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		<title>Lo studio di Sciascia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Mar 2018 11:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Schillaci &#160; Il brano è stato pubblicato nel numero della rivista francese « Atelier du roman » dedicato a Leonardo Sciascia (autunno 2016, traduzione di Eloisa Del Giudice). &#160; LO STUDIO DI SCIASCIA  &#160; Per uno scrittore siciliano come me, Leonardo Sciascia rappresenta un maestro. E in tempi in cui i maestri scarseggiano, averne uno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center">Il brano è stato pubblicato nel numero della rivista francese « Atelier du roman » dedicato a Leonardo Sciascia (autunno 2016, traduzione di Eloisa Del Giudice).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>LO STUDIO DI SCIASCIA</strong><em> </em></p>
<p style="text-align: center"><em><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-72961 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/studio-sciascia-300x169.jpg" alt="" width="392" height="221" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/studio-sciascia-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/studio-sciascia-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/studio-sciascia-1024x576.jpg 1024w" sizes="(max-width: 392px) 100vw, 392px" /></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per uno scrittore siciliano come me, Leonardo Sciascia rappresenta un maestro. E in tempi in cui i maestri scarseggiano, averne uno è un lusso che devo dimostrare di potermi permettere.</p>
<p>Per farlo, ormai da qualche anno, vado in visita alla Noce, nella casa vicino il paese di Racalmuto, in provincia di Agrigento, dove Leonardo Sciascia scriveva i suoi libri e invitava gli amici più intimi. Ad accogliermi nella casa della Noce è suo nipote Vito Catalano, la moglie polacca e le figlie.</p>
<p>Vito ci tiene a ricordarmi che qui, nella casa della Noce, tutto è rimasto uguale per rispetto alla memoria del nonno. Dopo un pranzo italo-polacco, Vito mi accompagna in pellegrinaggio al piano di sopra, dove c’è lo studio di Sciascia. Già la scala, con le sue mura tappezzate di mappe siciliane, mi fa capire che ci stiamo addentrando in uno spazio particolare, sobrio e magico al contempo. Superata una vecchia libreria traboccante di vecchie edizioni italiani e francesi, sulla destra di uno stretto corridoio, ecco aprirsi lo studio di Sciascia: una piccola camera con lo scrittoio e la macchina da scrivere Olivetti Lettera 22 di quel colore unico, un verde acqua bluastro che potremmo definire « color Lettera 22 ». Lo studio di Sciascia sembra la cella di un monaco emanuense, o anche l’ufficio di un ragioniere di paese : « tutto è come l’ha lasciato il nonno », mi ripete ancora Vito, come se non si vedesse, o come per volersi giustificare da eventuali incaute intrusioni. Certo, essere il nipote di Leonardo Sciascia deve essere una bella responsabilità, una missione che Vito porta avanti con cura filologica delle « cose del nonno ».</p>
<p>Lo studio di Sciascia è un microcosmo in cui risuona tutta l’opera dello scrittore siciliano. A partire dalla caricatura ottocentesca che campeggia sullo scrittoio, proprio dietro la sedia su cui scriveva: è una parata di scrittori francesi, più o meno noti, da Balzac a Hugo, che avanza baldanzosa sotto la scritta « Le grand chemin de la posterité ». Ecco la sferzante ironia di Sciascia e la passione per la letteratura francese, a cui fa eco, sulla destra, la caricatura di Voltaire, in un disegno dell’epoca, a testimonianza del culto della ragione a cui il maestro di Racalmuto dedicò la sua opera. Un culto sempre messo in crisi, come tutte le fedi profondamente vissute, senza alcuno zelo religioso, ma con una tensione costante per la ricerca e la consapevolezza di una qualche verità.</p>
