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	<title>Vanni Santoni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La costruzione di una storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jun 2019 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[Pubblico qui  l&#8217;introduzione a L&#8217;Officina del Racconto,un un progetto speciale nato per dare valore all’attività meritoria che viene fatta da insegnanti e intellettuali dentro le scuole, per stimolare la curiosità, la predisposizione alla lettura, la creatività dei ragazzi e mostrare che, nell’aridità schematica dei programmi scolastici, c’è lo spazio per iniziative potenti, coinvolgenti. La pubblicazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblico qui  l&#8217;introduzione a <em>L&#8217;Officina del Racconto,</em>un un progetto speciale nato per dare valore all’attività meritoria che viene fatta da insegnanti e intellettuali dentro le scuole, per stimolare la curiosità, la predisposizione alla lettura, la creatività dei ragazzi e mostrare che, nell’aridità schematica dei programmi scolastici, c’è lo spazio per iniziative potenti, coinvolgenti. La pubblicazione del libro serve non solo per darne contezza, ma anche per invitare a un’espansione di questo tipo di progetti.<br />
 &nbsp;</p>
<p>Gli autori sono più di centocinquanta: gli studenti che hanno preso parte a questa solida impresa; e otto capicantiere: <strong>Valerio Aiolli, Elisa Biagini, Enzo Fileno Carabba, Rino Garro, Emiliano Gucci, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni, Marco Vichi</strong>.</p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Rino Garro</strong></p>
<p>&nbsp;<br />
Procurati una penna, fogli bianchi formato A4, un taccuino: è tutto ciò che ti serve per il momento. Percorri il lungo corridoio prima di giungere all’ultima aula, non propriamente aula. Ha la porta a vetri zigrinati, chiusa. Vedi ombre caute lì dietro, le immagini, ingrandirsi come istrici in controluce. Poi però senti un chiacchiericcio e delle risate, e anche un urlo. Sono già arrivati, ti dici, e ti aspettano. Non sanno chi sei, o forse sì. È chiaro che devi essere un insegnante, ti vedono sempre in giro nei vari plessi dell’istituto con registri gialli e rossi, anche se non sanno cosa insegni, in quali classi. Esiti un momento prima di bussare; ti aggiusti il collo della camicia, con l’indice riporti in alto gli occhiali che ti scivolano continuamente lungo il naso. Tiri anche un bel respiro; accenni un sorriso. Paura, per caso? Certo che no, ti rispondi; dopo tutti questi anni. Però – ma non lo vuoi ammettere – sei nervoso. Sei sempre nervoso e impaziente quando si tratta di cominciare, di scoprire cosa sarà. Guardi l’ora sullo smartphone. Adesso sei pronto. Dai due colpi al vetro, entri.<br />
&nbsp;</p>
<p>Buongiorno, dici, good morning to you all. Ti rispondono in coro in italiano e in inglese e in francese, per scherzo; ma anche in ispanoamericano, lingua madre per diversi qui, così come lo sono il rumeno e l’albanese o l’ucraino. Alcuni si alzano seri; altri rimangono seduti a giochicchiare con gli astucci, a mettere via frettolosamente i telefonini di prossima generazione. C’è di colpo silenzio; un vuoto-pieno che sta a te governare con destrezza, comunque non oltre il tempo concesso ai timori di trasformarsi in sguardi annoiati, in risatine che penseresti di scherno. Li guardi uno a uno, ragazzi e ragazze del nuovo millennio, all’apparenza tutti uguali. Ti specchi nei loro occhi furbi e vorresti subito gettare la maschera, unirti a ciò che ti piacerebbe davvero fare se non avessi il ruolo che hai. Sebbene, in fondo, è proprio del tuo ruolo che ti devi spogliare, ma senza lasciarlo vedere.<br />
&nbsp;</p>
<p>Buongiorno, ripeti con faccia un po’ tirata, mentre rapidi sguardi percorrono la stanza che conosci bene: ampia il giusto, pulita, sufficientemente spoglia. Non è per supplice adesione alle politiche del Ministero se stai valutando che non potresti desiderare altro; il punto è che ne sei ultraconvinto, e lo vai pure a sbandierare sentendoti alquanto ridicolo – eccolo lì, guardatelo l’uomo che vive nelle caverne ai bordi della metropoli. Però di ciò non ti curi molto, a te piace proprio essere qui, adesso, in questo piccolo spazio strappato alla gravità del curricolo, per divertirti e conoscere e sentire raccontare, e certo raccontare anche tu.<br />
&nbsp;</p>
<p>Ti dici, e li scruti: io e loro, fogli e penne, al caldo ovattato e materno, lontani dalle guerre. Cos’altro vuoi? Cosa ti occorre per essere migliore? Hai un cervello ancora in salute, ti dici, e in mezzo al petto un muscolo sanguigno che non smette di pompare. Vuoi forse trapiantarci dei chip?<br />
&nbsp;</p>
<p>Sono pensieri che per fortuna confessi solo a te stesso, stupidi al punto da sgusciare all’improvviso per soccorrere il tuo senso di inadeguatezza. E mentre loro dispongono sul grande tavolo oblungo i libri di testo che scovano dagli zaini, tu a cosa pensi realmente? Ai tuoi professori, a te studente senza troppa voglia, al tempo che passa e all’invidia che provi? Non sei l’unico, credici, a dover dominare questi sentimenti; è umano e naturale, è la distanza abissale che separa l’istinto dall’azione depurata. Ma in questo preciso istante tu sei loro, sei dentro i loro spiriti, e hai il raro privilegio di restarvi a lungo, o per sempre. Ricordi bene i tuoi professori, no? E tuo padre, non ha ancora chiare le immagini e le voci dei suoi, belle o brutte che fossero?<br />
&nbsp;</p>
<p>Allora prof, dice qualcuno con il libro aperto, richiamandoti al presente. Da dove cominciamo? Li guardi – ora quasi composti tutt’intorno al tavolo – e rispondi che non servono libri per questo genere di lezione. Così distribuisci i fogli, e spieghi che invece vi tocca pensare alle cose più divertenti, inventare storie che dicono di voi, che conoscete bene, e siccome sono vere possono diventare di tutti. Ma, in verità, sono anche finte queste storie, e nessuno potrà dire che si tratti proprio di voi. Ci sono obiezioni e perplessità, e risolini malcelati. Non voglio stare in una storia, sbuffa uno; e nemmeno io, e poi come si fa – protestano – da dove si inizia? Per il momento, ribadisci, andiamo insieme a questa gita fuoriporta, vedremo cose e incontreremo gente, avremo caldo e avremo freddo, e saremo bravi se vedremo e sentiremo per davvero. Una biondina con le trecce e il mascara che sbava riempie il rettangolo bianco di scarabocchi, mentre un’altra prova a scorgervi il capolavoro. Altri, affondati in ruvidi berretti di lana, sembrano svogliati o partecipano in estatico silenzio. Bene, riprendi, ma lo dici più che altro a te stesso, per darti vigore, bene, allora si parte sul serio: qui e poi lì, lei e lui e l’altro, e un campo di fragole, e una scuola, e una fabbrica in rovina sullo sfondo. Adesso sgomiti e straparli, e chiedi i loro nomi, dove vivono, i loro hobby. Il racconto stenta a partire, questo ti è chiaro, ma rifletti sul fatto che è soltanto il primo incontro e che comunque ciò che importa è stare insieme, avere la pazienza del pescatore, vagabondare per strade secondarie e viottoli erbosi che infine possano ricondurre a voi, all’intrico dei diversi destini. Alla finestra, uno degli studenti sta sbadigliando da un po’, gli occhi chiusi e la bocca ben oltre gli orecchi. Che sonno stamattina, farfuglia, non mi sveglio più. Ecco, ecco la pazienza, urli a te stesso, proprio ciò che aspettavi. Li scuoti, anche letteralmente, quasi con violenza. Giorgia forza scrivi, scrivi, sì certo con la penna, <i>Che sonno stamattina, disse Giorgio, che sonno bestia, non voglio più svegliarmi!</i> Perché Giorgio?, si oppone qualcuno. E allora come, ribatte un altro, Marcantonio? Così, un po’ per volta, le teste si raddrizzano e convergono su Giorgia, la scrittrice. Ma questo Giorgio dove si trova, cominciano a dire, e com’è vestito? Ah, irrompe quello più tatuato di tutti, per me è solo un povero sfigato tatuato. Ma lo vedi, prof, adesso ti tocca moderare, far stabilire logiche, eradicare contraddizioni, far descrivere spazi e azioni e tutto il resto, però tu non avere l’aria d’intonare già il canto di vittoria. Guarda quei tre nell’angolo, per esempio, i capi chini e i sottovoce complici. Se ne fregano di te e dei compagni che al momento ti stanno attorno. Osservali di sottecchi, caro prof-capocantiere, e lasciali fare, vedrai che anche a loro verrà poi voglia di unirsi all’impresa magari per aggiungere una singola frase, un pensiero, per raccontare di loro che non sono loro. Questa cosa, riusciranno forse a dire con orgoglio alla fine della storia, questa cosa qua l’ho scritta io, l’abbiamo scritta noi.<br />
&nbsp;</p>
<p>Ti stai già perdendo in scenari dolciastri, quando il suono dell’ultima campana deflagra al pari di una bomba. Ti assordano urla di vittoria, queste sì, e alti canti di gioia, eppure ti è parso di cogliere anche il disappunto di qualcuno, è probabile però che ti sia sbagliato, o forse no. Comunque tutti rimettono le sedie al loro posto e lasciano in giusto ordine, prima di uscire. È faticoso, ti dici, è bello. E ti affiorano alle labbra i versi di uno dei tuoi poeti preferiti, che forse qui, adesso, appaiono come svolazzi fin troppo simbolici: <i>The child is father of the man</i>. Già, Il fanciullo è padre dell’uomo, dici, mentre se ne sfilano via. Chissà come sarebbero contenti. E se fosse l’inizio del prossimo racconto?</p>
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		<title>I fratelli Michelangelo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 May 2019 07:23:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[I fratelli Michelangelo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Giudici]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo contemporaneao]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Giudici</strong><br />
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<p>L’ ultima fatica di Vanni Santoni è pubblicata da Mondadori, e si intitola “I Fratelli Michelangelo”. Nel panorama della produzione italiana più recente Santoni si è distinto sin dai suoi primi lavori, risalenti ormai a oltre dieci anni or sono, per la ricerca e la passione per la sperimentazione, sia formale sia tematica. L’analisi delle forme assunte dalla precarietà esistenziale, la scrittura collettiva alla ricerca della memoria, l’indagine nel mondo del fantastico, dei miti fondativi della sua generazione e del mondo in cui è cresciuto, quali i <em>role games</em> e i <em>rave</em>, sono alcuni dei temi che caratterizzano la sua fitta produzione. “I Fratelli Michelangelo” è un appassionante saga familiare di oltre seicento pagine che riassume, mescola e ripropone le problematiche che hanno caratterizzato l’intera sua produzione precedente.<span id="more-79197"></span></p>
