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	<title>università &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Lettera alla lettera di Mario Sechi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2013 23:01:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Sechi]]></category>
		<category><![CDATA[precari]]></category>
		<category><![CDATA[professori]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[Gentile Lettera al Rettore di Mario Sechi, quando ti ho letta per un attimo ho pensato a quei generali della Grande Guerra che, in nome della loro alta concezione dell&#8217;onore, rifiutavano di chinarsi nelle trincee, si ergevano dritti e alteri, forti del loro grado, e finivano ahimè accoppati dai proiettili. Non nego, Gentile Lettera, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Gentile <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/12/07/lettera-aperta-di-mario-sechi-al-rettore-delluniversita-di-bari/" target="_blank">Lettera al Rettore di Mario Sechi</a>,<br />
quando ti ho letta per un attimo ho pensato a quei generali della Grande Guerra che, in nome della loro alta concezione dell&#8217;onore, rifiutavano di chinarsi nelle trincee, si ergevano dritti e alteri, forti del loro grado, e finivano ahimè accoppati dai proiettili.<br />
Non nego, Gentile Lettera, che di questi tempi volgari e confusi, in questa “società sciapa e infelice” (1), distinguersi per dignità e compostezza non è cosa da poco. È che nel tuo stile – perdonami – un poco ampolloso e prolisso, io, semplice Lettera alla Lettera, Lettera derivata, dipendente atipica, Lettera disagiata, sento echeggiare una fumosità che fa, tuo malgrado, il gioco di un “disegno strategico” oramai ben chiaro: lo smantellamento di una università pubblica e libera. Apparentemente in nome del risparmio del denaro pubblico, nella sostanza come negazione del diritto allo studio per tutti (tutti quelli che vogliono e meritano, certo), per salvare il salvabile, ovvero: salvare alcuni pochi eletti e lasciar affossare i molti disgraziati. Io sospetto che questa distruzione non sia il frutto di un piano, ma del <em>panico</em> delle nostre classi &#8216;dirigenti&#8217;. Economisti, professoroni, esperti – ma anche svariati avventori di bar – non fanno che ripeterci che non c&#8217;è bisogno di laureati, che si spende troppo nell&#8217;istruzione, che l&#8217;Italia deve investire in camerieri e gondole (2), non nella formazione dei suoi giovani e nello sviluppo delle sue idee. Cara Lettera, non sarà il caso di dire molto, molto chiaramente che l&#8217;Italia ha la percentuale minore di laureati in Europa? (3) Che spendiamo meno di tutti gli altri Stati europei per l&#8217;istruzione? Che per rapporto numero di studenti per docente siamo tra gli ultimi? Che il denaro pubblico sovvenziona scuole e università private? (4) Come si fa a dire che il problema dell&#8217;università italiana sono i (presunti) troppi laureati o le (presunte) troppe università? Non il nepotismo, non la corruzione, non la burocrazia, non la mancanza di strutture, non l&#8217;indifferenza, non il cinismo? Gentile Lettera, qui c&#8217;è in gioco molto più della “onorabilità”. Sta affondando una conquista aurea del passato recente: la mobilità sociale. Insieme al progetto di una società democratica.<br />
Tu mi dirai che esagero, cara Lettera. Intuisco che il tuo estensore ha alle spalle decenni di Senati Accademici, Consigli di Facoltà, Consigli di Dipartimento, Progetti e Sessioni di questo e quello, e così via, che ne avrà viste, insomma, delle <em>belle</em>, che sarà ormai convinto che anche se molte cose cambiano nulla cambia mai veramente, e ci si può affidare a Rettori e Ministri con tranquillità, sapendo che nessuno vuole veramente buttare alle ortiche il diritto alla conoscenza.<br />
Io invece, Lettera di terza classe, insieme a tante compagne lettere scritte negli ultimi anni (5), ti confesso che faccio fatica a fidarmi, per via di tutte le cose che ho visto da quaggiù: ho visto facoltà dove gli studenti sono chiamati “i nostri clienti” e promossi in massa in quanto tali, ho visto inviti a limitare il carico di studio per ciascun insegnamento a “300 pagine”, ho visto ricercatori segati perché pubblicavano o osavano fare concorsi senza il benestare del professore di &#8216;appartenenza&#8217;, ho visto precari lavorare gratis dodici ore al giorno nell&#8217;illusione di essere riconosciuti come lavoratori veri (!), ho visto biblioteche far bruciare – BRUCIARE – i libri e le pubblicazioni di candidati a concorsi perché all&#8217;impresa di facchinaggio scadeva il contratto di servizio esternalizzato e aveva bisogno di recuperare le proprie casse e i bibliotecari non sapevano dove mettere “tutta quella roba”.<br />
(Tra l&#8217;altro, Lettera, come fai a dirmi che i “baroni” non esistono più? Certo, non essendoci più trippa per gatti, pardon, risorse economiche, i tipici potenti narcisisti e intrallazzatori si sono ridimensionati. Ma il baronato, le sue logiche e i suoi effetti, in verità si è istituzionalizzato, è diventato ufficiale: cosa altro sono i contratti di insegnamento “a titolo gratuito”? (6) O le sanzioni disciplinari per chi osa protestare? (7))<br />
Tutte cose tipiche, certo; sulla bocca dell&#8217;ultimo dei forcaioli come del primo attore di Striscia la notizia. Diciamocelo: molti italiani, compresi tanti laureati scottati dalle logiche accademiche, preferirebbero far marcire l&#8217;università che mantenere in vita le pratiche che l&#8217;hanno animata finora.<br />
Dovrò aggiungere, allora, che ho visto, incontrato, conosciuto tanta gente in gamba, studiosi dedicati e sottopagati, ho visto dei puri, degli insegnanti amatissimi, degli studenti appassionati, progetti e convegni che all&#8217;estero se li sognano, la possibilità di far realizzare ragazzi e ragazze provenienti dai ceti sociali più umili, e, infine, quel misto di competenza, trasversalità e unicità che fa la fortuna dei tanti colleghi che decidono di andarsene dall&#8217;Italia.<br />
Il problema è quello che vediamo tutti e due, tu, Lettera professorale, e io, Lettera precaria: che la classe dirigente di questo paese sta distruggendo il meglio delle università, senza intaccare i suoi malcostumi. Uno dei dei quali consiste nella mancata assunzione di responsabilità da parte di chi ha il potere, piccolo o grande che sia. Uno dei quali consiste nella mancata trasparenza nel reclutamento (o la mancanza totale di esso). Uno dei quali consiste nel disprezzo verso gli studenti. Uno dei quali consiste nel pensare per corporazioni e gerarchie, e non per qualità delle idee, della didattica, dei progetti e dei prodotti di ricerca. Uno dei quali consiste nel tacere, tacere a oltranza, il fatto che le università vanno avanti grazie al lavoro sottopagato e irregolare di un vasto numero di precari (non esistono anagrafi, ma alcuni dicono che siano all&#8217;incirca il doppio degli incardinati) (8). Uno dei quali consiste nell&#8217;ignorare che gran parte dell&#8217;università è fatta di insegnamento, una attività così screditata e <em>passé</em>, che persino tu, Lettera, preferisci parlare di “comunità di studiosi e studenti”, e ovunque, dalla Camera dei deputati al talk-show televisivo, si gloria l&#8217;immenso valore della ricerca – mentre la si va depauperando – e si tace quello della docenza. Ma, Lettera, non voglio parlare della cibernetica o dei bosoni, con cui né io né tu abbiamo famigliarità, ma che cos&#8217;è la ricerca umanistica se non condivisione delle conoscenze, trasmissione, partecipazione e trasformazione dei saperi?<br />
Lettera, dici di non avere voce, ma hai molte parole. Una in più ne servirebbe, a me pare, ed è<em> basta</em>. Che a farla vibrare insieme nelle facoltà produrrebbe tavoli di discussione trasversali, informazione agli studenti, assemblee aperte, blocchi e scioperi, consapevolezza che in un paese piccolo, antico, popoloso e con poche risorse primarie come il nostro occorrono più laureati, più sinergia, più reti, più pensiero. Produrrebbe, forse – sempre che non sia già troppo tardi per andarcene nelle trincee – resistenza.</p>
<p>Sinceramente,</p>
<p>Lettera di Renata Morresi</p>
