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	<title>william butler yeats &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Stelle, isole, borghi (seconda parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Aug 2014 10:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Leopardi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni (QUI la prima parte) dentro la torre &#160; &#8220;(…) how crude and jaunty my own theories were beside his; indeed I got a tremendous sense of the intricacy of his art; also of its meaning, its seriousness, its importance, which wholly engrosses this large active minded immensely vitalised man&#8221;. VIRGINIA WOOLF su [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>(<strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/08/18/stelle-isole-borghi-prima-parte/">QUI</a></strong> la prima parte)</p>
<p><strong><em>dentro la torre</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>&#8220;(…) how crude and jaunty my own theories were beside his; indeed I got a tremendous sense of the intricacy of his art; also of its meaning, its seriousness, its importance, which wholly engrosses this large active minded immensely vitalised man&#8221;. VIRGINIA WOOLF <em>su</em> WILLIAM BUTLER YEATS</p></blockquote>
<p>Lessi <strong>W.B.Yeats</strong> per la prima volta a causa di mia madre, durante una vacanza estiva di pochi giorni in montagna – un soggiorno premio vinto per un concorso scolastico di poesia. Ero sedicenne e infelice. Ricordo che mi detestai per aver scritto quei versi ed essere finita in un posto dove non volevo assolutamente stare, che non erano i miei monti d’origine e dove mi crescevano rabbia e imbarazzo ogni volta che qualcuno dello staff della residenza sottolineava quanto dovessi essere sensibile, per scrivere poesie. Però ci incontrai Yeats. Mia madre aveva preso a leggere molta poesia, abitudine che di lì a pochi anni abbandonò per tornare ai romanzi ed ai saggi di fisica e matematica. Mi disse che questo poeta che affrontava ora era molto strano, ma gli piacevano i gatti e quindi doveva essere uno in gamba. Il suo libro era tutto chiosato a lapis di note e punti interrogativi. La poesia a cui lei si riferiva era<a href="http://www.poetry-archive.com/y/the_cat_and_the_moon.html"> <em>Il gatto e la luna</em> </a>– Vuoi ballare, vuoi ballare Minnaloushe? <span id="more-48642"></span>Rientrai a casa chiamando Minnaloushe tutti i gatti del vicinato. Qualche anno dopo mi imbattei, per via di spiriti fate e folletti, ne <em>Il crepuscolo celtico</em> e nelle <em>Fiabe irlandesi</em> introdotte dal poeta. Iniziai a leggere tutto quello che aveva prodotto, completamente affascinata: Yeats ricercava prove del soprannaturale di cui abbondavano le leggende irlandesi e i resoconti delle genti occidentali, ma restando ancorato a questa terra, al momento attuale. Non erano fughe né vaneggiamenti e Yeats sapeva mettere in gioco ogni lezione appresa. Spiriti, guide fantasmatiche, i morti che reggono il destino, sono tutte presenze che il poeta evocava senza aspettative di salvezza ultraterrena, ma piuttosto per  rimarcare in sé la differenza, l’umano. Sono parte integrante del posto che si abita, dove abitare un luogo significa lasciare che esso cambi a ogni nostro sguardo o maturazione, che niente sia scontato, che resti sempre qualcosa di inafferrabile per cui a quel luogo torniamo.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Sono loro &#8216;le divinità della terra&#8217;? Forse! Molti poeti e tutti gli scrittori mistici e occulti, in ogni epoca e paese, hanno dichiarato che dietro il visibile ci sono catene e catene di esseri coscienti, che non appartengono al cielo, ma alla terra, che non hanno una forma stabilita, ma cambiano secondo il loro capriccio, o la mente che li vede.[1]</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-48645 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/tower-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/tower-300x224.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/tower-900x674.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/tower.jpg 979w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Il  folklore celtico non apparteneva al mondo libresco &#8211; era il racconto vivo di un popolo, delle persone che circondavano Yeats, familiari e domestici: ogni biancospino aveva la sua genìa di folletti, ogni tumulo la sua fata, ogni famiglia una schiera di spiriti che ne influenzavano le sorti. Questi spiriti stavano nell’ora incerta, tra il giorno e la sera, la notte e l’alba, nell’apparire vago degli astri. Ed anche la luce, per cui poi infine vide, non era la vastità della volta stellata, ma il suo filtrare attraverso la feritoria (<em>loophole</em>) nel tetto della torre, dove le taccole facevano il nido e in cui si stabilì passati i cinquant’anni, con la famiglia. Thor Ballylee nella contea di Galway era un edificio pieno di storie ignote, opposte alle forze universali, le divinità immuni al tempo.</p>
<p>Le figure del poeta, gli eroi della mitologia irlandese, tutti gli antichi abitanti della torre si concentrano in uno spazio angusto, prima di prendere congedo, reinventarsi nelle generazioni future. Stanno dentro<em> l&#8217;ora</em></p>
<p><em>In cui il cigno deve fissare l&#8217;occhio </em><br />
<em>Sopra un raggio che svanisce,</em><br />
<em>Fluttuare sopra un lungo ultimo tratto di corrente scintillante</em><br />