<p> A questa si associa una sopraggiunta maturità stilistica e formale, derivante dal suo lavoro come editor e talent scout in quanto direttore di collana presso la casa editrice Tunuè, per la quale ha pubblicato alcuni dei più interessanti scrittori esordienti emersi negli ultimi anni nel panorama editoriale italiano. La sua attenzione verso altre forme letterarie, culture e paesaggi quasi sempre ignoti ai non addetti ai lavori, lo ha portato a leggere e recensire autori come Antoine Volodine, Mircea Cărtărescu e László Krasznahorkai, contribuendo così a costituirne la recente fama. Letterature sconosciute, autori geniali, scrittura sperimentale, vite precarie, immaginario e scrittura onirica sono quindi elementi che confluiscono ne “I fratelli Michelangelo”, costituendone la multicentralità che lo caratterizza. In questo romanzo, la scrittura di Santoni si avvale dell’esperienza maturata negli anni e si impegna al meglio delle sue capacità per realizzare un’opera seminale che sarà certamente un cardine della sua produzione nei prossimi anni. La contrapposizione apparente tra stile e trama, centrale nelle opere precedenti, trova una adeguata sintesi ne “I Fratelli Michelangelo”. Qui le diverse lingue utilizzate da Santoni nel passato, diventano stilemi caratterizzanti i diversi personaggi e situazioni, ma se si guarda oltre questa apparente frammentazione formale, si ha sempre e comunque la chiara percezione di un intreccio convincente, decisivo nel tenere collegate le diverse figure, su cui si è realizzato un profondo processo di revisione espressamente finalizzato a rendere omogenea la struttura del testo. Nella prima sezione del romanzo si narra di come i cinque figli di Antonio Michelangelo vengono convocati dal padre nella villa di famiglia, a Valleombrosa, in provincia di Firenze, senza che nulla chiarisca le motivazioni che lo hanno spinto a tale passo. Inevitabilmente queste saranno oggetto di lunghe riflessioni e speculazioni da parte dei convocati, in attesa che l’agognato chiarimento sopraggiunga. In una atmosfera che potrebbe ricordare Agata Christie, nei capitoli che seguono si dipanano dunque i racconti delle vite dei personaggi, spesso attraverso lunghi flash back e incastri temporali, che aumentano la diacronia del racconto. Le storie di vita che emergono porteranno volta per volta nuovi tasselli destinati alla soluzione di questa sorta di enigma generazionale, ma soprattutto obbligano i fratelli a fare dei bilanci, a tirare le somme di vite sostanzialmente fallimentari, o comunque ben lontane dagli obiettivi da cui si erano mosse, e che fanno il punto su una generazione fuggita da un tempo ingrato per ritrovare una qualche forma di dignità e autostima, ma che dopo decenni di tentativi e fallimenti non può che tornare all’origine. Il recupero del passato servirà ai fratelli Michelangelo per indagare sia le motivazioni che li hanno spinti a fuggire sia ciò che li ha indotti ad accettare la proposta del ritorno, piuttosto di voltare le spalle a un uomo verso cui non provano né affetto né rispetto, e da cui non si aspettano nulla.  Enrico, Luis, Cristiana e Rudra vivono vite assolutamente differenti. Enrico è un letterato che sopravvive come insegnante precario e le cui ambizioni sono naufragate in una sorta di apatia disillusa, sviluppando in compenso una vera ossessione per il sesso, che lo porta a distruggere ogni tipo di relazione in cui si ritrova. Cristiana si occupa di arte contemporanea, e ha lungamente tentato di ottenere un riconoscimento dalla comunità dei galleristi, e di conseguenza riuscire ad appartenere a pieno titolo al ristretto entourage che gestisce quel mondo, ma senza ottenere risultati degni di questo nome, se non – paradossalmente – quando le viene offerto di scrivere la prefazione al catalogo di una mostra delle opere litografiche del padre, generando così un ulteriore sconfitta. Luis ha trascorso gran parte della sua vita recente in Oriente, tra Bali e l’India, da dove fugge inseguito da trafficanti come lui, e lasciando vigliaccamente l’amico Carlo a marcire in una galera senza speranza. Rudra infine è fuggito dall’influenza paterna appena gli è stato possibile (lui e Cristiana sono gli unici due che hanno effettivamente convissuto con il padre) andando a vivere in Svezia, dove ha sposato il suo compagno, ha adottato uno stile di comportamento identificato da una costante presa di distanza dalle pratiche della vita, e ha accettato qualsiasi tipo di compromesso pur di allontanarsi dalla influenza familiare. Per lui come per i suoi fratelli questo viaggio giunge in un momento che è decisivo per le loro vite, e che richiede di tracciare dei bilanci, destinati proprio alla costruzione di un possibile futuro. La sapienza mistica di Rudra, la lettura della <em>Bhagavad Gita,</em> e quella della <em>Bibbia </em>affrontata da un Enrico che credeva di essere ebreo, sono tra i pochi elementi culturali che non sono frantumati dal criticismo con cui Santoni decostruisce limiti e inadempienze dell’azione intellettuale nel nostro mondo. È Enrico, in quanto letterato, che in un certo senso si fa carico di portare alla luce questo divario, e in due occasioni diverse scopre tra le letture del padre, tra gli elementi che hanno costruito la sua figura, il suo bagaglio, gli stessi autori che hanno svolto per lui una funzione analoga. La differenza però sta nel fatto che se per il padre (nel Novecento) questo sapere è diventato fondamento di una società, di un mondo (seppur discutibile), Enrico è costretto a scontrarsi con la cruda realtà per cui lui è l’unico che coglie questi riferimenti, e deve porsi una domanda cruciale, per lui e per il nostro tempo, su come e quando la letteratura ha smesso essere un linguaggio condiviso, ovvero un mezzo per comprendersi, in quanto possessori di un linguaggio comune. Ovviamente non c’è alcuna risposta, ma il deserto che deve affrontare è davanti a lui. Enrico non è Peter Kien, e non ha alcuna intenzione di bruciare insieme ai suoi libri, ma deve trovare una via di uscita alla stagnazione in cui si è ritrovato a sopravvivere. I quattro fratelli, inoltre, provengono da luoghi tra loro lontani (Tel Aviv, Bali, Roma, Stoccolma, Londra) e anche la dispersione geografica, che li obbliga a lunghi viaggi dell’anima per raggiungere la casa paterna, non è certamente un elemento casuale. La precarietà dei personaggi di Santoni non è mai solo psicologica o esistenziale, ma si concretizza anche in un vagabondare spesso senza meta, dove il viaggio altro non è che metafora della ricerca di sé. La geografia si rivela perciò come la ricerca di un luogo dell’anima, espressione di ciò che Santoni chiama “una grande narrazione transnazionale”. Misurare gli spazi, le distanze, trovare le case e ri-trovarsi nelle case, sono tutte azioni che accadono molto frequentemente ai personaggi di Santoni, e, come vediamo sin dalle prime pagine, a quelli di questo romanzo in particolare. I fratelli tra di loro si conoscono a mala pena, e, analogamente ai molti personaggi collegati e che compongono l’orizzonte in cui si svolgono le loro vite, in un certo senso sono tutti in fuga. Eppure, questa umanità variegata si scopre essere disperatamente alla ricerca di una casa, di un rifugio dove fermarsi. Santoni, nelle sue più di seicento pagine, mette effettivamente in scena il grande romanzo borghese, e qui le differenti esperienze e sensibilità portate avanti non solo dai diversi fratelli, ma anche da Antonio e dai vari personaggi di contorno, il fratello Abramo e gli avi tutti, oltre che dal valore degli assenti (le madri scomparse), gli permettono di mostrare la vacuità di una ricerca che non porta a nessuna salvezza, se non quando ha come obiettivo la memoria e le radici. Il cielo sotto cui si dipana questo romanzo è il tempo stesso, la storia e la memoria, il racconto che si apre la strada nella foresta del tempo passato per cercare di ricongiungersi con l’oggi. Non è assolutamente un caso se questo romanzo si apre con un albero genealogico. È lì che si trova il senso della narrazione di Santoni: in ciò che è passato e che – contrariamente a quanto potrebbe sembrare – non ci ha mai abbandonato. È per questo che i fratelli Michelangelo, dopo essere tutti in un modo o nell’altro fuggiti da vite ingombranti e da un padre per lo meno difficile, accettano di tornare alle loro origini. “I fratelli Michelangelo” non ha un solo centro individuabile, bensì si mostra come pluralità, e la figura del padre è senza dubbio uno di questi, che si collegano l’un l’altro nel corso della narrazione. La nostalgia e il suo afflato sono un’altra delle cifre interpretative di questo romanzo, forse la principale. È un sentimento che pervade tutti i personaggi, e che emerge anche nei luoghi, nei molti segni di mondi perduti di cui il racconto è costellato. Esemplare, tra questi, il tema della botanica, dove attraverso ricordi, dissertazioni ed elementi che si inseriscono in modo apparentemente casuale, siamo portati a conoscenza dei diversi impianti e stratificazioni che sin dall’anno mille hanno caratterizzato l’intervento umano sulle piante autoctone nella zona. Nulla è quindi più definibile come naturale, originario, nemmeno ciò che risale ai nostri più antichi ricordi, perché anch’essi sono inficiati di finzione e illusione sin dalle origini. La narrazione è teatro, illusione e mistificazione, e ognuno dei personaggi costruisce la sua, mostra l’idea che ha di sé, dei suoi fratelli, del padre, ma questo altro non è che la propria finzione personale, costruita a proprio uso e consumo, in una specie di <em>House of Game</em> costruita sulla misura delle debolezze individuali. <em>Nostos</em>, il ritorno, è il tema omerico che abbiamo inseguito, e la meta di questo cammino potrebbe perciò essere il padre, assente ma fin troppo presente, che sin dalle prime righe ammette, in una sorta di contrappasso, di temere – novello Crono &#8211; di essere divorato dai propri figli. La questione dell’<em>auctoritas,</em> della mancanza di autorevolezza, della ricerca del senso di una vita sempre più sbandata e nelle mani del caos, sembrerebbero essere il cuore della ricerca descritta, ma non è certo il ritorno di un padre padrone che viene auspicato da un libertario come Santoni, quanto piuttosto l’apertura continua verso il nuovo e il desiderio di una vita libera, una condizione che purtroppo spesso ci dimostriamo incapaci di controllare, anche quando ci viene regalata. Come in una sorta di Rashomon trasportato sulle rive dell’Arno, Santoni mostra perciò l’assurdità della ricerca stessa, se, come si è detto, si pone come obiettivo una <em>auctoritas</em>, dato che Antonio Michelangelo non sfugge nemmeno per un attimo al meccanismo dell’illusione narrativa, della costruzione di un se fantasmatico, svalutando perciò in toto l’idea che l’anziano padre possa rappresentare una chiave interpretativa. Una definizione valoriale comune a tutti i personaggi sarebbe l’unico metodo per dare una priorità al moto centrifugo / centripeto (la fuga e il ritorno) che avvicina e allontana le persone dalla storia, dal proprio vissuto. Stabilire una priorità, dei valori condivisibili, potrebbe permettere ai fratelli di dare un senso ai propri bilanci esistenziali, ma invece spietatamente è la farsa della ripetizione quella che ci viene mostrata, e il vissuto precario dei fratelli infine si mostra essere molto affine alla illusione ideologica attesa dalla generazione precedente, ovvero i fratelli Antonio e Abramo. Se il primo incarna i (falsi) valori del Novecento, quali la Resistenza, l’impegno politico e l’imprenditoria, l’arte, la costituzione di una identità forte e definita, e non trova la forza di essere una chiave di lettura per la generazione dei suoi figli, destinati a una debolezza ontologica strutturale, altrettanto il fratello Abramo rivela di appartenere a una ideologia illusoria, tradita dalle menzogne e dal teatrino, costruito per impressionare amici e parenti. Così nello stesso modo, farsesco e quasi ridicolo, si mostra la conclusione del percorso di Antonio, dove un sacrificio che sembrerebbe impersonare un tema cristologico e passionale, in un finale perciò ancora completamente novecentesco, si rivela invece essere un capro espiatorio, un escamotage per tutta la famiglia Michelangelo, che così in fondo ne esce senza troppi danni, malconcia ma lontana da ogni tipo di rivelazione salvifica, ben adagiata nelle menzogne sopravvissute al rituale, quasi un Gattopardo fuori tempo massimo, dove, ancora una volta, alla fine non cambia assolutamente nulla. </p>