<p>*</p>
<p><em>Note</em></p>
<p>1) <a href="http://www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=120937 " target="_blank">Società sciapa e infelice</a></p>
<p>2) Camerieri e gondole, le fantastiche ricette di Luigi Zingales: http://www.youtube.com/watch?v=tHpIgkw4ZwU</p>
<p>3) <a href="http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Tertiary_education_statistics" target="_blank">Laureati in Europa</a></p>
<p>4) <a href="http://www.roars.it/online/education-at-a-glance-2013-cosa-dice-locse-delluniversita-italiana/" target="_blank">Quanto spendiamo</a>. Per chi ha pazienza, qui <a href="http://www.oecd.org/edu/eag.htm" target="_blank">le tabelle OCSE</a> su università e istruzione.</p>
<p>5) Tante compagne lettere, <a href="http://www.rete29aprile.it/index.php/info-rete29aprile/34-info/395-lettera-aperta-al-ministro-carrozza" target="_blank">come questa</a>.</p>
<p>6) <a href=" http://www.linkiesta.it/universita-quei-contratti-provvisori-dal-98" target="_blank">A titolo gratuito</a>.</p>
<p>7) <a href=" http://www.roars.it/online/liberta-di-parola-negli-atenei-per-la-modifica-delle-norme-sui-collegi-di-disciplina/" target="_blank">Sanzioni a chi protesta</a>.</p>
<p>8) Quanti sono i precari all&#8217;incirca (al minuto 2:00):  http://www.youtube.com/watch?v=rlVPcVR-_lk</p>
<p>Qui un recente sondaggio on-line per contare quanti sono i precari all&#8217;università:</p>
<p><a href="http://www.ricercarsi.it/" target="_blank">http://www.ricercarsi.it/</a></p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Lettera aperta di Mario Sechi al Rettore dell&#8217;università di Bari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Dec 2013 08:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[professori]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[[Ricevo da Luigi Weber, dell&#8217;Università di Bologna, la lettera aperta che Mario Sechi, dell&#8217;università di Bari, ha indirizzato al suo Rettore. Pur non condividendo le analisi di Sechi in diversi punti, mi pare che la crisi di fondo che sta attraversando l&#8217;università, in Italia come all&#8217;estero, meriti ampio dibattito. La lettera aperta di Sechi vi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Ricevo da Luigi Weber, dell&#8217;Università di Bologna, la lettera aperta che Mario Sechi, dell&#8217;università di Bari, ha indirizzato al suo Rettore. Pur non condividendo le analisi di Sechi in diversi punti, mi pare che la crisi di fondo che sta attraversando l&#8217;università, in Italia come all&#8217;estero, meriti ampio dibattito. La lettera aperta di Sechi vi contribuisce]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Magnifico Rettore,</p>
<p>mi rivolgo a lei, e allo stesso tempo a tutta la comunità accademica barese, per richiamare l’attenzione su un aspetto solitamente trascurato della crisi di sistema in cui l’Università italiana versa da ormai molti anni. Le politiche di austerità e di “spending review” messe in atto dagli ultimi Governi, miranti a correggere alcune disfunzioni e persino patologie dell’autonomia universitaria, e soprattutto a contenere un incremento di spesa per il personale che era in crescita non controllata e non programmata, hanno finito per enfatizzare il problema dei bilanci e delle disponibilità di risorse, indispensabili per garantire la tenuta dell’offerta didattica e della gestione complessiva dell’Università azienda. L’allarme è fondato, poiché non è chiaro, o quanto meno non appare chiarito, il disegno strategico del legislatore e del Governo sul destino dell’intero sistema universitario italiano. Si vuol andare verso un ridimensionamento, o verso una riclassificazione gerarchica di compiti delle diverse sedi, o verso una più completa e anarchica aziendalizzazione, secondo il modello anglo-americano?</p>
<p>Ma io credo che, al di là di queste emergenze, che colpiscono oggi più le grandi e medie Università che le piccole, più le Università pubbliche che quelle private, più le Università storiche che quelle di fresca istituzione, più quelle non-telematiche che quelle telematiche, si debba riconoscere un indicatore allarmante della situazione di crisi attuale nella campagna di delegittimazione e denigrazione sistematica del ruolo di sociale e pubblica utilità dei professori universitari. Sia nella stampa e nei media, sia nel linguaggio della politica, e direi nella cultura politica spicciola dei nostri tempi, corre e si alimenta quotidianamente una rappresentazione delle comunità accademiche come caste arroccate nella difesa di loro presunti privilegi, appesantite da un’anzianità anagrafica eccessiva, sostanzialmente improduttive, meritevoli di un occhiuto controllo di legittimità su ogni atto o funzione che essi svolgano, nello svolgimento dei doveri ordinari (la ricerca e la didattica), e soprattutto nelle funzioni di selezione e di riproduzione dello stesso ceto accademico: concorsi, abilitazioni e quant’altro. In questa campagna di denigrazione non a caso è tornata in voga, in senso spregiativo, dall’alto e dal basso, la definizione di “baroni”: parola anacronistica, come ognuno di noi sa, priva totalmente di senso nell’Università attuale, o quanto meno da reinterpretare in modi nuovi e differentissimi dal passato, posto che le posizioni di potere accademico oggi, quando sussistano, non sussistono senza una capacità di attrazione di consistenti risorse finanziarie, e dunque senza una prossimità a centri di potere o di finanziamento esterni.</p>
<p>Lamentando questa aggressione (spesso ideologicamente motivata nella cultura di destra), che ha trovato un’eco a mio parere poco controllata alcuni giorni fa in un’inaudita esternazione del Ministro Carrozza alla radio di Confindustria (“Se i professori fossero onesti e generosi&#8230;”), non intendo riferirmi alle contestazioni di responsabilità e di errori, e tanto meno alla denuncia di abusi e di scandali, quando documentati. I professori universitari come comunità sono in parte corresponsabili degli errori gravi, compiuti in passato da legislatori poco competenti e talvolta temerari, e alcuni di loro sono stati riconosciuti responsabili in proprio di abusi e di scorrettezze anche gravi. Da tutti questi addebiti, soprattutto dall’accusa di aver condiviso per inerzia o per calcolo scelte politiche rivelatesi dannose se non distruttive, non ci si può facilmente discolpare, occorrerà riflettere e rielaborare una storia che sta alle nostre spalle, e che ancora pesa e peserà a lungo.</p>
<p>Il problema che io pongo si riferisce invece all’attacco al valore sociale del capitale umano che i professori universitari rappresentano per la comunità nazionale, al valore dei saperi e delle competenze che essi incarnano. La professoressa Carrozza, prima di assumere la responsabilità del Ministero, ha più volte avanzato la proposta di una “rottamazione” dei docenti universitari, con un drastico abbassamento della età pensionabile ai 65 anni (era fissata ai 75, come tuttora per i magistrati, fino a pochi anni fa). All’idea della rottamazione corrisponde anche, ne sono certo, una sua visione culturale del ruolo delle Università, che per quanto discutibile ritengo ovviamente legittima. Ma l’idea di ridare slancio a un sistema ingessato, non reinvestendo selettivamente nel reclutamento, non pilotando un processo di transizione e riequilibrando un sistema fortemente squilibrato sul piano territoriale e all’interno di ogni suo polo, ma tagliando, decapitando, distruggendo l’organico di fatto delle Università, e distruggendo in questo modo saperi consolidati, spesso innovativi, che non hanno magari potuto essere trasmessi e rinnovati in un adeguato reclutamento di scuola, implica con tutta evidenza una sottovalutazione completa dell’aspetto istituzionale, culturale e anche politico, della questione. Se aderiamo all’idea secondo la quale la ricerca va valutata in termini di produttività immediata (magari affidandosi a un’Agenzia indipendente australiana o finlandese, o anche all’ANVUR), se aderiamo all’idea che i professori universitari siano non più che una “categoria” come tante di lavoratori privilegiati, da “mandare in pensione” al più presto, per fare spazio alla libera espressione e competizione, cioè al mercato della creatività scientifica, se aderiamo all’idea che la docenza universitaria sia una funzione volatile da attribuirsi in base a valutazioni in itinere, magari con abbondanza di contratti precari il cui peso sulla partita di spesa fissa nei bilanci sia assai ridotto, se infine riteniamo che si possa intervenire su queste materie con la logica della lotta alla disoccupazione giovanile, contrapponendo (come fa il Ministro) le giuste aspettative dei ricercatori precari e la resistenza dei vecchi ordinari, aggrappati alla proprie poltrone (qui siamo veramente alla farsa), allora credo che siamo sulla strada di nuovi e più gravi e forse irreparabili errori.</p>