<em>E là cantare il suo ultimo canto.</em></p>
<p>Dove il raggio è quello del sole che tramonta, e il cigno è l’io, la soggettività sulle acque dell’immaginario, siano esse lacustri o celesti, ma anche il bianco di un approdo assente dalle mappe, e infine l’animale in tutto simile a quelli che Yeats vedeva galleggiare a Coole, <em>sull&#8217;acqua immobile,/ Misteriosi, bellissimi</em>, prima di sparire via in un volo.</p>
<p>Ancora ne <a href="http://www.poets.org/poetsorg/poem/tower"><em>La torre</em></a>, si può leggere</p>
<p><em>La morte e la vita non erano</em><br />
<em>Finche l&#8217;uomo non creò il tutto,</em><br />
<em>Tirò fuori armi e bagagli</em><br />
<em>Dalla sua anima amara; </em><br />
<em>Certo: sole e luna e stelle, proprio</em><br />
<em>Tutto, e in più aggiungete questo,</em><br />
<em>Che, morti, risorgiamo,</em><br />
<em>Sogniamo e così creiamo</em><br />
<em>il Paradiso Translunare.</em></p>
<p>Cosa è mai il paradiso translunare, cosa sono i sogni dei morti?</p>
<p>Nel suo stranissimo saggio della maturità <em>A Vision</em>, Yeats spiegava così la facoltà del <em>Sognare Indietro</em> in cui</p>
<p style="padding-left: 30px;">lo <em>Spirito</em> è costretto a rivivere di continuo gli eventi che più lo avevano commosso; non può esserci niente di nuovo, ma i vecchi eventi spiccano in una luce che è fioca o vivida secondo l&#8217;intensità della passione che li aveva accompagnati.</p>
<p>Morti che non si rassegnano a morire, fantasmi che continuano a dimorare nelle stanze del passato o che tentano invano di portare a compimento qualcosa di abbandonato in vita, che sono le “<em>dramatis personae</em> dei nostri sogni” &#8211; ci ignorano e tuttavia ci influenzano profondamente. Allora il paradiso oltre la luna, non è che il punto di congiunzione coi defunti, quel fulcro immaginativo che permette al discorso di non esaurirsi, alle parole – al corpo – di rinascere. Solo a patto che la morte non sia esclusa dall’esistenza. Vi stia al centro stagnante e fertile: la sua indifferenza un principio ultimo di uguaglianza.</p>
<p>I maestri di Yeats erano stati i settecenteschi <strong>William Blake</strong>, il poeta che aveva raffigurato Albione l’uomo, con gli astri al suo interno, e <strong>Emmanuel Swedenborg</strong>, scienziato svedese residente a Londra, sorpreso a 56 anni da incontri ultraterreni sia con angeli che con spiriti di varia natura, alla  cui comprensione aveva dedicato il resto degli anni. Accanto a loro c’erano l’Irlanda, l’esperienza e le  contraddizioni di un uomo in molti modi bizzarro, ma reso lucido nel suo scrivere e non vecchio dal succedersi delle stagioni – ed è questo l’uomo a cui preferisco dar credito, l’autore delle poesie che mi accompagnano, suggerendomi che guardare oltre il contingente è gettarsi con determinazione nel pozzo scavato della propria storia. Nella torre il poeta saliva per la scala a chiocciola verso le illusioni della luna, il suo ciclo di crescita e decadimento, dall’oscurità alla pienezza dove si muovono i <em>sidhe</em>, le <em>creature del plenilunio sulle colline deserte</em>, <a href="http://www.bartleby.com/148/17.html">il satellite fatto strumento di rigenerazione</a>:</p>
<p><em>Il Pestello della luna</em><br />
<em>Che tutto riduce in polvere</em><br />
<em>Mi farà nascere nuovamente.</em></p>
<p>Mentre la scala contorta, pericolante, diveniva<a href="http://www.poemhunter.com/poem/blood-and-the-moon/"> il cammino della saggezza</a>:</p>
<p><em>Dichiaro che questa torre è il mio simbolo; dichiaro </em><br />
<em>Che questo vortice di scala, mulinante, ossessiva,</em><br />
<em>che s&#8217;inerpica in spire, è la mia scala ancestrale.</em></p>
<p>La purezza notturna della luna ed un uomo che si affatica nella sua fortezza per raggiungerla. È a questo punto che subentra un altro simbolo, opposto e complementare alla torre e al suo tetto-relitto inabissato nella freddezza stellare, in un nulla finalmente <em>abitabile. </em>Scrive Yeats in una lettera a Olivia Shakespear all&#8217;inizio dell&#8217;ottobre 1927:</p>
<p style="padding-left: 30px;">Sto scrivendo un nuovo componimento sulla torre, <em>Spada e Torre</em>, che rappresenta una scelta di rinascita anziché salvazione dalla nascita. Della mia spada giapponese e del fodero di seta faccio il mio simbolo della vita.</p>
<p>Il testo di cui parla il poeta diventerà<em><a href="http://allpoetry.com/A-Dialogue-Of-Self-And-Soul"> Un dialogo dell’Anima e dell’Io</a>,</em> dove è scritto:</p>
<p>La mia anima<em>. Convoco all&#8217;antica scala a chiocciola;</em><br />
<em>Concentra la tua mente sulla ripida ascesa, </em><br />
<em>Sul merli rotti, sgretolati,</em><br />
<em>Sull&#8217;aria stellata senza respiro,</em><br />
<em>Sulla stella che segna il polo nascosto;</em><br />
<em>Fissa ogni pensiero vagante su</em><br />
<em>Quel luogo dove tutto il pensiero si compie:</em><br />
<em>Chi può distinguere l&#8217;oscurità dall&#8217;anima?</em></p>
<p>L’anima sempre più lontana dai sensi umani ascende superando la scala, i merli, la luce delle stelle, al buio sorgivo, fugge per la feritoia dal ruotare dei destini, connubio di nascita e sofferenza. Tuttavia all&#8217;anima, che può escludersi dal tempo, risponde con tutt&#8217;altra opinione l&#8217;io terrestre, portatore della volontà di agire, simboleggiato in una spada. Ancora Yeats spiega in una lettera:</p>
