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	<title>variazioni meridiano &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Variazioni Meridiano &#8211; 8: Luigi Pingitore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Apr 2008 04:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Pingitore]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Celan]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[variazioni meridiano]]></category>
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					<description><![CDATA[Esilio, Lingua, Resistenza Ed è tutto quello a cui potevi arrivare, volendo. Il bambino si stendeva per terra e la sua agonia si curvava (F.G. Lorca) Un bambino si stende a terra. Tende allo spasimo il corpo, piega gli arti per raggiungerla; vuole sentire con la faccia il caloroso dolore; la sua agonia (per metonimia) [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Esilio, Lingua, Resistenza</strong><br />
Ed è tutto quello a cui potevi arrivare, volendo.</p>
<p><em>Il bambino si stendeva per terra e la sua agonia si curvava<br />
(F.G. Lorca)</em></p>
<p>Un bambino si stende a terra. Tende allo spasimo il corpo, piega gli arti per raggiungerla; vuole sentire con la faccia il caloroso dolore; la sua agonia (per metonimia) si curva.<br />
In poesia l’atto mentale e l’atto fisico sono imprescindibilmente legati. Non si può pensare se non si sente. Non c’è dimensione più fisica, linguaggio più sensuale e tattile di quello poetico. Nasce da questo; dal contatto – faccia sulla terra – per assorbire la realtà e l’irrealtà. Le cose del mondo vanno, hanno percorsi precisi o imprecisi, traiettorie di afa, indifferentemente da questo contatto. Ma come può questa indifferenza del mondo sminuire la sua necessità?<br />
L’uomo si stende sul dorso del mondo, come un navajo che ascolti l’arrivo della guerra. Mentre pensa che sta arrivando, la sua mente costruisce l’immagine. Ne nasce una dipendenza che lo isola dal contesto della guerra. Il suo sforzo è rompere quell’isolamento ma senza disperderlo: deve comunicare, spalancare gli occhi verso l’esterno, ma non aprirli completamente. Perderebbe il sogno. <strong>Eyes wide shut</strong>.<br />
Ecco l’esilio. Necessario. E comunque inevitabile.<span id="more-5707"></span><br />
Non c’è altra possibilità per fare letteratura che sentirsi sempre in esilio, foss’anche da se stessi; foss’anche dal contatto con “la realtà ruvida a spegnersi” da cui ha tratto immagini. Le immagini sono pellicole diafane che isolano mentre mostrano il mondo.</p>
<p>Metto in discussione la mia vista. Lo faccio perché ne ho bisogno, ho bisogno di vedere. In realtà, per essere più preciso, ho bisogno di <em>visionare</em>. Lasciar esplodere la vista nella sua antitesi, risalire all’indietro il fiume dei fasci nervosi e andare a cercare l’immagine non sulla retina, ma nel laboratori dei neuroni, quando vista e visione ancora coincidono.<br />
Uso il termine bisogno senza retorica. Morirei senza visioni. La realtà, da sola, non basta. È una speranza inaccessibile.<br />
Tutto deve cominciare da quel punto. Penso che tutta la poesia nasca così, da un grappolo di immagini che si induriscono, si calcificano nella mente e chiedono una struttura che le ingabbi mentre le libera.<br />
L’esilio è tutto qui. Cambiare paesi, strategie, approcci e intenzioni non modifica di un millimetro questa contraddizione perenne. Nel bozzolo del suo isolamento egli fermenta una lingua, l’accudisce come una pupa per preservarla da tutti i tremori e da tutti gli stupori, ma <strong>senza risparmiargliene alcuno</strong>. Al momento opportuno li dovrà restituire.<br />
<em>Quando mi giro di scatto ho la sensazione che il regista abbia perso l’attimo giusto. Adesso sono fuori dall’inquadratura, la troupe mi sta urlando qualcosa – oltre questo semplice vetro del caffé la città non ha significati immediati. Una voce (ne sento il calore femmineo, forse una delle attrici) mi arriva incomprensibile. Non mi va di pensarci. È così semplice perdere di vista la realtà. Accade ed è immediato. Una bocca si muove a pochi centimetri dalla mia faccia.<br />
</em>Rimbaud, marzo o aprile del 1991. Un approccio sensuale e febbrile alle pagine della <strong>saison</strong>, frammenti scovati in un libro scolastico, uno di quei testi avvilenti che mortificano l’adolescenza (e la sua agonia) curva sui banchi. Ecco la condizione sociale da cui sgorghi, indelebile origine – è l’Italia che imputridisce, e nasce in quella piccola mafia che è la scuola e che oggi lampeggia sul fondo di certi occhi, critici scrittori produttori. Tutti alle prese col gesso nella mano, per tracciare il perimetro attorno ai propri piedi e viverlo come uno spazio.<br />
Mi dico che posso salvarmi.<br />
Più delle parole (ancor prima delle parole) carta, luce, la successione geometrica delle teste che ho davanti, e l’odore di primavera che evapora dai muri… ecco i segni che incidono il mio corpo.<br />
Di nuovo una coesione sensuale, una danza primitiva. Al centro, per ora, <em>le occasioni mancate</em>. Gli oggetti del mondo sono sfuggiti di mano. Montale letto in due viaggi consecutivi in treno, uno verso nord e l’altro verso sud. E fu esercizio di allitterazioni, slittamenti continui, immagini compresse quasi che non potessero esistere se non all’interno della parola e non a contorno di essa. Rimbaud, Montale e all’improvviso Dylan Thomas, Londra 1996. Ci vado per stare due settimane, ci resto tre mesi. Tutti i giorni le orecchie bombardate da questa lingua estranea, esiliante, tutte le sere una pagina di Dylan. Apparentemente nella stessa lingua, ma in realtà una ferita verticale, un aprirsi dei sensi “Ora io giovane e semplice sotto i rami del melo / presso la casa sonora e felice quando l’erba era verde, / la notte sulla vallata radiosa di stelle, / il tempo mi lasciava esultare / e arrampicare d’oro nel rigoglio dei suoi occhi.”<br />
Come fa in fretta il tempo a sparire, perdere significato. Quante volte avrei voluto esultare. La struttura sintattica si annebbia.<br />
Montale era ritmo, sincopato, vorticoso, di melme. Dylan è il continuo sovrapporsi all’interno della stessa acqua di correnti diverse. In mezzo a tutto questo il silenzio di Rimbaud, che poi non ho più scordato. È diventato una domanda. Forse è così per tutti. Noi che veniamo dopo ne siamo corresponsabili. Siamo geneticamente implicati. Come dopo Auschwitz, ma non ho mai accettato l’idea che da quell’istante in poi non fosse più possibile fare poesia. Dopo ogni aberrazione storica al contrario è necessario ri-fare arte, ri-fondare la civiltà.<br />
In ognuno di noi si consumano quasi ogni istante possibili aberrazioni. C’è qualcosa che impedisce che la struttura crolli. Un’inquietante immersione per scandagliare gli averni che custodiamo. La poesia traccia il filo di una resistenza nell’averno interiore.<br />
<em>Ma io non la ascolto, mi incanta il movimento delle labbra, due lamine di carne che scivolano una sull’altra. Appoggio la schiena all’incavo del sofà lasciandomi andare ad un brivido di terrore. Non ho direzione, non ho speranze. Al quarto piano di questa caffetteria la città in basso sprofonda opaca, non bisogna perdere la speranza nella bellezza. Ma la speranza non basta.<br />
</em>Resistenza. L’immagine scaturisce immediata. E non tanto nel suo significato più accessibile, nella definizione di un ruolo sovra-sensibile dal momento che lo scrittore è colui che eredita una lingua e la preserva; si fa perno di una tradizione e la innesta attraverso le sue sperimentazioni e le sue gioie e i suoi soprassalti fallimentari nel futuro. O perché, banalmente, gli si chiede un impegno quando l’impegno è sempre vigile, nello stile, sennò non è impegno. È fuffa.<br />
Mi piace invero l’idea del filo elettrico – leggi resistenza – che per portare all’esterno luce e calore, deve farsi attraversare da questi. L’elettricità passa nel filo che resistendo si illumina, e scalda. Contatto.<br />
Per vincere l’esilio – le sue intimidazioni, non certo la sua bellezza elegante che al contrario mi disseta sempre; è piacevole non sentirsi contestualizzati – rifaccio la strada al contrario, scendo verso le origini, il mito flegreo mi deflagra in mente, io sono esattamente nei luoghi in cui avrei voluto e dovuto essere. Devo imparare a toccarli. È una stagione di letture marine – Derek Walcott, Wallace Stevens, LeRoi Jones, D’Annunzio…<br />