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		<title>Mondo, mistica e città. Intervista a Vanni Santoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2019 06:04:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[Marco Zonch]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Zonch [Spoiler Alert – lo scambio che segue contiene informazioni sulla trama di alcuni dei romanzi dell’autore, tra cui Terra ignota 1 e 2, L’impero del sogno e La stanza profonda] Questa intervista si colloca all’interno di un più ampio progetto di ricerca che ha per oggetto la produzione letteraria italiana, in prosa, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marco Zonch</strong></p>
<p>[<em>Spoiler Alert</em> – lo scambio che segue contiene informazioni sulla trama di alcuni dei romanzi dell’autore, tra cui <em>Terra ignota</em> 1 e 2, <em>L’impero del sogno</em> e <em>La stanza profonda</em>]</p>
<p>Questa intervista si colloca all’interno di un più ampio progetto di ricerca che ha per oggetto la produzione letteraria italiana, in prosa, del periodo che va dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso a oggi. Il tentativo è quello di affrontare i problemi connessi al cosiddetto “ritorno alla realtà” e, più in generale, le trasformazioni avvenute in questi vent’anni da una prospettiva ontologica e non, come è stato spesso proposto, attraverso l’impiego di categorie epistemologiche.</p>
<p>In questo senso, centrale appare essere la questione della spiritualità, pensata all’incrocio tra la riflessione di Michel Foucault e i risultati della riflessione sociologica contemporanea a proposito delle trasformazioni del panorama religioso occidentale. L’impressione, che questa intervista sembra supportare, è che molti dei più noti scrittori oggi attivi non si pongano problemi nell’ordine della possibile (o impossibile) corrispondenza tra parole e cose, tra mondo scritto e mondo non scritto, ma al contrario riflettano sulla possibilità di entrare in possesso di una verità di ordine spirituale.</p>
<p>Nelle risposte alle domande che, qui di seguito, l’autore mi ha cortesemente concesso, sembra inoltre possibile individuare una qualche forma di relazione tra “impegno” e spiritualità.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p>
<p>Vanni Santoni (1978), esordisce con <em>Personaggi precari</em> nel 2007. Ha poi pubblicato, <em>Gli interessi in comune</em> (2008), <em>Se fossi fuoco arderei Firenze</em> (2011) <em>Terra ignota</em> e <em>Terra ignota 2</em> (Mondadori 2013 e 2014), <em>Muro di casse</em> (2015), <em>La stanza profonda</em> (2017), finalista al Premio Strega e <em>L’impero del sogno</em> (2018). Scrive per il “Corriere della Sera” e dirige la collana narrativa di Tunué.</p>
<p>L’intervista si è svolta attraverso uno scambio di mail che ha avuto luogo tra il 30 ottobre e il 5 novembre del 2018. L’autore non è stato messo a parte della prospettiva di lavoro nella quale l’intervista si sarebbe inserita al fine di evitare l’influenza di questa sulle sue risposte. Ho tuttavia premesso che l’oggetto del mio interesse sarebbe stato di natura ontologica, e avrebbe avuto l’obbiettivo di chiarire alcuni punti problematici del lavoro che sto svolgendo.</p>
<p><strong>Glossario:</strong></p>
<p>RPG: Role Playing Game (gioco di ruolo), gioco “da tavolo” o videogioco in cui il singolo partecipante interpreta un personaggio, di sua invenzione o scelto tra quelli proposti dal gioco stesso. L’esempio più noto di gioco di ruolo è forse quello di Dungeons&amp;Dragons.</p>
<p>Nelle versioni classiche di questi giochi i personaggi vengono abitualmente creati a partire da fattori quali: razza (umano, elfo, nano…), classe (mago, guerriero…), livello (il grado di forza del personaggio, che aumenta sconfiggendo mostri o completando specifiche missioni), allineamento (buono, caotico, malvagio, neutrale…) e da statistiche, espresse in valore numerico, quali: intelligenza, forza, destrezza ecc..</p>
<p>Il risultato delle interazioni tra personaggi, scontri ecc. è, in molti giochi di questo tipo, determinato dal lancio di dadi, all’incrocio con le scelte del giocatore e con le caratteristiche del personaggio interpretato.</p>
<p>MMORPG: acronimo di Massive Multiplayer Online Role Playing Game. Videogiochi come, ad esempio, World of Warcraft, in cui il giocatore guida le azioni di un singolo personaggio collaborando o scontrandosi con altri giocatori al fine di raggiungere alcuni obbiettivi proposti dal gioco stesso. Anche in questo caso, le caratteristiche del personaggio sono abitualmente espresse numericamente. Per esempio, un personaggio, prima di essere sconfitto, deve subire un ammontare di danni uguale o superiore ai propri punti vita.</p>
<p>Cyberpunk [Cyberpunk, Cyberpunk 2020]: gioco di ruolo di ambientazione distopica.</p>
<p><strong>Vorrei partire da una cosa di cui, nei tuoi lavori, si parla sempre o quasi: le sostanze psicotrope. </strong><strong>Indipendentemente dal genere testuale, che il mondo sia d’invenzione o no, mi pare tu attribuisca ad esse un medesimo ruolo assiale. Le droghe sono cioè asse, a un tempo, della narrazione e del mondo (nel senso che rimandano alla sua vera essenza). Per essere concreti, intendo dire che più di una volta l’assunzione di soma, in <em>Terra ignota</em>, mette in moto gli eventi e accade lo stesso, anche se certo con delle differenze, nell’<em>Impero del sogno</em>. Se questo è possibile, è perch</strong><strong>é </strong><strong>i tuoi personaggi usano queste sostanze come mezzo – necessario? – a cui ricorrere per entrare in relazione con qualcosa che esiste ma che non è altrimenti percepibile, a cui non si può altrimenti avere accesso?</strong></p>
<p>In <em>Terra ignota </em>è senz’altro vero quanto affermi, a patto che si stia parlando di psichedelici, e non di “droghe” in generale, categoria alla quale sarebbe peraltro una forzatura ascriverli. La protagonista Ailis ottiene uno stato superiore di coscienza – e anche un grado superiore di capacità magica – attraverso l’assunzione di una pozione che ricorda il <em>soma </em>dei Veda, e ne porta del resto il nome. Si noterà anche che il Cerchio d’Acciaio, l’ordine deviato di cavalieri che nel primo volume ha il ruolo di antagonista, sta cercando di eradicarne l’uso dal mondo, onde riservarlo a una sola casta di eletti.</p>
<p>Questa mia scelta deriva da una semplice aderenza storico-antropologica, sia pure virata in chiave fantasy: il <em>soma </em>vedico era con ogni probabilità una sostanza psicotropa – si dibatte sul suo essere stato la canapa, l’amanita muscaria, la psilocibina o un qualche decotto delle molte piante contenenti DMT – e anche nelle altre maggiori tradizioni mistiche, all’origine della comunione con gli dei (o col mondo spirituale) c’è l’incontro più o meno deliberato con qualche molecola di questo tipo. Senza arrivare alla “stoned ape theory”, che vuole l’intera spiritualità umana discendere dall’incontro degli ominidi con i funghi psichedelici, o alle teorie sul loro uso da parte dei paleocristiani, è noto che le due colonne intorno a cui si è sviluppato il nostro pensiero – quella greca e quella ebraico-cristiana – hanno avuto, nella loro componente più squisitamente spirituale, influenze di questo tipo: il ciceone dei misteri eleusini (che segnavano il massimo momento iniziatico per i cittadini) conteneva ergot, <em>claviceps purpurea, </em>la muffa da cui si estrae l’LSD, mentre secondo diversi antropologi il “cespuglio in fiamme” e in generale i primi contatti col divino raccontati nell’Antico Testamento avevano avuto come tramite fattuale piante quali la <em>syrian rue, </em>contenente DMT. Non c’è da stupirsi di tutto questo: basta guardare alla riscoperta della spiritualità avuta negli anni ’60 dalla materialista società occidentale in seguito alla diffusione di massa dell’acido lisergico. Allo stesso modo, non c’è da stupirsi del fatto che le religioni, una volta strutturate, tendano ad abbandonare il “fatto noetico” delle origini: nel momento in cui la religione è organizzata e amministra un potere anche politico, la possibilità dell’esperienza mistica non solo diventa inutile, ma addirittura pericolosa, dato che l’esposizione dei semplici fedeli al sapere iniziatico apre alla messa in discussione del ruolo di mediatore tra umano e divino assunto dal sacerdote.</p>
<p>Essendo <em>Terra ignota</em> una saga che si basa da un lato sull’intertestualità rispetto al canone fantastico e dall’altro sulla nostra tradizione mistica ed esoterica, è venuto logico inserire tali dispositivi, specie considerando che, nelle civiltà che hanno utilizzato o utilizzano psichedelici nei loro riti, questi in genere svolgono anche una funzione di iniziazione all’età adulta, che è poi ciò che capita alla protagonista Ailis con gli eventi del primo volume.</p>
<p>Per quanto riguarda invece <em>L’impero del sogno, </em>non è così. I soli agenti psicoattivi assunti dal protagonista Melani sono sonniferi e narcotici – quando realizza che per continuare il sogno che fa da “portale” per il mondo fantastico in cui è chiamato ad agire, deve dormire più ore possibile.</p>
<p>Si capisce dunque che tali sostanze non hanno in alcun modo la funzione di catalizzatori (non ne hanno del resto la possibilità chimica) ma sono utilizzate semplicemente per la loro funzione meccanica: far addormentare prima e più a lungo.</p>
<p>Nell’<em>Impero del sogno </em>la porta per l’altro mondo è appunto il sogno, e non si tratta di un percorso di accesso spirituale a dimensioni più elevate dell’essere, bensì di un vero e proprio <em>passaggio</em>, secondo una tradizione più popolare e “bassa” del fantastico. Il sogno di Melani non è in questo diverso dall’armadio delle Cronache di Narnia, serve solo ad “andare dall’altra parte”, ed ha del resto luogo anche quando il protagonista non è costretto dagli eventi a sedarsi.</p>
<p><strong>Per quanto perseguita con mezzi meccanici, la volontà di sapere che cosa ci sia oltre “l’armadio”, che cosa sia il sogno, viene alla fine ripagata con un’esperienza che è, esplicitamente, descritta facendo ricorso al vocabolario della mistica (p. 102, <em>Impero</em>). </strong><strong>Messo da parte l’armamentario psicoanalitico con il quale il protagonista tenta di spiegarsi, inizialmente, la natura del proprio sogno, e che nella nota conclusiva sembra assumere il ruolo dello strumento per dare ragione dell’intertestualità, la vera natura del percorso compiuto dal Mella sembra essere quella del viaggio iniziatico (p. 14, 111). Al centro, un’esperienza mistica. Mi riferisco al volto della bambina che incontra nel sogno per la cui descrizione, appunto, «Servono emblemi da mistico » (p. 102).</strong></p>
<p>Una cosa è quanto accade nel romanzo, un’alta il modo in cui è descritto, e i dispositivi a cui si ricorre per farlo in modo efficace. Che <em>L’impero del sogno </em>abbia anche una chiave lettura esoterica, non c’è dubbio. Detto questo, è necessario considerare che la teofania di Melani non avviene a fine romanzo, come culmine e risoluzione di un percorso, ma a metà di esso, come inizio di un percorso invece nuovo e differente. Allo stesso modo, il lettore per così dire “introdotto” noterà che un percorso iniziatico completo avviene già nei prodromi del suo sogno, quella parte che non viene neanche narrata direttamente, ma raccontata da Melani all’amico studente di psicologia Iacopo Gori.</p>