<p>Ma concludendo, con la consapevolezza della complessità delle questioni appena accennate, vorrei rimettere fiduciosamente nelle Sue mani il compito, che sono certo saprà svolgere con rigore durante il Suo mandato, di vigilare – e non sempre ciò è accaduto in passato &#8211; sulla onorabilità e sulla dignità della nostra comunità di studiosi e di studenti, vale a dire sulla missione fondamentale del nostro lavoro quotidiano, scoraggiando l’uso di linguaggi e di argomenti di polemica fortemente lesivi e ingiuriosi, sia negli organi di governo di Ateneo sia nelle relazioni interne con sindacati e associazioni studentesche. Per trovare un florilegio di ingiurie e di gratuite derisioni nei confronti dei professori esperti di assalti alla diligenza, riportate e talvolta amplificate dai giornali, è sufficiente sfogliare con pazienza sul nostro sito la rassegna stampa degli ultimi anni.</p>
<p>E’ a tutti noto che, assorbite dai Sindacati generalisti le problematiche specifiche di autotutela delle vecchie associazioni di categoria, i professori universitari, forse unici nel panorama delle professioni e dei ruoli istituzionalmente rilevanti del nostro paese (magistratura, informazione, sanità, ecc.), sono praticamente privi di qualunque voce di rappresentanza, salvo la flebile voce del CUN e la voce non sempre intonata del Ministro.</p>
<p>La ringrazio vivamente per l’ascolto, e Le rinnovo gli auguri più sentiti per l’impegno assunto alla guida della nostra Università.</p>
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		<title>(D)istruzione pubblica. Una questione di linguaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Oct 2012 08:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[baroni]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[istruzione pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuto]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Fatigati]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vincenzo Fatigati Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vincenzo Fatigati</strong></p>
<p><em>Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo» non di buon senso.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>                                                                                                 P.P. Pasolini</em><em></em></p>
<p>Quando   sei  giunto al termine di un “ciclo di studi”   parcellizzato in una quarantina d’esami,  per conseguire una di quelle lauree  come filosofia, allora ti viene da articolare  una sola certezza. Hai  &#8211; letteralmente &#8211;  maturato una percezione diversa del significato reale della parole. Certo, anche sui giornali, sui  vari volantini   si leggono slogan del tipo “difesa dell’istruzione pubblica” o anche  “ contro il  governo”,  siamo tutti “contro i tagli”, e  “per la meritocrazia”. <span id="more-43836"></span>E probabilmente un qualsiasi lettore può  facilmente immaginare come possa sentirsi una matricola che studia nozioni quantificate in crediti, e valutate con delle medie aritmetiche. Il lettore riesce, insomma, a leggere la  deriva dell’università,  in questo  modello aziendale.</p>
<p>Ma se si vuole cercare di  superare questa lettura testuale, e cogliere il senso reale di quelle parole,  bisognerebbe davvero immergersi nell’apatia che si consuma  in quei dipartimenti spopolati, in quei cimiteri che ormai seguono il ritmo di corsi e programmi ripetitivi e monotoni; e dopo, spinto da   un quasi  naturale senso di disgusto, provare a colorire quei termini con  il lessico degli studenti,  con la prospettiva  di  chi vive dall’interno quelle contraddizioni ,    completando la critica  “al modello azienda”, con   un altro termine,  semplice e apparentemente innocuo: “ sistema feudale”.</p>
<p>Più che una questione di termini, è una questione di prospettive,  quindi. Letture diverse: dipende  un po’ da come la vedi.  Prendendo ad esempio la scena tumultuosa degli scioperi  che ci fu qualche anno fa, nel  2008:   dall’esterno  può sembrare che quei  professori parteggiassero per  un istruzione non asservita a logiche di mercato,  poi dall’interno- dopo qualche anno- ti rendi conto che devi aver smarrito il vocabolario  da qualche parte se la difesa dell’ “istruzione pubblica”  viene sostenuta e appoggiata da chi  crea master inutili, privatizza la sua didattica con proprie monografie, accetta il sistema delle cooptazioni e lottizzazioni,  basa il metro di valutazione secondo le modalità  con cui vengono erogati  fondi;  insomma  in una parola accetta- a livello didattico-  la stessa logica  con cui  si critica il Governo. In difesa del proprio feudo  che si fa coltivare  a chi pare e piace, in cambio di naturali “corvée”.</p>
<p>La gestione  di un un sistema del genere,  appare    per certi versi “mafiosa”,  ovvero da una parte si innesta nel fenomeno della globalizzazione e della modernità(modello-azienda), pur mantenendo  al suo interno una struttura baronale, verticistica.<br />
E per riuscire a comprendere questa contraddizione, bisognerebbe  capire  che certo analfabetismo dei lettori dipende proprio dall’incapacità di riuscire a immergersi nel lessico  degli studenti.  La prospettiva dello studente è l’unica chiave che può  aiutare a comprendere ciò che sta succedendo nelle varie città italiane.</p>
<p>L’impossibilità di riuscire a leggere ciò che succede nel flusso di immagini che scorre in tv , dipende  quindi solo da una questione di lingua: il telespettatore non riesce a tradurre la crisi in un discorso . La crisi non è solo quella che si misura con indicatori economici, ma quella degli studenti. La nostra.  I padri non lo comprendono, perché forse non sono mai stati padri: sono figli cresciuti, contro i padri, che utilizzano il manganello perché non sanno più ascoltare. E titoli, ancora, raccontano la crisi  con immagini sensazionali – da scoop- senza comprendere che il problema è  in fondo di parole. Non ci leggono.</p>
<p>La crisi si  interpreta negli occhi di chi non sa neppure per cosa protestare, di chi manifesta “meno tasse per tutti”, per reazione, per repressione più che per rivoluzione.  La crisi di chi ha perso la speranza di pensare al domani, perché  quel “contro” si è già totalmente istituzionalizzato ed è immutabile nel suo divenire, almeno così ti dicono.  Una crisi d’identità che si misura con certi  slogan antifascisti,  perché c’è pur bisogno di disseppellire un nemico scomparso per identificarsi pur in qualcosa, per lottare pur per qualcosa.<br />
Una crisi che viene fotografata da lanci di sassi, e non dal disagio di una generazione condannata con decreti  a non crescere, costretta a  vivere nell’eterno presente, in  un sistema che, dalla riforma Berlinguer, ha cercato solo di “liceizzare” il sistema universitario, rendendoci eternamente immaturi. Lobotomizzati in un parcheggio didattico. Senza responsabilità .  Un disagio che potrebbe essere letto nell’aridità  dei nostri ridicoli manifesti catechistici , slavati, aridi e che non scalfiscono minimamente gli interessi dei baroni. Senza idee nuove. Senza che disegnano la radicalità di una posizione totalmente autonoma.</p>
<p>La condizione attuale è un po’ come quei test di  valutazione che in questi giorni fanno compilare  a noi studenti: ti pongono la finta scelta di valutare il docente, illudendoti di responsabilizzarti , ma indipendentemente dalla tua scelta, stanno conteggiando il numero di matricole che frequentano il corso, e in base a ciò erogano fondi. La finta scelta, la pseudo libertà di valutare il professore è il mezzo  attraverso cui accetti questa logica mercantile.<br />
