<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Vincenzo Pardini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/vincenzo-pardini/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sat, 28 Jan 2017 07:58:41 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.6</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Scrivere per dare udienza ai fantasmi</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/01/26/perche-questo-romanzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2017 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[Grande secolo d’oro e di dolore]]></category>
		<category><![CDATA[il saggiatore]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Pardini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=66751</guid>

					<description><![CDATA[di Vincenzo Pardini L’amico Giacomo Sartori mi ha invitato a scrivere qualcosa sul mio libro, che sta per uscire da il Saggiatore: Grande secolo d’oro e di dolore. Lo faccio volentieri sia per Giacomo sia per gli amici di questo giornale che più volte mi ha ospitato e sostenuto. È il libro più lungo che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/pardini_C_grande_secolo_doroedolore-Copia.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-66923" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/pardini_C_grande_secolo_doroedolore-Copia-221x300.jpg" alt="pardini_C_grande_secolo_doroedolore - Copia" width="221" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/pardini_C_grande_secolo_doroedolore-Copia-221x300.jpg 221w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/pardini_C_grande_secolo_doroedolore-Copia.jpg 471w" sizes="(max-width: 221px) 100vw, 221px" /></a>L’amico Giacomo Sartori mi ha invitato a scrivere qualcosa sul mio libro, che sta per uscire da il Saggiatore: <em>Grande secolo d’oro e di dolore.</em> Lo faccio volentieri sia per Giacomo sia per gli amici di questo giornale che più volte mi ha ospitato e sostenuto. È il libro più lungo che abbia realizzato: 357 pagine. Ma sarebbero state molte di più non le avessi espunte, lasciando solo quelle in cui mi pareva che fossi riuscito a mettervi dentro le atmosfere e i ritmi che volevo. Scrivere mi comporta un impegno molto faticoso: attraverso le parole cerco di afferrare l’inafferrabile, ossia gli attimi che fuggono non tanto perché portati via dal tempo quanto dalla vita, che viene meno ad ogni istante. Un fumo di pipa al vento. Ho scritto questo romanzo negli anni Ottanta, lasciando le pagine dentro una cartella. Di tanto in tanto mi tornava alla mente, creandomi tormenti: voleva essere ultimato. Ma non trovavo il tempo e la condizione giusta, preso come ero dagli impegni della quotidianità. Finché, andato in pensione, quel magma di parole ha cominciato a non darmi tregua: adesso non avevo più scampo, dovevo affrontarlo. Un duello troppo a lungo rimandato. Dalla macchina da scrivere della prima stesura, ero intanto passato al computer, e la vita mi era cambiata. I miei cari erano morti e mi ero sposato e avevo una figlia. Riscrivendolo, sentivo quanto fosse forte, perché non mi consentiva di aggiungere niente, ma solo di togliere il sovrappiù. La sua forza stava, tutta, nelle storie dei vari personaggi che, come indignati per averli lasciati a languire tra le parole, mi venivano davanti, si facevano vedere, chiedevano, esigevano, mi maltrattavano anche. Insomma, stavo dando udienza a dei fantasmi, fantasmi che esistevano, e che abitavano e abitano, nei miei dintorni. Non a caso il libro parte dalla fine dell’Ottocento e arriva oltre il 1980 del secolo scorso. Protagonista è Leonide, una discendente dei Longobardi. E’ lei il motore della storia, che si intreccia con personaggi non solo del suo presente, ma anche di un passato che lei sola riesce a vedere grazie alle sue doti medianiche. Dalla terra di Leonide, un immaginario paese della Media Valle Del Serchio, la narrazione si sposta in Europa e in America, passando attraverso due guerre e altri conflitti che vedono sul campo di battaglia perfino il generale Mac-Mahon. Un romanzo, quindi, non solo di sentimenti, ma anche di storia, che di sentimenti d’ogni sorta si alimenta. Come sempre faccio, scrivendo un libro non tengo di conto delle mode letterarie del momento. Il mio solo e unico scopo è quello di sviscerare trame dove la vita della gente sia al centro. Credo intatti che mai come adesso abbiamo bisogno di liberarci di quanto più ci opprime, chiedendoci anche chi siamo e da dove veniamo. Cosa che possiamo fare solo raccontando e raccontandoci. Buona lettura, cari amici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: &#8220;Grande secolo d’oro e di dolore&#8221; esce oggi (il Saggiatore)</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">66751</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il coltellino (da &#8220;Banda Randagia&#8221;)</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/06/22/vincenzo-pardini-il-coltellino/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2015/06/22/vincenzo-pardini-il-coltellino/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2015 12:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Banda Randagia]]></category>
		<category><![CDATA[Fandango]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[il coltellino]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Pardini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=55120</guid>

					<description><![CDATA[di Vincenzo Pardini Nessuno, da tempo, apriva i cassetti dell’antico canterano che si trova in una stanza del mia antica casa. Lo specchio che lo sormonta mostra chiazze e sbavature che paiono i sedimenti di una ragnatela. In passato ci si ammiravano le mie ave, e anche mia madre ragazzina. Ora non sarebbe più possibile. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/06/22/vincenzo-pardini-il-coltellino/pardini-banda-ran-copj170-asp/" rel="attachment wp-att-55127"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-55127" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/pardini-banda-ran-copj170.asp_.jpg" alt="pardini banda ran copj170.asp" width="170" height="255" /></a>Nessuno, da tempo, apriva i cassetti dell’antico canterano che si trova in una stanza del mia antica casa. Lo specchio che lo sormonta mostra chiazze e sbavature che paiono i sedimenti di una ragnatela. In passato ci si ammiravano le mie ave, e anche mia madre ragazzina. Ora non sarebbe più possibile. Deforma le immagini. Quasi volesse farsi beffa delle vanità,o fosse deluso del suo ruolo.</p>
