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	<title>Viola Amarelli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Viola Amarelli &#8211; Il cadavere felice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2017 05:47:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporane italiana]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Amarelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Viola Amarelli (è uscito per i tipi di Sartoria Utopia “Il cadavere felice” di Viola Amarelli, di cui riportiamo alcuni estratti) da narrazioni &#8211; di cosa parlano? &#8211; al dunque, niente sorda sirena I. da qualche parte, in qualche tempo, qualcuno II. il conto, infinitesimale, del macellaio III. ammutola per scanto, stanchezza delle labbra, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Viola Amarelli</strong></p>
<p>(<em>è uscito per i tipi di Sartoria Utopia “Il cadavere felice” di <strong>Viola Amarelli</strong>, di cui riportiamo alcuni estratti</em>)</p>
<p>da <em>narrazioni</em></p>
<p>&#8211; di cosa parlano?<br />
&#8211; al dunque, niente<br />
sorda sirena</p>
<p>I.<br />
da qualche parte, in qualche tempo, qualcuno</p>
<p>II.<br />
il conto, infinitesimale, del<br />
macellaio</p>
<p>III.<br />
ammutola per scanto, stanchezza<br />
delle labbra, fatica delle sillabe</p>
<p>IV.<br />
da qualche parte qualcuna scuote le anche<br />
lì vuoto chaos<br />
la nascita del mondo</p>
<p>V.<br />
aironi, fenicotteri, libellule<br />
ma le poiane pure hanno il loro ruolo<br />
scarnificano, pulendo all’ossoessenza<br />
quello che resta, quel che m’interessa.</p>
<p>VI.<br />
dite qualcosa, io vi dirò altro</p>
<p>VII.<br />
e molti, molti addii, alle prossime volte<br />
da cronache</p>
<p>I.<br />
aveva pensato di avere<br />
una vita diversa, una vita migliore<br />
fuori di gabbia, lui e i canarini</p>
<p>II.<br />
cerca un buco, una tana<br />
per barricarsi, darsi al formaggio<br />
ma senza veleno per topi</p>
<p>III.<br />
dalle stelle alle stalle<br />
e nessuno che porti la biada</p>
<p>***<br />
l’imbecillità dilagante<br />
niuna nova<br />
lo starsene da soli<br />
la risposta<br />
il silenzio lungo il bordo<br />
il frattale, della costa<br />
il colore sbiadito delle ossa</p>
<p>da <em>dèmoni</em></p>
<p>vi vedo dietro il vetro,<br />
non vi tocco, un lucido delirio<br />
l’urlo muto, pesci:<br />
chi è il morto<br />
morto morto morto</p>
<p>fare il morto sull’acqua<br />
vivo<br />
passa il sale</p>
<p>sale le scale avvolge il suono<br />
emette e squaglia<br />
gioia<br />
per poco</p>
<p>siate siate gioiosi<br />
l’intento tenace</p>
<p>non s’ulcera più<br />
lo sbrego, diruto<br />
l’io spiritato,<br />
arso, scomparso</p>
<p>il truciolo sbriciola<br />
novo, un tarlo suicida per fame<br />
la vittima in progress<br />
(il prezzo, alto/basso)</p>
<p>Spett.li<br />
Come già<br />
Nel rimarcare<br />
Non si ha modo<br />
Riscontro<br />
Saluti saluti saluti<br />
Molto vi piango</p>
<p>per gli affollati dèmoni che siamo<br />
amplifica: miriadi di voci</p>
<p>***</p>
<p>uno sciame di mediocrità<br />
ronzanti sulla polpa &#8211; quel che resta &#8211;<br />
sull’osso, ma<br />
il cadavere &#8211; dicono – felice</p>
<p>da <em>φαντασματα</em></p>
<p>VI.<br />
la canna di bambù piegata<br />
tel quel, identica<br />
la curva e la postura,<br />
l’indistinto fruscio della palude.</p>
<p>da cerchi<br />
potresti scrivere una poesia semplice?</p>
<p>certo, una parola sola<br />
affetto</p>
<p>e un dono: mangiare insieme pane e pomodoro</p>
<p>salto, lieve, di festa come la tua vita<br />
nel balenio di coda, corsa che</p>
<p>danza</p>
<p>***<br />
me ne<br />
vado (a vanto) del</p>
<p>te ne avvantaggi, varco, antro,<br />
quando, in due, troppi<br />
il cappio e il ceppo<br />
dei vari modi del saggio<br />
costeggiando, morte dell’amoroso<br />
vento<br />
ostaggio</p>
<p>l’agio, il solitario</p>
<p>***<br />
                                                                                                              “ho perso, ho perso, ho perso”<br />
ma non ricorda più cosa<br />
da vincere ci fosse”</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<br />
Venerdì 1 dicembre alle ore 18,30 il libro verrà presentato a Milano, all’Officina Coviello, via A. Tadino, 20 con la partecipazione di <strong>Viola Amarelli</strong> ed <strong>Enrico De Lea</strong></p>
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		<title>La furia refurtiva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Nov 2016 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[enrico de lea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Amarelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Viola Amarelli La furia refurtiva (Vydia, 2016) condensa e nel contempo espande la traiettoria poetica di Enrico De Lea in un trittico di sezioni che appaiono paradigmatiche della ricerca non solo linguistica dell’autore. Gli eserghi del libro accostano complementariamente Sciascia (Quando cielo e terra ancora c&#8217;erano) e de Kooning (Poi giunge un momento nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Viola Amarelli</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La furia refurtiva</em> (Vydia, 2016) condensa e nel contempo espande la traiettoria poetica di Enrico De Lea in un trittico di sezioni che appaiono paradigmatiche della ricerca non solo linguistica dell’autore. Gli eserghi del libro accostano complementariamente Sciascia (Quando cielo e terra ancora c&#8217;erano) e de Kooning (Poi giunge un momento nella vita in cui si esce a fare una passeggiata, semplicemente. /E si cammina nel proprio paesaggio.), non a caso scrittore “moralista” l’uno e artista dell’espressionismo astratto l’altro, rinviando entrambi a una matericità e spazialità che sostanzia tutta la scrittura di De Lea. Urania è, in effetti, la musa che presiede il libro: il paese natale arroccato sulle colline sopra lo stretto di Messina diventa non tanto e solo nostalgia d’infanzia quanto mitologhema del mondo, trasfigurando esemplarmente luoghi e storie locali in un fondale archetipico ed un’antropologia al tempo stesso sospesa e ricorsiva. In questo scavo, volutamente “petroso” anche nella lingua adottata che spesso inclina a un barocco secco (..seguo, barocco e morto) tipico di una forte tradizione della poesia meridionale e siciliana &#8211; e valgano qui, per tutti, i nomi di Bartolo Cattafi e Angelo Maria Ripellino &#8211; si rinvengono tracce gnostiche-sapienziali ed aperture metafisiche dove gli elementi primari della filosofia presocratica si riverberano l’uno nell’altro, a dar conto del crudo ma anche di concretissimi squarci numinosi che si intrecciano inestricabili nella realtà indagata dall’autore. E’ sotto quest’ultimo aspetto, del rapporto tra empiria e metafisica, che si rinviene una costante influenza di Holan, poeta tra i preferiti di De Lea.<br />
Maggiormente “arcaica” – specie nell’utilizzo dell’ arma dei derelitti fonemi &#8211; ed icastica la sezione introduttiva, non a caso intitolata <em>Serpe di Laconia</em>, si conclude con una lunga sequenza poematica che sembra riassumere, nella narrazione di un nostos quasi privo di protagonista, le precedenti stazioni di una sorta di processione laica e metafisica, anticipando la curvatura diegetica e la prosodia più aperta delle successive sezioni. Il linguaggio diviene meno aspro, oltre che a livello lessicale, nelle strutture sintattiche, come si nota anche nel ricorso alle “frottole” della tradizione popolare e ai distici gnostici e mordenti. La storia umana – del resto presente in tutta l’opera, sia pure come traccia divenuta essa stessa parte del paesaggio – ricorre più frequentemente nelle partizioni finali, anche come metafora di uno scontro-immedesimazione tra uomo e natura (si veda ad esempio da un lato “mutamenti nell’uomo del movimento terra” e dall’altro “ teorie del volo” ), dove si delinea un rapporto dialettico tra violenza del potere ed affetti, tradizioni di resilienza da salvare e ricostruire.<br />
Resta comunque la ricerca di una immanenza materica, di una metafisica degli elementi, a permeare in maniera decisa anche la fase più recente della scrittura di De Lea. La sequela di <em>Suffragi del bianco</em>, ad esempio, declina i gradienti del pantone non sul livello minimalista e simbolico di molta recente poesia, ma su quello della concretezza dei lavatoi, delle camicie, del bianco callo in aceto, della calce della case e dell’alba, in un contrappunto continuo con il nero, la nera traccia spermatica di notte, con i rossori elementari avanti agli esseri, di carne,/e di verde vincente sul sereno, con il viola di un sudario/a statue, o il giallo oro/ come una lampa d’olio ai morti-dei delle famiglie, tutti inestricabilmente connessi.<br />
Il passaggio dal bianco a una sequenza sul <em>Respiro e confitemini delle acque</em>, che è un vero e proprio “maternale” e successivamente a un <em>Suono del vento primo</em> e poi a <em>i fuochi</em> segna il periplo dei quattro elementi empedoclei che De Lea esplora, interroga senza requie, in un impeto solo formalmente trattenuto (la furia, occulta, e insieme trafugata appunto del titolo). Lo sfrigolio della passione ustoria, deprivata in questi testi da ogni liricità soggettiva, sa che rileva, come per l’ultimo Caproni, soltanto mettere a verbale l’agonia del mondo, senza riflesso conclusivo che non sia il cerchio e l’indecifrabile, il nascosto, che lì-qui ci attrae e incatena.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em> (al limite)</em><br />
Al limite, come in un gesto idiota,<br />
incidere nel muschio sopra il muro<br />
segni in una lingua a se stessi ignota,<br />
epigrafi né al passato né al futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><em>(la cura del mondo)</em><br />
&#8230;l&#8217;infero di quell&#8217;ombra, tutta padre, intenta<br />
a leggere al lume d&#8217;olio la cura del mondo<br />
come una bagattella imprecisata, un salto<br />
di bambino, dietro la scala in legno<br />
tra un piano e il superiore, ed in silenzio &#8211;<br />
il silenzio dell&#8217;intero Zorio &#8211; tra uno scalino, il primo<br />
che tocca il cotto, e l&#8217;ultimo, che rinnova<br />
la vista della collina e dell&#8217;antico mare,<br />
tra un sansilvestro dormiente e l&#8217;accordo<br />
unanime dell&#8217;apocalisse dell&#8217;annonuovo&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(nero scriba, nero)</em><br />
Mette a verbale l&#8217;agonia del mondo,<br />
nel farsangue dei sensi e della lotta,<br />
un pensato morire nel presente<br />
ed altra luce provvista sopra i volti.<br />
Qui sono i morti, i solitari, molti<br />
augurali profili svolazzanti,<br />
calcaree concrezioni da fornaci,<br />
fuochi uterini per case di forèsti.<br />
Renitente a quel grigio che sa fare,<br />
ha accalcato balletti sottopelle<br />
di nervi astratti, nevi inascoltate,<br />
il bianco dentro, le catacombe di ieri.<br />
Ferocia senza il vino della cima,<br />
dapprima vive, balbetta, scrive un niente&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da <em>“un’urgenza della terra- luce”</em><br />
IV.<br />
Case con luminose udienze<br />
l’accolgono, gerani ai davanzali,<br />
una difesa d’ombra. Rintocchi<br />
annunziano il delirio, celato<br />
da persiane – la gravità del mondo<br />
un chiavistello. Offre granite scure<br />
a una peste incipiente,<br />
ai monatti che celiano in combutta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da<em> (dieci distici a dispetto)</em></p>
<p>I.<em> (ego)</em><br />
Ego, dirùto dimezzato sordo,<br />
sto nello scuro – scuro scuro! – e mordo.</p>
<p>II.<em> (chi sogna)</em><br />
Chi sogna l’insubordine è perduto &#8211;<br />
il capitale a schermo, il corpo muto.</p>
<p>III.<em> (voilà)</em><br />
Voilà, il vuoto delle immagini ha convinto,<br />
qualche orrido sciamano s’è ritinto.</p>
<p>IV.<em> (contro)</em><br />
Tra canto e scanto ammutolivo, dietro<br />
i lampi notturni – mi sobbalzava il vetro.<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>IX<em>. (gnostica)</em><br />
D’altronde, inferno – unico e secondo &#8211;<br />
inferno che s’inferna, resta il mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da<em> Suffragi del bianco</em></p>
<p>sembra che a notte appaiano colori<br />
incogniti dal bianco dei lenzuoli,<br />
dalle camicie dei padri appese all’aria,<br />
con mollettoni ai dolori quotidiani,<br />
lavate con la cenere e la sabbia,<br />
sbiancate col limone dopo allappi<br />
alle bocche delle insalate forti<br />
del bianco callo in aceto e pepe rosso…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(qui)</em><br />
la nota <em>qui</em> che elude a vista<br />
l&#8217;ascolto, il punto dove<br />
chiude l&#8217;eco il tramortito<br />
altrove, ed oltre l&#8217;oltre<br />
dell&#8217;altrove, <em>qui</em>,<br />
nel raggio – nella <em>reconquista</em><br />
dell&#8217;occhio silenzioso &#8211; di un paesaggio.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Assenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Nov 2016 06:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Bordin]]></category>
		<category><![CDATA[Carteggi letterari]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Balsamo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Amarelli]]></category>
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					<description><![CDATA[&#62; è uscito, per Carteggi Letterari, le edizioni,  Assenza di Carlo Bordini; qui la postfazione di Viola Amarelli, e alcuni testi &#60; Un libro febbrile questo di Carlo Bordini, dove si affollano aporìe che si rivelano complementarità, pacate allucinazioni, rêverie, in un flusso semionirico che procede a cerchi, a ripetizioni, ma nello stesso tempo – [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>&gt; è uscito, per Carteggi Letterari, le edizioni,  </em>Assenza<em> di <strong>Carlo Bordini</strong>; qui la postfazione di <strong>Viola Amarelli</strong>, e alcuni testi &lt;</em></p>
