<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Vsevolod Ėmil&#8217;evič Mejerchol&#8217;d &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/vsevolod-emilevic-mejerchold/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 14 Nov 2018 12:28:20 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>[2] LE VIE DEI GRANDI CONVOGLI di Vaclav Janovič Dvoržeckij</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/18/2-le-vie-dei-grandi-convogli-di-vaclav-janovic-dvorzeckij/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/18/2-le-vie-dei-grandi-convogli-di-vaclav-janovic-dvorzeckij/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 14:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Tellini]]></category>
		<category><![CDATA[Dmitrij Dmitrievič Šostakovič]]></category>
		<category><![CDATA[il teatro del Gulag]]></category>
		<category><![CDATA[LE VIE DEI GRANDI CONVOGLI]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[PCUS]]></category>
		<category><![CDATA[Stalin]]></category>
		<category><![CDATA[Vaclav Janovič Dvoržeckij]]></category>
		<category><![CDATA[Vsevolod Ėmil'evič Mejerchol'd]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=38764</guid>

					<description><![CDATA[[ ⇨ parte prima ] Dmitrij Dmitrievič Šostakovič [1906-1975] Opus 40 Cello Sonata No. 2 in D min [1934] I Allegro non troppo Introduzione, traduzione e cura di ⇨ Anna Tellini &#160; &#160;&#160;&#160;&#160;&#160;Capitolo XII: Libertà-Schiavitù &#160; &#160;&#160;&#160;&#160;&#160;E’ difficile descrivere le agitazioni e le ansie degli ultimi giorni. Anno 1937! Arrivano “fittamente” nuovi convogli sotto scorta. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">
<p align="center"><small>[ ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/1-le-vie-dei-grandi-convogli-di-vaclav-janovic-dvorzeckij/" target="_blank"><strong>parte prima</strong></a> ]</small></p>
<p><center></p>
<div style="width:502px;">
<table style="border:1px solid #ffffff;" align="center" width="502" border="0" cellspacing="2" cellpadding="2" bgcolor="#ffffff" style="border:3px solid #ffffff;">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;"><center><iframe src="https://player.vimeo.com/video/22389613?autoplay=1&#038;loop=1&#038;color=ffffff&#038;title=0&#038;byline=0&#038;portrait=0" width="500" height="398" frameborder="0" webkitallowfullscreen mozallowfullscreen allowfullscreen></iframe></center></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p></center><br />
<center></p>
<div style="width:270px;">
    <!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-38764-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Shostakovich-Cello-Piano-Sonata-Op.40.1.-Rostropovich-1962.mp3?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Shostakovich-Cello-Piano-Sonata-Op.40.1.-Rostropovich-1962.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Shostakovich-Cello-Piano-Sonata-Op.40.1.-Rostropovich-1962.mp3</a></audio></div>
<p><span style="color: #000000; font-size:10pt;"><strong>Dmitrij Dmitrievič Šostakovič [1906-1975]</strong><br />
Opus 40 <em>Cello Sonata No. 2 in D min</em> [1934] I Allegro non troppo</span></center></p>
<p align="center"><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Introduzione, traduzione e cura</em><br />
di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/anna-tellini/" target="_blank"><strong>Anna Tellini</strong></a></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Capitolo XII: Libertà-Schiavitù</strong><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E’ difficile descrivere le agitazioni e le ansie degli ultimi giorni. Anno 1937! Arrivano “fittamente” nuovi convogli sotto scorta. Inizia una nuova “ondata” di avvenimenti. C’è ansia… impossibilità di capire, le voci sono diverse: “fanno tornare quelli che sono liberati”, “non libereranno l’articolo 58”, “aggiungono nuovi termini, tolgono gli sconti di pena…”. </span> <strong><span id="more-38764"></span></strong><br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Signore! Né sonno, né cibo! Un giorno! Un’ora! Un minuto! sono come anni! Finalmente, chiamano: “Col bagaglio, sei libero!”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Voi avete mai sentito queste parole?! Ormai non ci credi… No! Non può essere!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ho firmato. Ho ricevuto il PASSAPORTO! Quinquennale! Denaro, una razione di quattro giorni (l’ho detto, che sono felice!)… Firmare ancora.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E questo cos’è? “Meno cento”! Non si può, dice, abitare nelle grandi città, vicino al confine, vicino ai porti marini, nei centri industriali…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma dove abitare? Là, dove concederanno la residenza.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il biglietto l’hanno dato fino a Kiev. Sono partito…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Come ho viaggiato? Come nella nebbia… Un torpore tale, come se non fossi io, come se tutto questo accadesse a qualcun altro. Mi stupivo soltanto, quando le guardie verificavano i documenti… Alcune volte prima di Leningrado. Leningrado, Mosca, Kiev, IRPEN’! A CASA!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mio padre… Mia madre… I pini intorno al podere. Come sono cresciuti! Li ho messi a dimora io dodici anni fa. Qui mamma è venuta spesso, li ha innaffiati di lacrime… è cresciuto un bosco! Signore!!! Sono a casa!… Ecco i miei disegni degli attori del cinema: Mary Pickford, Gloria Swanson, Harry Piel.  La collezione di banconote, libri, libri… Sfiorare… toccare. Mio padre è molto vecchio chissà perché… eppure, mi pare, non ha ancora 70 anni.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Libertà! Non ci sono abituato affatto, affatto… Dunque, puoi andare dove ti pare? L’ho fatto! Sono andato per la strada, sono passato per un campo, per un bosco, mi sono steso nell’erba, ho fissato l’eterno cielo azzurro, le nuvole vive, che si liquefanno. Mi sono alzato, ho camminato di nuovo. Sono andato avanti, senza scopo, senza guardia, senza scorta, senza sorveglianza, senza permesso!…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di sera mia madre mi ha detto chissà perché  sussurrando: “Qui, quando ancora non c’eri, sono venuti dei tipi, hanno chiesto…”. Hanno chiesto… Eccoli, i “brividi all’addome” che conosci bene! Senza permesso di soggiorno… Sì… Eccoli per te anche senza scorta…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di notte sono andato in un campo, ho rubato della paglia, l’ho portata per un giaciglio, ho falciato dell’erba per la capra. Dovrei legare la capra su una radura al piolo – la corda non c’è… Aspettate, miei cari, miei familiari, tutto sarà, farò tutto!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non ho fatto niente, <em>assolutamente</em> niente…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A Kiev il capo della direzione cultura mi ha detto che da noi non ci sono disoccupati, nei teatri invece per me non ci sarà più posto. Sono andato a Belaja Cerkov’, cento chilometri da Kiev, là è permessa l’iscrizione all’anagrafe. Mi sono proposto a teatro. Sono contenti. Sono andati all’NKVD a chiarire… Hanno chiarito… E’ possibile, ma… ma il regista non vuole rispondere di me:  ha famiglia… A Irpen’ sono venuti di nuovo in mia assenza.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono andato a Bariševka. Mi sono sistemato a lavorare come meccanico in un’officina di riparazioni. Dopo un mese la padrona, dove affittavo un angolo, me ne ha privato: erano venuti dalla milizia. Sono tornato ad Irpen’: “Figlio caro, vattene! Qui chiedono di te in continuazione. Tutta Irpen’ sa che sei tornato. Hanno chiesto dove sei, ma io non lo so”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono partito per Charkov. Là studiava nell’istituto di educazione fisica mia sorella, viveva nella casa dello studente. Andai dal capo della direzione cultura.<br />
&#8211;	Serve un attore?<br />
&#8211;	Certo! Ora vi presento al direttore e al primo regista di un buon teatro -. Telefonò:  &#8211; Vi ho trovato un buon attore. Venite!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Vennero: il direttore Čigrinskij, il regista Mal’vin.<br />
&#8211;	Benissimo. Potete andare in tournée?<br />
&#8211;	Dove volete!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono andato. Aveva tutta l’aria che mi avesse raccomandato il capo della direzione cultura! Non mi hanno chiesto niente. Ed io non ho detto niente. Il teatro operaio-colcosiano n°4 (RKT-4). Lavoro!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Kupjansk, Debal’cevo, Doneck. <em>Anna Karenina</em>. <em>Slava</em>. Ricevo una paga! Vivo! Ai genitori non scrivo. Sanno che sto a Charkov, da mia sorella. Mamma ormai non piange. Là ha un nipote, Leopol’dik, di 5 anni, e la nonna il suo cuore l’ha dato interamente a lui – è una consolazione. Grazie a dio!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Passò un mese, arrestarono quello che mi aveva raccomandato. Mi invitò il direttore.<br />
&#8211;	Da dove venite?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Io raccontai tutto.<br />
       &#8211; Per amor del cielo, andatevene! Prendete due settimane di paga e andatevene.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Partii per i sobborghi di Mosca, fermata del metro “Insegnamenti di Il’ič”, là abitava una mia cugina, mi ospitò. Guadagnavo qualcosa nelle dacie. Riparavo i tetti, le staccionate, spaccavo la legna. Una volta ho messo il dito sulla carta geografica dell’Urss, cercando di puntare più in alto e più a destra, e sono capitato ad Omsk.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Come sono andato e come mi sono organizzato è impossibile dimenticarlo!… Nessun bagaglio, tutto addosso, denaro – tre biglietti da cinque in tasca, un biglietto per un vagone collettivo. Tre giorni nella cuccetta di sopra. La cugina mi aveva rifornito di alimentari per il viaggio. Niente da dire. Bene.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il treno arrivò di notte. 30 sottozero. Portavo degli stivaletti, un cappotto “foderato di vento”, in testa un cappello…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La stazione è strapiena di passeggeri, non c’è da sedersi. Fino alla città, salta fuori, sette chilometri. Un tram. L’ultimo. Bisogna andare. Non c’è, si capisce, nessun indirizzo. Non importa: l’”angelo custode” aiuterà! Le pareti del tram sono coperte di uno spesso strato di ghiaccio. Le porte non si chiudono. I piedi gelano, bisogna pestarli tutto il tempo. Il tram è vuoto. Siamo arrivati.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Buio. Non c’è nessuno. In lontananza un lumicino. Di corsa là! Salta fuori che è una bettola! Non è ancora chiusa! Le sedie sui tavoli con le gambe all’insù – puliscono. In un angolo qualcuno dorme dietro il tavolo… L’inserviente al banco fa schioccare il pallottoliere.<br />
&#8211;	Chiuso! Chiuso!<br />
&#8211;	Un minuto soltanto! Permettetemi di riscaldarmi! Forse c’è del the?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’avventore dietro al tavolino cominciò a rianimarsi.<br />
&#8211;	Amico!… Bevi con me! Tutti i parassiti mi hanno abbandonato! Ma che, non sono un uomo?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In generale, con lui ho bevuto e mangiato un boccone e sono andato a passar la notte da lui. Venne fuori che era il gestore della Casa del colcosiano. Non l’ho più visto, ma ho vissuto gratis in questa Casa una settimana intera! Ecco che miracoli fa l’”angelo custode”!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ad Omsk mi registrarono, e mi presero al TJUZ</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">, benché avessi raccontato tutto di me.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ormai declamavo nel seggio elettorale:</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 50px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Conosciamo gli uomini e i fatti li vediamo,<br />
Ma la verità col cuore la sentiamo.<br />
Per il cammino di Stalin, diritto come una freccia,<br />
