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	<title>wendell berry &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Leggere Wendell Berry o dell&#8217;essere parte della terra che abitiamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Mar 2017 06:02:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni  Ho conosciuto Wendell Berry poeta attraverso il regalo di amici. Era l’autunno del 2015 e insegnavo il corso Italian Life and Culture a un gruppo variegato di studenti californiani, di età compresa fra i diciannove e i settant’anni, accompagnati nella loro avventura italiana dai due insegnanti di fotografia e letteratura contemporanea italiana, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho conosciuto <a href="http://www.lindau.it/Autori/Wendell-Berry"><strong>Wendell Berry</strong> </a>poeta attraverso il regalo di amici. Era l’autunno del 2015 e insegnavo il corso <em>Italian Life and Culture</em> a un gruppo variegato di studenti californiani, di età compresa fra i diciannove e i settant’anni, accompagnati nella loro avventura italiana dai due insegnanti di fotografia e letteratura contemporanea italiana, Kate e Scott. Proprio loro, prima di salutarci nell’ultima settimana del corso, mi hanno regalato un libro che tengo molto caro, uno dei <a href="http://www.truenortheditions.com/wordpress1/one-poem-books/"><strong>One Poem Books</strong></a> curati da Kate, che conteneva le sue fotografie e <a href="https://www.youtube.com/watch?v=AREkf9mPAt8"><strong><em>The Wild Geese</em></strong></a> una poesia di Berry. Questo regalo racchiudeva e sanciva quanto abbiamo vissuto insieme in meno di tre mesi ben oltre il contenuto delle lezioni: la scoperta e l’attenzione per la diversità dell’altro, la storia dei paesi che non è mai unica, una nuova e antica premura dei rapporti fra di noi e con il tempo e i luoghi di cui, consapevoli o meno siamo responsabili. Soprattutto, quando mi capita fra le mani, ripenso alla nostra gita all’Orsigna, sulle montagne pistoiesi, alla visita al caniccio per essiccare le castagne, al <a href="http://brunelleschi.imss.fi.it/itinerari/luogo/EcomuseoMontagnaPistoieseMolinoGiambaBertoViaCarbone.html">Molino d Giamba</a>, il pranzo con i prodotti locali, le parole di alcuni dei più giovani guardando i monti bruniti: “Vorrei vivere qui per sempre”. Potrei dire che, senza che ci abbia mai ragionato su, un castagno per me è casa. Ma vedere luoghi familiari attraverso lo sguardo stupito di altri riempie di uno strano orgoglio, un sentimento di riconciliazione per mezzo della condivisione. Siamo qui ora, parliamo lingue differenti, ma il nostro sentimento è simile, una forma di gratitudine verso la terra su cui sostiamo, che possiamo ancora conoscere con le nostre mani o i racconti che passano dai boschi al lavoro umano e che una tenace minoranza della nostra specie tenta di preservare.</p>
<figure id="attachment_67509" aria-describedby="caption-attachment-67509" style="width: 550px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-67509 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/il-molino-di-giamba-fosso.jpg" alt="Molino di Giamba, Orsigna" width="550" height="412" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/il-molino-di-giamba-fosso.jpg 550w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/il-molino-di-giamba-fosso-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /><figcaption id="caption-attachment-67509" class="wp-caption-text">Molino di Giamba, Orsigna</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Nello stesso periodo la mia vita si radicava in un modo insospettato nella frazione collinare dove vivo  dall’ottobre del 2013, data del mio rientro dall’Inghilterra. Si radicava o forse si ritrovava: l’area da cui provengo è comunque questa, la mia bisnonna era nata in un borgo vicino; io sono cresciuta  poco più a valle nella casa materna; a  qualche centinaio di metri più in alto, sull’Appennino, si trova invece la casa paterna – il mio passato e il mio presente quali luoghi collegati da una strada con un nome proprio: Riola. Territorio e comunità sono pian piano diventate la mia concretezza quotidiana. Queste sono le cose minime che mi accadono:  i rapporti di vicinato non sono più una mera formalità; gli anziani del posto formano la mia altra famiglia,  le loro vicende e i prodotti dei loro orti mi entrano in casa;  fare la spesa nelle due uniche botteghe non è un lusso, ma un altro essere parte di un paese e non farlo morire. Quando c’è una festa ognuno contribuisce come può, quando qualcuno muore tutti, indipendentemente dalla fede personale, si ritrovano davanti e dentro la piccola chiesa… e quando il paese ti accetta dovrai accettare che il tuo campanello sia una semplice decorazione o un capriccio per i corrieri postali: qua si vocia da strada a finestra, non si suona. Non voglio cadere in un ritratto edulcorato, ma è certo che vivere in un simile territorio aiuta nell’immaginare, addirittura amare, la gente “per come dovrebbe essere”, parafrasando una celebre frase di Adorno, poiché inesorabilmente parlare di loro è dire di noi, attraverso una trama sottile di storie passate e presenti che si incontrano accidentalmente, poi sempre più secondo una volontà precisa, une responsabilità che ci tiene insieme nelle nostre solitudini.</p>
