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		<title>I fantasmi di Luca Ricci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2014 06:00:31 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>Domestici, familiari, quasi innocui. È il ritratto dei <em>Fantasmi dell’aldiquà </em>che popolano i racconti di Luca Ricci (Napoli, La scuola di Pitagora, 2014), fantasmi <em>d’intérieur</em> che si aggirano in paesaggi privi di una connotazione geografica precisa. L’io narrante e polimorfo mangia sandwich e dipinge staccionate, prende il sole sul prato e sogna piscine in stile David Hockney, prepara biscotti di Halloween e descrive pomeriggi dal sapore di provincia americana. Non ci sarebbe da stupirsi se, accanto al gatto dell’ultimo racconto <em>Il piede nel letto</em>, sbucasse d’improvviso anche l’enigmatico pavone che compare in <em>Penne</em> di Carver, o se la chiazza liquida che si forma nel letto dei due coniugi in <em>Livelli d’acqua </em>non fosse in realtà provocata da un guasto al frigorifero, come in <em>Conservazione, </em>ancora di Carver; nessuna sorpresa se, in una delle cucine di Ricci, si accendesse di colpo una radio «straordinaria» col design curato da Cheever.<br />
Eppure, come si diceva, la latitudine di queste narrazioni è indefinita: sia perché l’attenzione è focalizzata sugli interni piuttosto che sugli esterni («Preferibilmente non si esce mai di casa nei miei racconti», concludeva Ricci in un intervento per la rubrica <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/12/11/usus-scribendi-una-cosa-sui-miei-racconti/">Usus Scribendi</a> qui su Nazione Indiana), sia perché i fantasmi in generale non hanno indirizzo preciso e riescono a viaggiare nel tempo e nello spazio, in tre moderni minuti necessari a scongelare una pizza al microonde, così come in un battito di ciglia di colore più romantico. Dagli States del XX secolo alla Francia dell’Ottocento: il racconto d’apertura, <em>La lunga attesa, </em>che gioca su un elemento denso di riferimenti letterari come la somiglianza fisica, e crea un tempo coniugale cristallizzato dalla segregazione domestica dopo un funerale, ricorda il Villiers de l’Isle-Adam dei <em>Contes cruels, </em>in particolare quello di <em>Véra, </em>rivisitato però in chiave hitchcockiana; <em>Uscita in giardino, </em>col suo <em>trompe-l’œil </em>troppo attraente per essere completamente finto, solleva una nebbia di mistero in stile <em>Vénus d’Ille </em>di Mérimée. Il fantastico va per la sua strada, viaggiando su un binario parallelo, quasi ucronico, un po&#8217; come gli <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/28/amici-immaginari/">amici immaginari</a> dell’omonimo racconto, o come il gatto del già citato <em>Il piede nel letto</em>, che appartengono a dimensioni altre, a mondi che la realtà incrocia a tratti e spesso poi abbandona. Come scriveva Calvino su Repubblica, in una vecchia <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/12/30/benvenuti-fantasmi.html">recensione</a> che del fantastico era una piccola enciclopedia, a volte «il soprannaturale è solo in una connessione o sconnessione misteriosa che si delinea tra i fatti di tutti i giorni». Lo sa bene Ricci, per il quale il mistero può risolversi in una sorta di sospensione narrativa, oppure è utilizzato come un ironico grimaldello, che apre a interpretazioni dei fatti molto più concrete: è il caso di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/01/06/la-prima-bugia/">La prima bugia</a>, oppure di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/06/15/ikebana/">Ikebana</a>, che si chiude su un finale dal silenzio pinteriano.<br />
Il testo che più di tutti resta impresso, però, è forse <em>L’eclissi</em>. Se il <em>Nuotatore</em> di Cheever compiva un viaggio a nuoto verso il disincanto (di recente Forlani ha proposto per il <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/09/cinedimanche-04-frank-perry-un-uomo-a-nudo/"><em>cinédimanche</em></a> l&#8217;adattamento cinematografico con Burt Lancaster), il protagonista di Ricci esce dal racconto dalla stessa finestra attraverso cui era entrato: ne esce correndo, pensando che “aveva voluto provarci”, e smette di correre soltanto quando è ormai troppo lontano per tornare indietro, così come il nuotatore smette di prendere a pugni la porta della casa quando capisce che l’abitazione è vuota.<br />
Solitudine, bugie, routine, incomunicabilità, tradimenti, senso di inadeguatezza: sono loro, fra gli altri, i fantasmi dell’aldiquà che l’autore convoca in questi racconti brevi, misurati, linguisticamente cristallini e sempre dotati di quella particolare carica elettrica che solo il fantastico, quotidiano e non, sa fornire.<br />
Postfazione di Umberto Silva.</p>
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