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	<title>Veniva da Mariupol &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mia madre è il Novecento. Dialogo con Natascha Wodin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jan 2019 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[l'orma editore]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori forzati]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura tedesca contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Federici Solari]]></category>
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		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Lo scorso dicembre Natascha Wodin ha presentato Veniva da Mariupol (L’Orma editore 2018) a Roma, nell’ambito di Più libri più liberi. È stato il primo appuntamento italiano per l’autrice tedesca e il libro, dunque un&#8217;occasione per conoscerla e ascoltarla. Trascrivo qui stralci dalla nostra conversazione. Con una precisazione. Le mie domande erano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>Lo scorso dicembre Natascha Wodin <a href="https://www.lormaeditore.it/libro/9788899793586" target="_blank" rel="noopener">ha presentato <em>Veniva da Mariupol</em></a> (L’Orma editore 2018) a Roma, nell’ambito di <em>Più libri più liberi</em>. È stato il primo appuntamento italiano per l’autrice tedesca e il libro, dunque un&#8217;occasione per conoscerla e ascoltarla. Trascrivo qui stralci dalla nostra conversazione. Con una precisazione. Le mie domande erano preparate, quindi scritte. Mentre Wodin ovviamente ha risposto a braccio, ed è stata poi tradotta da Marco Federici Solari.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-77145" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin.jpg" alt="" width="400" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>→ → → Natascha Wodin è nata in Baviera nel 1945 da genitori ucraini deportati come forza lavoro durante la Seconda guerra mondiale e ha trascorso l’infanzia in un campo per sfollati. Nella sua opera si è confrontata a più riprese con il materiale autobiografico. Ha conseguito, tra gli altri, i prestigiosi Hermann-Hesse-Preis e Alfred-Döblin-Preis. <em>Veniva da Mariupol</em> ha vinto il Premio della Fiera di Lipsia 2017. È il suo decimo libro. In Italia è uscito un altro titolo: <em>Avrò vissuto un giorno</em> (Einaudi 1995, traduzione di Paola Albarella). Poi una lunga parentesi che si chiude con la pubblicazione di <em>Veniva da Mariupol</em>, nella traduzione di Marco Federici Solari e Anna Ruchat.</p>
<p>Straordinario romanzo-ricerca sul passato, <em>Veniva da Mariupol </em>ricostruisce l’epopea di una famiglia di origini russe e ucraine prima incenerita dal regime sovietico, poi ridotta in schiavitù, insieme a migliaia di <em>Ostarbeiter</em>, nei lager e nelle fabbriche dei nazisti. È la famiglia della scrittrice. Sua madre, suo padre; e poi, lasciati indietro nel tempo e nelle geografie: cugine, zie, nonni ucraini, russi, italiani&#8230; Una storia che riemerge dalla memoria e dall’uso sapiente di Internet. Una vera e propria inchiesta digitale che consente all’autrice di ritrovare vicende e persone. Navigando su un sito internet russo, Wodin si imbatte in una traccia della madre, morta da decenni, di cui ignora pressoché tutto. Digita il suo nome e le appare un risultato che restituisce la sua data di nascita, il 1920, e il luogo, Mariupol, porto ucraino del Mar Nero. Inizia così una <em>quest</em> tanto appassionante quanto inevitabile per l’autrice tra le peripezie di una donna e della sua famiglia dispersa e travolta dalle guerre, dalla rivoluzione e infine dal crollo dell’impero sovietico. Per approfondire i temi del libro si vedano la recensione di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/12/13/il-trauma-e-le-radici-veniva-da-mariupol/"><strong>Valentina Parisi, <em>Il trauma e le radici</em></strong> (Nazione Indiana, 2018)</a>, e il saggio di <a href="https://www.doppiozero.com/materiali/mariupol-e-loblio-della-storia" target="_blank" rel="noopener"><strong>Paola Albarella, <em>Mariupol e l’oblio della storia</em></strong> (Doppiozero, 2017)</a>. ← ← ←</p>