<figure id="attachment_67501" aria-describedby="caption-attachment-67501" style="width: 560px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-67501" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/santomoro-foto-boh.jpg" alt="Santomoro, Valle delle Due Buri" width="560" height="420" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/santomoro-foto-boh.jpg 972w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/santomoro-foto-boh-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/santomoro-foto-boh-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /><figcaption id="caption-attachment-67501" class="wp-caption-text">Santomoro, Valle delle Due Buri</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">È grazie a queste due vie che mi è sembrato prima utile, poi necessario avventurarmi nei libri di <strong>Wendell Berry</strong>, scrittore, poeta, agricoltore che si occupa di agrarianismo e territorio, dove il territorio è soprattutto l’insieme dei vivi e dei morti che abita, a volte da generazioni, un luogo, serbandone la memoria nei corpi e nei gesti.  Berry è una figura singolare, radicale e coerente nei temi della sua scrittura come della vita – definisce se stesso il contadino pazzo, è profondamente cristiano, ma in aperto contrasto con un certo attivismo bigotto, con l’intolleranza che le chiese stesse  vedono bene di promuovere. Forse perché i valori spirituali che lo scrittore persegue sono la compassione, la fiducia, il senso di responsabilità verso se stessi e la terra, il “nostro unico mondo” come recita il titolo di una sua raccolta di saggi.  E se la sua visione resta antropocentrica lo è in modo molto disincantato – gli esseri umani di cui scrive sono fragili, vengono da un mondo che scompare, un mondo ideale e concreto insieme, dove il provvedere alla propria sussistenza non coincide affatto con lo sfruttamento della natura fino al suo esaurimento (come se esaurendo lei non esaurissimo anche noi stessi), ma con la fatica di imparare dai ritmi naturali, lavorare e conoscere una terra come una comunità, sapere che senza di lei siamo molto poco, spiritualmente infelici, mutilati. In “Suolo e salute”, uno dei saggi contenuti in <em><a href="http://www.lindau.it/Libri/Mangiare-e-un-atto-agricolo"><strong>Mangiare è un atto agricolo</strong></a>,</em> scrive Berry che <em>“La natura è il valore ultimo del mondo reale e di quello economico” </em>– sembra un’affermazione quasi scontata, ma non lo è quando si è perso di vista la nostra provenienza, quando non siamo più in grado di tracciare mappe affettive dei luoghi, quando la nostra memoria non viene più distillata nell’esperienza, nel tempo, nel racconto dei simili, quando pensiamo la natura come un grande magazzino di scorte inesauribili, senza il minimo interesse per i cicli e le stagioni, senza la cura per la terra, le piante, gli animali che in silenzio hanno cura di noi – ci mantengono in vita. Aggiunge:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Il benessere è un aspetto contemporaneamente qualitativo e quantitativo, e richiede al tempo stesso benevolenza e quantità sufficiente. È inclusivo (è sinonimo di integrale) perché non esclude nulla. Ed è, senza alcun compromesso, locale e particolare. Riguarda il sostentamento di luoghi, creature, menti e corpi umani specifici”. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Nella corsa al globale Berry è uno di quelli che sta dalla parte della lentezza e del particolare, dunque dei legami profondi tra un umano e l’altro, tra un umano e il suo abitare.  È una scelta che proviene da una formazione culturale, ambientalista e letteraria consolidata in America &#8211; è impossibile non pensare ai trascendentalisti, al Thoreau del selvatico e della vita nei boschi, anche se nel nostro autore è il coltivato, la cooperazione evidente fra umano e suolo a emergere -, ma anche dal fondersi della scrittura con il lavoro agricolo: lo scrittore ha infatti di sua volontà lasciato la carriera accademica per far rientro nel Kentucky, riprendere l’attività di famiglia, coltivare i campi. Questo lo rende credibile e affascinante: il suo pensiero e l’utopia della scrittura devono ogni giorno fare i conti con la difficoltà dell’addomesticamento di una terra, della restituzione di sé a un luogo e a coloro con cui viene condiviso.  Nelle sue parole:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Il regionalismo cui personalmente aderisco potrebbe essere definito soltanto come vita locale consapevole di sé stessa. Tende a sostituire ai miti e agli stereotipi su una regione la conoscenza specifica della vita del luogo in cui un individuo vive e intende continuare a vivere. Riguarda la vita tanto quanto riguarda la scrittura, ma riguarda la vita prima di riguardare la scrittura. Il tema di questo genere di regionalismo è la consapevolezza che la vita locale, per la sua qualità ma anche per la sua continuità, dipende in modo complesso dalla conoscenza locale”.