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	<title>Unabomber &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>LA PAGINA E LO SCHERMO. Frame da un discorso abbandonato. (I)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Apr 2008 13:11:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Anthony Burgess]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Gallerani «Siete proprio necessario voi? Che cosa siete voi? Una mano che gira la manovella. Non si potrebbe fare a meno di questa mano? Non potreste esser soppresso, sostituito da un qualche meccanismo?» (Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore) «Nell’era elettronica noi viviamo senza un corpo. Questo spoglia l’individuo della sua identità [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/beuystv.jpg" title="beuystv.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/beuystv.jpg" alt="beuystv.jpg" /></a> di <strong>Stefano Gallerani</strong></p>
<p>«Siete proprio necessario voi? Che cosa siete voi? <em>Una mano che gira la manovella</em>. Non si potrebbe fare a meno di questa mano? Non potreste esser soppresso, sostituito da un qualche meccanismo?»<br />
(Luigi Pirandello, <em>Quaderni di Serafino Gubbio operatore</em>)</p>
<p>«Nell’era elettronica noi viviamo senza un corpo. Questo spoglia l’individuo della sua identità personale e porta all’emergere d’una personalità di massa.»<br />
(Marshall McLuhan, <em>Gli strumenti del comunicare</em>)</p>
<p>«Più tardi del suo solito, un mattino d’estate del 1984, Zoyd Wheeler si svegliò poco a poco alla luce del sole che filtrava attraverso un fico rampicante, dalla finestra, mentre uno squadrone di ghiandaie marine zampettava sul letto». Sebbene cominci con un risveglio, lo sguardo con cui, all’alba dell’ultima decade del secolo scorso, Thomas Pynchon scruta il 1984 in <em>Vineland</em> (1988), il suo quarto romanzo, quello più accoratamente civico, senza dubbio il più politico, è davvero lo stesso che il dormiente rivolge al mondo della realtà prima di arrendersi al sonno. Lo sguardo di chi, nell’abbandonare un universo materiale di oggetti concreti, tangibili, definiti nelle forme e circoscritti nei volumi, già comincia a vederli, queste forme e questi oggetti, così come li trasfigurerà il sogno, slabbrandone i margini, liquefacendone i contorni.<span id="more-5665"></span> Ancora pochi istanti e il senso di una realtà fatta di frammenti d’immagine e tensioni inesplose precipiterà in una nebbia indistinta. Ancora pochi istanti e il dormiente diventerà «uguale alla morte però differente»: Thanatoide, membro di una setta di devoti che «vivono tutti assieme in caseggiati thanatoidi, o in casette thanatoidi, in paesi e villaggi thanatoidi», senza «elettrodomestici, pochi stereo, poche o niente suppellettili, niente tappeti, niente quadri, perché non ne vale pena»; senza niente, insomma, salvo the Tube, la Televisione, l’oggetto della loro devozione, che venerano trascorrendo almeno «una parte di ogni ora da svegli con un occhio sulla Tivù»: «Non vi sarà mai una sitcom Thanatoide […] dal momento che non si vedrebbero, in essa, altro che scene di Thanatoidi che guardano la Tele». Degli zombi, questo sono i Thanatoidi: come morti ma diversi dalla morte, spersonalizzati come lo sono nel nostro immaginario i morti viventi. E questa, ci dice Pynchon, è la china che ha preso la società moderna: presto alla setta si sostituirà la religione, all’eccezione la regola e «un giorno», a dar retta all’annuncio di un buffone al Thanatoid Roast ’84 – la riunione ufficiale degli zombi catodici -, «li daranno pure alla Televisione gli Arrosti Thanatoidi». A questo punto, all’incrocio tra l’onnipresente schermo e l’odore di brace si accendono due spie che illuminano i nomi di George Orwell e Anthony Burgess: del primo è addirittura superfluo sottolineare la portata della profezia sociale del Grande Fratello contenuta in <em>1984</em>, del secondo, invece, sarà bene ricordare <em>1984 &amp; 1985</em>, un libro in cui, a quasi trent’anni di distanza, nel 1978, il capolavoro orwelliano è commentato (la sezione <em>1984</em>, appunto) e doppiato (la parte “datata” <em>1985</em>). In questa sorta di parabola politico-culturale, ascrivibile a pieno titolo al genere anti-utopistico di Huxley e Zamjàtin, Burgess non manca di rimarcare il nesso tra ricorso al medium televisivo e collettivizzazione psichica della società portando alla luce un elemento fondamentale del terrorismo ideologico dello Stato totalitario: non tanto e non solo il capillare controllo di ogni azione del cittadino, e dunque la presenza costante della macchina censoria, quanto la sua presente assenza, il suo fantasma. «È la <em>possibilità</em> di essere sorpresi dall’occhio elettronico che costituisce la vera intrusione», scrive l’autore di<em> Un’arancia a orologeria</em>. Non è un fatto nuovo, certo, si tratta, a ritroso, di una delle strategie che da sempre s’accompagnano all’esercizio del Potere, ma quello che richiama la nostra attenzione sulle pagine di Burgess – e, suo tramite, su quelle di Orwell – è la funzione svolta dal teleschermo: forse non esattamente una minaccia, ma di certo «una metafora della morte dell’intimità. Ciò che importa è che non può mai essere spento. È un perpetuo memento della presenza della grande società, lo Stato, l’anti-io». La