<p>Un libro febbrile questo di Carlo Bordini, dove si affollano aporìe che si rivelano complementarità, <em>pacate allucinazioni</em>, rêverie, in un flusso semionirico che procede a cerchi, a ripetizioni, ma nello stesso tempo – che tempo, poi, non è – a scarti e squarci via va più increduli per la dimensione grottesca eppure assurdamente autentica della realtà che si delinea, sempre a sorpresa, in una scrittura liminale, tra sonnambulismo e trance esperienziale.</p>
<p>La componente parasurreale della poetica di Bordini si ostina esemplarmente in “Assenza”, il quasi poemetto eponimo che apre la prima delle tre sezioni che strutturano il libro. Qui la dualità assenza-presenza si gioca sul topos classico del ricordo eternante, salvo ribaltarsi, nell’indagine, sul logos del tempo, nella mirabile fuga, e sogno, del <em>maratoneta</em> che <em>non vuole brioches non vuole la gloria</em> ma continua la gara solo <em>per non tornare all’assenza del presente</em>. Questo tempo che non è tempo ma sogno, affine alle corde del taoismo (il tema della farfalla già bruco appare, lieve, in uno dei testi), si ripresenta anche nelle successive sezioni sia in una tensione di capovolgimento creativo (cfr <em>Autunno</em>), sia in un clinamen da teatro surreale (cfr <em>Festa</em>).</p>
<p>Il possibile parallelismo di tale ricerca con una poetica della rêverie alla Bachelard sembrerebbe confermata dall’apparizione, del resto frequente in tutto il lavoro di Bordini, di figure ed elementi femminili indizi di “Anima” junghiana, ma la torsione espressionista, le tonalità ironiche e l’affondo politico della scrittura dell’autore, anche nell’affrontare temi apparentemente privati, arricchiscono di corde mirabilmente diversificate e complesse la sua opera. Si vedano, ad esempio, i due testi incentrati su Roma e New York, non a caso centri “imperiali”, o <em>Poesia che ha avuto successo</em> e<em> Arti marziali</em>, questi ultimi giocati in senso antifrastico, nonché l’elenco, con palesi echi borgesiani, di rimedi omeopatici che virano al nero di una sottesa e puntuale tassonomia degli “umori” umani.</p>
<p>La capacità di cogliere chirurgicamente vizi e virtù, tipica di ogni autentico “moralista”, si avvale anche in questa breve raccolta di un’ormai consolidata strumentazione, fondata tra l’altro sul ricorso a una prosa che utilizza, parrebbe quasi senza soluzione di continuità, la stessa precisione scientifica dei versi nello scavare e dar nitido risalto a situazioni paradossali, a cavallo tra convenzioni sociali stantie (ma di “longue durée”, tanto per ricordare l’imprinting storico dell’autore) e incerte quanto mobili identità.</p>
<p><em>Assenza</em> conferma la piena originalità del lavoro di Bordini nella poesia italiana contemporanea, con il suo intreccio lucidamente onirico, la tensione etica e l’indagine a scandaglio della “realtà”, rivoltata e amata, sezionata e ricomposta con un’autenticità di pensiero, oltre che di sguardo, che arriva limpida al lettore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Provavo per te come una specie di nostalgia<br />
come se tu non ci fossi<br />
e questa mancanza era più dolce della presenza<br />
un ricordo può darsi,<br />
una presenza che è assenza e che per questo sembra presente<br />
come se la presenza fosse infinita e non possa convertirsi in assenza<br />
ciò che è stato può non ripetersi ma è come se si ripetesse<br />
o non è necessario che si ripeta per ripetersi non ancora ma sempre<br />
il presente è ghiacciato<br />
il ricordo non è più necessario<br />
ma incombe<br />
esso è presente infinito e quindi continua assenza<br />
presenza non necessaria ma comunque presente<br />
presenza<br />
presenza nell’assenza che è dolce come la presenza<br />
esperienza presente ma ormai non più ripetibile<br />
presenza immobile e dunque come fosse eterna<br />
senza la necessità di una conferma il tempo dunque non esiste più<br />
l’amore eterno è un amore senza tempo senza ripetizione<br />
è come l’assenza<br />
il cristallo divino del presente non può essere contaminato dalla presenza<br />
è ricordo infinito e quindi assenza<br />
non ha nostalgia e non può avere rimpianto<br />
non può non essere e quindi è<br />
prego che tu non ritorni per farmi finire queste righe<br />
quando tornerai si fermerà<br />
morirà la magia della presenza e assenza<br />
il presente non sarà più assente e quindi morto<br />
il foglio finito<br />
il ricordo diventerà trance<br />
avverrà una rivelazione improvvisa<br />
la ragnatela del tempo si lacererà<br />
tutto sarà movimento millimetrico<br />
mistero o oblio<br />
non ricorderò più nulla di ciò che ho ricordato<br />
il presente banale sarà morte e il nulla<br />
il ricordo dormirà sopra il cuscino<br />
cristallo infinito che può muoversi senza essere presente e avere presenza alcuna]<br />
assenza che è cristallizzazione dell’essenza<br />
e morte.</p>
<p>morte divina che non ha bisogno di presenza<br />
foglio che si stacca come se fosse l’ultimo<br />
il quattro è il simbolo della morte secondo i greci<br />
perché dopo il tre tutto è compiuto<br />
e questo è il foglio numero quattro e quindi morte<br />
una morte che non può morire perché morendo diverrebbe punto d’arrivo<br />
punto d’arrivo che non può non deve esserci perché il ricordo è eterno<br />
tutto è finito ma tutto non è finito e il presente è ghiaccio ghiacciato<br />
come l’insetto nell’ambra<br />
e l’immobilità del presente richiama il bisogno del sogno dell’assente<br />
il vuoto è sogno è assente<br />
è presenza vera e unica unica presenza vuota<br />
spogliata del punto d’arrivo<br />
il maratoneta corre in eterno per non esser morto quando si fermerà arriverà il punto di arrivo]<br />
e tutto diverrà vuoto<br />
presente vuoto casuale non eterno assolutamente<br />
e l’insetto imprigionato nell’ambra si sveglierà e desidererà nuovamente dormire]<br />
il maratoneta sa che vive in un sogno e che non deve assolutamente giungere al traguardo]<br />
delle brioches tutto è divino tranne l’orrendo banale striscione di arrivo banale]<br />
la sua corsa è continua assenza fuga egli fugge non corre non gareggia non partecipa alla gara]<br />
lo striscione di arrivo le fanfare le odia, egli<br />
vorrebbe non arrivare.<br />
e sa che il suo arrivare è la sua condanna la fine del sogno la fine dell’assenza il ritorno al banale]<br />
egli odia i discorsi del sindaco l’arrivo le fanfare dell’arrivo<br />
egli non vuole assolutamente essere intervistato<br />
non vuole assolutamente che qualcuno frughi il suo sogno<br />
e lo deturpi con le sue parole<br />
vuole essere solo l’assenza è una presenza continua<br />
come il maratoneta che corre e vorrebbe che questa corsa fosse eterna<br />
per non tornare all’assenza del presente<br />
per poter ricordare<br />
per non dover ripetere<br />
per non dover sfidare il presente paragonandolo al suo ricordo<br />
non vuole brioches non vuole la gloria<br />
per favore lasciatelo correre<br />
lasciatelo pensare al momento magico che non si ripeterà perché è magico<br />
nel ricordo è magico nel ricordo non era magico è magico solo nel momento che lo sogno correndo]<br />
il presente è assente quando arriverà si distruggerà perché non è ricordo<br />
il maratoneta odia il presente l’orologio con cui controlla il tempo<br />
è finito</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una ragazza abita in casa mia e dice di essere mia moglie</p>
<p>si comporta come una moglie mi abbraccia /dice che mi ama/</p>
<p>e assomiglia a una moglie.</p>
<p>assomiglia a quelle mogli carine che si vedono nella pubblicità in televisione</p>
<p>e che camminano sulle passerelle coi vestiti</p>
<p>e anche lei sorride sempre</p>
<p>e dice che siamo sposati</p>
<p>mi bacia</p>
<p>[è molto gentile].</p>
<p>in effetti io mi ricordo che una volta ci eravamo sposati.</p>
<p>ma non sapevo che era una cosa che durava tutti i giorni</p>
<p>ogni tanto penso un giorno o l&#8217;altro ci sposiamo poi scopro che lo siamo già</p>
<p>mi ricordo che è vero quello che dice che ci conosciamo da circa due anni.</p>
<p>lei dice che è innamorata e che siamo innamorati.</p>
<p>ed è vero</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo amore fuori.<br />
Questo amore senza.</p>
<p>Questo amore fuori del tempo<br />
e quindi eterno<br />
così difforme</p>
<p>o forse simbiotico<br />
io, la mia prossima morte<br />
tu i tuoi impulsi suicidi.</p>
<p>Questo amore assurdo, irrealistico e quindi<br />
in qualche modo sublime</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Poesia per Medellin</p>
<p>In una foto degli scampati a un&#8217;inondazione<br />
un uomo cammina nell&#8217;acqua che gli arriva al petto<br />
un cane gli nuota accanto, ma si vede che l&#8217;uomo lo tiene accanto a sé con una mano]<br />
sulle spalle l&#8217;uomo ha una bambina<br />
che tiene in una mano le scarpe dell&#8217;uomo<br />
la bambina tiene una mano sui capelli dell&#8217;uomo<br />
e guarda verso il piccolo cane con un&#8217;aria un po&#8217; assorta<br />
mi ricorda altre figure femminili<br />
conosciute in Colombia<br />
come se la vita fosse un gioco<br />
da affrontare con leggerezza</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Auto-antologie-3. Viola Amarelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Apr 2016 12:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Auto-antologie]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Amarelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Viola Amarelli campagna d’inverno La luce di gennaio che ora è febbraio filtra le foglie dei sempreverdi i tronchi con i rami pazienti di vento questa immane stanchezza di nuvole in corsa, riepilogo di temporali, spossa il midollo e la pelle a toccarla si secca restano, eroi, i cani randagi e le code di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Viola Amarelli</strong></p>
<p><em>campagna d’inverno</em></p>
<p>La luce di gennaio che ora è febbraio filtra le foglie</p>
<p>dei sempreverdi</p>
<p>i tronchi con i rami pazienti di vento</p>
<p>questa immane stanchezza di</p>
<p>nuvole in corsa, riepilogo di temporali,</p>
<p>spossa il midollo e la pelle a toccarla si secca</p>
<p>restano, eroi, i cani randagi e le code di uccelli</p>
<p>ci vorrebbe un riposo incessante</p>
<p>un letargo che plachi la crosta e protegga le ossa,</p>
<p>il latte che è inacidito l’hanno</p>
<p>buttato nel pozzo, gli sciocchi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>com’è</em></p>
<p>Persone con cui più nulla a vedere, liberi loro i cieli, com’è</p>
<p>avviene. Lasciar andare, ai lazzi sfiorando lazzari</p>
<p>perduti tra trippe e foie, analità di sogni come banale è</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>un sospiro trattenuto e poi di slancio espunto dal petto che la tisi ora risparmia</p>
<p>risparmierà il coltello l’uomo incappucciato, il macellaio che attento alle dita sega e</p>
<p>ritaglia ad arte cappelli a prete, pezzi di cannella e rosoni barocchi per le panze</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>laddove l’acqua manca e gli occhi appannano i deserti, così è</p>
<p>fresca la risata nella risaia allagata, verdi piantine, chicchi da sgranare</p>
<p>mala e rosari per contare tempo e mielina calma, piatta</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>alle navi fameliche corsari ricomparsi dai libri, pescecani, occorrerà pure mangiare</p>
<p>sputo e scorbuto, ostaggi e soldi per tirare avanti alla campata di ponti sbertucciati</p>
<p>c’erano scimmie sì snodate e buffe, vecchie cugine, zie dai peli torti,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>torcia le bocche degli amanti nell’amplesso per i bambini</p>
<p>con i pastelli rotti lacrimando fino a sorridere alle bolle colorate</p>
<p>di un clown dal naso rosso raffreddato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Collassava di torrido e stupore quel pinguino dirottato su spiagge tropicali</p>
<p>asino in mezzo ai suoni di ghiacci liquefatti tra vortici e turbine così è</p>
<p>azione atto indizio traccia, scalfisce sabbie e piogge,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>enorme dirupo alla montagna, l’erosione,</p>
<p>daccapo, nuovamente, l’incessante, forma su forma</p>
<p>riposa, mia madre chiuse gli occhi dicendo ora di andare</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>così è come, non trattenere, sparse, macchie</p>
<p>di ossa ormai cristallo sfaccettato,</p>
<p>il tempo, una bolla ora di andare, così come il blu di prussia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>avvolge nel velluto tutti i regnanti, mia imperatrice</p>
<p>guerriera abbandonata, così è, chiudendo gli occhi la gioia</p>
<p>della bambina, la bocca estenuata nei silenzi,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>lontano strilla la neonata tra i leoni, spaventati.</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><em>Giacomo a Fontanelle</em></p>
<p>L’acqua e il tufo alle cave</p>
<p>nell’ombra delle Vergini, quelle che tutto accolgono</p>
<p>lumini per le offerte, preghiere di promesse,</p>
<p>sonde degli operai in gruppo come oranti</p>
<p>su nove metri d’ossa, nette di</p>
<p>teschi e tibie</p>
<p>l’anime pezzentelle scorrono senza affanno.</p>
<p>L’acqua sulle pareti scandisce respirando</p>
<p>calcare d’algoritmo, gioco sacro d’istante</p>
<p>quello che disperavi, tocco di solo affetto,</p>
<p>stretto ora insieme agli altri</p>
<p>corpo vivo silenzio</p>
<p>anonimo finalmente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* il “Cimitero delle Fontanelle” nelle cave di tufo delle “Vergini” a Napoli, fu luogo di</p>
<p>sepoltura di massa sin dal 1500 e sede del culto devozionale alle “anime pezzentelle”.</p>
<p>Secondo un’ipotesi plausibile qui sarebbe stato in realta interrato, anonimamente, anche</p>
<p>il corpo di Giacomo Leopardi .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>prendi un coltello</em></p>