</em> ( Da “Il tema regionale” in <a href="http://www.lindau.it/Libri/La-strada-dell-ignoranza"><strong><em>La strada dell’ignoranza</em></strong></a>).</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-67502" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendellberrybyguymendes.jpg" alt="wendellberrybyguymendes" width="580" height="588" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendellberrybyguymendes.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendellberrybyguymendes-296x300.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendellberrybyguymendes-768x779.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendellberrybyguymendes-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Abitare un territorio, come scrivere, ha a che fare con la realtà perché si nutre dell’antico nodo fra i viventi, del senso di reciprocità di tutte le cose, dell’essenziale. Non siamo fatti per i grandi centri e i grandi spazi, ci possono attrarre, possiamo visitarli, possiamo errare al loro interno, ma perfino il concetto di nomadismo, come lo percepiamo oggi, viene da un fraintendimento: storicamente, antropologicamente i nomadi non sono i senza fissa dimora, sono piuttosto quei popoli che si sono adattati alla loro terra, viaggiandoci dentro e spostandosi a seconda delle stagioni e del clima, che non hanno tracciato confini e reclamato proprietà, perché istintivamente consapevoli del confine di rispetto, conoscenza o addirittura devozione che la natura traccia in noi. Sono, in altre parole, i primi regionalisti: si muovono sulla terra d’origine imparando a difendersi da lei e a coglierne i doni come dobbiamo fare con il nostro corpo e le sue molte possibilità, i suoi vari tradimenti. Gli esseri umani tendono naturalmente alla dimensione del villaggio, hanno bisogno di ritrovarsi in piccoli gruppi che superano la famiglia, che a volte includono gli alberi, le piante coltivate, il paesaggio attorno. Allora in quel mondo noto perché curato, amato, recuperato, non solo il terreno torna fertile e non viene devastato dalla società della produzione e del consumo a tutti i costi, anche le persone tornano fertili, più capaci di sviluppare il settimo senso, che a me piace chiamare il senso della grazia. La grazia del mondo che è, di chi mantiene i saperi antichi, di chi impara non a vincere, ma a tornare – che vuol dire, forse, accettare che la parola io diventi noi, “fare comunità”, come scrive ancora Berry in un pezzo bellissimo, qualcosa per cui</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“la gente non ha bisogno di centri d’incontro, strutture ricreative e tutto il consueto armamentario commerciale per la valorizzazione della comunità. Ha bisogno invece di coltivare l’affetto, la collaborazione e la fiducia nel prossimo. E non è facile. Sappiamo bene che nessuna comunità si muoverà in quella direzione senza sforzi o difficoltà, ma sappiamo anche che quegli sforzi e quelle difficoltà racchiudono più speranze di tutte le meravigliose ricette per espandersi e arricchirsi sfornate dalle università e dalle grandi aziende private negli ultimi cinquant’anni”.</em> (Da “In difesa della piccola fattoria” in <em>Mangiare è un atto agricolo</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Coltivare, insomma, l’intimità con chi ci capita accanto, decidere che vogliamo riconoscere qualcuno, che oltre al progresso o al regresso ci sono altre vie laterali, circolari, vie che uniscono famiglie e persone, che riconducono le analisi di studiosi e accademici alla sostanza di cui siamo umilmente fatti, non al grande progetto, ma al crescerle davvero quelle zucchine negli orti, al tacere di più o parlare con più convinzione perché il nostro interesse è l’interesse dell’altro, perché ciò che ci trattiene dall’esprimere sentenze o che ci spinge a esporci è di volta in volta la paura di ferire l’amica o l’amico, il compaesano, o il desiderio di dire ciò che lei, lui non sa dire. Non ho paura di suonare ingenua – anche io credo come Berry che sia inestimabile il valore di ciò che si conosce tramite la compassione, tramite lo sforzo costante di metterci al pari, di avvertire l’importanza di ognuno e che ognuno è infine piccolo, poca cosa, leggero, come sono leggeri i disprezzati insetti che tutto trasformano. Ma i piccoli quando si uniscono sanno essere sciame indistruttibile, specialmente se difendono la loro provenienza. Così l’autore invita a “<em>una rivolta dei piccoli produttori e consumatori locali contro l’industrialismo globale delle corporation”</em> e continua:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Penso davvero che esista la speranza che una rivolta di questo tipo sopravviva e abbia successo, e che possa avere una considerevole influenza sulle nostre vite e sul nostro mondo? Sì, lo penso davvero”. </em></p>