<p style="padding-left: 30px;">Noi non possediamo che la volontà e non dobbiamo mai permettere che i figli di vaghi desideri appannino con il loro respiro il terribile specchio della sua lama né che le acque del sentimento lo facciano arrugginire.[2]</p>
<p>La spada è reale, un&#8217;antica arma giapponese regalo di un ammiratore; spada e fodero ricamato sono emblemi di un’esistenza appassionata da cui l’anima in un solo movimento vorrebbe affrancarsi:</p>
<p>La mia anima<em>. Perché l&#8217;immaginazione dell&#8217;uomo dovrebbe</em><br />
<em> Oltrepassata la sua primavera ricordare cose che sono</em><br />
<em>Emblematiche di amore e guerra? </em><br />
<em>Pensi alla notte ancestrale che può,</em><br />
<em> se l&#8217;immaginazione sdegna la terra</em><br />
<em>E l&#8217;intelletto il suo errare</em><br />
<em>Da questa a quella a quell&#8217;altra cosa,</em><br />
<em>Liberare dal crimine di morte e nascita.</em></p>
<p>La notte ancestrale è il momento della massima conoscenza, quando è possibile fuggire ed essere riassorbiti nel principio: superata la morte, in un processo inverso a quello dell&#8217;incarnazione l’anima riattraverserà il fuoco plasmatore per giungere a una luce che è in se stessa Dio. È un’idea che Yeats aveva approfondito studiando i neoplatonici e soprattutto <strong>Plotino</strong>, nelle cui <em>Enneadi</em> è detto:</p>
<p style="padding-left: 30px;">Ecco la verità: se non ci fosse corpo, l&#8217;anima non si farebbe avanti, poiché là dov&#8217;essa è naturalmente non c&#8217;è luogo alcuno. Se deve farsi avanti deve creare a se stessa un luogo, e perciò un corpo. E, come il suo stabile fondarsi su se stessa si rafforzò, per così dire, sul suo stesso fondamento, ne scaturì una grande luce, la quale, giunta agli ultimi confini del fuoco, si tramutò in oscurità; l&#8217;anima la vide e ad essa, una volta sorta, diede una forma: poiché non era giusto che ciò che è vicino all&#8217;anima non partecipasse della ragione, di quanta ne poteva accogliere ciò che è detto &#8216;oscuro nell&#8217;oscuro&#8217;, cioè generato.</p>
<p>E successivamente:</p>
<p style="padding-left: 30px;">là dove c&#8217;è l&#8217;essenza, l&#8217;essere, la divinità, e insieme con essi e con Dio, se ne starà l&#8217;anima diventata pura. Ma se vai ricercando dov&#8217;essa sia, ricerca allora dove siano quegli esseri; e quando cerchi, non cercare con gli occhi, come se cercassi dei corpi.[3]</p>
<p>Le isole fatate della poesia giovanile ora coincidono con l’assenza di un corpo e di un pensiero storicizzato, saldato alla memoria, alla materialità dei gesti. Il poeta non ha nulla da opporre alla morte se non la fermezza di non rinnegarsi. Davanti alla fine lo sguardo è spinto indietro. Non è allora la conoscenza a liberare l&#8217;anima &#8211; è l&#8217;umano che se ne è abbeverato a liberarsene per riscattare se stesso. Mentre l&#8217;anima si azzittisce, la sua lingua fatta pietra davanti alla completezza abbacinante del <em>post-mortem</em>, l&#8217;io non tace, perché ha un amore ancora da sviscerare:</p>
<p>Me stesso.<em> Un uomo vivente è cieco e beve il suo sorso. </em><br />
<em>Che importa se i fossati sono impuri? </em><br />
<em>Che importa se dovrò vivere tutto ancora? </em><br />
<em>(…) Sono felice di rivivere tutto ancora</em><br />
<em>E ancora, anche se fosse vita da gettare</em><br />
<em>Tra quella progenie di rane del fossato di un cieco,</em><br />
<em>Un uomo cieco che si scontra con uomini ciechi; </em><br />
<em>(…) Sono felice di seguire alla sua fonte </em><br />
<em>Ogni evento nell&#8217;azione o nel pensiero;</em><br />
<em>A misurare tutto; a perdonarmi tutto!</em><br />
<em>Quando uno come me si libera del rimorso </em><br />
<em>Una tale dolcezza scorre nel petto,</em><br />
<em>Che dobbiamo ridere e cantare,</em><br />
<em>Da tutto siamo benedetti,</em><br />
<em>Ogni cosa che guardiamo è benedetta</em>.</p>
<p>Non negare, ma accettare. Non rassegnarsi, ma gioire, come un’attitudine più che un traguardo, sentendo la vita come buona, poiché radicalmente giusta – nel suo esaltarci e schiacciarci, nelle sue angustie come nel suo slancio, anche se <em>i fossati sono impuri</em>, soprattutto se lo sono. Benedire è un termine che non ha niente del sacro – benedire è una parola che sta nella consapevolezza. Contenere tutta la sofferenza passata e intuire quella che deve sopraggiungere, subire la frustrazione di speranze non realizzate o languire per la crudezza dell’infanzia, tentare senza successo di svincolarsi dai tratti ereditari, scontare l’inadeguatezza all’altro e ai sogni – e proprio per questa somma di sventure trarre un sì da se stessi, la chiarezza dell’essere vivi, segnati dalle sconfitte, come dai racconti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>da un piccolo borgo</em></strong></p>