Televisione ha definitivamente soppiantato il Partito: La Televisione <em>è </em>il Partito. Nel diagramma orwelliano (come in quello rivisto di Burgess), teleschermo come strumento di un controllo fittizio e, di conseguenza, immor(t)ale, e logocrazia, cioè «la capacità di contenere simultaneamente in un unico intelletto due concetti contraddittori e di accettarli entrambi» &#8211; secondo la <em>Teoria e pratica del collettivismo oligarchico</em> di Emmanuel Goldstein, il personaggio modellato su Leon Trotsky che, in <em>1984</em>, Orwell mette a capo dell’organizzazione segreta “Confraternita” –, teleschermo e logocrazia, dunque, costituiscono gli assi portanti del governo instaurato da un’oligarchia di intelletti raffinati che sa come manipolare il linguaggio e la memoria e, tramite questi dispositivi, la natura stessa della realtà percepita. Analizzando questa forma di governo, il <em>socing </em>&#8211; «il primo governo professionistico e pertanto l’ultimo» -, Burgess ne coglie il dato che rappresenta, allo stesso tempo, sia la contraddizione che la garanzia di perpetuità dello Stato in quanto macchina socializzante: l’essersi instaurato imponendo una visione della realtà che, poiché solipsistica (offerta a misura di ciascun uomo), sembrerebbe più appropriata ad una mente singola che ad una collettiva; ma anche l’aver spazzato dalla scena l’io individuale nel momento stesso in cui l’ha chiamato ad una forma qualsiasi di partecipazione alla vita pubblica. In breve: nell’aver sottratto con la mano sinistra ciò che ha elargito con la destra; ovvero, ancora Pynchon: il personaggio-uomo dell’<em>Arcobaleno della gravità </em>(1973), persosi nella Zona e scomposto dalla Storia, è dalla stessa ricomposto, quindici anni dopo, in <em>Vineland</em>,<em> </em>ma questa volta come simulacro davanti ad un schermo, nella figura di Spettatore, cioè di essere umano privo di spina dorsale o di una personalità contraddittoria.<em> </em>Con le loro visioni <em>en abîme</em>, Orwell, Burgess e Pynchon hanno squarciato la realtà, e solo fermandoci all’apparenza o alla mera didascalia – ovvero leggendole in chiave allegorica piuttosto che, come dovremmo fare, in prospettiva critica &#8211; potremmo ritenere mancati o falliti i loro vaticini. Il fatto che né il 1984 né il 1985 siano stati, almeno nelle fogge, come li hanno immaginati non prova che la validità, in termini logici, della lettura che questi autori hanno fornito di una tipica condizione novecentesca: quella, subdolamente democratica, dell’imperturbabilità dell’immagine virtuale, dell’equivalenza degli opposti (proprio nel secolo dei grandi conflitti!) e dell’identità, nella perdita del valore e dell’eccellenza, tra azione e non azione. In <em>Gli strumenti del comunicare</em>, Marshall McLuhan distingue antifrasticamente i media in freddi (che richiedono un’alta partecipazione degli utenti) e caldi (autoreferenziali, o a struttura chiusa), inscrivendo la televisione tra i primi. Ebbene, questo discrimine, a suo modo valido allora, nel 1964, è tuttora calzante o merita un ripensamento? Nel ’99, sulle pagine di “Nuovi Argomenti”, Massimiliano Capati ne ha proposto una modificazione <em>storica</em>, che non distingue tra media, ma individua nell’evoluzione di ciascuno di essi il passaggio da una fase all’altra e, progressivamente, una loro perdita di potenza persuasiva. Pochi anni e anche questa modificazione merita un correttivo sul piano se non storico, almeno <em>dinamico</em>, perché il medium televisivo, che dovrebbe a tutt’oggi ritenersi freddo, è invece un medium caldo che ha assorbito al proprio interno anche lo sforzo di integrazione richiesto al pubblico dei suoi fruitori, lo ha uniformato inducendolo, rendendolo meccanicamente ripetibile. È proprio facendo leva sull’individuo, infatti, ora isolato in una catarsi voyeuristica, che la Televisione, già data per spacciata dalla pervasività della Rete, ha spinto al massimo climax la crisi d’identità dell’uomo moderno &#8211; l’uomo inconscio di Freud, il proletario di Marx -, sempre più estenuato dall’hegeliana dialettica servo/padrone. Ogni spazio guadagnato è, in realtà, uno spazio concesso. Sostituendo al bisogno personale un mercato di necessità e di desideri collettivi, il mezzo ha esaurito in sé, autarchicamente, qualsiasi domanda e qualsiasi offerta, rendendoci tutti membri indistinti (elementi) di un’unica massa (macchina) di consumatori: «i <em>clichés</em> sarebbero scaturiti in origine dai bisogni dei consumatori: e solo per questo sarebbero accettati senza opposizione. E, in realtà, è in questo circolo di manipolazione di bisogno che ne deriva, che l’unità del sistema si stringe sempre di più». È un passo tratto dal penultimo capitolo della <em>Dialettica dell’illuminismo</em> di Horkheimer e Adorno, quello sull’illuminismo come mistificazione di massa. <em>Massa </em>e<em>Potere</em>, appunto, l’altra dialettica egemone del novecento. </p>