<p style="text-align: justify;">È una rivolta che non avviene solo attraverso il lavoro agricolo, ma anche nella parola – i tempi fagocitanti, l’iperproduttività, il mercato, sono forze che alienano l’individuo dalla natura del suo corpo come da quella del suo linguaggio, portandolo a esprimersi per slogan e formule, per commistioni di lingue diverse, apprese male e digerite peggio, per condanne e giudizi invece che per frasi meditate, capaci di esprimere spirito critico, ragionevolezza, l’ironia di un dialogo aperto con l’altro e col mondo. Nel suo saggio “In difesa della lingua” (<em>La strada dell’ignoranza</em>), scrive:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“la competenza linguistica – la padronanza della lingua e la conoscenza dei libri – non costituisce un ornamento, ma una necessità. Si tratta di una conoscenza priva di praticità soltanto dal punto di vista del profitto facile e del potere immediato. Una prospettiva più ampia dimostrerà che soltanto questo genere di competenza può preservare in noi la possibilità di un giudizio fedele su noi stessi, la possibilità di correggerci e rinnovarci.  Senza di essa restiamo alla deriva nel presente, tra i relitti del passato, nell’incubo del futuro”. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Restiamo nell’inconsapevolezza e in un coro senza voce, dove nessun volto è identificabile, nessun vincolo autentico di amicizia può essere stretto. Proprio dal bisogno di raccontare storie corali, che resistono anche quando chi le ha composte invecchia e muore, nascono i romanzi di Wendell Berry, una serie dove ogni libro corrisponde alla vicenda di un abitante del villaggio fittizio di Port William nel Kentucky, ispirato a Port Royal, luogo d’origine dell’autore. Ogni romanzo ci dona un punto di vista diverso su un mosaico di gruppi familiari uniti nella famiglia comunitaria. Le parabole che abbiamo alla fine non sono ritratti di esseri umani vincenti, ma minoritari, di quelli che verranno classificati come nostalgici, ostinatamente attaccati al passato e all’asprezza della terra, condannati a morire. Eppure io resto convinta che i messaggi più duraturi sono quelli sottili, che migrano da singolo a singolo, che sembrano non penetrare le masse, che hanno il rumore dell’acqua dei torrenti presso cui capita di prendere dimora: sempre lì, sempre fruscianti e indispensabili, anche se dimenticati. È la vecchia <a href="http://www.lindau.it/Libri/Hannah-Coulter"><strong>Hannah Coulter</strong></a> che scelgo per concludere. Dice Hannah che la comunità si compone dei vivi e dei morti e che <em>“i vivi hanno il dovere di proteggere i morti”</em>. Il dovere di far spazio al loro silenzio, di chinarci sulle radici che da loro si diramano e ci sostengono e divenire forti: i protettori di quello che è stato, i protettori del primo pezzo d’erba su cui abbiamo camminato, della prima storia ascoltata, mandata a mente. È in questo che siamo più grandi delle nostre minuscole vite, quando le proiettiamo nell’eredità – non dei possedimenti e delle onorificenze, ma dei veri beni materiali: l’amore, la solidarietà, il ricordo dove il passato non era, ma <em>è</em>, dove siamo restituiti ai luoghi del nostro potenziale, i luoghi dove ci immaginiamo e ci modelliamo migliori, come si restituisce la cenere di una persona cara allo zoccolo del cavallo più amato, alla polla e al sole, al suolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-67498" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendell_berry_banner.png" alt="wendell_berry_banner" width="882" height="382" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendell_berry_banner.png 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendell_berry_banner-300x130.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendell_berry_banner-768x333.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendell_berry_banner-1024x444.png 1024w" sizes="auto, (max-width: 882px) 100vw, 882px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>***</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutti i libri di Wendell Berry sono pubblicati in Italia da <a href="http://www.lindau.it/Autori/Wendell-Berry">Lindau</a>. Ringrazio Edoardo Rialti che per primo mi ha messo in contatto con la casa editrice e Francesca Ponzetto dell’Ufficio Stampa per la sua gentilezza e il suo entusiasmo.</strong></p>
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		<title>La memoria di Old Jack</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Nov 2016 06:09:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[comunità rurali]]></category>
		<category><![CDATA[ecologismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Wendell Berry &#8220;La memoria di Old Jack&#8221; è appena uscito nella traduzione italiana di Vincenzo Perna per le edizioni Lindau. Qui tutte le informazioni. Lui la conquistò coi suoi difetti, lei lo accettò come una sorta di «terreno di missione», e il risultato fu il naufragio dell’esistenza di entrambi. Lui la legò a sé rinnegando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di</strong> <strong><a href="http://www.lindau.it/Autori/Wendell-Berry">Wendell Berry</a></strong></p>