<p>Ai lumi dei filosofi e dei grandi romanzieri francesi ribatte, sulla parete di fronte, un documento seicentesco in latino, che a ben guardare è una condanna del Tribunale dell’Inquisizione spagnola di Palermo: ecco l’ombra spagnolesca, il lato oscuro dell’uomo, a testimonianza del destino della terra di Sciascia, una Sicilia poco illuminata dalla ragione, ma semmai arsa dalle fiamme del potere e soffocata dal buio dell’oscurantismo. Con questa contrapposizione si spiega la sua passione per la Francia dell’arte e delle scienze, il volgersi alla Ragione come antidoto all’occulto del potere, agli intrighi della corruzione, alle trame dell’ingiustizia, ben sintetizzata anche dalla stampa delle « carceri » di Giovanni Piranesi. Queste due immagini, l’Inquisizione cattolica e le carceri, erano sempre davanti agli occhi dello scrittore, come a sfidarlo, a ricordare un’altra ossessione di Sciascia: lo Stato di diritto e le sue caricature pericolose, orribili.</p>
<p>La Spagna, poi, altro amore e odio di Sciascia, fa capolino anche sul disegno autografato di Picasso dedicato al poeta Antonio Machado. La Spagna cattolica e superstiziosa che ha governato per secoli la Sicilia e a cui sono state addossate le colpe del mancato sviluppo del Meridione d’Italia, dell’origine della Mafia e della corruzione, della miseria e dell’ignoranza borbonica… accusa a cui Sciascia, col suo spirito critico e indagatore, non ha mai creduto. Le cose sono molto più complesse, sosteneva Sciascia, ma vanno analizzate con cura e raccontate con semplicità, per sgarbugliare la matassa dell’impostura, sempre in agguato tra le righe della storia ufficiale. In questo suo atteggiamento non c’era nulla, ovviamente, del complottismo contemporaneo, disinformato e disinformante, ma si trattava di una consapevolezza antica, pervasa dalla passione per gli studi storici, dalla capacità di saper decifrare i codici dell’ideologia e della propaganda.</p>
<p>E infine, sulla parete di sinistra, ecco due piccole fotografie posizionate in uno strano ordine geometrico, come a sorreggere lo scrittoio di Sciascia, due ritratti che raffigurano i maestri siciliani Verga e Pirandello: il verismo di Verga, la necessità di raccontare il reale, la cultura contadina, lo sfruttamento dei più deboli ; e l’amara ironia di Pirandello, il maestro dei maestri, colui che ha fatto filosofia con la letteratura e letteratura con la filosofia, lo scrittore che ha indagato la follia dentro di noi, il teatro lì fuori e le maschere sul volto di ognuno.</p>
<p>Mi attardo sull’immagine di Pirandello, sui bastoni di Sciascia sistemati in un angolo, in basso, su alcuni libri, pochissimi, lasciati lì, nella vetrinetta di fronte. Poi Vito mi esorta a uscire, con garbo, come invitandomi a lasciare in pace il nonno, che sembra lì, alla sua Olivetti « Lettera 22 », felice di aver ricevuto questa visita, ma in attesa che lo si lasci in pace per rimettersi a lavorare.</p>
<p>Scendo le scale e spunta un’altra immagine, quasi nascosta, di cui non mi ero accorto. È un ex-voto popolare che raffigura un uomo elegante e una donna in posa da incantatrice. Vito mi spiega che l’ex-voto apparteneva alla nuora di Sciascia, che lo aveva fatto fare per scongiurare che il figlio si innamorasse di quella donna perversa e malvagia raffigurata sul quadro. Ecco che la sensualità e le credenze popolari, magiche e religiose, spagnolesche se vogliamo, fanno ancora capolino nel mondo di Sciascia, seppur in un sottoscala, come se il maestro di Racalmuto volesse reprimerle per onta o per paradossale superstizione.</p>
<p>Vito prepara il caffé. Lo beviamo fuori, in terrazza, guardando il panorama, mentre le sue figlie di otto e cinque anni suonano il violino; Sciascia avrebbe sicuramente apprezzato la loro grazia. Dalla casa della Noce si vede tutto intorno, a trecentosessanta gradi. Se potessimo definire uno scrittore da ciò che vede dal posto in cui scrive, la vista panoramica di Sciasca potrebbe sovrapporsi perfettamente ai temi e alle figure della sua opera. Sciascia, dalla Noce, vedeva tutto: la villa del barone e quella del mafioso, il paese vicino e le campagne intorno, alberi, colline, e in fondo i Monti Sicani. Sciascia vedeva tutto, tranne il mare, come se fosse prigioniero di questa isola, della sua storia e delle sue contraddizioni, della sua bellezza e della sua arroganza.</p>