<em>Mi giro di nuovo verso la troupe, ritorno a fuoco, nell’inquadratura. Mi dicono di bere il caffé e io bevo il caffé. Poi mi dicono di sorridere e io sorrido. Poi mi dicono… smetto – è qualcosa che si è inceppato molto tempo fa e allora la rivolta più elementare coniugava il corpo con la mente, lo scatto delle braccia nell’acqua con l’elastica torsione dei significati su se stessi, parole da avvolgere, strizzare, (come quei vestiti lavati a mano ed asciugati avvitandoli su se stessi). Ricominciavo da quella cosa lì – tutto assai semplice pensavo. Prendere una parola e avvolgerla sull’asse del proprio significato – suono puro, evasione dalla realtà. Volevo stare dall’altra parte. Nei grandi monitor al plasma incastonati nel muro guardiamo la scena di un film – un film di Bellocchio, Buongiorno notte e la ragazza sul letto mentre esplode shine on dei Pink Floyd. Cromaticamente Derek Walcott a 24 anni, in una primavera di gelsi siciliani, sotto l’ombra conica dello Spasimo di Palermo. Nel caldo delle pagine tra le dita e Derek cantava con voce creola</em> “no, c’è strazio, ci sarà sempre, ma non fino a impazzire”<em>. Non so decidermi se vale la pena costruire o celebrare la deriva, innamorarsi dello sforzo o proseguire l’abbandono ipnotico ai frammenti. Che cosa è per te… voglio dire perché scrivi poesia? Anche poesia? Il regista è in ansia, l’operatore va in dolly e ci sorvola, ho imparato tutta la stagione all’inferno a 17 anni, nelle ore di lezione, per immediata collusione psichica al giovane francese, ma in realtà mi stordiva di più Mallarmé che non capivo. Poiché aveva ragione egli, il nostro esilio è infinito, e non si interrompe. Esilio da cosa mi chiedi. Esilio dall’esultanza, e anche dall’esilio. Dall’altro che mi incalza – hai attimi che si disfano, che si sbriciolano</em>.<br />
Sono alla terza versione di questo scritto. Una prima versione l’ho buttata, un’altra che mi sembrava davvero buona l’ho persa. Sono le 10:47 di mercoledì mattina, 9 aprile. Leggo un’intervista alla Szymborska che azzera tutto: le chiedono quale ruolo può avere la poesia in un contesto di rafforzamento delle mitografie novecentesche come Patria, Dio, Progresso etc. Risponde semplicemente: “molto piccolo, quasi nullo. Ma bisogna credere in ciò che si fa.”</p>
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		<title>Variazioni Meridiano &#8211; 7: Andrea Raos</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Apr 2008 05:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
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		<category><![CDATA[fiera del libro di torino]]></category>
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					<description><![CDATA[“L’entytà maffiosa”. Una storia da ridere. (KarmaRoma remix) (Questa storia da ridere si svolgeva tanti, tanti anni fa:) Alcuni Stati stranieri si rifiutavano persino di utilizzare il nome ufficiale, Ytalya, e insistevano a chiamarla “l’entytà maffiosa”, semplicemente, come a negarne l’esistenza. Insistevano bene su ogni sillaba nel pronunciare quel nome, fino a farlo soffiare come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/falcone2.jpg" title="falcone2.jpg"><img decoding="async" border="0" width="140" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/falcone2.jpg" alt="falcone2.jpg" height="190" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/arafat.jpg" title="arafat.jpg"><img decoding="async" border="0" width="140" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/arafat.jpg" alt="arafat.jpg" height="190" /></a><strong> “L’entytà maffiosa”. Una storia da ridere. (KarmaRoma remix)</strong></p>
<p>(Questa storia da ridere si svolgeva tanti, tanti anni fa:)</p>
<p>Alcuni Stati stranieri si rifiutavano persino di utilizzare il nome ufficiale, Ytalya, e insistevano a chiamarla “l’entytà maffiosa”, semplicemente, come a negarne l’esistenza. Insistevano bene su ogni sillaba nel pronunciare quel nome, fino a farlo soffiare come un serpente in trappola. Il fatto stesso che la “democrazia” detta “Ytalya” esistesse era per loro – quelle democrazie compiute, perfette in virtù del fatto stesso di essere coscienti della propria imperfezione – una “catastrofe”. Si fregiavano di buoni sentimenti nei confronti di un pugno di dannati, di straccioni, che alla nascita di quello Stato si erano visti espropriati delle loro terre e gettati a marcire in qualche <em>no man’s land</em> dalle condizioni di vita indicibili. Rifiutavano di ammettere che quei quattro pulciosi erano loro i primi a disprezzarli, a odiarli, a ignorarli (salvo farsene una bandiera, nel caso, trasformandoli nell’oggetto di una strumentalizzazione politica delle più abiette).</p>
<p>Ma d’altra parte:<span id="more-5549"></span></p>
<p>Era sotto gli occhi di tutti che la “maffia” era il vero motore del Paese-Ytalya, che lo governava e pensava per lui. Peraltro, in alcune regioni addirittura era stata democraticamente eletta; l’opposizione vi vivacchiava fra sogni di gloria e interminabili lotte intestine.</p>
<p>Strano Paese, sospiravano all’estero, negli ambienti meglio informati.</p>
<p>Strano Paese, analizzavano nelle cerchie intellettuali, in cui l’illegalità è il vero valore fondante dello Stato e dove, ciononostante, i rari oppositori non si impegnano in una semplice denuncia integrale, 24 ore su 24, dell’intollerabile scandalo che è, in fondo, la loro stessa esistenza, e insistono malgrado tutto a disperdersi in azioni palesemente inutili quali la scrittura di romanzi, di poesie (“sperimentali”, certo, fondate sul rovesciamento dei valori fondanti della società) e di altre finzioni non immediatamente finalizzate all’azione diretta.</p>
<p>Era quella la prova del loro FASCISMO profondo, sapevano i critici letterarî distaccati presso la stampa di tutti i regimi, il culturame parcheggiato in una qualche università, in prepensionamento mentale dall’età di trent’anni, i balbuzienti (“opposizione frontale!”) a spese del contribuente, quelli, insomma, per cui la vita degli uomini è solo un aspetto degli ETERNI DISCORSI sulla politica internazionale (il <em>must</em> di qualunque <em>dinner party</em> che si rispetti), e la politica a malapena un ramo minore dell’Albero delle lettere (nel corso dei <em>brunch</em> più esclusivi). Persone come voi e come me.</p>
<p>A volte, gli oppositori emigravano. Si allontanavano dall’Ytalya, si rifugiavano leggeri, felici, in Paesi vicini e ben più civili; c’erano molti <em>dinner parties</em>, anche lì. Quale non era il loro stupore, all’inizio, come descrivere in seguito la loro delusione, la loro amarezza, quando constatavano che il malcelato disprezzo che circondava il loro Paese era destinato anche a loro.</p>
<p>Erano diversi, ma come spiegarlo? In quante parole dire sé stessi, quando non si hanno a disposizione che trenta secondi tra un salatino e l’altro, o venti minuti appena di fronte al pubblico distratto di un giovedì sera di pioggia? Si vedevano quindi respinti loro malgrado nelle trincee di un’identità nazionale, un’etichetta quale che fosse. “Tutti maffiosi, vero? Tutti usciti dalla maledetta entytà! Tutti complici!”. Il volto oscuro di quello stesso spettro identitario che li inseguiva dalla nascita. E tutto ciò ti veniva detto con il sorriso complice di quello che ti fa l’onore di ammetterti alla tavola dei Giusti. Constatavano la povertà intellettuale, l’incapacità di autoanalisi, di coloro che avrebbero dovuto salvarli dalla rovina. Scoprivano che il problema concreto che avevano affrontato fino ad allora – l’abnorme e incessante presenza nelle loro vite dell’”entytà maffiosa” che li aveva visti nascere – era solo un velo gettato a nascondere, e con quale goffaggine!, una questione ben più seria, più radicale ancora: perché essere in <em>questo</em> mondo, e come? A quanta buona coscienza avrebbe dovuto rinunciare, a quale lucidità senza crepe (a che disperazione integrale e serena, dunque) sarebbe stato destinato colui che, proveniente da un qualunque Paese, avesse scelto di portare sempre su di sé lo scandalo della non-appartenenza?</p>
<p>(Perché tanto poi, sai, in Occidente nessuno ti ammetterà mai da nessuna parte; mai un Occidentale rinuncerà ad essere ciò che è, cioè a dire il centro del mondo, nevvero, con tutta l’arroganza intellettuale che sta alla base del diritto di bombardare, opprimere, affamare e <em>al tempo stesso</em> essere la coscienza critica di questi stessi atti; non sarai mai niente di più della foglia di fico, della prova supplementare del loro integralismo illuminato: il maffioso “buono” che capisce di cosa si parla quando in sua presenza si discute di lui, dei suoi amici, della sua infanzia, del suo (non-)futuro).</p>
<p>Ma non bastava mai: la non-appartenenza stessa era un inganno, una negazione istintiva e primaria dei processi storici e delle complessità del campo politico. Il vero dramma essendo, in fondo, che malgrado tutto bisognava vivere. Che – <em>the age demanded!</em> – bisognava essere Ytalyani, parte integrante di questa onnipresente “entytà”.</p>
<p>E lì, due strade si aprivano:</p>