<p>&#8220;La memoria di Old Jack&#8221; <em>è appena uscito nella traduzione italiana di Vincenzo Perna per le edizioni Lindau. <strong><a href="http://www.lindau.it/Libri/La-memoria-di-Old-Jack">Qui</a> </strong>tutte le informazioni.</em></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-65858" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/old-jack.jpeg" alt="old-jack" width="275" height="409" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/old-jack.jpeg 430w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/old-jack-202x300.jpeg 202w" sizes="auto, (max-width: 275px) 100vw, 275px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Lui la conquistò coi suoi difetti, lei lo accettò come una sorta di «terreno di missione», e il risultato fu il naufragio dell’esistenza di entrambi. Lui la legò a sé rinnegando l’energia che in verità lo congiungeva a lei. Lei gli si legò grazie a un’immagine di lui molto al di sopra della realtà – e che Jack, anzi, né capiva né desiderava, e lui le si legò grazie a un’immagine che Ruth, in seguito, avrebbe scoperto essere molto al di sotto di sé. L’ambizione di Ruth sarebbe sempre rimasta per Jack estranea e straniante, esattamente quanto per lei l’ardore e la forza del desiderio del suo compagno. Gli risulta crudele adesso, col senno di poi, rivederli gettare le basi della loro sofferenza futura. Lui era stato uno sciocco – uno sciocco e un ingenuo – a innamorarsi al punto di contemplare la grazia e lo slancio della propria gioventù riflessi negli occhi grigi di una donna, non per amore o desiderio autentico, ma per ciò che oggi sa essere stata paura – paura di ciò che lei istintivamente sapeva essere il suo opposto, addirittura il suo nemico. Lei l’aveva accettato come senza dubbio l’avrebbe persuasa ad accettarlo san Paolo – come una sfida alla speranza e alla volontà. Si trattava di due persone straordinarie, non c’erano dubbi. Se non fosse stato così, se non fossero stati tanto diversi, la loro lotta – perché questo era stato – forse sarebbe terminata prima del matrimonio. Invece fu costretta a proseguire, ad accettare i termini della sconfitta definitiva di entrambi. Ormai Jack era vicino all’estinzione dei debiti, ed era convinto di poterle chiedere la mano. Aveva anche un po’ di denaro da parte. Lo spese interamente, e se ne fece prestare un altro po’, per ridipingere la vecchia casa e rendere la proprietà presentabile e vivace in vista delle nozze. Con l’aiuto di zia Ren e zio Henry, ripulì la casa da cima a fondo, aprì e arieggiò le stanze abbandonate lasciandovi penetrare luce e vento. Spacchettarono, pulirono e rimisero al loro posto sul buffet e nella credenza della sala da pranzo gli argenti e le porcellane che erano stati di sua nonna. Fu un momento di grande spasso per tutti e tre: per Jack, che recitò nel modo più teatrale possibile la parte del promesso sposo inquieto e ignaro delle raffinatezze dei gusti femminili, deridendo quelli che molto spesso erano i suoi reali dilemmi, e per zia Ren e zio Henry nella parte di coloro che sapevano, ma, per ragioni che Jack avrebbe capito soltanto in un secondo momento, avevano deciso di rimanere in silenzio. Mentre spacchettavano le porcellane nella stanza sul retro del primo piano, si ritrovarono per le mani il decoratissimo vaso da notte di suo nonno. «Ecco un magnifico piatto da portata, zia Ren, – diceva Jack. – Me lo immagino pieno di zuppa». «Poveretta, – diceva zia Ren. – Povera testolina bionda». E zio Henry rideva, finché le lacrime agli occhi gli colavano dal naso. «E poi, zio Henry, viene il momento di andare a dormire, sali con lei in camera da letto, ti spogli e t’infili sotto le coperte, questo lo so. E dopo cosa fai?». Jack continuava su quel tenore per farli ridere, ma soprattutto perché era felice e non riusciva a trattenersi. Si preparava a dare a Ruth sé stesso e tutto ciò che aveva soltanto in cambio di lei. Sentiva spalancare dentro di sé gli abissi di una generosità che non aveva mai conosciuto. Durante i preparativi, passeggiava di notte per la casa contemplando quanto avevano predisposto, immaginando l’arrivo di Ruth e la sua approvazione. Una volta sposati, pensava, una volta che l’avesse condotta là e avesse consegnato nelle sue mani la propria casa e la propria vita, la reticenza della donna sarebbe scomparsa. Non avrebbe più dovuto andare sempre verso di lei, attrarla sempre verso di sé imponendole le sue attenzioni, ma lei si sarebbe volta spontaneamente verso di lui, grata di ciò che lui le aveva dato. Si sbagliava in pieno e non se n’era accorto. Le forze che li avevano attratti e con le quali avevano giocato, che li avevano fatti avvicinare, si erano prese gioco di loro, e loro non se n’erano accorti. L’idea lo fa gemere ad alta voce e scrollare la testa. La scuote, si volta, e mentre la visione torna in lui, fissa la strada che sale attraverso il paese come se attendesse soccorso da quella direzione. Ma non riesce a ricacciare indietro il pensiero. È stato ingannato non da Ruth ma dal suo desiderio di lei, talmente intenso da fargli credere a ciò che vedeva e immaginare possibilità inesistenti. E Ruth – un’antica tenerezza sgorga in lui come un torrente in piena ingombro di rottami e detriti – anche Ruth è stata ingannata, da lui, dalla sua stupida decisione di