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	<title>utopia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L’utopia del possibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jan 2013 17:35:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Adele Pesce]]></category>
		<category><![CDATA[classe operaia]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
		<category><![CDATA[utopia]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>(brani tratti da: Adele Pesce, <em>Fare cose con le parole</em>, e mie riflessioni)</strong><br />
quando mi sveglio un po’ più tardi, sembra che i bambini lo facciano apposta, capricci a non finire: non vogliono vestirsi, non vogliono lavarsi, il latte è troppo caldo o troppo freddo. Io penso già alla multa che prenderò in fabbrica e gli dico delle brutte cose e finisce sempre che uno dei due si mette a piangere…]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/01/05/lutopia-del-possibile/la-classe-operaia-va-in-paradiso-2/" rel="attachment wp-att-44534"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft  wp-image-44534" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/La-Classe-operaia-va-in-paradiso1-300x162.jpg" alt="" width="303" height="193" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/La-Classe-operaia-va-in-paradiso1-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/La-Classe-operaia-va-in-paradiso1-163x103.jpg 163w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" /></a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/01/05/lutopia-del-possibile/rosie-the-riveterwe-can-do-it179-wp-1563wwii-poster-4/" rel="attachment wp-att-44540"><img decoding="async" class="alignright size-thumbnail wp-image-44540" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/usa_wecandoit3-150x150.jpg" alt="" width="160" height="160" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/usa_wecandoit3-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/usa_wecandoit3-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/usa_wecandoit3-120x120.jpg 120w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
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<strong>[brani tratti da: Adele Pesce, <em>Fare cose con le parole</em>, e mie riflessioni]</strong><br />
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<p style="text-align: left"><em>&#8220;[…] quando mi sveglio un po’ più tardi, sembra che i bambini lo facciano apposta, capricci a non finire: non vogliono vestirsi, non vogliono lavarsi, il latte è troppo caldo o troppo freddo. Io penso già alla multa che prenderò in fabbrica e gli dico delle brutte cose e finisce sempre che uno dei due si mette a piangere… Li scarico davanti alla scuola e loro mi guardano male e non vogliono nemmeno il bacio… Durante il tragitto non ho tempo di pensarci, ma appena sono in fabbrica, appena mi trovo davanti alla catena e comincio a fare il lavoro, non riesco a pensare ad altro che all’ultima occhiata triste che mi hanno lanciato. Continuo a pensarci, e quel piccolo fatto quotidiano si ingrandisce sempre più, diventa enorme e drammatico… Rivedo tutti i momenti della mattina e mi sembrano tremendi, arrivo a pensare lì alla catena di essere una madre cattiva che odia i suoi figli […]. E questo perché il mio pensare lì alla catena è del tutto separato dall’agire […]. Io sono impotente, non posso assolutamente modificare la realtà e questa si ingrandisce e mi schiaccia. Mi viene un’angoscia terribile, vorrei andare via, non ce la faccio a stare chiusa lì dentro. Certe volte mi dico: adesso vado dal capo e gli dico che mi sento male e se non mi crede mi butto per terra. Poi l’angoscia mi passa e comincio a pensare a quello che farò la sera quando uscirò e li andrò a prendere a scuola. Li porto ai giardini e faremo tanti giochi. No, li porto al Luna Park, M. ci ha fatto una passione… e poi magari a mangiare una pizza… Stasera niente televisione, gli racconterò quella favola che gli piace tanto. Progetti su progetti durante tutta la mattina fino all’ora della mensa. Quando riprendo, ora che l’uscita dal lavoro è veramente vicina, il mio stato d’animo non è più quello. È come se cambiasse dentro di me la dimensione del tempo: più si accorcia il tempo in cui sarò costretta a stare chiusa in fabbrica, più il tempo che avrò a disposizione quando sarò fuori mi sembra poco. E comincio a pensare che non farò niente: niente giardini, niente Luna park. Immagino che, sempre di corsa, stanca morta, farò la spesa, preparerò la cena, un po’ di televisione e poi a letto. Queste immagini mi tormentano, anche perché sono più vere delle precedenti, perché è come è successo ieri e come probabilmente farò domani. Mi viene di nuovo un’angoscia terribile… Mi sembra di impazzire. Non ho più quasi voglia di uscire, vorrei avere ancora tante ore da passare chiusa lì dentro per poter tornare di nuovo ad immaginarmi cose belle… Sai che ti dico? Non è il lavoro che è alienato, è il tempo. La fabbrica ti dà un tempo immaginario che è un imbroglio. Quando stai dentro immagini sempre moltissimo e non si tratta di fantasie ma di cose possibili. La cosa strana è che più ore hai davanti, più sei impotente a fare, più le immagini che ti vengono [in mente] sono belle; più le ore diventano poche, stai per uscire, si avvicina il tempo in cui potrai tornare a fare, più le immagini diventano brutte… Forse perché ti accorgi che non è soltanto il tempo che passi dentro, ma soprattutto il tempo fuori che ti rubano&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: left">(C., anni 25, operaia, Forlì)</p>
