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	<title>Videocracy &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Basta apparire?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 05:30:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Signorelli]]></category>
		<category><![CDATA[erik gandini]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[marco belpoliti]]></category>
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		<category><![CDATA[Paolo Perticari]]></category>
		<category><![CDATA[Videocracy]]></category>
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					<description><![CDATA[Università degli studi di Bergamo VIDEOCRACY Basta apparire? Giovedi 22 Aprile 2010 H 14.30/ 18.00 Sede universitaria di Via Pignolo 123, Aula 1. Ore 14.30 ­ 15.30 Proiezione del film VIDEOCRACY (2009), in presenza dell&#8217;autore. Ore 15.30 &#8211; 18.00 Tavola rotonda intorno a &#8220;Videocracy&#8221; e al tema del potere della televisione in Italia negli ultimi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/videocracy.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/videocracy.jpg" alt="" title="videocracy" width="198" height="283" class="alignleft size-full wp-image-33102" /></a>Università degli studi di Bergamo</p>
<p><strong>VIDEOCRACY<br />
Basta apparire?</strong></p>
<p><strong>Giovedi 22 Aprile 2010</strong></p>
<p><em>H 14.30/ 18.00</em><br />
Sede universitaria di Via Pignolo 123, Aula 1.</p>
<p><em>Ore 14.30 ­ 15.30 </em><br />
Proiezione del film VIDEOCRACY (2009), in presenza dell&#8217;autore.</p>
<p><em>Ore 15.30 &#8211; 18.00</em><br />
Tavola rotonda intorno a &#8220;Videocracy&#8221; e al tema del potere della televisione in Italia negli ultimi trent&#8217;anni.<br />
con la partecipazione di Erik Gandini, regista di Videocracy,<br />
Marco Belpoliti, Paola Gandolfi, Paolo Perticari, Angelo Signorelli.</p>
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		<title>Videocracy &#8211; Intervista a Erik Gandini</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/09/22/videocracy-intervista-a-erik-gandini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2009 21:45:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[erik gandini]]></category>
		<category><![CDATA[isabella mattazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Videocracy]]></category>
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					<description><![CDATA[di Isabella Mattazzi Che cosa è una &#8220;videocrazia&#8221;? Che cosa vuol dire subire, giorno dopo giorno, le conseguenze di un &#8220;esperimento televisivo&#8221; che dura da trent’anni? L’ultimo documentario di Erik Gandini non è soltanto una ricognizione sull’Italia berlusconiana e sulla società delle veline e dei reality show. Videocracy è soprattutto un lungometraggio sull’uso politico dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/040001040594_w400.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-22676" title="040001040594_w400" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/040001040594_w400-150x150.jpg" alt="040001040594_w400" width="150" height="150" /></a></p>
<p align="justify">di <strong>Isabella Mattazzi</strong></p>
<p align="justify">Che cosa è una &#8220;videocrazia&#8221;? Che cosa vuol dire subire, giorno dopo giorno, le conseguenze di un &#8220;esperimento televisivo&#8221; che dura da trent’anni? L’ultimo documentario di Erik Gandini non è soltanto una ricognizione sull’Italia berlusconiana e sulla società delle veline e dei <em>reality show</em>. <em>Videocracy</em> è soprattutto un lungometraggio sull’uso politico dei mezzi di comunicazione nella cultura di massa. È un prezioso documento sul potere senza pari che le immagini stanno assumendo nella nostra contemporaneità. Sulla loro forza persuasiva. Sulla loro capacità di sovrapporsi al mondo della realtà e di reinventarne la forma, di modificarne la struttura. Abbiamo chiesto a Erik Gandini di parlarne con noi all’interno di un più ampio dibattito sulla sua esperienza di <em>film maker</em> indipendente.</p>
<div><strong> </strong></div>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong></p>
<p align="justify">Qualche anno fa hai definito la &#8220;Storia&#8221; come un concetto in movimento, una sorta di agglomerato caotico di avvenimenti, luoghi, figure in forma continuamente mutevole.</p>