<p>Quel dialogo iniziale ha pertanto una doppia funzione: da un lato permette, appunto, di archiviare le letture psicanalitiche per lasciare campo libero al fantastico; dall’altro suggerisce che già l’arrivo in quello spazio che Melani vede come un palacongressi è il compimento di un primo, e completo,  percorso iniziatico. La teofania giunge poco dopo, e non è “guadagnata sul campo” – né pienamente compresa: non c’è infatti <em>integrazione, </em>per dirla con Jung. Per quanto il suo voto al congresso, e quindi la sua assunzione di responsabilità, risulti in ultima istanza decisivo, Federico Melani si vedrà assegnata la bimba-dea per via di una sorta di complotto: alcune delle delegazioni scelgono lui per evitare di farla finire nelle mani di altri dai quali sarebbe più difficile poi strapparla. Ne consegue che la visione delle pp.102-104 non è tanto portatrice di un valore simbolico quanto, paradossalmente, di uno realistico: siamo di fronte a un ragazzo che per la prima volta guarda in faccia una dea. Come descrivere ciò che esperisce? Servono, appunto, “emblemi da mistico”, e dunque per rappresentarla in modo efficace ho attinto al mio bagaglio conoscitivo ed esperienziale in quest’ambito. Lo scopo finale del viaggio di Melani – che di fatto <a href="https://www.labalenabianca.com/2017/10/30/limpero-del-sogno-vanni-santoni-golf-gtd-volo-sulla-toscana/">comincia lì</a> – è del resto di altro registro: dopo aver compreso che gli immaginarî che ha frequentato possono aiutarlo a sopravvivere nella sua inattesa avventura, successivamente capirà anche che per diventare “davvero adulto” dovrà anche smantellarli, anzi distruggerli uno per uno, come ben mostrava Pintarelli in <a href="https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a14380471/adulti-impero-del-sogno-santoni-longform/">questa recensione</a> uscita su Esquire. Per questo, credo, <em>L’impero del sogno </em>è stato visto da alcuni anche come la storia di un <a href="https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/la-scrittura-e-noi/738-il-rocambolesco-%25252525E2%2525252580%252525259Critorno-alla-realt%25252525C3%25252525A0%25252525E2%2525252580%252525259D-di-un-peter-pan-contemporaneo-l%25252525E2%2525252580%2525252599impero-del-sogno-di-vanni-santoni.html">ritorno alla realtà</a>.</p>
<p><strong>Aiutami quindi a capire: se l’intertestualità, che va da <em>Berserker</em> di Kentaro Miura ai manuali di <em>Cyberpunk</em>, viene spiegata come “accidentale”, come riuso di figure per la costruzione del sogno, al contrario l’esperienza mistica (o spirituale) è qualcosa a cui l’essere umano può avere accesso; sia attraverso l’aiuto di psichedelici sia senza. Come dire, se i mondi che racconti sono d’invenzione, non esistono davvero, l’esperienza mistica al contrario esiste, è reale ed è inoltre portatrice di una certa carica anti-istituzionale.</strong></p>
<p>Sono contento che all’<em>Impero del sogno </em>venga riconosciuta questa natura intertestuale, del resto qui molto visibile (non ve ne è tuttavia meno, ancorché più nascosta, in altri miei lavori di altro tenore, come <em>Muro di casse </em>o <em>La stanza profonda: </em>è una modalità che mi interessa sia perché qualunque espressione testuale è in ultima istanza intertestuale, sia perché il crollo ormai definitivo delle barriere tra generi (per non parlare di quelle tra le forme) apre nuove possibilità e pone nuove questioni in tal senso. La natura intertestuale di questo romanzo nasce però da esigenze del tutto pratiche, che poco hanno a che fare con l’omaggio a immaginarî che pure ho amato. Come è noto, per quanto evolutosi in modo autonomo, e per quanto accostato da molti, per il modo in cui affronta il nostro rapporto con gli immaginarî, a due miei romanzi realistici quali appunto <em>Muro di casse </em>e <em>La stanza profonda,</em> <em>L’impero del sogno </em><a href="http://www.zestletteraturasostenibile.com/a-colloquio-con-vanni-santoni-sulla-letteratura-unintervista-massimalistico-rizomatica/">nasce come prequel</a> dei due <em>Terra ignota, </em>romanzi fantasy usciti per Mondadori nel 2013 e 2014. Quella saga era invece pensata proprio come un omaggio al fantasy che avevo praticato, da lettore di romanzi e fumetti, spettatore di film, cartoni animati e serie, videogiocatore e giocatore di ruolo: mi interessava in particolare <a href="https://www.carmillaonline.com/2014/11/11/gilgamesh-dragon-ball/">ripercorrere</a> tutte le suggestioni di quelle opere, ritrovando però un collegamento forte – che mai era svanito, ma che molti facevano finta non esistesse, per via di un diffuso, e oggi <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/alcune-riflessioni-fantastico-mainstream/">in via di dissipazione</a>, pregiudizio nei confronti del fantastico – con il canone fantastico “alto”, dal mito arturiano all’Ariosto, fino al Calvino delle <em>Città invisibili. </em>Tutto questo, che bene esplicita lo storico del fantasy Edoardo Rialti in <a href="http://www.edocentrico.it/terra-incognita-di-vanni-santoni-recensione/">questi</a> <a href="https://www.rollingstone.it/musica/news-musica/scoprire-di-essere-un-messia-il-nuovo-fantasy-italiano-di-vanni-santoni/">due</a> pezzi, è stato apprezzato e dibattuto, ma mi lasciava con un problema di ordine ontologico: <em>perché </em>quel mondo, il mondo di <em>Terra ignota</em> era così? Dal punto di vista del lettore – della nostra realtà se vogliamo –, la risposta era pacifica: perché l’autore di quei libri aveva letto determinati romanzi e fumetti, aveva guardato determinati film, serie e cartoni, aveva giocato a determinati giochi; ma <em>da dentro, </em>la domanda restava senza risposta. Ho lavorato allora alla costruzione delle premesse cosmologiche di quel mondo: il suo seme, l’Imperatrice che emana il mondo di <em>Terra ignota </em>sognandolo, altri non è che la bimba dell’<em>Impero del sogno, </em>che sogna quel mondo là (e non un altro) perché, nel periodo passato “presso di noi”, quando Federico Melani e Livia Bressan – ecco una sorta di <em>sacra famiglia</em> postmoderna, come ha notato di nuovo Rialti – dovevano difenderla dagli assalti delle varie delegazioni, ha avuto accesso alle “cose da nerd” di Melani e ai libri di esoterismo, storia e filosofia di Bressan.</p>
<p>Circa la carica anti-istituzionale dell’esperienza mistica,  premesso che non liquiderei come “inesistenti” i mondi creati dalla letteratura, da altri medium o anche soltanto dall’immaginazione – Plotino, Śaṅkara e Schopenhauer possono dirci qualcosa in tal senso – parlerei più di una sua extra-istituzionalità o sovra-istituzionalià: nel momento in cui la questione si sposta fuori dall’esperienza sensibile comune e la trascende verso un senso ulteriore, è inevitabile che gli affari degli uomini – o, peggio, le catene e. i gioghi che incessantemente creano e affibbiano a se stessi e a i loro simili – appaiano risibili.</p>
<p><strong>Visto quello che mi dici, più che di un ritorno <em>alla realtà</em> parlerei di un ritorno <em>alla città</em>: nel senso che l’accesso al vero, l’esperienza di iniziazione, è ciò che in qualche modo premette la presa in carico di compiti che sono, in senso ampio, politici. Il percorso di Melani, dopo la sua “vittoria” ai voti e dopo aver visto il volto della dea-bambina, è un percorso di lotta. Combatte contro coloro che vorrebbero impadronirsi della bambina e usarne il potere per i propri scopi. Melani non sceglie, però, una delle parti e, anzi, alla fine si trova a combattere con la società stessa (p. 270, <em>Impero</em>).</strong></p>
<p>È vero quello che dici, ed è altrettanto vero che Melani – spero che questa intervista abbia dei doverosi “spoiler alert”! – alla fine trova nell’Uomo in camicia, capo di quella che si rivela essere la delegazione più insidiosa, un possibile specchio del sé futuro. Una incarnazione, o se vogliamo allegoria, del minimo di compromessi necessario ad avere una qualche posizione nella società. E Melani, nello sconfiggerlo, sì, ma con un seppuku, esprime un rifiuto anche rispetto a questo, e non solo ad aspetti della società più facilmente condannabili, rappresentati dagli altri delegati. Anche per questa ragione non volevo che quello di Federico Melani fosse un tradizionale percorso di illuminazione: il suo è un percorso di rifiuto assolutamente radicale. Non etichettabile, anzi, come nichilista, solo in virtù del fatto che  a partire da tale sacrificio, Gemma potrà generare un mondo. Che questo derivi dall’appartenenza di Melani a una generazione a cui è stata negata qualunque possibilità rivoluzionaria? È possibile. Daniele Giglioli <a href="https://www.corriere.it/cultura/17_marzo_21/vanni-santoni-libro-laterza-la-stanza-profonda-65d43156-0e4c-11e7-bc58-c287e833415a_preview.shtml?reason=unauthenticated&amp;cat=1&amp;cid=FkECYaJw&amp;pids=FR&amp;origin=http%2525253A%2525252F%2525252Fwww.corriere.it%2525252Fcultura%2525252F17_marzo_21%2525252Fvanni-santoni-libro-laterza-la-stanza-profonda-65d43156-0e4c-11e7-bc58-c287e833415a.shtml">ha scritto</a> che <em>Muro di casse </em>e <em>La stanza profonda </em>raccontano le nicchie dove è andato a nascondersi il desiderio utopico contemporaneo, altrove bandito: dato allora che, come si è detto, per i suoi temi (e, credo, anche per ragioni puramente cronologiche, da cui l’autore non riesce mai a prescindere del tutto) <em>L’impero del sogno </em>finisce per costituire una involontaria trilogia con questi due romanzi, più che con quelli a cui è narrativamente legato, non escluderei questa lettura.</p>
<p><strong>Vorrei fare un passo indietro e ritornare alla questione dell’intertestualità, del worldbuilding. Se, da un lato, i mondi di <em>Terra ignota </em>e dell’<em>impero del sogno</em>, assomigliano a quella degli isekai – un genere nipponico in cui uno o più personaggi si ritrovano ad abitare il mondo di un videogioco, un mondo fantastico ecc. fattosi in qualche modo reale ma che spesso ha regole “fisiche” e sociali da mmorpg https://en.wikipedia.org/wiki/Isekai – dall’altro tu accosti a questa “giocosità ontologica” (B. McHale) tutta una serie di problemi, anche questi ontologici, nient’affatto playful. Faccio riferimento a una cosa che hai detto prima, sull’impossibilità di liquidare come inesistenti i mondi dell’immaginazione. Ma anche ad una certa idea che si ritrova nella <em>Stanza profonda</em>, di parallelismo tra dungeon, tra stanza profonda, appunto, e inconscio, al gioco come rito (p. 108, 109 stanza): qual è il rapporto tra il fantastico e il nostro quotidiano? In che rapporto stanno, tra loro, i mondi creati dalla letteratura, i mondi del gioco ecc. e le esperienze spirituali che racconti?</strong></p>
<p>In <em>Terra ignota </em>sono presenti elementi che possono ricordare un videogioco o un gioco di ruolo anzitutto per ragioni di influenze transmediali, che <a href="https://quattrocentoquattro.com/2015/05/12/il-sublime-simposio-del-potere/">nel fantasy si fanno anche più pressanti</a>. È chiaro che quando si portano elementi da un altro medium, sia esso ludico, video o di altro tipo, in un testo scritto, si tratta, sempre, di un lavoro di “traduzione”, non di semplice riporto. Questo è quello che ho cercato di fare in quei due romanzi, dove la gamma delle influenze è davvero molto ampia: c’è Ariosto come <em>Dragon ball, </em>c’è il <em>Mahabarata </em>come il cinema di Milius e Boorman, e appunto videogiochi come <em>Ultima </em>o <em>Zelda. </em>Tale lavoro di traduzione richiede un’azione su tutti gli elementi, tale che possano stare assieme in modo armonico: per questo, ad esempio, Ailis, Brigid e le altre figlie del rito a volte appaiono tridimensionali, vive, altre più simili a personaggi di un manga che a persone vere, altre “larger than life”, come eroine del mito, e altre ancora più – diciamo così – “pixelate”, come fossero sprite di <em>Final fantasy IV </em>o <em>Chrono trigger</em>: hanno questa capacità di fluttuazione proprio per poter reggere una parallela varianza delle modalità operative e di rappresentazione del mondo in cui si muovono.</p>
