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	<title>volontari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Alla riscossa stupidi, che i fiumi sono in piena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2014 05:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani Due fotografie una immagine Nel post dedicato alla spinosa questione del rapporto tra volontariato e lavoro culturale, avevo usato la fotografia dei giovani accorsi a Firenze nel novembre del &#8217;66, dopo l&#8217;alluvione, per salvare i beni della comunità. Giorni fa, sfogliando la rete, mi sono imbattuto nel servizio dedicato da Repubblica ai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Due fotografie una immagine</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/">post</a> dedicato alla spinosa questione del rapporto tra volontariato e lavoro culturale, avevo usato la fotografia dei giovani accorsi a Firenze nel novembre del &#8217;66, dopo l&#8217;alluvione, per salvare i beni della comunità. Giorni fa, sfogliando la rete, mi sono imbattuto nel servizio dedicato da Repubblica ai <em>nuovi angeli del fango,</em> ovvero a quei ragazzi e ragazze andati a Genova per prestare il proprio aiuto. A loro deve andare tutta la nostra gratitudine.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-49226" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli.jpg" alt="angeli" width="986" height="332" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli.jpg 986w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli-300x101.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/angeli-900x303.jpg 900w" sizes="(max-width: 986px) 100vw, 986px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Non mi piace l&#8217;espressione &#8220;Angeli del fango&#8221;. Dico il suono della parola. Preferisco quella inglese, <span class="st">Mud <em>Angels, </em>per i giovani venuti da tutto il mondo a mettere</span> in salvo le opere di un patrimonio culturale sentito come universale, portare a braccio  i libri dalle cantine in cui il fango rischiava di ridurre all&#8217;oblio la memoria della comunità. Credo che in molti di noi la parola si associ quasi naturalmente alla<em> sequenza della ragazza che suona il pianoforte nel film &#8220;La meglio gioventù&#8221;;</em> la sequenza suggeriva anche la tesi verosimile della prossimità di quell&#8217;aggregazione spontanea con i fatti del &#8217;68 che seguirono poco dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se volessimo trovare una risposta alla domanda sulle più remote ragioni che spingono un giovane dei nostri giorni a &#8220;partire e andare&#8221; difficilmente potremmo definirne una soltanto, valida per gli uni e per gli altri. Certamente il desiderio di condividere con altri qualcosa dove quel qualcosa è sicuramente l&#8217;esperienza e la consapevolezza di essere utile a qualcuno; l&#8217;idea di appartenere a una comunità. Qualcosa di simile all&#8217;euforia che ben conosce chi abbia partecipato a delle lotte politiche, studentesche o operaie, ai movimenti per la pace o per una qualsiasi altra causa abbastanza forte da travalicare il semplice tornaconto personale. Avviene come un distacco dalla ragione economica perfino quando il senso della mobilitazione si basa su delle istanze salariali, per esempio, o di costi del diritto allo studio. Ecco perché non vedo nessuna differenza tra un giovane d&#8217;oggi accorso a Genova per l&#8217;alluvione e il giovane che nel 2001 aveva raggiunto la città in occasione del G8. Questa gratuità che determina il lavoro di un volontario o di un militante è la stessa di cui parlo quando dico che la cultura sarà salvata dal volontariato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Volontaires et bénévoles</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Ce qui compte</em><br />
<em> ne peut pas toujours</em><br />
<em> être compté,</em><br />
<em> et ce qui peut</em><br />
<em> être compté</em><br />
<em> ne compte pas forcément.</em> »<br />
[Albert Einstein]</p>
<p style="text-align: justify;">La frase di Einstein posta ad esergo di uno studio del 2011 sul bénévolat, sostenuto dal Ministère de la ville, de la jeunesse et des sports francese, suggerisce la traccia che vorrei mantenere lungo tutte queste riflessioni. &#8220;<em>Quando ciò che conta non può essere contato, e quel che può essere contato non necessariamente conta,&#8221;</em> la prima cosa da fare è capire fino a che punto il mondo cultura vada identificato con l&#8217;industria culturale ma soprattutto in che misura è nutrito da attività non retribuite.</p>