<p>Di fronte a questo manifestazione di forza &#8211; l’onnipotenza di un medium che ha esautorato ogni contrasto nella falsa identità tra particolare ed universale &#8211; la letteratura, la sua funzione <em>eccentrica</em>, si trova oggi in grave difetto. Come ne <em>Il caso dello scrittore sfumato</em>, la novella di Juan Marsé in cui il protagonista, R.L.S., porta significativamente le iniziali dell’autore, Stevenson, che alla lacerazione dell’identità ha innalzato uno degli inni più accorati, “evocati” dal medium gli scrittori di oggi (<em>legislatori </em>di ieri) rischiano di scomparire insieme alle loro opere nell’enorme maelstrom televisivo, definitivamente sfumati, <em>disleidos</em>. Finché ha promosso i valori che avrebbero dovuto governare la coscienza morale di una società “proba”, finché, cioè, ha interpretato un ruolo pedagogico e istituzionale, come un qualsiasi insegnante – emanazione per antonomasia di un sapere autoritario &#8211; anche la televisione è stata il detonatore di una reazione, fonte di un’energia uguale e contraria a quella che esprimeva. Fino a quando ha presupposto una scelta di campo, è stato, se non salvaguardato, sicuramente consentito lo sviluppo della coscienza di un’alterità, di una dialettica, il germe di un potenziale conflitto. Ma uno stato di cose del genere non poteva sopravvivere a lungo, nella sua granitica fragilità, al tramonto della televisione monocanale e monocolore e all’avvento dell’emittenza privata: l’apertura di un mercato fino allora autosufficiente ha prodotto un’inflazione che solo in apparenza, e per fini strumentali a discorsi dissimili, è stata considerata – in Italia è accaduto verso la fine degli anni Ottanta &#8211; un duopolio. Agli osservatori più attenti dell’universo televisivo non è sfuggita la spinta centripeta che l’apertura delle dogane dell’etere ha esercitato sull’immaginario mediatico, sempre più attestatosi su una posizione di normazione autonoma, camaleonticamente omogenea nel suo sviluppo: si ha un bel parlare di moltiplicazione di prodotti e pluralità di opinioni o linguaggi, ma il risultato ha coinciso col prevalere di un monolinguismo coatto e della versione pratica del pensiero unico. Con rapidità tale da lasciare l’impressione che nulla si muovesse – come quando si osservano i raggi di una ruota fatta girare ad elevata velocità – il medium si è evoluto assumendo su di sé obiezioni e giustificazioni, in un processo autoironico che dribbla ogni possibilità di interpretazione (senza che di questo progresso si potesse intravedere, poi, il contenuto darwiniano che solitamente accompagna qualsiasi evoluzione). Per David Foster Wallace, che muove dalla profonda influenza esercitata dalla televisione sulla narrativa americana a partire soprattutto dagli anni Settanta, ciò è dipeso in gran parte dal «fatto che il riutilizzo, da parte della tv, dell’ironia postmoderna è diventato in concreto una soluzione ispirata al problema del tenere Joe [lo spettatore medio] al tempo stesso estraneo e a parte di quella folla di milioni di occhi» che fissa contemporaneamente la stessa immagine che fissa lui; sebbene televisione e letteratura trovino un punto di incontro proprio nella capacità di destituire di fondamento qualsiasi affermazione o giudizio, riguardo al medium televisivo la ragione del fallimento “critico” dei narratori «immaginisti» o iperrealisti – i quali, a differenza degli scrittori postmodernisti non usano più l’immaginario pop come <em>referente</em> o <em>simbolo</em>, ma come <em>materiale</em> &#8211; è, «semplicemente, che la tv li ha battuti sul tempo. La realtà è che, da almeno dieci anni a questa parte [Wallace scrive queste pagine nel ’90, <em>nda</em>], la televisione astutamente assorbe, omogeneizza e ripropone la stessa cinica estetica postmoderna che una volta incarnava la migliore alternativa alla seduzione della letteratura bassa, commerciale, ultrasuperficiale», e con ciò mina alla base ogni irriverenza o singulto eversivo che tenti di trasfigurarne la portata: non c’è più valico tra cultura popolare e cultura seria dove si inoculano il virus <em>ironico </em>e il suo antidoto, l’autoironia consapevole. </p>
<p>Questo scarto temporale nel diverso atteggiarsi del rapporto tra letteratura e televisione, l’impasse che ne deriva e una possibile via d’uscita sono ben rappresentati in quattro romanzi usciti in Italia a stretto giro di tempo l’uno dall’altro, quasi a completare una sorta di microciclo esemplare di <em>scrittura </em>del fenomeno (la chiusura di questo microciclo è senz’altro arbitraria ma sembrano sufficientemente eloquenti sia l’esemplarità delle scelte, che in qualche modo ne “esauriscono” le prospettive critiche, che la loro concentrazione in un preciso momento dell’esperienza mediatica, quello che vedrebbe la tv cedere il passo alle nuove tecnologie). Quattro romanzi sulla televisione non tanto, o comunque non solo, perché abbiano in qualche modo ad oggetto (come orizzonte, come protagonista o come metafora) la televisione stessa, ma in quanto romanzi sulla messa al bando del personaggio-uomo dallo spazio virtuale e sull’interpretazione degli eventi che la tv &#8211; e per essa l’attitudine al pensare televisivamente, cioè mediatamente &#8211; ci ammannisce. </p>
<p>«Né pace han mai, né tregua i caldi affanni/Del mio libero spirto, ov’io non vergo/Aspre carte in eccidio dei tiranni» (Vittorio Alfieri, <em>Della Tirannide</em>)</p>