<p>Una a una ho aperto le cantere del comò. Stridevano come animaletti disturbati nel sonno. Erano vuote, con l’odore del legno tarlato. Nell’angolo di una, ho veduto un grosso insetto dalla testa lucente: era un coltellino di appena quattro dita. Il manico di legno nero mostrava cavità irregolari grandi come teste di formica. Il tarlo. L’ho aperto. La molla ha emesso uno scatto ch’era voce. La lama, un po’ consunta, denotava un lieve strato di ruggine. Ma i bottoni d’ottone brillavano. Sembrava un piccolo essere liberato da un’ingiusta, quanto lunga prigionia e sentivo che voleva starmi appresso. Me lo sono messo in tasca. Era una calda giornata d’estate, quando i sassi dei muri hanno la febbre, tanto scottano e le persone cercano refrigerio. Una calura che può essere anche desolazione; la campagna è muta e solitaria e le cicale emettono il canto senza fine delle prefiche. Nondimeno nei vicoli dei paesi montani, il sole non arriva mai con la sua irruenza; ci sono addirittura angoli, esposti alla tramontana, dove il muschio è verde e fresco come d’inverno. Spifferi di vento escono dalle cantine. I vecchi, se non sono in casa, li troviamo al fresco negli orti. Stanno lì, dentro un tempo che sentono tutto loro: li ha risparmiati e non ancora traditi. Non lo temono più. Andai a far visita a una mia parente, quasi centenaria. Mi raccontò che il paese, una volta, sembrava un castello. Racchiuso tra le mura, aveva quattro porte. Ve n’è rimasta una, con la feritoia dell’arciere, simile alle altre, demolite per far passare i muli. Nel paese c’era vita. Pullulava di gente, di voci e rumori: le filande giravano e i telai delle tessàndore (le tessitrici), con dei brevi contraccolpi di legno, intessevano gli orditi. Quando le ho mostrato il coltellino, ha esclamato:«Oh perdinci, era quello di tuo nonno. In du l’hai trovo? Tientene di conto: un bel ricordo!» Fatta una pausa, guardata la campagna, ha ripreso: «Mi pare di rivederlo nelle sue grosse mani. Tutti, a quei tempi, portavano il coltello. Serviva per diversi lavori, tra cui affettarci il pane e il companatico, o per ammezzare i sigari Toscani, come faceva anche tuo nonno. Sarà stato nel Venti. Io una ragazza, lui un uomo. Insieme andavamo alle pecore.»</p>
<p>Il coltellino fu dunque impiegato per usi diversi. Ne reca i segni: oltremodo affilata, la lama è un poco allentata come avesse trafitto un corpo; due scalfitture sfregiano i bottoni d’ottone. Un coltello leggero, per rapidi e piccoli lavori che accompagnano la vita di ogni giorno. Quando vado in un luogo antico, poniamo una chiesa, sento mi si riversano dentro sensazioni che, se chiudo gli occhi, possono trasformarsi in immagini. Non è vero che il passato si cancella. L’abbiamo intorno e dentro, ma non si lascia vedere, solo percepire. Il coltellino, quasi la sua lama avesse liberato trapassate memorie, mi ha riportato ai giorni del nonno. Dolori e angosce sopraffanno i momenti lieti. Ho ereditato le sue malinconie, solitudini e ire. Peraltro la sua vita non fu granché lunga. Il coltellino assecondava i suoi umori col silenzio proprio degli oggetti che vivono con noi.</p>
<p>Molti dei suoi coetanei viaggiavano con coltelli ben più grossi. Alla bisogna li usavano non soltanto nei lavori, ma anche come strumento di difesa o offesa. Sebbene lui fosse turbolento, era sicuro di sé. Aveva una gran forza fisica e gli bastava. Il coltellino era un accessorio, non un’arma. Felice d’averlo resuscitato da un limbo che gli durava da oltre mezzo secolo, lo impiego in piccole mansioni. Sento che unisce la mia vita a quella del nonno, riportandomi ai suoi sogni e progetti. I medesimi che la mente, nel momento in cui si muore, lascia in sospeso alla stregua di sogni. Uno di questi potrebbe essermi giunto proprio tramite il coltellino. Mi ha infatti sollecitato ricordi svaniti. Mostratolo a un amico, saggiatone con un dito il taglio, ha detto:«Potrebbe far male, molto male.»</p>
<p>Bambino, un pomeriggio d’inverno, la nonna mi mandò alla bottega a comprare una bottiglia d’olio. Al centro della stanza, alcuni paesani attorniavano due vecchi. I quali, con scatti improvvisi e veloci, muovevano un braccio riportandolo all’altezza del mento. Mi sembrava giocassero, quando m’avvidi impugnavano un coltello col taglio rivolto all’esterno. Avevano la faccia immobile e tesa; a uno gli sanguinava. Un po’ si fissavano negli occhi, poi sferravano il colpo emettendo un sospiro. «Spartiteli, che sennò s’ammazzano!», implorava la bottegaia. Tutti tacevano e, nell’aria, c’era odore di sugna. D’improvviso, come quando il vento spalanca una finestra, entrò il parroco con un lembo della veste in mano. Andò dai vecchi. Fui allontanato, non ricordo da chi. Troppo tardi. Avevo visto come si usa un coltello. E non l’avrei dimenticato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[questo magnifico racconto di Pardini è tratto da &#8220;Banda Randagia&#8221;, Fandango, 2010; e intendiamoci, la mia non è una particolare affinità con il mondo (seppure altamente evocativo) contadino/rurale spesso descritto dall&#8217;autore, e nemmeno con il suo registro linguistico (seppure bellissimo) non è questo; quello che mi colpisce è la potenza, la singolarità e l&#8217;intelligenza dello sguardo, la sua profondità; se ci fosse qualche autore che riesce a fare la stessa cosa anche con &#8220;materiali attuali&#8221;, con una lingua &#8220;più contemporanea&#8221;, prego di segnalarmelo; ma ci sarebbe molto da dire, e molto da ragionare; però partendo appunto dalla qualità dei testi, dalla loro potenza; confesso che ogni altro approccio e/o tentativo di cartografia, anche se molto intelligente, anche se profondo, e ho in mente vari esempi, mi sembra &#8211; e parlo alla luce della mia &#8220;pratica di scrittura&#8221; &#8211; vano]<br />
</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2015/06/22/vincenzo-pardini-il-coltellino/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">55120</post-id>	</item>
		<item>
		<title>I colori della terra</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 06:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cementificazione]]></category>
		<category><![CDATA[consumo di suolo]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[giornata mondiale del suolo]]></category>
		<category><![CDATA[paesaggio]]></category>
		<category><![CDATA[suolo]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Pardini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=49983</guid>

					<description><![CDATA[di Vincenzo Pardini Aristide, d’estate, aveva preso a tornare nella sua terra. Calzati i vecchi scarponi che teneva nella casa nativa, si inerpicava lungo la mulattiera di infanzia e adolescenza. Era cambiata. Cespugli e alberelli si stavano impossessando dell’impiantito di sassi e di pietre, le selve dei castagni s’erano infittite, alcuni di quelli antichi erano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/images-28/" rel="attachment wp-att-49998"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg" alt="images" width="147" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg 147w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" /></a>di <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p>Aristide, d’estate, aveva preso a tornare nella sua terra. Calzati i vecchi scarponi che teneva nella casa nativa, si inerpicava lungo la mulattiera di infanzia e adolescenza. Era cambiata. Cespugli e alberelli si stavano impossessando dell’impiantito di sassi e di pietre, le selve dei castagni s’erano infittite, alcuni di quelli antichi erano crollati come guerrieri sconfitti. Anche la terra che traspariva tra i sassi del percorso era diversa; da rossiccia e compatta, era divenuta scura, e non ospitava più l’andirivieni delle grosse formiche nere.</p>
