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	<title>vulnicura &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Vulnicura, diario mistico-regressivo di sciami e di cocci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2015 13:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Björk]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Viola Di Grado Come ci canterò fuori da questo mondo di dolore? (&#8230;) C’è uno sciame di suono la nostra clessidra e possiamo sentirla e possiamo venirne colpiti ci libererà dal dolore ci renderà perfetti questo posto di soluzioni questo posto di soluzioni questa sede di soluzioni.   (Family) &#160; Sulla cover di Vulnicura [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Viola Di Grado</strong></p>
<p><em>Come ci canterò fuori</em><br />
<em>da questo mondo di dolore?</em><br />
<em>(&#8230;)</em><br />
<em>C’è uno sciame di suono</em><br />
<em>la nostra clessidra</em><br />
<em>e possiamo sentirla</em><br />
<em>e possiamo venirne colpiti</em><br />
<em>ci libererà dal dolore</em><br />
<em>ci renderà perfetti</em><br />
<em>questo posto di soluzioni</em><br />
<em>questo posto di soluzioni</em><br />
<em>questa sede di soluzioni.</em><br />
<em> </em><br />
<em>(Family)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-52060 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/Björk_-_Vulnicura_Official_Album_Cover.png" alt="Björk_-_Vulnicura_(Official_Album_Cover)" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/Björk_-_Vulnicura_Official_Album_Cover.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/Björk_-_Vulnicura_Official_Album_Cover-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/Björk_-_Vulnicura_Official_Album_Cover-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/Björk_-_Vulnicura_Official_Album_Cover-144x144.png 144w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Sulla cover di <em>Vulnicura</em> <a href="http://bjork.com/"><strong>Björk</strong></a> è un soffione, un sinistro fiore dei desideri in lattice nero con un’infruttescenza che sta per cedere e una ferita al centro del petto. La ferita al petto sembra molto letterale (l’album è dichiaratamente un diario della rottura traumatica della relazione decennale con Mattew Barney) eppure nella mitologia visiva di Björk è una metafora stratificata che passa da una serie di dissezioni e trasmigrazioni del corpo, restituito animisticamente al paesaggio naturale o scagliato contro rudi paesaggi tecnologici. Abbiamo già visto il petto di Björk spaccarsi al suono di archi melodrammatici e spinosi <em>beats</em> (Jóga): il suo corpo compare in scena fisso e chiuso in un parka bianco, anche gli occhi serrati, poi sparisce, per ricomparire alla fine e lasciare uscire dal petto un abisso di paesaggi rocciosi. Adesso, in <em>Stonemilker</em>, la domanda sull’apertura e chiusura del corpo è posta nella dimensione duale di coppia e amaramente riformulata: “chi ha il petto aperto / e chi è coagulato?”</p>
<p style="text-align: justify;">In quest’equazione, Björk non è solo quella con il petto aperto, ma è lo stesso petto aperto: “Sono una ferita/ il mio corpo pulsante/un essere sofferente”. La delusione amorosa è presentata come un trafugamento (“il mio scudo è andato, la mia protezione sottratta”) che poi diventa svuotamento mistico-orrorifico (“la mia anima spezzettata, il mio spirito rotto nel tessuto di tutto, intessuto”). Ironico che quest’album sul trafugamento e fuoriuscita drammatica del sé, preannunciato per marzo, sia uscito a gennaio proprio a causa di un furto e conseguente “internet leak” (“internet-fuoriuscita”).</p>
<p style="text-align: justify;">La mitologia del corpo-realtà creata da Björk è una parabola complessa che da sempre sintomatizza e reinventa il ruolo controverso che noi in quanto corpi abbiamo nella società dell’informazione e della simultaneità.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo visto il suo corpo integrarsi alla struttura meccanica di due speculari androidi in amore (<em>All is full of Love</em>), l’abbiamo visto partorire mostri anfibiali (<em>Where is the line</em>) ed emettere dai capezzoli i fili sericei di un bozzolo intero che la chiude e la solleva e infine la fa sparire (<em>Cocoon</em>): Björk è l’illuminata interprete di un’era in cui la morte fisica è diventata obsoleta, un retaggio inaccettabile, un’era in cui la nostra rete neurale si rispecchia nella rete informatica e i nostri corpi sono costantemente immessi in un flusso di informazioni a-sensoriali.</p>