<p>Alcuni restavano all’estero. Si integravano poco a poco, imparavano la nuova lingua, dimenticavano, meticciavano la propria, sviluppavano gli anticorpi al pensiero unico (alle certezze sia di destra che di sinistra, al razzismo dei buoni sentimenti) che solo i veri esiliati – e sono pochi – possono avere. Si condannavano a capirsi soltanto fra di loro, e nemmeno del tutto – perlomeno da vivi. Ne andavano fieri, e facevano bene. Scrivevano libri minoritarî, esploravano piste inattese, non scrivevano neanche una frase come si deve. Oppure si lanciavano nella più febbrile delle paratassi, nella crisi di rabbia, nel pamphlet. O non parlavano di “quello”, o parlavano soltanto di “quello”. In Ytalya, gli oppositori interni all’”entytà maffiosa” li rispettavano senza davvero leggerli (ma è già qualcosa, il rispetto, non è vero?, è già essere qualcosa, è un’”entytà”).</p>
<p>Altri tornavano nel loro Paese. Il doppio ricatto dell’identità nazionale e dell’appartenenza al “corpo” intellettuale aveva agito molto in profondità su di loro. L’affermazione e la negazione del “dover essere”, della sensazione di doversi fissare in un atteggiamento da avere nei confronti di una questione concreta, presente fino all’ossessione, coabitavano in loro in un’identità duale, una normalità schizofrenica, una fragilità di ogni giorno. Il che andava ad aggiungersi al rapporto normalmente conflittuale con il mondo che ogni scrittura implica, ogni scrittura essendo alla base un conflitto con sé stessa, con la sintassi in quanto potere: poter scrivere, poter dire. Essere in un’attitudine di contraddizione nei confronti della necessità di sempre contraddire la contraddizione: questo era, in sintesi, il loro compito quotidiano. Non dei più riposanti, ammetterete.</p>
<p>Alcuni di loro avevano successo. “Si vendono, le mie scribacchiature!”. La trappola mondana – la tenaglia del mondo – si richiudeva su di loro. I loro libri si somigliavano sempre di più, tutto vi diventava sottile all’infinito: un dettaglio qui, una virgola lì. La tentazione del Libro (il dramma borghese, l’allegoria dagli echi pesantemente metafisici, il poliziesco) diventava sempre più forte. Si dicevano: “Non saranno forse la normalità della creazione, il bacio glaciale della Norma, a custodire la possibilità, per un artista, di sfuggire al <em>compito in classe</em> del faccia a faccia con un’identità nazionale nata come cenere, come rovina, come crimine? Perché noi? Perché <em>io</em>?”. Ebbene, dato che la loro opera per questo motivo diventava sempre più, e frontalmente, monolitica e muta, è lì che nasceva e permane la necessità imperiosa per chiunque di ascoltarli. Perché il silenzio delle loro migliaia di pagine aveva il sentore, una volta e per sempre, della negazione assoluta. Era il gelo intersiderale di un’arte che, a forza di ripetere i proprî presupposti ideologici, finisce col non dirli più, col renderli inaudibili, sommersi – che paradosso! – dal piccolo rumore bianco (come una “piccola musica”) della saliva al momento della loro emissione sonora. In poltiglia i carcami dei lupi del Verbo scesi in mute dalle montagne, come anche le colate di lava dell’odio per l’altro che racchiudevano – anche loro, anche noi – in sé.</p>
<p>Ascoltarli leggere le loro pagine era ascoltare i rumori infinitesimali prodotti da un Muro che, man mano che il denaro e la cecità degli uomini lo innalzavano più alto e più forte, si incrinava come sabbia secca.</p>
<p>Il <em>loro</em> Muro di merda, non certo il nostro, che stamattina ancora, al contrario, ci incantava con le sue sonorità di albero cavo e le sue trasparenze di diamante.</p>
<p><small>[“Il meridiano locale, o impropriamente meridiano, è il cerchio massimo della volta celeste passante per i poli celesti e per i poli dell’orizzonte.” (Wikipedia)</small></p>
<p><small>E così il mio meridiano è stato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/02/12/lentyta-maffiosa-une-histoire-drole/">scrivere in francese</a>, e poi tradurre in italiano, questa storiella da ridere.]</small></p>
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		<title>Variazioni Meridiano &#8211; 6: Lidia Riviello</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/03/20/variazioni-meridiano-lidia-riviello/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Mar 2008 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Lidia Riviello]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Celan]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[”Fu uno shock in età celeste avanzata, e non sapendo come fermarci trovammo riparo anni dopo in un restauro di legno con nessuna vista sul cielo. Solo dal vetro e dalla resina ricavammo una consolazione, poi ci consumammo con il dettaglio di stare dietro alle montagne, avvento di una nuova strana confidenza, un sesto termine [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><small>”Fu uno shock<br />
in età celeste avanzata, e non sapendo come fermarci<br />
trovammo riparo anni dopo in un restauro<br />
di legno con nessuna vista sul cielo.<br />
Solo dal vetro e dalla resina ricavammo una consolazione,<br />
poi ci consumammo con il dettaglio di stare dietro alle<br />
montagne, avvento di una nuova strana confidenza,<br />
un sesto termine della conoscenza,<br />
vicina al declino del senso.<br />
Si manifestò al neon una verità strillo d’anatra…”<br />
Da “Neon 80”</small><br />
<span id="more-5532"></span></p>
<p>Quando Maximilien Robespierre, nel 1791 definisce la pena di morte come “meurtre jurdidique, crime solennel, lache assassinat, antique et barbare routine, le plus horrible raffinement de la cruauté’”… ha appena scoperto d’essere un poeta. Così il nostro incorruttibile si<em> spaventa di ridicolo</em>.</p>
<p>Maximilien sembra ossessionato da questo “nuovo” linguaggio, estraneo alla logorante prassi della politica &#8211; la poesia è un rumore più volgare e celeste di quello che fa la rivoluzione! &#8211; e non lo riconosce subito come “categorico e morale”.</p>
<p>Somiglia un po’ a quei balli che definisce immorali, ma lo tenta perché parla come il vero/dopo pure se non è vero/subito, comincia con un volo folle e poi cade come un metallo incandescente nella tasca della terra. Per questo, quando nessuno lo sente grida contro il corpo della rivoluzione, nella notte del terrore: Io scrivo e pratico un’arte nuova, trasgressiva come la politica delle idee!</p>
<p>Il giacobino questa notte salva non l’anima ma la pelle. La pelle vista da fuori è più tenera dell’anima, la parola <em>detta fuori</em> più resistente ai colpi della storia con le sue azioni cupe nel fondo e le distorsioni del pensiero, in fondo.</p>
<p>In realtà Maximilien sa che fa più paura la Poesia, del Terrore, perché questa, mentre si rivolge direttamente ad un dittatore, gli urla contro le bestemmie alte e irripetibili delle donne e dei bambini, e lo rovescia subito, non gli concede tempo.</p>
<p>Prima che si rimettano in gioco le gerarchie e le priorità del sistema politico dominante, la poesia capovolge, sostituisce, allestisce la sua sintassi dissacrante durante tutte le fasi di montaggio delle parti in causa.</p>
<p>Quando una società è debole, non sa in quale discarica culturale mettere a riposo i poeti, quando ci chiedono di diventare muti e sconfitti, oggetti lamentosi, sacrali e patetiche vittime della macchina di consumo e di rivendita dei linguaggi, la poesia diventa una sorprendente verifica degli usi e degli abusi di questo ingranaggio rivelando, nelle invenzioni del linguaggio e nel lavoro di riportare alla luce i reperti originali di una genesi dimenticata, l’allarmante illusione di durare dei sistemi di <em>mercato, dove i mercanti fanno il mercato e i mercati il mercante</em>.</p>
<p>Può attivarsi effettivamente, ai margini diroccati del nostro e del mio tempo, con vista a strapiombo sulla storia, un linguaggio memorabile e duraturo? Può questo linguaggio delle parole esposte, questo <em>trompe l’oeil</em> che stravolge l’ordine naturale delle forme che mentre si vive va a fuoco nell’inconscio, e mentre si scrive va a fuoco e basta, agire pienamente e consapevolmente pure dopo la perdita delle ragioni di un’idea che è nata con noi, senza franare sotto la rovina dei dogmi, e delle neodittature minori e pesticide? La poesia che scriviamo, io al plurale con la responsabilità altisonante e dissonante del noi, ed io al singolare con i conflitti di una soggettività poco illuminata e incerta, è scrittura di quello che resta dopo il riversamento dell’inconscio per le strade dove camminiamo, che calpestiamo.</p>
<p>È la fortezza nascosta che non diventa mai luogo sicuro dove convalidare le singole parole in sequenze uguali lasciandole ai loro significati preposti, ma luogo di quei segni, di quei gesti, di quegli oggetti che non si sono mai separati dall’esperienza già fatta ma che attualizzano di continuo le esperienze imminenti. La poesia è sempre adesso, mentre parliamo d’inconscio col vocabolario delle nevrosi tascabile in tasca.</p>
<p>Il linguaggio con cui mi ritrovo ogni istante a s/ragionare è questa resistenza fisica che dura, che mi chiama alla (ala) rivoluzione nelle zone inaspettate del mio linguaggio magmatico e ancestrale.</p>