<p>Bambino, Aristide aveva sempre osservato la terra, specie quando suo padre la rivoltava con la vanga, e le zolle erano d’un marrone umido, analogo a quello del cioccolato, e sapeva di radici. D’estate, verso sera, osservava i grilli nell’erba. Gli pareva emanassero odore di pulviscolo bruciato dal sole. La stesso che sollevavano le vacche al rientro dai pascoli; i muli, invece, parevano calpestarlo, tanto comprimevano il terreno con gli zoccoli. Scomparse le atmosfere di infanzia e adolescenza, la terra aveva assunto un’altra fisionomia. Una sera, all’inizio del tramonto, si spinse fino all’orlo dei precipizi, sotto i quali si estendeva la pianura. Erano anni che non vi era andato e ne rimase stupefatto e smarrito. La pianura non aveva più i colori della terra, ma quelli grigi, uniformi e artificiali dei capannoni dell’industria, dai quali fuoriuscivano volute di fumo bianco e compatto che, lento e inesorabile, si sollevava verso la montagna. Arrabbiato e deluso, Aristide si sentì vecchio, molto vecchio. La terra era ormai prigioniera e ammalata; malattia che si stava trasferendo a all’intero Creato.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">49983</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La mia terra</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/12/05/la-mia-terra/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2013/12/05/la-mia-terra/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Dec 2013 06:04:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[giornata mondiale del suolo]]></category>
		<category><![CDATA[suolo]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Pardini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47068</guid>

					<description><![CDATA[di Vincenzo Pardini Con la terra ho sempre avuto un legame di viscere e di mente. Non potrei vivere in città; mi sentirei peggio di un orfano o di un recluso. Debbo guardare la terra ogni giorno, alla stregua di un volto e di un corpo che si ama. Quando la lavoro (taglio di erba [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/5decemb1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/5decemb1.jpg" alt="5decemb1" width="121" height="272" class="alignleft size-full wp-image-47074" /></a> Con la terra ho sempre avuto un legame di viscere e di mente. Non potrei vivere in città; mi sentirei peggio di un orfano o di un recluso. Debbo guardare la terra ogni giorno, alla stregua di un volto e di un corpo che si ama. Quando la lavoro (taglio di erba e seminagione) avverto che mi trasmette un’insolita energia: un contraccambio di sentimenti e di sensazioni. Non ricordo quando, ho veduto un documentario: c’erano dei negri, forti e alti che, poggiati a terra sulle braccia, mimavano un rapporto sessuale con lei. La visione di quei corpi trasmettevano una forza primitiva insuperabile: quella che anche noi siamo fatti di  terra, impastati da Dio nella sua polvere e poi modellati a immagine e somiglianza di Lui. Non posso sopportare chi getta rifiuti nei boschi e nei prati. Sento che la terra se ne offende, alla stregua di una madre insultata e percossa dal figlio. Stanco durante il lavoro, mi siedo su un poggio, il cane accanto. I suoi sguardi e il contatto con il suolo mi infondono prima serenità di  spirito, poi energia. La terra non mi ha mai tradito. Ogni volta che torno in quella natale, mi accoglie e mi fa rivivere quanto di bello ho avuto. Non solo i ricordi. Ma i suoi odori, specie vicino ai torrenti o al fiume: dove acqua, sassi, alberi e rena sono un mondo di quiete e di armonia. Quando la raccolgo, tenendola in pugno, non la stringo mai. Mi sembra di avere tra le dita un cucciolo di cane, di gatto o di lupo, a cui potrei far male. Perché la terra, pur essendo immensa, è anche delicata e sensibile. Vuole sentirsi amata, vuole sentirsi dire che le si vuole bene. Deturparla e inquinarla è un’autentica bestemmia. Un peccato che, mi pare di capire, grida vendetta davanti al cospetto di Dio, perché è Lui che l’ha creata, dandoci, oltre la madre naturale, lei. Io sono innamorato della mia terra.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2013/12/05/la-mia-terra/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">47068</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Le dieci volte che ho incontrato Vincenzo Pardini</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/02/09/le-dieci-volte-che-ho-incontrato-vincenzo-pardini/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2013/02/09/le-dieci-volte-che-ho-incontrato-vincenzo-pardini/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Feb 2013 07:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[animali]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Ligabue]]></category>
		<category><![CDATA[carlo mazza galanti]]></category>
		<category><![CDATA[Debenedetti]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Marc]]></category>
		<category><![CDATA[Garfagnana]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[Il falco d'oro]]></category>
		<category><![CDATA[Il postale]]></category>
		<category><![CDATA[Il racconto della Luna]]></category>
		<category><![CDATA[Jodo Cartamigli]]></category>
		<category><![CDATA[La volpe bianca]]></category>
		<category><![CDATA[Lettera a Dio fino]]></category>
		<category><![CDATA[Lunigiana]]></category>
		<category><![CDATA[Media Valle del Serchio]]></category>
		<category><![CDATA[Natalia Ginzburg]]></category>
		<category><![CDATA[orwell]]></category>
		<category><![CDATA[Rasoio di guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio D'Arzo]]></category>
		<category><![CDATA[Tobino]]></category>
		<category><![CDATA[Tozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Pardini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=44817</guid>

					<description><![CDATA[di Carlo Mazza Galanti Ho incontrato Vincenzo Pardini molte volte. La prima grazie a un suo estimatore, Carlo Carabba, che alla redazione di Nuovi Argomenti mi allungò un libretto pubblicato da Quiritta presentandomelo come “un grande”, e “uno scrittore di culto”. È stato subito culto, per me, in effetti. La seconda, ma forse dovrebbe andare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carlo Mazza Galanti</strong></p>