<p>Nell’<em>Impero del sogno,</em> più specificamente nella seconda metà (ma non dimenticherei che, nella prima, il sogno di Melani, pur rifacendosi a tutt’altri immaginarî, ha caratteristiche strutturali simili a quelle di un MMORPG), l’influenza videoludica è più netta e deliberata: anche per questa sua centralità non volevo che fossero semplici omaggi, così ho rifuggito il citazionismo, per provare, piuttosto, a creare scene che assomigliassero a un videogioco anzitutto nella loro impostazione strutturale.</p>
<p>È vero che nella <em>Stanza profonda </em>e in <em>Muro di casse </em>si mette l’accento sulla dimensione rituale insita in fenomeni apparentemente molto diversi quali i giochi di ruolo e i rave party: per quanto in entrambi i casi si tratti di espressioni di liberà, anzi di vere e proprie epitomi della libertà, non si può non notare come alla base ci sia comunque un sistema codificato di regole e apparati rituali, che vengono liberamente scelte e accettate dai partecipanti, non imposte, ma che comunque organizzano l’entropia della “pura” libera espressione del sé entro forme simbolicamente coerenti, innalzando così la portata esplorativa, introspettiva e sperimentale dell’esperienza, e portandola dal semplice intrattenimento verso altri e più significativi ambiti dell’esperire umano.</p>
<p>Credo che sulla funzione salvifica dell’immaginazione, e sul modo in cui determinati medium e determinate esperienze possono attivarla, dica molto, e in modo molto acuto, <a href="https://www.alfabeta2.it/2017/06/13/santoni-cerca-del-graal-nella-wasteland-del-valdarno/">questo pezzo di Antonella Francini</a> scritto per Alfabeta2 proprio a partire dalla <em>Stanza profonda </em>e dall’opera intertestuale per antonomasia, <em>La terra desolata </em>di T.S. Eliot.</p>
<p><strong>L’immaginazione, indipendentemente dalla forma – romanzo, film, videogioco ecc. –, ha insomma qualcosa a che fare con la salvezza, personale, prima, e collettiva poi?</strong></p>
<p>Quello del potere salvifico dell’immaginazione è un tema classico della narrativa fantastica e non solo. Come detto, rimando all’articolo linkato poco sopra chi volesse approfondire questo aspetto dei miei lavori. Vale la pena però dire che quando si passa a una dimensione collettiva, non tutti gli immaginarî – e, soprattutto, non tutte le modalità di produzione di immaginario – sono uguali: nel momento in cui non si è soli con la nostra mente (o la nostra anima), ma sono in ballo interazioni con altri, risulta più significativo ciò che, come i giochi di ruolo o i free party, aiuta a disegnare nuove modalità di relazione umana attraverso logiche cooperative e inclusive, piuttosto che competitive e divisive.</p>
<p><strong>È questo uno degli obbiettivi della tua scrittura? Intendo dire: pensi alla scrittura come a un modo per produrre comunità, o per offrire esempi di modi di essere alternativi a quelli della competizione?</strong></p>
<p>È fondamentale per me sottolineare come queste considerazioni siano tutte fatte a posteriori, e in buona parte derivanti da riflessioni che altri hanno fatto sui miei libri. Non credo che l’arte debba avere obiettivi programmatici. Cerco di scrivere quello che voglio, nel modo che voglio, a partire da temi che mi interessano, esperienze che ho vissuto e altri libri che ho letto, e di farlo nel miglior modo possibile, secondo le mie capacità e le esigenze della vicenda. Al massimo, in alcuni casi, come quelli di <em>Muro di casse </em>e della <em>Stanza profonda </em>c’è la volontà di storicizzare un certo fenomeno e rifletterci sopra. Solo quando il libro è finito, è opportuno – e a dire il vero neanche necessario – che l’autore rifletta sui significati che quello cela: nelle arti, pensare prima a possibili obiettivi o messaggi da far pervenire, peggio che mai se politici (anche se positivi e/o in buona fede), è dannoso.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Ho pubblicato alcuni dei risultati di questa ricerca, a cui mi permetto di rimandare, qui: M. Zonch, <em>Il testimone di fede: verità e spiritualità nella narrativa di Saviano</em>, in «Incontri. Rivista europea di studi italiani», 32(1), 2017. DOI: <a href="https://doi.org/10.18352/incontri.10206">https://doi.org/10.18352/incontri.10206</a></p>
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		<title>Wu wei / Ugo Coppari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jun 2018 09:57:09 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1>Wu wei</h1>
<p style="text-align: right;">di Ugo Coppari</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-74366 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/wu-wei.png" alt="wu wei" width="275" height="318" />Stavamo fumando le nostre belle sigarette nell’unico spazio della casa a nostra disposizione, il bagno, mentre i nostri figli se ne stavano di là con le nostre mogli, noi professionisti spiegazzati non più trentenni ma neanche quarantenni, che quando ci vediamo per la solita cena settimanale – anche se è sempre più raro – fingiamo con piacere di essere ancora quel tipo di uomo villoso che viene meno ai doveri genitoriali, una finzione che dura il tempo di qualche tirata. È che se fossimo davvero quel tipo di uomo dovremmo parlare di calcio macchine e figa, e invece anche quella sera ci siamo ritrovati per l’ennesima volta a buttare lì qualche lampo di quello che ci aveva colpito nei giorni precedenti. In questo caso: la presunta inascoltabilità della trap, il fenomeno Liberato e il decrescente prestigio delle nostre professioni umanistiche.</p>
<p>Facevo notare quanto fossero più grandi le macchine degli invitati a un matrimonio a cui avevo partecipato nel fine settimana, e quanto fosse stata indifferente la reazione di questi impiegati geometri ingegneri e commercialisti nello scoprire che ero uno scrittore che insegna italiano a studenti stranieri. Dopo aver spento l’ultima sigaretta, il mio amico editore mi confessa che sarà anche vero che oggi gli insegnanti e più in generale le persone che si occupano di cultura contano meno di un sottobicchiere ma il bello di insegnare – come ora sta facendo lui, in un liceo – è che si viene pagati per poter continuare a studiare; il bello di lavorare nel mondo della cultura è poter continuare a cercare, mi ha fatto notare.</p>
<p>E allora andiamolo a vedere da vicino, questo mondo della cultura, mi sono detto. Uno degli amici del gruppo, che da qualche anno vive a Roma, mi è passato a prendere e all’alba siamo partiti per Torino, per fare un giro al Salone del libro. Alla cassa del bar incontriamo subito un autore che ci ha fatto discutere per un paio di settimane proprio su questo, sul nostro declino: Raffaele Alberto Ventura, nostro coetaneo. Quando gli vado incontro per fargli i complimenti, rimane sorpreso di essere stato riconosciuto: è che tempo prima avevo cercato la sua faccia in rete, volevo vedere come fosse l’aspetto di chi era riuscito a condensare in poche pagine la storia del nostro smarrimento. E visto che questo smarrimento ha a che fare con il nostro essere plurilaureati sottostimati, abbiamo continuato il nostro giro tra gli stand con il sospetto di aggirarci tra una marea di nostri simili, autori arrivati in fiera per trovare un appiglio che li faccia uscire dalla prevedibile normalità del destino; teoria confermata dalla presenza di una ragazza capace di portare al guinzaglio un maiale dal pelo maculato in cambio di un momento di visibilità.</p>
<p>Abbiamo visto Santoni, col suo abbigliamento da raver e uno zaino in spalla; Saviano, rinchiuso nello stand Feltrinelli come un pesce in via di estinzione; e Paolo Giordano, che avevo già avuto modo di conoscere tempo prima per questioni legate al mio ultimo romanzo. C’eravamo promessi di vederci per un saluto. E così è stato: gentile e affabile, è riuscito a divincolarsi dalle telecamere per riservarmi un saluto fraterno. Toh! Era questo il mio appiglio? Seicento chilometri per sentirmi incluso nel mondo che conta? E mentre ce ne stavamo là fuori a fumare tra fle di standisti esausti, il mio amico mi ha chiesto come mai da quando è a Roma né io né gli altri nostri amici siamo ancora passati a trovarlo per andare all’Olimpico. Abbiamo fatto seicento chilometri per venire a vedere dei libri – ragionava – e non siamo stati capaci di farne molti meno per andare allo stadio a urlare tifare e divertirci. Allora ha ragione Ventura?</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Poi ieri sono stato con mia moglie in un bar della provincia più siderale, una sosta immotivata al termine di una giornata di lavoro. Entrati per un cafè, ci lasciamo convincere dal barista a provare un cocktail analcolico fatto con verdure solitamente inaccostabili, frutto di continui esperimenti; ci ha parlato di Milano, della riviera Adriatica, del loro coraggio di sperimentare dietro a un bancone; e mentre questo barista ultracinquantenne ci raccontava il suo incessante lavoro di ricerca, invitandoci a ripassare per assaggiare il suo cafè alle rose, ci siamo chiesti dove trovasse tanta motivazione, alle sei di un pomerigio feriale, un hotel abbandonato e cadente dall’altra parte della strada.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>E solo ieri ho capito che è tutta questione di wu wei, un concetto che ho scoperto grazie al suggerimento di uno studente che mi ha parlato del Tao. Secondo questo antico precetto dovremmo essere in grado di capire quando agire e quando non agire, ai fini del mantenimento di un equilibrio con la natura a noi circostante. E se da un lato il non agire può essere ancora più opportuno dell’azione, dall’altro risulta dannoso inseguire obiettivi che non sono alla nostra portata, poiché il loro mancato ragiungimento può causare sofferenza. Servono piccoli passi. Ma soprattutto dovremmo essere adattabili come l’acqua, quadrati in un recipiente quadrato, tondi in un recipiente tondo, leggeri nell’essere goccia, forti nel saperci riunire in una sola massa, prendendo la forma che ci consenta di penetrare in qualsiasi spazio.<br />
E quindi ora scriverò a Ventura per dirgli che una soluzione c’è: perché se dietro l’attività scrittoria di migliaia di giovani destinati al fallimento (troppa offerta, poca domanda) ci fosse la costante ricerca di un appiglio all’eccellenza dello spirito, potremmo tutti continuare a scrivere e a leggere e a passare alla fiera di Torino con lo stesso entusiasmo di un barista che alle sei di pomeriggio sperimenta cocktails di fronte a un hotel in rovina.</p>
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		<title>Infrangere i tabù è un tabù</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Aug 2017 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Tedoldi]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta «Hai osservato così a lungo l’amore che hai finito per trovare una teoria per cui l’amore è osservazione». E questo è Piero Origo, in effetti: un uomo che osserva, un uomo che medita, che &#8211; diremmo pure in gergo colloquiale &#8211; “si fissa”, s’impunta su certe idee malsane e le rende il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Francesca Fiorletta</b></p>