<p style="text-align: justify;">Björk è riuscita a ricomporre questo nostro corpo in costante disintegrazione e immetterlo pezzo per pezzo in monumenti musicali e visivi coerenti e sempre nuovi. Il corpo umano, precipitato e permeato dalla realtà digitale, si smaglia in una rete di informazioni e si dissolve, si ricompone, all’infinito. In questo paesaggio frammentato di interiora umane e grattacieli in frantumi, personaggi di videogioco anni ’90 e illimitati corpi-paesaggio (<em>Hyperballad</em>), spiriti fluttuanti e bambole elettrizzate (<em>Possibly maybe</em>) possono mescolarsi e sintetizzarsi a vicenda, in una specie di mandala post-postmoderno di cocci organici e inorganici, un mandala che è il suo viso ingrandito che emette vernice dagli occhi e forme uterine dalla bocca (<em>Hidden Place</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, restando sulla metafora buddhista, ogni pixel sgranato contiene i recessi analogici dello spirito (sempre <em>Hyperballad</em>) e ogni corpo è alieno alla propria identità. Perché il corpo, nel suo continuo trasformarsi, è l’unica cosa che esiste. E adesso, dopo aver esplorato (ed espiato) in tutti i modi il sé e l’universo (per i cinesi erano la stessa cosa) come un’instancabile sonda spaziale, Björk torna a se stessa (“Sono un razzo scintillante raggiante/che ritorna a casa/mentre entra nell’atmosfera/brucia strato per strato”); a una se stessa obsoleta &#8211; nel senso in cui noi stessi, quando nel dolore regrediamo, ci sintetizziamo in una formula primitiva e terribile.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa formula, <em>Vulnicura</em>, è un puzzle-carosello di elementi beta, orrori non trasformati che fluttuano e sbattono l’uno contro l’altro. E’ l’incubo di un bambino che si ritrova improvvisamente bambino e quindi senza la protezione della propria crescita (“il mio scudo è andato, la mia protezione sottratta”). <em>Vulnicura</em> è innanzitutto un diario. Semplice, amaro, uno spazio intimo e iper-vissuto, vintage di archi armoniosi e sporadici sciami di <em>beats</em>. Uno spazio iniziale, interrogativo, di una trasformatrice del futuro che non si è mai concessa prima d’ora di riposarsi nel passato: perché il gioco, se è vero che costruisce il mondo è vero anche che lo replica senza alcuna ambizione di sorprendere. <em>Vulnicura</em> è un melodramma semplice e spietato di fratture, in cui il corpo-musica rinuncia a tutte le sue alchimie e diventa tappeto fermo, costantemente compenetrato (“Dopo che il nostro amore è finito/ i tuoi spiriti mi hanno invasa.”).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Vulnicura</em> non vuole entrare in contatto. Come un neonato, il suo pianto prescinde la fame, è un pianto di possibili disintegrazioni, ma soprattutto è un pianto che esiste perché ci sono i polmoni. Björk è sempre stata una grande sperimentatrice, relegando ciò che era troppo crudo o letterale a parentesi riposte e mai riprese, luoghi solo intuiti. Ma ora che “lo scudo è andato”, “lo spirito è rotto” e “l’anima è a pezzi” (<em>Black lake</em>) l’interno sconfina dal petto fratturato e circola altrove, inonda (“Il mio cuore è un lago enorme (&#8230;)/affogo nel dolore”): il sistema fluido di quel corpo pericolante, che si concede all’inorganico senza terrore, è inceppato. Ciò che risulta è un paesaggio coagulato, umano e non umano, che commuove per la sua sincerità.  <img decoding="async" class="alignright wp-image-52061 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/bjork_-_all_is_full_of_love_-_front-300x300.jpg" alt="bjork_-_all_is_full_of_love_-_front" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/bjork_-_all_is_full_of_love_-_front-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/bjork_-_all_is_full_of_love_-_front-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/bjork_-_all_is_full_of_love_-_front-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/bjork_-_all_is_full_of_love_-_front-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/bjork_-_all_is_full_of_love_-_front.