<figure id="attachment_48646" aria-describedby="caption-attachment-48646" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><img decoding="async" class="wp-image-48646 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/DSCN1647-300x225.jpg" alt="da qualche parte nella Sambuca Pistoiese" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/DSCN1647-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/DSCN1647-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/DSCN1647-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-48646" class="wp-caption-text">da qualche parte nella Sambuca Pistoiese</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scrivo, senza poter davvero comunicare me stessa. Scrivo perché le parole hanno un senso di intimità che mi sopravvive. Scrivo e penso che ci sono luoghi ideali per l’atto dello scrivere, luoghi della solitudine efficace, dove l’anonimia è un modo per riappacificarsi con l’esperienza. Ma lo scrivere ha le sue esigenze e compare anche nell’inospitale, quando si è combattuti tra il desiderio di riscatto presso il nostro vicino (chiunque egli sia), e la disciplina delle parole che vogliono restare, che pretendono distacco dai vacillamenti affettivi.  Scrivo in un posto di gente che non mi è simile – gente per cui mascherare con l’affabilità, la tolleranza, il proprio inestirpabile disagio, la voce minoritaria del cuore. Scrivo così da ricordare perfino il tempo che non mi è concesso. Preconizzare il futuro, un’intuizione dello spessore di un filo di luce.</p>
<p>La prima volta che ho sentito di essere davanti a un poeta è stato leggendo <strong>Giacomo Leopardi</strong>, nella primissima adolescenza. Non che fossi estranea alla poesia – mia madre, che mi aveva preparato per l’esame di ammissione direttamente alla seconda classe a sei anni, me ne aveva insegnate diverse, per allenare la mente: versi sui sentimenti, <em>Il vigile urbano</em> di Rodari. Il vecchio quaderno delle elementari abbondava di  poesie, scritte a mano sotto dettatura e tutte rigorosamente illustrate come chiedeva la maestra. C’erano poesie sul Natale e sulle stagioni. C’era senz’altro qualcosa di Pascoli e il settembre dannunziano. Nemmeno una di Giacomo Leopardi. Allora mia madre (ancora mia madre) si stupiva: “Ma come è possibile, è il più grande poeta italiano!”. E io continuavo a non sapere chi fosse né cosa avesse scritto questo misterioso signore che piaceva a una professoressa di matematica, che mi compariva davanti come un leopardo gigantesco nel bel mezzo della cucina, a causa del suo cognome. Poi in prima media mi dettero da imparare <em>L’infinito</em>. Mi esaltai, suscitando l’approvazione materna. La lettura continuò sulle antologie scolastiche, il poeta delle stelle e della luna, (dove per John Keats, stavano i leopardi), diventava sempre di più una questione privata, un uomo in carne e ossa, l’unico italiano nella mia congrega immaginaria di defunti romantici inglesi.</p>
<p>A Recanati da ragazzo aveva imparato due diverse solitudini – quella contemplativa, che gli permetteva di scorgere altri paesaggi oltre il paesaggio definito, e per me lui era il sognatore ideale, colui che attende le rivelazioni e sa che quest’attesa è tutto; e la solitudine dell’isolamento, della mancanza di un individuo solidale nella piccola comunità. Il borgo della sua giovinezza era il sospetto ottuso dei compaesani, ma era anche la prima scoperta di un mondo che esiste &#8211; i libri, la sapienza, le parole degli antichi, tutto questo si fa concreto per via di quel mondo. Anche a costo del disprezzo, dell’amarezza di chi, per un paradosso beffardo, si sente fuori posto, sebbene meglio di chiunque altro sappia riconoscere ciò che è <em>casa</em>, dare un nome all’appartenenza.</p>
<p>Tornato nella casa paterna, nell’estate del 1829, Leopardi scriveva <em>Le ricordanze</em>, poemetto sul vivere trascorso, e lo iniziava guardando fuori, pescando i suoi lumi-guida dall’impasto distratto della notte &#8211;</p>
<p><em>Vaghe stelle dell&#8217;Orsa, io non credea<br />
Tornare ancor per uso a contemplarvi<br />
Sul paterno giardino scintillanti,<br />
E ragionar con voi dalle finestre<br />
Di questo albergo ove abitai fanciullo,<br />
E delle gioie mie vidi la fine.</em><br />
<em>Quante immagini un tempo, e quante fole<br />
Creommi nel pensier l&#8217;aspetto vostro<br />
E delle luci a voi compagne!</em></p>
<p>Cosa si rimpiange del passato, della vita perfino in un luogo che ci è nemico? Leopardi era in esilio nel suo borgo, e compagno delle stelle. Un esilio interiore, determinato da scherno e occhi diffidenti, ma così tanto prezioso per rafforzare l’essenziale, per mantenere quella rotta, scandita dagli ostacoli, che porta fuori dalla <em>progenie di rane</em> di Yeats, permette infine di guardarla senza rancore.  Sotto gli astri indifferenti, sempre gli stessi sul <em>natio borgo selvaggio</em>, sulla ferocia dello scoprirsi nato,  il rimpianto va all’intensità di una prima stagione che si mostra solo quando è persa, all’andare solitario dei sogni che rallenta quando il guscio è rotto e il tempo ne esce a precipizio, facendosi necessità e ansia, posizione sociale, etichetta. Le stelle sono una porta, mai del tutto chiusa: erano su di noi prima del nascere, tengono oltre di loro ogni discorso remoto, speranza, evento che non possiamo rivivere. Rovesciano la realtà, si oppongono al <em>soggiorno disumano</em>, dove la morte più vera non è certo quella corporale, ma il barattare l’affanno del pensiero con un torpore condiviso, senza domande. Vaghe, le luci della costellazione, come un’insanabile lontananza, l’incertezza in cui ogni volta inventarsi, così come fanno ricordo e desiderio. Solo ciò che è incerto, sfumato, irraggiungibile, ci assicura un tentativo libero dell’esserci, una dignità.</p>