<p></strong></p>
<p align="justify">La cosa è nata facendo il film su Guevara nel 2001 (<em>Sacrificio. Who betrayed Che Guevara?</em>, uscito in Italia per Rizzoli). <span id="more-22675"></span>Il Che per la generazione che mi ha preceduto è stato una sorta di icona, un argomento sacro, quasi intoccabile. Girando il film, cercando di affrontare un personaggio così ingombrante a distanza di più di trenta anni dalla sua morte mi sono accorto invece di quanto la realtà, il puro concatenarsi dei fatti fosse invece a volte completamente distante dalla versione ideologica prodotta da Cuba. Come se la realtà intravista, ascoltata, filmata durante le riprese si ostinasse continuamente a fuggire, a fuoriuscire dai codici narrativi di un modello drammaturgico, quello dei media, troppo rigido per contenere invece la molteplicità delle voci e degli avvenimenti. Le parole con cui Felix Rodriguez, agente della Cia, parla del &#8220;fallimento&#8221; di Guevara in Bolivia, sarebbero state impensabili ad esempio fino a qualche tempo fa per una qualsiasi narrazione &#8220;di sinistra&#8221; della storia del Che.</p>
<div><strong> </strong></div>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong></p>
<p align="justify">Da una parte quindi la &#8220;realtà&#8221;, il labirinto delle voci e dei fatti. Dall’altra le griglie narrative, i filtri attraverso cui far passare un’unica versione &#8220;storicizzabile&#8221; del mondo. E il documentarista allora, potremmo dire, in mezzo a questi due universi?</p>
<p></strong></p>
<p align="justify">Sì, il ruolo di <em>film maker</em> è in realtà un privilegio. Il documentarista non ha alle spalle redazioni, grosse case di produzione. Se tu sei un indipendente puoi avere accesso, venire in contatto con delle verità interessanti molto più di quanto potresti farlo se tu fossi un giornalista della CNN dove tutte le scelte sono condizionate da una struttura. Oggi poi, la tecnologia, il digitale, hanno reso i mezzi tecnici per realizzare un documentario molto più agili, alla portata di tutti venendo a soddisfare quello che io credo un grande bisogno di verità della gente, di &#8220;libera curiosità&#8221; intorno ai fatti. La nostra società soprattutto, la società televisiva ha relegato la realtà in un luogo inaccessibile al pubblico. La realtà è lontano da noi, più immagini ci sono della realtà e più la realtà si allontana dalle persone.</p>
<p align="justify"><strong>Del resto anche il caso Guantanamo, di cui hai parlato nel tuo documentario <em>Gitmo-The new rules of war</em> del 2006 (distribuito in Italia da Fandango), ricalca esattamente questo scollamento fortissimo tra realtà e modelli narrativi. Guantanamo, oltre che essere un carcere militare mi è sembrato essere anche un fenomeno mediatico di portata planetaria.</strong></p>
<p align="justify">Certo, Guantanamo è stato per l’America oltre che un esperimento di metodi di interrogatorio non convenzionali, anche un grande esperimento di comunicazione con i Mass Media. Camp Delta, che nel 2006 era uno dei luoghi più blindati e inaccessibili del mondo, all’apparenza veniva presentato come un universo trasparente, aperto allo sguardo di tutti. Per i giornalisti che arrivavano lì da tutto il mondo si organizzavano gite dove ti facevano fare per tre giorni il giro assolutamente inutile dei campi da golf e delle palestre riservate agli ufficiali, e dove un tenente, dalla faccia angelica e dagli occhi azzurri ti raccontava continuamente che andava tutto bene e che tutti erano molto contenti di stare lì. E il bello è che era tutto così perfettamente organizzato da farti davvero pensare che Guanatanamo <em>fosse</em> il tenente Moss.</p>
<div><strong> </strong></div>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong></p>
<p align="justify">Un esperimento anche linguistico direi, con un uso tutto nuovo delle parole.</p>
<p></strong></p>
<p align="justify">I detenuti sono trattati, ti dicevano, nello &#8220;spirito&#8221; della Convenzione di Ginevra, il loro rifiuto di mangiare non era altro che una &#8220;dieta volontaria&#8221;, il suicidio di tre prigionieri all’interno del carcere è stato definito&#8221;un atto di guerra contro l’America&#8221;. Lo studio degli usi politici del vocabolario di Guantanamo ha rappresentato certamente uno degli aspetti più interessanti di questo film.</p>