<p>Mentre sopravvivo in discesa mi chiedo cosa me ne faccio dell’eco sostanziale e materica della pelle. Io perdo, dunque conosco. E scrivo solo (sola) durante questa conoscenza della perdita. Perdo un’idea, una ragione, una immaginazione, una forma, una evidenza.</p>
<p>La poesia, linguaggio del dopo, mi supera perché mi finisce ogni volta e mi sfinisce.</p>
<p>Alimento anticorpi contro la memoria senza nostalgia, perché la corrosione del paesaggio fisico riproduca l’eden appannato, e mentre si compie la scrittura del pianeta, la parola intera, restituita alla mia intenzione di unità, produce significati singoli per significanti corali.</p>
<p>La poesia, non più <em>nella</em> storia ma <em>della</em> storia, porta i segni diretti di un intervento sintattico nelle cose e nelle vicende che abitano la fiction dei miei versi.</p>
<p>Credo si debba tenere tutto a distanza e a portata di mano quando si scrive: le imprecisioni, i dettagli, i tic delle parole in fase di montaggio, e quando poi smonti il meccanismo del reale è l’antimorale che ne viene fuori che riassesta l’immagine sfocata.</p>
<p>La realtà non è, la realtà va cercata e conquistata dice Paul Celan.</p>
<p>E la parola si autoelimina se non si ritrova in questa realtà <em>in divenire.</em> Nella precarietà della storia si lamentano le ipotesi, e quando la flaccida molle prosa sguazza nel perentorio e ostinato lago dei codici di vecchie famiglie linguistiche defunte e di diktat incollati allo schermo piatto della nostra bella e inutile lingua, la poesia resta in ascolto e noi indietro. Un bacio non è un bacio ma è l’idea del bacio e anche il dopo bacio; un amore in più nel catalogo dei servizi.</p>
<p>La poesia è sempre postuma, non offre le soluzioni per la guerra in Iraq ma fa continuare il conflitto (carthago delenda est, cartagine brucia ancora!) mentre tentiamo di ricomporre i frammenti isolati della storia e ci mostra babilonia come non è più e come non ci sarà in nessuna <em>geografia nova</em>, eppure è salva perché la poesia l’ha sottratta alla completa macerazione, perché alla poesia interessa questa macerazione, perché la utilizza e non la rifiuta.</p>
<p>La parodia del reale serve per non cadere sotto le bombe dell’abuso sociale, per verificare l’uso inutile della bomba e l’uso utile della parodia, appunto.</p>
<p>Questi sono tempi come gli altri, non si fanno sconti, né dobbiamo innalzare e sublimare il dramma per scrivere meglio.</p>
<p>Il conte Mirabeau sosteneva che Robespierre non sarebbe andato lontano, perché credeva in tutto ciò che diceva, dunque io mi fermo qui.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Variazioni Meridiano &#8211; 5: Marco Giovenale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Mar 2008 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Giovenale]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Celan]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[variazioni meridiano]]></category>
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					<description><![CDATA[industria / distruzione distruzione delle vite e distruzione del tempo delle vite sono prassi e procedure che si sono moltiplicate e sono diventate industria, nel percorso del secolo passato. questo fatto carica di uno spessore di ombra aggiunta lo spazio dei segni, e dunque &#8212; in fondo &#8212; anche la scrittura di versi, che già [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>industria / distruzione</strong></p>
<p>distruzione delle vite e distruzione del tempo delle vite sono prassi e procedure che si sono moltiplicate e sono diventate <em>industria</em>, nel percorso del secolo passato.</p>
<p>questo fatto carica di uno spessore di ombra aggiunta lo spazio dei segni, e dunque &#8212; in fondo &#8212; anche la scrittura di versi, che già per statuto suo è o <em>può</em> essere luogo laterale e asimmetrico rispetto al sermo communis.</p>
<p>all&#8217;interno delle forme e dei lessici si può cioè sommare quella macchia di assenza, di violenza e distacco, che le innumerevoli vite ferite, offese o perse (e il loro tempo bruciato) testimoniano o puramente <em>sono</em>. (fuori da linguaggi).<span id="more-5406"></span></p>
<p>Paul Celan:</p>
<blockquote>
<p align="left"><em>Der Andere</em></p>
<p align="left">&nbsp;</p>
<p>Tiefere Wunden als mir<br />
schlug dir das Schweigen,<br />
größere Sterne<br />
spinnen dich ein in das Netz ihrer Blicke,<br />
weißere Asche<br />
liegt auf dem Wort, dem du glaubtest.</p>
<p align="left">&nbsp;</p>
<p align="left">&nbsp;</p>
<p align="left"><em>L&#8217;altro</em></p>
<p align="left">&nbsp;</p>
<p>Più profonde ferite che a me<br />
inflisse a te il tacere,<br />
più grandi stelle<br />
ti irretiscono nella loro insidia di sguardi,<br />
più bianca cenere<br />
giace sulla parola cui hai creduto.</p>
<p align="right">&nbsp;</p>
<p align="right"><font size="1">Testo del 10-12-1952. Traduzione italiana di Michele Ranchetti, in:<br />
P.Celan, <em>Conseguito silenzio</em> (Einaudi, Torino 1998, pp. 14-15)</font></p>
</blockquote>
<p>è il silenzio o la torsione in sé di chi non ha difesa né tempo né vita. un prisma e un <em>prima</em> asemantico. scompagina le parole note. dissipa e riedifica da zero il discorso <em>di chi resta</em> e parla, forma strutture.</p>
<p>e: fra sommersi e salvati, come fra silenzio e parola, c&#8217;è una estesissima fascia di crisi. di imminenza di naufragio.</p>
<p>forse in generale (<em>oramai</em>, direbbe Villa) è difficile avere altro sfondo che questo: la memoria o eco delle distruzioni recenti o in essere, l&#8217;<em>evidenza</em> di quelle attuali (il quotidiano sterminio per fame nei sud del pianeta), le limitazioni o negazioni della libertà di ciascuno, l&#8217;invadenza o meglio continua presenza-aggressione da parte della <em>produzione</em> e dei <em>prodotti</em>, lo sfruttamento, la volgarità che rimuove il peso della storia, delle storie, il lavoro che &#8212; precario nelle garanzie &#8212; dà però ampie certezze di morte o logoramento e servitù, l&#8217;annientamento del tempo individuale, e del piacere (una regola di funzionamento, nella vita nel tempo dell&#8217;industria, e dello Spettacolo. una regia. la <em>schermata </em>a cui il gioco non dà accesso).</p>
<p>personalmente, chi qui scrive non pensa di aver mai preso parola se non contro e però dentro quella distruzione. (sotto i colpi, cioè. per vicende precise, e non riferite se non distorte).</p>
<p>non essendo lack of experience, non è una postura (letteraria) né un topos, o <em>atteggiamento</em>. forse nemmeno eredità. sicuramente non una faccenda <em>d&#8217;arte</em>.</p>
<p>e tuttavia questo fatto, questo parlare sempre dentro=contro situazioni simili, conduce a ciò che è volentieri rubricato da molti come un limite e problema di reticenza.</p>
<p>l&#8217;autore di testi in cui il buio viene affrontato col buio è non di rado messo spalle al muro da un lettore che vorrebbe che la cortina venisse comunque attraversata, se non da fasci di luce da contraerea, almeno da striature di un nero <em>meno nero</em>. che fossero narrazione, didascalia, non cifra. (ossia non nuova cifra, aggiunta).</p>
<p>ma nel momento in cui qualcuno sta &#8212; e deve suo malgrado stare &#8212; al gioco che gli è capitato, al tempo e nastro che vive, non si dà margine. un fronte della vita si spende in resistenza e (contr)attacco, e un fronte &#8212; che è poi il medesimo &#8212; in <em>forma non scissa</em>.</p>
<p>vale a dire: l&#8217;identità o matassa di scelte di un autore <em>è già</em> forma, e parla &#8212; dall&#8217;interno di una definita esperienza delle cose. esperienza che <em>è</em> linguaggio; non se ne separa. così &#8212; in alcuni e per alcuni &#8212; il nero <em>è=forma</em> parole.</p>
<p>ecco che, se da un luogo simile si parla, lo si fa con le opacità niente affatto programmate e semmai franche e <em>veridiche</em> che ne vengono. (che vi erano implicite. inespresse). (che sono nuove, dove dette, impresse).</p>
<p>non sono sfocature applicate, il comando &#8220;blur/sharpen&#8221; è un clic astratto, un robot buono a malapena per ritoccare foto digitali. non funziona col linguaggio, se il linguaggio ha una <em>veridicità</em>. se cioè non è ‘affrontato&#8217; e ‘usato&#8217; come fosse uno strumento manovrato da attenzioni e intenzioni estrinseche.</p>
<p>il linguaggio in atto, nei versi, nelle prose, non è un <em>tool</em> a cui assegnare <em>caratteristiche</em>. difficile credere che esistano scrittori che effettivamente mettono &#8212; come il disegnatore dei <em>Giardini di Compton House</em> &#8212; le cose e il paesaggio da una parte, il riquadro-telemetro in mezzo, e al di qua il loro gesto, il segno. (non a caso l&#8217;artista di quel film devia dal suo compito e <em>non</em> è fedele, <em>leale</em>: anzi abbonda in ombre. i committenti del resto se ne vendicano).</p>