<p>Per stare nelle stelle si dovrebbe essere da molto morti e senza peso. Ammettere l’inutilità umana nell’economia del cosmo. Ritrovarsi disintegrati per percepire sotto le dita i nodi della radice. Fuggire dentro le stelle dall’imbarazzo di stare in mezzo agli altri, dal fraintendimento, dalla continua dislocazione del sé, fatto di cicatrici grossolane. Essere finalmente leggeri. Leopardi ritorna alle stelle ne <em>La Ginestra</em>, si affaccia verso di loro dall’asprezza del Vesuvio, e la condizione umana gli si fa incontro come la meraviglia di essere sparpagliati e invisibili sotto le molte luci che ci ignorano, miriadi di spilli conficcati nella notte. Dal suolo arido del vulcano, dalla spoliazione di sé, dei molti io che fanno un uomo, può venire un moto autentico di fratellanza.</p>
<p><em>Veggo dall&#8217;alto fiammeggiar le stelle,</em><br />
<em>Cui di lontan fa specchio </em><br />
<em>Il mare, e tutto di scintille in giro</em><br />
<em>Per lo vòto seren brillare il mondo.</em><br />
<em>E poi che gli occhi a quelle luci appunto,</em><br />
<em>Ch&#8217;a lor sembrano un punto,</em><br />
<em>E sono immense, in guisa</em><br />
<em>Che un punto a petto a lor son terra e mare</em><br />
<em>Veracemente; a cui</em><br />
<em>L&#8217;uomo non pur, ma questo</em><br />
<em>Globo ove l&#8217;uomo è nulla,</em><br />
<em>Sconosciuto è del tutto; e quando miro</em><br />
<em>Quegli ancor più senz&#8217;alcun fin remoti</em><br />
<em>Nodi quasi di stelle,</em><br />
<em>Ch&#8217;a noi paion qual nebbia, a cui non l&#8217;uomo</em><br />
<em>E non la terra sol, ma tutte in uno,</em><br />
<em>Del numero infinite e della mole,</em><br />
<em>Con l&#8217;aureo sole insiem, le nostre stelle</em><br />
<em>O sono ignote, o così paion come</em><br />
<em>Essi alla terra, un punto</em><br />
<em>Di luce nebulosa; al pensier mio</em><br />
<em>Che sembri allora, o prole</em><br />
<em>Dell&#8217;uomo? </em></p>
<p>Nella pluralità dei mondi siamo dimenticati a ogni istante. Siamo piccole piante ostinate, che devono intrecciarsi in traiettorie sghembe e imperfette, saldarsi a questo vivere perché non ve ne è un altro, né in un altro possiamo apprendere audacia, resistenza, il sollievo che viene infine dalla resa a ciò che ci circonda. Stelle, isole sperdute di un’infanzia, dimore di spiriti freddi e bellissimi. Il poeta le guarda come ne <em>Le ricordanze</em>, ma non è la dimensione del ricordo, dell’anima chiusa interiormente, che adesso esplora, bensì il presente condiviso, dove quello che possiamo chiamare anima sta fuori, si smarrisce, viaggia, perché l’uomo sia finalmente accolto in se stesso. Le fantasticherie di paesi oltre il limite delle siepi, di mari e boscaglie oltre le lune, si restringono a rotule e giunture, ci compattano prima della fine. Cosa mi sembra allora la prole dell’uomo. Quello a cui mi posso opporre, marcando con fatica un territorio di personale immaginazione. Ma poi mi sembra anche quello con cui devo riconciliarmi, aprendo una breccia perché arrivi l’altro, sia disarmante familiarità. Mi sembra tenera e accertata piccolezza, la prole dell’uomo, mi ruba un passo, una parola &#8211; ti sono accanto perché ti sono parte. E sono lieve. Una solitudine che si alza dalle pendici di un vulcano e porta tutti in sé, senza fatica, prima del congedo.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>***Per la traduzione delle poesie di Yeats ho utilizzato principalmente la versione di  A. L.Johnson, a volte apportando piccole varianti. Le poesie che appaiono nella prima e nella seconda parte sono queste: <em>The Stolen Child, The Wanderings of Oisin, Under Ben Bulben, The Cat and the Moon, The Tower, On Woman, Blood and Moon, A Dialogue of Self and Soul</em>. Le lettere del poeta si trovano qui:  <em>The Letters of W.B.Yeats.</em> a cura di Allan Wade, Rupert Hart-Davis<em>, </em>London 1954.</p>
<p>[1]The Irish Fairies&#8221; <em>in </em>WIFLM, pag.8-9.<br />
[2] Lettera a George Russell <em>in</em> W.B.Yeats,<em> La scala a chiocciola e altre poesie</em>, pag. 111-112<br />
[3] Plotino, <em>Enneadi </em>(Milano: Bompiani, 2000), pag. 573;  pag.599</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Stelle, isole, borghi (prima parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Aug 2014 07:15:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni isole “Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino” è la celebre indicazione che Peter Pan, il bambino che non crescerà mai, grida ai tre fratelli Darling in volo per l’Isola Chenoncè. La frase naturalmente non ha alcun significato (come ci tiene a precisare l’autore del libro, ma con il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<figure id="attachment_48632" aria-describedby="caption-attachment-48632" style="width: 552px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-48632 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/neverland-robert-ingpen.jpg" alt="" width="552" height="332" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/neverland-robert-ingpen.jpg 552w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/neverland-robert-ingpen-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 552px) 100vw, 552px" /><figcaption id="caption-attachment-48632" class="wp-caption-text">Robert Ingpen, Neverland</figcaption></figure>
<p><strong><em>isole</em></strong></p>
