiamo come nostra, è quella innanzitutto dell’omissione di soccorso, ma con un’aggravante. L’omissione di soccorso di cui parlo va ovviamente intesa in senso morale, come l’obbligo di alleviare la sofferenza di un essere umano anche se non sia stata da noi procurata. Ma sappiamo anche che l’omissione di soccorso figura come reato nel nostro codice penale. La legge ritiene che, in casi molto specifici, come l’incontro con un minore abbandonato o un uomo ferito o incosciente – e quindi in pericolo di vita – sia obbligatorio – oltre che doveroso moralmente – prestare aiuto o segnalare immediatamente la circostanza all’autorità. Si presume, insomma, che ci siano dei soggetti istituzionali (forze dell’ordine, medici soccorritori, ecc.) a cui generalmente delegare l’azione di soccorso, tranne in casi eccezionali, dove siamo in qualche modo obbligati ad agire in prima persona, anche senza possedere alcun ruolo istituzionale specifico. Di fronte al flusso straordinario di rifugiati, il rifiuto delle autorità delle varie nazioni europee di organizzare una sistematica azione di soccorso e accoglienza, ci interroga inevitabilmente come cittadini senza ruolo istituzionale preciso. Anche se non abitiamo a Calais o a Lampedusa, siamo consapevoli che le autorità stanno programmaticamente sottovalutando e ignorando i loro doveri di soccorso e ospitalità, e la nostra delega a quelle autorità disumane non può finire che col renderci complici di esse.</p>
<p>Questa situazione storica ed eccezionale, causata da guerre che in questi anni colpiscono zone geografiche e popolazioni determinate, riattualizza però un’occasione di vergogna più ordinaria e ormai banalizzata nelle nostre società di stampo democratico-liberale. Mi riferisco alla nostra crescente indifferenza nei confronti delle persone che vivono e dormono per la strada, soprattutto nella grandi città. Non intendo sostenere, qui, che ogni cittadino abbia il dovere morale di occuparsi in prima persona dei senza tetto o di tutti coloro che vivono a margine della società. Ciò significherebbe aspettarsi che tutti abbiano non semplicemente delle attitudini di decente umanità, ma delle capacità di sacrificio e di dedizione nei confronti del prossimo fuori dall’ordinario. Ma io vorrei restare, appunto, sul terreno della semplice decenza, per sottolineare come sia facile, oggi, abituarsi a un’indecenza generalizzata.</p>
<p>Ho ricevuto una lezione una volta, sui binari di una stazione metropolitana parigina, da una donna. C’era un uomo abbastanza giovane buttato bocconi sulla banchina, ma in un punto tale che costituiva un ostacolo per le persone che camminavano lungo di essa. Era evidente il suo stato d’incoscienza, non era però chiaro, data la posizione anomala, se stesse semplicemente dormendo. La sua presenza provocava talmente disagio che una signora abbastanza elegante, passando, finì per inciampare volontariamente tra le sue gambe. In realtà, gli diede un calcio, un gesto senz’altro incontrollato, ma che serbava un residuo di inconsapevole umanità. Probabilmente avrebbe voluto sentire un gemito, una qualche reazione. Poi tirò dritto, borbottando seccata. Alla fine mi avvicinai all’uomo e mi misi a parlare con un’altra persona che lo guardava anche lei inquieta. Non sapevo bene cosa fare, ma le chiesi, vedendo che aveva il telefonino in mano, se avesse già avvisato qualcuno. Nel frattempo era arrivata un’altra donna, e senza tante esitazioni prestò soccorso, cioè si chinò sui di lui, lo apostrofò, scrutò le sue reazioni, gli mise una mano sulla schiena, ecc. Niente di eccezionale. Appunto. Eppure in una città come Parigi, lo stile di vita dominante, le abitudini condivise, finiscono per ottundere anche le più elementari reazioni di umanità, quelle più spontanee e semplici. E col tempo, anche nella vita ordinaria, rischia di diventare sempre più sottile la linea di separazione tra decenza e indecenza.</p>