<p>Nel primo di questi romanzi, <em>Il Duca di Mantova</em>, pubblicato all’inizio del 2004, Franco Cordelli parte subito, <em>d’après coup</em>, a mo’ di violentissimo esergo, scoprendo le carte della sua irrequietezza e del suo risentimento. «Gli scrittori, dunque. Gli scrittori e gli editori. O gli scrittori e la televisione. Come non notare che da quando le televisioni si sono moltiplicate, da quando si sono moltiplicate le storie, da quando non si vendono altro che emozioni, si sono a dismisura moltiplicati gli scrittori? Si sono moltiplicati e non ve ne sono più, non dicono niente, tutti affatturati, dalla smania di raccontare una storia, più spesso la propria, il proprio ignobile nulla, o il proprio ignobile senso di colpa; affatturati, annichiliti, privi di prestigio – il potere, benché ambito, non l’hanno avuto quasi mai e quelli che proprio l’hanno voluto in genere vi hanno lasciato le ossa. La televisione, ovvero l’impero delle storie televisive, ogni notizia è diventata una storia, ha alfabetizzato il popolo italiano, secondo il modello americano; e il nostro popolo, privo di fondamento, ha cominciato a rispondere. Ad ogni azione corrisponde una reazione: alle storie televisive corrispondono in uguale, nutrita dovizie, le inutili storie scritte. Perché leggere quando si può vedere? Vedere non è più economico che leggere?». La citazione è lunga ma rileva un aspetto fondamentale della questione: l’espansione dell’impero televisivo, appunto, a scapito di quello romanzesco. Un occhio ai palinsesti ed uno alle gazzette – o, semplicemente, uno sguardo d’insieme –, la tesi è inconfutabile e il teorema inquisitorio già perfettamente dimostrato nell’enunciazione del capo d’accusa. Il crimine – d’ordine morale, innanzitutto &#8211; è aver invaso un campo «inquinandolo, inflazionandolo, togliendo alle parole valore»: le parole non contano più perché la loro moltiplicazione infinita non crea altro che un’eco sorda. E l’imputato ha un nome ed un cognome storici precisi, si chiama Silvio Berlusconi, ma non è più il Cavaliere (nemmeno quello Nero), non l’imprenditore, costruttore e proprietario di una squadra di calcio, bensì l’editore, il Principe e «proprietario dell’azienda costituita dal nostro Paese». Il Principe sì, quello melodrammatico non quello machiavellico, perché il colpevole – la sentenza si scrive da sé &#8211; oltre ad avere un’identità anagrafica ineludibile ne ha pure una archetipica, funzionale ed onnipervasiva, quella di Duca di Mantova: un’alchimia di caratteri strapaesani, tracotanti, debordanti, fuori luogo e in ogni luogo, buoni per tutto sedurre e tutto abbandonare. Insomma, nell’era del <em>socing reale</em> – in cui si sottomette dissuadendo &#8211; il Duca, Berlusconi, è diventato il Grande Seduttore, il Regista («colui che decide, colui che opera, colui che fa») e perciò il «maggior romanziere vivente, il più letto, il più seguito e amato dai lettori»: lo Scrittore Supremo. Nondimeno – o per di più -, è anche «l’arguto storico, il modernissimo calcolatore» e, in fondo, un «tipo qualunque, con piccoli o grandi vizi, o perfino privo di vizi, […], un soggetto vile assurto in excelsis»: il Lettore Ideale. L’indistinta riferibilità di questa personalità cialtrona ed operistica ad ogni possibile inclinazione umana è la ragione stessa del suo successo; la sua vittoria più importante non l’aver deposto i vecchi <em>manes</em> (la vecchia repubblica del gioco delle parti) bensì assicurarsi che più nessuno si sieda sul trono e perpetui la corte. Il nuovo sovrano potrebbe essere chiunque eppure non è mai nessuno: un Duca dal dubbio lignaggio – non per sangue ma per guadagno, come i capitani di ventura di una volta -, che porta scritto sul cartiglio <em>Sono ciò che volete che io sia, volete ciò che io sono</em>. Ma contro il trionfo dell’ovvio cosa può l’individuo F.C. («un io-me, un io qualsiasi»)? Cosa può lo scrittore Cordelli &#8211; e con lui tutti i romanzieri inconcussi, defraudati, esautorati d’ogni potere, di un pur minimo, per quanto inconsistente, statuto esistenziale? Non c’è dubbio: «la televisione, il Leviatano, proprio perché non produce che gnomi, sia pure gnomi-demiurghi, gnomi-apprendisti stregoni, gnomi-mito, è il campo di battaglia. Il Leviatano lo si può affrontare» e quindi, ostinatamente, combattere. Ma come? Virando bruscamente sulla propria vita personale, riducendo in scala l’esperienza ed opponendosi alla quantità, che deforma la stima e <em>informa </em>il giudizio di valore, senza cedere alla lusinga aristocratica della qualità (bassa o alta che sia). E però, anche ripristinando il particolare, trascinando nel privato il pubblico per, così, plasmare la coscienza dei nomi e definire nuove aree di pertinenza. A ben vedere sembra proprio questo il senso del ricorso all’onomastica ed alla toponomastica nel <em>Duca di Mantova </em>(e, in un certo senso, nella recente riscrittura dell’opera prima di Cordelli, <em>Procida</em>). Che si tratti di nomi e luoghi fittizi o nomi e luoghi reali, poi, è irrilevante perché non è tempo di giocare con la realtà e la finzione (cioè di mistificare e, con ciò, rendersi complici, <em>rigoletti </em>di questo o quel <em>duca</em>), magari finendo, come spesso accade, col tradurre la prima, la realtà, in notorietà (Berlusconi e Previti o i grandi raduni di piazza San Giovanni e piazza Cavour) e la seconda, la finzione, in anonimia (o equinimia: chiamarsi, un personaggio, semplicemente Ascanio, Bruno o Mario; passeggiare solitario, il narratore, lungo viale Angelico o tra i campi dell’Acqua Acetosa). È tempo, piuttosto, di forzare la cerniera tra