<p>“Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino” è la celebre indicazione che Peter Pan, il bambino che non crescerà mai, grida ai tre fratelli Darling in volo per l’<strong>Isola Chenoncè</strong>. La frase naturalmente non ha alcun significato (come ci tiene a precisare l’autore del libro, ma con il tono beffardo di chi la sa lunga), è solo la prima cosa saltata in mente allo straordinario ragazzo che ha tutto il tempo e nemmeno un attimo da regalare a ciò che non sia puro entusiasmo e avventura. Eppure nessuna direzione è più adatta per un luogo che non esiste, dove si arriva solo da bambini, cadendo piano talvolta nei sogni e nel loro garbuglio di cose note d’improvviso fatte improbabili, di terrori e storie capovolte, interrotte bruscamente dalla visione successiva o dal rumore della sveglia. A destra di cosa? Seconda in quale fila a partire da quale punto di riferimento? E soprattutto quale stella, quella non più grande di un mappamondo, fredda e luminosa, dietro cui Peter si nasconde, o quella distante migliaia di anni luce, già morta e ancora brillante, essa stessa un paese inventato, immaginario?</p>
<p><span id="more-48630"></span>Come per molti della mia generazione il mio primo incontro con Peter Pan avvenne al cinema alla fine degli anni Settanta con la versione disneyana della storia, estranea allo spirito originale, priva com’è dell’inquietudine e del sospetto che non sia così spensierata l’esistenza del protagonista &#8211;  tuttavia fu sufficiente perché il ragazzo volante diventasse uno dei soggetti più frequenti delle mie fantasie a occhi aperti e non. Sarebbe arrivato prima o poi, di notte, sfrecciando tra le costellazioni fino alla mia finestra e tutti quelli che erano i miei giochi più appassionanti, le avventure che cercavo di trarre fuori dai sogni al mattino come la sabbia dagli occhi, sarebbero stati terribilmente veri e presenti.</p>
<p>Anche l’isola quando balugina all’orizzonte è una stella, una nebulosa. La vediamo uscendo noi stessi dal buio, emergere da una nube rossastra, un’alba o un tramonto, volgersi a un pulviscolo azzurro che si apre al centro lasciando trasparire le insenature del mare, la laguna ombrosa, la prateria dei pellerossa, la foresta dove vivono gli animali feroci, le radici enormi che nascondono la casa sotterranea e in fondo, nell’angolo più remoto, la caverna dove una sveglia batte il tempo da dentro lo stomaco di un coccodrillo. Ci siamo in mezzo e siamo perduti su questa zolla di terra al di là dell’atmosfera e degli astri. Quando arriviamo in volo sappiamo che dalla boscaglia vedremo apparire le forme delle nostre paure più intime o quelle lungamente desiderate, già percepite perfino nell’odore, e sappiamo che prima o poi tutto muterà, spogliandosi inevitabilmente. Non riusciremo a vedere l’arco e le frecce di un indiano o gli occhi del nostro lupo preferito, il mare salirà inghiottendo tutto, e dopo l’acqua il freddo che fa la lingua di pietra, per scolpire l’età adulta della concretezza e delle ambizioni.</p>
<p>Ma ora restiamo qui ancora un poco con il destino irrisolto e la gravità esplosa, sospesi a rubare pezzi di cibo dal becco degli uccelli. Il volo di andata è sempre la parte migliore. Noi ci muoviamo pieni di speranza verso un’isola sommersa tra gli astri, dove non si è mai stanchi, non si diventa vecchi. L’Isola Chenoncè, il Luogo del Sempre e del Mai, o anche <strong>Tir na nÓg</strong>, l’altro mondo di cui parlano le antiche storie d’Irlanda: anch’essa un’isola spinta a occidente.</p>
<p>Dopo, quando avremo voltato la schiena <a href="http://www.lankelot.eu/letteratura/de-feo-giovanni-lisola-dei-liombruni.html-0">all’isola</a> e non saremo più in grado di vederne il bagliore scrutando il cielo, avremo tutto il tempo per apprendere non il proseguire della strada, ma la via del ritorno. E quando torneremo porteremo i segni sul corpo, l’impronta del cammino.</p>
<p><strong><em>adoratori di stelle</em></strong></p>
<figure id="attachment_48637" aria-describedby="caption-attachment-48637" style="width: 210px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-48637 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/William_Butler_Yeats_by_George_Charles_Beresford-210x300.jpg" alt="George Charles Beresford, William Butler Yeats" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/William_Butler_Yeats_by_George_Charles_Beresford-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/William_Butler_Yeats_by_George_Charles_Beresford.jpg 561w" sizes="auto, (max-width: 210px) 100vw, 210px" /><figcaption id="caption-attachment-48637" class="wp-caption-text">George Charles Beresford, William Butler Yeats</figcaption></figure>
<p>Il mare che circonda il paese di Peter è a volte lo stesso mare, a nord, dove emergevano isole dalla nebbia, miraggi ingannatori su un orizzonte mobile, quando ancora le mappe riportavano tracce di approdi sconosciuti, di mostri e vite fantastiche. Più di un uomo adulto, allora, si dice aver attraversato l’acqua su rotte immaginarie, aver raggiunto un paradiso terrestre senza dolore o vecchiaia.</p>
<p>Oisin, bardo irlandese, segue in uno di questi viaggi Niamh, la donna di cui si è innamorato, che viene dalla Terra della Giovinezza dove dimorano il re suo padre e i <em>Sidhe</em>, la stirpe leggendaria dei Tuatha de Danaan, composta di  artisti, fabbri, musici e negromanti. Gli abitanti dell’isola vivono in una luce crepuscolare, non logorati da dubbi o desideri.</p>