<p><strong> </strong>Prendi un coltello-bambina.</p>
<p>Attenta ai mostri. Ai lupi. Ad amici e parenti.</p>
<p>E sconosciuti.</p>
<p>Prendi le forbici – gioia.</p>
<p>C’è il male e c’è la pazzia.</p>
<p>Attenta a non incontrarli, per ora, ora che è</p>
<p>troppo presta.</p>
<p>Diventa tu folle, affonda le lame,</p>
<p>dentro più dentro coi denti.</p>
<p>C’è la paura e c’è l’orrore. Umano.</p>
<p>Carezza le bestie.</p>
<p>Tua madre ti ama.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>fluxus</em></p>
<p>Il fascio in flusso sforma pensieri come papere</p>
<p>celiando, in gran silenzio, sembra, un segreto inesistente:</p>
<p>l’urlo affocato e ruvido del male</p>
<p>tramente giù gloglotta limpido l’accade</p>
<p>che ripassa, vecchio scherzo, il tempo</p>
<p>lascia la presa e nuota, più veloce,</p>
<p>come la tartaruga quando ad Achille</p>
<p>brontola il fiato.</p>
<p><em>(</em>da<em> Le nudecrude cose e altre faccende</em>, L’arcolaio, 2011)</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p><em>pater</em></p>
<p>Questo vecchio che sta per morire</p>
<p>dietro il vetro del tubo catodico</p>
<p>grigio cenere nel blu del tracciato</p>
<p>lontanato il pensiero e il dolore</p>
<p>è stato suo padre, stupito e a disagio.</p>
<p>Può durare a lungo, avverte il dottore</p>
<p>di turno, non credo – ribatte la figlia,</p>
<p>probabile l’unica che l’abbia mai amato –</p>
<p>ha sempre cercato di non dare fastidio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>e saettante</em></p>
<p>strido rime petrose</p>
<p>sillabe atonali degne di un’orfana sibilla</p>
<p>a mille a mille i giri della</p>
<p>mente, pure endorfine</p>
<p>ah, fossi buio</p>
<p>rifugio numinoso e saettante.</p>
<p>(da <em>L’ambasciatrice</em> , autoprodotto con Sartoria Utopia, ora in e-book, 2015)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>naviga</em></p>
<p>naviga, nevica,</p>
<p>sul mare? aurora boreale</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>l’illusionismo il magico, la voglia di</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da fuori molto,</p>
<p>tutto, normale</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>démoni</em></p>
<p>Nessuno mai si impadronì di me<br />
salvo i miei demoni<br />
oscuri e privatissimi,<br />
le lunghe sigarette<br />
prima, prima<br />
prima che scoprissero<br />
la rima.</p>
<p>(su <em>“viomarelli.it</em>”, 2015)</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I – Vocazione della Pizia</em></p>
<p>L’unica volta ch’era stata al mare</p>
<p>bambina, il padre con l’asino,</p>
<p>frogi nella brina,</p>
<p>vento di sale e turchese a chiazze lo stupore</p>
<p>immenso, pari al cuore senza linea,</p>
<p>il sole di rincorsa nuvole e spuma</p>
<p>ballerina,</p>
<p>nel balzo il muso e pinna cresta all’onda</p>
<p>Febo delfinio, all’unisono apertura</p>
<p>d’istinto scelta, l’aria nitore cristallino.</p>
<p>Un pesce e una bambina</p>
<p>scesa da collina</p>
<p>dove il salmastro s’addolciva a olivo,</p>
<p>gaudiosi l’uno all’altro fuori dal tempio</p>
<p>era &#8211; è &#8211; mattina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(</em>da<em> Notizie dalla Pizia</em> Lietocolle, 2009)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>la candida, l’intatta</em></p>
<p><strong><em> </em></strong>Cuore bambino dove</p>
<p>la briciola diventa meraviglia</p>
<p>e l’orco resta ucciso grasso</p>
<p>e sciocco</p>
<p>la candida, l’intatta</p>
<p>noncuranza.</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><em>terragna</em></p>
<p><em> </em>Movendo, metamorfosi di muta,</p>
<p>serpe terragna fra pietre e polvere</p>
<p>la cerca di</p>
<p>gradienti verde.</p>
<p>Tutto dovrebbe essere</p>
<p>alberi ed erbe.</p>
<p>(da <em>L’ambasciatrice</em>, cit.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p><em>glosse</em></p>
<p>Lunghissimo e prolissimo quel metro d’indicibile</p>
<p>dubbioso d’ineffabile non trova mai</p>
<p>l’a capo.</p>
<p>Breve. Bene, elimina il superfluo:</p>
<p>l’io e il verso.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Sono tre gatti, nessuno li ascolta</p>
<p>pure si azzuffano come dannati.</p>
<p>Non fate caso, nulla di grave,</p>
<p>solo poeti, ovviamente italiani.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Recensioni:</p>
<p>-“dio quanto sei bravo”</p>
<p>-“grazie, sapessi tu”</p>
<p><em>(</em>da <em>Le nudecrude cose, cit)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>notarelle</em></p>
<p>Chiedono che ne pensi di uno, come tanti,</p>
<p>uno che già è famoso, gentile, diaristico.</p>
<p>Uno che va a capo.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>L’alfabetizzazione – di massa – comporta</p>
<p>che tutti i logorroici ora siano grafomani.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Spacciano; altro aduso adatto setaccio: noi si tu no</p>
<p>appoltigliano in mixer. mode d’emploi.</p>
<p>feticcio la ricetta.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Sfortuna. Non sono andata a letto con Verlaine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>melassa per formicole*</em></p>
<p>queste</p>
<p>scialbe</p>
<p>pallide</p>
<p>arrese</p>
<p>respirazioni artificiose</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*verso di Jolanda Insana</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em># poeti</em></p>
<p>tutti questi esseri luminosi, puntiformi, umbratili, lievi, sfioranti,</p>
<p>carezzevoli costantemente volti ai propri affari</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>io scrivo te</em></p>
<p>io scrivo te che prefazi me che pubblico il tuo amico che plaude i miei</p>
<p>interventi critici che insieme organizziamo algidi evenenziali ostensioni</p>
<p>di tosti testi nostri diffondendo asemantiche endovene, sintassi</p>
<p>scarrupate, lacerti necrofori. Amen.</p>
<p>(da <em>L’ambasciatrice</em>, cit.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>fermo posta</em></p>
<p><strong> </strong>poi,</p>
<p>poi non arrivò mai a nessuna parte:</p>
<p>un piccolo codazzo di</p>
<p>discepoli,  qualche lettura, un libro,</p>
<p>inferno-fermo posta</p>
<p>(su <em>viomarelli.it</em>, cit)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>metafisiche</em></p>
<p><strong><em> </em></strong>metafisicizzando</p>
<p>la trascendenza un blu scuro luminoso</p>
<p>l’immanenza un grigio perla chiaro</p>
<p>senza più un granello di polvere,</p>
<p>comunque.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>tre cose</em></p>
<p><strong><em> </em></strong>tre cose mai capite:</p>
<p>me, la matematica e gli umani</p>
<p>(da <em>L’ambasciatrice</em>, cit.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>sull’orlo della fine</em></p>
<p>Sull’orlo della fine la pioggia fitta sottile, le tre del pomeriggio la</p>
<p>domenica nell’aria grigia e umida, l’acqua</p>
<p>che scorre</p>
<p>silenziosa su cianfrusaglie stese su stracci di un</p>
<p>mercatino d’usato, improvvisato, scolora plastica</p>
<p>e scarpe e maglioni già</p>
<p>fossili ora petrolio. In un silenzio clamoroso scivolano</p>
<p>ragazzi neri, vecchie badanti dai capelli tinti masticano</p>
<p>panini, chi</p>
<p>baderà loro, i ragazzi neri scivolano tra buche e</p>
<p>cedimenti, l’acqua che stinge, infreddoliti in cappotti,</p>
<p>giacche a vento</p>
<p>sciarpe nere e grigie e bianche, nessuno di loro con un</p>
<p>ombrello. Una luce purissima traslucida scandisce ogni</p>
<p>dettaglio,</p>
<p>lo dilata sull’orlo della fine la piazza enorme, cantiere</p>
<p>eterno già caduto a pezzi, cammini su basalto, passi</p>
<p>sull’asfalto roso</p>
<p>da ruote e acqua, freddo d’umido. Tra un po’ &#8211; quando –</p>
<p>non ci saremo più, noi, la pioggia, la piazza enfia e</p>
<p>ansimante, gli</p>
<p>esseri umani tutti, tra un po’, non tanto. Sta attento a non</p>
<p>bagnarsi le scarpe, slalom e rally, attento alle auto, ai</p>
<p>vecchi</p>
<p>travestiti da nipoti, alle vecchie spedite a morire affianco</p>
<p>ad altri vecchi, sta attento ai ragazzi ninja spaesati senza</p>
<p>sole, qui, che ci sarebbe, ma devi pensarci, il mare, tra</p>
<p>un poco scoppia, lo sente, tutto e giustamente. Non più</p>
<p>occhi né</p>
<p>gambe, né idee né pozze né fiati. Niente di niente, per</p>
<p>noi, tutti, ovviamente. Meglio così, ci sarà qualcosa</p>
<p>d’altro e chi</p>
<p>dice che non sia meglio. Arriva quasi alla fermata, di</p>
<p>fronte alla stazione, non c’è mare non c’è sole solo acqua</p>
<p>incolore,</p>
<p>sta per salire sul pullman, quando inciampa inzuppa</p>
<p>infradicia le scarpe, gomma e pelle, il piede la sua pelle,</p>
<p>come accade,</p>
<p>frequente, quando pensi che sia finito e tu, almeno, in</p>
<p>salvo e allenti la tensione e sei finito. Un pezzo di strada</p>
<p>e di</p>
<p>giornata. Una vita di viaggi. Sull’orlo della fine, degli</p>
<p>umani. Peccato, resta sospesa l’aria, non che non possa,</p>
<p>non deve</p>
<p>farci niente.</p>
<p><em>(</em>da <em>Le nudecrude cose, cit)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>orifiamma</em></p>
<p><strong> </strong>Ora che il giglio più non segna i giorni</p>
<p>e  l’ombra dello sguardo nella notte</p>
<p>è come quel portone chiuso alle spalle,</p>
<p>ora frantuma la linea del crinale,</p>
<p>la piazza vuota, la notte di cristallo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>( da <em>La deriva del continente</em>, Transeuropa, 2014)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>innominata</em></p>
<p>sordida morte, re<br />
pellente, ti ho amato</p>
<p>(da <em>viomarelli.it</em>, cit)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>recherche</em></p>
<p><strong><em> </em></strong>Io ho questa lingua, ereditata. La torco, la smonto la brucio. Rimbalza,</p>
<p>reingoia, la lingua già amara. La spezzo, si spezza, paterna, conata. il</p>
<p>mondo è  parole, a cambiarle, il mondo si cambia. Una rosa è una rosa è</p>
<p>una rosa. roseggia. L’ortica orticheggia. e risana.</p>
<p>(da <em>L’ambasciatrice</em>, cit.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>polvere</em></p>
<p><strong> </strong>le parole sono pietre.</p>
<p>tu scheggiale</p>
<p>fino a che non diventano sabbia, polvere.</p>
<p>fine.</p>
<p>(da <em>viomarelli.it</em>,  cit)</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p><em>“ Non si sviluppa tempo nel tempo della poesia. La poesia resta ferma”  (Corrado Costa)</em></p>
<p>La poesia può essere uno strumento del/sul linguaggio estremamente preciso e affilato, il che le consente di arrivare veloce come freccia al nucleo di un logos. Brodskij la riteneva, giustamente, un “corto circuito” cerebrale, che la rende, quindi, un potente mezzo euristico per indagare, e, come ogni espressione artistica, una forma di conoscenza. Noi lavoriamo con una lingua ereditata, su un palcoscenico già allestito da millenni: proviamo a piegare le parole ma molto probabilmente sono loro che piegano noi in un flusso bidirezionale.. Ci illudiamo di dar voce – o sguardo – a un picciolo, a un incubo, a un progetto, in realtà i versi sono immersi in un processo che si schiarisce, o complica, nel formarli e le forme si rivelano innumeri. Da questo punto di vista sono polifonica, la monodia di ascendenza petrarchesca non mi ha mai molto interessato  e indubbiamente l’imprinting infantile di filastrocche si è coniugato alle letture di Marco Valerio Marziale e al futurismo russo e poi a Caproni e Porta. La scrittura è una spugna: quello che hai, ridai, per questo ogni poesia è sempre dannatamente, anche nolente, politica. (Viola Amarelli)</p>
<p><em>Nota</em></p>
<p>I testi che precedono sono tratti da varie pubblicazioni e seguono un disordine che vorrebbe dar conto delle varie forme che provano e scoloriscono, sono mere esemplificazioni di lavoro e non rientrano in una qualsivoglia  tassonomia di  maggiore efficacia o qualità. (V.A.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p>Viola Amarelli, campana, ha esordito con la raccolta di poesie <em>Fuorigioco </em>(Joker, 2007), seguita  dal  monologo <em>Morgana</em>, (e-book, 2008 ),  dal poemetto <em>Notizie dalla Pizia</em> (Lietocolle, 2009), <em>Le nudecrude cose e altre faccende</em> (L’arcolaio, 2011),  dai racconti di <em>Cartografie</em> (Zona, 2013),  <em>L’ambasciatrice</em> (autoprodotto con Sartoria Utopia, ora in e-book.  2015) e, in veste di co-autrice,  <em>La deriva del continente</em> (Transeuropa, 2014)  e  <em>La disarmata</em> (CFR, 2014). E’ presente in numerose antologie,  riviste cartacee e on line, è stata tradotta in Germania.</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>[ <strong>Auto-antologie</strong> prosegue con Viola Amarelli e  il suo percorso poetico. Appartengono alla stessa rubrica gli spazi dedicati a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/02/02/portarsi-avanti-con-gli-addii/">Francesco Tomada</a> , a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/02/22/micro-antologie-1-vincenzo-frungillo/">Vincenzo Frungillo</a> e a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/15/auto-antologie-2-francesco-filia/">Francesco Filìa</a> . Sul lavoro di Viola Amarelli è possibile leggere un mio intervento <a href="https://poesiadafare.wordpress.com/2016/03/22/biagio-cepollaro-viola-amarelli-proposta-di-lettura/">qu</a>i.</p>
<p>L’idea di curare delle micro-auto-antologie risponde al desiderio di tratteggiare una direzione, un possibile senso -anche solo accennato-del percorso di autori che hanno raggiunto, a mio avviso, una prima maturità letteraria. L’autore è invitato a guardarsi indietro e a ricostruire emblematicamente le fasi del suo lavoro, proponendo a tal fine anche una pagina di auto-presentazione e una scheda bio-bibliografica. Nel flusso incessante spesso vitale ma anche caotico della rete credo che siano utili dei momenti come questo di coagulo, di rallentamento.</p>