<p><i><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69423" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/tabù-di-giordano-tedoldi.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />«Hai osservato così a lungo l’amore che hai finito per trovare una teoria per cui l’amore è osservazione».</i></p>
<p>E questo è Piero Origo, in effetti: un uomo che osserva, un uomo che medita, che &#8211; diremmo pure in gergo colloquiale &#8211; “si fissa”, s’impunta su certe idee malsane e le rende il baluardo della propria intera esistenza, e tenta in ogni modo di perseguirle, maniacalmente, fino allo strenuo delle forze, prova a spingere ogni più sistemica, forse anche in nuce già perversa situazione, fino alle estreme, decisive e drastiche  conseguenze, che risultino poi essere possibili o impossibili poco importa. <span id="more-69421"></span></p>
<p>Piero Origo è l’indomito protagonista (pazzo? ammalato? pateticamente insincero, sicuramente oltraggioso, pressoché squallido, ripugnante persino) di questo “Tabù”, il complesso e articolato romanzo di Giordano Tedoldi edito da Tunuè, nella collana di narrativa diretta da Vanni Santoni.<br />
Un uomo, dicevamo, totalmente preda dei suoi istinti più carnali, ma anche &#8211; quasi specularmente &#8211;  delle sue più cervellotiche riluttanze, prono e incline ai suoi stessi blocchi mentali che gli angosciano istericamente le giornate, e contestualmente desideroso, avvinto da un desiderio purulento, a tratti viscido, a tratti invece quasi candidamente infantile, di infrangere ogni regola imposta o autoimposta dalla società, dalla morale, dall’etica, dallo stesso circo parossistico che sono, in estrema sintesi, i balletti ridondanti e rigeneranti in cui s’articola la fitta schiera dei suoi personalissimi rapporti umani.<br />
Piero ha un migliore amico, Domenico, di cui poco o nulla sappiamo se non che è il marito di Emilia, quella che potremmo definire, anche un po’ cinicamente, la più canonica delle “donne qualunque”. Emilia non è particolarmente bella, non è particolarmente spigliata o gioviale, non è particolarmente acuta o intelligente. E forse proprio per questo, diventa ben presto l’ossessione perenne di Piero.<br />
Un’ossessione che si consolida col passare del tempo, dentro e fuor di metafora, un’ossessione che si trasforma in statua, che si trasforma in nugolo di vermi, che si trasforma in contagio panico, incontrovertibilmente universale. L’ossessione, che &#8211; come ogni grande turba che si rispetti, è qui evidentemente prima di tutto letteraria &#8211; giunge dai sensi alla parola, si propaga esattamente come un virus dalle estremità degli arti alle sugosità delle intenzioni, e arriva ad impedire totalmente il corretto fluire dei pensieri ma anche della narrazione stessa, che infatti, all’incirca a metà libro (ma in effetti anche da prima) muta forma, colore e calore, fino a mutare anche nella voce.<br />
Piero, da un certo momento in poi, diventa Eusebio, che diventa Messabianca, ma sostanzialmente sono tutti tutto, sono tutti l’unica eterna emanazione di un solo spirito guida, di un furore &#8211; tanto sessuale quanto mistico &#8211; che è il più autentico io narrante di tutto il romanzo.<br />
Ci troviamo perciò davanti ad un romanzo proteiforme, dunque, cangiante e mutevolissimo come i più biechi desideri dell’animo umano (per non parlare di quelli del corpo pulsante!). Un romanzo che, sulle prime, potrebbe apparire a giusta ragione iper-realista, e poi trascende nel più sfrenato e quasi saccente surrealismo.  Un romanzo che, sulle prime, sembrerebbe voler infrangere ogni tipo di tabù residuale (ammesso che, oggi, ce ne sia ancora rimasto qualcuno, con cui fare i doverosi conti) ma poi perde di vista la sua meta, si sfalda e si scardina proprio per negare l’esistenza stessa di quel tabù, anzi, di quei tabù (il tradimento, l’amore fra consanguinei, l’ascesi…) che forse ci riguardano ancora, ma solo a un livello nostalgico, quasi leggendario.<br />
La creazione di una comune, il cannibalismo, l’ortodossia, il timore della paternità, lo svelamento di sé, la guarigione miracolosa, tutto diventa sogno agitato, straniamento del pensiero e dell’azione, strafottente e spietata presa in giro della parola e del contenuto. La forma scelta da Tedoldi si mescola coi più basilari nessi di senso, fino a scioglierli &#8211; in modo apparentemente inconsapevole &#8211; fra mille contraddizioni, e porta il lettore a dimenticarsene totalmente, preso com’è da una sorta di trance evanescente, che trova il suo unico perno nel sentimento del desiderio, anzi di più, nell’atto stesso del desiderare.</p>
<p><i>M’importava solo di prendere per il collo il destino, prima che fosse troppo tardi. L’imponderabile mi avrebbe plasmato. </i></p>
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		<title>Attraverso le vite degli altri – una lettura di La scomparsa di me</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 May 2017 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[gianni ricuperati]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vanni Santoni Ogni volta che incontro Gianluigi Ricuperati scopro un tassello aggiuntivo della nostra formazione comune, fondamento della sintonia che abbiamo rispetto all’interpretazione della realtà: siano suggestioni antiche, come la comune passione d’infanzia per i giochi di ruolo, o di lungo corso, come l’essere convinti del fatto che uno scrittore deve oggi essere necessariamente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Vanni Santoni</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-68195" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/bardo1.jpeg" alt="bardo1" width="510" height="287" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/bardo1.jpeg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/bardo1-300x169.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/bardo1-768x432.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 510px) 100vw, 510px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Ogni volta che incontro <strong>Gianluigi Ricuperati</strong> scopro un tassello aggiuntivo della nostra formazione comune, fondamento della sintonia che abbiamo rispetto all’interpretazione della realtà: siano suggestioni antiche, come la comune passione d’infanzia per i giochi di ruolo, o di lungo corso, come l’essere convinti del fatto che uno scrittore deve oggi essere necessariamente entità mediatrice multipla, transmediale, crossdisciplinare (e se vogliamo schizoide), o ancora recenti, come la certezza condivisa che il pallino del romanzo si sia spostato finalmente e di nuovo in Europa per opera di autori come Antoine Volodine, Mircea Cărtărescu e László Krasznahorkai – nonché, in modo e per ragioni diverse, Tom McCarthy. E proprio Tom McCarthy, con romanzi come <em>Reminder </em>(in Italia uscito a suo tempo per ISBN col titolo <em>Déjà vu</em>) o <em>Satin island </em>(giunto in libreria l’anno scorso per Bompiani) è il primo autore che mi è venuto in mente leggendo l’ultimo romanzo di Gianluigi, <em><a href="http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/la-scomparsa-di-me/"><strong>La scomparsa di me</strong></a>, </em>da poco uscito (e quasi subito ristampato) per Feltrinelli. Sarebbe facile pensare che Ricuperati ricordi McCarthy per il fatto di avere, come il collega inglese, più che un piede nel mondo dell’arte contemporanea, ma i punti in comune sono più profondi. Nel lavoro di entrambi gli scrittori c’è un grande interesse per la questione dell’identità e della coscienza, un rapporto disinvolto con la metafisica, la consapevolezza del fatto che le arti, oggi, non possano prescindere dalle scienze, e la capacità di tenere insieme mainstream e sperimentazione con efficacia. Tutte caratteristiche che vengono fuori con forza nella <em>Scomparsa di me, </em>il quale tuttavia fa pensare – non per l’approccio, del tutto diverso, ma per l’<em>ambientazione</em> – anche a un libro di recente uscita e di enorme pregio, <em>Lincoln in the Bardo, </em>primo romanzo del celebrato autore di racconti americano George Saunders (e che peraltro, in un bel caso di sincronicità, uscirà in Italia proprio per Feltrinelli, dopo che Saunders è stato per anni tra gli autori di punta di minimum fax, editore con cui ha avuto luogo il debutto proprio di Ricuperati). Entrambi i romanzi, infatti, si svolgono, se è ammesso considerarlo un luogo (ma non avrà difficoltà a farlo chi ha confidenza con la psichedelia – e c’è molto di psichedelico in questo romanzo in cui l’anima del protagonista diventa “gas”, “riscaldamento”, “onde radio”, “codici binari dei conti correnti” per poi incarnarsi in molte diverse persone), nel <em>Bardo Thodol, </em>quello che per la tradizione buddista tibetana è lo “spazio intermedio” situato tra la morte e la ruota delle reincarnazioni – o l’accesso a dimensioni più elevate di coscienza.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-68196" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/cover-ricup.jpeg" alt="cover ricup" width="340" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/cover-ricup.jpeg 563w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/cover-ricup-191x300.jpeg 191w" sizes="auto, (max-width: 340px) 100vw, 340px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Se Saunders sceglie il <em>Bardo </em>del sedicesimo presidente degli Stati Uniti Abramo Lincoln per tracciare quello che è anche un inusuale romanzo storico, Ricuperati preferisce occuparsi del “momento di transizione” di un personaggio dei nostri tempi, un uomo di successo e abituato a far scorrere il denaro, ma non uno squalo: piuttosto qualcuno che, non senza equilibrismi – si sposta del resto in modo, e sarà proprio la moto a porre fine alla sua vita – è riuscito a bilanciare il lavoro, il denaro e il successo personale con gli affetti, salvo poi scoprire che nel momento in cui l’anima si stacca dal corpo, solo gli affetti contano. Gli affetti, e ciò che si lascia loro. Se il protagonista della <em>Scomparsa di me </em>già in vita era ossessionato dalla necessità di lasciare un’eredità – una delle sue fissazioni era quella di acquistare polizze assicurative a tutti coloro che incrociavano il suo percorso –, nel momento in cui realizza di essere morto e di trovarsi in quello spazio istantaneo o eterno del post-mortem, appare animato anzitutto da un’ansia, più che di redenzione, di <em>certezza della redenzione. </em>Attraverso gli occhi di chi lo ha conosciuto – il dispositivo del <em>Bardo </em>ricuperatiano è un continuo trasferimento di coscienza nei corpi e nelle menti di tutte le persone conosciute in vita – il protagonista della <em>Scomparsa di me </em>cerca, sì e anzitutto, di rivedere almeno una volta l’amata figlia Ada (il libro si apre con un ricordo minuscolo eppure straziante, uno spicciolissimo squarcio di vita – uno zainetto che non si chiude bene – che però contiene <em>tutto</em>, dato che, per dirla con Pavese, <em>non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi</em>), ma dall’altro lato ripercorre, valuta e interpreta attraverso gli sguardi altrui quella che è stata la sua vita e la sua identità, ed elabora così uno specifico e nuovo senso di colpa: quello di non esserci più per le persone che ha amato. Se un accolito di Leary o McKenna potrebbe spiegare tutto col rilascio di DMT dalla ghiandola pineale al momento della morte (e da lì giungere al “we are one”, a una coscienza collettiva che si rivela al decadere dei veli di maya) mentre un materialista potrebbe interpretare il percorso visionario del protagonista della <em>Scomparsa di me </em>come una mera forma alternativa della vulgata secondo cui quando muori ti passa tutta la vita davanti, e c’è spazio anche per una lettura cattolica, ancorché non ortodossa – a tratti, come quando, a dispetto del desiderio di rivederla, il nostro continua a reincarnarsi in persone lontane dalla figlia, o quando addirittura “entra” nel nuovo fidanzato della moglie, per il quale si intuisce che la stima non sia eccessiva, l’impressione è che quello che sta esperendo sia una sorta di purgatorio postmoderno – la domanda rimane la stessa: come si fa a vivere e amare quando sappiamo che ogni cosa è destinata a finire?</p>