<div><strong> </strong></div>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong></p>
<p align="justify">Con <em>Videocracy</em>, mi sembra che l’aspetto &#8220;politico&#8221; della comunicazione nella società di massa contemporanea sia un elemento, ancora una volta, di assoluta centralità.</p>
<p></strong></p>
<p align="justify">Così come Guantanamo è stato, a ben vedere, un progetto di grande &#8220;successo comunicativo&#8221;, anche la realtà politica italiana di oggi è tutta un’enorme operazione mediatica di <em>public relation</em>. A Guantanamo più di ogni altra cosa era importante che tu, giornalista, sapessi che andava <em>tutto bene</em>, che tu, visitatore, ti sentissi <em>sempre a posto</em>, e anche nell’Italia di Berlusconi non contano più di tanto i fatti, quanto invece le emozioni, le impressioni emotive, le suggestioni.</p>
<p align="justify">Del resto credo che questo sia ormai diventato un fenomeno di portata globale. Le cose stanno cominciando a funzionare in questo modo praticamente dappertutto. Semplicemente l’Italia è più interessante di altri paesi perché questo fenomeno, da voi, ha toccato vertici che non sono ancora stati raggiunti da nessun’altra parte.</p>
<div><strong> </strong></div>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong></p>
<p align="justify">E la Svezia, allora ?</p>
<p></strong></p>
<p align="justify">No, in Svezia la televisione non è ancora stata usata come arma per il potere politico. Non soltanto sui canali pubblici svedesi non esiste la pubblicità, ma soprattutto in Svezia c’è una sorta di tacito accordo tra giornalisti e pubblico riguardo al tema della verità. Se in Italia gli attacchi giornalistici al governo, alla destra, vengono sempre recepiti dal pubblico come &#8220;opinioni&#8221;, in Svezia quello che viene scritto sui giornali o quello che viene detto in televisione, se presenta prove inoppugnabili, ha invece garanzia di verità, con un peso e un impatto sull’opinione pubblica totalmente diversi.</p>
<div><strong> </strong></div>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong></p>
<p align="justify">Come è stato realizzato il progetto di <em>Videocracy</em> ?</p>
<p></strong></p>
<p align="justify">Il mio documentario non è stato girato nei termini classici di un attacco frontale, alla Michael Moore per intenderci, ma rappresenta invece una sorta di grande viaggio straniato all’interno del mondo dei <em>backstage</em>, delle veline, dei <em>casting </em>per l’<em>Isola dei famosi </em>o per il <em>Grande fratello</em>. Come una specie di &#8220;Alice nel paese delle meraviglie&#8221; con una telecamera in mano, ho intervistato tutta una serie di personaggi, da Lele Mora a Fabrizio Corona, tutta una serie di elementi più o meno inconsapevoli della &#8220;macchina di propaganda televisiva&#8221; che, devo dire, nel loro assoluto egocentrismo sono stati tutti estremamente disponibili a esporsi.</p>
<div><strong> </strong></div>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong></p>
<p align="justify">Per <em>Videocracy,</em> quindi, ti sei dovuto occupare più di video, di spezzoni, di foto, che della realtà stessa. L’oggetto privilegiato della tua indagine, il materiale principale su cui hai lavorato, è lo stesso materiale che, in fin dei conti, produci anche tu: le immagini. Che cosa ha significato per te riflettere sul &#8220;potere politico&#8221; della telecamera? Sul tuo stesso &#8220;potere politico&#8221;?</p>
<p></strong></p>
<p align="justify">La cosa che mi è sembrata molto interessante, durante le riprese, è stato il rapporto con questo mondo interamente basato sul successo, in cui girano capitali enormi, e in cui io sono riuscito a muovermi liberamente anche grazie alla mia assoluta insignificanza (agli occhi delle persone che ho intervistato, io non ero nessuno. Questo universo mediatico non sa neppure che cosa sia un documentario, o comunque non se ne interessa). Io non faccio parte di alcun movimento politico e rivendico moltissimo il fatto di essere indipendente. Il mio personalissimo &#8220;potere delle immagini&#8221; è quello del singolo operatore, del pesce piccolo, lontano dai grossi apparati, dai grossi meccanismi di produzione, che grazie alla propria indipendenza riesce a creare qualcosa di interessante. Anche Saviano, all’inizio, ha fatto così. Anche la D’Addario, se vogliamo, con il suo piccolo registratore si è riappropriata del &#8220;potere politico&#8221; del singolo.<strong> </strong></p>