<p>il segno non nasce senza le cose, ma <em>con </em>queste: al loro interno: nella percezione &#8212; e intreccio &#8212; di una differenza da traccia a traccia continuamente spostata, diffratta, lungo assi imprevedibili, dove un <em>puro riprodurre</em> (ammesso che esista) non avrebbe parola. (né un deformare o annerire meccanico, inautentico).</p>
<p>la poesia di Paul Celan stabilisce &#8212; senza norma e però chiaramente &#8212; questa esperienza di linguaggio. misurandosi lui con un (o con <em>il</em>) picco negativo della vicenda storica del Novecento.</p>
<p>cosa c&#8217;è di paragonabile o accostabile alla Shoah? (la distruzione nucleare? ma attiene già a un&#8217;assenza totale e definitiva di umanità, e anzi a una negazione alla radice di <em>possibilità </em>di ogni esistenza sul pianeta, quale che sia, anche non umana).</p>
<p>in ogni caso: non ci si &#8220;misura&#8221; con tutto questo. si viene semmai misurati, inchiodati. così, per chi ha avuto origine da una negazione radicale di luce, il metro della prassi, nelle forme <em>anche</em> letterarie, è sempre in larga parte <em>la qualità del buio</em>, lo stile e materia di questo.</p>
<p>ciò porta da sùbito e ogni volta a decisioni e predilezioni parziali &#8212; ma non per questo immotivate o ingiuste. semplicemente a<em>ltre</em> rispetto a una qualche (degna e accolta, e diversamente veridica) <em>poetica della trasparenza</em> del segno.</p>
<p>mettere l&#8217;accento su opacità e buio e peso dei segni è uno dei modi e nodi possibili e praticabili della scrittura, non il solo. né è nuovo.</p>
<p>né il fatto che non sia nuovo lo garantisce in nulla. semmai lo fa ogni volta daccapo vulnerabile. (come ciò che lo origina).</p>
<p align="left">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Variazioni Meridiano &#8211; 4: Stefano Guglielmin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Mar 2008 05:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Celan]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Guglielmin]]></category>
		<category><![CDATA[variazioni meridiano]]></category>
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					<description><![CDATA[omaggio al meridiano Respiro, il che significa direzione e destino. Mi si chiede perché scrivo, ed io rispondo, con Celan: perché respiro. Dico: respiro, e scrivo. Scrivo del verso che si contrae e si dilata, del verso-mantice che dà fiato al mio &#8220;20 gennaio&#8221;. Così facendo, il verso lo traduce in canto, muta quel tragico [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>omaggio al <em>meridiano</em></strong></p>
<p><em>Respiro, il che significa direzione e destino</em>. Mi si chiede perché scrivo, ed io rispondo, con Celan: perché respiro. Dico: respiro, e scrivo. Scrivo del verso che si contrae e si dilata, del verso-mantice che dà fiato al mio &#8220;20 gennaio&#8221;. Così facendo, il verso lo traduce in canto, muta quel tragico giorno in <em>direzione e destino</em>. E tuttavia nel canto, nel mio canto, direzione <em>è</em> destino. Per me scrivere è andare incontro, andare verso, tornare. <em>Verso</em>, ossia volgere, girarsi, così che andare lungo la direzione sia, anche, tornare nei pressi di dov&#8217;ero già stato. E, da qui, parlare. Fato ha la medesima etimologia; <em>phatos</em>: detto, sentenza, oracolo. E sorte: annodare, legare insieme. Dico: respiro, e annodo la lingua al presente, indicando una direzione, facendo il verso alla direzione. Guardo indietro, come l&#8217;angelo di Klee. Riconosco nelle macerie il mio destino. Inorridisco, in loro vedo intero il mio 20 gennaio, la mia &#8220;soluzione finale&#8221;. Eppure destino è bifronte. Il futuro è già qui, aperto. Direzione è destino nell&#8217;aperto della lingua.<br />
<span id="more-5440"></span></p>
<p><em>Qui, dove tutto volge alla fine</em>. L&#8217;aperto è tutto ciò che volge alla fine. Volge, in verità, custodisce il segreto di direzione e destino, del loro essere siamesi, come ringraziare e pensare, <em>danken</em> e <em>denken</em>. La lingua si volge indietro, si fa verso e, così facendo, versa la fine nel corpo del testo, la tiene nell&#8217;aperto. Tiene nell&#8217;aperto quel tutto che volge alla fine. Null&#8217;altro. Perché scrivo? Per tenere vivo <em>altro</em>, ciò che, non essendo qui, volge all&#8217;inizio. Ed è minuscolo, come il corpo del testo, come il respiro del corpo quando scrive. <em>Null&#8217;altro</em> soffia in <em>tutto ciò che volge alla fine</em>, lo lascia essere. <em>Null&#8217;altro</em> non è meridiano, non consiste, dalla mia soglia, in &#8220;tutto ciò che unisce&#8221;, bensì è ciò che lascia nella disseminazione, null&#8217;altro che questo dissiparsi delle esistenze nell&#8217;aperto del mondo. La poesia che scrivo dissipa l&#8217;aperto nello spazio del testo, lasciandogli tuttavia il tempo dell&#8217;incontro. Giusto il tempo di un respiro.</p>
<p><em>La pausa del respiro – questo sperare e pensare –</em>. Tra l&#8217;inspirazione e l&#8217;espirazione, l&#8217;istante diventa attimo, un passaggio dove quel tutto che volge alla fine mostra il null&#8217;altro da cui viene. Null&#8217;altro spera, null&#8217;altro pensa, mentre tutto volge alla fine. La poesia asseconda questo destino caduco, nella pienezza della luce del pensiero e della grazia. Essa lascia al respiro il canto del proprio 20 gennaio, dandogli in dono speranza e pensiero. Dico: respiro, e già ringrazio il creato di stare tutto nella sua fine. Scrivo per raccontare questo dono, che mi fa essere qui, null&#8217;altro che qui, a cantare le macerie della storia e i passi che verranno, nell&#8217;aperto del pensiero della speranza. Scrivo questo dono, che è racconto degli olocausti ed è parola del signore. Minuscolo perché, al mio signore, l&#8217;increato non appartiene. Signore è questa creatura, sono io-tu, in equilibro su null&#8217;altro.</p>
<p><em>Arte crea lontananza dall&#8217;io</em>. Arte opera per la lontananza dell&#8217;io. Che fa olocausti, come ci racconta Zygmunt Bauman. Io erge steccati, impone scadenze, erige città. Io redige liste di proscrizione, compila elenchi per gli obitori. L&#8217;arte invece crea salvezza, allontanando l&#8217;io; ecco la lista di Schindler, il quale dice, disperato: potevo salvare altri ebrei vendendo la mia auto, perché non l&#8217;ho fatto? Schindler, perdendo se stesso, trova l&#8217;umanità. Allo stesso modo, poesia, la mia poesia, non è tutta mia. Non la controllo pienamente, non ne dispongo come fosse uno strumento. Piuttosto, la verso sul foglio e le vado incontro, ne cerco l&#8217;orma per acquietarmi in essa ed ascoltare la pausa del respiro: speranza e pensiero. Io sceglie l&#8217;ascolto, vuole ciò che deve, in nome di altro: &#8220;Parlare <em>per conto di un Altro</em> – chissà, magari di <em>tutt&#8217;Altro</em>&#8220;, scrive Celan. Vivere poeticamente è assunzione di questa responsabilità: io nella quiete canta la morte di Dio, canta speranza e pensiero, e si libera per la propria fine, scegliendo <em>altro</em>. Scrivo per prepararmi a scegliere, in piena libertà di pensiero, ciò che apre direzione e destino. Se nella <em>mia</em> poesia direzione <em>è</em> destino, la prassi vuole invece solco e memoria, passo e meta. Entrambi separatamente perché poeta è uomo che cammina fra gli uomini. Non dice io, ma noi. E ama la festa. Eppure poeta, in generale, è modello astratto, prigione. Poeta, in verità, si dissemina in <em>questo</em> e <em>quello</em>. E festa talvolta sta chiusa nella teca per troppa luce oppure rinuncia al canto perché il poeta, <em>questo</em> poeta, abita da sempre la mezzanotte dell&#8217;olocausto. Non c&#8217;è luna lì e il mondo dimentica. In questo autunno, Celan scelse l&#8217;aprile della Senna. Il suo viaggio crudele non andrà a capo: giù, nell&#8217;ebbrezza del gorgo, per oltrepassare la notte. Arte crea lontananza dall&#8217;io. Vita offesa, annienta.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Variazioni Meridiano &#8211; 3: Giulio Marzaioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Feb 2008 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Marzaioli]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Celan]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[variazioni meridiano]]></category>
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					<description><![CDATA[In assenza di. Se ciò che è riflesso somiglia occorre che il vetro sia rotto perché con le schegge si tagli. La pelle (l&#8217;immagine sotto). Riportare notizie in merito ad un percorso proprio implica la necessità di un’osservazione attenta ed attendibile. Poiché, tuttavia, un percorso in fieri è per definizione in continuo movimento, una fotografia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In assenza di.</strong></p>
<p align="right"><small><em>Se ciò che è riflesso somiglia</em></small></p>
<p align="right"><small><em>occorre che il vetro sia rotto</em></small></p>
<p align="right"><small><em>perché con le schegge si tagli.</em></small></p>
