<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>vittoriano masciullo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/vittoriano-masciullo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 20 Feb 2020 05:54:38 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Vittoriano Masciullo: Dicembre dall&#8217;alto o del desiderio del crollo</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/20/vittoriano-masciullo-dicembre-dallalto-o-del-desiderio-del-crollo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Feb 2020 06:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Mazziotta]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[vittoriano masciullo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=82660</guid>

					<description><![CDATA[di Luciano Mazziotta È dicembre, forse, il mese più crudele dell&#8217;anno, non Aprile, se è vero che Petrarca colloca la morte della sua Laura il giorno di natale, ed è sempre il 25 dicembre, il giorno in cui uno degli eroi fondatori della modernità, Werther, decide di spararsi con la rivoltella presa in prestito dalla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luciano Mazziotta</strong></p>
<p>È dicembre, forse, il mese più crudele dell&#8217;anno, non Aprile, se è vero che Petrarca colloca la morte della sua Laura il giorno di natale, ed è sempre il 25 dicembre, il giorno in cui uno degli eroi fondatori della modernità, Werther, decide di spararsi con la rivoltella presa in prestito dalla mano della sua Lotte. Si aggiunga che, se hanno ragione le statistiche, il periodo natalizio è quello in cui si conta il maggior numero di suicidi. Dicembre, dunque, che per il giovane Werther è stato un mese vissuto (o morto) in pieno, quello che ha avvolto e soffocato il protagonista nella sua miseria di lutto e declino, in <em>Dicembre dall&#8217;alto</em> di Vittoriano Masciullo è il mese in cui il bilancio, la retorica della fine è contemplata dall&#8217;alto, a distanza, ma non senza coinvolgimento emotivo. “Tutto è presente, è qui”, chiosa non a torto Cecilia Bello Minciacchi nella postfazione.<br />
Strutturato in tre sezioni – <em>Inaspettata, Ueno, Nessuno spiega Chirone</em>, già dal titolo della prima il libro ci mette in guardia su ciò che vi troveremo all’interno. Si tratta di un continuo movimento di inatteso e sorpresa, come quell&#8217;atteggiamento speculativo di chi, guardando dall&#8217;alto, in realtà non fa che aspettare il crollo. Ma come scrive Winnicot, nel momento in cui nel soggetto si verifica la paura del crollo, il crollo è già avvenuto. E qui, in <em>Dicembre dall&#8217;alto</em>, l&#8217;altezza sembra desiderio di caduta a capofitto nei luoghi amati e nella storia, forse per scomparire.<br />
L&#8217;inaspettato è, insomma, inscritto nella dialettica tra desiderio e paura di caduta, come, del resto, reso in modo magistrale nella versificazione. Si possono leggere, infatti, versi singhiozzanti, troncati, dove le ellissi assumono una molteplicità di significati, non ultimo quello di rappresentare sintatticamente il salto dal pieno al vuoto. Ogni verso è una conquista, ma anche un ulteriore tentativo di suicidio o di morte che non si realizza mai completamente, come la parabola degli eroi senecani.<br />
Però si nasconde dell&#8217;altro dietro queste cadute: talvolta il procedere dei versi, la sottrazione delle parole, la sospensione subito dopo le preposizioni, sembrano non tanto “togliere”, quanto riprodurre poeticamente il fatto che, nel percorso a ritroso della propria memoria, alcune parole siano andate perse o, più precisamente, non si vogliano pronunciare. E non si vogliono dire sia per evitare semplificazioni del verso (in almeno un caso l&#8217;autore ci fa immaginare soltanto la rima, senza dichiararla), sia perché “rimosse” e “dolorose”, come quei non detti nel corso di una seduta analitica.<br />