<p>Ho scritto che della Noce si vede la villa di un mafioso, ma sarebbe il caso di aggiungere una precisazione : Vito mi spiega che lì ci andava da bambino, col nonno, per assaggiare il formaggio di pecora, quando quel posto era ancora un caseificio di campagna, e cioè prima di essere acquistato dal mafioso di cui sopra, il quale ha ingrandito il vecchio casale, con nuovi muri e orrende finestre d’alluminio. La nuova costruzione è stata innalzata qualche anno dopo la morte di Sciascia, come se il mafioso non osasse farlo finché lo scrittore fosse ancora in vita.</p>
<p>Questa villa sciatta e sgraziata mi sembra il simbolo di un tempo crudele che non riesce a volgersi alla luce della Ragione, ma rinnova meccanismi di oppressione e di bruttezza. Come se, nella Sicilia che fu Magna Grecia, menzogna e bruttezza fossero concetti legati per sempre, in opposizione alla verità e alla bellezza, che Sciascia ha rigorosamente cercato.</p>
<p>« La Sicilia come metafora », recitava il titolo di un libro-intervista di Marcelle Padovani al maestro di Racalmuto, e mi verrebbe d’aggiungere anche « la Sicilia come ossessione ». E infine, per me, « Sciascia come ossessione » : la necessità di illuminare gli intrighi, non per il piacere consolatorio di risolverli, ma per esplorarne la complessità, raccontare il mondo per quello che è, la sua ingiustizia e la sua beffarda bellezza.</p>
<p>L’appuntamento alla Noce, con Vito, è per il prossimo anno, come sempre a ridosso di ferragosto, per discutere dei nostri progetti e ricordare suo nonno: entrare nello studio di Sciascia, per non più di cinque minuti, e restare lì, in silenzio, a scrutare l’Olivetti « Lettera 22 », in questa piccola stanza che era il faro di Sciascia sulla realtà, il suo esilio dalla realtà, al centro di un’isola senza mare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’ombra del padrino: un’intervista impossibile.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Sep 2016 10:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’ombra del padrino Un’intervista impossibile &#160; Il 25 settembre 2016 presento il mio ultimo documentario alla Festa Indiana di Torino. Purtroppo non potrò essere presente alla proiezione dunque, come da richiesta, lascio qui alcune riflessioni intorno al film. Intanto ecco una breve sinossi, per darvi un’idea del soggetto. &#160; L’OMBRA DEL PADRINO – Ricerche per un film [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><strong><em>L’ombra del padrino </em></strong></p>
<p style="text-align: center"><em>Un’intervista impossibile</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 25 settembre 2016 presento il mio ultimo documentario alla Festa Indiana di Torino. Purtroppo non potrò essere presente alla proiezione dunque, come da richiesta, lascio qui alcune riflessioni intorno al film. Intanto ecco una breve sinossi, per darvi un’idea del soggetto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>L’OMBRA DEL PADRINO – Ricerche per un film</strong></p>
<p style="text-align: center">di Giuseppe Schillaci (Italia/Francia 2015, 52 min)</p>
<p style="text-align: center"><img decoding="async" class="alignnone wp-image-64466" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Ombra-del-padrino2-300x169.jpg" alt="ombra-del-padrino2" width="509" height="287" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Ombra-del-padrino2-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Ombra-del-padrino2-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Ombra-del-padrino2.jpg 1024w" sizes="(max-width: 509px) 100vw, 509px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La mafia, per chi è nato in Sicilia, è un’ombra, qualcosa che ti accompagna fin dalla nascita e di cui difficilmente hai un’idea chiara. Il film è una ricerca intima intorno a quest’ombra, a partire dalla storia personale dell’autore, per smontare gli stereotipi che hanno identificato la “mafiosità” con la cultura siciliana tout court.</em> <em>Cercando le origini di Cosa Nostra, si trovano le responsabilità di un sistema economico-politico corrotto, e ci si scontra coi tanti miti della mafia, dal cinema all’emigrazione americana, dalle credenze popolari a quelle religiose che hanno contribuito a creare confusione e ambiguità.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>*     *     *</strong></p>