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		<title>La stanza profonda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Apr 2017 05:17:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[d&d]]></category>
		<category><![CDATA[la stanza profonda]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vanni Santoni Ultimo anno. Smolla il master, smollano tutti. Gli smartphone, fino a lì banditi dagli stessi giocatori, cominciano a esser consultati da sotto il tavolo; a inizio giocata, mentre interpreti un comprimario importante, il Paride e il Bollo, di solito i più attenti, si stanno scambiando i dati del fantacalcio. Anche solo richiamare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di</strong><a href="https://sarmizegetusa.wordpress.com/"> <strong>Vanni Santoni</strong></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ultimo anno. Smolla il master, smollano tutti. Gli smartphone, fino a lì banditi dagli stessi giocatori, cominciano a esser consultati da sotto il tavolo; a inizio giocata, mentre interpreti un comprimario importante, il Paride e il Bollo, di solito i più attenti, si stanno scambiando i dati del fantacalcio. Anche solo richiamare l’attenzione di ognuno chiede ogni volta uno sforzo ulteriore:<br />
Leia, dai, sta a te. Che fai? Hai un reietto, il #3, ingaggiato.<br />
Attaccalo, va’, dice Andre rimettendo il telefono in tasca.<br />
No, macché, fa il Silli, non sprecare la mossa su quello. Disingaggiati, prenditi l’attacco d’opportunità, tanto cosa vuoi che ti faccia, e vieni a tirare al boss insieme a me&#8230;<br />
Ma Leia niente, continua a scribacchiare. Non sulla scheda, su un quadernino.<br />
Leia!<br />
Oh, come? Scusa, non stavo seguendo.<br />
Che fai, attacchi? Sennò ti metto a fine griglia.<br />
No, no, attacco, aspetta un attimo&#8230;<br />
Cosa scrivi, fa il Silli, e le sbircia il quaderno: <em>Aprile gl’è i’ mese&#8230;</em> Cos’è?<br />
Niente&#8230; Ve la volevo anche leggere, ma non ho finito&#8230;<br />
Ma cos’è, chiede anche Tiziano.<br />
Nulla, ho tradotto <em>La terra desolata</em> di Eliot in valdarnese.<br />
E perché?<br />
Così per ruzzo&#8230;<br />
Leggicela allora!<br />
Non l’ho finita&#8230;<br />
Leggici fin dove sei arrivata.<br />
Va bene. <em>Aprile gl’è i’ mese più ignorante&#8230;</em><br />
Perché ignorante?<br />
Perché “crudele” in valdarnese come lo vuoi dire, Silli? Avevo considerato anche balordo, ma ignorante secondo me è più preciso. Ora mi tocca ricominciare:<br />
<em>Aprile gl’è i’ mese più ignorante,</em><br />
<em> governa serenelle dalla rena stecchita</em><br />
Serenelle?<br />
I lillà. Chiedi a tua nonna come si chiamano quei fiori, ti dirà: ah, le serenelle.<br />
Dai Leia, continua&#8230;<br />
Meno male ci sei tu, Tizzi.<br />
<em>&#8230; intruglia ri’ordi e voglie,</em><br />
<em> scozza le barbe tonchie&#8230;</em><br />
Tonchie?<br />
E dai Silli, lasciala finire.<br />
<em>&#8230;a scrosci marzolini.</em><br />
<em> D’inverno si stette a i’ caldo,</em><br />
<em> coperti di brina da dimenticassi ugnicosa</em><br />
<em> e per campare, du’ patate secche</em><br />
<em> L’estate ci lasciò basiti,</em><br />
<em> arrivando su i’ borro d’i’ Giglio co’ una giubbata d’acqua</em><br />
<em> ci si fermò alle Logge, e ci si smosse co’i’ sole</em><br />
<em> giù lungo i’ corso.</em><br />
<em> si prese un caffeino e si ragionò per un’ora</em><br />
<em> “No, macché aretina&#8230; Sto a Ricasoli, ma i’ mi’ babbo è di Meleto”</em><br />
Caffè lo potevi lasciare. Non è che così è più valdarnese, dice il Silli.<br />
Sì, insomma, dice Andre stappando una Moretti con l’accendino, fa ridere, ok, ma quindi?<br />
Voleva fare la grossa. Ancora il Silli. La terra desolata&#8230; Ci volevi dire che sarebbe meglio andar via, che sarebbe meglio sbarbarsi? Lo sappiamo anche da soli, cosa credi.<br />
Ma veramente&#8230;<br />
Parli bene, tu, perché puoi permettertelo, di andar via. Poi vieni qua a menartela&#8230; Cosa credi, di essere l’unica che sa Eliot? Tieni, ti rispondo così: <em>Houses rise and fall, crumble, are extended / Are&#8230; Pass&#8230;</em> No, aspetta, com’era&#8230;<br />
Io forse vado via l’anno prossimo, dice Tiziano per allentare.<br />
Dove vai?<br />
Mah, penso a Londra&#8230;<br />
Sarebbe bono, dice il Bollo, lì uno che macina Javascript lo pagano a modo, altro che programmatore da Prada.<br />
Non mi toccare Prada, fa Andre.<br />
Vabbe’, te fai il sistemista, non fai una sega tutto il giorno&#8230;<br />
Il Florian, dice il Paride, è un po’ che sta all’estero&#8230;<br />
Perché Erme no? Anche il Mella avevo sentito dire che se ne era andato&#8230;<br />
Lui, dice il Paride, che fine ha fatto non lo sa mica nessuno&#8230; Ma tu, Leia, non vai a stare a Pisa?<br />
Oh, basta. Vogliamo giocare! Così Andre.<br />
E ricominciate:<br />
Allora Leia, hai un lanzichenecco ingaggiato.<br />
Con il Mantello Sfuggente di Ophelia posso disingaggiarmi una volta al giorno senza subire attacchi di opportunità. Mi disingaggio, muovo di quattro metri a sudest e gli scaglio due giavellotti alla testa&#8230; Preso. Critico. Preso. Critico.<br />
Tornate nel gioco, e fino a notte. E sì, pensi mentre amministri la fine di quello scontro, sembrava quasi che voi, voi rimasti, foste ancora tutti lì per il gioco; o meglio il gioco rappresentava l’ostinazione di alcuni, la prudenza di altri, la necessità di altri ancora, di rimanere nella terra desolata, e anche tu, del resto, non te ne eri già andato a Firenze? E quante volte avevi considerato l’idea di spostarti ancora più in là, di lasciare l’Italia, ma non sarebbe stato spaventoso, poi, rientrare? Se ti capita di dover tornare, hai bisogno di un’Itaca, non di una Mordor&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=97&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788858127377"><strong>Estratto da: <em>La stanza profonda</em> (Laterza, 2017)</strong></a></p>
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		<title>ALCUNE STANZE (SOME ROOMS) &#8211; II</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/01/04/alcune-stanze-some-rooms-ii/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Jan 2017 09:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[poesia in traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana in altra lingua]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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					<description><![CDATA[da 999 rooms: Rooms of the night / Vanni Santoni &#160; Room 173 The future starts today. The future is fresh! The future will be repeated, broadcasted &#38; distributed. The future will be obsolete. The future is overrated. The future ain’t what it used to be. The room of the future. The future? Just a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-66417 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/square-iteration.jpg" alt="square-iteration" width="420" height="297" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/square-iteration.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/square-iteration-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/square-iteration-768x543.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/square-iteration-100x70.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 420px) 100vw, 420px" />da <em><strong>999 rooms: Rooms of the night / Vanni Santoni</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Room 173</strong></p>
<p>The future starts today.<br />
The future is fresh!<br />
The future will be repeated,<br />
broadcasted &amp; distributed.<br />
The future will be obsolete.<br />
The future is overrated.<br />
The future ain’t what it used to be.<br />
The room of the future.<br />
The future? Just a season.<br />
The future is here and now.<br />
Oh please, always talking about the future…<br />
The future is a chest of broken mirrors,<br />
a boot stomping a human face, again and again.</p>
<p><strong>Room 174</strong></p>
<p>in the interminable boredom of this sandbox</p>
<p><strong>Room 175</strong></p>
<p>They say Kardashev III civilisations,<br />
who can harness whole galaxy energy<br />
may well live inside supermassive black holes:<br />
sounds legit, demigodlike, arses-hiding;<br />
me, I hang with children and witches all day<br />
avec des enfants, mit Hexen I do dance<br />
and the red plain gives no shelter, not even<br />
under red rocks, no shadow’s like full shadow<br />
says the wise, and the star makes a fool of me<br />
(a carrion is for ants &amp; for the sunbeams)<br />
我 情不自禁 地 笑 个 不停.</p>
<p><strong>Room 176</strong></p>
<p>the twirliest vessels got stuck<br />
(try with a hymn, the docks laugh):<br />
a flotsam of stimulants.<br />
coffee vigil, unwanted;<br />
dopaminergic plateaux<br />
of coke making creation<br />
im-possible – just tending:<br />
under-the-counter plegines,<br />
a thrill &amp; a shame being not<br />
aritmetical enough;<br />
speeds harsh honesty rustwhite<br />
blade in nights slow of headaches<br />
and flushes of aspirin,<br />
the room is a bathroom, hot<br />
showers may melt power back;<br />
hours staring nude pictures<br />
in series with no effect,<br />
how come did i buy that print<br />
(reminder: get matcha tea)<br />
a god with a coyote head</p>
<p><strong>Room 177</strong></p>
<p>Quite alarming, says the detective.<br />
Heaps of symbolic objects<br />
like rubbish sorted by scavengers<br />
mounds of black bishops &amp; queens<br />
of huge dice and capitals and horns<br />
tin cups, swords with no edge, staves,<br />
a clearing where the dishlarge coins were;<br />
black sacks of foul smelling clubs<br />
hairy as flies, ropy hearts, shineless<br />
diamonds, spades scattered<br />
on the ridden sand, where the sun beats;<br />
and towards the sea a pile<br />
of huge menorah, like wavebreakers.<br />
There the girl, the explorer,<br />
walks by: looks like the beach of our prime,<br />
yet if you were here you’d be<br />
your body retrieved by fishermen.<br />
You’d be that, in the damp dawn.</p>
<p><strong>Room 178</strong></p>
<p>o troops of dread, wrath hounds<br />
leaving my fair city<br />
with a hanged man dangling<br />
high from each lamp-post, o<br />
most sad boulevard show!<br />
yet nobody will see<br />
the man flogged, crucified,<br />
still, in purple and blue,<br />
sole company a bed rack<br />
in a locked room somewhere</p>
<p>a woman is washing<br />
ash hair with a white<br />
block of soap, one son lost<br />
one son hidden, she sings<br />
and her madness (she fries<br />
thorns in a pan, at night)<br />
clears a spring still all ice<br />
calling an april of hemlock &amp; fires</p>
<p><em>The hours of folly are measur’d by the clock,</em><br />