<p style="text-align: justify;">Il grande Battiato nel 1980 cantava &#8220;mandiamoli in pensione i direttori artistici gli addetti alla cultura&#8221; proprio attaccando l&#8217;industria culturale di tutte le epoche, le spesso inutili e autarchiche frange del potere culturale messe a difesa dello status quo del paese. Ma poi siamo sicuri che cultura sia soltanto l&#8217;industria culturale? Siamo proprio così certi che letteratura sia sinonimo di editoriale? Nello scorso post dedicato a questo argomento non mi ha affatto meravigliato la levata di scudi di alcuni professionisti della cultura,  travet del mondo editoriale, in difesa della propria dignità e proprietà intellettuale da contrapporre ai &#8220;dilettanti&#8221; delle lettere. Lobbisti contro hobbysti, mi è venuto da pensare leggendoli; come se scrivere fosse un hobby per uno scrittore e un lavoro per quanti, dal direttore editoriale fino alla telefonista della casa editrice, passando per la stagista addetta alle fotocopie e lo stagista assegnato all&#8217;ufficio stampa, avrebbero trasformato quell&#8217;hobby nel proprio lavoro. E lo dico con piena cognizione della necessità e del valore di ogni singolo ruolo all&#8217;interno di un progetto editoriale avendo piena esperienza di quanto un progetto, un romanzo, un libro, guadagni in qualità grazie al concorso di ogni singola competenza e capacità. E la qualità va pagata, tutta e subito. Quando dico cultura però io parlo anche d&#8217;altro. Dico tradizione di pensiero e idee che coprono quasi l&#8217;intero arco della nostra storia culturale strappando anno dopo anno alla ferrea legge dei copyright, <em>dei settant&#8217;anni dalla morte dell&#8217;autore,</em> capolavori dimenticati o diffusi in modo insufficiente. Quando dico volontario non intendo un lavoro che doveva essere retribuito e poi non lo è, nè tantomeno l&#8217;ancora più odiosa ambiguità di certi rapporti di lavoro, contratti, che di fatto legittimano forme di schiavismo tutte moderne.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio per evitare malintesi ho pensato di sostituire alla parola volontario, di per sé ambigua, quella di bénévole e di rimettermi, quanto al suo significato, a quello che, per esempio, i francesi ci dicono a tale proposito in un rapporto di tre anni fa.</p>
<p><em>Le rapport du Conseil économique et social présenté par Marie-Thérèse Cheroutre définissait en 1993 le bénévole comme celui qui s’engage librement pour mener à bien une action non salariée, non soumise à l’obligation de la loi, en dehors de son temps professionnel et familial.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>En tant que tel, le bénévolat constitue un enjeu économique évalué à environ 935 000 emplois équivalents temps plein (ETP) dans les associations, concentré dans un petit nombre de secteurs dont quatre bénéficient de l’essentiel de la ressource bénévole, un quart assumant des fonctions d’animation ou d’encadrement d’activités :</em><br />
<em> Sports 29%</em><br />
<em> Culture et loisirs 28%</em><br />
<em> Action sociale, santé, humanitaire 23%</em><br />
<em> Défense des droits 10%</em><br />
<em> Économie, développement local 4%</em><br />
<em> Éducation, formation, insertion 4%</em><br />
<em> Autres 2%</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ipotizzando che tali cifre possano funzionare anche nel caso italiano la prima cosa che colpisce è come il settore culturale sia tra quelli più toccati da questo tipo di attività. Certo vengono accorpati <em>culture et loisirs</em>. Ma cos&#8217;è un loisir?</p>
<p style="text-align: justify;">La <a title="Organisation internationale du travail" href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Organisation_internationale_du_travail">Conférence internationale du travail di</a> Ginevra, del 1924 afferma nelle sue conclusioni: « L<i>a Conférence générale ha avuto per oggetto l&#8217;assicurare ai lavoratori, oltre alle ore di sonno necessarie, un tempo sufficiente per fare quel che gli piace, così come la indica l&#8217;origine etimologica del termine loisir ( dal latino licere, permettere) </i></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420.jpg"><img decoding="async" class="alignright size-full wp-image-49299" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420.jpg" alt="nd.11420" width="300" height="366" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/nd.11420-245x300.jpg 245w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Questa apparente divagazione in realtà ci permette di identificare da subito tutto il &#8220;paradosso&#8221; del lavoro culturale che consiste nel volersi rappresentare come un lavoro vero e proprio <em>nonostante</em> il piacere che si provi nel farlo. Se nel mondo del lavoro manuale o tecnico, il piacere che si prova  nello svolgere una certa professione, la passione che si nutre dell&#8217;esercizio di un&#8217;attività sembra, e a torto, un optional, nel mondo culturale è difficile che quella voglia manchi. In altri termini ci sono in Italia migliaia di giovani e meno giovani  che giocoforza non potranno mai accedere a un lavoro, retribuito, regolare, di tipo culturale e non perché gli manchino talento, devozione, capacità, ma perché l&#8217;industria culturale non ha bisogno di tantissima gente e la poca di cui ci sarebbe bisogno, tolti i figli di, le amanti di, gli amici di, e i fortunati che erano al posto giusto nel momento giusto, non basta ad assorbire tutti. E poi, che follia pensare addirittura di fare un lavoro che piace! Così la nostra esperienza ci dice che sono tante, troppe le persone uscite da Lettere e Filosofia, Conservatorio, Accademia delle Belle Arti, Architettura, Sociologia, per non parlare della ricerca scientifica tout court, a gettare prima la spugna e poi il sangue in lavori spesso poco retribuiti, abbastanza infami ma soprattutto lontani anni luce dalle proprie aspirazioni, dalle competenze acquisite per passione.