<p>Nel 2011 una produzione francese, venuta a conoscenza del fatto che fossi siciliano, mi ha commissionato la scrittura di un documentario sulla storia della mafia. Dopo diversi anni di ricerche, però, il progetto navigava in brutte acque e stava per naufragare. Poi, a un certo punto, è successo qualcosa che mi ha fatto decidere di fare questo film anche con un budget ridotto. E quel qualcosa è stato un incontro; perché ogni storia nasce da un incontro.</p>
<p>Nel maggio 2015, infatti, sono riuscito a entrare in contatto con Gioacchino Pennino, un boss mafioso del mio quartiere, a Palermo, che aveva pubblicato un libro sulle origini della mafia (« Il Vescovo di Cosa Nostra », edizioni Sovera, 2010). Questo volume, a metà tra un memoriale e un saggio, mi aveva incuriosito per le sue teorie  mistico-esoteriche sulle origini della mafia mischiate a verità  storiche e giudiziarie.</p>
<p>Con Pennino, ho pensato, avrei avuto nel film un personaggio  che nella sua megalomania delirante avrebbe finito per smontare il mito della mafia dal suo interno, dimostrarne l’inconstistenza ideologica e infine rivelare Cosa Nostra per quello che realmente è : una banda di criminali che si è spacciata per secoli come protettrice dei siciliani, o addirittura come emblema di una cosiddetta cultura tradizionale, ma che in realtà pensa solo ad arricchirsi, grazie alla corruzione e alla violenza.</p>
<p>Questo mafioso pentito, medico e politico democristiano arrestato nel 1994, dopo diversi incontri e dopo aver finalmente accettato di partecipare al film, è invece sparito e non si è fatto più trovare. Forse ha avuto problemi di salute o forse ci ha ripensato; fatto sta che ho dovuto finire il documentario senza di lui.</p>
<p>L’ho incontrato diverse volte e la sensazione più forte che mi porto dietro, oltre alla rabbia e all’incredulità di fronte alle sue strampalate dichiarazioni, era il disagio d’essere manipolato dal suo sguardo magnetico e vuoto al tempo stesso.  Quegli incontri  irritanti, grotteschi e intensi mi hanno trascinato nell’impresa di questo film; a motivarmi è stato il fatto di aver guardato in faccia Medusa e di volerla mostrare agli altri, spogliarla dei suoi serpenti. Ne valeva la pena. La questione era esaltante e spaventosa insieme: affrontare il male, ma anche il fascino del male, sulla mia pelle; fissare il mostro cercando l’umano e cercare nell’uomo le tracce del mostruoso. « L’ombra del padrino » è diventato così un film senza personaggio, l’ombra di un mito, senza la sua incarnazione. Si profilava dunque il fallimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E devo ammettere che le ragioni dell’eventuale fallimento di questo film sono interessanti. Innanzitutto la ragione principale: ovvero il fatto che sia venuto a mancare il protagonista e le conseguenze emotive su di me, perché durante le riprese sentivo di girare a vuoto, di aver perso il fuoco del film, l’eccitazione del racconto. Ma il fallimento è forse dovuto anche al fatto che in realtà non si trattava di un film sulla mafia, né sulla Sicilia, ma di un film sull’emigrazione e l’abbandono, il distacco, il tradimento di una terra matrigna. Lo stesso tradimento che si è reiterato nell’inadempienza del padrino, come se ci fosse qualcosa d’inspiegabile e irredimibile in questo amore mancato con la propria terra, una ferita che non si può rimarginare. Infatti il documentario inizia col mio ritorno a casa, nel palazzo della mia infanzia, nello stesso quartiere su cui regnava la famiglia Pennino.</p>
<p>Un film che non nasce dal desiderio, dal piacere del racconto, ma al contrario dalla rabbia del tradimento, dall’impotenza dell’irrappresentabile, è forse votato al fallimento, perché è spinto da una sorta di rabbia auto-distruttiva, d’inconsapevole sabotaggio.</p>