<em> but of wisdom: no clock can measure.</em></p>
<p><strong>Room 179</strong></p>
<p>I am son of the earth and of the starr–oof<br />
(a punch)<br />
Priests, patrons, you are wrong, I do not understand your law–ouch au argh<br />
(a punch, another; a kick on the ribs)<br />
Nothing is vanit–<br />
(a cane hit on the back of the head. A squall of kicks)</p>
<p><strong>Room 180</strong></p>
<p>THEN BEAUTY CAME</p>
<p>then Beauty came,<br />
or was it Kindness?<br />
It doesn’t really matter:<br />
what matters, is that the boys<br />
(hurry up, boys! an’hush!)<br />
got her and knocked her good<br />
and threw her in a trash compactor<br />
which got stuck.</p>
<p>Let us consider now where the great souls are.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Tutti i ragni 8 &#8211; Ragni da climi caldi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 May 2016 05:11:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[animali]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[tutti i ragni]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vanni Santoni Diversi anni più tardi sono al matrimonio dello Staderini, ormai stabilmente texano. Si sposa con un’ingegnera indiana del suo dipartimento e il matrimonio è in India. Dopo una prima fase in un resort ci spostiamo su traballanti autobus fino alla giungla del Kerala, dove abita la famiglia della sposa. Ci danno dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-60473" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/8male-wolf-spider-300x200.jpg" alt="8male-wolf-spider" width="325" height="217" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/8male-wolf-spider-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/8male-wolf-spider-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/8male-wolf-spider.jpg 1000w" sizes="auto, (max-width: 325px) 100vw, 325px" />Diversi anni più tardi sono al matrimonio dello Staderini, ormai stabilmente texano. Si sposa con un’ingegnera indiana del suo dipartimento e il matrimonio è in India.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo una prima fase in un resort ci spostiamo su traballanti autobus fino alla giungla del Kerala, dove abita la famiglia della sposa. Ci danno dei bungalow che sono di fatto delle palafitte senza pareti. Cavallette grandi come gattini solcano l’aria e atterranno sull’impiantito e sulle persone. Non tutti apprezzano. Mi informo se ci siano ragni. La padrona di casa mi dice che c’è una tarantola in bagno, dice che le piace lì, perché è più caldo. La guardo negli occhi e capisco che sta scherzando, che fa dell’ironia sul panico che ha colto molti degli invitati occidentali. Eppure, quando rientro, racconto della tarantola agli altri ospiti, serissimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se ne sta buona nella sua tela, compa’?, fa un ingegnere elettronico di Gravina (e Houston).</p>
<p style="text-align: justify;">Magari! È una predatrice notturna. Mobile. Rapida.</p>
<p style="text-align: justify;">Aggressiva, compa’?</p>
<p style="text-align: justify;">Forse mi sbaglio, ma credo sia pure di quelle che scagliano gli aculei&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Il ragno che ho creato passa di bocca in bocca, acquista sostanza. C’è chi va in bagno col cappello e chi portandosi dietro una rivista arrotolata o uno  scacciamosche; in capo a qualche giorno c’è chi giura di averla vista passare tra il cesso e la doccia. Se ne parla: c’è chi ne descrive i balzi, chi ne approssima le dimensioni con le mani. Mai visto niente del genere, compa’.</p>
<p style="text-align: justify;">Io stesso mi scopro a pisciare a occhi chiusi – io! – e allora apro gli occhi, ridacchio tra me, eppure, lì al buio, in un angolo di quel vespasiano tropicale, forse&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2734.png" alt="✴" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<p style="text-align: justify;">Deserto tra il Portogallo e la Spagna, lago di Idanha-a-Nova, terzo o quarto giorno di un festival goa. Mattina colorata di psicotomimetici, di luce che passa attraverso il nylon della tenda dove già si disegnano motivi aztechi, frattali, volti autoricombinanti, mentre apro gli occhi dopo quello che a stento può essere definito sonno. Sole alto sull’isola, lo si vede bianco attraverso il nylon, i battiti della pista principale una emanazione sintetica che non si slega dall’acqua del lago, dalla sabbia, dalle voci che si chiamano qua e la, dalle ragazze dai capelli colorati che fanno il bagno, dal mio svegliarmi. Irraggiante sulla parete dove c’è la zip, enorme un ragno. Guardo sulla tenda quella tegenaria portoghese che si gode l’umido caldo del mio interno tenda, della mia febbre enteogenica. Cerco un pezzetto di carta; non ce ne sono.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora apro la zip, la raccolgo con le due mani, la metto fuori e la guardo sgambettare via; poi tiro un grido al mio compare nella tenda di fronte:</p>
<p style="text-align: justify;">Ohe’.</p>
<p style="text-align: justify;">Che c’è?</p>
<p style="text-align: justify;">Sapessi cosa mi è successo.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma niente&#8230; Latte ne abbiamo ancora?</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/16/tutti-i-ragni-1/">Primo capitolo</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/23/tutti-i-ragni-2/">Secondo capitolo</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/30/tutti-i-ragni-3/">Terzo capitolo</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/06/tutti-i-ragni-4/">Quarto capitolo</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/13/tutti-i-ragni-5/">Quinto capitolo</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/20/60277/">Sesto capitolo</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/?p=60282">Settimo capitolo</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="https://www.file-pdf.it/2016/02/27/ragni-14/">L&#8217;intero ebook è scaricabile QUI.</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Tutti i ragni 7 &#8211; Ragni come simboli</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/04/27/60282/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Apr 2016 05:01:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[animali]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[tutti i ragni]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vanni Santoni Essere stato morso da un ragno velenoso ribalta la mia prospettiva. L’evento, per essere tollerato, chiede di venire ricacciato nel territorio dell’immaginazione, di diventare uno di quei ricordi che non si sa bene se sono reali o sognati. Quel mignolo blandamente mutilato può ben diventare nella memoria il risultato di una piccola [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Essere sta<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-60471" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/7morsa-ragno-in-casa-300x174.jpg" alt="7morsa-ragno-in-casa" width="312" height="181" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/7morsa-ragno-in-casa-300x174.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/7morsa-ragno-in-casa.jpg 633w" sizes="auto, (max-width: 312px) 100vw, 312px" />to morso da un ragno velenoso ribalta la mia prospettiva. L’evento, per essere tollerato, chiede di venire ricacciato nel territorio dell’immaginazione, di diventare uno di quei ricordi che non si sa bene se sono reali o sognati. Quel mignolo blandamente mutilato può ben diventare nella memoria il risultato di una piccola operazione o di un incidente domestico, e separarsi così dal ragno, dai ragni, che possono così a loro  volta avviarsi a diventare qualcos’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Può capitare di rientrare in c<br />
asa dopo una furiosa litigata con la propria ragazza e trovarne uno sulla parete dell’ingresso, minacciosa acuminata raggiera di zampe sul bianco, e rifarsela con lui, schiacciandolo con una scopa sulla quale si è messo un panno.</p>
<p style="text-align: justify;">Può capitare di andare in campeggio e ricevere la visita di un ragno in tenda, a suggello di una bella litigata in quei due metri cubi.</p>
<p style="text-align: justify;">Può capitare di rientrare dopo le vacanze, più stressati di prima poiché i giorni liberi sono serviti solo ad accumulare impegni da evadere, il tempo della vita che pare essersi improvvisamente accelerato, e la terra insensata che è il nostro futuro, ci appare nella forma di un ragno dalle zampe sottili intrappolato nella vasca da bagno, e allora ci vendichiamo con l’acqua, apriamo la doccia e lo spazziamo via, lo facciamo risucchiare da un gorgo e ancora spruzziamo acqua, apriamo anche il rubinetto e immaginiamo la corsa rotolante inarrestabile di quel ragno travolto, attraverso tubi e snodi e mondi sotterranei.</p>
<p style="text-align: justify;"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2734.png" alt="✴" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<p style="text-align: justify;">Ma può capitare di avere ora una diversa ragazza, che vive in terre fredde e lontane dove di ragni se ne vedono pochi, e un giorno che ne vediamo uno,  è un ragnetto solitario, piccolo, sul soffitto. Mi chiedo se possa mai cadere giù, se possa capitare di ritrovarselo sul letto, ma lui è sempre ben visibile su quell’intonaco bianco, tra pareti e imposte e mobili bianchi, colpito da luce bianca anche alle una di notte. I traffici di quel ragno – ma cosa fa? Perché oggi si è spostato laggiù? Perché ora va in là? Secondo te dorme di giorno o di notte? – e la sua caccia a prede invisibili, diventano per noi, stesi o abbracciati a giornate su quell’amplissimo letto bianco, un intrattenimento prima inevitabile, poi addirittura gradito. Il ragno prende le funzioni di un gatto: quel ragno nordico, dalla strana morfologia, le due zampe davanti più lunghe di tutte le altre, l’addome filante, il colore nero, di smalto, si fa domestico e dà sostanza alla nostra relazione, ne rimarca l’esistenza. Il nostro ragno. Io te e il ragno. Sono rimasto a casa col ragno. Dov’è il ragno? Ah, là nell’angolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo finché lei una mattina se lo trova in mezzo ai trucchi e lo schiaccia con un pezzo di carta igienica. Quando me lo comunica io me la prendo moltissimo, lei mi dice ma dai, chissà quanti ne avrai uccisi di ragni in vita tua. Magari ne hai pure torturati, insiste. Dico che non c’entra niente. Lei dice che finché stava sul soffitto era ok, ma quello non era il suo posto. La sua freddezza mi sgomenta. Purtroppo, aggiunge vedendo che non mi sono calmato, non è che puoi dargli uno scapaccione come a un cane, l’unica punizione possibile per un ragno è la morte. Le chiedo dove sia il corpo, lei mi guarda strano, poi indica il water.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>[VII &#8211; continua]</strong></em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/16/tutti-i-ragni-1/">Primo capitolo</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/23/tutti-i-ragni-2/">Secondo capitolo</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/30/tutti-i-ragni-3/">Terzo capitolo</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/06/tutti-i-ragni-4/">Quarto capitolo</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/13/tutti-i-ragni-5/">Quinto capitolo</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/20/60277/">Sesto capitolo</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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