<p>Il giovane <strong>William Butler Yeats</strong> prese spunto dal mito del bardo per il suo poemetto <em>T<a href="http://www.csun.edu/~hceng029/yeats/yeatspoems/WanderingsOfOi">he Wanderings of Oisin</a></em>, scrivendo che in questo luogo le stelle sono <em>annegate nella rugiada</em>,  e la rugiada sommerge il tramonto &#8211;  un cielo liquido, primordiale, dove ogni destino rinasce. L’essere umano non può parteciparvi: la gioia che pervade tutto è irraggiungibile per Oisin, che dopo aver cavalcato sul mare tra isole meravigliose, ancora si chiede <em>E quale di queste è l’Isola della Felicità?</em>. Se c’è una libertà da raggiungere (<em>Io porto la liberazione</em>, dice Niamh), non è un luogo fisico dove soggiornare, non almeno finché si è vivi, ovvero tormentati dalle cose che finiscono, dalle domande che si rinnovano, dai ricordi che spingono verso il già vissuto, come se ora rivivendolo potessimo goderne per intero, senza affrettarci all’attimo seguente. Il tempo nell’uomo è proprio questo: non una freccia che da qualche parte dovrà fermarsi, ma una spirale che si riavvolge e così si logora, traendo dal quotidiano la sua direzione, muovendosi tra presenze sempre più chiare quanto più inafferrabili nel passato. Siamo esseri inquieti. Non possiamo soggiornare troppo a lungo in uno stato di appagamento: diventerà presto noia e impulso a partire. Non possiamo scordare la nostra natura mortale e con essa ciò che insieme ci arricchisce e invecchia &#8211; la bellezza abita presso di noi a patto che sia sempre sul punto di dileguarsi. Ogni volta che Oisin sosta su una delle isole, le onde o l’aria gli riportano qualcosa della sua vita umana: una lancia, un ramo di faggio, uno storno – e la nostalgia è più forte di ogni ricerca.</p>
<p>L’uomo non può toccare le rive oltre il tempo. Quello è un paese che appartiene alla sola speculazione o a quegli stessi esseri fatati che in un&#8217;altra poesia giovanile di Yeats, <a href="http://www.poets.org/poetsorg/poem/stolen-child"><em>The Stolen Child</em></a>,  portano via il bambino, prima che entri a far parte del dolore incomprensibile degli adulti.</p>
<p><em>Vieni, sì, fanciullo umano!</em><br />
<em>Vieni all&#8217;acque e nella landa</em><br />
<em>Con una fata, mano nella mano,</em><br />
<em>Perché, nel mondo vi sono più lacrime</em><br />
<em>Di quanto tu potrai mai capire.</em></p>
<p>È un luogo privato dei desideri, che si perde crescendo &#8211; crescere, questo <em>produrre</em> tempo &#8211; , nello stesso modo in cui smettiamo di voltare la testa in alto per correre da una stella a un’altra. Quando Oisin fa ritorno in Irlanda scopre di essere stato via trecento anni, e camminando sul suolo natio l’età formidabile gli precipita addosso – non potrà più prendere il mare e ricongiungersi a Niamh o al suo popolo, ma nella versione yeatsiana non sceglie nemmeno di convertirsi alla nuova religione, diffusa da San Patrizio sull’isola, sperando in un dio compassionevole che lo accolga.</p>
<p><em>SAN PATRIZIO</em></p>
<p><em>Sulle pietre infocate, senza scampo, le membra dei feniani son gettate;</em><br />
<em>non c’è guerra coi padroni dell’Inferno, che nella loro furia potrebbero smantellare la terra;</em><br />
<em>ma inginocchiati e logora le lastre di pietra e prega per l’anima tua che è perduta</em><br />
<em>per l’amore demoniaco della sua giovinezza e la vecchiaia appassionata e senza Dio.</em></p>
<p><em>OISIN</em></p>
<p><em>Sarebbe triste contemplare i beati se non ci fosse qualcuno che anticamente ho amato;</em><br />
<em>getto a terra la catena di pietruzze! Quando la vita nel mio corpo cesserà,</em><br />
<em>andrò da Caoilte e Conan, e Bran, Sceolan, Lomair, </em><br />
<em>e abiterò nella casa dei Feniani, siano essi a banchetto o tra le fiamme. </em></p>
<p>Non c’è consolazione ultraterrena per chi ha voluto vivere tutto pienamente, e lo sguardo non va cercando un riscatto assolutorio &#8211; ripercorre il sentiero del mondo conosciuto, chiuso in un pugno di sabbia o dipanato tra il vincolo degli affetti e l’altra gioia di possedere almeno per una volta il bene promesso dalle stelle: la leggerezza che solleva dalla propria condizione, ci conduce nella totalità del sentimento, senza ombre.</p>
<p>Scriveva ancora Yeats:</p>
<p style="padding-left: 30px;">È uno dei più grandi tormenti della vita quello di non poter mai provare emozioni pure. C&#8217;è sempre qualcosa nel nostro nemico che ci piace e qualcosa nel nostro amico che ci dispiace. È questo intricarsi di sentimenti dell&#8217;anima che ci fa vecchi, e corruga la nostra fronte e ci infossa le occhiaie. Se potessimo amare e odiare pienamente col cuore come i Sidhe, godremmo come loro lunga vita. (…). Presso di loro l&#8217;amore non viene mai a noia, né possono i moti stellari consumare i loro piedi nella danza.[1]</p>
<p>I Sidhe sono quel popolo di osservatori di stelle che si muovono dove noi sogniamo. È diversa la loro misura temporale, coincide con l’oblio di sé, così che ogni stagione è davvero nuova. Ma se li raggiungessimo davvero, cosa sarebbero per noi se non il sembiante monotono dell’eternità, il riflesso delle nostre fantasie, incapace di contenere le storie che stanno sotto la superficie? In <a href="http://www.sacred-texts.com/neu/celt/swc2/swc216.htm">una fiaba del folklore inglese</a> si dice che la vita degli spiriti che abitano la brughiera è</p>
<p style="padding-left: 30px;">un inganno, un’illusione.  – Non hanno vere sensazioni, né veri sentimenti, ma soltanto una specie di pallido ricordo di ciò che li rendeva felici quando erano mortali, magari migliaia di anni or sono. Quelle che ti sembrano mele rubiconde o altri frutti deliziosi sono soltanto susine selvatiche, bacche e more.[2]</p>