<p><strong>D.O.</strong><em> Possiamo definirlo un romanzo?</em></p>
<p><strong>N.W.</strong> È il libro più autobiografico che ho scritto. Non c&#8217;è quasi niente di inventato. Ho fatto molte ricerche per scriverlo e tutto quello che ho scoperto l&#8217;ho messo nel libro. Ma, inevitabilmente,  la ricerca non era completa. Ci sono dei buchi che ho dovuto riempire con la fantasia. Con una fantasia, però, molto realistica, attenta alla verosimiglianza. Per questi motivi <strong>credo che si possa definire un romanzo</strong>.</p>
<p><strong>D.O. </strong><em>Quando inizia questo viaggio nell’archeologia familiare? Forse potremmo trovare un indizio in una pagina del libro, dove lei racconta che i suoi genitori possedevano una scatola nella quale conservavano gli unici documenti salvati nella fuga dall’Ucraina, le uniche carte che provassero la loro identità e vita passate. Era una scatola preziosa, come immaginerete. «Un giorno &#8211; scrive Wodin -, a circa otto anni, decisi che non avevamo più bisogno di quelle vecchie cartacce, o perlomeno che non ne avevo più bisogno io. Quando per l’ennesima volta fui mandata in cantina a prendere il carbone commisi uno dei peggiori crimini della mia infanzia. Sollevai la scatola con i documenti e la gettai nel bidone della spazzatura nel sottoscala. Nessuna prova delle mie tanto odiate origini doveva sopravvivere, ogni traccia doveva scomparire per sempre». Forse il viaggio alla riscoperta delle sue origini inizia subito dopo quel gesto così lontano nel tempo, e così determinato nel volerle cancellare per sempre. Le origini: prima gettate nella spazzatura, da bambina e figlia di sfollati. Poi, per il resto della vita, inseguite e recuperate nella memoria e nella scrittura&#8230;</em></p>
<p><strong>N.W.</strong> In realtà non è stato così. <strong>Da giovane non volevo avere niente a che fare con la Russia</strong>. Volevo eliminare dalla mia vita tutto ciò che riguardava la Russia. In quel tempo è come se avessi dormito. <strong>È stata la generazione del ‘68, il movimento, a risvegliarmi</strong>. Nella scuola tedesca ti insegnavano che era stata la Russia ad avere attaccato e invaso la Germania. Per questo sentivo la mia provenienza come una colpa. Solo a partire dal ‘68 si è cominciato a parlare in modo diverso dell’Urss, e ho scoperto che era stata la Germania a invaderla. Però è dovuto trascorrere molto tempo prima che riuscissi ad affrontare la storia dei miei genitori, che di loro stessi raccontavano solo di essere degli emigranti. Cinque anni fa, quando ho cominciato le ricerche per questo libro, già sapevo molto di più sulla mia famiglia. <strong>Sapevo che erano stati lavoratori forzati. Mi ero informata</strong>. Conoscevo la storia degli <em>Zwangsarbeiter</em> in Germania. Avevo cominciato a comprendere i numeri spaventosi di questo fenomeno. In Germania durante la Seconda guerra mondiale c’erano 42.500 campi. <strong>L’intero paese era un lager a cielo aperto. Nel lavoro coatto fu impiegata una percentuale molto alta di slavi</strong>, che erano considerati al livello più basso della società, appena prima degli ebrei. Ma per l&#8217;opinione pubblica tedesca questa storia quasi non esisteva. Abbiamo avuto moltissime riflessioni e testimonianze sulla Shoah, ovviamente, ma <strong>dell’enorme ingiustizia subìta dagli <em>Ostarbeiter</em> non si sapeva nulla</strong>. <strong>Mi sono detta: chi, se non io che ho questa storia alle spalle, può raccontare tutto ciò?</strong> Così ho pensato di scrivere la storia di mia madre, e attraverso la sua di raccontare la vicenda degli schiavi dei nazisti deportati dall’Europa dell’Est. Mentre pensavo a questo progetto, in una notte di mezza estate, ho davvero un po&#8217; per gioco digitato il nome di mia madre in un sito russo, e sono rimasta scioccata nel trovare informazioni su una donna nata settant’anni fa.</p>