L’unica scelta da fare sarebbe quella di non scegliere. Il rifiuto più che il dissenso funzionale.<br />
E, quando in uno di quei giorni lacerato dalla crisi, ti trovi a prendere una lattina al distributore,  mentre  i soliti mezzi sorrisini ti sussurrano l’ennesimo “la filosofia non serve a niente”, comprendi che  la banalità che consuma il presente è la causa dell’alienazione: l’errore è nel non aver  accettato la radicalità del rifiuto, perché si è già  in un certo senso all’interno;  l’errore è di aver  già accettato  quella finta dicotomia. Si è già  compilato quel test. Insomma, non si è  lottato, fino in fondo, radicalmente per l’inutilità della filosofia, del sapere.</p>
<p>Quell’inutilità che si traduce concretamente  nella dimensione del diritto, nella creazione di spazi pubblici, autonomi, liberi. Non utilitaristici. Ora minati da tecnici efficienti.<br />
Non occupare, ma dis-occupare, rendere pubblici. Ragazzi.<br />
La vera rivoluzione consiste nel rendere l’Università inutile, come lo è una biblioteca.<br />
Ma questo significherebbe  sgrammaticare  le regole della Neolingua.  In  quest’errore di sintassi c’è la speranza. Mente sordidi manganelli seppelliscono il cambiamento. Eppure,  basterebbe leggerci. Ascoltarci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Geert Lovink &#8211; Critica del monopolio del tempo reale</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/09/11/geert-lovink-critica-del-monopolio-del-tempo-reale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Sep 2012 05:50:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
		<category><![CDATA[geert lovink]]></category>
		<category><![CDATA[open access]]></category>
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					<description><![CDATA[D: Qual è il ruolo dell’accademia nel dibattito sui social media? R: Ho una relazione difficile con l’accademia: ne sono stato fuori per vent’anni e per conseguire il dottorato sono dovuto andare in Australia. Ho sempre visto respingere le mie richieste di finanziamento, per vari motivi, ma soprattutto per aver sempre rifiutato di pubblicare contributi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>D: Qual è il ruolo dell’accademia nel dibattito sui social media?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> Ho una relazione difficile con l’accademia: ne sono stato fuori per vent’anni e per conseguire il dottorato sono dovuto andare in Australia. Ho sempre visto respingere le mie richieste di finanziamento, per vari motivi, ma soprattutto per aver sempre rifiutato di pubblicare contributi su riviste peer-reviewed, denunciando anzi le logiche mafiose che vi stanno dietro.</p>
<p>Per questo oggi non mi considero un professore o un membro di queste comunità, quanto come un intellettuale con un ruolo pubblico e profondamente coinvolto nel dibattito culturale. Non me la sento quindi di dare alcun consiglio agli accademici, ma se dovessero scegliere di partecipare al cambiamento in corso, darei loro il benvenuto.</p>
<p>Personalmente tuttavia continuo a vedere le università in modo essenzialmente foucaltiano, ovvero come istituzioni repressive, incapaci di generare vera conoscenza. Nonostante le mie critiche, nutro molta più ammirazione per chi contribuisce a Wikipedia che per tutti i miei colleghi che lavorano all’interno delle riviste accademiche.</p>
<p>In fin dei conti sono stati loro a stabilire queste regole e a firmare i contratti con Elsevier o con la Sage. Sono loro che stanno prendendo delle decisioni sbagliate in termini di copyright, in modo dunque radicalmente opposto al movimento in cui mi riconosco: quello per l’Open Access.</p>
<p><em>Geert Lovink Critica del monopolio del tempo reale</em><br />
<em>Conversazione con Valentina Bazzarin e Annalisa Pelizza</em></p>
<p>Da <a title="alfabeta2 n.22, settembre 2012" href="http://www.alfabeta2.it/2012/09/03/sommario-del-n-22-settembre-2012/">alfabeta2</a>, settembre 2012</p>
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		<title>L&#8217;onda del controtempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 10:02:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Movimento studentesco]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Come dire a tuo padre che stai facendo nient’altro che il tuo dovere? Di mattina presto, attorno al tavolo della casa natale, lontana mille chilometri dalla nuova casa. “No, non adesso, il caffè dopo, adesso racconta”. Da quella prospettiva, lontana e obliqua, con i piani sfalsati, da cui tutto si confonde, non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/manifpisa.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-38101" title="manifpisa" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/manifpisa-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Come dire a tuo padre che stai facendo nient’altro che il tuo dovere? Di mattina presto, attorno al tavolo della casa natale, lontana mille chilometri dalla nuova casa. “No, non adesso, il caffè dopo, adesso racconta”. Da quella prospettiva, lontana e obliqua, con i piani sfalsati, da cui tutto si confonde, non si riesce a dire che cosa è doveroso fare. E allora Rosaria deve raccontarla al padre la sua percezione, deve spiegargli perché ha deciso di mettersi in movimento, di seguire l’onda del tempo, e l’onda del tempo le fa dovere di scendere in piazza e levare la voce. Ma forse bisognerebbe dire che è l’onda del controtempo, quella di Rosaria. Di giovani che hanno deciso di non starci al flusso delle cose, un flusso che li priva di futuro, che li vorrebbe trattenere in un’impotenza senza scampo. Ognuno di loro conosce dei laureati che non trovano lavoro o che sopravvivono nel precariato, ognuno di loro sente su di sé, e non per sentito dire, che questo Paese non investe su di loro. Così il flusso del tempo lo vogliono deviare. Fanno diga, o barricata.<span id="more-38098"></span> Si mettono di mezzo, letteralmente. In mezzo alle strade, in mezzo alle piazze. Tutti interi, fisicamente, in carne e ossa, ognuno con la propria verità singolare. Rosaria racconta al padre che è un dovere che si respira, nella sua cittadella universitaria, a Pisa, dove è andata a studiare Giurisprudenza.  E’ un dovere impegnarsi, dice Rosaria. E non solo per sé. Questa è una “generazione in sé” che tende a diventare una “generazione per sé”, potrebbe dire il teorico riprendendo il Karl Marx: come il proletariato un tempo, i suoi interessi, oggi, sono gli interessi di tutti.</p>
<p>A Pisa applaudono quando passano i cortei, ma alle assemblee aperte alla cittadinanza la cittadinanza non è che si veda così tanto. E’ inevitabile, ma una ragazza di 22 anni che sente di lottare per tutti si aspetta l’impossibile. Però poi si volta indietro, e vede che in Calabria è peggio, molto peggio. Rosaria sa già cosa succederà oggi pomeriggio, quando vedrà i suoi vecchi compagni di scuola. Battute sui soliti comunisti, o al più un’asinina, atavica indifferenza: “quello che decidono a Roma è deciso, che ci possiamo fare noi”, “tanto non cambia nulla”. Pochi tra loro cercheranno di capire, gli altri si fermano a quel che dice la tv di Stato. Con tanti saluti, pensa Rosaria, al diritto allo studio, che pure per i loro genitori, e per loro di conseguenza, è stato così importante. Non si metterà certo a parlare con loro del 14 dicembre, quando è andata a Roma a manifestare, nel giorno del voto di fiducia al governo. Ma al padre glielo deve dire, adesso, per filo e per segno. Non gli aveva detto nulla per non farlo preoccupare, ma adesso occorre restituire l’intera trama del suo tempo ribelle.</p>