<figure id="attachment_44818" aria-describedby="caption-attachment-44818" style="width: 1088px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-44818" alt="Aquila con volpe, Antonio Ligabue, 1944" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944.jpg" width="1088" height="1200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944.jpg 1088w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-272x300.jpg 272w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-928x1024.jpg 928w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-87x96.jpg 87w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-34x38.jpg 34w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-194x215.jpg 194w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-116x128.jpg 116w" sizes="auto, (max-width: 1088px) 100vw, 1088px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44818" class="wp-caption-text">Aquila con volpe, Antonio Ligabue, 1944</figcaption></figure>
<p>Ho incontrato Vincenzo Pardini molte volte. La prima grazie a un suo estimatore, Carlo Carabba, che alla redazione di Nuovi Argomenti mi allungò un libretto pubblicato da Quiritta presentandomelo come “un grande”, e “uno scrittore di culto”. È stato subito culto, per me, in effetti.</p>
<p>La seconda, ma forse dovrebbe andare per prima, è stato un <i>déjà vu</i>: le prime impressioni ricevute leggendo i suoi racconti, come a volte succede, mi hanno rimandato ad autori del passato che amavo: certa letteratura sospesa in atmosfere impalpabili, e però perfettamente riconoscibili, prossime ai domini del fantastico ottocentesco (Natalia Ginzburg lo definì “il nostro Maupassant”), o all&#8217;asciuttezza narrativa di suoi conterranei: Tobino, che Pardini stima molto, e Tozzi, un autore che meriterebbe di essere molto più letto. E Silvio d&#8217;Arzo, anche.</p>
<p>La terza volta che ho incontrato Pardini è stato dopo averne letto un po&#8217; di libri (ne ha scritti parecchi), ed essermi reso conto del valore e della ricchezza della sua opera: La mia storia di scrittore – mi ha raccontato via mail – inizia nella metà anni Settanta. Mandai due racconti a Enzo Siciliano, poi confluiti ne <i>Il falco d&#8217;oro</i>. Cominciai così. Il primo libro, <i>La volpe bianca</i>, uscì dalla Pilotta nel 1981, nel 1983 uscii col <i>Il falco d&#8217;oro</i>, Mondadori, nel 1987, sempre Mondadori, con <i>Il racconto della Luna</i>, poi con <i>Jodo Cartamigli.</i> E via di questo passo, finendo da Bompiani, Giunti, Quiritta, Laterza, con testi per ragazzi, Pequod e infine Fandango.</p>
<p>Ricordo lo stupore leggendo <i>Il bilancio</i>: un racconto di giovinezza credo compreso nel <i>Falco d&#8217;oro</i>, già limpido e misterioso come quelli che verranno, la storia di un inseguimento tra un ragazzo e una specie di avvoltoio, azzoppato. Anche quello è stato un incontro che mi piace considerare a parte.</p>
<p>Ma soprattutto quello con <i>Segregazione</i>, lungo racconto che apre un libro del &#8217;95, <i>Rasoio di guerra</i>, ripubblicato da Pequod nel 2007, che mi sembrò uscito da un immaginario così estremo, al limite dell&#8217;intollerabile, da ossessionarmi per diversi giorni. Non sono sicuro che sia davvero rappresentativo della sua scrittura: racconta in soggettiva la storia di un freak, un essere umano indescrivibile, orripilante, e si legge come una potente allegoria di ogni forma possibile e immaginabile di emarginazione e isolamento. L&#8217;ho postato sul sito minima&amp;moralia, dove chi vuole può ancora trovarlo.</p>
<p>Fu per me decisivo il mio incontro con Pardini mediato dagli amici animalisti e antispecisti: a loro che abbracciano battaglie che paiono fin troppo idealiste ma che possono aiutare molto, credo, a disinnescare un&#8217;atavica miopia dell&#8217;essere umano, quella di non considerarsi un animale; a loro ho provato a passare Pardini. Non è per nulla interessato a formulazioni filosofiche e teoriche ma potrebbe diventare una vostra icona, gli ho detto. Non credo esistano altri scrittori nella storia della letteratura che abbiano esplorato con tanta intensità, sensibiltà e ostinazione il mondo animale. Quasi ogni suo testo si sviluppa intorno alla presenza di un animale. Bisogna cercare nell&#8217;arte visiva per trovare qualcosa di simile: Franz Marc o Antonio Ligabue, per esempio. E bisognerebbe leggere quello che dice Debenedetti sugli animali nei racconti di Tozzi: “movimenti di vita, chiusi e complessi grumi di un divenire nel quale riconosciamo poi, ma solo in un momento ulteriore, la sagoma di un destino che ci riguarda” per scoprire come Pardini sia andato, su quella direzione, molto più avanti del suo nobile predecessore.</p>
<p>“Chiusi e complessi grumi di divenire” si accordano forse meglio a forme brevi che lunghe e per me Pardini resta uno dei maggiori novellisti della letteratura italiana. Non per questo rinuncerò ad annoverare trai miei incontri con lui (siamo al settimo credo) quello con i suoi romanzi, dal magmatico <i>Lettera a Dio</i> fino a <i>Il postale</i>, da poco uscito per Fandango: storia di un postiglione dalla fine dell&#8217;ottocento alla fine della prima guerra mondiale. La morte di una professione raccontata con straordinaria perizia descrittiva, minuzia di dettagli, cammei di importanti figure del passato (Pascoli, Baracca, Puccini, Bresci), l&#8217;emergere del fascismo dalle ceneri del vecchio mondo, il rilancio del complesso militare-industriale, le nuove tecnologie. La solita lingua pulita e precisissima, dove a “barcollare” non è un ubriacone ma una culla, o dove il Serchio “ruglia”. E naturalmente la storia di un cavallo, che si chiama come quello di Achille: Balio.</p>
<p>In occasione dell&#8217;uscita di questo libro, Fandango ha organizzato una serata, a Roma, il 13 dicembre, un vero e proprio omaggio a Pardini dove alcuni scrittori hanno letto parti della sua opera, in presenza dell&#8217;autore. Ecco un altro incontro. Non sono mai passato nè da segreterie, nè sacrestie – mi ha detto – indipendenza e solitudine hanno un prezzo alto. Sarà, ma ognuno ha il pubblico che si merita, e quello di Pardini, per quanto numericamente limitato, mi sembra un pubblico invidiabile. Tra i contemporanei ammiratori di questo scrittore ci sono Marco Lodoli, Valerio Magrelli, Emanuele Trevi, Aurelio Picca, Mario Desiati, Sandro Veronesi, Edoardo Albinati, Romana Petri.</p>
<p>L&#8217;unica volta, ad oggi, che ho incontrato Pardini nelle sue terre è stato un paio di anni fa, quando sono andato a trovarlo nella sua casa in mezzo alla campagna dell&#8217;oltre Serchio. Lui vive da sempre in quella parte della toscana, tra Garfagnana, Lunigiana, Media Valle del Serchio. Quasi ogni sua narrazione è ambientata lì: che si tratti dell&#8217;epoca degli etruschi, di quella dell&#8217;Ariosto, dell&#8217;ottocento o della contemporaneità. In questo senso la sua opera è uno spaccato verticale della storia del nostro paese, a partire da una geografia molto circoscritta. Pardini ha preferito l&#8217;intensità del “locale” all&#8217;estensione del “globale”. Una forma spontanea di resistenza. “Non vado mai in vacanza” mi ha detto, in quella circostanza. Nel senso che quasi mai si allontana dalle sue parti. Ne conosce il passato, il presente, le genti, gli animali: di cui ripete i versi in un modo particolarissimo, non una semplice imitazione ma uno stenogramma sonoro, per così dire, come se sapesse coglierne solo i tratti pertinenti, quelli che ne fanno un vero e proprio linguaggio.</p>