<p><strong>D.O. </strong><em>Non posso soffermarmi su tutti i personaggi del libro. Ho pensato di proporvene solo due, a mio parere speculari. La madre, Evgenia. E sua sorella Lidia. Hanno due destini comuni ma opposti. Ci mostrano come di fronte allo sterminio, alla violenza, alla guerra non si hanno terze vie a disposizione: o si soccombe, o si lotta per sopravvivere. Insomma il codice di questa storia è binario. Evgenia soccomberà. Non resiste alla duplice violenza, prima sovietica e stalinista, e poi dei nazisti e dell’esilio in Germania. Lidia invece sopravvive al Gulag. Trova un compagno. Morirà solo nel 2001. Se una sorella si arrende e si toglie la vita, l’altra invece si ostina a durare.</em></p>
<p><strong>N.W.</strong> Tra le due sorelle c’era una grande differenza caratteriale, e anche di età (8 anni). Mia madre era l&#8217;ultima figlia. E’ stata per certi versi la cocca di casa. Se avesse vissuto almeno un poco del benessere e della sicurezza goduti dalla sua famiglia benestante, <strong>se avesse camminato su fondamenta più solide, la sua sarebbe stata un’infanzia protetta</strong>. Ma <strong>nacque in un mondo pericoloso</strong>, tre anni dopo la rivoluzione bolscevica, in un momento in cui essere ricchi e nobili equivaleva a un crimine e comportava la persecuzione come nemici del popolo, se non addirittura il rischio di perdere la vita. <strong>Quanto a mia zia Lidia, ho avuto la fortuna, o la bravura, di trovare tre suoi diari</strong> finiti in Siberia, su un armadio. Ricostruiscono la sua vita da studentessa a Mariupol, e poi gli anni della deportazione. Mi hanno consentito di raccontare la sua biografia accanto a quella di mia madre, e poi di <strong>raffrontare i due sistemi concentrazionari</strong>, quello nazista e quello sovietico, il che mi è parso molto interessante. <strong>Lidia fu senz’altro più fortunata di mia madre</strong>. Nonostante quanto passò nel regime stalinista. Visse fino a 91 anni. Di mia madre invece &#8211; e l’ho scritto anche nel libro &#8211; ricordo ancora la frase con la quale mi salutava ogni giorno prima di uscire: “Vado nell’acqua”. Come se stesse annunciando il suicidio. <strong>Mia madre davvero non resse a tutto quello che le toccò di vivere</strong>. La guerra civile dopo la rivoluzione d’ottobre, la perdita della madre, la distruzione di tutta la famiglia, il lavoro forzato, l&#8217;essere una sfollata. Soprattutto, una volta divenuta <em>displaced person</em>, ebbe la percezione netta che non ci fosse più alcuna prospettiva, che quello per lei fosse il capolinea. <strong>Una volta usciti dal lager, tutti noi eravamo come dei reietti nella società tedesca</strong>. Ci lanciavano addosso le pietre. Ci insultavano. Era una situazione insostenibile. E mia madre non ce l&#8217;ha fatta.</p>
<p><strong>D.O.</strong> [<strong>Un ragazzo dal pubblico chiede a Wodin che rapporto abbia con la cittadinanza</strong>. Se si senta più russa o tedesca o italiana. A questa domanda aggiungo una considerazione che non ho avuto il tempo di fare]<em>. Si può trovare rifugio in una lingua. W. scrive che sin da bambina si ostina ad apprendere il tedesco perché le appare come «una corda sicura e resistente a cui aggrapparsi per saltare dall&#8217;altra parte». Allo stesso modo la storia della zia Lidia mostra come ci si possa trarre in salvo adeguandosi tra le lingue: il russo e l’ucraino tra i quali la donna oscilla per sopravvivere al nuovo potere rivoluzionario e alle sue regole. Dunque una lingua, seppure non quella materna, può essere la salvezza di una persona, e può diventare il suo territorio di asilo.</em></p>
<p><strong>N.W.</strong> Sono nata e cresciuta in Germania. <strong>Parlo tedesco. Penso in tedesco. Sogno in tedesco. Scrivo in tedesco</strong>. Da quando è caduto il Muro, però, ho anche una vita russa. Perché in Germania, a Berlino, sono arrivati molti russi. Così ho ripreso a parlare quella lingua ogni giorno. <strong>Ho la fortuna di vivere in due mondi contemporaneamente</strong>. Ma sono un po’ italiana, pure. Amo l’Italia e la sua lingua, che purtroppo non parlo bene come vorrei. E sento una forte affinità con l’Ucraina, paese di origine di una parte della mia famiglia.</p>