<p>Certo l’ambizione era enorme, un’impresa titanica, donchisciottesca: raccontare con un film documentario il mito della mafia, la questione più scomoda e stereotipica dell’identità siciliana (e italiana in genere), una specie di spettro della coscienza collettiva, a volte rimosso, come potrebbe essere il nazismo per i Tedeschi o la colonizzazione africana per i Francesi. Nel film, si è venuto a creare un cortocircuito tra memoria individuale e collettiva, tono saggistico e intimo, scoperta e mera constatazione, che ha forse imbrigliato il film. Un fallimento: in fondo ogni narrazione tragica è quella di un fallimento; il fallimento dell’eroe, che spesso è il cattivo, come nei film di mafia tipo « The Godfather ». Lo stesso fascino del male che troviamo nelle tragedie greche, e che infatti si dissolveva nella catarsi finale, e soprattutto in quelle shakesperiane, che affrontano il tema del potere e della giustizia, regno di un male antropologico e metafisico insieme.</p>
<p>La maggiore difficoltà è stata quella di voler raccontare l’esperienza intima della mafia in quanto siciliano, di decostruire il mito della mafia senza esserne vittima o senza lottarla, almeno retoricamente, volendo sottrarmi anche al mito dell’antimafia, se non addirittura alla rappresentazione <em>tout court</em>: un paradosso pirandelliano che può risolversi nella follia, o più banalmente nel fallimento appunto, nella solitudine del fallimento, dell’opera incompiuta. Con il compositore delle musiche, Gianluca Cangemi, abbiamo a lungo riflettuto sui temi emotivi del film e Gianluca ha fatto un lavoro profondo e appassionato che infatti darà vita a un album in uscita nella primavera del 2017 con La Banda Siciliano (Almendra Edizioni). Perché un mito come quello della mafia, dell’identità siciliana o degli italiani in America, passa anche e soprattutto dalla musica : l’opera, la Cavalleria Rusticana, le tarantelle e il jazz, il marranzano, i temi bandistici e religiosi. Un mito si nutre di emozioni, e dunque di musica.</p>
<p>Nel film però dovevo anche rendere conto del mio stato d’animo di fronte alla crudeltà, all’ingiustizia, al brutto e al grottesco della mafia (le sue ferite sul paesaggio sia naturale che umano)  e dunque ecco temi più cupi e rarefatti, a volte appena stemperati dallo sguardo dell’emigrato che torna, dalla nostalgia per l’infanzia e per il suo mondo fantastico.</p>
<p>Si tratta forse di un film sulle origini. O semmai del tentativo d’indagare il « perturbante » di un’identità collettiva, a partire dalle origini storiche della mafia, ma anche le mie origini in quanto siciliano, a partire dal fatto « perturbante » che la mafia possa essere qualcosa di culturale, o addirittura d’innato. In alcune sequenze del documentario traspare questa sensazione di solitudine e di straniamento, di angoscia a tratti: un sentimento intimo, lo stesso che provo ogni volta che torno in Sicilia, in quella che era casa mia. Una sensazione che è tipica di ogni emigrato, di chiunque non si senta più a casa, perché si rende conto che la propria casa, in fondo, non esiste.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>*     *     *</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>L’OMBRA DEL PADRINO – Ricerche per un film</strong></p>
<p style="text-align: center">di Giuseppe Schillaci (Italia/Francia 2015, 52 min)</p>
<p style="text-align: center">Una co-produzione Zenit Arti Audiovisive e Stella Productions.</p>
<p style="text-align: center">Con il contributo di Mibact, Programma Sensi Contemporanei per il Cinema e l’Audiovisivo, Regione Siciliana – Assessorato Turismo Sport e Spettacolo – Ufficio Speciale per il Cinema e L’audiovisivo, Sicilia Film Commission, Regione Corsica.</p>
<p style="text-align: center"><em>Prodotto da</em> Massimo Arvat e Dominique Tiberi</p>
<p style="text-align: center"><em>Fotografia: </em>Irma Vecchio</p>
<p style="text-align: center"><em>Montaggio: </em>Massimiliano Minissale</p>
<p style="text-align: center"><em>Fonico Presa Diretta: </em>Danilo Romancino</p>
<p style="text-align: center"><em>Direttore di Produzione: </em>Francesca Portalupi</p>
<p style="text-align: center"><em>Ricerche d&#8217;Archivio: </em>Domenico Rizzo</p>
<p style="text-align: center"><em>Sound design: </em>Almendra Music</p>
<p style="text-align: center"><em>Musiche originali: </em>Gianluca Cangemi</p>
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