<p align="justify"><strong>Mi stai dicendo allora che la comunicazione, le immagini sono diventate ormai una forma privilegiata di modificazione e di trasformazione della realtà, più che un suo specchio oggettivo?</strong></p>
<p align="justify">Direi di sì. Berlusconi di fatto ha modificato l’Italia a colpi di tette e di culi. Io credo che oggi, più che tra destra e sinistra, si stia creando una nuova forma di divisione: quella tra spettatori attivi e spettatori passivi. C’è una guerra in atto, con tutta una serie di nuove regole, tra alto e basso. Questa guerra si sta giocando sul terreno della comunicazione e, oggi come oggi, abbiamo tutti gli stessi mezzi per partecipare. Nel momento in cui io, singolo individuo, divento un &#8220;osservatore attivo&#8221;, nel momento in cui io ho una telecamera in mano, assumo un enorme senso di forza. Lo ha spiegato benissimo, in un’intervista, Fabrizio Corona. Nei <em>casting,</em> l’unica cosa che hai da vendere è il tuo corpo. Se il tuo corpo non va bene, non piace, allora la fotocamera del tuo cellulare, la tua macchina digitale diventano la tua arma. Nel momento in cui tu fotografi i vip (che in Italia, oggi, rappresentano &#8220;l’idea del potere&#8221; molto piu dei politici), nel momento in cui li riprendi con una telecamera, ti appropri di una parte della loro forza. Puoi vendere quelle foto, a loro o ai giornali, puoi avere soldi in cambio, puoi ricevere favori. Hai finalmente una voce per contrattare.<strong> </strong></p>
<p align="justify"><strong>Nella tua storia personale di documentarista italo-svedese, hai deciso di lavorare e vivere a Stoccolma. Pensi che in Italia ci possa essere il terreno per fare dei buoni documentari?</strong></p>
<p align="justify">Si parla tanto in Italia di polarizzazione tra destra e sinistra, come se non ci fosse l’idea di una verità unica dei fatti. Nei vostri scandali è come se tutto diventasse un problema di opinioni e non di verità. &#8220;Sixty minutes&#8221; è un programma americano che ha fatto scuola in tutto il mondo come esempio di giornalismo indipendente dalla politica e interessato ai soli fatti. Nella società televisiva italiana, un programma del genere verrebbe invece immediatamente accusato di essere &#8220;di parte&#8221;. In Italia c’è stata poi tutta la tradizione del neorealismo, del cinema che esce per la strada a raccontare le cose <em>con</em> e <em>per</em> la gente, anche se adesso tutto questo si è perduto: ormai qui ci sono più opinionisti che <em>film maker, </em>anche se ci sarebbero moltissimi spunti per dei buoni film. In Italia in effetti c’è un po’ troppo questa cosa del &#8220;grande uomo&#8221;, di quello che sa parlare bene, che ogni volta commenta e racconta il fatto. Il documentarista invece è un altro tipo di intellettuale, è una persona che non conosce esattamente quello che troverà. Il suo è un mondo dove le cose non vengono per forza raccontate e poi subito commentate, ma soltanto osservate, guardate da una persona discreta, attenta e nello stesso tempo silenziosa, che va e viene con una telecamera in mano.</p>
<p align="justify"><em>(pubblicato su Alias, 5/9/2009)<span style="font-size: x-small; font-family: Arial;"> </span></em></p>
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		<title>&#8220;Videocracy&#8221; o del fascismo estetico (1)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 05:40:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese [La seconda parte dell&#8217;intervento, qui] La negligenza, e quasi la cecità, della sinistra e della sua intellighentsia dinanzi a questo fenomeno deriva dalla situazione con cui hanno guardato alla cultura delle masse, che è stata considerata sempre marginale rispetto al potere presunto vero, cioè alla dimensione politica ed economica. Raffaele Simone Essere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/videocracy_2_us-400x300-300x225.jpg" alt="videocracy_2_us--400x300" title="videocracy_2_us--400x300" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-21814" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/videocracy_2_us-400x300-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/videocracy_2_us-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>[La seconda parte dell&#8217;intervento, <a href="www.nazioneindiana.com/2009/09/14/videocracy-o-il-fascismo-estico/">qui</a>]<br />