Noi tutti, come un sol uomo, votiamo!</em></span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Da “Insegnamenti di Il’ič” ricevetti una lettera. Salta fuori che ormai chiedevano anche là…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel teatro di Omsk ho lavorato molto e con successo. Ad Omsk mi sono sposato. Nel 1939 è nato mio figlio Vladislav. Ad Omsk avevano un buon atteggiamento nei miei confronti, ma… far amicizia con me era cosa non encomiabile, che devo dire, non particolarmente “prestigiosa” e priva di rischi… Di me sapevano tutto. Io non ostentavo niente, ma non nascondevo neppure. Nei questionari scrivevo la verità: “Provenienza sociale: nobile”. “Fedina penale: Commissione speciale dell’OGPU</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">, articolo 58, condanna a 10 anni”. Ciò fa di te non un Eroe del Lavoro Socialista, non un decorato, ma un “nemico di classe non fucilato”, è evidente. Molti, soprattutto i dirigenti, la pensavano così: “Meglio che mi accusino di eccesso di vigilanza, che di assenza di senso di classe”. Tempi cupi. Era annunciato un “inasprimento della lotta di classe”, per questo agli “elementi estranei” si riferivano, per dirla eufemisticamente, in modo non molto benevolo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Partii per Taganrog: sempre Siberia, Nord, freddo – tanti anni! E’ comprensibile il desiderio di riscaldarsi al mare del sud. Là ho lavorato un anno con successo! Mi chiamarono alla milizia, cancellarono il passaporto e ordinarono, in quanto “trasgressore della legge”, di andarmene dalla città in ventiquattro ore. “Mi sono scaldato”. Risulta che la città è diventata “chiusa”! Pensare che lavoravo bene, con successo, in modo interessante. Ero regista ed eroe a teatro! Che fare, grazie di non avermi messo dentro…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il “trasgressore” ritornò ad Omsk. TJUZ, teatro del dramma. Di nuovo un lavoro interessante, creativo, successo, l’amata famiglia, possibilità di aiutare i genitori. Prospettive!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E d’un tratto la guerra! Sfollati, razione insufficiente, mercato vuoto. Genitori e sorella a Kiev, il legame è perso… Ma in teatro va meravigliosamente bene! Sono impegnato in tutto il repertorio:<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>“Mio figlio”, “Fiandra”, “Uriel Acosta”, “Kutuzov”, “La notte degli errori”, “Un ragazzo della nostra città”, “Primavera a Mosca”</em></span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Partner nuovi, magnifici: Vachterov, Jačnickij, Luk’janov. Il teatro Vachtangov è nel nostro edificio. I registi sono Simonov, Dikij, Ochlopkov</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Gli spettacoli vanno in scena a giorni alterni: da loro <em>Kutuzov</em>– da noi <em>Kutuzov</em>, da loro la prima di <em>Molto rumore per nulla</em>, da noi la prima de <em>La notte degli errori</em>. E poi il circolo dei dilettanti, e anche a casa c’è molto da fare. Mia moglie è maestra di ballo a teatro e nella Casa dei pionieri. Vladik ha due anni. Era difficile, ma interessante e bello…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Abitavamo nel parco. Alla lettera. L’ex casa del governatore è la Casa dei pionieri, e nel parco della Casa dei pionieri c’è l’ex casetta del giardiniere del governatore. Una buona casetta, di due stanze, un piano, senza acqua corrente, con riscaldamento a stufa. Una stanza la cedemmo agli sfollati. La cucina era comune. A noi questo “appartamento” l’avevano dato perché guidavamo i circoli della Casa dei pionieri: drammatico e di danza. (Ricordo, facevo le prove di Sneguročka di Ostrovskij. La piccola Veročka: “Mamma! Voglio un amore! Un amore da fanciulla!”. La direttrice della Casa dei pionieri insorse: “Vietato”. Ora questa Veročka  Michajlina è un’artista del popolo).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco là ricevetti la citazione: “Lasciare la città in 48 ore”. La dirigenza del teatro si è agitata: il repertorio minacciato di fiasco.<br />
&#8211;	Andate, datevi da fare! Chiedete che non vi sloggino! (Ma loro non lo fanno: temono quel che ne potrebbe derivare).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A farla breve, scrissi una dichiarazione con preghiera di concedermi di restare in teatro. Ho preso, dico, piena coscienza di tutto, mi sono corretto, non lo farò più…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma bisognava partire. Per la provincia. Arrivare-recitare! Non sono stato capace di combinare le cose…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Vennero di giorno. In tre. Stavo lavando il bambino in una bacinella. Ordinarono di sedermi da parte. Perquisizione. Il ragazzino bagnato piange.<br />
&#8211;	Permettetemi di vestire il bambino!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Venne la suocera, portò Vladik in cucina. (Lo vedrò solo dopo 5 anni). Durante la perquisizione sparpagliarono tutti i libri, si impadronirono delle lettere dei genitori e delle fotografie… della moglie. Nuda. Aveva un fisico magnifico, quale doveva avere una ballerina, passata attraverso la scuola del teatro Bol’šoj. La fotografavo io stesso, avevo una “Fotokor”. C’erano molte pose, ma queste, “sconvenienti”, le conservavo in un libro. Presero anche quelle. Ho protestato: “Non avete il diritto! E’ una cosa personale, intima, non riguarda nessuno!…”. Poi il giudice istruttore coi suoi aiutanti ha guardato e riguardato queste pose, si è scambiato impressioni e annotazioni ciniche… Non ho potuto dargli un pugno in faccia – ero legato alla sedia. Potevo solo piangere per l’impotenza. E lo ricordo! Lo ricordo per tutto il tempo, per tutti gli anni di pene, tormenti, dolore – lo ricordo e non perdono! Non posso perdonare questa offesa! Se mi avessero battuto con un flagello di gomma per il fatto che avevo pronunciato una parola non russa, a loro incomprensibile – “riabilitano” -, si potrebbe perdonarli: sono degli ignoranti! E poi, proprio loro non ammettevano il non riconoscimento della colpa!  “E’ una calunnia contro gli organi! Da noi non arrestano per niente!”. Per questo, se dichiaravi di non essere colpevole di niente era già pronta sia la condanna, che l’articolo… Tutto questo è barbaro, raccapricciante, doloroso…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di nuovo l’articolo 58, di nuovo la “commissione speciale”, la differenza è solo nella condanna: la prima volta condannato a dieci anni, ora a cinque.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di nuovo la cella di isolamento.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E, per quanto strano possa sembrare, di nuovo questo sorprendente sentimento di libertà interiore. A dispetto delle inferriate, le pareti, gli interrogatori, le false accuse, le minacce, i tormenti. Io tutto il tempo cercavo e trovavo in me la possibilità di osservare tutto questo appena appena “a parte”, di vedere la “<em>mise en scène</em>”, il “dialogo”, lo “sviluppo dell’azione”, di sentire me stesso nelle “circostanze date”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma cosa vale la sola coscienza del fatto che tu stesso sei libero di disporre della tua vita! Libero di decidere se vivere o non vivere. Al recluso non danno una scelta del genere:  confiscano la cinghia, le bretelle, tagliano i bottoni di metallo, tolgono le stringhe, mantengono l’illuminazione perenne, osservano attraverso lo spioncino, perquisiscono  costantemente, non permettono di dormire di giorno, di notte molestano. E tutto questo, per quanto sembri strano, per privare il recluso della possibilità di suicidarsi. Ed ora immaginiamo che si sia riusciti (è inverosimile!) a nascondere da qualche parte, mettiamo, nella manica, nel polsino della camicia, le lamette da barba! Sì? Ciò creerà un esultante senso di indipendenza! E’ una sensazione di libertà illimitata! “Con tutte le vostre forze mi tenete in prigione e non sapete che io in qualunque momento, dipendente solo da me, posso liberarmi dal vostro potere e andarmene per sempre!”. Effettivamente io ero riuscito a nascondere qualcosa nel polsino della camicia: sulle scarpe un tempo c’erano dei gancetti metallici per le stringhe. Al momento del controllo i gancetti erano stati strappati. Uno casualmente era rimasto. L’ho tolto, raddrizzato, affilato sull’impiantito di cemento, l’ho nascosto e sono diventato <em>indipendente</em>. Cosa? Avevo molta voglia di morire? Niente affatto! Io volevo vivere. Ma non volevo che questo dipendesse da qualcuno. “Io!”. “Io stesso! Io voglio così! Io <em>posso</em>!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mi muovevo molto – misuravo cinque, dieci chilometri al giorno. Lavoravo senza fallo. Come? Ad esempio, rammendavo i calzini. Un’occupazione? Oh, era una procedura complessa e interessante! In primo luogo, occorre trovare e conservare un “ago” – una lisca adatta. In secondo luogo, estrarre dei fili da questo stesso calzino, smagliando un po’ la parte superiore. Quindi il calzino si indossa su un cucchiaio di legno, poi con l’”ago” si fa un buchetto nel punto necessario, il filo con la punta lo passi con molta attenzione nel buchetto e lo tendi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Poi la stessa cosa – al rovescio. E ancora… E ancora… Molte volte. E poi trasversalmente si costruisce una trama a quadrettini. Infine, dopo molti rimaneggiamenti, il classico rattoppo  è pronto, di 5 centimetri per 5. E sono passati dieci giorni! Anche questa era una forma particolare di protesta, una forma di sfida: non era permesso lavorare. Il recluso doveva sentirsi tutto il tempo irrimediabilmente oppresso, solo, schiacciato, impotente, debole, colpevole di tutto, di qualunque cosa lo incolpasse il giudice istruttore! Sistema infernale di azione sulla psiche del prigioniero! Mentre qui, improvvisamente, c’è una persona sicura di sé! Si distrugge il sistema! Ciò aiutava a sopravvivere, a conservare la dignità  umana, ad essere pronti ad affrontare qualunque difficoltà, qualunque imprevisto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando, sei mesi dopo la fine dell’istruttoria e l’annunzio della sentenza della commissione speciale (cinque anni di lager), mi trasferirono in un “carcere di transito”, dov’erano raccolti più di un centinaio di <em>zeki </em>i più diversi, subito “interpretai” il ruolo dello <em>starosta</em> [rappresentante dei detenuti, <em>N.d.T</em>.] e non senza sforzi, s’intende, “afferrai il potere”. Mi sistemai sul tavolo (con due aiutanti di sotto)! – l’unico posto, dove si poteva giacere. Mentre tutti gli altri sedevano sul pavimento, schiena contro schiena, com’è abitudine.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A dire la verità, dopo dieci giorni, quando mi convocarono per un trasporto sotto scorta composto di ulteriori quaranta persone, ma poi dopo due ore mi fecero tornare per il solito “inadempimento” (o non erano bastati i mezzi di trasporto, o non c’era la scorta), il “potere” nella cella era stato già preso, e io sedetti sul pavimento ancora per una settimana, finché con il convoglio seguente non mi cacciarono infine in colonia.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel “carcere di transito” c’era la possibilità di far conoscenza con degli uomini. Per la maggior parte – intellighenzia. Attempati. Pedagoghi, ingegneri, militari. Molti tedeschi, evidentemente, dalla regione. Malati, sporchi, spaventati, affamati…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’istruttoria non fu brutale, come un tempo. Furono ammesse persino delle “chiacchiere”. Il giudice istruttore “condiscese” a raccontare gli avvenimenti al fronte, in particolare la disfatta dei tedeschi sotto Mosca.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;D’un tratto mi diede lettura delle deposizioni dei miei amici-attori. Tutti mi condannavano e calunniavano: “… diceva che sui giornali scrivono che in Germania distribuiscono cento grammi di burro, mentre da noi, dice, questo non c’è …diceva che il nostro comando inetto non aveva saputo organizzare la difesa …come ha potuto Stalin permettere l’inatteso attacco dei fascisti …diceva che al mercato non ci sono più patate…”. Ricordo che la sola Nadja Sacharnych, attrice del TJUZ, aveva detto solo bene di me. Il giudice istruttore mi scherniva: “Su! Leggi! E’ la tua amante, eh?”. E mi ha “affibbiato” la diffusione di “voci disfattiste” e l’“agitazione contro il potere sovietico”. Ma io mi sono meravigliato, a che gli serviva la testimonianza della Sacharnych? La lasciarono nel “fascicolo”. A che pro?…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di tremendo durante l’istruttoria ci fu una cosa soltanto: la finestra alle spalle del giudice… La stanza è al quinto piano. Sedia, tavolo, giudice, e dietro la sua schiena una grande<em> finestra</em>. Ecco sono proprio là, dietro questa finestra, tutto il mio tormento e il mio dolore. Il giudice non sospettava nulla, l’ho privato di questa soddisfazione… Il fatto è che la “casa grigia” dell’NKVD si alzava come farlo apposta di fronte al giardino della Casa dei pionieri. Nel giardino – una <em>casetta</em>, nella casetta – una <em>finestrella,</em> e nella <em>finestrella</em>  &#8211; una <em>luce</em>… Vedo – è casa mia! E’ la mia luce. Là c’è Vladik… Gli ho appena fatto il bagnetto in una bacinella…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Signore</em>! Sopporterò anche questa prova! Bisogna vivere! Assolutamente bisogna vivere!<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Capitolo XIII: gli ITLK</strong></span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">  di Omsk.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;1942. Lager. OLP-2 (Punto lager distaccato n° 2). Quadro usuale, conosciuto. Le stesse baracche, i tavolacci… Gli stessi controlli, cambi sentinelle, ritirate, “perquisizioni”. La stessa razione e la stessa brodaglia. Moltissime persone. Affollamento, sporcizia, freddo, fame. La zona è illuminata dall’elettricità, e nelle baracche – lanterne “pipistrello”, piccole stufe di ferro, tavolacci a tre piani, pagliericci. Gli uomini sembrano tutti identici, vestiti male, coperti di sporcizia in modo identico. Poche persone colte, pochi criminali. L’impressione che non si tratti neppure di uomini – “bestiame” abbrutito, privo di volontà. Non è d’uso chiedere: “Per cosa?”