pubblico e privato per far emergere l’<em>autentico</em> e conferire credibilità sintattica al <em>verosimile </em>(il massimo di spettacolarità con il massimo di intimità, come enunciato in un vecchio titolo di Cordelli e Berardinelli, <em>Il pubblico della poesia</em>; ma se trent’anni fa il rischio era che tutti volevano essere poeti, oggi il meccanismo è talmente ben oliato, ed invertito, che anche gli attori sono spettatori cui è stato esaudito – o è stata data l’illusione che così sia – ogni più sciagurato desiderio). È tempo, insomma, di aprire un varco tra annientamento e preservazione, intenzione e pagina: un’invadenza assunta in tutta la sua paradossalità, fino a cancellare l’ombra del fantastico e gli effetti illusionistici del reale. Prospettare un’azione, uno svolgimento psicologico, questo è lo spazio su cui Cordelli lascia libero sfogo alla sua inquietudine romanzesca – la posta in gioco altissima, ma il gesto, sempre, deliberatamente gratuito, innecessario. Questo lo spazio <em>residuale </em>della democrazia compendiata nel <em>Duca di Mantova</em>: non un romanzo, ma neppure un diario, né uno zibaldone o un gotico taccuino (o tutte le cose insieme, come ogni vero, grande romanzo), piuttosto una <em>jam session </em>tra Henry Miller e Benjamin Constant. «La mia summa teologico-politica», scrive Cordelli del suo rapporto su una «minuscola e surrettizia comune» di amici spretati che «lavorano, invero, alla conoscenza della Scritture, dedicandosi, senza clamore, o in gran segreto, all’apprendimento del sapere» (come gli hooligan che in <em>1984 &amp; 1985</em> imbracciano i classici greci e latini per protesta contro l’establishment). E alla <em>bataille de la phrase</em>, al pensiero autoptico della frase – una logica serrata da cui nascono significati complessi – lo scrittore affida, da ultimo, la strategia di una <em>fratellanza </em>eroica<em> </em>che, nella temperie dei “puri spiriti” e nella condivisione di un’esperienza, anche quella di piazza, con tutto il suo male, con tutto il suo strazio, cerca «l’unica risposta non manieristica alla crisi della presenza». </p>
<p>«Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.»<br />
(Italo Svevo, <em>La coscienza di Zeno</em>)</p>
<p>Di segno contrario, regressiva e votata al martirio, è, invece, la strategia eversiva pianificata da Sandro, alias Top Banana, protagonista di <em>Fiona</em>, romanzo mimetico di Mauro Covacich – qui iperrealista nell’accezione stigmatizzata da Wallace &#8211; in cui attorno a un’unica vicenda – la crisi d’identità di Sandro e, di conseguenza, il collasso dei suoi rapporti sociali e famigliari &#8211; si intrecciano più storie, almeno quattro, tutte egualmente significative ma sgravate dal ricatto morale dell’esemplarità. Come prototipo della condizione generata dalle forze persuasive del <em>socing</em>, Sandro rappresenta, nella sua pienezza, la contraddizione dell’essere ad un tempo causa ed effetto della propria sconfitta come essere umano. In quanto <em>Sandro</em>, cioè, allestisce con la moglie Lena la versione moderna dell’infelicità coniugale: la convenzione borghese di perpetuare l’<em>esaurimento </em>dei sentimenti non per apparire come coppia ma per non sparire come individui. Si giustifica, così, anche la scelta di costituire un nucleo autosufficiente adottando una bambina haitiana, Fiona, appunto. Diventa presto chiaro ad entrambi, Sandro e Lena, che non è questione di essere genitori, ma di fuggire l’uno dall’altra tentando ciascuno, soprattutto lui, di instaurare un rapporto privilegiato, intimo, che si spera di confidenze taciute e richieste prevenute, con la figlia adottiva, che però non si lascia accostare, non si lascia baciare, non parla. In quanto <em>Top Banana</em>, invece, Sandro lavora per un grande network, è il direttore responsabile, l’autore degli autori di un reality show, Habitat (nel romanzo, non la versione del Grande Fratello orwelliano, ma del format della Endemol), studiato come un enorme acquario planetario (nella misura dell’ostensione mediatica) allestito non per studiare comportamenti ma per indurli (qui il Grande Fratello torna ad essere l’archetipo di <em>1984</em>). Attraverso i falsi specchi della casa in cui si muovono i concorrenti, gli spettatori finiscono per riflettersi negli schermi dei propri televisori non come sono ma come dovrebbero essere &#8211; e dunque come tenteranno di apparire il mattino seguente ai mille diaframmi che ne scrutano e registrano i movimenti quotidiani, dettando il tempo d’ogni passo (…circuiti chiusi nei supermercati…telecamere all’ingresso delle banche…apparecchi <em>en vedette </em>nei negozi di elettrodomestici…). Spettatori che «non sanno chi sono, eppure mi conoscono, seguono le mie opere alla tv. E io so chi sono?», si domanda Sandro, in equilibrio sul crinale che separa la mondanità pubblica dalla spiritualità privata, autore e spettatore a un tempo. «Sì, certo, sono un automobilista pordenonese gonfio di cibo e riscaldamento, diretto a Milano per lavoro. Un tizio innamorato di una donna nata dagli alberi di un asilo, sposato con una compagna di scuola esperta mondiale di imperatori bizantini, padre di una bambina non sua per la quale, in una baracca di campagna piena di canne da pesca ed esplosivi c’è un giubbetto nero che aspetta solo di essere indossato». Ma