<p>Ma come spiegare al padre quel giorno? Come fargli capire che lei è sempre la stessa ragazza che si impegnava in parrocchia, faceva volontariato, lavorava con quelli di Libera, e poi il resto del tempo studiava  a fondo e si appassionava al ballo popolare, la taranta, la pizzica, come fargli capire che questo tempo odierno è lo stesso impegno, e la stessa gioia? Quando era adolescente, al paese, era al prete che prestava fede, quello che magari si rifiutava di svolgere la festa patronale per non mischiarsi con i mafiosi della ‘ndrangheta. Non c’era nessun altro, intorno. Nelle istituzioni Rosaria vedeva l’antistato, perché conosceva le persone che occupavano i posti di comando, sapeva chi erano, e quell’essere non le piaceva. Non si può dire che lo Stato manchi, da quelle parti, ma è proprio che lo Stato e l’antistato, da quelle parti, si confondono. Al liceo di Melito Porto Salvo, all’indomani dell’omicidio Fortugno, il preside negò l’assemblea che i rappresentanti, tra cui Rosaria, avevano richiesto. E nessun docente si fece sentire. Andarono alla manifestazione riempiendo due pullman, ma la scuola disse che non potevano presentarsi come liceo. Erano quelle le istituzioni che Rosaria aveva di fronte. E fu anche per questo che decise che avrebbe fatto giurisprudenza. Perché aveva già molto chiaro il significato, e il dovere, dell’espressione “fare giustizia”.</p>
<p>A Pisa Rosaria ha incontrato ragazzi che credono nello stesso dovere, e solo lì ha cominciato a credere nella politica, nell’impegno civile, e anche nel valore delle istituzioni. Fino al 14 dicembre, però. Quel giorno è cambiato tutto. Ma come spiegarlo al padre quel giorno? Con i rumori.</p>
<p>Le pale degli elicotteri sempre incombenti sulla testa. I fendenti delle sirene che tagliavano lo spazio. Il ritmo truce dei manganelli battuti dalla polizia sugli scudi a monito di guerra tribale. I colpi dei lacrimogeni. E poi, d’un tratto, dopo una falsa notizia che la fiducia al governo non era stata approvata, la verità: il governo aveva la fiducia. E per tutte quelle migliaia di ragazzi, per molti dei quali era la prima grande manifestazione, un crollo. Crolla tutto, è un intero Paese che crolla e che li vuole trascinare giù con sé. Quelle strade controllate dagli elicotteri e circondate da muri di scudi fanno l’effetto di una gabbia che non si può non voler spezzare. Per respirare. Così le auto blu bruciate sul lungotevere, a segno tangibile di un’alterità assoluta da una politica inerme, impotente, implosa in un teatrino colpevole. E non c’è nessuno che non senta, in quel momento, che è inevitabile quella presa di distanza. E poi piazza del Popolo, ancora la polizia, una camionetta bruciata, l’applauso della piazza, la fuga tra le barricate. Quel giorno, dice Rosaria, ci ha cambiati tutti. Ha segnato una distanza incolmabile dalla politica così com’è. Noi vogliamo una politica nuova. E una politica nuova parte dalla presenza fisica. E’ una generazione virtuale che comincia a sentire l’impotenza della sua smaterializzazione, e grida: “se non cambierà, ci riprendiamo la città”. Non la rete, non facebook, ma le strade e le piazze. Per il bene comune. Per i beni comuni. E abbiamo appena iniziato, dice Rosaria.</p>
<p>“Sono fiero di te”, ha detto il padre dopo tre ore di racconto. E ha preparato il caffè.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità, 16/2/2011)</em></p>
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		<title>Le classi all&#8217;università</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Nov 2010 00:13:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[daniele giglioli]]></category>
		<category><![CDATA[mario lavagetto]]></category>
		<category><![CDATA[raul mordenti]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[Presentazione del libro L’università struccata Il movimento dell’Onda tra Marx, Toni Negri e il professor Perotti di Raul Mordenti Mercoledì 17 novembre, ore 15.30 Dipartimento di Lingue e Letterature straniere moderne &#8211; Aula VI, Via Cartoleria 5, Bologna introducono Daniela Gallingani e Giovanni Marchetti ne discutono con l’autore Daniele Giglioli e Mario Lavagetto coordina Rosa Pugliese [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><em>Presentazione del libro</em></div>
<p><strong>L’università struccata</strong></p>
<p><span style="font-family: Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif; line-height: 15px; font-size: 12px;"><em>Il movimento dell’Onda tra Marx, </em></span><span style="font-family: Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif; line-height: 15px; font-size: 12px;"><em>Toni Negri e il professor Perotti</em></span></p>
<p><span style="font-weight: normal;"><span style="font-size: 13px;"><strong><span style="font-family: Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif; font-weight: normal; line-height: 15px; font-size: 12px;"> </span></strong></span>di </span><strong>Raul Mordenti</strong></p>
<div id="_mcePaste">Mercoledì 17 novembre, ore 15.30</div>
<div id="_mcePaste"><em>Dipartimento di Lingue e Letterature straniere moderne &#8211; </em><em>Aula VI, Via Cartoleria 5, Bologna</em></div>
<div id="_mcePaste">introducono <strong>Daniela Gallingani</strong> e <strong>Giovanni Marchetti</strong></div>
<div id="_mcePaste">ne discutono con l’autore <strong>Daniele Giglioli</strong> e <strong>Mario Lavagetto</strong></div>
<div id="_mcePaste">coordina <strong>Rosa Pugliese<span id="more-37257"></span><br />
</strong></div>
<div>Dal sito di Punto Rosso:</div>
<div>
<p><span style="font-family: Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif; font-weight: normal; line-height: 15px; font-size: 12px;">L’obiettivo, assai ambizioso, di questo libro è contribuire alla definizione di un’analisi della composizione di classe dell’Università. Per “composizione di classe” intendo il peculiare rapporto, sempre dinamico e di difficile individuazione, che esiste fra i connotati oggettivi e – per così dire – “tecnici” delle varie figure presenti in un processo produttivo, e i loro connotati soggettivi, cioè “politici”, in altre parole il loro potenziale di conflitto; come si comprende, deriva anzitutto dall’adeguata comprensione di questo nodo, nelle forme specifiche e originali con cui esso si presenta nell’Università, la possibilità di individuare e praticare una linea politica utile.</span></p>
<p>Raul Mordenti è professore ordinario di &#8220;Critica letteraria&#8221; all&#8217;Università di Roma &#8216;Tor Vergata&#8217;.<br />
Ha partecipato ai movimenti del &#8217;68 e del &#8217;77, a Dp e alla fondazione del Prc, di cui attualmente fa parte.<br />
Si è occupato di censure del &#8220;Decameron&#8221;, di &#8220;libri di famiglia&#8221;, di didattica della letteratura, dei rapporti fra informatica e filologia e di Walter Benjamin. Fra i suoi libri ricordiamo &#8220;La Rivoluzione&#8221; (Marco Tropea, 2003), &#8220;Gramsci: la rivoluzione necessaria&#8221; (Editori Riuniti, 2007), &#8220;L&#8217;altra critica&#8221; (Meltemi, 2007), &#8220;Frammenti di un discorso politico: ricominciare dal &#8217;68&#8221; (Edizioni Rinascita, 2008).</p>
</div>
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		<title>Quegli insulsi aneddoti (sul precario accademico)…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2010 07:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[feudalesimo]]></category>
		<category><![CDATA[precariato accademico]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[[questo articolo in forma un po&#8217; diversa è uscito sul numero 3 di &#8220;alfabeta2&#8221;] di Andrea Inglese Il precariato accademico non è in fondo poi diverso dalle altre forme di precariato. Anche in questo caso ti trovi di fronte a un tizio che, con aria affabile, ti spiega come qualmente sia del tutto ovvio che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[questo articolo in forma un po&#8217; diversa è uscito sul numero 3 di <a href="http://www.alfabeta2.it/">&#8220;alfabeta2&#8221;</a>]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Il precariato accademico non è in fondo poi diverso dalle altre forme di precariato. Anche in questo caso ti trovi di fronte a un tizio che, con aria affabile, ti spiega come qualmente sia del tutto ovvio che tu, pur facendo grosso modo il suo stesso lavoro, vieni però pagato un terzo, non hai ferie e tredicesima, e soprattutto puoi essere messo alla porta in qualsiasi momento. Se poi ti viene da pensare «Ma sei un bello stronzo!», bisogna che ti guardi bene dal dirlo, perché a differenza di un qualsiasi datore di lavoro o semplice superiore, nel mondo accademico il professore ordinario è generalmente un progressista, avverso al dispregio dei diritti umani, e perfettamente capace di sottrarti anche quel terzo di stipendio che stai cercando con premurosa umiltà di guadagnarti.<span id="more-37004"></span></p>