. Ed è così chiaro che qui non ci sono né assassini, né rapinatori, né in generale criminali – questi o li fucilano, o li tengono in un altro posto, qui è un lager di lavoro, “lavoro coatto”. Lavori comuni: scarico dei vagoni ferroviari, scavi sotto le fondamenta degli edifici, costruzione di depositi di ortaggi, strade, terrapieni, sistemazione dei tubi della fogna.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel lager ci sono molti tedeschi. (Nella regione c’erano delle colonie tedesche). Molti scansafatiche, “malversatori”. Erano in vigore severi <em>ukazy</em> sia del tempo di guerra, che del sette agosto – un <em>ukaz</em> in base al quale per la raccolta delle spighe piccole dopo la mietitura davano dieci anni! Servivano degli operai gratuiti. Deboli risultavano questi operai… La guerra, la fame susseguente. Nel lager solo parole d’ordine: “Tutto per il fronte!”. Ma di pane ne davano 200 grammi e la brodaglia – acqua e cavolo. Si gonfiavano per la fame. Si muovevano a fatica. C’erano moltissimi “scarti”, non erano capaci di sollevarsi dai tavolacci, morivano. La baracca dell’ospedale non conteneva tutti. Pellagra e scorbuto falciavano la gente. Non si faceva in tempo a portar fuori i morti. Cominciarono a “mettere agli atti” – lasciar andare i <em>dochodjagi </em></span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> in libertà, ma loro non possono muoversi! Non fa niente, purchè oltre il portone… I locali tuttavia talvolta li raccoglievano i parenti, ma i forestieri così rimanevano là, dove avevano fatto in tempo a strisciare, di loro ormai si occupava un altro servizio. E la crudeltà era giustificata dalla “situazione bellica nel paese”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Accadeva che, andando al lavoro, una colonna passasse accanto a un deposito di ortaggi. I rimasugli di una patata marcia biancheggiano nell’oscurità per l’amido essiccato, tutti fissarono con avidità, arditi – uno, un altro – si slanciano, raccattano questo putridume, lo cacciano dentro le tasche, in bocca… Gli sparano addosso: “Indietro!”. La scorta esegue il suo compito: “Un passo a destra, un passo a sinistra – l’arma viene usata senza preavviso…”. Qualcuno rimase là, squarciato da una pallottola. Non fa niente – “mettono agli atti”. Anche questo è fronte, solo che ai loro cari il  “telegramma”  non lo inviano.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il lager è non lontano dalla città, si vede la luce, si sentono le sirene delle officine. Per il cambio è presto – fa ancora buio. Tempaccio, pioggia. Dove si va oggi? Non si sa. Vanno in silenzio. Strascinano i passi, respiro pesante, tosse…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E all’improvviso dall’oscurità una voce femminile lontana:   “Ko-olja-a”, e ancora:”Ko-o-o-olja-a!”, e ancora una: “Iva-a-an!”. Quello che va davanti ha alzato la testa, si è fermato:<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Ohi… Marija! Lei…”. E là: “Iva-a-an!” – “Ma-ša-a!”. “Interrompere le conversazioni!”. Sono andati oltre a trascinarsi nello sporco… E’ finito l’”appuntamento”. Ma arriva ancora: “Iva-an!” – “Ko-o-lja-a!” – “Že-e-enja-a!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Come vivono, là, le mogli? Come se la cavano? E i marmocchi? Visite non ne concedono, e le lettere le permettono solo dopo un semestre.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono arrivati. Scaricare laterizi!  Bene. Scavare l’argilla bagnata è più difficile. Ma le gambe alle ginocchia si piegano con difficoltà – sono tumefatte… L’alba. “Comincia!”. “Davàj!”. Parola pesante, dolorosa questa: “Davàj!”. E si è radicata questa parola come un flagello tale nel nostro linguaggio, nella nostra vita di forzati! “Davàj!”. Con tutta l’oscenità del lager, con la bestemmia, attraverso tutti gli sterri e i disboscamenti, come appello al “radioso avvenire”: “DAVÀJ!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Qui c’è la garitta dell’addetto allo scambio, la stufa, il carbone c’è, fa caldo. La guardia ha permesso di andare a riscaldarsi. Hanno trovato un secchio, dell’acqua. Gli uomini hanno portato un cagnolino. Lo hanno attirato: “Cagnetto! Cagnettino!” – lo hanno vezzeggiato, carezzato col palmo, e… ucciso. Semplicemente: con la testa contro una rotaia. L’hanno scuoiato – e nel secchio! In cinque: uno cuoce, gli altri lavorano, a turno. Il sale l’hanno trovato dall’addetto allo scambio. L’hanno cotto, mangiato tutto in cinque e di brodo ne hanno mangiato mezzo secchio senza pane. Come li invidiavano tutti!! Che c’è? Con i cani bolliti, si dice, gli uomini curano la tubercolosi. E gli <em>zeki</em> affamati mangiano quel che vuoi! Gli <em>zeki</em> sono uomini anche loro!…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In tutto mi è toccato passare quattro mesi ai lavori comuni. Il ripartitore “ha trovato” me e mi ha mandato come disegnatore nell’officina Tupolev. Eravamo dieci là. Due soldati di scorta ci portavano quotidianamente in uno studio vuoto, dove disegnavamo vari dettagli su indicazione di un ingegnere senza scorta che veniva da noi raramente. Dal lager cinque chilometri. La passeggiata di due-tre ore era molto utile. Sul posto ci cuocevamo da soli una zuppa di “razione secca”. Non c’era verso che potessimo rispettare la norma – mangiavamo in due giorni tutto quel che era assegnato per dieci. Ma la <em>kaša</em> del mattino e della sera ce la davano nel lager, il pane pure. Vivevamo. Tupolev non l’abbiamo visto neanche una volta, il cognome dell’ingegnere-costruttore non lo ricordo, ricordo l’ingegner Otten, che anche lui veniva da noi. Era dello CAGI</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> , recluso già da quindici anni, ma nel lager di Omsk era venuto di recente.  Ho lavorato come disegnatore per tre mesi, finché non ho organizzato una cultbrigata.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La cultbrigata centrale si è creata per gradi. Il KVČ talvolta promuoveva delle iniziative nel club. Che bisognasse dar lettura di una qualche ordinanza, o fare una relazione, ciò doveva finire sempre con un’attività artistica dilettantistica. Una volta mi sono prodotto in una lettura di Majakovskij e proprio allora ho adocchiato alcuni partecipanti. Kan-Kogan, il direttore del KVČ, mi ha elogiato. Ed io gli ho proposto di preparare un programma per l’anniversario dell’Ottobre. Fui liberato per una settimana da qualsiasi lavoro, scelsi gli interpreti, misi insieme un programma e cominciai le prove. Ivan Tuljakov, suonatore di armonica, Vitalij Bamnych, Lida Tarasova, Šešin: ecco il nucleo della futura cultbrigata. Dopo alcune esibizioni fortunate seguì l’ordinanza del direttore “sulla  creazione di una cultbrigata centrale sotto la guida dello <em>zek</em> Dvoržeckij”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci liberarono del tutto dai lavori comuni, assegnarono una baracca a parte, distribuirono un nuovo corredo, mi concessero di scegliere le persone da tutti i nuovi convogli, di comporre il repertorio e di agire.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E noi cominciammo ad agire. Cinque. Dieci. Venticinque persone! Riunii degli attori, dei musicisti, dei letterati, dei cantanti, dei danzatori (uomini e donne, giovani e vecchi), e, non per vantarmi, dirò che ho conquistato sia il lager, che la direzione. Ci elogiarono, incoraggiarono, premiarono e, certo, sfruttarono senza riguardo, ci inviarono in “tournée” in tutti i lager e le colonie della direzione di Omsk. Questo non ci disturbava. Eravamo necessari – questa è la cosa principale!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci esibivamo dappertutto con successo, ci aspettavano dappertutto. Questo mi procurava gioia, vedevo che la nostra attività alleggeriva la vita alle persone recluse.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci esibivamo nelle baracche, nei reparti, nei cantieri, sui campi durante i lavori agricoli, nei club, nei cambi, all’andata e al ritorno della gente dal lavoro. Sempre di più e di più mi sono introdotto nell’organizzazione dell’esistenza quotidiana dei reclusi. Loro lo vedevano, lo sentivano e lo apprezzavano.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Già dopo, quando la nostra brigata si era fatta più consistente, comparve “Zio Klim”. Ben presto diventò non solo il numero più popolare, ma si trasformò in un “richiamo”, come dire, diventò un “difensore”, un “simbolo di verità”. A “zio Klim” si rivolgevano per aiuto, minacciavano di chiamare “zio Klim”, aspettavano un suo intervento e un suo sostegno. Era un <em>raëšnik</em></span> )<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">, inventato da me sui temi attuali e cocenti del posto.  Ogni volta ex novo. Di solito proprio nel finale dell’esibizione tiravo fuori dalla tasca una carta e dicevo: “Ecco ho ricevuto di nuovo una lettera da Zio Klim!”. E già nella sala applausi, strilli, risate… Comincio a leggere:</span><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 50px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Buongiorno zeki, amici cari!<br />
Siete degli uomini, non dei somari…<br />
Presto a voi auguro la libertà,<br />
In pochi ormai sono rimasti là.<br />
Oltre la zona la fila c’è<br />
Per venir da noi, chissà perché.<br />
Male, si vede, là vive la gente,<br />
Che qui si sta meglio le viene ormai in mente.<br />
Ma penso – e ognuno di voi lo capirà:<br />
Si vive male sia qui che là.<br />
Che la guerra ci opprime quattr’anni son già!<br />
Finirà la guerra – verrà la libertà!</em><br />
[…………………………………………………]</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Col tempo il mitico “Zio Klim” si trasformò in una persona reale: in me. Cominciarono a chiamarmi zio Klim, mi scrivevano lettere, si rivolgevano a me con reclami…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli aspri interventi critici dal palcoscenico (ai buffoni e ai commedianti tutto è permesso) aiutavano a migliorare da qualche parte il cibo, ad alleggerire il regime e così via. Io francamente mi astraevo dalla consapevolezza di trovarmi in un lager, di essere senza colpa alcuna, ingiustamente strappato alla famiglia, privato della libertà, del teatro… Io vivevo! Mi occupavo della cosa preferita. Credevo, vedevo che stavamo aiutando a superare il sentimento di disperazione, il senso di <em>schiavitù</em>. Rincuoravamo le persone e noi stessi acquisivamo un senso di libertà. Tutto per il fronte, tutto per la vittoria, sinceramente, compatibilmente alle proprie forze e possibilità!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il lager si trasformò in due anni!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Furono create due baracche modello, portata l’elettricità, ottenuta la biancheria da letto, fatte stufe in muratura. Costruita ancora una baracca con l’infermeria. Apparvero medicamenti e dottori. Agli operai migliori al momento del cambio cominciarono a distribuire latte e pane supplementare. Ogni giorno suonava l’orchestra, io mi rivolgevo con dei discorsi:<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Amici! Compagni! I nostri figli, fratelli, padri si battono al fronte, versano il loro sangue, difendendo la Patria! Noi con il nostro lavoro siamo tenuti ad aiutare…” ecc. “Noi siamo reclusi, è una disgrazia, ma ricordate che la sventura più tremenda è la guerra! I nostri cari in libertà fanno anch’essi la fame, ma lavorano e offrono tutte le loro forze per aiutare l’Armata Rossa a battere il nemico…”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In ogni situazione cercavo e trovavo la possibilità della creazione, la possibilità di un’attività utile – ciò mi aiutava a conservare la dignità umana.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Col tempo la nostra cultbrigata si rafforzò e si ampliò. Ci aiutavano il direttore del KVO e il capocontabile della direzione Mazepa, che creò un’orchestra d’archi di strumenti popolari. In questo non mi orientavo assolutamente, tuttavia imparai a suonare la <em>domra</em>-viola. Nel solo primo anno il nostro collettivo si esibì 250 volte nei club di diversi punti-lager, e, se permettete, altrettante nelle baracche, nei campi e nei cantieri. Fu in verità un lavoro colossale. Toccava comporre, provare, raccogliere materiale, leggere, scrivere molto. Dodici nuovi programmi l’anno! E bisogna ricordare che eravamo in un lager, che eravamo dei reclusi, legati, come tutti gli <em>zeki</em>, dal regime, dalle severe leggi del lager – verifiche, perquisizioni, ritirate, lavate di capo, scorte, ecc.