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna nostra e loro queste migliaia di persone nonostante tutto questo non si sono arrese; continuano a leggere, tradurre, recensire libri, presentarli, partecipare a convegni, festival, collaborare a riviste. Qualcuno dirà che lo fanno nel loro tempo di loisir, da bénévoles, esattamente come Primo Levi, James Joyce, Franz Kafka, Roberto <span class="st">Bolaño, ecc ecc.</span></p>
<p style="text-align: justify;">E allora? Allora io vorrei che qualcuno mi dicesse a quanto tutto questo corrisponda in termini percentuali sul lavoro culturale e soprattutto in che modo incida sulla qualità della produzione il fatto di essere sostanzialmente libera dal mercato. Per il momento di questa energia ne sento soltanto il profumo.</p>
<p style="text-align: justify;">Concludo con un documento che mi sembra importante condividere per due ragioni. La prima per rimandare al mittente l&#8217;accusa di farmi promotore dello sfruttamento della forza lavoro culturale nelle imprese commerciali e dall&#8217;altra per ben marcare il passo su cosa non si deve assolutamente accettare che accada in una società civile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Volontariato e profitto: appello di Sergio Bologna ai volontari dell&#8217;Expo di Milano</strong></p>
<p><iframe title="Appello di Sergio Bologna: NO AL VOLONTARIATO DEI GIOVANI ALL&#039;EXPO" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/QFhDMpuTejk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>La vera lotta di classe non è quella di chi è dentro ma di chi è fuori</strong></p>
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		<title>La cultura sarà salvata dai volontari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Oct 2014 12:00:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani Due tre riflessioni a caldo (ho la febbre) a proposito di una polemica che ha coinvolto la casa editrice Voland, ben riassunta nell&#8217;articolo pubblicato da Bibliocartina.it.: Voland, la crisi e i collaboratori non pagati. Di Sora: “La mia è una lotta per non chiudere”. Ma l’editoria è un cane che si morde [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/1966-Angeli-del-fango.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-49131" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/1966-Angeli-del-fango.jpg" alt="1966 Angeli del fango" width="427" height="329" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/1966-Angeli-del-fango.jpg 625w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/1966-Angeli-del-fango-300x231.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 427px) 100vw, 427px" /></a>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
Due tre riflessioni a caldo (ho la febbre) a proposito di una polemica che ha coinvolto la casa editrice Voland, ben riassunta nell&#8217;articolo pubblicato da <a href="http://www.bibliocartina.it/voland-e-i-collaboratori-non-pagati-di-sora-la-mia-e-una-lotta-per-non-chiudere/">Bibliocartina.it</a>.: <em>Voland, la crisi e i collaboratori non pagati. Di Sora: “La mia è una lotta per non chiudere”. Ma l’editoria è un cane che si morde la coda.</em></p>
<p>La Casa Editrice Voland, in questi anni, ha svolto un lavoro importante e di qualità. Fare un lavoro importante e di qualità significa esporsi a dei rischi considerevoli. Pubblicare un autore, a mio parere tra le penne più felici d&#8217;oltralpe, come Philippe Djian in un paese che prende come oro colato le parole di Pennac o di Ben Jelloun, per restare in Francia, significa credere nella letteratura. Ricordo di un&#8217;intervista fatta alla Nothomb e che è possibile leggere per intero proprio qui su <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/11/03/paesaggi-amelie-nothomb/">Nazione Indiana</a> in cui la scrittrice belga definiva così Daniela di Sora: <em>“ Una donna erudita, appassionata, umana, in una piccola casa editrice che nonostante le richieste che mi fanno di pubblicare altrove, non cambierò mai . ”</em> Se traducessimo quel &#8220;nonostante le richieste&#8221;, in denaro contante, ci troveremmo quasi sicuramente con parecchie migliaia di euro sul tavolo delle trattative. Del resto, il rapporto tra denaro e letteratura di qualità è quanto meno complesso. Nella biografia del più illuminato editore francese del novecento, Maurice Nadeau, si racconta di quando, cacciato da un&#8217;importante casa editrice, come ex direttore editoriale informa i suoi autori della cosa spiegandogli che non li avrebbe portati con sé, nella nuova casa editrice perché nell&#8217;impossibilità di onorare le spese. Al che, uno dei suoi scrittori, tale Leonardo Sciascia aveva replicato: <em>« Bon, je reste avec vous, je vous apporterai l&#8217;argent. »</em> che andrebbe tradotto più o meno così: &#8220;<em>non sarà lei a farmi guadagnare dei soldi ma io a farli guadagnare a lei&#8221;</em>. Potrei, a tal proposito, citare il rapporto che da anni lega lo scrittore Erri de Luca alla piccola e valorosa casa editrice Dante &amp; Descartes di Napoli insieme a tanti altri casi di questo tipo e che coinvolgono altri scrittori e piccole realtà editoriali.</p>