<p align="right"><small><em>La pelle (l&#8217;immagine sotto).</em></small></p>
<p>Riportare notizie in merito ad un percorso <em>proprio</em> implica la necessità di un’osservazione attenta ed attendibile. Poiché, tuttavia, un percorso <em>in fieri</em> è per definizione in continuo movimento, una fotografia dello stesso non potrebbe che risultare mossa. Inoltre, riferire di un’esperienza necessaria continuamente rinnovata (quale la scrittura per chi, qui, ne scrive) sarebbe come segnare i punti cardinali del proprio mangiare o dormire etc.. Infine, il miglior modo che un autore può scegliere per veicolare il proprio percorso è, per l’appunto, la propria opera e più rivolto a questa sarà lo sguardo più la focale risulterà esatta. Una prima forma di assenza è quindi mancare rispetto al compito assegnato. Ecco che di fronte all’invito a tracciare una traiettoria relativamente al proprio “fare versi”, chi scrive in questa sede tenta impropriamente di seguire la traiettoria che un <em>verso</em>, il verso di qualunque autore di poesia, fa o può fare.<span id="more-5400"></span><br />
Qualsiasi percorso presuppone un altrove da raggiungere, uno spazio pensato ma non presente di cui, al limite, si possono indicare le coordinate. Tale “altro dove” viene quindi ad essere una ulteriore forma di assenza tale da causare movimento. Lo stesso valga per il percorso che conduce <em>verso</em> l’altro, tracciabile fino a che questi manca alla ricerca, posto che nel momento in cui l’altro è raggiunto dal proprio sguardo non può dirsi niente che non rischi di essere pronunciato, indebitamente, per voce altrui.<br />
Nel segno di questa duplice forma di assenza, come categorie della poesia si definiscono uno spazio e un tempo che mancano alla propria determinazione, ovvero che, in qualche modo, bisogna conquistare.<br />
Soccorre, in questa ricerca, una definizione che M. Foucault ha dato del non-luogo. L’eterotopia, così la definisce Foucault, è per l’appunto un contro-luogo in cui si realizza il luogo ideale (a differenza dell’utopia) e dove le regole di determinazione dello spazio allo stesso tempo vengono rappresentate e sovvertite (esempi di etrotopie possono essere considerati ospedali e cimiteri o, nel passato, il viaggio di nozze in cui la sposa perdeva la propria verginità, fuori dal cerchio dell’imbarazzo proprio perché in un non-luogo, rappresentato dalla dimensione del viaggio).<br />
Venendo alla scrittura in versi, può essere considerata la pagina una forma di eterotopia, laddove con la violazione del bianco si delinea e perimetra uno spazio (coperto da inchiostro) che prima non esisteva e dove, tuttavia, non si può trovare ferma collocazione nel momento in cui le parole chiamano ad andare altrove (così il noto aforisma di K. Kraus: “<em>quanto più vicino si guarda una parola, tanto più lontano essa rimanda lo sguardo</em>”).<br />
Questo spostamento, <em>rectius</em> scarto, dalla consueta forma di ascolto (inteso anche come “lettura”) viene ulteriormente favorito dall’ostacolo – sintattico, semantico, metrico – provocato dalla di-versificazione del linguaggio. Di conseguenza, per entrare nel solco del testo poetico occorre disporre l’attenzione su un terreno non conosciuto e su tale terreno cercare una mappatura.<br />
Paradossalmente, detto “esercizio” di avvicinamento da parte del lettore &#8211; o ascoltatore &#8211; sarebbe quanto mai opportuno proprio nell’ambito delle dinamiche della società attuale che, per contro, sembra offrire possibilità sempre più limitate alla divulgazione della poesia. La riduzione e frammentazione del tempo, l’abitudine ad essere attraversati da messaggi brevi ed allo stesso tempo la necessità di pause di sospensione del senso (tempo?) quotidiano sembrerebbero offrire alla scrittura in versi, in particolare al testo breve, la più vasta diffusione (in linea con quanto, relativamente al racconto, si legge nella lezione sulla Rapidità di I. Calvino). Motivi vari, che meriterebbero altra e più ampia trattazione, impediscono che tale considerazione trovi riscontro. Qui preme tuttavia tornare agli elementi che caratterizzano il rapporto tra <em>verso</em> e ascolto.<br />
Si deve, infatti, rilevare come, nel muovere ad uno spazio e ad un tempo in divenire, fondamentale importanza assume il ritmo. Se si vuole, infatti, superare il retaggio della vita quotidiana che ci fa tracciare come lineare la proiezione del tempo nello spazio (così H. Bergson), bisogna percepire e ricondursi ad un ritmo che, scrive Brunella Antomarini in un suo saggio, assume <em>valore sapienziale</em> proprio perché tenta di ri-formulare un ritmo a-dialogico e quindi, in qualche modo, “naturale”.<br />
Delineati così i <em>meridiani</em> entro cui si orienta il verso poetico, per chi scrive e per chi legge, viene da chiedersi se tale orientamento possa o debba portare a una direzione. In altre parole se e quale funzione &#8211; oggi &#8211; può assumere la poesia.<br />
Fermo restando quanto sopra scritto in merito alle potenzialità di sospensione e “respiro” che la dimensione della poesia può concedere all’abitante del nostro tempo, non credo che possa davvero riconoscersi al linguaggio poetico una funzione “civile”, se con tale termine si intende un effettiva possibilità di incidenza o quantomeno di denuncia rispetto alla pieghe del tessuto sociale, e ciò per due motivi.<br />
In primo luogo, ed è questo un dato incontrovertibile, la poesia si rivolge a pochi (anzi, rispetto ad altre epoche, pochissimi) che spesso sono lettori già avvertiti perché essi stessi autori di poesia.<br />
In secondo luogo la poesia, per sua stessa natura, implica uno sguardo trasfigurato dal vincolo della forma che, proprio per questo, rende implicito un allontanamento dal fatto quale esso è.<br />
Tornando alle categorie di spazio e tempo, come sopra definite, credo che l’incidenza della poesia sia oggi da individuare, piuttosto, nelle modalità e qualità della percezione.<br />
Per intendersi, la “dimensione” di una qualunque realtà viene veicolata in miglior modo da mezzi che ne riportano fedelmente connotati (quindi video e fotografia), per di più in tempo reale rispetto a mutamenti significativi della stessa (telegiornali, internet etc.).<br />
Detti mezzi, tuttavia, difficilmente attuano una qualche forma di dialogo con le categorie della percezione. Non vengono, insomma, alterati o toccati in alcun modo i parametri del <em>nostro</em> tempo e del <em>nostro</em> spazio, cosicché l’informazione entra nel corso della quotidianità senza che questa subisca alcuna modifica. E’ così che si genera il germe dell’indifferenza.<br />
Per contro, lo <em>scarto</em> che produce il verso poetico (così come qualsiasi altra forma espressiva che non ricalchi la nostra abitudine alla percezione) fa sì che chi scrive e chi legge possano incontrare il dato, la cosa o l’idea in uno spazio e in un tempo diversi dal quotidiano e, quindi, liberata dalla consuetudine e dal logorio, la percezione non solo ha modo di attivarsi, ma anche di cogliere in modo ulteriore il proprio oggetto.<br />
Ecco, dunque, che la poesia è tutta civile, nel momento in cui muove e si muove verso l’altro scommettendo nell’invito a collocare/collocarsi altrove rispetto al punto di partenza. La scommessa si gioca, in tal senso, proprio sulla ricerca dell’altro, assenza cercata, ombra chiamata a sé e sedotta perché avvenga lo scambio con il corpo e nella personificazione dell’attesa si compia un atto, che anche nella scrittura è sempre atto di “amore” (scrive Mario Perniola, a proposito di Klossowski, che “<em>l’essenza dell’erotismo è perciò l’ospitalità, un vestire l’estraneo come se fosse proprio e il proprio come se fosse estraneo</em>”).<br />
Da questa commistione di sguardi può approfondirsi ed ampliarsi la capacità di “lettura”, tale da generare occhi che osservano in profondità anziché specchi oculari in cui la realtà si riflette così come ci viene presentata. A tanto, o poco, credo che possa servire un <em>verso</em>, tanto più “presente” quanto più libero da altre parole attorno.</p>
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		<title>Variazioni Meridiano &#8211; 2: Roberto Gigliucci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Feb 2008 05:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Celan]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Gigliucci]]></category>
		<category><![CDATA[variazioni meridiano]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel caldo borro dell’adolescenza tutta sofferenze e delizie nuove, in un nucleo di formazione che epitomava ogni esistenza a venire, nella rovente ferita di me ragazzino aperto in feritoie e sbreghi, corporalmente deprivato di carni e muscolatura e con giunture sloganti e con nervi friabili, in quegli anni che inglobavano infanzia e prosciugavano il futuro, in quella fetenzìa di età in cui il sudore è splendido e il catarro luminescente, opalescente, non nutrivo dubbi sulla poesia e sulla mia consustanzialità ad essa, anzi credevo più cattolico nella transustanziazione della poesia in me. Certamente penso pure adesso che un fanciullo che s’attrezza spiritualmente riassume in sé ogni esperienza possibile, ogni poesia possibile, ogni mito possibile, stato e futuro, in un ragazzino che cresce storto nella vita artistica viene conflata ogni esperienza estetica, un aleph, insomma. Tuttavia adesso non ho più fiducia nella poesia. O meglio, ne ho una fiducia pietrificata, ecco.<br />