<p>Continuo in altra forma il lavoro iniziato con  la rivista on line <em><a href="http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/archivio.htm">Poesia da fare</a></em> (2005-2007)  insistendo ancora sul rallentamento e sulla sedimentazione. Gli autori che invito ad auto-antologizzarsi sono poeti che, per il mio gusto, illuminano , da particolarissime prospettive, il nostro tempo, individuando, spesso con spietatezza, i rapporti di potere nei quali siamo invischiati o quelle semplici evidenze esistenziali che si tendono a rimuovere.</p>
<p>Qui il lavoro sul linguaggio poetico non è fine a se stesso ma è teso a rendere più efficace la configurazione intensa di un’esperienza umana ed estetica radicata in realtà per lo più condivise, comuni. Questo è anche ciò che intendo, almeno ora e provvisoriamente, per “poesia di ricerca”.<br />
In un’epoca in cui sembra che le soggettività reali perdano sempre più la possibilità (e anche il sogno) di decidere del proprio destino, in una generalizzata precarietà e ricattabilità,  l’espressione poetica pare moltiplicarsi, anche grazie alla rete, e offrirsi come un luogo speciale di pensiero, di creazione e di relativa socializzazione.</p>
<p>Moltissimi scrivono ciò che ritengono in buona fede “poesia” e la “postano”  anche per questo, cercando e spesso trovando il consenso e la reazione dei propri “amici” di rete.<br />
La valutazione dei risultati estetici poi dipende ovviamente dal gusto, dalle esperienze e dagli orientamenti culturali del lettore. B.C.]</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Francesco Filia, &#8220;La zona rossa&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Dec 2015 05:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Masullo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Filia]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Montieri]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Frungillo]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Amarelli]]></category>
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					<description><![CDATA[Piazza Municipio I Un solo un unico immenso vortice di teste e corpi tra cantieri infiniti della metro e cespugli radi di birra e piscio, l’umanità di tossici e barboni è scomparsa &#8211; per quest’evento di inferriate e plexiglas proiettili che rimbalzano sull’asfalto e strie di gas e lacrime nell’aria &#8211; come testimoni non graditi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/Francesco-Filia-La-zona-rossa.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-58697" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/Francesco-Filia-La-zona-rossa.png" alt="Francesco Filia, La zona rossa" width="620" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/Francesco-Filia-La-zona-rossa.png 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/Francesco-Filia-La-zona-rossa-300x130.png 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></a></p>
<p><strong>Piazza Municipio</strong></p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>Un solo un unico immenso vortice</p>
<p>di teste e corpi tra cantieri infiniti</p>
<p>della metro e cespugli radi di birra e piscio,</p>
<p>l’umanità di tossici e barboni è scomparsa</p>
<p>&#8211; per quest’evento di inferriate e plexiglas</p>
<p>proiettili che rimbalzano sull’asfalto</p>
<p>e strie di gas e lacrime nell’aria &#8211;<span id="more-58681"></span></p>
<p>come testimoni non graditi, occhi</p>
<p>che non vedono nel loro estremo</p>
<p>gran rifiuto se non il cuore</p>
<p>di ogni gesto, l’essenzialità di ogni</p>
<p>rapporto la catena</p>
<p>che ci tiene in vita, in morte. Dall’alto</p>
<p>di quest’impalcatura tutto è più vero</p>
<p>necessario come lo stormo di rondini</p>
<p>che ogni sera volteggia sulla piazza,</p>
<p>ogni singolo movimento atomo di un istinto</p>
<p>ancestrale tassello di necessità rivela</p>
<p>ciò che siamo: frazione di tempo ingoiata.</p>
<p>*</p>
<p><strong>II</strong></p>
<p>La folla avanza travolge, la zona rossa è lì</p>
<p>oltre il faccia a faccia con la prima linea</p>
<p>dei poliziotti. È lì cupa inaccessibile.</p>
<p>Quale tesoro giustifica questo rito</p>
<p>di forze contrapposte il fuggi fuggi</p>
<p>e le ondate successive di corpi</p>
<p>nuvole di gas, lacrime e bossoli, angeli</p>
<p>che fendono la folla con i bastoni del giudizio?</p>
<p>Sgominati chi cade dispersi arresi le mani</p>
<p>alzate e i pugni in faccia, chi è catturato</p>
<p>e annega nel sangue del proprio viso.</p>
<p>Andrea scivola arranca nella polvere</p>
<p>gli sono addosso muta di cani da presa.</p>
<p>Marco controcorrente lo raggiunge ma</p>
<p>è tardi. Il buio di un trauma improvviso si</p>
<p>squarcia sul fondo di una camionetta nell’acre</p>
<p>odore di lacrimogeni e bossoli, come ultimi</p>
<p>fuochi di questo rito sacrificale.</p>
<p>*</p>
<p><strong>“Celerino assassino”</strong></p>
<p>Siamo altro da questo slogan. Compatti</p>
<p>il sangue adrenalina casco e testa</p>
<p>tutt’uno braccio armato nessun mezzo</p>
<p>né strumento ma un&#8217;unica necessità</p>
<p>che marcia il tempo dello scontro</p>
<p>battendo su manganelli e scudi</p>
<p>che si abbatte su teste e corpi spalla</p>
<p>contro spalla fratelli a guardia di un ordine,</p>
<p>che voi intravedete dietro le mie spalle,</p>
<p>di cui non so nulla. Io eseguo, a volte</p>
<p>mi piace a volte no. Il prezzo da pagare</p>
<p>è questo, ora abbiamo in dotazione</p>
<p>anche la pazienza di aspettare un gesto</p>
<p>di troppo o un punto debole</p>
<p>su cui infierire. È così che si fa!</p>
<p>Panico per punire chi come questo</p>
<p>povero stronzo mi cade tra gli anfibi</p>
<p>e non resta che caricarlo, rumore sordo</p>
<p>l’impatto degli elmi armatura ossa.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ciro esce dalla piazza</strong></p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>La piazza deflagra,  esplosa</p>
<p>ci arriva addosso a velocità</p>
<p>inaudita il rumore precede l’urto</p>
<p>e non so da che parte andare non so</p>
<p>come schivare questo precipitare</p>
<p>di eventi, il dettaglio impazzito</p>
<p>di un manganello brandito e poi</p>
<p>nell’aria a pezzi scuoiata</p>
<p>e poi la lastra dei volti, li ho visti</p>
<p>lo giuro, precipitare</p>
<p>scivolare in un risucchio d’aria esploso</p>
<p>la camionetta che impatta</p>
<p>scheggiati disarmati fuggiti</p>
<p>tra scudi e divise lacrime</p>
<p>artificiali, il selciato si abbatte sul viso</p>
<p>mentre la strada scorre via sotto</p>
<p>la suola in un inciampo, in questo</p>
<p>arrancare verso un millennio</p>
<p>che si squarcia ingoiandoci.</p>
<p>*</p>
<p><i>Prefazione al volume di <strong>Aldo Masullo</strong></i></p>
<p>L’uno dopo l’altro, come contro gli scogli le onde di un’incessante risacca, i blocchi di scabri versi di quest’opera forte di Francesco Filia, incalzando s’avventano, per narrare in qual modo, compressa in una giornata, dall’alba al tramonto, si consumi una drammatica storia di formazione. A ragione si dice: «la vita ci accadde a velocità inaudita» (p. 20). Protagonisti sono quattro giovani poco meno che trentenni – Marco, Andrea, Ciro ed Elena &#8211; , coinvolti a Napoli il 17 marzo del 2001 nella manifestazione di molte decine di migliaia di persone contro i Governi di tutto il mondo, riuniti per il Global forum. Nell’occasione «avvennero scontri violentissimi tra manifestanti e forze dell’ordine».</p>
<p>«Trent’anni sono la soglia» (p. 20), la <em>linea d’ombra</em>, il limite della maturità, l’ora decisiva: «adesso in maschera / da combattimento vivrò un ultimo giorno / poi sarò vita che sopravvive a se stessa» (p. 30). Alla fine, ci si accorge d’averla varcata, la «soglia», non essendo però riusciti a passare nella «zona rossa», rigorosamente vietata e difesa a mano armata intorno al centro impenetrabile del Potere, bensì ridotti a sperimentare la frustrazione del tentativo fallito, l’amara durezza della sconfitta. Lo sguardo dei vincitori «trafigge / i nostri occhi abbassati e in fondo sappiamo / che questa città non sarà mai nostra» (p. 32). Bisogna confessare che «perdere è qualcosa di più / di più atroce di quel che credevi» (p. 55). Tuttavia si deve anche ammettere che «lo sguardo / che scivola sotto le braccia», «divaricate contro il bianco / sporco» di una parete della caserma di polizia, è ormai «unica via / di fuga dal collasso delle nostre esistenze» (p. 56).</p>
<p>In ogni modo, decisivo è diventare uomini. Il che avviene anche quando, in cambio della generosa illusione di un pubblico darsi, si prova il sapore acre della sconfitta. Qui all’individuo impietosamente si mostra «lo scarto tra un gesto e se stesso» (p. 56): la sproporzione tra il momentaneo slancio e l’abituale esistere, l’incolmabile distanza tra l’innocenza dell’ideale e l’infida realtà. All’illuso d’un colpo si fa chiaro ch’egli non ha vinto; anzi, ben peggio, che vincere non avrebbe potuto né mai potrebbe. Salvo il «sangue raggrumato sul cuoio capelluto» (p. 62), la sconfitta è incruenta. Tuttavia è tragica: l’ideale infatti è intrinsecamente necessario ma altrettanto intrinsecamente impossibile.</p>
<p>Comprendere tutto ciò, avere imparato che l’ideale, in quanto necessario, va comunque assunto come guida, indipendentemente dall’impossibilità del suo realizzarsi pieno, è avere maturato nell’umiliazione della sconfitta la propria umanità ben più di quanto si possa nell’esaltazione di una relativa vittoria.</p>
<p>Certo nella maturata umanità del vinto non sempre tace una voce sconsolata che avverte: «Adesso sai che la tua è la colpa / incancellabile di chi è innocente» (p. 62).</p>
<p>A questo punto tutto potrebbe essere perduto, se non restasse almeno l’amore, l’energia della durata,  «l’amicizia che non guarda / oltre il bene di ritrovarsi ogni volta» (p. 61). Questo in fondo è l’alfa e l’omega. Anche all’inizio, i quattro amici, insieme «per l’ultima volta» prima del prevedibile scontro con la polizia, parlano «d’altro / per non parlare d’amore» (p. 38).</p>
<p>In conclusione, se l’<em>ordine</em> politico del mondo è «incomprensibile» (p. 15), alla poesia non interessa. Non all’<em>ordine</em> politico, alla complicata matassa di azioni e reazioni da cui deriva l’evento, è attenta la poesia. Alla poesia ripugna la guerra. Essa è <em>pietas</em>. Ha a cuore gli individui, uno per uno, comprende le loro viltà e il loro coraggio, le loro speranze e i loro dolori. L’evento, per quanto enorme possa essere, è insensato: effettivo ma senza verità. Ogni essere umano invece, patendo la sua vita, sentendo, è incessante nascere di senso, segreta verità. Alla poesia non importa spiegare l’evento, ma ascoltare le voci degli uomini che vi si trovano impigliati: appunto i parlanti «anelli di una catena / che sprofonda nel cupo cuore di un evento» (p. 15).</p>
<p>Il testo di Filia è propriamente, per quanto breve, un poema. Il suo fascino è dato dall’innesto non meramente tecnico ma sostanziale di testi lirici minimi in un contesto epico. Immediatamente, ancor prima della preziosità lirica e della dolente forza civile, del poema colpisce il ritmo incalzante. Esso si legge come si vedrebbe un film. Ogni verso è un fotogramma che, pur eloquente in sé, attivamente unisce ai prima il poi. Il fiato quasi vien meno nell’inseguire la corsa.   Questa straordinaria dinamicità sembra simboleggiata, come in un sigillo stilistico, da quattro versi del poema stesso: «Un ultimo accordo tra il respiro e la vita / il ritmo dei passi aumenta la frequenza / della falcata, la sospensione tra un appoggio / e l’altro, la cadenza dei pensieri precisa, leggera» (p. 24)!</p>
<p>Però alla medesima pagina, poco più sotto, si evoca «il parlare di tutto per parlare d’altro / di un desiderio oltre ogni qui e ora». Qui sembra udirsi in un grido sommesso la rivendicata dignità del lavoro letterario, che non è solo gioco tanto affascinante quanto abile, bensì modo della mai esausta tensione con cui l’umano desidera oltrepassarsi.</p>
<p>*</p>
<p>Francesco Filia, <i>La zona rossa</i>, <a href="http://illaboratorio.it/" target="_blank">Il laboratorio/le edizioni</a>, 2015.</p>
<p>A <a href="http://poetarumsilva.com/2015/12/08/francesco-filia-la-zona-rossa/" target="_blank">questo link</a> una recensione di Gianni Montieri.</p>
<p>*</p>
<p>Il 17 settembre alle 21, alla Libreria Popolare di Via Tadino (Milano), doppia presentazione:<br />
<i>La disarmata</i> (CFR edizioni, 2014) di Viola Amarelli, Francesco Filia, Vincenzo Frungillo, Gianni Montieri, Immo<br />
<i>La zona rossa</i> di Francesco Filia (Il Laboratorio/Le edizioni, 2015)<br />
Interverranno Viola Amarelli, Francesco Filia, Vincenzo Frungillo, Gianni Montieri.</p>
<p>Libreria Popolare, Via Tadino 18, 20124 Milano<br />
Tel. 02 29513268<br />
<a href="mailto:info@libreriapopolare.it" target="_blank">info@libreriapopolare.it</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La poesia di Viola Amarelli e l&#8217;escatologia del quotidiano &#8211; Il caso de L&#8217;ambasciatrice</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/07/16/la-poesia-di-viola-amarelli-e-lescatologia-del-quotidiano-il-caso-de-lambasciatrice/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2015 12:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Amarelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre Nella strana, umbratile e popolosa plaga della scrittura di versi è raro scovare delle opere che mostrino al contempo un’espressa autonomia di discorso poetico e una consapevole e selettiva padronanza critica dei mezzi d’espressione. In una di queste opere, rarae aves della nostrana respublica letteraria &#8211; oggi forse non meno eterodiretta e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Nella strana, umbratile e popolosa plaga della scrittura di versi è raro scovare delle opere che mostrino al contempo un’espressa autonomia di discorso poetico e una consapevole e selettiva padronanza critica dei mezzi d’espressione. In una di queste opere, <em>rarae aves</em> della nostrana <em>respublica</em> letteraria &#8211; oggi forse non meno eterodiretta e scassata dell’altra nostra repubblica &#8211; abbiamo avuto la fortuna d’imbatterci. A chi la accosti senza pregressa conoscenza dell’autrice, <em>L’ambasciatrice</em> di Viola Amarelli si presenta in una veste libraria tanto pregevole quanto giocosa: spessa e nera copertina cartonata, rilegata a grana grossa di verde, sulla quale campeggia la stilizzata immagine d’una rana. Il libro, uscito in appena cinquanta copie numerate, è una piccola opera artigianale delle “sarte utopiche” Francesca Genti e Manuela Dago. Ma di una tessitura tutt’altro che utopica, carica anzi di limpida concretezza, nonché della stessa ironia e dello stessa aura di lusus che ne connota l’apparenza materica, si fanno portavoce le pagine dei suoi versi, che si dipanano attraverso sette sezioni (più un’appendice finale, contrassegnata dal segno matematico d’infinito), declinando tutte le forme possibili del fare poesia, fra densità metafisica d’aforisma e immagine arguta sgranata in forma narrativa, fra maniera breve e poemetto disteso.<br />