<p><strong>D.O.</strong> [Anche questa domanda, purtroppo, non ho avuto il tempo di farla. La aggiungo qui in conclusione]. <em>W. scrive: «Da che ho memoria, ho sempre avuto voglia di andare via, solo andare via, per tutta la mia infanzia non ho desiderato altro che diventare adulta per poter finalmente andare via. Volevo andare via dalla scuola tedesca, via da &#8220;Le case&#8221;, via dai miei genitori, via da tutto ciò che mi definiva e che mi sembrava un errore di cui ero prigioniera. Se anche avessi potuto sapere chi fossero i miei genitori e i miei avi, non avrei voluto saperlo, non mi interessava, non mi importava proprio, era una cosa che non mi riguardava in nessuna maniera. Volevo solo andarmene, lasciarmi tutto alle spalle, strapparmi da quel luogo e rifugiarmi in un&#8217;esistenza tutta mia che da qualche parte là fuori doveva starmi aspettando».<br />
</em></p>
<p><em>La vita dipende dal movimento. Tutta la genealogia di questa famiglia si regge sul movimento. Si muovono gli antenati: i nonni italiani, navigatori e commercianti. Si muove Lidia per salvarsi dal regime staliniano. Si muovono il padre e la madre dell&#8217;autrice. È una giostra di fughe, di traiettorie nella storia, nella guerra, nella geografia. Anche lei, l’autrice, come emerge dalla citazione che ho letto, avrebbe forse desiderato movimento. Ma la sua voce, che si prende sulle spalle questa storia, appartiene invece a un presente fermo, che ha il privilegio dell&#8217;immobilità, della calma, che naviga e si muove solo nella rete virtuale, un presente dunque che può essere introspettivo, che può concedersi il tempo del racconto. A me pare che ci sia un equilibrio necessario tra il movimento delle storie, le fughe illustrate, e la calma statica della voce narrante, della stessa autrice. Ma è davvero così?</em></p>
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		<title>Il trauma e le radici ( veniva da Mariupol)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Dec 2018 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[campi di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori forzati]]></category>
		<category><![CDATA[Natascha Wodin]]></category>
		<category><![CDATA[profughi]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Parisi]]></category>
		<category><![CDATA[Veniva da Mariupol]]></category>
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					<description><![CDATA[di Valentina Parisi Natasha Wodin Veniva da Mariupol, L&#8217;orma, 2018, pp 384, euro 21, traduzione di Marco Federici Solari e Anna Ruchat Tra le pagine più rimosse della storia europea che, malgrado l’accelerazione temporale veicolata dai media, non possiamo non considerare recente, almeno in virtù dei legami di consanguineità che ci legano ai protagonisti più o meno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Valentina Parisi</strong></p>
<p>Natasha Wodin <em>Veniva da Mariupol, </em>L&#8217;orma, 2018, pp 384, euro 21, traduzione di Marco Federici Solari e Anna Ruchat</p>
<p>Tra le pagine più rimosse della storia europea che, malgrado l’accelerazione temporale veicolata dai media, non possiamo non considerare recente, almeno in virtù dei legami di consanguineità che ci legano ai protagonisti più o meno involontari di tali vicende, v’è indubbiamente quella degli <em>Zwangarbeiter</em>, ossia dei “lavoratori forzati” deportati durante la guerra in Germania e nei territori annessi dal Terzo Reich e costretti a contribuire allo sforzo bellico come manodopera ridotta in stato di schiavitù. Un fenomeno che riguardò anche il nostro paese, dal momento che circa seicentomila uomini dell’esercito italiano catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 si rifiutarono di continuare a combattere al fianco di Hitler e Mussolini e scelsero di restare nei campi di detenzione nazisti, benché lo <em>status</em> di internati militari (e non di prigionieri) elaborato appositamente dal <em>F</em><em>ü</em><em>hrer </em>per designarli li ponesse al di fuori delle garanzie stabilite dalla Convenzione di Ginevra del 1929, consegnandoli a condizioni di vita particolarmente dure.</p>