<p>Qualche giorno fa, prima che la foto di Aylan Kurdi rompesse qualcosa nell’equilibrio mediatico e suscitasse quell’empatia che la notizie quasi giornaliere sulle stragi dei rifugiati non sembravano più risvegliare, France 2, il secondo canale della televisione pubblica francese, aveva trasmesso nel telegiornale di prima serata un’inchiesta intitolata: “Perché li aiutano?”. L’inviato intervistava nei pressi di Calais alcune persone che, in diverso modo, aiutavano la popolazione lì accampata di rifugiati e migranti irregolari. (Calais, porto sulla Manica da dove partono i treni diretti a Londra, è l’equivalente della Lampedusa francese, la tappa intermedia per coloro che approdano in Europa con l’intento di terminare il loro viaggio in Gran Bretagna.) L’attitudine del giornalista era ripugnante, dal momento che alle domande innocenti faceva seguire il suo personale giudizio sull&#8217;azione dei soccorritori: “Ma aiutando queste persone, Lei permette loro di rimanere qui, in una situazione illegale e disperata, dal momento che comunque non possono passare la frontiera”. In tutto questo, ciò che suscitava davvero un po’ di speranza, e speranza non per i migranti, ma <em>per noi</em>, per noi europei, italiani o francesi, era la presenza, la faccia, il comportamento di quelle persone, che avevano la più varia età e provenienza sociale. Persone normali che, al di fuori di ogni militanza politica o coinvolgimento associativo, con i mezzi limitati di cui dispongono, vanno ad aiutare i migranti, mescolandosi a loro nelle baraccopoli clandestine o accogliendoli in casa, magari, per ricaricare il cellulare. E queste persone non forniscono grandi giustificazioni né etiche né politiche del loro agire, lo fanno perché sembra loro <em>normale</em> farlo, e lo fanno sfidando il disprezzo palese e a volte le minacce dei loro stessi concittadini, quelli che non hanno pietà e nemmeno alcuna vergogna.</p>
<p>Ecco, bisogna anche riconoscere la speranza, quando è ragionevolmente suscitata. Domani parleremo di quello che la politica dovrebbe fare, e di quello che continua oggi a non fare, ma cominciamo a constatare, facendo un passo oltre alla nostra vergogna individuale e collettiva, quanto è comune, ordinaria, diffusa, la capacità degli esseri umani, anche europei, anche italiani e francesi, di comportarsi in modo decente, di essere delle persone decenti. Sarà seguendo anche questo filo apparentemente modesto, al di fuori delle altisonanti espressioni d’indignazione, che cominceremo a vedere qualcosa oltre la nostra vergogna.</p>
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		<title>50 aforismi #2</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 06:30:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[aforismi]]></category>
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		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[umanità]]></category>
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<p>di <strong>Luca Ricci</strong></p>
<p>Aveva faticosamente imparato quello che altri semplicemente <em>sapevano</em>.</p>
<p>Un ribelle a cui viene spiegato per filo e per segno a cosa ribellarsi.</p>
<p>Scommetteva sulla propria incoerenza, e vinceva sempre.<br />
  <span id="more-36147"></span><br />
Gli dettero del pornografo perché riusciva a vedere sempre e soltanto l&#8217;uomo svestito dalla Storia.</p>
<p>Era talmente nel pallone che non la smetteva più di razionalizzare.</p>
<p>La sua specialità consisteva nel distruggere il suo campo di specializzazione.</p>
<p>Era un capolinea in movimento.</p>
<p>&#8211; Ha molti detrattori?<br />
&#8211; Intende fuori o dentro di me?</p>
<p>&#8211; Come mai tutti questi silenzi, tutta questa immobilità?<br />
&#8211; Sono refrattario al contingente. </p>
<p>Da persona debole qual&#8217;era, non riuscì mai a contrastare efficacemente la sua volontà di ferro.</p>
<p>Aveva un solo rimpianto: non aver studiato abbastanza da evitare l’introspezione.</p>
<p>Disprezzava l&#8217;universo, ma chiudeva un occhio sulla minuzia di farne parte.</p>
<p>Si godeva il mondo con il vantaggio dell&#8217;ignoranza.</p>
<p>&#8211; Lei è pacifista?<br />
&#8211; Vorrei, ma ogni uomo è un <em>esercito</em>.</p>
<p>Aveva aperto una libreria immaginaria di libri soltanto suoi, appena sussurrati al cuscino, nei dormiveglia delle notti e dei giorni.</p>
<p>Ebbe la fortuna svergognata di fare bancarotta per primo.</p>
<p>Barattò tutte le certezze scientifiche per un&#8217;unica, definitiva farneticazione metafisica.</p>
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