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mi era stata concessa la corrispondenza una volta al mese e la consegna di un pacco una volta al mese. Mia moglie mi mandava i libri e le miniature di teatro da varietà</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">  che chiedevo. Visite non ci furono mai. Era un tormento sentire costantemente la propria impotenza, sapendo che facevano la fame, che Vladik era malato, che mia moglie, uscendo per il lavoro, chiudeva il bambino a chiave, che una volta lui aveva mangiato il sapone, che era malvestito, che nell’appartamento non riscaldavano. Il bambino aveva già cinque anni! Mi riuscì qui di cucirgli due costumi  &#8211; uno bianco da marinaio (pantaloncini, giubba con spalline, berretto col granchio) e uno dell’armata rossa (pantaloni protettivi, giubba con spalline, bustina con piccola stella, piccoli stivali di tela incatramata e perfino una stelletta d’oro di eroe). Cucirono per noi un’uniforme, di materiale ce n’era molto, e i sarti con piacere soddisfecero la mia richiesta. Più difficile fu trasmettere tutto questo. Affrontò il rischio di aiutarmi lo stesso direttore del KVČ, Kan-Kogan.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Qui, ad Omsk, Kan-Kogan, Sof’ja Petrovna Tarsis, ispettore del KVČ, aiutavano molto. Ma in modo particolare  Marija Vasil’evna Gusarova, ispettore del KVO, non solo riforniva costantemente la nostra brigata di letteratura, di materiale, non solo era la nostra protettrice nei momenti difficili, ma esaudiva anche le nostre frequenti commissioni e richieste, non sempre prive di pericolo per lei. Non si può dimenticare che il regime del lager vietava qualunque legame dei liberi salariati , direzione compresa, con i reclusi dell’art. 58.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nella cultbrigata non c’erano persone cattive. Ljusja Sokolova – poetessa, attrice, scriveva molto su mio incarico: stornelli, “reprise”</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. La “commissione speciale” le comminò dieci anni per il verso: “Stalin è l’ombra, che ricopre il sole sulla Russia…”, o qualcosa del genere. E l’ex redattore della “Pravda di Omsk” (non ricordo il cognome, l’ho scoperto nel convoglio sotto scorta di turno, malato, gonfio, quasi cieco – aveva perso gli occhiali, i denti rotti, sporco, ammuffito: un incubo!) per tre mesi l’abbiamo nutrito, lavato, curato, vestito. Ottimo giornalista! Dieci anni – “commissione speciale”. Lui, guardate un po’, sosteneva che il patto con la Germania era un errore. E Vasilij Pigarëv! Uomo dall’enorme talento! Ingegnere. Dieci anni – “commissione speciale”. Dal 1937 era  rinchiuso in diversi lager. Maestro a 360°, musicista, compositore, meccanico, inventore, attore. Quando io fui liberato, lui diventò direttore. Persona meravigliosa, buona, colta! A Taganrog gli era rimasta la famiglia… Matvej Fridman – musicista, suonava il sassofono in modo superbo, direttore della nostra orchestra… Ebbe cinque anni dalla “commissione speciale” perché una volta aveva sospirato: “Oh!  Ma quando finirà!…”. Marysja Vojtovič, attrice polacca, nel 1939 era venuta a Leningrado a far visita ai parenti, rimase impantanata là, quando cominciò la guerra. Espresse indignazione e fu mandata a Išim, e di là nel lager per dieci anni per il fatto che aveva simpatizzato con i soldati polacchi internati. Imparò a parlare in russo. Magnifica attrice, cantante, donna affascinante. Da noi c’era anche un violinista dell’orchestra di Eddie Rozner</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Succedeva che non ci stancassimo di ascoltare – fino alle lacrime… Gromov, magnifico interprete di romanze antiche, basso. Kolja Esin, artista del circo. Nadja Gorbačëva, Mickevič, Šešin, Lida Tarasova, Vanja Tuljakov – anima del collettivo, suonatore di armonica, un talento, compositore, lavoratore instancabile! Vitalij Bannych! Componeva ed eseguiva delle clownerie, partecipava alle danze, agli sketch, suonava la <em>domra</em>. A parte questo, Vitalij era un artista! Curava l’allestimento dei nostri “concerti”, disegnava i programmi di sala, scriveva le parole d’ordine, i manifesti, i giornali murali. Tanja Sugrobova, la Petrovskaja, Korčagin, Maša Škabura: ragazzi straordinari, i miei compagni di brigata!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma un lager è un lager. Ci trovavamo costantemente sotto la sorveglianza del plenipotenziario e del comandante. E ci mettevano in cella di rigore per “inosservanza del regime”, e le perquisizioni le organizzavano non di rado, e nei convogli sotto scorta ci spedivano, e alle prove non mancavano mai. Tutto c’era. Dopo la ritirata anche a noi non permettevano di spostarci sul territorio, di trattenerci nel club, alle donne di stare nella baracca degli uomini. In qualche modo riunii tutti e lessi <em>La principessa sogno </em>di Rostand  : </span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 50px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Amo il mio sogno bellissimo,<br />
La mia principessa dagli occhi chiari,<br />
Sogno caro, confuso,<br />
Lontano… </em></span> </p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ascoltavano i ragazzi, piangevano… Era già molto tardi. Irruppero gli operativi e portarono tutte le donne in cella di rigore.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci fu un altro caso durante un “concerto”. In qualità di conduttore annunciai: “In sala c’è il mio amico Saša Akčurin. Oggi è il suo compleanno. Gli dedico la mia interpretazione della poesia di Maksim Gor’kij <em>Canto del falco</em>:</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 50px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Oh, falco audace! Coi nemici in battaglia ti sei dissanguato!<br />
Ma tempo verrà, e le gocce del sangue tuo ardente<br />
Come scintille divamperanno nell’oscurità della vita<br />
E molti cuori audaci accenderanno<br />
Con folle brama di Libertà, di Luce!</em></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Subito dopo il “concerto” mi portarono in cella di rigore per cinque giorni! Saša Akčurin è un nemico del popolo! “Commissione speciale”, art. 58, dieci anni. Ma io a lui:</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 50px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Anche se sei morto, nel canto degli audaci e dei forti di spirito<br />
Sarai sempre un esempio vivo, un orgoglioso appello alla libertà, alla luce!</em></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Neanche il direttore del lager Bondarčuk poté liberarmi: cinque giorni! Meno male che non mi aumentarono la pena.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E tuttavia portammo la luce in questo regno delle tenebre, grazie a dio! Accadeva: entriamo in una baracca, sporca, buia, fetida… Una lanterna al soffitto, il fumo di una stufetta, tanfo di pezze da piedi consumate. Ma le persone non si vedono. Stanno sdraiate, sedute delle ombre, un silenzio di tomba. Accendiamo quattro lanterne, l’armonica ha cominciato a suonare, una bella ragazza si toglie la giubba e resta con un abito chiaro scollato, ad alta voce intona “Ljubuška”. “Amici! Ragazzi! Non abbattetevi! Presto sarete liberi! Bisogna vivere! Ci aspettano in libertà, mogli, madri, amici!”. E le persone aprono gli occhi, le persone morenti si alzano, si risollevano, sorridono… Sono vivi! “Manca poco ormai! La guerra finirà – libereranno tutti!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Non manca molto ormai!”. La guerra è finita. Non hanno liberato tutti, ma la mia pena è arrivata al termine.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E di nuovo la libertà! Libertà?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono finite le mie “vie dei grandi convogli”. Ma io ho continuato a sentire la nostra vita come un grande Lager, grande come tutto il nostro paese.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Con sorprendente successo abbiamo distrutto fino alle fondamenta il vecchio tradizionale sistema di vita, e abbiamo costruito il sistema dei lager.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E il gergo del lager, e la sfiducia reciproca, e il principio morale: “Prendi tutto quello che è mal custodito”  e “Picchia l’altro, finché non ha avuto il tempo di picchiare te”. E ancora – parassitismo bestiale: “Diranno quel che occorre; daranno quel che occorre; manderanno dove occorre; decideranno come occorre… Taci! Aspetta! In caso estremo – chiedi. E sii grato!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;«Sii grato per tutto! Sempre “grazie”!».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Grazie al grande Stalin…”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Grazie al caro partito…”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Grazie al caro collettivo perché ci ha allevato e preservato…”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Grazie per la nostra infanzia felice!”. “Grazie per la nostra allegra gioventù!”. “Grazie per la nostra vecchiaia materialmente assicurata!”. (Vien voglia di dire: “Grazie per il posto nel cimitero”, ma questo al posto tuo lo diranno i parenti).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Grazie!”?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando invece ogni uomo ha diritto a tutto questo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando invece ogni uomo è una <em>persona</em>. Irripetibile!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono passati più di sessanta anni dall’epoca della mia condanna “per propaganda e agitazione controrivoluzionaria”, ma anche adesso sono pronto a condurre la stessa “agitazione” in nome della vera libertà e dell’emancipazione della persona.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E, in fede mia, sono pronto a percorrere di nuovo, se questo ci aiuterà, LE TAPPE DI UN GRANDE CAMMINO.</span><br />
&nbsp;<br />
 ⇨ <span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/04/15/1-le-vie-dei-grandi-convogli-di-vaclav-janovic-dvorzeckij/" target="_blank"><strong>[1] LE VIE DEI GRANDI CONVOGLI di Vaclav Janovič Dvoržeckij</strong></a></span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:16pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>NOTE</strong></span><br />
&nbsp;</div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/18/2-le-vie-dei-grandi-convogli-di-vaclav-janovic-dvorzeckij/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		<enclosure url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Shostakovich-Cello-Piano-Sonata-Op.40.1.-Rostropovich-1962.mp3" length="5238732" type="audio/mpeg" />

		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38764</post-id>	</item>
		<item>
		<title>[1] LE VIE DEI GRANDI CONVOGLI di Vaclav Janovič Dvoržeckij</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/15/1-le-vie-dei-grandi-convogli-di-vaclav-janovic-dvorzeckij/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/15/1-le-vie-dei-grandi-convogli-di-vaclav-janovic-dvorzeckij/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 14:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Tellini]]></category>
		<category><![CDATA[Dmitrij Dmitrievič Šostakovič]]></category>
		<category><![CDATA[il teatro del Gulag]]></category>
		<category><![CDATA[LE VIE DEI GRANDI CONVOGLI]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[PCUS]]></category>
		<category><![CDATA[Stalin]]></category>
		<category><![CDATA[Vaclav Janovič Dvoržeckij]]></category>
		<category><![CDATA[Vsevolod Ėmil'evič Mejerchol'd]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=38120</guid>

					<description><![CDATA[Dmitrij Dmitrievič Šostakovič [1906-1975] Opus 107 Cello Concerto No. 1 in E flat major [1959] Moderato Introduzione, traduzione e cura di ⇨ Anna Tellini Noi non eravamo terroristi, anarchici: noi leggevamo &#160;&#160;&#160;&#160;&#160;Cinque ragazzi di 18-19 anni si riunivano la sera per leggere ad alta voce Hegel, Schopenhauer, Spencer, I demoni. Per parlare di libertà di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;"><center></p>
<div style="width:502px;">
<table style="border:1px solid #ffffff;"  align="center" width="502" border="0" cellspacing="2" cellpadding="2" bgcolor="#ffffff" style="border:3px solid #ffffff;">
<tbody>
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;"><center><iframe src="https://player.vimeo.com/video/22343776?autoplay=1&#038;loop=1&#038;color=ffffff&#038;title=0&#038;byline=0&#038;portrait=0" width="500" height="398" frameborder="0" webkitallowfullscreen mozallowfullscreen allowfullscreen></iframe></center></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p></center><br />
<center></p>
<div style="width:270px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-38120-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Shostakovich-Concerto-per-violoncello-Nr-1-2-mv.mp3?_=2" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Shostakovich-Concerto-per-violoncello-Nr-1-2-mv.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Shostakovich-Concerto-per-violoncello-Nr-1-2-mv.mp3</a></audio></div>
<p><span style="color: #000000; font-size:10pt;"><strong>Dmitrij Dmitrievič Šostakovič</strong> [1906-1975]<br />
<em>Opus 107 Cello Concerto No. 1 in E flat major</em> [1959] Moderato</span></center></p>
<p align="center"><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Introduzione, traduzione e cura</em><br />
di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/anna-tellini/" target="_blank"><strong>Anna Tellini</strong></a></span></p>
<p align="right"><em><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Noi non eravamo terroristi, anarchici: noi leggevamo</span></em></p>