<p>Se chi tra loro sopravvisse poté comunque far ritorno a casa, in un’Europa devastata dai bombardamenti, seguendo itinerari tortuosi come quelle descritti da Primo Levi nella <em>Tregua</em>, così non fu per i molti <em>Ostarbeiter </em>provenienti dai territori orientali annessi al Reich che non rientrarono mai più in Unione Sovietica – sarebbero stati immediatamente accusati di collaborazionismo. Come tutti gli ex deportati che rimasero segnati per sempre dall’esperienza della riduzione in schiavitù e dell’annientamento della propria dignità individuale, anche loro avrebbero certamente sottoscritto l’affermazione di Mordo Nahum, il “Greco” della <em>Tregua</em>: “Guerra è sempre”. Sempre, e assume di volta in volta le forme della disperazione, dell’obnubilamento psichico, dello spossessamento non solo nei confronti di se stessi, ma anche della propria infelice progenie, messa al mondo in un estremo slancio di attaccamento alla vita.</p>
<p>Ed è proprio la prospettiva di questi ultimi – figli o nipoti – a risultare oggi centrale, stante la scomparsa dei testimoni oculari, in quei testi di carattere memorialistico che continuano a ruotare, ossessivamente, intorno al secondo conflitto mondiale e alle sue conseguenze. Se fotografie, lettere e altri documenti attinti dagli archivi familiari spesso si rivelano reliquie-relitti, frammenti muti interrogati invano, un aiuto inatteso nella riscoperta delle proprie radici arriva talora da quel calderone eterogeneo che è Internet. O, almeno, questo è lo spunto di partenza di <em>Veniva da Mariupol </em> di Natascha Wodin, autrice tedesca di origini ucraine nata nel 1945 a Monaco di Baviera, di cui Einaudi aveva già pubblicato nel 1995 il romanzo <em>Avrò vissuto un giorno </em>nella resa di Paola Albarella.</p>
<p>Il viaggio nel tempo che ha condotto la Wodin a ricostruire quasi per intero la storia della propria famiglia inizia quasi “per gioco”, quando in una notte d’estate l’io narrante (una traduttrice e scrittrice già in là con gli anni) digita il nome completo di sua madre sulla barra di ricerca dell’equivalente russo di Google. Notevole è il suo stupore nel vedere che il motore di ricerca le restituisce subito i dati anagrafici di lei, rinviandola a un sito dal nome curioso, <em>Azov’s Greeks</em>. Dunque Evgenija apparteneva a quella sparuta minoranza greca che risiede tuttora nella cittadina ucraina di Mariupol’, sulle rive del mar d’Azov? Ma la nonna Matilda non era piuttosto italiana, come le sembrava di ricordare? Assediata da questo e mille altri dubbi, l’io narrante intraprende una lunga ricerca a ritroso, a dispetto delle strategie di rimozione che avevano caratterizzato fino a quel momento la sua esistenza.</p>
<p>Una scelta non sorprendente, stante l’eredità tragica che le era stata involontariamente imposta. L’autrice aveva infatti solo dieci anni, allorché sua madre era uscita di casa in un giorno d’ottobre del 1956 per togliersi la vita non lontano dall’insediamento di baracche in cui abitava con altre <em>displaced persons </em>– così venivano eufemisticamente chiamati nella Germania del dopoguerra gli <em>Ostarbeiter </em>come Evgenija, che a ventitré anni aveva lasciato Mariupol’ insieme al marito per lavorare in una fabbrica del gruppo Flick, vicino a Lipsia. Comprensibile dunque che la Wodin, fin dall’infanzia trascorsa nel ghetto degli ex deportati, avesse tentato di costruirsi un’identità alternativa a quella di partenza, dimenticando anche quel poco che ricordava della madre. <em>Veniva da Mariupol </em>riflette il processo inverso e cioè un’irresistibile, tardiva urgenza che la spingerà quasi parossisticamente a indagare quanto fin lì aveva solo desiderato ignorare.</p>