<p>Ma andiamo con ordine. A tutti noi sta a cuore la salute dell’università, e sarebbe intellettualmente sterile lasciarsi andare all’evocazione di un’aneddotica poco gloriosa, risaputa, e tinteggiata di grottesco.</p>
<p>Sono ormai passati sei o sette anni, da quando sentii utilizzare per la prima volta la categoria di «precariato accademico». Era un’amica storica, docente in un prestigioso istituto universitario francese, che l’applicava al mio caso, incoraggiandomi a perseverare attraverso questa fase impervia. La nuova formula – non si parlava di «precariato» tutti i cinque minuti come accade oggi – ebbe su di me un immediato effetto anestetico e anche un po’ euforizzante. Cullato in questo vasto aggregato sociale, perdevo tutti quegli aspetti che fino ad allora avevano determinato i miei rapporti con la professione accademica: sfiga personale, incompetenza tattica, ignoranza malcelata, vistosi deficit intellettuali, diplomazia di un rapinatore. Mi ero sentito fino a quel giorno un semplice escluso dalla professione universitaria, uno di quei tanti che non ce la faceva, che non ce l’aveva ancora fatta, che forse non ce l’avrebbe fatta mai. (Naturalmente insegnavo e scrivevo articoli, partecipavo a convegni e compulsavo gli archivi, ma nella solita condizione di «un terzo di stipendio» e «in ogni momento allontanabile»). Ora di colpo mi pioveva sul capo un’etichetta che aveva un vantaggio psicologico non indifferente: non ero più solingo nella mia vergogna e colpevolezza. Entravo a far parte, infatti, di un’ampia famiglia sociale di reietti. Inoltre, in quanto «precario accademico», mi si riconosceva almeno una caratteristica, quella di avere a che fare – malgrado tutto – proprio con quella istituzione che, attraverso la sconsolata voce dei suoi rappresentanti, mi ricordava a ogni piè sospinto quanto fossi un soggetto ingombrante, intrusivo, superfluo.</p>
<p>Qui, come altrove, una società che esclude dal lavoro un numero sempre maggiore di persone atte a compierlo riesce a far apparire questa strategia di sistema come l’esito di una cattiva volontà individuale. Ogni aspirante lavoratore è chiuso nelle sue fantasmagorie di riuscita e di fallimento, di merito e fortuna, quando la sua condizione contrattuale è del tutto identica a quella di una gran quantità di individui dai talenti e dalle vicende biografiche più disparate. Durante i miei brevi anni di precariato accademico, non mi è mai passato per la testa di avere qualche <em>diritto</em> da rivendicare. Mi limitavo alla lotta per far riconoscere qualche <em>merito</em>. E ciò valeva, ovviamente, per tutti coloro che si trovavano nella mia stessa situazione, il cui status oscillava, ai miei occhi, tra quello di vittime di una malasorte comune e quello di perniciosi avversari.</p>
<p>La natura anfibia dell’università italiana, d’altra parte, intenzionalmente democratica quanto alla formazione, e feudale quanto al reclutamento, prevedeva sì qualche battaglia studentesca sul diritto allo studio, ma non contemplava più alcun discorso sul diritto al lavoro per il variopinto esercito dei precari che insegnavano, svolgevano esami, facevano ricerca, senza nessuna garanzia professionale per il futuro e spesso in condizioni salariali indecenti. E la maggior parte di noi cosa ha fatto? Presi nella morsa tra disincanto e codardia, abbiamo abbracciato una specifica cultura del sottosuolo. Mi rendo conto che è indecoroso parlarne, anche per il già paventato rischio dell’aneddotica, volgare e generalizzante. Inoltre vanno salvaguardati i pur residuali casi di eroismo. Quelli che sono espatriati con successo. Quelli che – pare esistano testimonianze in questo senso – hanno pronunciato la fatidica frase («Ma sei un bello stronzo!») ad alta voce.</p>
<p>In fase di formazione, i migliori dei nostri docenti – per ciò che riguarda le discipline umanistiche – hanno glorificato l’<em>autonomia</em> intellettuale e la libertà di spirito, salvo poi, in fase di reclutamento, sottoporci ai molteplici «sacrifici dell’intelletto» in nome della <em>fedeltà</em> feudale alla persona. Nell’università, così come nell’Europa medievale, «ognuno è l’uomo di un altro uomo». Questo sistema, avendo strutturato l’intera società occidentale per centinaia di anni, potrà ben governare un’istituzione come l’università ai giorni nostri? Esclude, però, forme di contestazione di tipo democratico. Lo studente di tanto in tanto protesta contra una riforma, sotto l’occhio complice o tollerante del docente. Il dottorando, l’assegnista, il cultore della materia, il borsista di solito non fanno cortei, occupazioni, assemblee, blocco degli esami, anche perché sono fatalmente sostituibili. Un destino capriccioso vuole che, agli occhi dei docenti garantiti, gli studenti siano materiale umano prezioso, da infoltire, affinché i dipartimenti si perpetuino con agio. Ma quegli stessi studenti diventano poi bizzarri e ingombranti personaggi, quando si ripresentano sotto le spoglie di aspiranti colleghi e ricercatori, sempre protesi a mendicare sottofrazioni di salario.</p>
<p>Fuori dall’Italia, la situazione non sembra così diversa. Ricordo nell’autunno del 2007 i mesi di mobilitazione studentesca a Paris III, uno dei maggiori poli universitari parigini. Le due più grandi aule dell’edificio si trovavano una di fronte all’altra. Nella prima, strapiena, gli studenti contestavano la proposta di riforma universitaria del governo di centrodestra, votavano compatti il proseguimento dello sciopero, annunciavano l’inasprimento della lotta. Nella seconda, meno popolata, gruppi di professori progressisti prendevano a cuore le rivendicazioni studentesche. Erano presenti anche alcuni precari universitari, che da anni insegnavano in quelle aule confusi ai loro colleghi garantiti, ligi però ai dettami della nota formula: “faccio tutto come te, ma sono trattato molto peggio di te”. Ricordo tra questi precari persino qualcuno che, pur timidamente e nel rispetto delle gerarchie accademiche, prese la parola non per dire: “Ma siete dei begli stronzi!”, bensì per manifestare compassione verso gli studenti minacciati nel loro diritto allo studio. Più di tutti, però, teneva banco con piglio oratorio un professore che, durante i quattro anni che lo frequentai nel medesimo dipartimento, mai si lasciò scappare una qualche osservazione sulle condizioni dei suoi colleghi precari. A forza di non usare il più doveroso e giustificato turpiloquio, noi precari universitari diventavamo invisibili anche agli occhi dei più progressisti dei professori.</p>
<p>Mi rendo conto che è triste indulgere nella cultura del sottosuolo, con la sua insignificante aneddotica. Però vale la pena di ricordare, in conclusione, almeno il caso di Gianfranco R., ossia «l’eterno dottorando», come lo definivano gli studenti del dipartimento che assiduamente frequentava. Gianfranco in realtà aveva già ottenuto borse di postdottorato, teneva qua e là seminari, pubblicava libri per case editrici del settore, cenava con professori ordinari, a cui dava del tu senza esagerare nel contraddittorio. Io lo invidiavo, perché mi sembrava animale meglio adatto all’ambiente accademico, più portato per l’erudizione ossessiva, la notazione scrupolosa a piè di pagina, la citazione in lingua originale, ma soprattutto aveva installato nella sua mente un poderoso database della geografia accademica italiana, con tanto di gerarchie ufficiose e informazioni esoteriche. Io avevo sperato, in ultima istanza, di farmi concupire da qualche tardona che fosse almeno professore ordinario. Gianfranco invece volava alto: il suo posto se lo meritava, e si curava maternamente dell’uomo da cui dipendeva il suo concorso. Quest’ultimo, infatti, era un ordinario della quarta età. Gianfranco si occupava della sua dieta, delle medicine al giusto orario, di fargli evitare scale e correnti gelide. Purtroppo le cose andarono male, perché in circostanze un poco confuse il vegliardo fu colpito da ictus, mentre la dottoranda che era con lui non riportò gravi conseguenze. In dipartimento Gianfranco perse di colpo il dono della visibilità: si aggirava come un’ombra smarrita, ormai completamente orfano, completamente fottuto. Ha avuto in seguito un’irrimediabile caduta della <em>libido cognoscendi</em>: non solo non può più leggere saggi accademici di genere anche divulgativo, ma è tormentato da un incubo ricorrente. Per un crimine turpe che ha commesso, viene condannato all’ergastolo. Quando si rende conto di essere rinchiuso in una cella doppia in compagnia di un professore universitario progressista, ergastolano come lui, si sveglia lanciando un grido di terrore.</p>