<p><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cinque ragazzi di 18-19 anni si riunivano la sera per leggere ad alta voce Hegel, Schopenhauer, Spencer, <em>I demoni</em>. Per parlare di libertà di pensiero; di libertà di coscienza, di parola e di stampa. Nessun programma, nessun piano.</span> <strong><span id="more-38120"></span></strong><br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fu per questa via che Vaclav Janovič Dvoržeckij, futuro attore di teatro, e poi di cinema e  televisione, entrò a far parte di quella disfunzionale setta di refrattari che per alcuni decenni affollarono – involontariamente, certo – i campi del Gulag sovietico.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Frutto dell’inesausta selezione staliniana, i lager raccoglievano – è Dvoržeckij a sostenerlo, in una delle sue ultime interviste – le persone migliori del paese, il fior fiore della scienza, la maggior parte dell’élite creativa, nonché una “enorme concentrazione di onestà, coraggio, bontà e libertà”. Distaccare questo resto inammissibile e inassimilabile  &#8211; puro scarto di non appartenenti – dalla comunità dei nominabili rientrava, come si sa, nelle procedure previste dall’”utopia modernizzante di un’ingegneria sociale purificatrice e civilizzatrice perfettamente controllata” (N. Werth). Di questo principio precario, debole e indocile, in cui rientravano a buon diritto anche i settari, che sopportavano senza opporsi, con l’entusiasmo dei fanatici, tutte le sofferenze, e morivano infine come andassero in paradiso, di questo fuori-potere gli intellettuali erano probabilmente i più inadeguati, inadatti com’erano a un lavoro fisico pesante, e per giunta vulnerabili spiritualmente.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di contro, è proprio il lager a svelare al diciannovenne Dvoržeckij la sua piena adeguatezza, la sua capacità di ribaltare l’orrore.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Intanto, individuato nel corpo il sito di una possibile linea di resistenza, a dispetto delle circostanze stridenti egli ne veglia l’igiene e l’efficienza.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Rifugge la disperazione.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pianifica costantemente la fuga.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Soprattutto, rischiara il caos con la passione dell’assurdo: “Il mio destino – sosterrà molti anni dopo – mi pare abbia preso una piega eccezionalmente felice. Là ho osservato molto, molto ho visto e compreso”. <em>Là</em> Dvoržeckij percepisce la misteriosa circolazione tra i differenti livelli di un’esistenza che pare aver congedato ogni senso. <em>Là</em> ha inizio la sua biografia scenica: “Io sono attore. Sempre, ovunque e in tutto: un attore. Di nascita, per vocazione. Dovunque io sia stato, di qualunque cosa mi sia occupato, quel che mi circondava l’ho sempre recepito in un modo particolare”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il lager gli insegna gli elementi fondamentali del “sistema”: intuizione ferma, attenzione e concentrazione piena. E lo straniamento: “A tutto quel che mi accadeva io guardavo per così dire <em>a parte</em>”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Occorreva sviluppare una ricca immaginazione, una solida fede interiore e avere un grande <em>supercompito</em>, per sopportare quel che ha sopportato… Senza contare che la capacità di osservare, ascoltare, ricordare e immedesimarsi lo aiutarono nel concreto delle situazioni: all’occorrenza, entrando in una baracca sconosciuta Dvoržecki poteva, utilizzando brani di conversazioni sentite, possedendo alla perfezione il gergo della malavita, improvvisare l’<em>étude</em> “io sono dei vostri, sono un capo”…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Di fatto, le sue memorie sono per così dire non tanto scritte, quanto dette dalla scena: una sorta di monologo, appassionato e a tratti pensoso, tramato di discorso diretto e di dialoghi, talvolta con se stesso. Non prosa, ma drammaturgia: un minimo di didascalie, un massimo di repliche (Lazar Šereševskij).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Infine, un’annotazione. A differenza di Solženicyn, per troppo tempo incarnazione simbolica del <em>lagernik</em>, quasi interprete unico di tutte le altre vittime, o di Nadežda Mandel’štam, che scrissero sostanzialmente <em>per l’Occidente</em>, i massimi scrittori non conformisti sovietici preferivano rapportarsi al lettore patrio. Šalamov, ad esempio, pensava che puntare sull’opinione pubblica occidentale fosse cosa profondamente amorale, indegna di uno scrittore russo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Anche Dvoržeckij fa qui un discorso tutto interno, che mira evidentemente a un disegno di autorigenerazione non modellata su valori altrui, né da altri supportata. Il che non gli impedirà, dopo aver sollecitato i detenuti a combattere con i “liberi” contro il nazismo, di apporre una chiusa piuttosto amara alle sue memorie, né tantomeno di rilevare – nell’intervista di cui si diceva – come, una volta liberato, avesse trovato all’intorno “la stessa <em>zona</em>, solo di dimensioni maggiori, e con un numero minore di persone eccellenti…”.</span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Vaclav Janovič Dvoržeckij (1910-1993), di famiglia nobile, subisce un primo arresto nel 1929, con relativa condanna a 10 anni di detenzione.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un secondo arresto, questa volta con condanna a 5 anni, interviene nel 1941.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Padre di Vladislav e di Evgenij, attori anch’essi, debutta nel cinema a 56 anni.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E’ riabilitato – ma solo dalla prima condanna – a un anno dalla morte.</em></span><br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size:15pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>Vaclav Janovič Dvoržeckij<br />
LE VIE DEI GRANDI CONVOGLI</strong></span> </p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Capitolo X: Medvežka</strong></span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Il teatro dei servi della gleba all’epoca del lavoro forzato</em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Carelia. Città di Medvež&#8221;egorsk. 1933. Qui c’è la direzione del BBK NKVD: canale del Mar Bianco – Mar Baltico del Commissariato del popolo agli Affari interni. La “tenuta” centrale. La città di per sé è piccola, ma la “tenuta” è un territorio enorme, edificato con uffici, depositi, offcine, baracche, cucine, magazzini munizioni e viveri, bagni, palazzine dei capi. E proprio qui c’è l’edificio del TEATRO.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un vero teatro, grande, confortevole! Una scena magnificamente attrezzata, sala, foyer, servizi dietro le quinte &#8211; tutto! Anche la troupe è una vera troupe, grande, professionale: un direttore, un regista principale, amministratori, registi, attori, cantanti, artisti del balletto, musicisti, scenografi: tutti detenuti. Anche gli spettatori lo sono. A dire il vero, le due prime file sono separate per i liberi salariati, e i due palchi laterali sono per i capi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel lager niente sorveglianti, niente scorta. Una tenuta centrale modello, “libera” e… il regime duro.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli attori alloggiano in una baracca a parte, tutti insieme. Le attrici separatamente, nella zona femminile. Ordine esemplare. Per qualunque infrazione al regime o la cella di rigore, o la traduzione ai lavori comuni. Muoversi sul territorio è vietato. E’ permesso recarsi in un ordine organizzato al lavoro: a teatro e ritorno. Si mangiava in baracca. Il comandante destinava dei piantoni, che insieme agli uomini di servizio portavano nelle marmitte il cibo e subito lo distribuivano. Mattina, pomeriggio e sera. Anche il pane lo portavano loro: le “razioni”. Poi nella mensa dell’ITR</span>  <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">era individuato il luogo e il momento per “la nutrizione” degli artisti. Non ci si metteva in fila fuori per l’”appello” comune; era l’uomo di servizio del lager ad entrare nella baracca ogni mattina e a ricontare tutti. Avere rapporti coi “liberi” era vietato. I contatti coi detenuti delle altre baracche erano ammessi solo per esigenze di servizio  sotto la responsabilità del caposquadra (il regista), con il permesso del comandante. Non c’era steccato o zona reticolata. Il servizio di guardia e il controllo del rispetto del regolamento si notavano poco, ma erano organizzati alla perfezione.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;C’erano anche gruppi di baracche nelle zone chiuse, con vedette e sorveglianza.  Anche in bagno si andava in modo organizzato, seguendo un grafico. Il settore approvvigionamento aiutava il teatro con l’organizzazione degli spettacoli. La dirigenza principale (“Ministero della Cultura”) era nel KVO (sezione educativo-culturale), un cui rappresentante presenziava sempre alle prove, come anche quello della “terza parte” – un plenipotenziario operativo dell’NKVD.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nella baracca per gli attori, in cui alloggiavano fino a cento persone, trovavano posto anche i lavoratori della redazione del giornale “Perekovka”</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Tra di loro c’erano persone straordinariamente interessanti: letterati, filosofi, scienziati. Mi è rimasto impresso in modo particolare l’artista Vasilij Vasil’evič Gel’mersen, ex bibliotecario dello zar, un vecchietto piccolo, magrolino, sui 90, sempre sorridente, affabile, spiritoso, energico. Un tempo membro onorario di varie accademie straniere, Gran Maestro, dottore in filologia, possedeva liberamente molte lingue straniere, conosceva in modo sbalorditivo  la storia di tutti i tempi e di tutti i popoli, poteva citare a memoria per ore capitoli della Bibbia, declamava Deržavin, Puškin, Blok e per di più  ritagliava dalla carta nera delle silhouette stilizzate dall’<em>Evgenij Onegin</em>: Tat’jana, Ol’ga, Lenskij… ad occhi chiusi! Si trovava nei lager dal 1920&#8230; Era stato alle Solovki.</span> <br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Reclutare qualcuno per il teatro era possibile solo col permesso del comandante del lager, su istanza del regista e dell’ispettore del KVO. Gli spettacoli erano di alto livello.  Le scenografie erano costruite in modo eccellente, si cucivano dei costumi degni di questo nome, di buona fattura, sulla base degli schizzi di un artista. L’illuminazione, come in qualunque teatro della capitale, era sotto la guida di specialisti di alta qualificazione. E tutti gli altri elementi, come i campanelli, il gong, il sipario, le ouverture, e il resto, tutto era autentico, come in un teatro “libero”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il rigoroso direttore del teatro, Kachidze, abitava a parte, nella baracca dell’ITR  e mangiava in mensa. Correlazione con la dirigenza: il repertorio, il rifornimento, le “missioni”, la composizione della troupe, i premi, le sanzioni, tutto era nelle sue mani. Il direttore poteva mandare qualunque attore nella squadra ai lavori comuni, poteva intercedere per la concessione di un colloquio con i familiari, permettere di inviare una lettera in più liberamente  (era concessa non più di una lettera ogni due mesi), richiedere la diminuzione della pena o la liberazione anticipata di un lavoratore  del teatro. (Naturalmente, questo poteva riguardare solo i condannati per gli articoli comuni e accessori. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;All’articolo 58</span>   <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">non era mai applicata nessuna agevolazione).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci sono stati dei casi eccezionali, quando lo stesso direttore del BBK Rappoport personalmente, dimostrativamente, alla presenza di molti testimoni ha dato disposizione di ridurre il periodo di reclusione a qualche eminente specialista. Quali siano stati i risultati definitivi non si sa, ma ciò ha prodotto su tutti gli astanti un’impressione molto forte. Mentre per quanto concerne l’”elemento socialmente vicino” – ladri e prostitute, Rappoport molto spesso ordinava di liberare un “lavoratore d’assalto”, una “lavoratrice d’assalto del Grande cantiere” come “emendatisi prima del termine”. Su questo immediatamente si facevano uscire “giornali murali”, “titoli strillati”, e i giornali “Perekovka” e “Zapoljarnaja perekovka” ospitavano i ritratti dei lavoratori d’avanguardia, che il giorno prima con un consapevole lavoro d’assalto avevano meritato la libertà! La patria li aveva perdonati! Che tutti prendano esempio da loro! Il lavoro è una questione d’onore!