<em>La negligenza, e quasi la cecità, della sinistra e della sua intellighentsia dinanzi a questo fenomeno deriva dalla situazione con cui hanno guardato alla cultura delle masse, che è stata considerata sempre marginale rispetto al potere presunto vero, cioè alla dimensione politica ed economica.</em> Raffaele Simone</p>
<p>Essere spettatori di <em>Videocracy</em> è un&#8217;esperienza profondamente sgradevole. Durante la proiezione del documentario è percepibile un diffuso imbarazzo, che ogni tanto è rotto da qualche risata liberatoria. Ma quelle risate, appena risuonano, più che liberare incatenano maggiormente alla propria vergogna. Poi c&#8217;è lo schifo. Uno schifo da tagliare col coltello. E quindi la nausea di nervi, veri e propri crampi. E quando ti alzi e vedi gli altri spettatori come te, e sai già fin d&#8217;ora che se ne andranno come se niente fosse, come si esce ogni sera da un cinema, un po&#8217; stralunati e un po&#8217; eccitati, ti piomba di nuovo addosso la vergogna, quasi fossimo tutti quanti testimoni passivi e docili di un crimine detestabile, concluso il quale ognuno se ne va solitario, omertoso e impotente a casa propria. Strano effetto, davvero. Ma come? Non avevo io letto Anders, Debord, Baudrillard, Bauman? Non avevo letto Barbaceto, Travaglio, Perniola, la Benedetti, Luperini? Non conoscevo già tutta questa vicenda a memoria? Non avrei dovuto essere immune dallo shock? Non ho forse letto analisi e ascoltato dibattiti sul genocidio culturale, sulla rivoluzione mediatica degli anni Ottanta? Sul grande smottamento antropologico, cominciato con <em>Drive in</em>?<br />
<span id="more-21811"></span><br />
Non sono forse un tipico esemplare di quella classe media acculturata che, grazie ad una certa memoria storica e ad una formazione umanistica, si sente sufficientemente critica nei confronti del mondo che lo circonda? Addirittura, non sono forse un esemplare medio di quello che è una volta si sarebbe chiamato intellettuale di sinistra, uno cioè che crede nel valore della ricerca e del dibattito pubblico, nel valore della scienza e della letteratura, per rendere il mondo più giusto? E non sono, infine, un insegnante di liceo, che ha quasi ogni giorno un contatto diretto con le “nuove generazioni”? Io, dunque, non sapevo? Non ne sapevo abbastanza di com&#8217;è l&#8217;Italia, di come è diventata? Ma non lo sappiamo tutti, da tanto tempo? Ma allora perché quel senso desolante e irrimediabile di umiliazione, che solo un antidolorifico coi fiocchi, un oppiaceo in polvere, avrebbe potuto lenire?</p>
<p>La prima risposta che trovo, non so quanto corretta, è questa: il mio <em>sapere</em> è stato a lungo scisso dal mio <em>sentire</em>. Il mio sistema morale deve aver trovato una strategia alquanto vigliacca di sopravvivenza, da un lato mandava avanti la mente libresca, la nutriva di dati e concetti, dall&#8217;altro ottundeva il sensorio, lo teneva al riparo dalla “malvagità del banale”, per utilizzare una formula letta da qualche parte e che rovescia assai ragionevolmente il titolo della Arendt. Non è forse stato il mio (il nostro) un ritiro sull&#8217;Aventino? Non già un ritiro parlamentare, una rinuncia politica, una protesta sterile e controproducente. No, un <em>ritiro estetico</em>, e non della classe politica, bensì di una certa società civile. Abbiamo fatto di tutto per <em>non percepire</em>, mentre intanto blandivamo la coscienza, nutrendola di letture e tavole rotonde sull&#8217;informazione. </p>