Al di là della sua forma esteriore di raccolta poetica, <em>L’ambasciatrice</em> (che trae il suo titolo dal poemetto centrale) si configura come un singolare e corposo romanzo dell’esserci. Come tale essa si apre e si chiude con uno spiraglio di teologia negativa calata nel sermo cotidianus, secondo una rigorosa composizione circolare. Incipit di questa struttura ad anello, la poesia <em>difficile</em> rivela sin da subito quella leggerezza tramata di giochi linguistici, risegmentazioni, bisticci, che nella poesia di Viola Amarelli costituiscono un tratto stilistico peculiare, una strategia comunicativa supralineam rispetto alla catena parlata, su cui pure ambiguamente fa perno, un effetto verbale impiegato a tempo debito con parsimoniosa pregnanza:</p>
<p><em>-Troppo difficile da dire</em><br />
<em> -E tu non dire</em></p>
<p><em>Un riccio rosso, rosari di sabbia</em><br />
<em> Le vene, l’arterie</em><br />
<em> L’avviene.</em></p>
<p>Alle due simulate voci interiori dell’esordio dialogico segue l’immagine dell’esistenza come intreccio di flussi, entanglement e pulsazione di sangue e sgranata sostanza terrosa, “L’avviene”, omologo dinamico eracliteo dell’il y a di un Lévinas in paronomasia e assonanza equivoca con “Le vene, l’arterie”, parola, quest’ultima, non a caso accompagnata da una forma apparentemente aulica, ma in realtà dialettale ed espressionistica, di elisione. L’allusione a questa metafisica dell’inesprimibile quotidiano, nell’apparente semplicità di un dettato volutamente librato sul limite del quietamente cantabile, si ritrova nell’explicit, <em>non c’è altro</em>, poesia costituita di appena due versi, un ottosillabo di andamento trocaico e un dodecasillabo, pur esso trocaico, formato da un ottonario e un quaternario graficamente divisi:</p>
<p><em>non c’è altro da capire</em></p>
<p><em>non c’è altro da sapere</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>questa luce</em></p>
<p>La raccolta, aperta e conclusa con questa variazione sul tema del limite del linguaggio, parrebbe dominata da questa musa del non dire-non sapere. Tuttavia non siamo di fronte a una poetica della vuotezza, dell’azzeramento chenotico: piuttosto, il non detto nasce all’interno di un duplice termine positivo: da principio la rinuncia all’intellettualismo del logos in favore di un pulsante slancio vitale, infine la luce meridiana del vivere in attenzione nel tempo, lontani da ogni eccesso di tematizzazione razionale. È fra questi due momenti che <em>L’ambasciatrice</em> si dipana come un’opera-mondo tascabile, ripercorrendo in parte e approfondendo la linea già segnata da altre opere precedenti dell’autrice, come <em>Cartografie</em> o <em>Le nudecrude cose e altre faccende.</em> Minimizzata la proliferazione del dire-capire, con tutto l’orpello esplicativo-retorico correlato, resta l’occhio aperto sul panorama del concreto, in cui si succedono le più varie figure, alcune ancora piene tra le righe di uno specifico peso simbolico, alcune invece tutt’altro che implete, contorniate come sono d’un’aura sottile di ironia in rebus e ridotte a gusci di maschere.<br />
Vere e proprie nature figurali sono in effetti quelle che balenano ne <em>la candida, l’intatta</em>, prima sezione che trae nome dalla seconda poesia:</p>
<p><em>Cuore bambino dove</em><br />
<em> la briciola diventa meraviglia</em><br />
<em> e l’orco resta ucciso grasso</em><br />
<em> e sciocco</em></p>
<p><em>la candida, l’intatta</em><br />
<em> noncuranza</em></p>
<p>in cui l’immagine del bambino interiore, apparentemente scontata, appare sottratta a ogni accostamento da ovvio memorandum letterario, ogni memoria razionalistica essendo obliterata in una embrionale dimensione narrativa, da morfologia archetipica della fiaba. La posizione di questi versi per come appaiono collocati, immediatamente dopo l’evocazione fondativa dell’avviene, ci indica che siamo ancora al primo mattino del mondo che l’opera costruisce: per questa ragione qui campeggia l’immagine del puer primordiale, l’<em>Urkind</em> creatore di tutto, una sorta di travestimento del Deus puer che gioca con assoluto candore a tramare la deriva destinale dell’essere. Allo stesso modo evoca la forma del femminile originario<em> la quieta cammella</em>, ritmata come filastrocca da battute ternarie (“due occhi d’incanto al suo cammelliere/la notte alle dune, due tette, si illuna” –e però si noti, nell’apparente semplicità, l’impiego del riflessivo “s’illuna”, di sapore dantesco) a cui segue, per immediata contiguità di trama d’immagini, terragna(“Movendo, metamorfosi di muta,/ serpe terragna fra quiete e polvere/ la cerca di/ gradienti verde.// Tutto dovrebbe essere/alberi ed erbe”), con il suo paesaggio ctonio da inconscio collettivo e la dissimulata corposità fonica dei suoi timbri, fra l’allitterazione dell’exordium, in cui gioca un ruolo anche l’ambiguità potenziale derivante dal duplice significato di “muta”, e l’iconica assonanza finale (“verde, essere, erbe”). In questa sequenza incipitaria della prima sezione, in cui campeggia, se si vuole, uno strano assoluto terreno, terragno, bambino &#8211; femminino, perfino il self portrait dell’autrice da giovane (“La puledra ferma al fieno/ Scarta al vento, si ombra di niente/ Imbizzarrisce, tenera e lontana”), con tutta la rete dei suoi rimandi sottesi e dei suoi ipogrammi appena sfiorati e ricacciati nel deliberato non detto, assume natura molteplice, e si configura come una sorta di cogito riorientato, un io-penso che si fa vissuto senza intellettualistiche mediazioni. Giocoforza allora, anche l’espressione verbale si restituisce alla sua dimensione d’origine, alla voce come presenza, come testimonianza e ordinatrice fisica di presenza. Né tale processo di ritorno all’origine della voce, quasi richiamata alla vita di un Vac vedico creatore, è in contraddizione con la poetica dell’inesprimibile di cui abbiamo parlato da principio: la voce poetica per come viene rifondata, diviene risonanza, tramata di figure di suono, risemantizzazioni, nuovi coni, parole macedonia o voci composte, che della poesia di Viola Amarelli sono un tratto distintivo: “risuona con l’aria, e l’acqua, terraventosa, non con gli umani…” (<em>risuona</em>); “vaneggiamenti ventriloqui variando, verba volant. virando versi, vesti, bestiari. le vergini vocali” –rigo di prosa ritmata, quest’ultimo, che evoca in tralice addirittura l’immagine delle muse, fra ironia, dimensione carnascialesca, proliferazione creativa. Nel frattempo si ingenera, nel retroscena di questa invenzione verbale, una sorta di contrapposizione di fondo, fra questa voce che risuona in un tutto che dovrebbe essere alberi ed erbe, e gli umani, e il loro voler a tutti i costi “capire” (prendere, catturare, distinguere per gramatica, tematizzare per logica): “tre cose mai capite: me, la matematica e gli umani”. Questi umani finiscono per incistarsi in uno strutturale processo di erosione (“rosi dal potere/ rosi dai vermi/ eroso il ghiaccio/ occhio terramonte…), in opposizione alla quiete del lasciarsi esistere senza concetto, senza angoscia (“non c’è nulla c’è/… un gigantesco, sereno, non importa). Così la prima parte de <em>L’ambasciatrice</em> sembra costituire una sorta di organon rovesciato, a partire dal quale comincia una nuova costruzione del mondo che prescinde da impalcature logico-concettuali e si fonda invece su un’idea di flusso vitale di esperienze, in cui i nomi-forma del dire/capire sono meri epifenomeni delle menti e del loro tessuto di segnali indicatori transitori (affetti compresi: “dolce, affettuoso e spaventato/ il nome-forma che era mio padre”).<br />
Nel loro dipanarsi le diverse sezioni de <em>L’ambasciatrice</em> seguono così un principio di interna coerenza: dopo l’organon implicito de <em>la candida, l’intatta</em>, che abbiamo voluto analizzare più minutamente in quanto portatore, nella sua compattezza stilistica, delle ragioni di fondo del libro, viene la prospettiva <em>en plen air</em> del secondo capitolo di questo implicito romanzo di versi. Abolito l’organon logico distintivo del capire, asserito il gigantesco, sereno e cosmico non importa, il primo passo è riconoscere l’assenza dell’alterità potenzialmente negativa del nemico:</p>
<p>[…]</p>
<p><em>in fila le formiche invadono il terreno,</em><br />
<em> la zappa si conficca, le scompiglia</em><br />
<em> avanzano i più forti</em><br />
<em> tutto un presidio – io rimpiangevo i deboli</em></p>
<p><em>ho occluso i circuiti, bruciati i ponti</em><br />
<em> squarciati i by-pass, intorno c’è il deserto</em><br />
<em> nessun nemico –mi chino.</em></p>
<p>L’ipogramma costituito dalla famosa sententia conclusiva del Càlgaco tacitiano (…ubi desertum faciunt pacem appellant…), quale affiora nella chiusa di <em>nessun nemico</em>, viene rovesciato di senso: diviene l’espressione di un dominio interiore conseguito con fatica abolendo ogni comunicazione fittizia, in pro di un interno “vuoto” mistico che non è certo chenosi, e insistiamo nel ribadirlo di nuovo, ma piuttosto si configura come pienezza, abbandono e comunione con un nirvana prefigurato in corso di vita –e mai come qui le istanze buddhistiche dell’autrice sembrano fornire un grimaldello ermeneutico vittorioso. Sono queste le istanze che poco dopo, in <em>lucreziana</em>, affiorano con evidenza palmare: “qualsivoglia vita squagliando/fosse di gelsomino, l’aria ubriacata chiara,/ di stecco secco e storto, memoria tra le bacche,/ di cincia mattutina, cipria per piuma rossa,/ di uno vecchio idropico, la corsa da ragazzo,/ lascia una traccia invisibile inghiottita/sino alla prossima rinascita immersa nelle cellule/ le stesse forme diverse”. Torna ancora una volta la corposità fonica del discorso poetico (assonanze: “l’aria ubriacata chiara”, in un verso quasi mono-vocalico; allitterazioni e disseminazioni foniche a legare emistichi fra loro, da metrica medievale germanica: “di cincia mattutina cipria per piuma rossa”), ma la sua funzione fono-simbolica ridefinisce ora ogni tradizionale tessitura di suoni in un nuovo sistema, in cui i significanti si scambiano le reciproche componenti fonetiche, in una<em> samsara</em> verbale, un<em> clinamen</em> di atomi fonemici riaggregati, una armonia invisibile in cui gli enti in flusso eracliteo vivono la morte gli uni degli altri e muoiono la vita gli uni degli altri. Questo è il fondamento del teatro esistenziale che si manifesta del resto anche nelle strofe finali del testo <em>en plen air</em> (che dà nome all’intera sezione del libro) :</p>
<p><em>La vita è l’arte di essere perdenti, nulla di nuovo –dimentica</em><br />
<em> –si muore</em></p>
<p><em>L’istante che le frullano</em><br />
<em> le ali, d’un colpo la tortora che</em><br />
<em> plana e la farfalla enorme</em><br />
<em> candeggia questa luce, squaglia</em><br />
<em> crema, intanto che si scollano</em><br />
<em> etichette, si arrestano i pensieri</em><br />
<em> frullano insieme tutti –senti, i respiri</em></p>
<p>Fra la cripto-citazione del <em>Qoelet (nihil novi</em>) e l’immagine ingigantita dell’effetto farfalla e del suo caos sgretolatore-aggregatore, il processo tematico che L’ambasciatrice viene costruendo, dopo aver sviluppato la sua logica-ontologia fondata su un organon dell’immediatezza vitale, approda a una sorta di fisica fondata sull’accettazione dell’impermanenza come inevadibile dimensione d’esistere.<br />