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Anche a teatro, nei “concerti”</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> (ed erano frequenti), celebravano questo avvenimento. Mentre al cantiere gli istruttori del KVO organizzavano un meeting. Si esibivano i “liberati” e da un pezzo di carta leggevano “discorsi infiammati”, tipo: “Ho rubato per tutta la vita, non sono sgattaiolato via dalle carceri e così: grazie al potere Sovietico, grazie al compagno Stalin, che mi hanno insegnato a lavorare onestamente e a diventare un uomo utile. Ho deciso di restare nella mia cara brigata ancora  un mese per dimostrare a tutte le canaglie, ai nemici del popolo, che nessun loro sabotaggio impedisce a noi, classe operaia, di realizzare il piano con successo e portare a termine il grande cantiere del comunismo   &#8211; il nostro caro Belomorkanal [canale del Mar Bianco – Mar Baltico <em>N.d.T</em>.]! Chiamo tutti a non perdere di vista la vigilanza e a smascherare i sabotatori, che anche qui si sono annidati e vogliono mandare a monte i nostri piani. Viva il compagno Stalin! Viva il nostro direttore del cantiere, compagno Rappoport!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non lontano dal teatro si trovava una casa a due piani: l’”albergo”. Là si fermavano i forestieri, e là portavano i reclusi per un’ora, un giorno, una settimana – quel che avrebbe autorizzato la dirigenza. Per incontrare l’attore di operetta Armfel’d è venuto da Leningrado Jurij Michajlovič Jur’ev, famoso attore dell’Aleksandrinka</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. E’ rimasto una settimana intera. Entrare nella baracca degli attori non gli era permesso. Ogni giorno conducevano Armfel’d all’appuntamento. A quanto pare, Jur’ev non ha frequentato anche gli spettacoli. Tutti sapevano che era qui, ma nessuno è riuscito a vedersi con lui, eppure Rachmanov, Svorožič e Litvinov erano suoi buoni conoscenti. Anche Aleksej Grigor’evič Alekseev, direttore artistico, conosceva bene Jurij Michajlovič. Alekseev abitava insieme a tutti nella baracca comune, mangiava anche insieme a tutti,  ma spesso riceveva pacchi da Mosca, si distingueva sia per il vestiario che per il comportamento. Non era “accessibile a tutti”, non  ammetteva rapporti da “amiconi”, nè bestemmie, scurrilità e villanie. Era un regista colto, fine, intelligente e di talento. Di solito gli “abitanti della baracca degli attori” discorrevano poco dell’articolo [in base al quale erano stati condannati, N.d.T] e del periodo di pena. Era noto che tra gli attori non c’erano né ladri, né assassini. C’era l’art. 58 e la pena di 10 anni. Tutti giudicati dalla “commissione speciale”</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">, tutti nell’identica situazione, e le sfumature del caso personale, del “foglio matricolare”, i “punti” non hanno alcun significato. Punto 6: spionaggio; 8: terrore; 10: agitazione; 11: organizzazione; 12: mancata delazione.  E’ noto che non c’era niente di questo, e questo non stupiva nessuno. C’era ancora semplicemente il 58: “corruzione dell’armata e della flotta”. Era comico, dato che si riferiva a peculiarità fisiologiche o ad anomalie biologiche, e più precisamente agli omosessuali. In teatro queste persone non si distinguevano in niente dalle altre, solo, probabilmente, subivano di più per sorrisetti d’occasione e allusioni prive di tatto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Spesso partivamo  con  i “concerti” per zone lontane. Partivamo col treno per Belomorsk, Segeža, Sosnovec e perfino Kem’, benché là ormai non ci fosse un canale, ma una base di trasbordo, una base di legname. In treno andavamo senza scorta, accompagnati dal plenipotenziario operativo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per tutta la linea ferroviaria – una sorveglianza occulta. Acchiappavano i fuggiaschi. Gli <em>zeki</em></span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> sono visibili da lontano: rapati, magri, puzzano di zolfo. In treno il controllo e la verifica da Murmansk a Petrozavodsk è incessante, non te la svignerai, e da qualunque parte – continuamente dei lager – dove nascondersi? Dei delinquenti sono scappati. Li hanno acchiappati, percossi, fatti ritornare. Se invece scappava un 58 lo fucilavano, appendevano il “ritratto”: un ammonimento. E per quelli che dormivano sul tavolaccio accanto ai fuggitivi – cella di rigore, cella di isolamento, inchiesta, supplemento di pena per “collaborazione”, per “mancata delazione”. Avevamo paura. Ci sorvegliavamo l’un l’altro… Se scappavi dalla squadra – tutta la squadra in cella di rigore. Responsabilità! Ordine!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E’ venuto Gor’kij, Aleksej Maksimovič. Quel giorno la brodaglia fu senza cavolo marcio e rassettarono i letti nelle baracche. Ma lui non è andato da nessuna parte. Al meeting al cantiere fece un intervento proprio qui, accanto all’ultima chiusa, accanto al golfo di Povenec. Ha pianto. Per la commozione…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Parlava di grande entusiasmo, della trasformazione della natura, di accerchiamento capitalistico, di emulazione socialista, del fatto che il lavoro nobilita.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli attori hanno declamato <em>La procellaria</em>, e tutti gridavano: “Gloria a Stalin!”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non è venuto, Gor’kij, nemmeno in teatro: dicevano che fosse partito per Apatity o per le Solovki… Ma in teatro per lui avevano preparato un programma speciale con brani dagli spettacoli <em>La madre</em> e <em>Egor Bulyčëv</em>, con <em>Il canto del falco</em>, ma poi questo programma è andato in scena anche senza di lui. Nell’introduzione si diceva: “E’ dedicato al grande scrittore proletario”, e la sala sempre piena urlava “Gor’kij urrah!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo spettatore era bravo, diretto, avido, affamato di spettacoli, multiforme e insaziabile.  Bisognava vederla questa “babele”! In genere molti erano a teatro per la prima volta. Tutte le repubbliche sovietiche, dell’Unione e autonome. Tutte le età. Tutti gli articoli del codice penale.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Va in scena lo spettacolo <em>Anche il più saggio ci casca</em></span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. La sala reagisce tempestosamente. Con inverosimile entusiasmo sostiene Glumov! Fischi, risate fragorose, esplosioni di risate, e all’improvviso… silenzio totale… Meraviglioso spettatore!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli spettacoli del “teatro dei servi della gleba” a Medvežka erano sempre una festa, sia per gli spettatori che per gli attori.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco i cognomi (l’elenco è ben lungi dall’essere completo) di coloro che nel 1933-34 lavoravano a Medvežka:</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 50px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Direttore artistico</em>: Aleksej Grigor’evič Alekseev.<br />
<em>Direttore</em>: Kachidze.<br />
<em>Attori</em>: Nikolaj Parfent’evič Litvinov, Konstantin Grigor’evič Svorožič, Rachmanov, Viktor Remarovič Armfel’d, Vasilij Il’ič Lichačëv, Michail Filippovič Nadol’skij, Michail Vasil’evič Subbotin, Michail Markovič Ančarov, Ivan Efimovič Bogoslovskij, Nikolaj Romanov, Ivan Bomčinskij, Michail Molodjašin, Leonid Molodjašin, Ivan Nikolaevič Rusinov, Vladimir Fëdorovič Peleckij, Vaclav Janovič Dvoržeckij, Nikolaj Alekseevič Volynskij, Igor’ Sergeevič Alander, Dmitrij Petrovič Polkovnikov, Vasilij Aref’evič Mazenkov.<br />
<em>Attrici</em>: Marija Ivanovna Garčinskaja, Zinaida Aleksandrovna Malachova, Nina Bržozovskaja.<br />
<em>Artisti del balletto</em>: Georgij P. Tamancev, Leo Zass, Fëdor Polujanov, Vadim Kozin, Rybakov, Grivkov, Vejs, Dukstul’skij, Pšibyševskij, Frejdman.</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Questo teatro era anche per così dire “di corte”. Molto spesso venivano degli “ospiti”. Molti capi del GULAG, il governo, commissioni varie, corrispondenti, e perfino degli stranieri capitavano.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I capi del BBK ostentavano tutte le “bellezze del luogo”, compresa la principale: il teatro. Per rappresentanza abbigliavano gli attori in modo conveniente, e tutto aveva un’aria “comme il faut”! Provavamo <em>L’intervento</em> e<em> La rottura</em>, recitavamo <em>Il treno blindato 14-69</em> e <em>La riforgiatura</em></span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> ecc., e inoltre concerti dell’orchestra sinfonica, arte vocale e divertissement.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel marzo 1934  a partire dalla compagine della troupe fu formata una brigata culturale, con alla testa l’ex regista del MChaT2</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> Igor’ Alander, per una spedizione nel nuovo cantiere del BBK – la stazione idroelettrica di Tuloma. Così ebbe inizio un nuovo teatro, il teatro sulla Tuloma, “Tu-Teks”, come lo chiamavano per scherzo gli attori, “Tulomskaja Teatral’naja Ekspedicija” (Spedizione teatrale della Tuloma).  </span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Capitolo XI: la Tuloma.</strong><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La Tuloma è un fiume nella penisola di Kola, non lontano da Murmansk, stazione Kola, villaggio Murmaši. Il cantiere è a quaranta chilometri dal villaggio, non c’è strada.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La prima impressione: molta gente. Moltissima! Centinaia di migliaia. Costruiscono baracche, alloggiano in grandi tende disposte dappertutto. Cucine da soldati, da campo, piccoli vagoni per i capomastri, i dirigenti, una nuova grande casa appena costruita per il direttore del lager. Tutto questo su un terreno tutto buchi, come impennato, di massi e di ceppi, in un’enorme gola tra rocce e pini radi, vicino a un fiume freddo, rapido. Si costruisce un lager.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La prima estate passò interamente nella costruzione degli alloggi. Lavoravamo tutti. Ma erano richiesti interventi della brigata culturale per “sollevare lo spirito”. C’era qualcosa del repertorio pronto: letture, l’armonica, canto, chitarra, ma qualcosa  bisognava prepararlo d’urgenza “sul materiale del posto”. Per la preparazione davano dapprima un giorno a settimana, poi due. Scrivevamo e provavamo in una tenda, di materiale riforniva  l’ispettore della KVČ</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Ci si esibiva all’aria aperta, su un palcoscenico provvisorio, se il tempo lo permetteva.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Estate. Zona artica. Fa luce a lungo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Verso l’inverno già si traslocò in una baracca, e il club era pronto, ma faceva un freddo tremendo. Gli spettatori siedono con le giubbe, i cappelli, pestano i piedi – si scaldano. Il vapore di centinaia di respiri  e il fumo della cattiva stufa si alzano al soffitto, c’è nebbia in sala; le deboli lampadine illuminano timidamente, come in un bagno a vapore. Sulla scena non c’è nessuna luce : ardono delle lampade, ma lo stesso non si vede niente. Davamo un vaudeville. L’attrice con l’abito scollato si congelò i capezzoli  (poi ci furono degli ascessi). La temperatura sulla scena arrivava a 20 gradi sottozero (in strada meno 35 e tormenta). E l’indomani al lavoro, allo sterro, a scavare la roccia, a portare le carriole.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gelo, tormenta, notte polare, falò per illuminare e scaldare. Caricare, trasportare è ancora tollerabile, ti muovi, ci si può riscaldare, ma ecco la trivellazione: è molto difficile. Sei accovacciato, tieni in mano la trivella-scalpello (è una verga d’acciaio lunga un metro, a forma di esaedro, come un piccone, affilato in punta), la tieni nelle manopole, certo, verticalmente, mentre il compagno colpisce con una grande mazza questa trivella: tu giri, e lui colpisce. Le mani intirizziscono. Poi tu vuoti con un apposito “cucchiaino” la polvere dal buco, e di nuovo colpisci ancora, finché il buco non diventerà profondo mezzo metro. Così facevano i “trivelli” nella roccia, per poi caricarci l’ammonale e far brillare. Tutto il giorno caricano nelle carriole e portano via le pietre, quelle grandi le spezzano con la mazza, e dopo il cambio fanno brillare i “trivelli” preparati nella giornata. L’indomani di nuovo tutto daccapo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il profondo scavo per la deviazione delle acque l’hanno fatto in due anni. Ma poi divenne difficile portar fuori gli strati. La carriola è pesante, le passerelle strette, su una sola tavola, si scivola, la carriola salterà via, si ribalterà, e tu dietro di lei… Ma qui c’è la “norma”. Il computista annota tutto: se la norma non è realizzata, non riceverai la razione piena. Per gli attori la “norma” è la metà. E lavoravamo solo tre, ma anche due giorni a settimana (ecco qual è la gioia!).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci sono moltissimi operai nello scavo – un formicaio! Il terzo anno ci fu un crollo. Alcune migliaia di uomini restarono sotto i rottami, sei mesi dopo li disseppellirono, li estrassero a pezzi. Spiegarono agli zeki: “Sabotatori! Dappertutto sabotatori!”. E ancora: “Le grandi imprese non mancano di vittime!”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fucilarono l’ingegnere capo. Fecero venire un nuovo convoglio sotto scorta. Il lavoro continuò.