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		<title>alfabeta2: in edicola il numero di ottobre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Oct 2010 20:22:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[alfabeta2 mensile di intervento culturale &#8211; è in edicola il numero 3/2010 con due temi principali: Il posto delle donne: la voce delle donne a tutti i livelli delle strutture produttive e organizzative coincide tuttavia con una catastrofica regressione antropologica, lucidamente perseguita dal vigente regime mediatico. Allarme università: riflessioni dall’emergenza della discussione parlamentare sulla legge [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.alfabeta2.it/"></a><a href="http://www.alfabeta2.it"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-36901" title="cover3-195-270" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/cover3-195-270.jpg" alt="alfabeta2 numero 3 ottobre 2010" width="195" height="270" /></a>alfabeta2 <em>mensile di intervento cultural</em>e &#8211; è in edicola il numero 3/2010 con due temi principali:</p>
<ul>
<li><strong>Il posto delle donne</strong>: la voce delle donne a tutti i livelli delle strutture produttive e organizzative coincide tuttavia con una catastrofica regressione antropologica, lucidamente perseguita dal vigente regime mediatico.</li>
<li><strong>Allarme università</strong>: riflessioni dall’emergenza della discussione parlamentare sulla legge Gelmini e dalla mobilitazione di protesta della forza-lavoro meno garantita .</li>
</ul>
<p><a href="http://www.alfabeta2.it/2010/10/15/sommario-del-n-3-ottobre-2010/">Sommario</a> &#8211; in edicola, libreria, e prossimamente come ebook.</p>
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		<title>Ancora sull&#8217;università, la poesia, il gusto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 10:14:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Bourdieu]]></category>
		<category><![CDATA[conservazione]]></category>
		<category><![CDATA[giancarlo alfano]]></category>
		<category><![CDATA[gusto]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[insegnamento]]></category>
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					<description><![CDATA[[Mi permetto di presentare le risposte di Alfano, nate da questo thread, in forma di post autonomo. I punti toccati mi sembrano davvero importanti.] Giancarlo Alfano Cari commentatori, non so bene come funzioni l’etichetta del discorso in un blog, non so cioè se ci si aspetta una risposta a ciascun commento o se invece è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Mi permetto di presentare le risposte di Alfano, nate da <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/07/30/la-%E2%80%9Ccritica-universitaria%E2%80%9D-e-l%E2%80%99esplosione-un-invito-a-partire-dal-lavoro-sulla-poesia/#comments">questo thread</a>, in forma di post autonomo. I punti toccati mi sembrano davvero importanti.]</em></p>
<p><strong>Giancarlo Alfano</strong></p>
<p>Cari commentatori,<br />
non so bene come funzioni l’etichetta del discorso in un blog, non so cioè se ci si aspetta una risposta a ciascun commento o se invece è più educato tirare le somme da un certo numero di osservazioni. Mi sembra però il caso di riprendere alcune vostre osservazioni, soprattutto per alcuni punti ricorrenti. Ci sono in particolare due aspetti che vorrei spiegare meglio. Il primo riguarda l’impegno “divulgativo”. Far conoscere la poesia. Nell’incontro di Fosdinovo mi sono chiesto se noi che lavoriamo all’Università creiamo davvero nuovi lettori. Se cioè l’Università funziona ancora come luogo di promozione della libertà individuale e di conseguenza come luogo di educazione del gusto. L’espressione può sembrare vecchia, ma vi prego di ponderarla: educazione del “gusto” (non “al” gusto). <span id="more-36347"></span></p>
<p>Siamo stati educati da Bourdieu, e dagli storici dell’arte, a pensare che il gusto fa “distinzione”, che cioè crea sistemi di élite. Ciò sarebbe una cosa cattiva, mentre invece la libertà degli atteggiamenti, l’apertura dei canoni sarebbe una cosa buona. Quel che accade, però, è che senza l’educazione del gusto, senza cioè la consapevolezza che la lettura è un’esperienza di stratificazione e selezione al tempo stesso (si accumulano letture e si creano preferenze  in base a specifiche associazioni) si rischia il preconcetto della equivalenza: quella notte in cui, secondo Hegel, tutte le vacche sono nere semplicemente perché non c’è la luce per distinguerle.</p>
<p>Ecco, io credo che il senso dell’Università sia nell’apprendimento di questa consapevolezza, a partire dalle Facoltà di Lettere, innanzitutto, il cui compito dovrebbe essere l’insegnamento della critica dei linguaggi. Poi è chiaro che molti di noi vivono anche o soprattutto al di fuori dell’Università, e quindi propongono letture, organizzano festival, scrivono recensioni, prestano libri, si confrontano&#8230; Il secondo aspetto che mi interessa chiarire riguarda la concezione, da me condivisa, dell’Università che dovrebbe essere un luogo aperto, dinamico, ma che tale non risulta. Perché, mi chiedo? A mio parere non perché i tempi sono oggi più bui che in passato, ma perché l’Università è una istituzione, dunque ha un suo modo specifico di funzionare. Può essere indirizzata in modo diverso, aperto, certo, ed è quanto ci si sforza di fare in alcuni casi; ma non si può pensare che si giochi lì la “rivoluzione”.</p>
<p>Esiste un’ideologia movimentista, che è in apparenza di opposizione, ma che in realtà è utile alla conservazione perché non è disposta a ragionare sulle “forze” in campo, sulla logica dei rapporti di potere, che possono essere modificati, o sovvertiti, a mio avviso, solo nel coordinamento di un insieme diverso di forze. Chiudo con un’ultima riflessione, che riguarda l’atteggiamento ideologico degli studenti. Chi regge le Università dice sempre che l’Università è fatta per gli studenti: lo fa in genere per comodità e per demagogia. Ma che cosa dicono gli studenti? Dicono la stessa cosa. Se è così, come mai il mondo giovanile non riversa nelle Università i propri contenuti, le proprie forme di socialità e di produzione culturale? Perché per lo più esse coincidono con quelle normalizzate dalla società. E allora torna il problema della mediazione, torna cioè la questione legata al ruolo di chi lavora all’Università. L’Università, osservavo in precedenza, “produce” discorsi interni al sistema di potere nel quale essa esiste”. Le nuove pratiche, critiche, didattiche, di ricerca, vanno cercate in un continuo confronto con la società, sapendo però che nella società esiste una forte tendenza, ripetiamolo ancora una volta, alla conservazione, cioè alla cultura, alla stabilità.</p>
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		<title>La “critica universitaria” e l’esplosione. Un invito a partire dal lavoro sulla poesia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 08:35:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Festa Indiana]]></category>
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		<category><![CDATA[istituzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Zuliani]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giancarlo Alfano  Cari amici di Nazione indiana, riprendo qui in forma di lettera alcune considerazioni che ho proposto un paio di mesi fa nel corso del festoso e proficuo incontro del 29 maggio. Lo faccio adesso anche perché si discute in questi giorni in Parlamento il disegno di legge cosiddetto “Gelmini”, che, a mio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giancarlo Alfano</strong></p>