Forte sarebbe la tentazione di affermare che <em>L’ambasciatrice</em>, il poemetto centrale che dà il titolo al libro, con la sua atmosfera legata ai conflitti mediorientali costituisca l’etica a suggello di una visione del mondo, in una <em>tripertita ratio</em> filosofica da ellenismo. A tale tentazione è ovviamente opportuno non cedere, considerando la natura peculiare di questa parte dell’opera. Il tema politico è infatti soltanto uno sfondo necessario in cui si muove una storia tramata di tutti gli elementi già delineati nelle precedenti sezioni. Questo scenario da un lato è sicuramente un luogo figurale dove i mali della distinzione, dell’esclusione, dell’affermazione intollerante dell’identità e dell’attaccamento spadroneggiano con ferocia, dall’altro, tuttavia, è anche l’alveo del fluire, di vicenda in vicenda (attraverso una sorta di struttura a stanze capcaudadas con richiamo dell’ultimo termine e senhal della chiusa di una poesia nell’incipit o nel titolo dell’altra immediatamente successiva) delle figure femminili che si susseguono, ambasciatrice, madre, spia e bambina, con quest’ultima, specialmente, a rappresentare quell’ “umile mente gioiosa”, che finora il libro aveva delineato per scampoli d’epigramma. Così l’ambasciatrice &#8211; la donna, inizialmente non identificata &#8211; si muove fra le quinte del conflitto con cautela, come se ad ogni passo trattasse i termini minimi del suo stesso procedere, fra drusi, dromedari e droni, i tre elementi del paesaggio che la guerra consuma. Questa ambasciatrice di trattative perpetue avanza per quadri d’istantanea, sbozzati con un linguaggio secco da reporter, inverando all’estremo l’altro connotato, opposto complementare dell’invenzione verbale mirata, tipico dello stile dell’autrice: l’estrema concisione e l’ironizzazione degli ambigui limiti di ogni parola. Siamo di fronte a una figura femminile che, come l’io lirico di nessun nemico, avanza in un deserto di cammini combusti, alla storia si piega e per questo le resiste, a scherno sottile di ogni ostentato maschilismo politico, in terra islamica integralista e perciò elettiva di maschi: “Funziona –la maschera/del condizionamento. Tengo duro, sono/ femmina/ senza tempo di erezione”. La figura della donna resistente al teatro di guerra assume un connotato netto ne<em> L’addetta delle pulizie</em>, che si muove da casa, fra gechi e ramarri vita minimale del paesaggio desertico, fra vigilanti e perquisizioni, vita ordinaria del passaggio storico del momento,e a casa ritorna dove “l’aspetta la bambina”, protagonista a sua volta de<em> La piccola</em>. È, quest’ultima, il personaggio che l’autrice rende nella forma più pregnante, e ne fa simbolo del tipo di coscienza leggera che l’intera opera viene tratteggiando. Lo stesso andamento ritmico e sintattico della scrittura manifesta un deciso cambiamento di passo. Non più le istantanee fulminanti della sotto-sezione d’esordio, né la sequenzialità spezzata di animali cose persone de <em>L’addetta delle pulizie</em>. La bambina si muove invece in un paesaggio fiabesco, in cui per la prima volta compare l’acqua come spontanea immagine contraltare del deserto: l’acqua in cui la piccola vorrebbe allignare come rana, in una dimensione originaria di fluidità naturale senza confine, senza distinzione: senza le distinzioni, fra musulmani sunniti e sciiti, drusi, cristiani maroniti, che la costringono all’esilio e la fanno oggetto d’occhiuta sorveglianza. La rana diventa così, al culmine dell’intera raccolta, il simbolo della candida e intatta noncuranza che costituisce la dimensione originaria dell’esistenza nel fluido fuggire del mondo. Il poemetto si chiude, ancora una volta con una struttura circolare, dopo l’ episodio, anch’esso connotato da secca e recisa scansione sintattica, de <em>La spia</em> (che cerca, e deliberatamente finge di non avere trovato, la bambina protagonista e sua madre, ricercate per ragioni che volutamente non vengono raccontate,) con la sezione <em>Le foto</em>, tramata dei quadri e delle istantanee che nella vita della bambina si addensano, scatti di cellulare dell’amichetta rom o di teleobbiettivo da agente segreto che siano.</p>
<p>Come abbiamo cercato di mostrare, le poesie de L’ambasciatrice sviluppano momento per momento questa tematica della vita “autentica” come espressione di limpida consapevolezza che attraversa di attimo presente in attimo presente un liquido flusso d’esistenza fra due inesprimibili termini di confine, saltellando come la rana dei sogni della piccola drusa, pozzanghera per pozzanghera, nuvola dopo nuvola. È la stessa traccia che il lettore viene condotto a seguire ne <em>il sale delle diete</em>, in <em>lungo il viaggio</em> e nelle <em>Stanze amorose</em>, sezioni in cui la forma breve prevale, insieme a un tono diffuso di ironia, talora affettuosa talora pungente: tono pungente che diviene a tratti sarcasmo in io scrivo te metapoetica tranche dove, fra tanti tipi di poeti e di poetiche che vengono ironizzati, l’autrice consegna una dichiarazione espressa di dettato stilistico:</p>
<p><em>Io ho questa lingua, ereditata. La torco, la smonto, la brucio. Rimbalza, reingoia, la lingua già amara. La spezzo, si spezza, paterna, conata. Il mondo è parole, a cambiarle il mondo si cambia. Una rosa è una rosa è una rosa. Roseggia. L’ortica orticheggia. E risana.</em></p>
<p>Di questa lingua defilata, scomoda, sanatrice, di aggregati lessicali, di poesia dal tono prosastico e di prosa battuta, scandita, è intessuta l’opera di Viola Amarelli, che, movendosi con autentica leggerezza e senza impalcature, gioca e ci invita a giocare con la trama del mondo.</p>
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		<title>Fortemente intrecciare terra e cielo: Paola Febbraro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Oct 2014 12:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[anna maria farabbi]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[galleria Ostrakon]]></category>
		<category><![CDATA[Giusi Drago]]></category>
		<category><![CDATA[Paola Febbraro]]></category>
		<category><![CDATA[Tu se sai dire dillo]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Amarelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Viola Amarelli [ Comincio qui a documentare per appunti gli incontri della rassegna di Tu se sai dire dillo 2014. Una della serate era dedicata alla poetessa prematuramente scomparsa Paola Febbraro (1956-2008). Grazie a lei, tra l&#8217;altro, mi era stato possibile pubblicare nel 2006 un inedito di Amelia Rosselli, Lezione sulla metrica, che è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Viola Amarelli</strong></p>
<figure id="attachment_49160" aria-describedby="caption-attachment-49160" style="width: 160px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Paola-Febbraro.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-49160" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Paola-Febbraro.jpg" alt="Paola Febbraro" width="160" height="153" /></a><figcaption id="caption-attachment-49160" class="wp-caption-text">Paola Febbraro</figcaption></figure>
<p>[ Comincio qui a documentare per appunti gli incontri della rassegna di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/09/16/tu-se-sai-dire-dillo-terza-edizione/"><em>Tu se sai dire dillo</em> 2014</a>. Una della serate era dedicata alla poetessa prematuramente scomparsa Paola Febbraro (1956-2008). Grazie a lei, tra l&#8217;altro, mi era stato possibile pubblicare nel 2006 un inedito di Amelia Rosselli, <em>Lezione sulla metrica</em>, che è <a href="http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/RosTes.pdf">qui</a>. Oltre a due sue poesie, vi è l’intervento di Viola Amarelli che con Giusi Drago e Anna Maria Farabbi, purtroppo impossibilitata ad arrivare a Milano per l’occasione, hanno contribuito, in modi diversi, a mettere a fuoco la sua figura. B. C.]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Queste stanze che diventano locande</em></p>
<p><em>sono le mie poesie</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em><em>le lascio con una leggerezza tale</em></p>
<p><em>da farmi godere</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em><em>perché non si dice mai che si gode a sparire</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da <em>Stellezze</em>, a cura di Anna Maria Farabbi, LietoColle 2012</p>
<p><span id="more-49159"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>Se s&#8217;avvicina ciò che di me è stata</p>
<p>senza differenza tra chi ci fa nascere e chi ci abbandona</p>
<p>non è di poco conto una domanda</p>
<p>se non è di muoversi di stanza in stanza</p>
<p>ma occupar le stanze dire</p>
<p>non cerco strade non voglio camminare ma stare</p>
<p>in casa a più piani a più riprese d&#8217;ossigeno e di rose</p>
<p>dire: ce l&#8217;ho da fare.</p>
<p>II</p>
<p>Se s&#8217;avvicina ciò che di me è stata</p>
<p>interrotta</p>
<p>allora mi allontana la sconfitta</p>
<p>come se non fossi stata io</p>
<p>convertita</p>
<p>…</p>
<p>ho fretta</p>
<p>voglio invecchiare</p>
<p>come la terra che sotto ha 1&#8217;animale.</p>
<p>III</p>
<p>Se s&#8217;avvicina ciò che di me è stato</p>
<p>insonne sogno di clausura mio possesso lotta</p>
<p>per la supremazia dello spavento</p>
<p>…</p>
<p>allora trema e tremi la ragione</p>
<p>di uno stato terremoto</p>
<p>mio sesso nato da sesso uguale.</p>
<p>*</p>
<p>Ogni soffio di vento è una lama di gelo</p>
<p>…</p>
<p>scricchiola un velo diventato dal freddo</p>
<p>La natura fa visibile il respiro di anime e viceversa.</p>
<p>Nate comunque d&#8217;inverno</p>
<p>lode al Vostro silenzio e al Nostro</p>
<p>sesso dal primo respiro.</p>
<p>*</p>
<p>Il coraggio non usato per nascere</p>
<p>è ciò che canta prima di parlare</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da <em>Turbolenze in aria chiara</em>, Empiria, 2008</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Su Paola Febbraro: note (1)</em></p>
<p>“<em>Prima di arrivare a una lingua poetica ho praticato una scrittura ‘ visiva’ o ‘sperimentale’ o ‘creativa’. Non so. Non la chiamavo poesia, la chiamavo scrittura. Non mi definivo né scrittrice né poeta. Recalcitravo ad ogni definizione… Lo scrivere per me era una pratica, un gesto artistico più che ‘letterario’…Credevo fermamente che scrivere delle parole su di un foglio procurasse delle conseguenze nella realtà e in noi stessi, che quello che si scriveva fosse anche riflesso dell’accadere di eventi nell’universo, eventi che interagivano con noi. Cercavo una scrittura universale più che una lingua: una scrittura capace di essere letta e compresa da tutti senza bisogno che per questo si dovesse ‘saper leggere’ ma semplicemente ‘guardare’ le parole sulla pagina. Le parole dovevano essere così elementari e così attaccate a quello che ‘portavano’ da non poter essere mai fraintese. Quel tutti era: il ‘genere umano’ e anche, estremisticamente, la vita ‘fisica’, ‘chimica’, ‘biologica’, nell’universo…Scrivere quello che stava accadendo nell’istante in cui stavo scrivendo. Io volevo ardentemente scrivere quello che stava accadendo in quell’istante”. (2)</em></p>
<p>I brani citati, tratti da un intervento di Paola Febbraro sulla creatività femminile, rendono limpidamente conto di uno dei marcatori essenziali della sua opera anche quando la sua scrittura diventerà consapevolmente “poesia”, cosa che avviene – come da lei sottolineato (3)- nell’incontro con due maestri del calibro di Elio Pagliarani e di Amelia Rosselli. Paola Febbraro pratica, infatti – verrebbe da dire programmaticamente – una poesia esperienziale che non significa affatto autobiografica o intimista ma piuttosto l’assumere il ciò che accadde qui e ora come punto di partenza di una ricerca per comprendere quel <em>non so</em> che ricorre spesso nei suoi testi.</p>
<p>Lo scrivere per lei diventa quindi naturalmente una sonda, uno scandaglio che aderisce alle movenze, alle vicende ma anche alle contraddizioni ed ellissi dell’esperienza -vita, in un percorso che tende dal concreto dei<em> piedi</em>, del <em>lavorìo delle mani</em> alla verticalità di un punto di tangenza con l’interrelata energia che sostanzia il mondo: <em>mi passa parte a parte indolore/l’incessante rimbombo tra la terra e il cielo</em> recita, ad esempio, questo distico estratto da “ e forse io chiamo amore”.</p>
<p>In quest’ottica si rivelano emblematici gli stessi titoli dei suoi libri: “Turbolenze in aria chiara” è il titolo di una delle prime raccolte, ripreso anche nel libro postumo cui stava lavorando al momento della prematura scomparsa (4); “La Rivoluzione è solo della Terra” (5), dove il dato terrestre si coniuga a quello astronomico e politico, è la raccolta vincitrice del premio Giorgi, sino a giungere a “Stellezze”, titolo tratto da un suo verso che Anna Maria Farabbi ha scelto per un libro di inediti e non, curato con attento affetto in memoria della Febbraro.</p>
<p>Questa spola tra il concreto e l’olistico, che non perde mai di vista la pragmaticità anche minuta del quotidiano per inserirsi nella rete intrecciata della vita, è una metodologia non a caso tipica delle maggiori pensatrici del ‘900, dalla Weil alla Arendt, per fare i due nomi forse più noti, e testimonia della presenza molto forte del movimento delle donne nella scrittura in esame, ma è anche, oltre che strumento euristico, spia di una sorta di misticismo, che si potrebbe definire con un ossimoro – parlando di un’autrice che molti ne ha usati – come “immanenza trascendente”. Carsica ma resistente si rivela qui, infatti, l’influenza del grande filone delle mistiche umbre, da Angela da Foligno a Chiara da Montefalcone, non dimenticando che l’Umbria era la terra madre natìa dell’autrice, pur cresciuta a Roma, e che il recupero di queste ‘pensatrici’ si inserisce nei gender studies a partire dagli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. In proposito, val la pena forse citare una terzina, anche lievemente ironica, conservata tra gli inediti della Febbraro: <em>Io sono la cavaliera/La vergine guerriera/La stinca di santa </em>(6<em>)</em>, e ricordare che l’autrice tra i vari poeti da lei letti esplicitamente menziona la Dickinson, San Francesco e, non tanto a caso, Cavalcanti (7).</p>
<p>I due filoni dominanti nella scrittura dell’autrice umbra, quello esperienziale – sperimentale (nell’identica derivazione etimologica dal latino ex-pèrior: tento, provo, ricerco) e quello della dimensione di una mistica concreta e razionale (8), si intrecciano e si scandiscono nei testi della Febbraro:<em> …Se invece, dicevo, avessi fatto esperienza di cosa era successo/di che colore era e tutte le altre cose// SI DEVE CAPOVOLGER LA CLESSIDRA DEL CONOSCERmi/Si va intersecando la mia la tua/vicissitudine del mondo//Sai, dicevo, i verbi all’infinito passivo i verbi all’infinito passato:/gongolavo nell’aria mi immergevo nell’erba/del non sapere quel far mio/costituirmi di mia esperienza:intùito/riflessi miraggi coincidenza/volatili sapienze/…c’è un tu gigantesco e ci voglio parlare</em> (9), poesia cui si aggiunge un testo di un uni-verso nella pagina successiva: <em>c’è qualcosa di religioso in un tu resinoso?</em>, dove il tu fantasmatico diventa lievemente, ironicamente?, sacrale risucchiando l’io empirico in un incontro fisico. Di questa poetica l’autrice appare lucidamente consapevole:</p>
<p><em>Ritorno</em><br />