<p>[Questo articolo, con qualche variazione, è stato pubblicato su <a title="orwell" href="https://twitter.com/orwellp" target="_blank">Orwell</a>, un inserto culturale momentaneamente e suo malgrado uscito dalle edicole. Per sapere dove e come ritornerà, leggere <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/orwell-1-5/" target="_blank">qui</a>]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2013/02/09/le-dieci-volte-che-ho-incontrato-vincenzo-pardini/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">44817</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il grande Pardini</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/04/13/lincredibile-pardini/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2012/04/13/lincredibile-pardini/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 10:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Fandango]]></category>
		<category><![CDATA[Il viaggio dell'orsa]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Pardini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=42216</guid>

					<description><![CDATA[(uno dei grandi misteri della narrativa italiana è per me come Vincenzo Pardini non abbia vinto due volte il premio Viareggio, come non sia letto e amato e osannato, come tutta la sua opera non sia stata riunita e ristampata da un grande editore, come non sia considerato un classico, come non venga letto nelle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong>(uno dei grandi misteri della narrativa italiana è per me come Vincenzo Pardini non abbia vinto due volte il premio Viareggio, come non sia letto e amato e osannato, come tutta la sua opera non sia stata riunita e ristampata da un grande editore, come non sia considerato un classico, come non venga letto nelle scuole; dalla sua ultima raccolta di racconti &#8220;<a href="http://temi.repubblica.it/repubblicafirenze-scrittura-mista/2011/09/12/il-viaggio-dellorsa-di-vincenzo-pardini/">Il viaggio dell&#8217;orsa</a>&#8221; (Fandango, 2011) ritaglio due stralci quasi a caso: la sua scrittura così desueta e così attuale, sempre così particolare, mi sembra sempre bellissima; GS)</p>
<p>di <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p><strong>da &#8220;La sfida e la pantera&#8221;:</strong></p>
<p>La domenica mattina, o il sabato pomeriggio, Mastre e Veronio aprivano la gabbia a <em>Panterina</em>, che usciva nel verziere. Avvicinatasi al tronco d’un fico, lo incideva con gli artigli. Poi fiutava i muri, guardando in alto. Pareva ammirasse il cielo. In contrasto col manto nero, gli occhi gialli erano pepite d’oro. E anche il collare d’acciaio brillava in maniera insolita. Alla carne macinata, preferiva polli e conigli, che loro compravano al supermercato. Talvolta glieli strappava di mano con una zampata, addentatoli. Le ossa scricchiolavano tra le mandibole. Delle galline, lasciava zampe e testa, dei conigli soltanto la testa. Dopo, entrava in casa. Sdraiata sul divano, s’assopiva. Alle loro carezze restava assai distaccata. Avessero insistito, li avrebbe guardati coi suoi occhi traversati da un riverbero cupo. Se invece era lei a voler giocare, gli accostava collo e schiena alle gambe. Durante uno di questi giochi, profittando del fatto che Veronio voleva allargarle il collare, se lo sfilò tirandosi indietro di scatto. Adesso non sapevano come fare per riportarla nella gabbia. Provarono mettendovi della carne. Sazia, la ignorò. Andò dentro, passata mezzanotte.</p>
<p>Venne freddo. Il sole batteva nel suo angolo solo al mattino. Teneva gli occhi socchiusi, il corpo percorso da un tremito. Mastre e Veronio pensarono fosse ammalata. Chiesero a Michelangela se conosceva un veterinario di cui fidarsi. Il veterinario consigliò di metterle paglia nella stia. Animali assai umorali, male accettavano l’inverno, specie in cattività. Loro tanto fecero. Ma lei ammucchiò la paglia in un angolo, muovendo le zampe anteriori alla stregua di braccia. Voleva stare sulla terra nuda. Come di consuetudine, un sabato pomeriggio la liberarono. Uscì, stiracchiandosi e sbadigliando. Poi, salita sul fico, dai rami alti scavalcò il muro, scomparendo. Esterrefatti, Veronio e Mastre si guardarono in silenzio. Dalle case vicine provenne qualche grido, che pareva più di meraviglia che di paura. Colti dal panico, decisero disfarsi della gabbia che, in breve, ridussero a ferraglia.  Poi, col furgone, andarono a gettarla in una discarica abusiva, vicina al Tevere. Tornando indietro, trovarono nel quartiere le macchine della polizia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>da &#8220;La vendetta del gufo&#8221;:</strong></p>
<p>Ormai padrone del territorio, il gufo, nelle sue uscite  al calar della sera e all’alba, s’era avvicinato alle case abitate di S. Francesco, planando sui tetti che non sapevano di legno, pietra e  camini spenti; emanavano suoni  a lui sconosciuti, che lo inquietavano, facendolo sentire in pericolo. Ma, nello stesso tempo, scoprì che attorno a quelle case c’erano pollai, gatti, civette, passeri e storni. Quella mattina, nascosto dietro il comignolo, ghermì una civetta che rientrava al nido, sotto le tegole. Per la femmina afferrò un giovane gatto, in giro attorno a una pagliaio. Gli calò addosso, oscurandogli la vista con le ali; il gatto si inarcò, e lui lo colpì col becco, adunghiandolo sulla schiena, che finì di stritolargli in volo, mentre ancora soffiava e si contorceva. Ma gli animali di terra, sollevati in aria,  perdevano forza e coraggio, abbandonandosi. Radente gli alberi, volò al nido. Arrivato, la femmina gonfiò le penne, allungando il collo. Lui, poggiatosi al bordo del covo, gli dette il gatto, che lei tranciò col becco, ingoiandone bocconi che le   gonfiavano il collo. In breve, del micio rimasero pelliccia, zampe e testa, che gettò nel dirupo. Il maschio le fece delle effusioni, strofinandola con la testa. La pioggia scorreva sul loro piumaggio come fosse unto. Spuntava un’alba di nubi. Dal bosco provenivano i canti degli uccelli del giorno che, da quei dintorni, s’erano allontanati. Il maschio li aveva cacciati e rapiti. Sotto i suoi colpi erano cadute cornacchie, ghiandaie, un falchetto e storni. Era entrato nel loro stormo, alla sera, quando calavano. Sazi, lui e la femmina s’apprestavano a trascorrere la giornata.</p>