<p>Un viaggio a ritroso che la costringerà anzitutto a rivedere l’immagine stereotipata che si era fatta del luogo di nascita di Evgenija – una specie di Siberia eternamente ricoperta di neve, ben diversa dall’assolata Mariupol’ della realtà. La protagonista rimarrà piacevolmente sorpresa nello scoprire che da bambina non si era poi tanto allontanata dal vero quando, per impressionare i coetanei tedeschi che la maltrattavano, sosteneva di discendere da nobili russi. I suoi avi materni d’origine italiana erano infatti tra gli abitanti più facoltosi di Mariupol’, avendo messo insieme una piccola fortuna con il commercio di legname.</p>
<p>Tuttavia dalla ricerca emergono particolari sempre più drammatici, come ad esempio l’arresto della zia Lidia negli anni del terrore staliniano e il doppio suicidio della prozia Ol’ga e della cugina Marusja (che negli anni successivi alla Rivoluzione d’Ottobre non aveva potuto iscriversi all’università a causa della sua origine privilegiata). Il senso di vuoto che aveva perseguitato Evgenija non era dunque dovuto esclusivamente alla deportazione, ma era iniziato già in patria, a causa delle tante sciagure familiari e dell’atteggiamento anaffettivo della nonna Matilda. Eppure per l’autrice lo shock maggiore sarà scoprire come Kirill, il nipote di Lidia ritrovato sempre grazie a internet, abbia ucciso sua madre Svetlana senza apparente motivo: “Sapevo che c’erano degli assassini in giro per il mondo, sapevo anche che tra questi alcuni avevano ucciso la propria madre, ma era possibile che proprio io fossi imparentata con uno di loro? Io che per tutta la vita non ero mai stata parente di nessuno?”</p>
<p>Storia di una riappropriazione “in rete” delle proprie radici, <em>Veniva da Mariupol </em>è dominato da un’intonazione tutta particolare. La sua cifra principale è un’emotività trattenuta, smorzata, quasi in sordina, si potrebbe dire con una metafora musicale che pare tanto più giustificata, visto l’amore della Wodin per il canto. Perfino i dettagli più terribili sono riportati con estrema asciuttezza – si pensi a quando l’autrice, nel riferire che Lidia era stata violentata durante l’interrogatorio nella sede dell’Nkvd a Mariupol’, aggiunge laconicamente che questa era la procedura standard adottata nei confronti delle arrestate. Tale sobrietà si accompagna a un’inevitabile malinconia di fondo: man mano che avanza nella sua indagine, la Wodin si rende conto che Lidia è morta solo nel 2001 e quindi avrebbe potuto benissimo conoscerla, così come avrebbe potuto incontrare il fratello di lei, lo zio Sergej, celebre cantante lirico che abitava a Kiev non lontano dal Majdan: “…Continuavo a cliccare sul file con la voce di Sergej e non sapevo cosa fosse più forte in me, se la felicità per ciò che avevo trovato o il dolore per quel che avevo perso”.</p>
<p>Se le pagine dedicate a Lidia sono basate sulle memorie che ella stessa aveva messo su carta a ottant’anni (e risentono di un effetto di <em>relata refero</em> un po’ goffo), molto più coinvolgente è la terza parte, in cui l’autrice è costretta a dare la stura alle proprie supposizioni per ricostruire l’approdo dei genitori a Lipsia. Significativa è la penuria di documenti su questo capitolo della loro vita, a ulteriore riprova del fatto che il tema degli <em>Ostarbeiter</em> è stato finora cancellato dalla coscienza europea, anche, come ammette la Wodin, a causa della stessa generazione dei figli, impegnati a prendere le distanze dal surplus di tragicità che i genitori avevano consegnato loro. Proprio per questo s’immagina quale sforzo sia costato all’autrice settantenne figurarsi Evgenija ridotta nella fabbrica di Flick “a quello stadio di denutrizione al di là della dignità umana, per cui si pensa solo ed esclusivamente al cibo”. Oppure affrontare a viso scoperto il trauma del suicidio di lei, cercando di comprendere quale abisso di dolore l’avesse condotta a quel gesto.  O, più semplicemente, tornare alle discriminazioni patite in prima persona durante l’infanzia, quando ai <em>Russenkinder</em> figli degli odiati “vincitori” sovietici – in realtà ex schiavi della Germania nazista – si faceva pagare quotidianamente il fio di una sconfitta troppo cocente.</p>
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