<p>	Da tempo immemorabile la sinistra grida “al lupo al lupo”, parlando di regime, di guasto della democrazia, di monopolio dell&#8217;informazione. La sinistra istituzionale, quella che fa riferimento al PD, dovrebbe su questa questione tacere per sempre. Forse per inconsapevole terrore di quella stessa ideologia, di cui è stata prigioniera nel suo remoto passato di PCI filosovietico, forse per consapevole contrabbando politico con Berlusconi, essa ha rinunciato ad ostacolare la frana in corso. Nessuna legge ha intralciato il massivo esperimento antropologico del Grande Intrattenitore. Sanare i conti, è stata la priorità dei governi di centro-sinistra, mentre le menti, quotidianamente, si guastavano. Ma poiché il partito si era finalmente de-ideologizzato, poco si curava di questo versante e di coloro che in esso moltiplicavano cantieri. Quanto a certa sinistra radicale, la sua vocazione al settarismo l&#8217;ha completamente immunizzata dal problema. Essendo i compagni autentici una ristretta e gelosa élite, e vivendo essi tra di loro, perfettamente adeguati alla psicologia dell&#8217;assedio, e dotati infine della celebre pazienza rivoluzionaria, possono attraversare deserti estetici e antropologici senza battere ciglio. La dura necessità della lotta li ha anestetizzati in partenza.</p>
<p>	Quando dunque si parla di attacco ai diritti civili e si addita con scandalo, da <em>Repubblica</em> al <em>manifesto</em>, la costituzione bistrattata, si spara in parte fuori bersaglio. Non che ognuno di questi allarmi sia fasullo, ma essi ignorano l&#8217;isolamento estetico da cui vengono lanciati. Chi pensa alla costituzione ha una mente libresca, chi continua ad amare Berlusconi ha una mente televisiva. Questa banale affermazione ha conseguenze, storicamente, tragiche. Nel senso più tecnico e appropriato del termine. <strong>Le condizioni di vita, nel paese, possono peggiorare per un numero sempre più ampio di persone, senza che ciò alzi di un grado la cosiddetta conflittualità sociale.</strong> Questa è l&#8217;implacabile legge di quello che io chiamerei “fascismo estetico”. </p>
<p>	Che cos&#8217;è il “fascismo estetico”? Le sequenze iniziali e finali di <em>Videocracy</em> lo illustrano perfettamente.<strong> Il “fascismo estetico” è quella lotta per la salvezza sociale che impegna ogni componente dei ceti popolari, nella più assoluta solitudine, sul terreno della propria immagine.</strong> Nell&#8217;epoca della fine della mobilità sociale e del lento disfacimento della classe media, il nemico di classe non esiste più, come non esistono più alleati nella lotta per il miglioramento delle condizioni di vita. Vi è un&#8217;unica fede, quella della trasformazione individuale. Non una religiosa rivoluzione interiore, ma una laica e materialista metamorfosi della propria immagine. Il giovane operaio bresciano che è intollerante nei confronti del proprio lavoro, che si rifiuta ostinatamente a un destino di tornitore a vita, ha di fronte a sé un&#8217;unica via di salvezza che, tragicamente, è in realtà la sua <em>maledizione</em>. Egli vive da anni nella costruzione di un personaggio televisivo attraverso una dura disciplina fisica, che lo rende straordinariamente atletico e prestante. Ha ininterrottamente lavorato sulla propria immagine, ossia sul proprio corpo, sulla gestualità, sugli abiti. Ma per lui, probabilmente, non verrà alcuna salvezza. Ruoterà per sempre, come in un girone infernale, intorno alla ribalta televisiva, senza mai poter abbandonare il suo posto di spettatore ed accedervi. Per lui, il salto sociale non avverrà mai, anzi si cumuleranno, su un terreno nuovo e diverso da quello della fabbrica, delle umiliazioni ulteriori. Passerà di casting in casting, calcherà gli studi televisivi, solo per mettersi tra le sagome indifferenziate di coloro che ridono e applaudono. Non diventerà, nonostante le ore quotidiane di palestra, la dieta, i sacrifici di tempo e denaro, <em>famoso</em>, e quindi neppure ricco, e quindi neppure attraente da un punto di vista sociale. Resterà un qualsiasi operaio non qualificato, di quelli guardati con sufficienza dalle compagnie femminili di paese. </p>
<p>	Per le giovani e giovanissime donne, il fascismo estetico presenta un quadro, se possibile, più cinico e disperato. <strong>In un mondo del lavoro ancora sessista, la via della realizzazione professionale passa per la prostituzione spontanea.