<p>La pattuglia del Corpo Forestale, comandata dal brigadiere Saleo De Fernandi, era arrivata a S. Francesco ch’era appena giorno. Non si spinse nello spiazzo del crinale, in mezzo alle case e le capanne dislocate sui dossi. Si fermò tra castagni, lecci e muri a secco. L’intento del brigadiere era di nascondersi in un cortile abbandonato, da dove osservare le mosse di Faido Alterchi. Aveva percezione che, profittando del cattivo tempo e sentendosi al sicuro, facesse qualche mossa falsa. Pioveva, e l’acqua  scivolava dal pastrano grigioverde dei due agenti. Nubi  calavano a sghembo dalla montagna, unendosi alla nebbia della Valle, mossa da folate gelide. Una primavera che sembrava inverno. Appostato davanti casa Alterchi, il brigadiere mise mano al binocolo, inquadrandone l’aia. Non c’era movimento, se non il fumo del caminetto. Ma i cani (ne avevano quattro, due da gregge e due da pagliaio) abbaiarono, puntando verso di loro. S’aprì una finestra e s’affacciò la madre di Faido. Si ritrasse, lasciandola aperta. Dai costoni s’alzò il gauuu di un lupo. Solitario e cavernoso, pareva disperdersi nella nebbia. Un altro gli fece eco dall’altra parte della montagna. I cani si azzittirono. Dopo un concitato vociare, e uno sbattere di porte, Faido uscì, incamminandosi all’ovile, situato nei pianori sottostanti la casa.  Da lì non l’avrebbero controllato e allora si spostarono verso un’altura che gli permetteva di spaziare il territorio sottostante.  Le nubi s’erano fatte più nere, ma la pioggia aveva rallentato. Col binocolo, il brigadiere inquadrò l’obiettivo. Arrivato all’ovile, Faido fece uscire il gregge, che seguì riparandosi col pastrano. Il brigadiere avrebbe voluto andarsene. Ma l’agente, giovane e curioso, gli chiese di  perseverare. Il brigadiere acconsentì. Pochi istanti e Faido, allontanatosi dal gregge, raggiunse una capanna fatiscente, salendo sul tetto. Piegato sulle tegole, parve prelevare o deporre qualcosa. Scese, guardando attorno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2012/04/13/lincredibile-pardini/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">42216</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Provincere o morire</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/05/25/provincere-o-morire/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/05/25/provincere-o-morire/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 May 2010 16:54:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Festa Indiana]]></category>
		<category><![CDATA[Fosdinovo]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[provincia]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Pardini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=34873</guid>

					<description><![CDATA[incontro alla festa di Nazione Indiana, domenica 30 maggio, ore 14, al Castello Malaspina di Fosdinovo a cura di Giacomo Sartori e Helena Janeczek con Vincenzo Pardini L’Italia che si accinge – fra le polemiche- a celebrare i 150 anni della sua unità, sembra sempre più un’entità politica astratta: da superare per alcuni, per moltissimi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>incontro alla festa di Nazione Indiana, domenica 30 maggio, ore 14, al Castello Malaspina di Fosdinovo</p>
<p>a cura di <strong>Giacomo Sartori </strong>e <strong>Helena Janeczek</strong> con <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p>L’Italia che si accinge – fra le polemiche- a celebrare i 150 anni della sua unità, sembra sempre più un’entità politica astratta: da superare per alcuni, per moltissimi un luogo che non suscita sentimenti di appartenenza più profondi e naturali del tifo per la nazionale ai mondiali di calcio. Forse anch’esso, stavolta, piuttosto tiepido.</p>
<p>Qualcosa &#8211; è evidente &#8211; è andato storto. Qualcosa ha fatto sì che pur con l’alfabetizzazione della tv di Stato nel dopoguerra e poi quella privata, pur con i grandi flussi di emigrazione storici da Sud a Nord e il loro inquietante, silenzioso ritorno in massa negli ultimi anni, l’Italia sia oggi un paese che non si conosce più. Un luogo dove i ragazzi di ogni provenienza volano in low-cost a Amsterdam, Parigi, Londra, Berlino, ma dove un ragazzo di Siracusa fatica a immaginare la vita di un suo coetaneo a Trento, a meno che non vi ci sia trasferito per studi o per lavoro. Ma forse questo vale già a una distanza assai minore.<span id="more-34873"></span></p>
<p>L’Italia è rimasta provinciale e al tempo stesso è cambiata. Mentre un tempo la provincia custodiva risorse produttive capaci di conservarne la vitalità economica, sociale e culturale del territorio, oggi c’è la crisi. E la parziale illusione che la crisi sia sempre peggio altrove o almeno che sia altrove la sua causa. Eppure oggi tutte le realtà locali sembrano omologate solo nei consumi e negli immaginari, e al tempo stesso sempre più chiuse e insulari. E ogni scambio, ogni dialettica fra tali realtà come anche con il centro diventa sempre più difficile. Forse perché persino Roma, Milano, Torino soffrono della stessa sindrome di svuotamento e di autoreferenzialità. Perché di fatto sono anch’esse diventate luoghi provinciali. Ma anche luoghi polverizzati nelle differenze fra quartieri, fra centro e periferie sempre più vaste e autonome, nella globalizzazione che ne riplasma il volto in tanti modi che si preferiscono negare.</p>
<p>Le rappresentazioni di questa complessità sono quasi sempre semplificatorie, rimandano al passato. Nei mezzi di informazione prevalgono i collaudati cliché, colorati e consolatori, autocompiaciuti. E la provincia preferisce, per definizione, non guardarsi da troppo vicino, con troppa lucidità.</p>
<p>Cosa si trova di tutto questo nei libri che oggi vengono scritti dai narratori dispersi fra le varie parti del paese? Quali difficoltà incontrano nel voler parlare a tutti attraverso un linguaggio e un immaginario in qualche modo collegato alla realtà in cui essi vivono, quella che altrove non si conosce? Come si confrontano con i cliché della cultura nazionale e con quelli che vengono dalle altre culture?</p>
<p>Abbiamo il piacere di parlarne con Vincenzo Pardini, scrittore profondamente radicato in un territorio vicinissimo al luogo che ci ospita – quello della Lucchesia- e forse anche per questo alieno, e non riconosciuto come meriterebbe.<span id="_marker"> </span></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/05/25/provincere-o-morire/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">34873</post-id>	</item>
		<item>
		<title>PARDINI ALLA FESTA INDIANA</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/05/25/pardini-alla-festa-indiana/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/05/25/pardini-alla-festa-indiana/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 May 2010 07:20:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Festa Indiana]]></category>
		<category><![CDATA[Fosdinovo]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[tre giorni di vento]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Pardini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=34850</guid>

					<description><![CDATA[[il grande Vincenzo Pardini sarà alla Festa Indiana (domenica 30 alle 14: Provincere o morire); nel frattempo ci concede questo suo testo, nel quale ci si aspetterebbe che spunti da un momento all&#8217;altro uno dei suoi stupefacenti eppur veracissimi personaggi e/o animali] TRE GIORNI DI VENTO Non mi era mai accaduto di convivere per tre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/pardini_full.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-34853" title="pardini_full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/pardini_full-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/pardini_full-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/pardini_full.jpg 390w" sizes="auto, (max-width: 195px) 100vw, 195px" /></a></p>