<p> Cari amici di Nazione indiana, riprendo qui in forma di lettera alcune considerazioni che ho proposto un paio di mesi fa nel corso del festoso e proficuo incontro del 29 maggio. Lo faccio adesso anche perché si discute in questi giorni in Parlamento il disegno di legge cosiddetto “Gelmini”, che, a mio avviso, umilia profondamente la funzione pubblica dell’insengamento e della ricerca universitaria (limitando di fatto l’accesso all’università pubblica) e perché il dibattito sul mondo universitario mi pare povero, stanco, ripetitivo. Occorre invece tenere alta la guardia su quel che sta succedendo e su quel che ci sembra fondamentale per la formazione intellettuale in Italia.</p>
<p>Durante il dibattitto promosso da Andrea Inglese “Alla ricerca del vocabolario perduto” a me è toccato ragionare sulla “critica universitaria”, nel tentativo di rispondere alla domanda del promotore, e cioè se fosse «possibile individuare un vocabolario condiviso per la critica». Personalmente non sono persuaso che esista una cosa come la “critica universitaria” distinta da altri esercizi critici. Credo invece che si debba capire che cosa fa chi lavora all’interno delle istituzioni accademiche (sia o non sia ricercatore, borsista, dottorando, docente, etc.).<span id="more-36313"></span></p>
<p>Mi pare si possa sintetizzare questa riflessione stabilendo che il “fare” dello studioso universitario è riconducibile a tre pratiche principali: 1) l’analisi del testo; 2) la storia della letteratura; 3) la teoria della letteratura. Queste tre pratiche riguardano probabilmente anche il “critico militante” e il “critico-poeta” (che erano gli altri poli su cui gravitava la nostra discussione), solo che il “critico universitario” lavora (o dovrebbe lavorare) in vista di una progressiva integrazione dei livelli, così da passare dall’analisi alla teoria, ossia a una proposta generale di “che cos’è la poesia”. A questo proposito facevo, e qui ripropongo, l’esempio dell’ottimo libro di Luca Zuliani (<em>Poesia e versi per musica. L’evoluzione dei metri italiani</em>).</p>
<p>È per questo motivo che il “critico universitario” non sempre esprime giudizi di valore, perché il suo compito non è, in prima istanza, quello di stabilire che cosa è valido e che cosa non lo è; egli è invece chiamato a fornire descrizioni accurate di un certo panorama storico, con l’obiettivo ultimo di contribuire a una definizione dello stesso discorso di cui si occupa.</p>
<p>Capisco che questa mia sintesi possa far insorgere qualcuno, che dirà: ma la funzione della critica è innanzitutto “krinein”, distinguere per scegliere, individuare nel presente ciò che varrà ancora nel futuro (secondo un celebre e condivisibilissimo saggio di Jean Starobinski). Ed è per questo che non so bene se il sintagma “critico universitario” abbia senso. L’Università non è un luogo di trasformazione; è, al contrario, un luogo di conservazione: si trasmette un sapere stabilizzato. Ecco perché non bisogna aspettarsi che l’Università contribuisca in forme rivoluzionarie alla trasformazione della società: essa funziona per conservare la società, per “difenderla”, per riprendere il titolo del seminario di Foucault. L’Università, è bene ricordarcelo, produce discorsi interni al sistema di potere nel quale essa esiste.</p>
<p>Tuttavia, anche l’Università seleziona. Lo fa con i corsi, con le lezioni in aula, con la promozione di certi autori anziché altri autori. Ciò accade sia all’interno di uno stesso ambito cronologico (che so, Pascoli e non Carducci; più, molto più Ungaretti e meno, parecchio meno Saba, o Penna, etc.), sia nella concorrenza tra ambiti cronologici diversi (Poesia del Duecento vs. Trecento minore; Petrarchismo cinquecentesco vs. lirica arcadica). La cosa non è banale, perché si ripercuote sulla competenza passiva dei lettori di poesia. E, se è vero che il “pubblico della poesia” sono solo i poeti, anche sulla loro competenza attiva.</p>
<p>In fin dei conti, è in virtù di una “funzione Contini” che tanti autori notevoli della poesia italiana intorno agli anni ottanta si sono mossi verso la scrittura espressionista. Intendo dire che il discorso universitario sulla tradizione italiana, privilegiando il Duecento – e cioè una fase “pre-bembesca”, se non “a-bembiana”, cioè di libera concorrenza tra soluzioni poetiche alternative –, ha fatto sì che la riflessione e la pratica poetica contemporanea andasse verso il recupero di esperienze minoritarie (Folengo, se non Jacopone) sentite come più attuali. Ma questo “sentire” era probabilmente impastato delle letture fatte da quegli studenti e poeti dentro le aule universitarie. Proviamo come controprova a farci una domanda: che cosa sarebbe successo nella poesia italiana della fine del Novecento se nelle aule universitarie avessero circolato più i <em>Lirici del Cinquecento</em> di Luigi Baldacci che i <em>Poeti dell’età barocca</em> di Spagnoletti e altri?</p>
<p>Stiamo di nuovo a ragionare del canone? Forse, ma non soltanto. Mi pare infatti che il problema sia più ampio, e riguardi il rapporto tra un certo deposito culturale (la tradizione nel suo complesso o il “canone” vincente) e le pratiche che vi si intrattengono. Da questo punto di vista, credo si possa dire che anche l’Università partecipa a quel movimento duplice che Jury Lotman sintetizzò nel dittico <em>La cultura e l’esplosione</em> (cose simili ha di recente proposto Francesco Erspamer).</p>
<p>In questa coppia polare, l’Università sta dalla parte della cultura, non dell’esplosione. E tuttavia, l’Università, poiché è una istituzione, vive al proprio interno una dialettica, tipica di ogni istituzione, tra ripetizione e differenza. In altre parole, proprio perché l’Università ripete, essa deve convocare (<em>petere</em>) nella attualità qualcosa che appartiene al passato: in questo modo sollecita il presente (il nuovo) sulla base del già-esistente. Questo è quel che fa un “critico universitario”. Egli fa, innanzitutto, lezione. Cioè propone nella forma della affermazione, della constatazione asseverativa, un dato e un valore; ma al tempo stesso egli propone di verificare quel dato e quel valore (fa analisi del testo).</p>
<p>Da questo punto di vista, mi pare, siamo nell’ambito di quel che s’intende con la formula della “comunità degli interpretanti”. E se questa va considerata, secondo alcuni, la formula per eccellenza della democrazia, allora la democrazia è prima di tutto l’esperienza della verifica analitica, del controllo delle procedure, dell’inserimento di un insieme testuale dentro le sue coordinate storiche per risalire al suo fondamento linguistico. E però, poiché uno dei principali inganni della democrazia moderna è di lavorare come se fosse possibile partecipare direttamente alle scelte, allora l’esperienza in aula rientra in questa pratica (e in questo inganno): anzi, ne fornisce il paradigma.</p>
<p>Come ogni istituzione destinata alla formazione, e dunque alla trasmissione dei valori (nel nostro caso questi valori sono dei testi: “beni culturali” oppure oggetti immateriali che siano), l’Università mira alla stabilità. Ogni “critica universitaria” vive la propria contraddizione a partire da questa ambiguità, di essere sul crinale tra cultura ed esplosione. La critica alla ideologia universitaria deve partire da qui. ma tenendo conto del fatto che non vi è esplosione quando non vi è cultura: non vi è “nuovo” se non nell’orizzonte del “vecchio”.</p>
<p>Le parole perdute della critica (comunque essa sia aggettivata) sono esattamente da individuare in questo crinale. E per questo torno a invitare tutti gli animatori di questo sito a ragionare intorno alla questione della testualità. È infatti urgente a mio avviso lavorare in maniera congiunta sopra l’emergenza linguistica, che oggi è soprattutto emergenza della difficoltà a costruire e comprendere “testi”, a percepire e realizzare un’organizzazione compaginata, una disposizione sintattica. Il vocabolario perduto va riacquisito confrontandosi con le pratiche discorsive reali. E la poesia è, tra le forme, sovrana, anche nel suo destrutturarsi.</p>
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