<em>A quando scrissi io non so andando poi a scoprire che così facendo m’infilavo una perla passata di mano in mano un incipit insomma che m’avrebbe onorata d’appartenere ad una stirpe che s’era messa su a declinare il verbo della sua mente nel giardinetto in cui strusciavano vesti e piedi scalzi: il popolo del mistico verde canterino, ma io non udii campane né trilli né ruscelli tutto era muto e aperto a non finire c’era anche una certa forma di desolazione e sopra l’arcobaleno: quanto avevo pianto!</em><br />
<em>E così lasciavo.</em><br />
<em>Avevo un fagotto che ciondolava dal bastoncino ma il bello il bello il bello il bello era che ora me ne potevo andare senza dover partire.</em></p>
<p><em>Il paradiso è dove nessuno chiede chi sei e cosa fai.</em><br />
<em>Si sa e si fa altro insieme</em><br />
<em>Il paradiso è dove le domande sul tuo conto sono</em><br />
<em>a forma di lamponi e di fragole di bosco.</em> (10)</p>
<p>Se questo è lo sfondo e la materia del lavorìo di Paola Febbraro, che a pieno titolo si inserisce nel <em>lavorìo del mondo</em> (11), nei suoi tratti formali si configura con una netta peculiarità, che ne fa un’autrice estremamente contemporanea e, nel contempo, appartata dalla koinè letteraria, pur collaborando sin da giovanissima prima al Festival di Castelporziano e poi a varie edizioni del Festival dei Poeti a Ostia Antica. Drammaturga e scrittrice ‘sperimentale’, anche da poeta ibrida spesso prosa e poesia, cut up e densità oracolari.</p>
<p>E’ stato da più parti notato come la sua sia una poesia icastica, che procede a frammenti, squarci e scarti sintattici, con una valenza visionaria che a volte diventa assertiva e sciamanica. In particolare, Paola Febbraro utilizza una versificazione che più che la prosodia, privilegia il ritmo del respiro, e per la quale Guglielmin ha richiamato il verso proiettivo di Olson (12), con una precisazione: che si tratta del respiro del pensiero, non tanto e non solo come logos ma come intuito, empatia, libere associazioni mentali e sintattiche, le volatili sapienze che sicuramente la Febbraro eredita e rielabora in maniera del tutto originale da parte delle sue maestre: Gertrude Stein e Amelia Rosselli (13).</p>
<p>Al verso ipermetrico dove prevale il tono apparentemente proprio della ratio classificatoria si alternano chiuse da fulmen in clausola che contemporaneamente aprono però un altro versante del logos, con ampliamenti di senso e di orizzonti. Così, ad esempio: <em>a volte io credo così forte alla rotazione della terra attorno all’asse/e credo che questo a volte questa intermittenza//pensa</em> (da “ La Rivoluzione è solo della Terra”) o da “sospirati indizi”: <em>E’ vero intanto che ogni volta con qualcuno ogni volta/è diverso il centro da cui s’irraggia/la conoscenza del mondo//mondo? Ma è solo un piccolo pezzo di strada asfaltata/meglio!/mondo? ma è solo una giornata.</em></p>
<p>L’icasticità, evidente nei numerosi uni-versi o distici della Febbraro, implica un utilizzo attentissimo del silenzio, che la stessa autrice richiama parlando di Burroughs, altro autore da lei amatissimo. Le cesure, le spaziature, la stessa rarefatta punteggiatura, creano, infatti, un magma di non-detto ricchissimo e sotteso, di cui le parole scritte o pronunciate sembrano rappresentare solo la punta di un iceberg, tanto da indurre a parlare quasi di versi implosi, ma io preferirei invece parlare di cura, attenzione e precisione estrema della parola e degli affetti, nel senso spinoziano del termine, di sentimenti che si trasformano in azioni.</p>
<p>Si pensi a quest’unico verso tratto dalla raccolta “A fratello Stefano”, raccolta come noto scritta per il fratello suicida: <em>mano nella mano attraversiamo l’ennesima ambulanza</em>, dove davvero nulla è da aggiungere o anche, sempre dalla stessa raccolta:<em> m’accompagna un silenzio//una specie di clangore/un clangore silenzioso//dentro l’acqua.</em></p>
<p>Ha giustamente osservato Carlo Bordini che la poesia di Febbraro “parte da molte rinunce; utilizza degli strumenti molto poveri; vive di una sorta di pauperismo ed opera una continua riduzione; la sua poesia non si affida a nessuna grazia naturale; per raggiungere l’espressione questa poesia tende continuamente al sublime.” (14)</p>
<p>Questa tensione è innervata da un lessico volutamente semplice, dove scarseggiano persino gli aggettivi e la parola si presenta sempre più nuda all’appello, con gli abiti di un lirismo che è tale solo apparentemente perché l’io della Febbraro, nominato per onestà intellettuale verso la propria singola esperienza, si amplia, si allarga in cerchi sempre più ellittici sino quasi a scomparire. Del resto della sparizione, della scomparsa c’è abbondante traccia nei testi: a<em>ttesa allora è solo che svanisca/l’idea di possedere</em>; ..i<em>l corpo che si allaga e si confonde/sulla linea d’orizzonte</em>;<em> la confusione…ritorna sempre e poi scompare</em>; sino a formare quasi una dichiarazione di poetica: <em>Queste stanze che diventano locande/sono le mie poesie//le lascio con una leggerezza tale/ da farmi godere// perché non si dice mai che si gode a sparire</em>. E’ una scomparsa, tuttavia, che è sempre una tensione alla liberazione : <em>non animo più i segni e lascio liberi gli uccelli e la loro scienza del volo// e loro/ lasciano libera me</em>.</p>
<p>Leggerezza, e ironia(15), e profondità, e affetti, e dolori si fondono in controluce nella parola di questa poeta, fedele soprattutto all’autenticità del proprio percorso, lontana da ogni ambizione meramente letteraria, e un limpido lascito della sua poesia è proprio quello espresso nel suo “Happy End (collages e variazioni in versi da ‘Teneri Bottoni’ di Gertrude Stein)” (16) : <em>c’è forse un uso estremo nelle piume//se c’è la migliore cosa è portarlo via indossarlo/essere spericolati spericolati e decisi e ricambiare//la gratitudine</em>.</p>
<p>Note</p>
<p>(1) testo dell’intervento all’incontro in memoria di Paola Febbraro svoltosi a Milano il 20 settembre 2014 nell’ambito della terza edizione di “Tu se sai dire dillo” curata da Biagio Cepollaro</p>
<p>(2) da “dell’io e del tu senza corpo nella poesia delle donne”, ora in L’Ulisse, n.2, 2004</p>
<p>(3) da una lettera pubblicata in Stellezze, LietoColle, 2012 a cura di Anna Maria Farabbi</p>
<p>(4) Turbolenze in aria chiara, Empiria, 2008</p>
<p>(5) La Rivoluzione è solo della Terra, Manni, 2002</p>
<p>(6) da Aliqua, 1985, citato in Camera verde, Requiem a più voci per Paola Febbraro, Le reti di dedalus, 2008 on line</p>
<p>(7) cfr nota sub 3</p>
<p>(8) sul concetto e la storia della mistica cfr Pannikar R.: L’esperienza della vita. La mistica , Jaca Book 2005, e Vannini M. Il volto del Dio nascosto. L’esperienza mistica dall’Iliade a Simone Weil , Mondadori, Milano 1999</p>
<p>(9) da “ sospirati indizi” ora in Turbolenze in aria chiara</p>
<p>(10) di questo testo esistono due differenti versioni; questa riportata è contenuta in “Stellezze”, cit., una diversa, dove manca l’ultimo paragrafo sul paradiso, è contenuto in “Fiabe” e-book di Paola Febbraro a cura di Biagio Cepollaro, 2007</p>
<p>(11) Fammi restare con te lavorìo del mondo, testo contenuto in La Rivoluzione è solo della Terra, cit.</p>
<p>(12) da Senza riparo. Poesia e finitezza, di S. Guglielmin, La Vita Felice, 2009</p>
<p>(13) per Amelia Rosselli la Febbraro curò nel 1994 “Lezioni e Conversazioni con Amelia Rosselli, nel numero monografico della rivista Galleria; a Gertrude Stein dedicò una breve silloge in Fiabe, e-book già citato</p>
<p>(14) cfr nota sub 6</p>
<p>(15) dalla sezione “Sogni” in Turbolenze in aria chiara: s<em>ono in una nave/sto andando o sto tornando in un paese del Nord/la nave costeggia la riva di una terra che non si distingue dal mare/guardo il mare/ad un certo punto c’è un animale accanto a me/(non ricordo che animale)/e io lo chiamo Saba.</em></p>
<p>(16) in Fiabe, già cit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Bibliografia:</em></p>
<p><em>La Rivoluzione è solo della Terra</em>, Manni, 2002</p>
<p><em>Turbolenze in aria chiara</em>, Empiria, 2008</p>
<p><em>Stellezze</em>, a cura di Anna Maria Farabbi, LietoColle 2012</p>
<p><em> Senza riparo. Poesia e finitezza</em>, di S. Guglielmin, La Vita Felice 2009</p>
<p><em>L’Ulisse</em>, n, 2 LietoColle, 2004</p>
<p>Camera verde, <em>Requiem a più voci per Paola Febbraro</em>, Le reti di dedalus, 2008 on line</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Riferimenti in rete:</em></p>
<p><a href="http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/FebbraTes.pdf"><em>“Fiabe”</em> e-book a cura di Biagio Cepollaro, 2007</a></p>
<p><a href="http://rebstein.wordpress.com/2011/02/25/a-paola-febbraro/">http://rebstein.wordpress.com/2011/02/25/a-paola-febbraro/</a></p>
<p><a href="http://www.retididedalus.it/Archivi/2009/gennaio/PRIMO_PIANO/3per_paola_febbraro.pdf">http://www.retididedalus.it/Archivi/2009/gennaio/PRIMO_PIANO/3per_paola_febbraro.pdf</a></p>
<p><a href="http://slowforward.wordpress.com/2008/09/24/i-felix-paola-febbraro-di-piccole-foglie-sparse-e-di-giardini/">http://slowforward.wordpress.com/2008/09/24/i-felix-paola-febbraro-di-piccole-foglie-sparse-e-di-giardini/</a></p>
<p><a href="http://liberinversi.altervista.org/tag/paola-febbraro/">http://liberinversi.altervista.org/tag/paola-febbraro/</a></p>
<p><a href="http://golfedombre.blogspot.it/2010/01/paola-febbraro-9-gennaio-1956.html">http://golfedombre.blogspot.it/2010/01/paola-febbraro-9-gennaio-1956.html</a></p>
<p><a href="http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/07/paola-febbraro-da-turbolenze-in-aria.html">http://moltinpoesia.blogspot.it/2012/07/paola-febbraro-da-turbolenze-in-aria.html</a></p>
<p><a href="http://slowforward.wordpress.com/2008/05/27/su-paola-febbraro/">http://slowforward.wordpress.com/2008/05/27/su-paola-febbraro/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Paterson &#8211; La deriva del continente (Transeuropa 2014)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Sep 2014 12:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Albert Samson]]></category>
		<category><![CDATA[elisa davoglio]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Genti]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriel Del Sarto]]></category>
		<category><![CDATA[La deriva del continente]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Mantello]]></category>
		<category><![CDATA[simone consorti]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Amarelli]]></category>
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					<description><![CDATA[Elisa Davoglio / Viola Amarelli* &#8230;A Paterson è consentito accendere per l’ultima volta un computer, per togliere il suo salvaschermo. Gli concedono di raccogliere semi, travasare terra dai grossi vasi che ornano ancora l’ingresso, monumentali. La cura del verde, la predisposizione all’ordine, alla santità. La purezza di ogni peccato. Piangendo una sola volta. Paterson cerca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong>Elisa Davoglio /</strong><br />
<strong>Viola Amarelli*</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/jelly.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-48874" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/jelly.jpg" alt="jelly" width="640" height="398" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/jelly.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/jelly-300x186.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/jelly-80x50.jpg 80w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
<p>&#8230;A Paterson è consentito accendere per l’ultima volta un computer, per togliere il suo salvaschermo.</p>
<p>Gli concedono di raccogliere semi, travasare terra dai grossi vasi che ornano ancora l’ingresso, monumentali.</p>
<p>La cura del verde, la predisposizione all’ordine, alla santità.</p>
<p>La purezza di ogni peccato. Piangendo una sola volta.</p>
<p><span id="more-48872"></span></p>
<p>Paterson cerca istruzioni utili per la crescita di legumi, e di altre piante da fiori.</p>
<p>Si è convinto che non vuole morire.</p>
<p>198 casi nell’ultimo anno con una crescita del 32% rispetto ai 150 casi dell’anno prima e del 67,8% rispetto ai casi dell’anno precedente.</p>
<p>Perché i legumi i fiori e altre cose che nascono dalla terra sono infinitamente più vecchi delle monete.</p>
<p>Il bene. Il valore. Un tanto al chilo. Scommessa sul costo.</p>
<p><em>Moneta</em>, dal verbo latino <em>monere </em>che sta per avvertire, ammonire.</p>
<p>Paterson legge, conosce, approva: “Una volta all’anno i banchieri regolavano i rapporti fra di loro, trasferendo solo la quantità d’oro corrispondente al saldo fra tutte le operazioni intercorse. Questa prima forma di stanza di compensazione era rappresentata dalle fiere di Champagne nel Trecento, dalle fiere di Besanzone nel Quattrocento, dalle fiere di Piacenza nel Cinquecento.”</p>
<p>Nelle scatole di cartone si depositano pupazzi matite i residui di un universo imploso e in espansione.</p>
<p>Hanno stabilito una diaria giornaliera di quel tanto con cui si può vivere. Non moriranno di fame né di malattia.L’assicurazione coprirà il fabbisogno calorico di un maschio adulto nelle giuste percentuali di elementi nutritivi. Rassicurano di questo mentre vengono spazzate vie le favole, le massime di successo proiettate sul largo muro dietro la scrivanie.</p>
<p>Quando Paterson ha visto la fine, ha ascoltato il rumore del crollo. Proveniva dai piani più alti ma anche dalle fondamenta tanto fissate a terra.</p>
<p>Il mondo era lì ed era altrove, nello splendore dei meccanismi automatici, nella precisione dei sistemi di collegamento.</p>
<p>Paterson sa che non c’è luogo a questo mondo dove non possano arrivare informazioni. Quindi è inutile fuggire.</p>
<p>Quando il cancello si è chiuso e la fila di è dispersa, era soddisfato di avere i semi, di poterli mettere al riparo.</p>
<p>Ma non erano con lui.</p>
<p>Chiusi in nylon con poca terra, senza nessuna voglia di germogliare.Eppure assicurano sul potere di poche unità di luce per vivere. L’orario è concepito per destinare le giuste ore alla ricarica, al lavoro, al desiderio.</p>