è, la sua, una stabilità solo apparente, assicurata dall’indecisione e dalla temporanea ricreazione che si concede nei fine settimana, quando, fingendo di interpretare il ruolo di pescatore dilettante e bricoleur tuttofare, in una baracca dell’hinterland metropolitano indossa i panni di Minemaker, il bombarolo anonimo che esegue mortali ricette esplosive. Niente più che la convenzione di un <em>civis</em> in cui il dislivello tra i piani ha insinuato nel tempo, silenziosamente, il germe della sua stessa insostenibilità, le personalità distinte di Sandro non si compongono, infine, per dare vita ad un nuovo Io strutturato, ma si dissolvono in un’ombra indistinta. Minemaker – o Unabomber -, l’autentico interprete – lui, non il <em>creativo</em> dell’emittente &#8211; dello “spirito dei tempi” incarnato dal cannibalismo delle merci (prodotti che servono, davvero, non a quello per cui sono venduti, puro pretesto della loro messa in commercio, ma a creare rudimentali e letali bombe casalinghe: «mina di crema di cacao: provvista di pelati. Mina di pelati: provvista di Shampoo. Mina di shampoo: provvista di polvere di cacao»); un cannibalismo cui fa eco l’indifferenza, <em>nel</em> consumo, <em>alla</em> persona, per cui quando un altro personaggio, il poco credibile professor Lentini &#8211; forse l’unica figura manifestamente romanzata, e dunque ingenua in un libro quasi mai tale, tutto misura, mimesi e interdizione al giudizio – risponde al suo posto alle domande di un giornalista, è comunque Sandro – lo sarebbe ugualmente – che snocciola la vulgata dell’enunciato ironico, parodico quasi, addirittura dogmatico: «oggi sul mercato ci sono moltissimi prodotti depurati della loro essenza nociva: caffè senza caffeina, panna senza grassi, birra senz’alcol. Ci pensi bene. Cos’è il sesso virtuale, se non il sesso senza sesso? Cos’è la guerra preventiva se non la guerra senza guerra? Cos’è il multiculturalismo se non l’altro privato della sua alterità? […] La realtà virtuale ha semplicemente generalizzato tutto ciò. Il caffè decaffeinato sa di caffè senza essere caffè? Bene, la realtà virtuale sa di realtà senza essere realtà. Tutto qui […] Ovviamente ciò che ci si aspetta alla fine di questo processo è che l’esperienza stessa della <em>realtà reale </em>diventi un’entità virtuale. È questo che ci si aspetta, giusto? Ebbene, eccoci. Noi vi mostriamo la fine». Ed è proprio l’esito della vicenda che Covacich, in un sussulto, esasperando la dissimulazione, sottrae alla pagina e, dunque, ci restituisce, lasciando solo ipotizzare (non <em>riflettere</em>, come in uno specchio, oscuramente)<em> </em>cosa potrà accadere nella casa di Habitat, il tempio dell’artificio dove Sandro si introduce, infine, assieme ad una Fiona imbottita di esplosivo nel disperato tentativo di portare il reale nel virtuale e azzerare, in un’enorme deflagrazione, la distanza incolmabile tra due termini ormai sinonimi. L’immaginazione sostituisce l’immaginario mentre sulla scena virtuale l’esperienza reale del tragico volge in dramma: Top Banana si immola come Minemaker il vindice; dietro il vetro, davanti allo schermo, assiste all’olocausto «una folla di <em>habitanti</em> […] con i loro tunnel carpali, i loro riflussi esofagei, le loro coliti spastiche, il loro immenso sovraccarico di energia autocombusta, offesa dal destino e ora finalmente sul punto di essere vendicata». </p>
<p>[&#8230;]</p>
<p><em>[Il saggio è apparso su «Caffè Illustrato», anno VII, n. 35, marzo/aprile 2007, pp. 58-68.]</em></p>
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		<title>A caccia di Unabomber</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Feb 2005 07:31:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[tiziano scarpa]]></category>
		<category><![CDATA[Treviso]]></category>
		<category><![CDATA[Unabomber]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tiziano Scarpa I terroristi sono scrittori in cerca di editore. I brigatisti rossi comunicavano a colpi di pistola e ciclostile. Fare politica con la sola scelta delle vittime non bastava. Mandavano lunghi comunicati ai giornali. E a distanza di anni, anche quando hanno smesso di sparare, continuano a scrivere libri di memorie, romanzi. Nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/kferr.jpg" border="0" alt="kferr.jpg" hspace="4" vspace="2" width="90" height="115" align="left" />I terroristi sono scrittori in cerca di editore. I brigatisti rossi comunicavano a colpi di pistola e ciclostile. Fare politica con la sola scelta delle vittime non bastava. Mandavano lunghi comunicati ai giornali. E a distanza di anni, anche quando hanno smesso di sparare, continuano a scrivere libri di memorie, romanzi.<br />
<span id="more-933"></span><br />
Nel 1995 <strong>Theodor John Kaczynski</strong>, l’<strong>Unabomber</strong> statunitense, ricattò il <strong>New York Times</strong> e il <strong>Washington Post</strong>: non avrebbe più spedito pacchi esplosivi in giro se gli avessero pubblicato il suo prolisso saggio su <strong>Società industriale e futuro</strong>. In Italia oggi i giornali si piegano più facilmente alle bizze degli apocalittici. A <strong>Oriana Fallaci</strong> non è stato necessario piazzare bombe per occupare intere paginate del <strong>Corriere della Sera</strong> con le prime versioni di <strong>La rabbia e l’orgoglio</strong> e <strong>La forza della ragione</strong>.</p>