<p>Quanto sto dicendo non mette affatto in dubbio la parola della fondatrice della Voland quando dichiara di avere sempre pagato i propri collaboratori nè tanto meno vuole disconoscere la serietà di tutte quelle case editrici che, con rigore e certosina cura, onorano i propri contratti in un panorama che non dà nulla per scontato e pochi sconti fa, quando si tratta di soldi. Chiunque lavori nel mondo editoriale, soprattutto da esterno, sa infatti che gran parte delle proprie energie sono dedicate al recupero crediti. E non sempre si recuperano i soldi promessi, mentre immancabilmente si sarà sacrificato il proprio tempo arricchito delle varie incazzature e malumori che l&#8217;accompagnano insieme alla rovina di rapporti personali oltre che professionali.<br />
La questione è allora la seguente: <em> si devono perdonare i&#8221;non paganti&#8221; in virtù del loro progetto letterario, della qualità ricercata contro ogni legge del mercato? E fino a che punto? Se il mercato editoriale ha orrore della poesia, per esempio, è per questa ragione che non dovrebbero esistere più libri di poesia? O continuare a farli senza pagare nessuno, in primis, i poeti? O senza farsi aiutare da qualcuno, che sia l&#8217;autore o lo sparuto gruppo di lettori pronti a sottoscrivere la magnifica impresa?</em></p>
<p>A volte mi chiedo come amante della letteratura e discreto traduttore dal francese, se da parte di un editore fossi messo un giorno davanti alla scelta tra pubblicare un autore, a rischio commerciale, tipo il Régis Jauffret delle <em>Microfictions,</em> a patto di tradurlo gratis o lasciar perdere tutto, quale delle due cose sceglierei di fare. Tradurre credo sia tra i mestieri dell&#8217;editoria la cosa più faticosa, direi la più fisica, e per tradurre bene ci vuole talento e tempo. Conosco un traduttore dal tedesco, considerato tra i migliori in Italia, che a un certo punto ha smesso perché al &#8220;tempo&#8221; che dedicava non corrispondeva un minimo di guadagno corrispondente per vivere. Probabilmente accetterei e questa cosa farebbe incazzare e a ragione i traduttori di professione. Però dovendo scegliere tra la buona pace di questi ultimi e la guerra letteraria in cui siamo tutti più o meno coinvolti, voterei la mia causa all&#8217;esistenza di un libro per me &#8220;necessario&#8221;.</p>
<p>Necessità e utilità non sono mai state buone compagne di viaggio, questo si sa e faccio parte di quei conservatori che ancora ritengono impossibile l&#8217;inquadramento del &#8220;fatto culturale&#8221; in una filosofia utilitarista e di mercato. Ecco perché il lavoro culturale e dunque anche editoriale, è, diciamolo pure, il più delle volte ma una volta e per tutte, <em>aggratis</em>.</p>
<p>Se ci fosse un censimento di tutte le attività, dai festival ai cicli di presentazione nelle librerie, dai reading spontanei alle attività che coinvolgono le scuole, dai programmi radiofonici allo scouting, per non parlare della rete, dei blog e delle riviste letterarie, ci accorgeremmo che almeno l&#8217;ottanta per cento del lavoro che si fa è volontario. Per restare ai blog letterari, Nazione Indiana vive di volontariato, Carmilla, Lipperatura, Alfabeta2, Georgiamada, <span class="st">La dimora del tempo sospeso</span>, Vibrisse, la Poesia e lo Spirito, solo per citarne alcuni di quelli storici, propongono da anni dibattiti, opere, creazioni grazie al lavoro costante e non remunerato dei suoi collaboratori. Certo, c&#8217;è sempre la possibilità di contare sugli effetti collaterali di quella incerta macchina dell&#8217;industria culturale e trovarsi a guadagnare di più per una conferenza o per un premio letterario assegnato a un proprio libro che non per la scrittura dello stesso, per l&#8217;attività in sé. Celebre la riflessione del grande poeta inglese Wystan Hugh Auden, a proposito:<em> It is a sad fact about our culture that a poet can earn much more money writing or talking about his art than he can by practicing it.</em></p>
<p>L&#8217;editoria al pari della cultura è guerra, e sia che ci si lavori come autori che come correttori di bozze, librai o uffici stampa, critici o giornalisti culturali, la sensazione che ho è che ci saranno sempre più volontari a recarsi al fronte; volontari altamente professionali. E i soldi? Li troveremo, come al solito, altrove.</p>
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