<p style="text-align: left">È un’intervista del 1982, condotta nell’ambito di una ricerca del sindacato metalmeccanico in Emilia Romagna. L’ho ripresa da un recente volume che riunisce scritti di Adele Pesce, sociologa, sindacalista e femminista, perché mi hanno colpito l’intensità e la scansione della narrazione che ne fanno un testo letterario, e soprattutto perché mi ha colpito il concetto di “possibile” in relazione a realtà e immaginario. Adele Pesce, citando<em> L’uomo senza qualità</em> di Musil e <em>Le sens pratique</em> di Bourdieu, così commenta questa e altre interviste da lei svolte: “[…] con il risultato che le storie raccontate non erano mai soltanto esperienze reali, verità reali, ma esperienze e verità possibili. Nella preparazione della ricerca avevamo cercato di porci questo problema, decidendo di tenere presente l’immaginario come categoria importante. Dicevamo: dobbiamo intrecciare come una persona è e come vorrebbe essere, la vita che concretamente fa e quella che immagina di fare […] Nei loro racconti, le donne si comportano come se non ci fosse questa scissione e introducono invece un’altra dimensione, quella del possibile. La loro vita appare a chi l’ascolta molto più simile a un’esperienza immaginaria che a un’esperienza reale: perché è solo nelle esperienze immaginarie, nella letteratura ad esempio, che il mondo sociale riveste la forma di ‘un universo di possibili, ugualmente possibili, per ogni soggetto possibile’”. Pesce aggiunge che il possibile appare come una dimensione cui si fa ricorso non per evadere dal reale ma per dotare il reale di senso.</p>
<p style="text-align: left">L&#8217;utopia del possibile non è la sola idea stimolante che emerge da questo volume i cui saggi ripercorrono essenzialmente gli anni ’80, ma che si chiude con un articolo apparso nel 2009 su “Inchiesta”, <em>Fare cose con le parole</em> (da qui il titolo al volume), in cui appoggiandosi alla teoria di Austin sugli enunciati performativi, Pesce esamina il linguaggio che legittima il  razzismo  nell’era del berlusconismo. Restando agli anni ’80: le questioni nodali su cui Pesce rifletteva erano la tensione tra aspirazione all’uguaglianza e senso della diversità, tra soggettività e collettività, tra dimensione teorica e azione. Leggendo problemi e interrogativi di quegli anni ho provato un vago malessere. Perché? Forse perché mi sembrano ora come allora ancora così fondamentali, ma allora ci riflettevo e poi non più? O perché le cose, in particolare per le donne, non sono cambiate molto, o comunque non nel senso voluto? In un lungo dialogo-intervista con Vittorio Foa intitolato “La politica, la persona” (1986), Adele Pesce risponde a Foa che le chiede cosa significasse per lei essere di sinistra negli anni ’50: “la possibilità di cambiare […] essere di sinistra era per me avere certezze sulla possibilità che il mondo potesse essere cambiato, i rapporti tra le persone potevano essere cambiati, il modo di governare  poteva essere cambiato, le forme di vita sociale potevano essere cambiate”.</p>
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		<title>Senza utopia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 08:11:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro broggi]]></category>
		<category><![CDATA[buon natale]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[utopia]]></category>
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					<description><![CDATA[ Alessandro Broggi a R.K. Imprevedibili rimbalzi trarranno forza come processi di purificazione planetaria. Sfrenate manipolazioni delle loro attrattive si svolgeranno in assenza. Non esisteranno livelli di riferimento. Rappresentazioni astratte dell’abbondanza inghiottiranno immagini e confessioni. Come se nulla fosse convincente al di fuori di un’assoluta assenza di dettagli. Un’infedeltà parallela sostituirà la gerarchia con l’accumulo. Ne [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong> <img decoding="async" class="alignleft  wp-image-41105" title="utopia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/220px-Isola_di_Utopia_Moro.jpg" alt="utopia" width="176" height="248" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/220px-Isola_di_Utopia_Moro.jpg 220w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/220px-Isola_di_Utopia_Moro-212x300.jpg 212w" sizes="(max-width: 176px) 100vw, 176px" />Alessandro Broggi</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>a R.K.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Imprevedibili rimbalzi trarranno forza come processi di purificazione planetaria. Sfrenate manipolazioni delle loro attrattive si svolgeranno in assenza. Non esisteranno livelli di riferimento. Rappresentazioni astratte dell’abbondanza inghiottiranno immagini e confessioni. Come se nulla fosse convincente al di fuori di un’assoluta assenza di dettagli.<span id="more-41102"></span><br />
Un’infedeltà parallela sostituirà la gerarchia con l’accumulo. Ne saranno prova i registri emotivi chiamati in causa. Una trama opportunistica di interessi acquisiti trarrà ispirazione da dati spremuti fino all’ultima goccia di senso. Un parossismo di prosperità prosciugherà e verrà in cambio prosciugato.<br />
Una grande utopia potenziale sarà diventata un congegno organizzativo, un residuo. Forse sarà solo un offensivo scherzo dell’evoluzione. Ampie distese di reticenza monumentale fronteggeranno le attrezzature del nuovo in una inquieta situazione di stallo. La soglia infinita dell’esporre renderà la loro voluta serietà istantaneamente sfuggente. Un destino manifesto soddisferà l’impulso a sbarazzarsi di ogni sorpresa.<br />
Legalità deboli coesisteranno in rapporti flessibili. Le loro insegne saranno sgargianti ma non memorabili. Il dominio di un ordine finito simulato sopravvivrà nella tensione verso la radicale indeterminatezza. Una tautologia senza crepe sarà, dopo tutto, la sua stessa ragion d’essere. La stabilità del clima sarà una sanzione definitiva.</p>
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