<span id="more-5358"></span><br />
La casa in via di Villa Ruffo è stata uno dei luoghi di aggregazione dello specifico estetico, una cristallizzazione, una dolcificazione stremata del poetico, fruta cristalizada del colore del portogallo più melanconico. Dei vecchi versi scritti allora forse spiegano, se pure non sono poi così belli:</p>
<p>Tremai sull’ascensore di ferro, con mia madre, e quando giunsi<br />
Al quarto piano ci attendeva mia zia: la porta aperta<br />
Non mi nascose il pavimento luminoso e una finestra<br />
Dove i platani sbiadivano; entrando<br />
La cucina offrì odori prepotenti, i fiori marciti<br />
Furono gettati, il fradicio si levò come l’anima resa<br />
Da un morto, e le due donne immersero nell’acqua l’insalata.<br />
Un mazzo di carte in salotto e le spighe secche dipinte<br />
Di turchino; il quadro riempiva la parete, soggiogando<br />
Chiunque entrasse: un melone, due melagrane metafisiche,<br />
L’uva, le pesche, all’ingresso di una grotta presso il mare<br />
Si scorgeva, nel pallore dello sfondo, un faro, forse –<br />
Consolazione della lontananza.</p>
<p>Per avere un’idea della sostanza così funebre della giovinezza forse avrei potuto citare altre poesie di allora, tutte rifiutate, adesso che non ho più il coraggio di farcire di morte ogni minuto della mia vita che si accorcia. Ma vorrei precisare che queste mediazioni autobiografiche vogliono valere soltanto per la loro assoluta emblematicità, anzi araldicità, appunto nella linea ermeneutica dell’adolescenza come epitome di tutto lo spirito, nel senso idealistico più demodé.</p>
<p>Insomma: credere nella poesia significa (significava) credere nella sua funzione di costante rinnovatrice del linguaggio, credere che ogni qualvolta un poeta parla – scrive –, il linguaggio si rigenera, ringiovanisce, anzi torna alla primitiva saturazione di significato, rinunciando alla sua specializzazione, cioè, o ancor più alla sua natura funzionale e logorata. Ora che ho 45 anni ho un sospetto terribile. Temo che invece la poesia svolga un ruolo tutt’affatto contrario, un ruolo distruttivo e invido. Forse la poesia non restaura il linguaggio. Forse la poesia odia il linguaggio, lo disprezza, ne ha disgusto, come la cellula che tende all’autodistruzione secondo l’ultimo Freud. Insomma, poesia come mortido. La poesia forse guarda il linguaggio come una gabbia ripugnante, e in questo modo sente ripugnante tutta la vita in blocco. La poesia magari lo vuole annullare, il linguaggio, ma non per restaurare avanguardisticamente un vitalismo assoluto. L’avanguardia è una cazzata, o meglio lo è la fede in essa. Non voglio parlare di questo. Voglio dire che forse la mia inquietudine attuale in merito alla funzione della poesia risiede nel dubbio che la poesia voglia essere proprio un buco nero che aspira a fare del linguaggio una antimateria, o meglio un nulla, un qualcosa di non predicabile. Sarebbe d’altra parte semplice risolvere così: la poesia oggi per me vuole essere musica, alogica e prelogica. Ma non risolvo niente così, mi pare di ritornare a irrazionalismi ben noti e non risolutivi. Mi spiace risultare così snob, ma sento che non è questa la strada.</p>
<p>E allora? Qual è il mio nord, il mio meridiano, il mio asse, il mio sole di oggi, in cui son tutto meno che Clizia? Ah, certo non ho una risposta. Neppure potrei parlare di sliricamento in senso manzoniano, perché mi verrebbe da ridere. E neanche in senso leopardiano, che mi verrebbe da piangere. Nella mia condizione di contemporaneo (nel preciso senso indicato da Agamben nel suo ultimo libro-lezione su <em>Cos’è il contemporaneo</em>) sento che la mia solitudine assoluta non è più satura come quella, altrettanto e più assoluta, in cui risiedevo da ragazzino, quando totalizzavo in me il totalizzabile. Adesso sono difronte alla faccia grande e perenne della poesia come davanti a una faccia di pietra i cui occhi sono senza segno di pupille. E mi pare che questa faccia sia più nauseata di me.</p>
<p>Di cosa ha nausea la poesia? Certo, credo, della sua funzione rigenerante del linguaggio, di cui parlavo prima. Ha nausea della sua superiorità su ogni altra cosa umana, che gli verrebbe garantita dal suo ufficio presunto di sede dell’essere e di ringiovanente della parola. Una faccia così corrosa e senza sguardo come può essere un emblema della chirurgia plastica della parola? Mi viene da ridere, se penso a quella facciona che ci guarda e ci dice: voi valete.</p>
<p>Insomma, non è che non creda più nella poesia – continuo a scriverne – anzi, mi rendo conto che ogni credere o non credere risulta alla fine una bolla vuota. Diciamo che il sospetto che la poesia voglia distruggere il linguaggio e quindi alla fine voglia tacere, anche se non tace mai, mi ha un po’ frastornato in questi ultimi tempi e mi ha fatto capire che sto invecchiando e che l’amata gioventù vien meno… Amata, poi! La mia gioventù è stata pesantissima, ma questo poco importa. Quindi. Se adesso mi chiedessero: cos’è per lei la poesia? Risponderei, da serio quarantacinquenne per niente splendido, anzi molto corroso e sciancato, che la poesia è un enigma pieno di rischio. Allora ribatterebbero: un rischio che vale la pena correre? E io dovrei rispondere elegantemente, ma non so più se sono elegante, anzi forse no, forse ormai sono decisamente inelegante e scorbutico, specialmente con chi mi fa domande, e allora risponderei: francamente, forse, in ultima analisi… no, si tratta di un rischio che non vale la pena correre. E aggiungerei: quindi, se non ne vale la pena, allora meglio correrlo e gettarsi nudi in un lago ghiacciato attraverso il buco fatto dal piccone proprio al centro della sua rigida crosta.</p>
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		<title>Variazioni Meridiano &#8211; 1: Marina Pizzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Feb 2008 05:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Pingitore]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Pizzi]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Celan]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[variazioni meridiano]]></category>
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					<description><![CDATA[Un progetto di Luigi Pingitore Sono passati 38 anni da Il Meridiano di Paul Celan. Quel discorso, pronunciato in occasione dell’assegnazione del premio &#8220;Büchner&#8221;, fu tra le tante cose una riflessione lucida, tutt’altro che dogmatica, e piena di strazi, sul significato che Celan attribuiva al proprio fare poesia; in un’epoca in cui la poesia aveva [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un progetto di <strong>Luigi Pingitore</strong></p>
<p><em>Sono passati 38 anni da</em> Il Meridiano <em>di Paul Celan.<br />
Quel discorso, pronunciato in occasione dell’assegnazione del premio &#8220;Büchner&#8221;, fu tra le tante cose una riflessione lucida, tutt’altro che dogmatica, e piena di strazi, sul significato che Celan attribuiva al proprio fare poesia; in un’epoca in cui la poesia aveva ampiamente dismesso la propria identità millenaria.</em></p>
<p><em>Otto poeti italiani. Oggi. Che abbiano già esordito (quindi con almeno una pubblicazione alle spalle che li abbia consegnati all’esterno).<br />
Tracciano il proprio meridiano, seguendo le coordinate intime delle proprie necessità, dei propri slanci e delle proprie abiure.<br />
La scelta di questi poeti è puramente arbitraria. Ne mancano altri. Potevano essere altri. Ma è una scelta. Non ci sono note bibliografiche. Di ciascuno di loro è possibile rintracciare in rete molteplici informazioni. Qui basti il testo.</em></p>
<p><em>N.B. Questo esercizio nasce dopo che Nazione Indiana ha già proposto un’operazione analoga – <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/01/11/usus-scribendi-io-non-sono-uno-scrittore/">usus scribendi</a> &#8211; dedicata a 4 narratori. Era stato pensato alcuni mesi fa ma tant’è, forse era necessario che si completasse la mappatura di un certo territorio della letteratura italiana.</em></p>
<p><em>Luigi Pingitore</em></p>
<p><span id="more-5330"></span></p>
<p><strong>Marina Pizzi</strong>, <em>La strage della parola: l’imbuto in gergo</em>.</p>
<p>La mia grande aspirazione fu ed è non essere nata. La nascita dà la morte e nessuno e nulla può negarlo. Certo in mezzo l’ovvietà degli ottimisti mette il vivere: per me è solo un attendere l’esito finale che colloco nella cenere senza speranza alcuna.</p>