E di percorso analitico, di tanto in tanto, possiamo parlare per <em>Dicembre dall&#8217;alto</em>, specie quando nella silloge sembra che qualcuno dia del lei al soggetto: cosa inusuale per un libro di poesia, serio ma non serioso, tragico, e molto più tipico di diverse forme apparentemente autoironiche come quelle di Giovanni Giudici. Qui il lei sembra proprio quello pronunciato da un analista al paziente, mentre, per esempio, lo spinge a riconoscere che tutti i morti sognati non sono nient&#8217;altro che le varie frammentazioni dell&#8217;io disperse nell&#8217;universo («ma non è lei che piangeva/non è lei che muore dice/ma tutti suoi sé/che l&#8217;aspettano nell&#8217;universo»).<br />
Tra analisi e racconto, così, tra analisi della realtà e racconto di sé, si susseguono le pagine, come in un “diario di guerra”, della guerra storica e privata che l&#8217;autore cerca invano di possedere.<br />
La diaristica, tuttavia, è cosa ben differente da un libro di poesie: altrimenti a che sarebbe servito pubblicare la silloge, se fosse stata soltanto un diario privato?<br />
Masciullo si pone continuamente il dubbio dell&#8217;utilità della scrittura, di tutto ciò che esiste e consiste, della analisi stessa che porta avanti, mettendo in crisi o abbassando sia la sua voce autoriale, sia la veridicità stessa della ricostruzione. «A che serve?», «Altrimenti a che serve?», «Salva, salva, altrimenti a che serve», ripete spesso il poeta come una sorta di refrain in testi dispiegati omogeneamente in tutte le tre sezioni della silloge.<br />
Seppure apparentemente il discorso possa sembrare sfumato nell&#8217;ideale e nell&#8217;irreale, è bene specificare che in questa raccolta esistono continui appigli alla realtà circostante; e il non detto, sebbene resti non detto, viene comunque temporalmente e spazialmente collocato. Una conferma è offerta dal continuo rimando alla toponomastica, a vie e quartieri vicini e lontani. Se poche città vengono citate esplicitamente, il libro è tuttavia cosparso di nomi ben definiti, di date, di riferimenti a mesi precisi, oltre a dicembre, che ne collocano chiaramente il lasso temporale e il rapporto tra soggetto e storia.<br />
Il movimento, così, è quello di una “visione” che da distante si fa sempre più vicina: dalla visione allegorica di un quartiere lontano, alle vie della città in cui l&#8217;autore vive, Bologna.<br />
Se, del resto, la seconda sezione prende il nome da un quartiere di Tokyo, <em>Ueno</em>, il libro è ricco di nomi di vie riconoscibili a chiunque viva o attraversi Bologna anche per una sola volta: in sequenza troviamo <em>via Rialto, via san Vitale, via san Michele, via Barontini, piazza Aldrovandi</em>. Un esempio tra tutti valga il verso in cui incontriamo l&#8217;io lirico piangere da «via rialto sino alla fine della fine», un procedimento versuale che da una parte colloca precisamente l&#8217;autore in uno spazio ben determinato e dall&#8217;altro, invece, lo sfuma fino a disperdere ogni tipo di coordinata, in una schizofrenia che non lascia scampo alla risoluzione dei conflitti (storici e individuali). Ma le vie non sono vie il cui significato è soltanto privato, ovvero: non si tratta di vie in cui possiamo tracciare soltanto i confini dell&#8217;esperienza dell&#8217;io-lirico. Da una parte, infatti, c&#8217;è <em>Ueno</em>, la sezione in cui il quartiere giapponese è osservato dall&#8217;alto e in cui sembra non si atterri mai, dove si passa senza “disfare le valigie” e non si scatta nemmeno una foto, come se non si potesse né si dovesse fermare l&#8217;immagine nella memoria. Dall&#8217;altra parte, però, quando ci si avvicina ai luoghi familiari, nell&#8217;esperienza immanente e non passeggera, subentra con forza e distruzione anche la storia della Bologna che ha visto sia il tracollo delle esperienze degli anni Settanta, sia il barbaro omicidio di Aldrovandi.<br />