</strong> Si parla sui giornali della propensione del premier erotomane per le minorenni. Si parla con orrore di violenza sulle donne, di abusi e aggressioni sessuali. Nell&#8217;ultima sequenza di <em>Videocracy</em>, un gruppone di giovanissime aspiranti veline è ripreso mentre ancheggia a suon di musica, nel modo che ognuna immagina il più sensuale e provocante possibile. Quanti di questi corpi sono volontariamente sacrificati ai molteplici intermediari dell&#8217;industria dell&#8217;immagine? Sotto l&#8217;occhio complice della famiglia, del gruppo di amici, della comunità di paese, che preferisce ignorare il prezzo imposto dal raggiungimento di una tanto agognata apparizione televisiva? Anche qui non sfugge la condizione tragica che impone al mondo femminile di raggiungere la propria salvezza sociale – l&#8217;autonomia professionale – attraverso la dura prova del baratto sessuale, poiché l&#8217;unica merce di scambio che una donna può offrire, in quel mercato gestito dall&#8217;uomo, è il corpo. Se poi sia peggio, quanto a prostituzione spontanea, quella dei corpi, riservata alle donne, rispetto a quella delle menti – e quali menti! –, riservata agli uomini, non sarò certo io a dirlo, che non sono avvezzo né all&#8217;una né all&#8217;altra. </p>
<p>Insomma, nonostante tutto ciò che che <em>sapevo</em> (o supponevo sapere), la <em>visione</em> di <em>Videocracy</em> mi ha prodotto uno shock cognitivo, che mi ha spinto ad elaborare il nuovo concetto di “fascismo estetico”. Innanzitutto ho pensato che ci è davvero mancato un Pasolini, come cronista di questo terrificante esperimento di massa. Non il Pasolini che viene sempre invocato, quello del genocidio culturale e della fine del mondo contadino. Il Pasolini degli anni Settanta, quello delle <em>Lettere Luterane</em> per intenderci, non scopre niente, da un punto di vista intellettuale. Dice cose che altri studiosi e scrittori, filosofi e sociologi, hanno già detto almeno una decina d&#8217;anni prima. La forza e la necessità dell&#8217;urlo di Pasolini viene dal fatto che, quello che altri hanno saputo prima, lui lo <em>sente</em> dopo. Altri, più lucidamente di lui, avevano analizzato la rivoluzione antropologica, che stava segnando la scomparsa della cultura popolare e contadina. Ma lui è stato in grado di <em>patire</em> fino in fondo l&#8217;esperienza di questa scomparsa, proprio in virtù di quel contatto con i ceti popolari di cui era continuamente alla ricerca. Lui l&#8217;ha vissuta su di un piano <em>estetico</em> più che politico e intellettuale. E proprio per questo ne ha misurato più coraggiosamente di altri la portata.</p>
<p>	Molti di noi, nel trentennio di ascesa della videocrazia, si sono difesi proprio dall&#8217;esperienza estetica che il nuovo regime imponeva. Mi prendo come esempio, in quanto so bene di non rappresentare un&#8217;eccezione, semmai una minoranza. In un momento imprecisato, all&#8217;inizio degli anni Novanta, ho smesso di guardare la televisione. Ho compiuto questo gesto semplice: ho portato in solaio il televisore, e da allora guardo la tele assai raramente, a casa di qualcun altro. È una colpa? Posso andarne fiero? Potevo fare altrimenti? (Una delle frasi che appaiono in coda a <em>Videocracy</em> afferma: <strong>Oggi l&#8217;80% della popolazione italiana ha la televisione come prima fonte di informazione</strong>.) Lo ammetto, ad un certo punto mi sono rifiutato di sottopormi compiutamente all&#8217;esperimento che Silvio Berlusconi stava realizzando sul pubblico televisivo italiano. Lo avrò fatto per privilegio di classe, per intolleranza personale, per istinto di sopravvivenza&#8230; non sono sicuro di conoscerne il vero motivo, ma sicuramente l&#8217;ho fatto. Il problema è che, in questo modo, ho finito per ignorare  l&#8217;entità del disastro. Aggravante ulteriore è stata la latitanza dal suolo patrio per alcuni anni. È pur vero che, ogniqualvolta mi è capitato in questi anni di vedere un programma d&#8217;intrattenimento, faticavo a credere ai miei occhi e alle mie orecchie. Mi dicevo: “Ma come è possibile che le donne italiane accettino questo?” (Non parlo qui d&#8217;informazione. Delle mezze verità dei telegiornali, della censura spontanea o imposta, della manipolazione e della propaganda. Parlo proprio dei programmi di puro intrattenimento, con la presenza del pubblico: dai quiz ai <em>reality show</em>.)</p>