<p>Il silenzio, quindi, occupa uno spazio dèmone e cristallino che nessuna parola è atta a partecipare. La poesia, dopo i campi di sterminio nazisti e di altri fradicidi, funge da Cenerentola senza l’attesa dell’epifania della zucca. E’ sterminio di sé essa stessa. Eppure è propriamente consona a dare una sopravvivenza di limbo, una botola di mantice respiro. Si sa, la vita uccide e si uccide per poter sopravvivere, nonostante. I poeti sono spesso gli ultimi della classe ché profeti del nulla e sedotti-seduttivi, antesignani di una bandiera fantasma sull’orlo della foce o del lusso del delta. Al punto di oggi gimcane e labirinti sono ridotti all’osso già prima di iniziare il tragicomico gioco dell’umano. Eppure una spinta ci sorpassa e ci dà pietà nel dirci: corri, partecipa, datti nel crocicchio di ogni attimo! Nessuna salvezza, beninteso, ma un lemure occaso di carezza.</p>
<p>Spesso si fa una cosa per sopportarne un’altra ben più insopportabile. Così mi appare l’antro misterico della parola elevata al grado di potenza del poeta. E’ un atto doloroso e necessario insito nel fulmineo e lento comprendere che si è presi, si è prigionieri, si è condannati: può allora, alle volte, avvenire un minimo di remissione della pena tramite la recitazione sul palcoscenico teatrale da parte di una voce altra che scaturisce, comunque altra anche se dello stesso poeta leggente. Ma il vuoto non si dà colmo alle spallate foniche, la burrasca della sopravvivenza specchia un altrove davvero scontento da qui a lì a là per farne un laggiù con l’eco del verso ben forgiato. Amanuense artigiano il poeta che dal perdere rigeneri continua la risacca, l’evaporazione del lutto dall’elaborazione dello stesso. Dedica perpetua sempre variabile e variante questa condanna a dimostrazione di un’intera vita, senza tregua, senza requie in ogni momento del giorno e della notte. Splendida condanna del medesimo ripetente, dell’alunno che umile, appena coricato, debba rialzalsi dal letto per trascrivere un verso improvviso così da non mandarlo perso fidandosi della memoria. Santità del non tradimento, diavoleria della fedeltà senza costrutto o, addirittura, al ludibrio di altri più consoni viventi. E, poi, l’anemia o il troppo sangue del sentirsi senza pelle, rotta la difesa e con la ferita aperta. La bella e buona lente non scoprirà nulla, solo parolette di pane confidenti l’intuizione, l’epifanico corsaro del trovarobe. A questo lucro di resine il sì dell’ultimo lichene in crepa di non poter il giardino delle meraviglie, ma solo la forza di vergare davanti e dietro la lavagna nera figlia-frutto di vulcano</p>
<p>La lettura di una poesia è sempre una lettura di vita: quale un androne abitato dai primi abitanti andati. Le ombre si disfano in un sillabario di bravure avulse, comunque, al vacuo encomio. E&#8217; come una fretta in grado di risolversi felicemente: il fiatone e il cuore in gola prendono il dono dell’arrivo del boomerang che ritorna. Le competenze si acquisiscono con l’umiltà della pala, dello scavo fraterno: il piano è inclinato ed incline al massimo voltaggio. Ogni lettore è linfa alla vitalità della parola, e la lettura rimane gioiello nel petto, petto di gioiello. Avvincente quale il migliore dei gialli, la poesia fa da sposa dell’ultimo della classe mite e senza voto, presenza-assenza di un collezionista di classe non mai necrofilo. A pelo d’acqua o negli abissi marini la rissa amorosa con la mitezza esplosiva alle volte di una e solo una paroletta: da qui a lì da là a qua e qui dove sono io e noi siamo. Argonauta del segno al senso o controsenso o nonsenso o comunque la qualità di un ago che trapassi senza mai pungere per cavarne sangue da offendere. Il lettore di poesia quale grande campione di sé senza trofeo.</p>
<p>La traduzione è la Fenice del mondo alla rovina che rovina nascendo il mondo. Con questo intendo la incomunicabilità congenita delle/nelle cose del mondo. Un proverbio italiano o solo romanesco, non so, recita “meglio essere cornuti che male interpretati”: con ciò per significare la lontananza da se medesima dell’intera umanità e del familiare. Ma la traduzione diretta ed indiretta è indispensabile. Nascemmo da un attrito, moriremo esuli in patria o in lontananza. Questa la lacerazione di ogni essere, in più il poeta aggiunge di suo l’estrema scaturigine del comunque perso. Ogni misura d’arte è in grado di tradurre il mondo, ma la morte che ci arrechiamo l’uno l’altro è, ancora, la più forte. Quale balsamo imiterà il Divino? L’arsione del fuoco? Solo il divario dalla vera bontà reca danno all’iride dell’occhio, di qualsiasi occhio. Ben venga comunque e sempre il MITO della traduzione, della traduzione artistica, del doppio dopo il poeta. Lo specchio recerà più oltre l’ombra e la brace continuerà la furia buona della penombra oltre. Quale cornucopia dal limite all’infinito la lingua, qualsiasi lingua verso le lingue. La traduzione è, comunque, un atto di pietà, di magnifica pietà verso l’umano. Mano d’altro per l’altro.</p>
<p>Come Novalis credo che il pensatore non vada disgiunto dal poeta. L’intuizione nei miei versi soppianta la vetero ispirazione alla quale non ho mai creduto né avvertita. I versi possono attingere e giungere dovunque e in qualunque momento. Ammiro molto l’unione dei saperi scientifico-letterari. L’esperienza dell’umano non andrebbe mai divisa in compartimenti stagni di allontanamenti l’uno dall’altro. Anche la notiziola di un pezzullo di giornale può far nascere buoni versi. I versi sono pensiero, certo nei modi rivoluzionari della poesia, nell’infinito dire e ridire in modo diverso il mondo e la propria singola e unica vita di persona. Si deve scrivere, di converso, solo dell’esperienza vitale e vitalistica insita ed attigua alla vita di ciascuno, ma l’atto di rigore deve essere inappellabile, il sottrarre più forte dell’aggiungere, la sapienza nuda e cruda quale un atto di amore. E, poi, l’umiltà costante della lettura deve accompagnare la composizione, il vergar creativo e agonale fra sé e il mondo da interpretare. Sono per la contaminazione reciproca dei linguaggi, per i collages linguistici, per il compenetrasi delle epoche linguistiche ed artistiche. Anche la dittatura brutale della pubblicità può dar adito ad un nuovo verso. In aggiunta è in assoluto indispensabile non perdere mai la pietà vera e unica verso se stessi e il mondo tutto, per la fragilità orgogliosa e superba che ci distingue dalla tenerezza di una bestiola cara e indifesa. L’esercizio quotidiano completa questo abbozzo di quadro.</p>
<p>Scrivo poesia perché mi aiuta a sopravvivere alla fatica della vita, fatica sempre più pressante e senza scopo. La mancanza assoluta di speranza rende il quotidiano pressoché intollerabile, da qui la necessità di scrivere in versi questa amputazione. E’ un manifestarsi a se stessi, quasi una rivelazione d’identità nonostante la cancellazione operata dal tempo.</p>
<p>Il frammento poetico si presta molto bene ad operare questa descrizione senza trama, questo grumo di pozzo, questa penombra di pece. Spesso i versi si rivelano metricamente esatti quasi già preconfezionati dalla mente. Ogni frammento può venir letto quale microstoria contenente sempre il concetto del tempo e della morte. Non si tratta di ripetizione ma di sintesi sempre diversa, uguale nel medesimo. Da qui la necessità di calmare un diverbio mortale tra l’elemosina dell’essere e la totalità del nulla. E la poesia può dare asilo, sì alla preghiera che non si sa pronunciare né imparare: il verso si fa preghiera, succo di aridità-acqua concreta per non morire di sete. Il poeta è per tutta la vita uno scolaro con occhi non mai assuefatti, una verginità rinascente il globo dell’accadere. In sé racchiude la nonima del mondo, il dispendio filosofico di cantare senza diorama il mondo che non si dà giammai verso nessuna comprensione. Ma il verso si versa e quindi si canta nell’impersonale che è di tutti. Non si tratta di salvezza ma solo di resistenza al dolo del sangue che ancora e sempre si versa in zolle di sparizioni.</p>
<p align="right">travolto dall&#8217;ago come un bastione<br />
la gola nel sopruso d’inghiottire<br />
questo timone rinnegato<br />
fatalità del muro.<br />
liso il sudario liso il tuo respiro<br />
avvolto nel progresso di sparire<br />
sotto il bivacco vacuo, vacuo censire.<br />
dove smargiasso il pane di creatura<br />
non volle assumere un nesso di perdóno<br />
né dopo né prima lo sguardo di reato.<br />
per luogo d&#8217;inerzia sto a capotavola<br />
con la tavola vuota<br />
le minestre piene<br />
con le scaturigini del sole in netto calo<br />
con le rotture a gomito di crepe<br />
nei mali fissi del sillabante<br />
uso dello scheletro.<br />
tu scomunichi di me il sesto senso<br />
dacché pietà è misera di sé<br />
e per domani non ho appuntamento.</p>
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