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La maggior parte dei reclusi erano non russi: uzbeki, tadžiki, karakalpaki, moltissimi basmači</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. D’altronde, chissà perché, ritenevano tutti i non russi dei basmači… I delinquenti, come sempre, lavoravano male, i contadini, come sempre, lavoravano bene. La zona</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> si trovava lontano oltre il bosco, e non era permesso avvicinarcisi – sparavano.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il primo anno, finché non ci fu il club, trasportavano la cultbrigata nelle filiali del lager vicine, “in tournée”. Una volta eravamo a Kem’. Là avevano appena portato un convoglio di “cannibali” dall’Ucraina</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Donne di tutte le età, selvagge, semifolli, magre o gonfie, cupe, silenziose. Si diceva che ci fossero quelle che avevano divorato i propri figli. Come se ragionassero così: “O moriremo tutti, o io sopravviverò e genererò di nuovo…”. Ne portarono molte.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Là, a Kem’, subito scomparve il chitarrista della cultbrigata. Dopo due ore lo trovarono nella baracca femminile… Lo avevano violentato. Giacque in ospedale per due settimane, proprio là, a Kem’.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Anche sulla Tuloma succedevano dei “portenti”. Ora si rinverrà una ragazza appesa a un ramo per i piedi, la gonna legata sulla testa, e là è pieno di sabbia e schegge. Ora un ragazzo nudo nel sottotetto, il ventre massacrato, imbottito di stracci, aveva cominciato a puzzare. Alle carte i delinquenti perdevano, “punivano”, una volta persero perfino l’appartamento del direttore del lager’</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Nessuna guardia venne in aiuto – di notte svaligiarono l’appartamento. Anche le prostitute “lavoravano”, nessun ufficio di amministratore poteva farvi fronte, nessuna cella di rigore era di aiuto. Una ragazza in qualche modo si preparava alla libertà, decise di “arrotondare”, si organizzò nella toilette ai margini della zona. Prendeva cinquanta copeche o un pacco di <em>machorka</em></span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Quando la arrestarono c’erano già dieci pacchi di <em>machorka</em> e 15 rubli.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E la bestemmia! Una costante, quotidiana ingiuria… Parolacce sporche erano la normale lingua del lager’. Il gergo della malavita, i modi, sono un tremendo contagio per tutti i reclusi. L’atmosfera del lager “tirava dentro” tutti! Era difficile preservare se stessi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il rapporto quotidiano, prolungato con i criminali, i delinquenti, la feccia depositava invincibilmente un’impronta anche su persone beneducate, colte, intellettuali.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il teatro in verità condusse una battaglia ininterrotta contro questa bruttura – per la cultura, per la bellezza! Era incredibilmente difficile preservare quest’”oasi”. Ma ancor più difficile rendere il teatro finalizzato e combattivo. Da una parte    è complicato  trovare un linguaggio comune con gli spettatori, per essere comprensibili e accettati, e dall’altra c’è l’incessante e meticoloso controllo del KVČ e del plenipotenziario, che tentava di mantenere il teatro in un “certo alveo”. Bisogna considerare anche il contingente: all’incirca 10% di criminali – recidivi – lo strato più influente e corruttore, 10% di intellighenzia – la parte più isolata e oppressa, e 80% di “sgobboni” – contadini analfabeti e “minoranze nazionali”. Per giunta nella stessa troupe del teatro c’erano solo 15 attori e intellettuali, gli altri erano criminali anch’essi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non sempre si riusciva a superare le abitudini, i modi, le “complessità” del linguaggio dei nostri artisti dilettanti. Una volta in <em>Chirurgia</em> di Čechov l’interprete del ruolo del dottore “fece un errore di lingua”, suscitando la reazione entusiasta degli spettatori. Cavando un dente al Sagrestano, doveva dire: “Questo, fratello, non devi leggerlo nel coro!”. Ma l’attore a voce alta e con temperamento esclamò: “Questo, troiona, non devi leggerlo nel poro!”</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Tuono di applausi! I marinai nella scena di massa de <em>La rottura</em> bestemmiavano furiosamente! Era molto organico…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Girare per il lager di sera era  pericoloso. Dopo gli spettacoli accompagnavamo le attrici insieme al comandante. E… tuttavia non preservammo la nostra Julija! Era una meravigliosa, tenera, bella studentessa diciottenne di Leningrado. I genitori, “nemici del popolo”, li avevano fucilati, e lei l’avevano deportata nel lager – né articolo, né termine, una specie di libera-deportata, una specie di reclusa. L’avevamo presa con noi. Era arrivata senza bagaglio, con un cappottino leggero… cappello, scarpette, guanti, borsetta. Julija Jacevič. Era con noi da due anni. Provava, interpretava delle parti, ma non poteva in nessun modo liberarsi del trauma, non poteva abituarsi alla situazione. Ai lavori comuni non la mandavano. Noi la proteggevamo e salvaguardavamo in ogni modo. Ma non ci riuscimmo… La violentarono dieci canaglie: l’avevano persa a carte. Di notte dalla zona femminile la trascinarono imbavagliata nel cortile (le altre donne videro tutto, avevano paura di suonare l’allarme!).  La mattina la scoprirono priva di conoscenza, dietro le cataste di travi… In ospedale dopo una settimana si impiccò. Con un fazzoletto da testa alla spalliera del letto. La portarono nella discarica. Così non la vedemmo… Cara Julija.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco, in questa situazione si mettevano in scena gli spettacoli. Il club diventò più caldo, anche se come prima gli spettatori sedevano in sala vestiti. Misero a punto l’illuminazione. Si costruivano autentiche scenografie. Si aggiunsero molte persone di talento: musicisti, scenografi, letterati, attori.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco l’elenco degli attori e dei collaboratori del teatro del cantiere della Tuloma GES BBK NKVD (anni 1934-1937).</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 50px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Direttore artistico</em>: Igor’ Sergeevič Alander.<br />
<em>Regista, attore</em>: Vladimir Fëdorovič Peleckij.<br />
<em>Attori</em>: Nikolaj Alekseevič Volynskij, Vaclav Janovič Dvoržeckij, Vasilij Aref’evič Mazenkov, Dmitrij Petrovič Polkovnikov.<br />
<em>Maestro di ballo</em>: Georgij P. Tamancev.<br />
<em>Artisti del balletto</em>: Leo I. Zass, Fëdor Polujanov.<br />
<em>Attore, regista</em>: Nikolaj Ivanovič Gorlov.<br />
<em>Attori</em>: Panna Ivanovna Vremenskaja, Marija Ivanovna Garčinskaja, I. N. Čečel’nickij, A. D. Volodčenko, V. I. Kasjukov, Julija Ju. Jacevič, Z. I. Galibina, N. V. Starostina, L. V. Grozmani, A. Kločkov, G. A. Tartakov, L. A. Michajlova, N. M. Rassadina, V. A. Kulikov, I. O. Fingrut, V. A. Bogdanov, E. G. Gruznova, I. A. Romanovič, P. P. Suslova.<br />
<em>Direttore dell’orchestra a fiat</em>i: V. A. Suchodol’skij.<br />
<em>Pianista, compositore</em>: N. P. Zabelin.<br />
<em>Scenografo</em>: Z. I. Chajkin.<br />
<em>Chitarrista</em>: P. V. Korčakovskij.<br />
<em>Pianista</em>: V. N. Kurnykov.<br />
<em>Scenografo</em>: B. A. Varn-Ekk.<br />
<em>Altri collaboratori del teatro</em>: I. A. Černjaev, S. Cejtlin, S. M. Kotikov, V. Z. Eršov, I. M. Sabirov, A. G. Nesterov, M. S. Bukatov, A. M. Rabinovič. </span></p>
<p> &nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Producevamo un nuovo spettacolo all’incirca ogni due mesi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco il repertorio del teatro del cantiere della Tuloma GES dall’aprile 1934 al giugno 1937:<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Don Chisciotte, Avanti, tempo!, Il bambino degli altri, La lega meravigliosa, I soldati della Tuloma,  Afrodite, L’avocat Pathelin, Il principe Mstislav Udaloj, Platon Krečet, Colpevoli senza colpa, Slava, Vassa Železnova, La rottura, La locandiera</em>, e altre</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Vaudevilles</em>:<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Gli zigzag dell’amore”,”Quando appare una fanciulla”, “Il bravo soldato Švejk”, “L’amico segreto”, “L’uniforme”, “La strega”, “Il cappello verde”, “Il lilla persiano”, “Chirurgia”, “GTO”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E ancora decine di programmi da “concerto”: canti, danze, lettura, scenette, sketch, una presentazione costruita su temi locali di attualità.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il direttore del cantiere GES, Vladimir Andreevič Sutyrin, aiutava molto il teatro.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Bisogna ammetterlo, Sutyrin era una personalità eccezionale. Funzionario del partito con pratica prerivoluzionaria, nella guerra civile comandava una divisione, più tardi in altri tempi aveva guidato la RAPP</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Scrittore, poeta, drammaturgo, amico personale di Kiršon e Afinogenov, fu inviato negli organi dell’NKVD, in un cantiere del piano quinquennale. Si può immaginare come si rapportasse al teatro.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Presenziava sempre alla consegna degli spettacoli insieme al plenipotenziario dell’NKVD e al dirigente del KVČ, e talvolta compariva anche alle prove. Si avvertiva sempre il suo appoggio, il suo patrocinio (benché fosse proibito rivolgersi personalmente a lui, solo con una domanda scritta attraverso il dirigente del KVČ).<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mettevamo in scena gli spettacoli una volta la settimana, talvolta due, mentre “concerti” e singoli interventi nelle baracche li davamo quasi quotidianamente.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel lager esisteva il “sistema di competizione e lavoro d’assalto”… I “premi” per i vincitori erano attribuiti sotto forma di “consegna” di prodotti alimentari o di un nuovo “vettovagliamento vestiario”: scarponi, giubbotti militari, giubbe. Anche alla cultbrigata toccavano riconoscimenti e ricompense. Consegnavano “diplomi”, “libretti di lavoratore d’assalto”, registravano il cognome sulla “bacheca rossa”, collocavano il ritratto nella Bacheca dei lavoratori d’avanguardia, sul giornale “Zapoljarnaja perekovka”. Tutto come in libertà!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel dicembre 1935 morì Igor’ Sergeevič Alander, direttore del teatro. Si suicidò, gettandosi in un bacino di scarico delle acque. Aveva allora 32 anni. Uomo di talento, intelligente, bello, meraviglioso!  Tutti lo amavano. A Mosca aveva una famiglia, moglie e un figlio. Pare che all’inizio ci fossero delle lettere, poi però un lungo intervallo. Infine, dicono, ricevette la notizia che la moglie l’aveva rinnegato, aveva divorziato, si era sposata e aveva cambiato cognome al figlio. Tutto questo fu scoperto dopo, dopo la sua morte, ed era incerto, basato su delle voci. Per il teatro fu una grande perdita.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Regista principale divenne Nikolaj Ivanovič Gorlov. Era un “confinato-libero”,  ma viveva con tutti qui, nel lager, solo in un’altra baracca. Era regista e attore professionista. Mise in scena alcuni spettacoli di successo, gli attori lo rispettavano, ma Alander rimase nei cuori per sempre.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E qui capitò un’altra disgrazia: a tutti gli articoli 58 fu dato un supplemento di durata, abolirono cioè gli “sconti di pena”. Questa fu, come spiegarono, la risposta agli attacchi dei “nemici di classe”, dopo l’assassinio di Kirov nel dicembre 1934</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">. Allora, né più né meno, aggiunsero <em>due anni</em> a Dvoržeckij, Volynskij, Peleckij. Ad alcuni aggiunsero un anno, a qualcun altro un anno e mezzo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel periodo inquieto, in cui si avvicina la fine della pena, in cui ti prepari alla libertà – ogni giorno dura un anno, ogni ora e ogni minuto sono occupati dai pensieri su ciò che sarà. Come sarà? Dove andare? Che ne è di casa?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando disegni nella tua immaginazione i quadri della futura vita libera così a lungo attesa, di notte non dormi, di giorno non vedi l’ora – all’improvviso sei convocato dal plenipotenziario. Di corsa, con un sentimento di felicità… pronto ad abbracciare il mondo intero!<br />
&#8211;	Salve!<br />
&#8211;	Firmate.<br />
&#8211;	Dove? Qui? – ho firmato -. Di che si tratta?<br />
&#8211;	Leggete…<br />
&#8211;	“… su delibera della commissione dell’NKVD… togliere gli sconti… riconsiderare i periodi di reclusione… aprile 1937…”<br />
&#8211;	Non ho capito niente!<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ho capito.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cuore di ghiaccio: ancora due anni.<br />