<p>Che cosa vuole comunicare l’Unabomber che agisce in <strong>Friuli</strong> e in <strong>Veneto</strong>? Da undici anni semina piccoli oggetti esplosivi nelle provincie di <strong>Pordenone</strong>, <strong>Venezia</strong> e <strong>Treviso</strong> senza rivendicare nulla. Non si giustifica. Non ha niente da dire. Le sue parole sono i suoi scoppi.</p>
<p>Significano qualcosa gli oggetti che ha usato?</p>
<p><strong>Primo tipo</strong>: tubi idraulici. Sparsi sotto le siepi, sul sagrato, in spiaggia: a <strong>Sacile</strong>, <strong>Aviano</strong>, <strong>Pordenone</strong>, <strong>Bibione</strong> e <strong>Lignano Sabbiadoro</strong>, dal 1994 al 2000.</p>
<p><strong>Secondo tipo</strong>: bombe camuffate da prodotti nei supermercati, innescate quando si aprono le confezioni. Un cartone da sei uova, un tubo di salsa di pomodoro e uno di maionese (<strong>Portogruaro</strong>, 2000). Un vasetto di Nutella (<strong>Porcia</strong>, 2002). Un flacone di liquido per le bolle di sapone (<strong>Pordenone</strong>, 2002). Merci confuse tra le merci: come nascondere un filo di paglia in un pagliaio. Il 20 novembre 2000, il sostituto procuratore di Venezia <strong>Luca Marini</strong> fa svuotare il supermercato Continente di <strong>Portogruaro</strong>. Nella notte, le merci vengono caricate su tir e portate all’aeroporto di <strong>Venezia</strong>. Migliaia di oggetti destinati a scorrere sui nastri trasportatori delle casse, per essere identificati dal codice a barre, passano sui nastri dei metal detector e dei raggi x: quasi una performance d’artista, il capolavoro di Unabomber. Ma anche la sua fase più fallimentare. È stato laborioso camuffare le bombe. Due soli oggetti su cinque sono andati a segno. Troppo pochi.</p>
<p><strong>Terzo tipo</strong>: bombe innescate da timer. Uno scoppio innocuo sopra un confessionale, la notte di Natale, durante la messa (<strong>Cordenons</strong>, 2002). Esplode lo sciacquone nella toilette del tribunale, sotto l’ufficio di <strong>Domenico Labozzetta</strong>, il procuratore che stava indagando su di lui (<strong>Pordenone</strong>, 2003).</p>
<p><strong>Quarto tipo</strong> (la fase attuale): bombe travestite da oggetti smarriti. Cose scontornate dal loro contesto, come dimenticate o perse da qualcuno. Oggetti che attirano l’attenzione. Un lumino diverso da tutti gli altri in cimitero (<strong>Motta di Livenza</strong>, 2001). Un pennarello giallo, di plastica fluorescente, dal colore acido: un evidenziatore che evidenziava sé stesso sul greto del <strong>Piave</strong> (<strong>San Biagio di Callalta</strong>, 2003). Un accendino nell’inginocchiatoio di una chiesa (<strong>Cordenons</strong>, 2004). Ovuli di plastica, i contenitori delle sorprese degli ovetti di cioccolato Kinder, su una centralina elettrica, per la strada (<strong>Treviso</strong>, 2005).</p>
<p>Che cosa <strong>non</strong> ha fatto Unabomber? Non ha compiuto attentati misogini o sessuofobici. Niente esplosivo nelle confezioni di assorbenti femminili o di preservativi.</p>
<p>Manca un significato nei suoi oggetti. Sono solo tattiche per far arrivare le bombe a destinazione: nelle mani di qualcuno, chiunque sia. Ne ha confezionate per adulti e per bambini. Quando un metodo si esaurisce, perché la gente ormai diffida dei tubi abbandonati o dei supermercati, Unabomber cambia strategia.</p>
<p>Gli abitanti delle provincie di Pordenone, Venezia e Treviso sono come i personaggi di <strong>Colonia</strong>, un racconto di <strong>Philip K. Dick</strong>. In un pianeta appena scoperto c’è un protoplasma che sa imitare alla perfezione qualsiasi cosa: microscopi, zerbini, vestiti, automobili. Quando un essere umano usa questi oggetti, il protoplasma lo aggredisce, lo avvolge e lo digerisce. Non ci si può più fidare dei propri guanti; bisogna pensarci bene prima di infilarsi un calzino.</p>
<p><strong>Unabomber</strong> non si esprime con quel che usa, ma con quel che fa. I suoi investigatori sono sconcertati dall’assenza di un movente. Vuole vendicarsi di mezzo <strong>Nordest</strong>? Ma <strong>perché</strong>?</p>
<p>Si dice che sia una personalità narcisistica. Che si specchi goduriosamente nei giornali, nell’eco televisiva. Ma quale immagine gli restituiscono, i media? Una sagoma senza volto. Un <strong>Soggetto Vuoto</strong>. Nemmeno il nome ha, di originale: i pigri giornalisti italiani gliel’hanno ricalcato su un dinamitardo Usa. Un narcisismo ben strano, se si pasce di un’assenza di rispecchiamento, per di più senza nome.</p>
<p>L’Unabomber italiano imita il destino. È una svolta fatale nella vita delle persone. Non vuole annientarle, ma <strong>segnarle</strong>. Desidera che restino vive, affinché siano costrette a ricordarsi di lui per tutta la vita. I poveretti che hanno perso occhi, dita, mani, si svegliano ogni mattina col pensiero di Unabomber: è il loro corpo sfigurato a ricordarglielo. E la loro mutilazione fa rabbrividire chi li vede: diventano rappresentanti di Unabomber, testimoni della sua esistenza.</p>
<p>Chi sta dappertutto e in nessun posto? Chi non ha nessun nome e molti nomi? Chi crea sconquassi quando viene a contatto con gli altri? Chi mutila e segna nel corpo? Dio.</p>