<p>	Ma le occasioni di spaesamento si moltiplicavano anche nella vita reale. L&#8217;avvento in città di automobili sempre più implausibili: le fuoristrada con la sbarra di metallo antibufalo, o quelle nere con i vetri oscurati da gangster. La moltiplicazione davanti a qualsiasi locale dalla luminaria un po&#8217; esotica d&#8217;ingombranti e inutili buttafuori. Ricordo la scoperta di ambienti a tal punto ridicoli, da sembrare irreali. Un conoscente una sera m&#8217;introdusse, con un paio di amici, al “Just Cavalli Café”, un locale esclusivo – o che si pretende tale – di Milano, frequentato da gente della moda, del calcio e della televisione. C&#8217;erano due ragazze in tailleur all&#8217;entrata con le liste degli invitati: una miscela di doganieri, hostess, e maestrine terribili: serie come la morte. Nel ristorante dei Vip – o presunti tali – gli uomini sembravano controfigure più o meno riuscite di Fabrizio Corona, ma generalmente col cranio rasato; le donne, presentatrici più o meno plausibili alla ricerca disperata di contatti importanti. Sociologicamente nulla di speciale: nuovi arricchiti. Atmosfera: Mosca anni Duemila, magari senza pistole automatiche nella giacca. Ma l&#8217;arredamento, gli abiti, la gestualità erano ciò che più mi sorprendeva. Tutto si svolgeva come su una ribalta televisiva, ma mi sfuggiva la regola del gioco, dal momento che di spettatori non ce n&#8217;erano. Quando si dice “apparire”, non si è detto ancora nulla. Uno, infatti, pensa subito ad una politica dell&#8217;apparire, all&#8217;apparenza come mezzo. Ma nel “fascismo estetico” – e lo capisco tardi – mezzo e fine finiscono per confondersi. La disciplina dell&#8217;apparire, il quotidiano esercizio per diventare belli ed eleganti, non ammette basse strumentalizzazioni. Raggiungere lo splendore di un&#8217;immagine si trasforma nel fine in sé.</p>
<p>	E tutte le volte che a Milano camminavo per certe vie o passavo davanti a certi caffè o discoteche, mi chiedevo: “Ma chi sono <em>questi</em>?” Era snobismo? È stato snobismo smettere di avere la tele in casa? Questa è l&#8217;accusa più in voga oggi rivolta a chi rimane estraneo ai grandi compiti imposti dal “fascismo estetico”. Le mie ragioni, però, non sono state sociali, ma estetiche: era una vigliacca necessità di preservarmi da tanta bruttura e banalità, da tanto conformismo, che mi ha reso cieco alle grandi trasformazioni. Non ne ero ignaro, ma non percepivo il disegno unitario e la macchina potente che le governava. Ora vedo l&#8217;enorme sforzo di essere belli, il rovello perenne, la disciplina marziale dell&#8217;apparire, a cui una gran quantità di giovani italiani è sottoposta. È affascinante constatare fino a che punto, in certi caffè o per certe vie, ci siano solo ragazze accuratamente truccate che indossano abiti vistosi e attraenti, e ragazzi con muscolature e tatuaggi opportuni. Tutte e tutti abbronzati. L&#8217;unica nota inquietante in tanta bellezza è lo spettro aleggiante della <em>clonazione</em>. Tutti questi belli e queste belle, disinvolti e ridanciani, si assomigliano maledettamente. Hanno lo stesso taglio di capelli, gli stessi occhiali, le stesse magliette, gli stessi tatuaggi. Non solo, ma il loro sforzo perenne, la loro aspra disciplina, li rende anche tremendamente aggressivi. Questa è una caratteristica del “fascismo estetico”: vi è un sovrano disprezzo per colui che non si piega alla stessa rigida regolamentazione. Costui non è visto semplicemente come un “brutto”, uno “sfigato”, perché privo di opportuna abbronzatura e tatuaggio, ma è considerato in qualche modo una minaccia, anzi uno sberleffo vivente di fronte allo zelo dei belli-a-tutti-i-costi. Vi è un grande risentimento in questi “sacerdoti del corpo scolpito e dell&#8217;abito perfetto” per colui che non appartiene alla loro tribù. E mostra di vivere, di divertirsi, di amare, senza intrupparsi nel loro corteo e senza condividere i loro riti impietosi. </p>
<p>	Non m&#8217;interessa più di tanto, in realtà, proporre una fenomenologia dell&#8217;italiano dedito all&#8217;ossessiva e conformista cura della propria immagine. Ognuno ha di fronte a sé una quantità di esempi sufficientemente eloquenti. Il punto è un altro. E riguarda la mia (e di altri) grande capacità di astrazione e di oblio di fronte a tutto ciò. Accettare fino in fondo quanto è accaduto, guardarlo in faccia senza schermi intellettuali, è un compito arduo. Lo è soprattutto per chi vive ancora tra due mondi, tra quello della lettera e quello dell&#8217;immagine, tra la cultura del libro e l&#8217;impero della televisione. </p>
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