Dopo il viaggio in aereo sulle luci del quartiere di Tokyo, ci immettiamo subito nel ritorno dettato dall&#8217;ultima sezione, Nessuno spiega Chirone, lungo la quale il conflitto è portato all&#8217;ennesima potenza, quando tutte le certezze e i dati sembrano esplodere. Chiamarlo “ritorno”, tuttavia, sarebbe consolatorio. Il termine ha necessità di essere più marcato: chiamiamo ritorno qualcosa che ricompone, che ricongiunge, nel bene e nel male. A ogni modo, si tratterebbe di un percorso a ritroso che implica un livello di maturazione e consapevolezza. Al contrario Masciullo non vuole suggerire né maturazione né consapevolezza. Questo suo libro non è un romanzo di formazione in versi al termine del quale si giunge a un qualche barlume di verità. Qui, per indicare il senso del viaggio, ci viene in soccorso il poeta stesso, suggerendo la parola adatta: <em>ritirata</em>.<br />
È una <em>ritirata</em> quella tematizzata in <em>Nessuno spiega Chirone</em>, termine posto a suggerire non solo che il viaggio non è servito a niente, ma persino che il tentativo di presa di coscienza di sé non è andato a buon fine. Così come non sono andati a buon fine i tentativi di spiegare e razionalizzare la storia degli ultimi quarant&#8217;anni da Aldrovandi a Cucchi.<br />
In questa epica al contrario, in questo semi <em>nostos</em>, l&#8217;autore teme soltanto i <em>lapsus</em>, le cadute, anche se talvolta pare che la memoria storica possa essere un piccolo conforto persino per la sfera personale. Se niente è servito a niente, almeno ci resta la possibilità di <em>ricordare</em>, «altrimenti a che serve aver scritto prima di». Ma il buio cosmico è sempre vicino, sempre a un passo, perché «morire [&#8230;] è quando gli occhi diventano palpebre/e niente» e, nonostante tutti gli sforzi, conclude lapidariamente l&#8217;autore: «nessuno//rimane//comunque».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da Vittoriano Masciullo, <em>Dicembre dall&#8217;alto</em>, (L&#8217;Arcolaio 2018)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*<br />
e continua ricordi<br />
se riesce quel ragazzo sul lago<br />
qualcosa mi dice era già precipitato<br />
prima cosa se riesce e dice guardi<br />
stia attento un filo porta da questa seconda<br />
lettera spuria dell&#8217;alfabeto ai capricci di bregenz<br />
e poi verso zurich e munich e<br />
ai malori di lexington di al hoceima<br />
e poi dove ha<br />
nascosto il primo momento<br />
l&#8217;attimo in cui implode madre<br />
siderale per cui ha pianto da<br />
via rialto sino alla fine della fine<br />
ma non è lei che piangeva<br />
non è lei che muore dice<br />
ma tutti i suoi sé<br />
che l&#8217;aspettano nell&#8217;universo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*<br />
ultima preghiera nel tempio di asakusa<br />
so per chi cosa devi<br />
piove rientri così scrivi<br />
ma col tempo sai anche<br />
questi senza fine giorni<br />
irripetibili più feroci delle spine<br />
infragiliti dalla tosse<br />
col tempo sai la morsa del palmo<br />
in silenzio formicolio che non si<br />
più al buio di quella<br />
delle analisi del sangue o<br />
linfa da parte terrei ti servisse<br />
ma cresciuta non più libera<br />
dalla luce suicida<br />
col tempo sai<br />
(vicino i fiori galleggiano<br />
presto verso il bianco<br />
che qui è l&#8217;addio)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*<br />
spegni la luce tutto trova la sua lingua<br />
anche al buio parla trova tempo<br />
cambia il tempo delle<br />
cose cambia infinite cose<br />
imparare la pace dai senza pace<br />
tornare dai viaggi dai libri<br />
bisogna imparare altrimenti<br />
dalle macerie di piazza dal<br />
perdere la guerra vincendo la ritirata<br />
anni e che parola ora dopo venti<br />
(venti come niente) asettici<br />
nel bere nel celare<br />
opportune distanze ma<br />
ricorda la sopravvivenza dei cani<br />
il pericolo dall&#8217;alto (erano le parole di<br />
francesca woodman o i superotto in sala<br />
da pranzo le capriole sul prato<br />
dicembre dall&#8217;alto) ricorda o<br />
cosa infinisce ricordate come io<br />
ricordo nel rizoma delle nostre<br />
o cosa è memoria<br />
ovunque siate</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*<br />
l&#8217;elioterapia degli occhi azzurrissimi<br />