<p>Stimmate (da <strong>Francesco d’Assisi</strong> a <strong>padre Pio</strong>), gravidanze indesiderate (<strong>Maria di Nazareth</strong>), spine nella carne (<strong>Paolo di Tarso</strong>), piaghe, sciagure, malattie, sofferenze di ogni tipo (da <strong>Giobbe</strong> a tutti i santi). <strong>Dio è un agente patogeno</strong>. Anche quando le cose vanno bene, si perde l’uso di alcuni organi: castità sacerdotale; tutta la pelle coperta, senza carezze. Non lo fa apposta, Dio: un’essere così smisurato non può tarare la sua forza sui gracili gusci umani. Ogni suo tocco è devastante.</p>
<p>Unabomber vuole impersonare Dio. È un essere umano che soffre di teologia.</p>
<p>Potrebbe essere un prete sospeso <em>a divinis</em>, o meglio un seminarista bocciato, un religioso che ha avuto qualche grave contrasto con la Chiesa e non può dare la comunione, non può somministrare Dio al prossimo. Alcuni attentati rivelano un’attenzione liturgica: Natale, il giorno dei morti. Per avversione al cristianesimo, o solo perché in quelle occasioni c’è più gente? Ce l’ha con i ragazzini perché si sente colpevolmente attratto da loro? Perché hanno denunciato qualche suo abuso sessuale? Si vendica di una comunità che ha creduto ai bambini e non a lui? Sono ipotesi romanzesche. &#8220;Qui non si tratta di interpretare, ma di investigare&#8221;, ha dichiarato il capo della procura di Treviso <strong>Antonio Fojadelli</strong>.</p>
<p>Unabomber è sopravvalutato. Mi perdonino le sue vittime se lo dico. Ciò che hanno sofferto e continuano a soffrire, nel fisico e nell’animo, è gravissimo; quando ci penso sto male. Ma i media fanno esistere Unabomber più di quanto vale. In tutta la sua carriera, ha fatto assai meno danni di un allegro Capodanno italiano. Dal 2000 a oggi, fra pistolettate e botti, i festeggiamenti di san Silvestro hanno causato 9 morti e quattromila feriti. E gli incidenti domestici in Italia sono circa tre milioni e mezzo all’anno, il doppio di quelli stradali: sessantottomila i bambini coinvolti, di cui milleduecento morti (fonte <strong>Unicef</strong>). Le cause: soffocamento da pezzi di giocattoli e cibo, cadute dal lettino, ustioni. Noi viviamo davvero nel pianeta di Philip K. <strong>Dick</strong>. A <strong>Milano</strong> è morta una piccola di due anni: il padre ha fatto un tamponamento a venti all’ora, in città, l’airbag le è esploso in faccia e le ha spezzato il collo. Gli oggetti ci odiano. Non occorre personificarlo, il male.</p>
<p>Esistono milioni di Unabomber nel mondo. Intere nazioni. I produttori di mine antiuomo. Per esempio il <strong>modello PFM-1</strong>, i &#8220;<strong>pappagalli verdi</strong>&#8221; sparsi dai russi in <strong>Afghanistan</strong>, come ci ha insegnato <strong>Gino Strada</strong>: mine dall’aspetto di giocattoli che incuriosiscono i bambini e gli scoppiano in faccia.</p>
<p>Il nostro bombarolo di provincia gode di troppo prestigio. Ma che cosa succederebbe se i media tacessero? Forse colpirebbe più spesso, per rinnovare il suo certificato di inesistenza divina, di Soggetto Vuoto.</p>
<p>Ha dimostrato un’oscena emulazione del destino, negli ovuli collocati a <strong>Treviso</strong>. Uno con la bomba, l’altro con la sorpresina di plastica, una macchinetta da assemblare. Uno accanto all’altro, indistinguibili. Che cosa sarebbe accaduto se il suo piano fosse riuscito? Due ragazzini aprono ciascuno la propria sorpresa. Un ovulo scoppia, l’altro no. Una mamma reprime un pensiero orribile: perché la bomba non è finita in mano all’<strong>altro</strong> ragazzino, invece che a mio figlio?</p>
<p>La mattina del 26 gennaio, a Treviso, i due ragazzi di seconda media che stavano andando a teatro con la loro classe, si sono salvati perché non hanno eseguito le istruzioni per l’uso implicite negli oggetti. Non hanno aperto la sorpresa. L’hanno gettata per terra e ci hanno giocato a calcio. L’hanno &#8220;pensata con i piedi&#8221;, avrebbe detto <strong>Osvaldo Soriano</strong>. Un tiro più forte, e la bomba è esplosa contro un muretto.</p>
<p>Sono andato a <strong>Treviso</strong>, in <strong>via Verdi</strong>. La centralina elettrica dove erano posati i due ovuli è alta: più di un metro e cinquanta. A me arriva al collo. A pochi passi, ci sono varie colonnine della <strong>Telecom</strong>, alte un metro, quelle sì a portata di mano per un bambino.</p>
<p>Ho parlato con gli abitanti. Non hanno dubbi: &#8220;È un gesto di sfida al Tribunale&#8221;. Il palazzo di giustizia di Treviso è a duecento metri, all’angolo con viale Appiani. Lì intorno si vedono tabelloni pubblicitari di un centro dimagrante. Uno sta proprio di fronte alla centralina elettrica. I creativi dell’agenzia di pubblicità avevano fatto gli spiritosi: &#8220;Kilo ha preso? Kilo ha perso!!&#8221;, c’è scritto sui cartelloni. Ki ha preso Unabomber? Ki lo ha perso?</p>
<p>In quei giorni <strong>Mediaset</strong> mandava in onda uno sceneggiato su di lui. E la procura di <strong>Treviso</strong> ha &#8220;perso&#8221; Unabomber nel 2003, quando è stata decretata la finalità terroristica delle sue azioni e le indagini venete sono state unificate presso la procura generale di Venezia. Ki mi ha preso? Ki mi ha perso? Unabomber ci sfotte.</p>
<p>_____________________________________</p>
<p>Pubblicato su <strong>L&#8217;Espresso</strong>, 4 febbraio 2005.</p>
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