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: justify;">In tutto ciò la parabola björkiana dell’amore che è dappertutto ed è qualsiasi cosa (<em>All is full of love</em>), proiettato nel paesaggio naturale e innestato nei mattoni post-umani di robot sentimentali e splendidi &#8211; un amore che si sottrae al proprio corpo per ampliarsi e inglobare realtà sempre più grandi &#8211; sembra cadere e approdare nel suo contrario: l’opposto amaro dell’amore come apertura al tutto è la perdita dell’amore e la caduta nel tutto (“la mia anima spezzettata, il mio spirito rotto nel tessuto di tutto”). E’, infine, la coagulazione. Se il corpo-cavia è stato messo da parte, rivirtualizzato, il corpo-ferita, iper-personificato, infine può curare se stesso: il centro di quel corpo non è più un paesaggio urbano dislocato e pressante, una forma di inconscio geografico immesso nella carne, ma ritorna il centro simbolico e classico del corpo-anima: il cuore. Il suo cuore è “un lago enorme/ nero di veleno/ sono cieca mentre affondo in quest’oceano”. Quello di Barney/interlocutore, invece, è “cavo”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’amore che entrava e usciva, che crollava dalla bocca in forme uterine, si dissolve. “Il nostro amore era un utero”, canta Björk. E <em>Vulnicura</em> è proprio un album isterico, nella sua accezione letterale: un utero vuoto, recitato insistentemente per essere di nuovo riempito. Il “posto di soluzioni” evocato in <em>Family</em>, la canzone più musicalmente tormentata di <em>Vulnicura</em>, invasata da uno sciame di beats che percuote e interroga un canto accorato e discontinuo come una nenia sciamanica- è come sempre per Björk un posto di creazione musicale. La musica come percorso automatico del pensiero, come “non azione” direbbero i taoisti, in quanto da sempre definito da Björk come luogo a-logico, istintuale, vissuto fuori dalle feroci frazioni della mente razionale. Come ponte, anche, per “cantare se stessa fuori dal dolore”: come spinta fluida e muscolare dal dolore a qualcos’altro. A cos’altro, esattamente? Il “posto” diventa “sede” nel verso successivo: un luogo temporaneo di <em>acting out</em>, un setting auto-analitico di trasmigrazione a una sé stabilizzata. Qual è la cura di questo <em>vulnus</em> inerme e insistito, sovresposto? La clessidra sembra alludere a una pacificazione nel tempo o nella morte. Se nella precedente cosmologia björkiana era stata sorpassata e diminuita, resa anacronistica, adesso la morte diventa un plurale rigenerativo e consolante di rinnovata protezione, localizzato in un qui imprecisato che sembra essere proprio lo squarcio nel petto: la terra primordiale, non umana, invasa di sé, e l’apertura del fiore nero, il giglio nero di <em>Pagan Poetry</em> che traccia mappe di desiderio, che è anche il fiore finale della copertina, con le sue infiorescenze che, pur promettendo desideri realizzati, stanno per essere recise. Björk canta: “non dimenticherò/ questo “nonricevere”.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, in un album che segue intimisticamente una rottura e la sua ricomposizione, per la prima volta non come esperimento culturale ma come osservazione inerme e riluttante, si viene travolti da una grande tenerezza e si viene risucchiati da questo grande lago nero, il “cuore cavo”. Sarà anche per motivi di sincronicità junghiana &#8211; “Cuore cavo” è il titolo del mio ultimo romanzo-  che da björkologa di vecchia data mi sono sentita chiamata in causa. Sarà che le voglio proprio bene. Comunque, per ritornare al taoismo, il senso del cuore cavo non è il passato del suo svuotamento ma il suo futuro vezzo e talento di riempirsi: “Quando noi, i guardiani / ci ritiriamo al sicuro qui, salvi dalla morte.”</p>
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