<p>[il grande Vincenzo Pardini sarà alla Festa Indiana (domenica 30 alle 14: Provincere o morire); nel frattempo ci concede questo suo testo, nel quale ci si aspetterebbe che spunti da un momento all&#8217;altro uno dei suoi stupefacenti eppur veracissimi personaggi e/o animali]</p>
<p>TRE GIORNI DI VENTO</p>
<p>Non mi era mai accaduto di convivere per tre giorni con un vento così forte e pieno di echi. Folate pressoché ininterrotte. Una catena di immensi respiri, frammessi da suoni e lamenti. Venivano dalle gole dell’Appenino bianco di neve, stagliato nel cielo plumbeo. Nonostante quelle spire, le nubi persistevano compatte come marmo.</p>
<p>Non ho voluto sapere s’era tramontana, grecale o libeccio. Era vento e basta. Forte e sottile da entrare nelle minime fessure di porte e finestre e spalancare, come avesse avuto mani,  usci di stalle e metati. Neanche i cani volevano venire fuori dalle cucce. I loro sguardi imploravano di voler stare al coperto. Anziché uccelli, vagolavano nell’aria foglie di castagno; vecchie foglie del sottobosco, marroni e sottili volteggiavano,  innalzandosi senza meta.<span id="more-34850"></span> Momenti che la mia casa pareva investita da un ciclone. I vetri delle finestre vibravano,o forse era l’effetto ottico degli alberi che si piegavano, soprattutto quelli di mimosa, gialli di primavera, al pari di altre piante in fiore. Il vento li umiliava, li strattonava, li piegava: l’invasione di un esercito che s’approfitta dei deboli. Mi sentivo indifeso e impotente. Niente potevo contro una simile collera, se non pregare Dio che lo rendesse più assennato. Da lui investita, l’acqua del torrente a momenti straripava, uscendo dagli argini per disperdersi sul terreno arido; il gettito di quella che usciva dalle fontane si disperdeva nell’aria espandendo granuli d’argento, che tornavano a ricomporsi se calava. Un gioco di prestigio che nessun mago credo riesca a fare.</p>
<p>Divelto un embrice dal tetto del garage lo faceva rotolare sulla tettoia della legnaia, lasciandolo intatto; strappate una a una dalle travi le onduline della medesima, lo spostava sull’unica rimasta. Ma,  i suoi schianti e rimbombi parevano annunciare un’esplosione. Era quando non trovava vie di uscita, prigioniero, fra dossi e crinali; allora scendeva in basso, nella valle; poi, alla stregua di un felino che insegue la preda risaliva le erte, aggredendo quanto trovava. Mi giunse un repentino impilarsi di sonagliere. Era ormai scuro; con la torcia illuminai il cortile: la balaustra di mandolato s’era riversata sul cofano della macchina. Ne è uscita con qualche graffio. Ancora una grazia. La corrente elettrica se n’è andata. Spenta ogni luce. Scomparso il paese. Sembrava di essere fuori da questo mondo. Su un altro pianeta, di quelli dove si potrebbe finire in caso di catastrofe planetaria. Poniamo per uno spostamento improvviso della terra o per un rallentamento della sua costante corsa, quando tutti, schizzeremmo via come schegge impazzite, finendo chissà dove, forse anche su altri pianeti, che non sono come la terra, piena di colori e di armonie, ma stelle fredde, scure e disadorne e sbattute da venti siderali, a noi sconosciuti, ma che certo si contendono gli alti spazi che vanno verso l’infinito, agitando, di giorno, la grande luce e, di notte, il grande buio.</p>
<p>Il vento era infatti un rimbombo di note difformi. Pareva volesse raggiungere oceani  e galassie. A ciò pensavo nel dormiveglia, l’udito teso a quanto ancora poteva crollare. Una calma insolita, come il vento avvertisse i miei pensieri, voleva stessi quieto e ne ascoltassi  mugugni, strida, barriti e sogghigni. Cui, a brevi intervalli, si aggiungeva un lieve mormorare di avventori dentro una solitaria osteria di campagna, quando seduti attorno a un tavolo giocano a carte, sotto una luce tremula; giocano e mormorano qualcosa, tra imprecazione e preghiera. Il cielo permaneva nuvoloso; qualche saetta sfrecciava nell’aria; il tuono non erompeva: il vento doveva coprirlo o rintuzzarlo. Verso l’alba l’aria, da livida, è divenuta limpida; arcipelaghi di nembi ribollivano, disintegrandosi verso l’Appennino. Brillavano le stelle, che mi sembravano  occhi stupiti da un istantaneo<strong> </strong>risveglio: sbirciavano le gesta del vento.</p>
<p>Il giorno fu nitido sin dal mattino; a mezzodì, addirittura, scintillante. Il vento proseguiva a sibilare, senza però allontanarsi. Doveva contemplare se stesso: tetti scoperchiati, baracche abbattute, alberi sfracellati; un mio antico olivo era rimasto scapezzato dai rami maestri,  rotolati giù dai poggi. Agli altri oscillavano le chiome. Andatogli accanto, ho sentito emettevano sospiri e singhiozzi. A momenti, il vento sembrava essersene andato. Salvo tornare  d’improvviso, quasi stesse facendo una ricognizione. Nel tardo pomeriggio diveniva gelido e tagliente. Ho raggiunto il colle del tramonto sul mare: la linea rossa dell’orizzonte era sfiorata come da una polvere: il Tirreno in tempesta. Un attimo, di quelli che lasciano dentro sensazioni diverse, una sventagliata di luce l’ha illuminato. Il mare era un gigante che voleva impossessarsi del cielo, e afferrare il sole, forse con l’intento di spegnerlo nei suoi rigurgiti.</p>
<p>La notte, il vento ha cambiato di nuovo sinfonia: un tinnire di squille e di altri non ben precisati strumenti, che sembravano scaturire dai cespugli abbarbicati sui muri a secco degli uliveti:  palchetti di un teatro campestre. Sopraggiunta la sera, muterà ancora intonazione: un avvicendarsi di chitarre, violini  e tamburi. Nell’oscurità, allontanandosi,  ha emesso latrati, intervallandoli a fragori di risa. Prima o poi, avvertiva, sarebbe tornato.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/05/25/pardini-alla-festa-indiana/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">34850</post-id>	</item>
		<item>
		<title>IL NIDO DELL&#8217;AQUILA</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/03/17/vincenzo-pardini/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/03/17/vincenzo-pardini/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Pardini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=31876</guid>

					<description><![CDATA[di Vincenzo Pardini Quell’inverno, Fidelco Meroli Gregotti decise di non scendere in paese coi quattro figli e la moglie; volle restare nella casa sull’altopiano, la medesima dove vivevano dalla primavera all’autunno. Periodo, quest’ultimo, in cui si concludeva la raccolta delle castagne. Desiderava rimanere solo. Trascorsi in un baleno gli anni, s’era accorto di aver avuto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/larionov_soldier_riding_a_horse.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-31948" title="larionov_soldier_riding_a_horse" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/larionov_soldier_riding_a_horse-300x272.jpg" alt="" width="300" height="272" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/larionov_soldier_riding_a_horse-300x272.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/larionov_soldier_riding_a_horse.jpg 548w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Vincenzo Pardini</strong></p>