<p>Si coltivano germi di pazienza, mentre l’orologio batte a distanza la stessa successione die minuti. Lo smacco, il crollo, la perdita sono arrivate nello stesso momento, in luoghi diversissimi, con differenti percezioni del calore dei mesi e della durata del giorno.</p>
<p>Allo stesso modo si sono confezionati pacchi di cartone, si sono abbandonate case e passwords, e sempre più si è avvertito il bisogno di scambiare salumi con pacchi di biscotti, auto dirigenziali con affitti a lungo termine.</p>
<p>Eppure Paterson sa che non sarà più possibile.</p>
<p>Assicurano sulla individualità dei giardini, sulla capacità di autogenerarsi, infinita come la vita della materia che non può distruggersi.</p>
<p>Non riescono a distruggersi certi ecosistemi; e ancora la biologia rimane inconcepibile per chi si intende di trasformazioni di consumo.</p>
<p>Paterson pensa: da qualche parte deve pur esserci il riciclo delle nostre vite. Più in là di un pentimento, deve esistere un luogo dove ricompaiono le cose e i loro valori divorati su carta.</p>
<p>Le margherite gialle sono resistenti proteggono il tappeto erboso anche quando gli idranti hanno cessato di innaffiare e nutrire la caccia del giorno dopo.</p>
<p>Hanno detto di ricominciare dalla terra, dal sostentamento minimo di animali e piante commestibili.</p>
<p>Paterson vorrebbe un giardino, ma non ha semi che vogliano appartenergli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>– uscirà nudo una mattina a fendere<br />
la folla alla fermata di una qualunque metropolitana</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>– in fila le formiche invadono il terreno,<br />
la zappa si conficca, le scompiglia<br />
avanzano i più forti<br />
tutto un presidio – io rimpiangevo i deboli</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>– ho occluso i circuiti, bruciati i ponti<br />
strappati i by-pass, intorno c’è il deserto<br />
nessun nemico – mi chino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>– sta per i fatti suoi, quasi ringhioso,<br />
il gatto nato bianco, quasi albino,<br />
le zampe dietro sbilenche<br />
si rifugia tra i pini, i peli irrigiditi<br />
di resina la crosta, non sorride<br />
rifugge – mio fratello ha paura</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>– bere di notte acqua alle pozze<br />
incontrare allegri porcospini<br />
spedire i minatori nel ventre delle madri,<br />
le sciocche, povere talpe – un rospo deciduo<br />
verde squillante tra i ciclamini la mattina<br />
l’involucro, di suo, già corpo vivo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>– l’istante che gli frullano<br />
le ali, d’un colpo la tortora che<br />
plana e la farfalla enorme<br />
candeggia questa luce, squaglia<br />
crema, intanto che si scollano<br />
etichette, si arrestano i pensieri<br />
frullano insieme tutti – senti<br />
i respiri</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>– ora che il giglio più non segna i giorni<br />
e l’ombra dello sguardo dentro il buio<br />
è come quel portone chiuso alle spalle,<br />
ora frantuma la linea del crinale,<br />
la piazza vuota, la notte dei cristalli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* Il primo estratto è da &#8220;A Londra, quarant&#8217;anni e un mese (Over the Counter)&#8221;, di <strong>Elisa Davoglio</strong> (pp. 23-6).</p>
<p>* Il secondo estratto è &#8220;La folla con un Paterson a quota 35&#8221;, di <strong>Viola Amarelli</strong> (pp. 27-8).</p>
<p>Entrambi in:<strong> Viola Amarelli, Simone Consorti, Elisa Davoglio, Gabriel Del Sarto, Francesca Genti, Marco Mantello, Albert Samson</strong>, <em>La deriva del continente</em>. A cura di Marco Mantello, Transeuropa, Massa, 2014.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&gt; Dalla postfazione di <strong>Marco Mantello</strong>:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Paterson viaggia in un’Europa che non fa altro che commemorare se stessa, le sue radici illuministe, le sue tragedie e le sue guerre otto-novecentesche, la sua civiltà esportata nel mondo. Sul piano lavorativo é stato per tutta la vita un funzionario del Regno dei Mezzi. Ha trascorso il suo tempo in uffici e vacanze a Corfù, e targhe della Lehmann Brothers vendute all’asta. Ha avuto un uomo a Tolosa, ha scopato con un’olandese a Corfú, e ha trascorso un’infanzia serena a ciocorì e latte in polvere in qualche anfratto di Italia. Oggi Paterson è un ultracentenario che ama viaggiare per un continente alla deriva. [&#8230;]&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #3e454c;">Una presentazione del volume insieme agli autori avverrà nell&#8217;ambito di <a href="http://www.pordenonelegge.it/it/articolo/salastampa/263/On-line-il-programma-2014" target="_blank">Pordenonelegge</a> <strong>venerdì 19 settembre</strong> alle ore 15,30 presso La Libreria della Poesia, via Torricella, Pordenone. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>da L&#8217;ambasciatrice (inediti)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jun 2014 22:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[L'ambasciatrice]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Amarelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Viola Amarelli &#160; difficile &#160; -Troppo difficile da dire -E tu non dire. Un riccio rosso, rosari di sabbia Le vene, l’arterie L’avviene. &#160; &#160; la candida, l’intatta &#160; Cuore bambino dove la briciola diventa meraviglia e l’orco resta ucciso grasso e sciocco la candida, l’intatta noncuranza. &#160; &#160; la quieta cammella &#160; La [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Viola Amarelli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>difficile</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>-Troppo difficile da dire</p>
<p>-E tu non dire.</p>
<p>Un riccio rosso, rosari di sabbia<br />
Le vene, l’arterie<br />
L’avviene.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>la candida, l’intatta</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cuore bambino dove<br />
la briciola diventa meraviglia<br />
e l’orco resta ucciso grasso<br />
e sciocco<br />
la candida, l’intatta<br />
noncuranza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>la quieta cammella</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La quieta cammella</p>
<p>due gobbe, due emme</p>
<p>le zampe due lance,</p>
<p>due occhi di incanto al suo cammelliere</p>
<p>la notte alle dune, due tette, s’illuna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>terragna</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Movendo, metamorfosi di muta,</p>
<p>serpe terragna fra pietre e polvere</p>
<p>la cerca di</p>
<p>gradienti verde.</p>
<p>Tutto dovrebbe essere</p>
<p>alberi ed erbe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>baia</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>acqua, di sale e pelle<br />
tutta bagnata</p>
<p>tutta<br />
carne pulsante<br />
senza tempo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>self portrait</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La puledra ferma al fieno<br />
Scarta al vento, si ombra di niente<br />
Imbizzarisce, tenera e lontana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>risuona</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>risuona con l’aria, e l’acqua, terraventosa, non con gli umani. va bene uguale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>relapsa</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>vaneggiamenti ventriloqui variando, verba volant. virando vesti, versi. bestiari. le vergini vocali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>relapsa II</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>schegge, ictus, frammenti, pezzi di puzzle. – battiti. in levare. aggiungi, la caduta.</p>
<p>ci fosse differenza, che non c’è. metti gli occhiali.</p>
<p>talpèa la plata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>tre cose</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>tre cose mai capite:<br />
me, la matematica e gli umani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>selfie</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Kiev brucia, qui un amico<br />
agonizza, in rete selfie di nutrizione parentale<br />
dopo quattro operazioni che posso dire<br />
m’auguro che mai vi capiti<br />
l’ironia non salva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>affetti</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>dolce, affettuoso. e spaventato.<br />
il nome-forma che era mio padre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>buccia</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>l’argine dei corpi,<br />
la buccia, il margine che disfa<br />
lo scarto dall’umano. umano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>mala</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la signora vecchia, magra, sportiva,<br />
in autobus sgrana mala.<br />
non sono sola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>età</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>età. tutto. ogni cosa, cade a pezzi. si fa finta di niente. a niente serve.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>medusa</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ci sono cose che<br />
molte, tantissime<br />
poi c’e’ la sola,<br />
la medusa muta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>non c’è</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>non c’è nulla c’è</p>
<p>tocco, non dire-<br />
miraffondo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>un gigantesco, sereno, non importa</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>in ro</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>rosi dal potere</p>
<p>rosi dai vermi,</p>
<p>eroso il ghiaccio</p>
<p>occhio terramonte,</p>
<p>ah, sia altra forma, testarda e quieta &#8211;</p>
<p>castoro roditore</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(da <em>L’ambasciatrice</em>, lavoro in corso)</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Nel debito d&#8217;affiliazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Mar 2014 23:01:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo cerrai]]></category>
		<category><![CDATA[L'arcolaio]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo mari]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[Viola Amarelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Mari Figlio di questo e di quella Manto, Tiresia. Sei figlio di questo e di quella, della storia e dell’incesto, dell’impossibile piacere di tutti, che è deserto per chi resta. (O anche un limbo tratto dall’inferno, correggendo, lievi, la svista.) &#160; &#160; San Luca (ancora) Pesa molto la luce, sul quarto di scalinata. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Lorenzo Mari</strong></p>
<p><em>Figlio di questo e di quella</em></p>
<p>Manto, Tiresia. Sei figlio di questo e di quella,<br />
della storia e dell’incesto,<br />
dell’impossibile piacere<br />
di tutti, che è deserto<br />
per chi resta. (O anche<br />
un limbo tratto dall’inferno,<br />
correggendo, lievi, la svista.)</p>
<p><span id="more-47698"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>San Luca (ancora)</em></p>
<p>Pesa molto la luce, sul quarto<br />
di scalinata. Turisti<br />
fossimo stati, e non in viaggio,<br />
avremmo fatto i gradini<br />
quattro a quattro, fante e cole in mano –</p>
<p>invece è sul ventesimo scalino<br />
che la luce sembra possa gravare<br />
anche totale e che perda senso<br />
l’un due tre e anche il militare –</p>
<p>il rischio è che una buona metà<br />
del portico finisca scoperchiato,<br />
che al muro, con il bersaglio rosso<br />
in fronte, non ci si possa nemmeno<br />
riposare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Anche il nostro viso</em></p>
<p style="text-align: right;">Vinti noi siamo da una fuga<br />
su cui ancora ingràndina.</p>
<p style="text-align: right;">Attilio Zanichelli “A Franco Fortini” (1982)</p>
<p>Non ci poggiamo le mani sulle spalle,<br />
non ci confortiamo a vicenda. Il conteggio<br />
è amaro: chi di noi è partito, chi resta,<br />
le mani impegnate a tirare linee<br />
sulla mappa. Nessuno è morto,<br />
ma la via dell’esilio, negando il confronto,<br />
toglie millimetri di carne al ricordo</p>
<p>e a questo punto<br />
chi ci rialzerà il sorriso, sopra gli zigomi,<br />
se non il tecnico –<br />
ci chiediamo, smerdando<br />
anche il nostro, di viso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Vertebre</em></p>
<p>Mentre si calcola<br />
quale costola del padre togliere<br />
e quale scarnificare<br />
vertebra a vertebra<br />
resta il fratello:</p>
<p>a lui il colpo,<br />
come sempre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Tutta la parola</em></p>
<p>Di sventramento e di matrice<br />
della tragedia, tutta la parola<br />
è complice – o almeno<br />
questo è ciò che ci si racconta:<br />
così, non s’interrompe la sequela<br />
e si dice di modo tale che poi –<br />
se si varca la soglia e non si sta<br />
perfettamente attenti alla fisica dell’unione,<br />
ai suoi mezzi e ai suoi nodi –<br />
finisce che si scivola<br />
si scivola si scivola<br />
e alla fine, a rotoloni,<br />
ci si imparenta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Crepa, paese</em></p>
<p>Crepa, paese.<br />
Crepa che sotto la crepa<br />
il paese infine s’intravvede.<br />
Crepa, poi, che sarà tutta mia<br />
la crepa come il paese<br />
e non brucherò più –<br />
io capra:</p>
<p>metafisica, in stato precario,<br />
pericolosa – sull’orlo del dirupo,<br />
già dentro a quel punto</p>
<p>sarò felice – per quanto<br />
dolosa – e liberata.</p>
<p>Crepa, paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da Lorenzo Mari, <em>Nel debito di affiliazione</em>. Con interventi di Giacomo Cerrai e Viola Amarelli. Forlì: L&#8217;Arcolaio, 2013.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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