conquistarla acconsentendo alle sue idee sbagliate. Ciò che la donna sperava, forse, non lo sapeva nemmeno lei. Però non c’erano dubbi che non avesse ottenuto quanto aveva sperato. Niente nella sua esperienza l’aveva preparata ad apprezzare – e ancor meno a dar valore – a un uomo come Jack Beechum. Anni prima suo padre aveva aperto un negozio di ferramenta in città, affidando i lavori della propria fattoria a una sequela di fittavoli e braccianti. Gli affari non andavano bene – e sarebbe continuato così fino alla morte e al subentro dei due figli maschi – e in quelle circostanze nemmeno la fattoria. Prima che Ruth nascesse, a ogni modo, l’ambizione di famiglia era già passata dalla terra natia all’attività commerciale nella cittadina di Hargrave, complice il mito della prosperità imminente che aleggiava sulla confluenza dei due fiumi. Ma la prosperità che la cittadina attendeva, in realtà, non derivava affatto dal traffico fluviale sui fiumi Kentucky e Ohio: che se ne rendesse conto o meno, dipendeva già dalla ferrovia – la quale, quando giunse, scansò Hargrave di parecchie miglia. L’attività dei Lightwood, in ogni caso, sembrava promettere loro una comodità e una ricchezza che era impossibile aspettarsi dall’agricoltura, e una volta diretta l’attenzione verso la città non si voltarono indietro. Visto che abitavano poco fuori Hargrave, divennero a tutti gli effetti gente di città. L’abbondanza rurale rappresentata da cucina, orto, frutteto e affumicatoio serviva semplicemente a intrattenere gli ospiti cittadini: commercianti e professionisti, giovani e brillanti ministri di varie chiese. E dunque, quando divenne marito di Ruth, Jack non occupò un vuoto: usurpò il posto di qualche giovane pastore, avvocato o dottore ben istruito, il cui nome e volto madre e figlia forse non conoscevano ancora, ma la cui collocazione era tuttavia già stabilita. Quella figura ipotetica e nebulosa aveva fornito a Ruth il modello da esibire a Jack. Lui non era certo uomo su cui fosse possibile nutrire sogni grandiosi: aveva i piedi troppo piantati in terra. Così le illusioni e le false speranze del corteggiamento non sopravvissero all’intimità del matrimonio, e nel fallimento del corteggiamento fallì anche la loro unione. Dai piaceri ignari della giovinezza, la prima notte di nozze la scaraventò nel martirio della santità sessuale. Quello fu quanto. E quanto sarebbe stato – anche se a lui ci sarebbero voluti anni a darsi per vinto. Il giorno del matrimonio, da parte di Ruth non c’era stato alcun arrivo gioioso, alcuna riconoscente accettazione del luogo e di lui stesso e dei suoi preparativi per l’ingresso della sposa. Una volta conclusi matrimonio e festeggiamenti e allontanatisi dalla folla beneaugurante della casa paterna, infine liberi dai vincoli delle convenzioni e delle cerimonie, era rimasto soltanto un vuoto terribile, in cui entrambi capirono, prima che il calesse percorresse le due miglia di strada sterrata che conducevano al luogo remoto in cui lei aveva accettato di vivere, di essere completamente estranei l’uno all’altra, di non conoscersi affatto. «Spero che la casa ti piaccia», disse lui improvvisamente a disagio, vedendo l’edificio da lontano, come pensava lo vedesse lei per la prima volta. «Oh, sono certa che mi piacerà, – disse lei. – Mi piacerà perché è tua». Ma lei non guardava Jack. Era distante da lui. E lui se ne accorse, e si rese conto che ciò che aveva fatto cominciava a vacillare dentro di sé. «Ma è tua, – replicò. – Non deve piacerti soltanto per educazione». Lei non disse nulla, e lui guidò per un altro mezzo miglio prima di riuscire a parlare di nuovo. «Aspetta e vedrai. Con zia Ren e zio Henry, l’abbiamo rimessa a posto da cima a fondo». Quando raggiunsero l’edificio lui l’aiutò a scendere, si caricò del suo bagaglio e le fece strada in casa. Il sole era basso sull’orizzonte: la vecchia casa, silenziosa come se non fossero là, era piena d’ombre senza forma e dell’odore di vuoto delle stanze a lungo disabitate. Avvertì l’improvviso sconforto della moglie. Posò i bagagli nell’ingresso e aprì la porta di una stanza ai piedi delle scale. «Questo è il soggiorno. Devo andare a occuparmi del cavallo. Torno subito. Tu intanto mettiti comoda». Pochi minuti più tardi, quando tornò dalla stalla e si affacciò alla porta della cucina, Jack trovò Ruth seduta su una sedia scostata dal tavolo su cui zia Ren aveva apparecchiato e coperto con un panno la loro cena di matrimonio. Guardava in basso in campo aperto, in direzione del bosco. Era una sera tranquilla e tiepida di tarda primavera. Jack ne avvertì l’incanto ed entrò in casa piano, arrestandosi appena oltre la soglia. Per un attimo lei rimase immobile. Poi si alzò, si volse e camminò verso di lui senza guardarlo, come seguendo qualche vaga istruzione. «Hai dato un’occhiata in giro? Va tutto bene?». Lei annuì. «Tutto bene». Ma evitava di guardarlo. E continuò a farlo anche quando lui allungò il braccio per attrarla a sé e abbracciarla. Un anno e mezzo dopo, quando Jack vendette il raccolto, tornò a casa e mise il documento di estinzione del prestito nelle sue mani, si ripeté la