<p>Quell’inverno, Fidelco Meroli Gregotti decise di non scendere in paese coi quattro figli e la moglie; volle restare nella casa sull’altopiano, la medesima dove vivevano dalla primavera all’autunno. Periodo, quest’ultimo, in cui si concludeva la raccolta delle castagne. Desiderava rimanere solo. Trascorsi in un baleno gli anni, s’era accorto di aver avuto poco tempo per sé. Quel tempo, intendeva, di ritornare con la mente al passato, per rivedere e capire cosa fosse stata la vita. Superata la sessantina, tutto gli stava divenendo oltremodo monotono. Adulti, i figli gli parlavano sempre di meno. Era giusto così. Dovevano avere la loro vita. Due erano in procinto di accasarsi e il più giovane, in attesa di svolgere il servizio di leva, si mostrava taciturno e apprensivo. Fidanzato con una ragazza dai capelli neri e dal fare dolce, n’era geloso e temeva che qualcuno, in sua assenza, gliela corteggiasse. Sebbene sposata, la figlia trascorreva gran parte del giorno con la madre. Piccole e rotonde, parlavano con voce stridula e alta che lo inquietava. Di più, allora, si abbandonava ai tormenti. Dai loro risvolti emergevano sequenze di vita dimenticata, che lo riportavano alla gioventù, periodo che vedeva alla stregua d’una radiosa aurora. Adolescente, un pomeriggio, la terra venne traversata da un boato. Il terremoto. Dai muri e dai tetti uscirono spirali di polvere. La gente urlava. <span id="more-31876"></span>Altre scosse avvennero i giorni di poi. Di notte si preferiva dormire nelle capanne e nei capannelli. Offrivano maggiore sicurezza. Era il mese di maggio e non faceva freddo. All’imbrunire s’accendevano dei falò, non tanto per riscaldarsi, ma per cucinare. Sembrava di essere tornati a una vita primitiva. Stanco di dormire coi familiari nel covile, volle tornare nella sua camera.</p>
<p>Fin dai tempi dei trisnonni, in quella casa avvenivano strani rumori. Porte s’aprivano e si chiudevano nel profondo della notte, passi scendevano e salivano scale. Si diceva fosse lo spettro di un’anima in pena e nessuno ne provava timore. Di tanto in tanto chiamavano il parroco a dare una benedizione; i fenomeni cessavano per qualche tempo, poi riprendevano. Dormì nella sua camera svegliandosi, come di consueto, all’aurora. Quelle di maggio, le più luminose, gli davano la sensazione di iniziare, sempre, una nuova vita. Pieno di buon umore guardava la finestra, allorché avvenne quanto non avrebbe dimenticato. L’ombra di una donna passò davanti i vetri, oscurandoli; ne intravide i lineamenti e la lunga veste. Disparve. Voleva alzarsi; non vi riusciva. Più che il panico, lo tratteneva una forte spossatezza. Il sudore gli scendeva a rivoli. A nessuno raccontò l’accaduto. Sentiva di non poterlo fare. Un veto gli annebbiava la mente, alla stessa maniera in cui l’ombra aveva oscurato l’aurora. Dopo qualche tempo, emigrato in Argentina, trovò lavoro a Santa Fe come falegname. Lavorava da mattina a sera, soprattutto, alla realizzazione di tavole e stanghe per la costruzione di carri, calessi e diligenze. Il titolare dell’azienda, un russo dalla lunga barba, praticava spiritismo. Dopo cena, si chiudeva in una stanza sul retro della falegnameria con alcuni fedeli. Seduto a un tavolo, presa carta e penna si concentrava finché non prendeva a comporre, prima linee disordinate e sconnesse, poi parole. L’entità era stata evocata. In breve, Fidelco imparò non solo a scrivere col braccio sospinto da una forza che si insinuava nei muscoli alla stregua d’una lieve corrente, ma anche a far muovere il tavolo a tre gambi o far scorrere il cucchiaino sopra un piatto. Il russo gli riconobbe grandi capacità medianiche ma, nemmeno a lui, rivelò d’aver veduto l’ombra. Di cui, lontano da casa, ne percepiva ancor più la vicinanza. N’era sgomento e, al contempo, incoraggiato. Quando le chiedeva se esisteva Dio, subito, gli faceva scrivere un grande sì.</p>
<p>Ripensava a ciò, in quei giorni sull’altopiano. Il tempo volgeva al brutto. Dall’Appennino, incappucciato di nubi, scendeva un vento gelido. Cessato il quale, avrebbe nevicato. Pioggia e neve gli erano oltremodo care. Gli sembrava lo proteggessero. Uscì fuori. Non c’era nessun rumore se non il sibilo della tramontana. La sua casa si trovava sulla punta d’un cucuzzolo, da dove non si vedevano che le estremità delle montagne. Un paesaggio rimasto tale nei secoli. Un angolo di mondo dimenticato. Tornati tutti in paese, cani e galli erano scesi al seguito dei padroni. Non s’udivano più le loro voci, sempre eguali e sempre nuove in ogni angolo della terra. Arrivato in Argentina, a mitigargli la nostalgia del suo paese furono l’abbaio di un cane e il canto di un gallo. Gli pareva avessero ridotto le distanze. Con lui erano rimaste due vacche, alcune galline, un gallo e un gatto maschio. Inutile portarlo in paese. Sarebbe venuto nuovamente sull’altopiano. Bianco e grigio, aveva la testa grande e rotonda. Era un assassino. Per farle tornare in estro, uccideva i cuccioli alle gatte. Di una, che emetteva miagolii che potevano essere scambiati coi lamenti di una donna, riuscì a salvare tre micini. La moglie e i figli avrebbero voluto ucciderlo; lui si oppose.<br />
Con la tanica andò alla fontana. Gli piaceva cucinare con l’acqua di sorgente. Il vento piegava le cime degli alberi. Giunto nell’aia, udì il sibilo dell’aquila sovrapporsi a quello della tramontana. Roteava nel cielo, al di sotto delle nubi. Era ricomparsa durante la primavera; mancava dagli anni Trenta. Bambino, la vedeva spesso. Quasi ogni giorno, proveniente dal retro dell’altopiano, passava sopra la sua casa, per planare nel nido, sulla parete rocciosa di fronte che, all’alba e al tramonto, si tingeva di rosso. Suo padre e sua madre tenevano polli e anatre. Alcuni germani solevano volare su di un colle, per nuotare nelle gore. Con agguati sbucati dal nulla, il predatore li ghermiva.</p>
<p>&#8230;</p>
<p>[Il racconto <em>Il nido dell&#8217;aquila</em>, di cui con il consenso dell&#8217;autore e dell&#8217;editore ho riportato le prime pagine, fa parte della raccolta &#8220;a quattro mani&#8221; di Marino Magliani e Vincenzo Pardini <em>Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo</em> edita da Transeuropa, 2010 (postfazione di Arnaldo Colasanti)]</p>
<pre>[L'immagine: M. F. Larionov, <em>Soldato a cavallo</em>, 1910-1911]
</pre>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/03/17/vincenzo-pardini/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">31876</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-10-05 03:54:51 by W3 Total Cache
-->