selce nel cambia la lingua al buio<br />
delle cose finite cambia le<br />
cose infinite senza pace<br />
imparando a tornare<br />
da e col tempo i suoi occhi<br />
malatissimi nel dirmi io qui senza te penso<br />
(e ci voleva molto a scrivermi<br />
cose così per forza l&#8217;esperienza della<br />
malattia in età adulta) ma elena<br />
stanca che per tutti è penelope e tacita non<br />
ma soprattutto queste parole adesso<br />
foglie innervate dal sapore nostro<br />
vedi la bicicletta il giardino davanti casa<br />
la salvezza a portata il non odore<br />
insegui non interrompere<br />
ora nessun infarto il<br />
nebivololo ogni mattina<br />
aspettala rispettala<br />
chiamala con le parole migliori<br />
nella sola lingua rimasta (la prima lingua<br />
madre) perdici la vita<br />
nei suoi azzurrissimi<br />
e niente.<br />
*</p>
<p>Nell&#8217;immagine: <em>Blatt Grün</em>, di Miriam Hüning</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">82660</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Linguamadre: 27 novembre, 4 dicembre a Bologna</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/11/26/linguamadre-27-novembre-4-dicembre-a-bologna/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/11/26/linguamadre-27-novembre-4-dicembre-a-bologna/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Nov 2010 15:10:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[fabrizio lombardo]]></category>
		<category><![CDATA[franca mancinelli]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[libreria delle moline]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[linguamadre]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[presentazione]]></category>
		<category><![CDATA[rivista]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Semeraro]]></category>
		<category><![CDATA[Versodove]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Bagnoli]]></category>
		<category><![CDATA[vito bonito]]></category>
		<category><![CDATA[vittoriano masciullo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=37304</guid>

					<description><![CDATA[presso Libreria delle Moline Via delle Moline 3, Bologna Perché leggere e ascoltare la poesia «La scrittura è ora un ponte tra la terra del silenzio, le mie parole e il recinto rumoroso della mia voce. Il ponte mi permette di dire tutto sulla carta. Il ponte è il mio silenzio, un silenzio amico, in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>presso <strong>Libreria delle Moline</strong><br />
Via delle Moline 3, Bologna</p>
<p><strong>Perché leggere e ascoltare la poesia</strong></p>
<p>«La scrittura è ora un ponte tra la terra del silenzio, le mie parole e il recinto rumoroso della mia voce. Il ponte mi permette di dire tutto sulla carta. Il ponte è il mio silenzio, un silenzio amico, in cui posso elaborare tutto senza spaventarmi subito della mia stessa voce e del timbro che le appartiene» (Marica Bodrozic)</p>
<p><strong>27 novembre 2010 &#8211;   Ore 18</strong></p>
<p><strong>Generazioni di poesia.<br />
Latitudini e climi del linguaggio tra anni ’90 e inizio millennio</strong></p>
<p>Presenta <strong>Vincenzo Bagnoli</strong>, intervengono:</p>
<p><strong>Francesca Matteoni</strong>, <em>TAM LIN e altre poesie</em>, Transeuropa, 2010</p>
<p><strong>Fabrizio Lombardo</strong>, <em>Confini provvisori</em>, Joker, 2008</p>
<p><strong>Vito M. Bonito</strong>, <em>Fioritura del sangue</em>, Perrone, 2010</p>
<p>*****</p>
<p><strong>4 dicembre 2010 – ore 18</p>
<p>I codici della voce.<br />
Presentazione del n. 15 di «Versodove», rivista di letteratura</strong></p>
<p>intervengono: <strong>Vincenzo Bagnoli, Vito Bonito, Fabrizio Lombardo, Vittoriano Masciullo, Stefano Semeraro, Franca Mancinelli</strong> e <strong>Barbara Ivancic</strong>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/11/26/linguamadre-27-novembre-4-dicembre-a-bologna/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">37304</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-06-19 13:59:18 by W3 Total Cache
-->