&#8211;	Andate. Il prossimo!…<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco tutto. Passarono sei anni. Ho lavorato, atteso, sperato. Sul Vajgač</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> due anni di lavoro infernale tuttavia sono stati ripagati da tre anni di sconto. E qui, nella zona artica, ci sono stati gli sconti: un giorno per uno e mezzo. Dove sono mai tutti questi giorni, mesi, anni stentati, sofferti, calcolati uno a uno? Ancora due anni! Aspetta… ma non quattro, dunque, qualcosa tuttavia è rimasto?! Ecco quali pensieri, ecco quali sentimenti… Ma che fare? Bisogna andare a lavorare. E giudicare e ragionare di meno. Qualcuno “busserà”</span> <span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> – e toglieranno gli sconti residui.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Meno male che c’è il teatro. IO STESSO VOGLIO RESTARE IN QUESTO TEATRO, nella cerchia dei miei buoni amici. E meno male che non va peggio, che non sono ai lavori comuni pesanti, che è possibile occuparsi della cosa preferita ed aiutare con l’arte gli uomini a restare uomini, a mantenere o acquisire la dignità, a non abbrutirsi definitivamente,  a non trasformarsi in bestie! Ditemi se non è la felicità! E’ una missione sacra! Non bisogna tradire la causa cui si è chiamati dal DESTINO! Bisogna lavorare!<br />
&nbsp;<br />
<strong>La seconda parte con i capitoli XII E XIII uscirà lunedì 18 aprile 2011 alle ore 16</strong></span><br />
&nbsp;</div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/15/1-le-vie-dei-grandi-convogli-di-vaclav-janovic-dvorzeckij/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		<enclosure url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Shostakovich-Concerto-per-violoncello-Nr-1-2-mv.mp3" length="4797366" type="audio/mpeg" />

		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38120</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Vsevolod Ėmil&#8217;evič Mejerchol&#8217;d [28 gennaio 1874 &#8211; 2 febbraio 1940(?)]: LA MORTE È MEGLIO DI TUTTO QUESTO</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/10/23/vsevolod-emilevic-mejerchold-28-gennaio-1874-2-febbraio-1940-la-morte-e-meglio-di-tutto-questo/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2008/10/23/vsevolod-emilevic-mejerchold-28-gennaio-1874-2-febbraio-1940-la-morte-e-meglio-di-tutto-questo/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Oct 2008 15:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[A. M. Ripellino]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[Clara Strada Janovic]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[delitti]]></category>
		<category><![CDATA[Dmitrij Dmitrievič Šostakovič]]></category>
		<category><![CDATA[improvvisazione]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
		<category><![CDATA[speranza]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Vjačeslav Michajlovič Molotov]]></category>
		<category><![CDATA[Vsevolod Ėmil'evič Mejerchol'd]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/10/23/vsevolod-emilevic-mejerchold-28-gennaio-1874-2-febbraio-1940-la-morte-e-meglio-di-tutto-questo/</guid>

					<description><![CDATA[Quando gli inquirenti cominciarono ad applicare nei riguardi di me, inquisito, i loro metodi di azione fisica, aggiungendo ad essi il cosiddetto "attacco psicologico", l'una e l'altra cosa provocarono in me un terrore così mostruoso da mettere la mia natura a nudo fino alle radici.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">
<p align="center"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/mejerchold.gif" border="6" alt="" /></p>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:270px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-9986-3" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/dimitri-shostakovich-jazz-music-02-jazz-suite-no1-polka.mp3?_=3" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/dimitri-shostakovich-jazz-music-02-jazz-suite-no1-polka.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/dimitri-shostakovich-jazz-music-02-jazz-suite-no1-polka.mp3</a></audio>
</div>
<p></center></p>
<p align="center"><strong><small>Dmitrij Dmitrievič Šostakovič [1906-1975]<br />
Piccola Polka<br />
da Suite per orchestra jazz n. 1 op. 38b [1934]</small></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><strong> </strong><br />
<strong><em>2 gennaio 1940</em></strong>
</p>
<p style="padding-left: 90px">Quando gli inquirenti cominciarono ad applicare nei riguardi di me, inquisito, i loro metodi di azione fisica, aggiungendo ad essi il cosiddetto &#8220;attacco psicologico&#8221;, l&#8217;una e l&#8217;altra cosa provocarono in me un terrore così mostruoso da mettere la mia natura a nudo fino alle radici. I miei tessuti nervosi si dimostrarono vicinissimi al rivestimento cutaneo e la pelle si dimostrò delicata e sensibile come quella di un bambino; gli occhi furono capaci (dato il dolore fisico e il dolore morale per me intollerabile) di versare lacrime a fiotti. Mentre ero disteso sul pavimento a faccia in giù, scoprivo in me la capacità di dimenarmi e di contorcermi e di strillare come un cane bastonato dal suo padrone. Il secondino, che una volta mi conduceva indietro da un simile interrogatorio, mi chiese: &#8220;Non avrai mica la malaria?&#8221; tanto il mio corpo dimostrava la capacità di essere preso da un tremito nervoso. Quando mi sdraiai sulla branda e mi addormentai per andare poi di nuovo dopo un&#8217;ora a un interrogatorio che prima era durato 18 ore, mi svegliai, destato dal mio gemito e dal fatto che sobbalzavo sul letto come fanno i malati in delirio. La paura provoca il terrore, e il terrore spinge all&#8217;autodifesa. &#8220;La morte (o, certo!), la morte è meglio di tutto questo!&#8221;, dice tra se l&#8217;inquisito. Lo dissi tra me anch&#8217;io. E cominciai ad autoaccusarmi nella speranza che così facendo sarei finito al patibolo. E così è successo che sull&#8217;ultimo foglio dell'&#8221;incartamento&#8221; n. 537 sono apparse le terribili cifre dei paragrafi del codice criminale: 58, i punti 1a e 2. Vjaceslav Michajlovic [Molotov]! Lei conosce i miei difetti (ricorda che un giorno mi disse: &#8220;Lei cerca sempre di fare l&#8217;originale?!&#8221;), e chi conosce i difetti di un altro lo conosce meglio di chi ne ammira le virtù. Mi dica: può Lei credere che io sia un traditore della patria (un nemico del popolo), che io sia una spia, un membro di un&#8217;organizzazione trozkista di destra, un controrivoluzionario, che nella mia arte abbia fatto propaganda al trozkismo, che nel teatro abbia svolto (consapevolmente) un&#8217;attività ostile per minare le basi dell&#8217;arte sovietica? Tutto ciò è presente nell&#8217;incartamento n.537. Così come la parola &#8220;formalista&#8221; (nel campo dell&#8217;arte) divenne sinonimo di &#8220;trozkista&#8221;. Nell&#8217;incartamento n. 537 sono presenti i trozkisti: io, Il&#8217;ja Ehrenburg, Boris Pasternak, Jurij Oleša (quest&#8217;ultimo è pure terrorista), Šostakovic, Šebalin, Ochlopkov e così via.</p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Nota dal 2 gennaio 1940</strong></p>
<p style="padding-left: 90px;">Qui mi hanno picchiato &#8211; un vecchio malato di sessantasei anni. Mi mettevano con la faccia in giù, picchiavano con un cordone di gomma sui talloni e sulla schiena; quando io stavo seduto sulla sedia, con la stessa gomma mi picchiavano sulle gambe (dall&#8217;alto, con molta forza) e ancora dalle ginocchia fino alle parti superiori. Nei giorni successivi, quando queste parti del corpo erano invase dall&#8217;ampia emorragia interna, ancora picchiavano su queste ecchimosi con lo stesso cordone, e il dolore era tale, che, sembrava, che sulle parti ferite e sensibili delle gambe versassero l&#8217;acqua bollente (ed io urlavo e piangevo dal dolore). Mi hanno picchiato con questo cordone sulla schiena, sul viso, con slancio dall&#8217;alto…</p>
<p>&nbsp;<br />
<em><strong>13 gennaio 1940<br />
Prigione di Butyrka</strong></em></p>
<p style="padding-left: 90px;">Il fatto, che io non abbia resistito, dopo aver perso qualsiasi autocontrollo, trovandomi nello stato di coscienza annebbiata, è stato rinforzato da un&#8217;altra causa terribile: immediatamente dopo l&#8217;arresto (20 giugno 1939) di me si è impossessata un&#8217;idea fissa che mi ha immerso nella peggiore depressione e cioè &#8220;vuol dire che alla causa serve così&#8221;. Comincia a convincermi che al Governo è sembrato che la punizione già applicata nei miei confronti (come la chiusura del teatro, lo scioglimento del collettivo, la requisizione dell&#8217;edificio che si stava costruendo, secondo il mio progetto, della nuova sede del teatro sulla piazza Majakovskij), la punizione, dovuta ai miei peccati denunciati dalla tribuna della Prima Sessione del Soviet Supremo, sia insufficiente, e che quindi io debba sopportare un&#8217;altra punizione, quella che adesso mi stanno applicando gli organi della NKVD. &#8220;Vuol dire che alla causa serve così&#8221; continuavo a ripetermi e di conseguenza il mio &#8220;io&#8221; si è spaccato in due persone. La prima si mise a cercare i delitti della seconda e quando non li trovava, si decise di inventarli. L&#8217;inquirente risultò un aiutante esperto ed efficiente in questa ricerca, e noi iniziammo a inventarli insieme, uniti… L&#8217;inquirente continuava a ripetere in modo minaccioso: &#8220;se non scriverai (il che significa inventare!), ti picchieremo di nuovo, lasceremo intatte soltanto la testa e la mano destra, tutto il resto lo trasformeremo in un pezzo di corpo informe, dilaniato, insanguinato&#8221;. Io ho firmato tutto fino al 16 novembre 1939. Io rifiuto queste deposizioni in quanto mi sono state estorte, e scongiuro Lei, Capo del Governo, mi salvi, mi restituisca la libertà. Amo la mia patria e ad essa darò tutte le mie energie degli ultimi anni della mia vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Vsevolod Mejerchold</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>[ Traduzione di <strong>Clara Strada Janovic</strong>, &#8220;<em>Corriere della sera</em>&#8220;, 11 giugno 1998, ripreso dal giornale &#8220;<em>Sovetskaja cultura</em>,&#8221; 16 febbraio 1989 (con alcune integrazioni)<em> </em>]</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">,\\&#8217;</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p align="center">[  <em><strong>Vsevolod Emil’evič Mejerchol’d</strong> &#8211;  piccolo padre del moderno teatro di regia &#8211; un nuovo tipo di lavoro sull&#8217;attore che trasvola il naturalismo ottocentesco ed anche lo psicologismo di Stanislavskij &#8211; già nel 1906 rivoluziona le convenzioni teatrali &#8211; elimina il sipario &#8211; passerelle collegano palcoscenico e pubblico &#8211; ruolo attivo dell&#8217;attore che da mattatore ottocentesco diventa parte del disegno collettivo &#8211; primitivismo dei gesti &#8211; scenografie non naturalistiche &#8211; collaborazione con gli artisti contemporanei &#8211; Rodčenko &#8211; Malevič  &#8211; coinvolgimento del pubblico &#8211; eliminazione della &#8220;quarta parete&#8221; &#8211; gli attori si mescolano al pubblico &#8211; teatro a 360° &#8211; importanza della scenografia dal punto di vista simbolico e non naturalistico &#8211; lavoro sull&#8217;attore come lavoro sul corpo nello spazio &#8211; improvvisazione &#8211; uso di tecniche circensi &#8211; del teatro Kabuki&#038;Commedia dell&#8217;Arte &#8211; rielaborazione e lavoro sul testo che viene ogni volta reinventato e smembrato &#8211; uso della musica come elemento di clima &#8211; di sogno &#8211; di scansione temporale &#8211; collaborazione con il musicista Šostakovič &#8211; il teatro come teatro politico ma non in senso propagandistico &#8211; arrestato e fucilato come &#8220;nemico del popolo&#8221; &#8211; non restò di lui nemmeno tomba dove portare un fiore</em> ]</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">,\\&#8217;</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/2ripellino.png" alt="Ripellino-Il trucco e l'anima" target="_blank"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/2ripellino.png" alt="Ripellino-Il trucco e l'anima" /></a></p>
<p ALIGN="center"><small>[ clicca sull&#8217;immagine per ingrandirla ]</small></p>
<p>&nbsp;<br />
[ <em><strong>A. M Ripellino</strong> &#8211; Il Trucco E L&#8217;anima. I maestri della regia nel teatro russo del novecento, Einaudi, 1965, pag 409</em> ]</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><small>[Piccola Polka da Shostakovich: Jazz &#038; Ballet Suites; Film Music<br />
Theodore Kuchar dirige la National Symphony Orchestra of Ukraine<br />
Audio CD (January 25, 2005)<br />
SPARS Code: DDD<br />
Number of Discs: 3<br />
Label: Brilliant Classics<br />
ASIN: B00067GL5A]</small></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
</div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2008/10/23/vsevolod-emilevic-mejerchold-28-gennaio-1874-2-febbraio-1940-la-morte-e-meglio-di-tutto-questo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>9</slash:comments>
		
		<enclosure url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/dimitri-shostakovich-jazz-music-02-jazz-suite-no1-polka.mp3" length="2560064" type="audio/mpeg" />

		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">9986</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-05-29 18:04:40 by W3 Total Cache
-->