stessa scena. Sperava che lei gioisse, che si voltasse ad abbracciarlo felice. Sapeva che la donna era consapevole del suo desiderio. Ma lei non ne fu capace. Conscia delle sue mire, non ebbe il coraggio di guardarlo in faccia. A quel punto Jack capì che la moglie provava una sorta di paura morale nei suoi confronti. Aveva imparato a riconoscere quella paura e a percepirla. Capì che il tocco delle sue mani era diventato ripugnante per lei, e capì perché. Le mani di Jack non erano schizzinose, e lei ne aveva conosciuto i modi, la disponibilità a compiere qualsiasi gesto: ad afferrare qualunque presa fosse loro offerta, a castrare e macellare animali, a imporre l’obbedienza a muli e cavalli, a ricoprirsi di qualsiasi porcheria, sporcizia o sangue fosse necessario. Erano mani che non esitavano e non cercavano di blandire. Che facevano con convinzione, e addirittura con entusiasmo, ciò che prima lei aveva visto fare soltanto di malavoglia da mani nere. Jack aveva scelto liberamente di compiere azioni che lei credeva un uomo potesse fare soltanto per obbligo. Che adesso lui la toccasse, posasse le mani su di lei in modo altrettanto aperto e convinto, con lo stesso entusiasmo che manifestava nel posarle su qualunque altra cosa gli garbasse toccare, lei non poteva sopportarlo. Sotto la sua mano, la carne di lei si contraeva. L’avvertiva ritrarsi al suo tocco. Lui la opprimeva. Il suo corpo curvo su di lei nell’oscurità era come una foresta di notte, affollata di vasti spazi e ombre, e grida di creature distanti di cui non conosceva il nome. Rappresentava per lei un mondo del tutto estraneo e isolato. E si sentiva doppiamente sola perché lui non aveva paura di nulla: apparteneva a tal punto al posto in cui l’aveva condotta, che neppure l’isolamento del luogo significava solitudine per lui. Jack era un uomo tutto d’un pezzo, sostenuto da una tradizione cui lei aveva rinunciato, o cui qualcun altro aveva rinunciato per lei prima della nascita – la tradizione di autosufficienza del piccolo proprietario terriero, di fedeltà al proprio luogo d’origine. Il fatto che si trovasse a suo agio in quelle condizioni di vita, e di conseguenza di fronte alle proprie necessità si comportasse in modo del tutto diretto, senza finzioni o eufemismi, lo rendeva alieno agli occhi di Ruth. Lui non faceva caso agli abiti da lavoro che puzzavano di letame, sudore di cavallo e del suo stesso sudore. Lei scoprì con sgomento che d’estate Jack andava in giro senza calze, e in inverno dormiva con la camicia addosso. Glielo fece notare cercando di modificare le sue abitudini, e lui, finché ci riuscì, fece ciò che gli era stato richiesto. Studiò i desideri della moglie e cercò di esaudirli meglio che poteva. Ma era plasmato troppo in profondità per poter cambiare, a meno di obbedire a una deferenza che non nasceva dal desiderio per lei, ma dalla propria delusione. Deferenza che per giunta diventava sempre più superficiale e svogliata, perché, incapace di mascherare la sua disaffezione e disapprovazione per i modi rozzi del marito, lei cercava semplicemente di costringerlo a smettere di essere ciò che era, spingendolo così ad assumere un atteggiamento provocatorio. Ruth invece possedeva la spietata integrità ideologica nata dall’ambizione, la calma severamente ordinata della propria famiglia e delle proprie abitudini. E Jack le minacciava entrambe con la sua sregolatezza, la sua passione per l’oscurità, che lei non provava né capiva, e dunque temeva. Non poteva seguirlo nelle tenebre. Non poteva lasciarsi andare a ciò che non conosceva, a ciò che non vedeva e non prevedeva. Non perché lui le usasse violenza, ma perché le chiedeva di fare violenza a sé stessa: quando la mano rude s’infilava nel corpetto o s’insinuava all’interno della coscia, mentre l’occhio vigile, prima con allegria e poi con trepidazione, scrutava la reazione della donna alla sua mano – tutto le chiedeva di lasciarsi domare, di desiderare ciò che non poteva offrire, di aprirsi a un compimento di cui sarebbe stata in seguito sempre e soltanto un frammento. E così, pur se la mano di Jack procedeva nel suo cammino, esplorava i crepacci e i luoghi più remoti della sua carne ed entrava in lei con la soggezione di un pellegrino, pur se lui penetrava in lei come il conquistatore di una città e la burrasca del desiderio infine lo gettava a riva su di lei, docile e senza forze come un bambino addormentato, lei continuò a trattenere una ricompensa, un dono vitale per sé. Gli negò gli occhi. Come già prima del matrimonio, rimase per lui un continente sconosciuto. Non gli offrì alcun approdo, alcuna via tracciata. Ogni volta che lui si faceva largo verso di lei, avveniva come per caso, come l’ultimo arrivato che brancola nel buio. Le si avvicinava ogni volta con maggiore trepidazione, e sempre maggior fatica. Tra le sue braccia, sorpresa e trattenuta nelle ultime, violente folate del suo desiderio, Ruth si sentiva tradita e vittima: le sembrava che il tetto e le pareti della vecchia casa crollassero, lasciandola esposta alle stelle e all’oscurità distante. Le sembrava di non essere affatto là, ma sola, persa, esule nel mezzo di una landa buia, dove aveva persino terrore di alzare le mani per toccare gli alberi. E restava paralizzata, col timore che qualche creatura o cosa la potesse udire, ad ascoltare il vento e le grida lontane. Lui era la sua croce, e lei lo sopportava con una sottomissione che più tardi gli ha fatto gelare le ossa. Stesi in solitudine uno a fianco all’altra, i due giacevano rigidi e con gli occhi sbarrati come effigi. Fu così che Jack, quando gli consegnarono nel lenzuolo inzuppato di lacrime della madre il corpicino dell’unico figlio maschio, morto, vi scorse il proseguimento di un’infelicità pregressa e familiare.</p>
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		<title>Oltreoceano &#8211; One Poem Books</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 May 2016 05:05:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Lo scorso autunno ho avuto modo di conoscere a Firenze Kate Jordahl, artista e docente di fotografia californiana e di vedere il suo progetto editoriale: piccoli libri di fotografia, costruiti attorno a un testo poetico di un autore vivente di lingua inglese o in traduzione. Le pubblicazioni sono biennali ed è possibile [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso autunno ho avuto modo di conoscere a Firenze <strong><a href="http://katejordahl.com/Home.html">Kate Jordahl</a></strong>, artista e docente di fotografia californiana e di vedere il suo progetto editoriale: <strong><a href="http://www.truenortheditions.com/wordpress1/one-poem-books/">piccoli libri di fotografia</a></strong>, costruiti attorno a un testo poetico di un autore vivente di lingua inglese o in traduzione. Le pubblicazioni sono biennali ed è possibile abbonarsi oppure ordinare libri singoli. L’idea, come nella migliore tradizione di incontro fra le arti, è quella di un dialogo che origina dalla parola poetica, ma può poi svilupparsi autonomamente nelle immagini. Tema di fondo è il rapporto con il paesaggio e con la dimensione naturale della vita umana. Non a caso troviamo incluso il poeta ambientalista e agricoltore <strong><a href="http://www.lindau.it/Autori/Wendell-Berry">Wendell Berry</a></strong>, originario del Kentucky, di cui in italiano sono stati tradotti i saggi e i romanzi legati all’ecologismo, alla cura consapevole della terra, dalla casa editrice <strong>Lindau</strong>. Si entra in silenzio nei tronchi, in casupole nella foresta invernale, nel legno scrostato delle porte, si diventa spettro lungo un binario, si affonda nel ritorno dell’acqua, ci si siede in attesa.</p>
<p>Eccone qui alcuni esempi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Elementary Geography</em> (poesia del norvegese Paal-Helge Haugen tradotta in inglese da Roger Greenwald).</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-60957 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/jordahl-onepoembooks-3_elementary-geography.jpg" alt="jordahl-onepoembooks-3_elementary geography" width="400" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/jordahl-onepoembooks-3_elementary-geography.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/jordahl-onepoembooks-3_elementary-geography-200x300.jpg 200w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Crystal Day</em> (poesia di Kate Jordahl)</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-60958 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/jordahl-onepoembooks-15crystal-day.jpg" alt="jordahl-onepoembooks-15crystal day" width="400" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/jordahl-onepoembooks-15crystal-day.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/jordahl-onepoembooks-15crystal-day-200x300.jpg 200w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://stillgreen.tumblr.com/post/4994646696/the-wild-geese-wendell-berry"><em>Wild Geese</em></a> (poesia di Wendell Berry)</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-60959 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/jordahl-onepoembooks-24-wild-geese.jpg" alt="jordahl-onepoembooks-24 wild geese" width="400" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/jordahl-onepoembooks-24-wild-geese.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/jordahl-onepoembooks-24-wild-geese-200x300.jpg 200w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Forecast</em> (poesia di Carol Henrie)</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-60960 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/jordahl-onepoembooks-39-FORECAST.jpg" alt="jordahl-onepoembooks-39 FORECAST" width="400" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/jordahl-onepoembooks-39-FORECAST.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/jordahl-onepoembooks-39-FORECAST-200x300.jpg 200w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p><strong><a href="http://katejordahl.com/Home.html">Sito personale di Kate Jordahl</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.truenortheditions.com/wordpress1/one-poem-books/">Blog di True North Editions</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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