<figure id="attachment_48635" aria-describedby="caption-attachment-48635" style="width: 212px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-48635 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/Brian_Faeries_53_himself-212x300.jpg" alt="Brian Froud, Satyr &quot;Himself&quot;" width="212" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/Brian_Faeries_53_himself-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/Brian_Faeries_53_himself.jpg 424w" sizes="auto, (max-width: 212px) 100vw, 212px" /><figcaption id="caption-attachment-48635" class="wp-caption-text">Brian Froud, Satyr &#8220;Himself&#8221;</figcaption></figure>
<p>Si dice inoltre che questa loro esistenza crepuscolare sia il destino di tutti coloro che muoiono giovani, quando ancora il corpo è pieno di linfa e sangue, o anche che popoli antichi, come gli stessi Tuatha de Danaan, si siano talmente radicati in una terra, da non poterla abbandonare nemmeno una volta scomparsi. L’estinguersi materiale non fa i conti con l’immaginario. Se qualcuno non li sognasse, non sarebbero che un albero, un rivolo d’acqua, e l’essere umano potrebbe vivere ignaro, convinto che il mondo inizi e finisca con la sua presa sulle cose circostanti.</p>
<p>Antenati, forme del nostro desiderio, spiriti irraggiungibili, custodi: “essi non hanno la nostra religione – prosegue la fiaba popolare -, adorano le stelle”. Difficile stabilire il significato esatto di questa affermazione, se un accenno a riti pagani o semplicemente un rimando alla vaghezza di certe esistenze, ma certo non si può non pensare ai megaliti diffusi in tutta Europa e in particolare nel nord della Francia e nelle isole a nord ovest. Sorti nel neolitico, perfino prima delle piramidi, questi luoghi sono in genere considerati siti funerari, ma anche simboli del sole in connessione con la volta celeste, per predire l’eclissi o fare calcoli sull’orbita lunare. Nella regione di Carnac, il luogo dei tumuli di pietra nella Bretagna francese, si trova probabilmente la più alta e antica concentrazione di menhir e dolmen, databile fino al 6000 a.C. – i primi pietre oblunghe, verticali, piantate nel terreno e disposte in cerchi, allineati o più raramente isolati; i secondi riconoscibili come tumuli sepolcrali, vere e proprie abitazioni dei morti. Segnano l’ingresso nella terra dei <em>sidhe</em>, di, spiriti e folletti, i Korrigans della Bretagna, le antiche fate d’Irlanda, i Pixies della Cornovaglia. Sorgono tra una terra dei morti e una terra degli astri, tra due diverse impossibilità, indicano ciò che è sepolto, passato, come tutto quello che non potremo mai osservare da vicino, che si muove lontano dalla nostra ignoranza. Alcuni menhir si stanno inabissando nel terreno, reso cedevole dal passaggio del tempo. Nel loro sprofondare dove non c’è respiro incontrano la stessa oscurità che è oltre il cielo. Attraversano la materia che si riforma e brulica, le stelle morte.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Tutti i popoli antichi credevano  che la morte fosse l&#8217;inizio della saggezza e della bellezza; e la stoltezza fosse una specie di morte. (…) L&#8217;io, che è il fondamento della nostra conoscenza,  è fatto a pezzi dalla stoltezza.[3]</p>
<p>Ancora Yeats, il cercatore di fate, ed esse avevano il tremolio degli astri, implicavano la paura del vuoto, quello che cerchiamo di riempire con la parola, che ci distanzia dai corpi celesti, di cui pure siamo residuo, condensa di polvere.</p>
<p>Stelle, isole, fate, tombe. Chissà se l’inizio della saggezza è in realtà l’inizio del tempo. Il tempo che non trascorre, ma è generato. Un tempo misurato dall’intensità della luce, dal suo procedere stellare dentro la fine. Stelle come isole incantante sepolte nella notte. O luoghi deserti, dove si è al sicuro con le cose attorno, il nostro rumore interno ci parla. La pratica di simili posti era raccomandata dal poeta specialmente a chi cercasse un contatto con gli spiriti, una conoscenza ulteriore di sé o semplicemente la conferma che ciò in cui indugiamo da bambini – una fantasticheria che pure nel suo terrore ci fa sentire meno soli &#8211; non è affatto insensato, che perseguire una propria verità può voler dire andare fino in fondo nel credere, percorrerlo fino a <em>vedere</em> sebbene in un albore fioco, effimero.</p>
<p><strong><em>luoghi desolati</em></strong></p>
<p>Nel 1873 Robert, il fratello minore del poeta, morì a tre anni di difterite, mentre la famiglia si trovava a Sligo, nella casa dei nonni paterni.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Ebbi la consapevolezza della morte un giorno che mio padre e mia madre, i miei due fratelli e le mie due sorelle erano venuti a Sligo in visita. Mi trovavo nella biblioteca quando udii un rumore di passi affrettati e sentii qualcuno, nel corridoio, dire che era morto il mio fratello minore, Robert. Era malato da alcuni giorni. (…) Il mattino seguente, a colazione, sentii qualcuno riferire che mia madre e la domestica avevano udito gemere la <em>banshee</em> &#8211; la fata della morte &#8211; la notte prima che mio fratello morisse.[4]</p>
<p>La <em>banshee</em>, “la donna delle fate” o “delle colline”, annuncia in un lamento il lutto nelle vecchie famiglie d’Irlanda.  E non promette nessun conforto ultraterreno – ricorda che i morti esistono e con loro ciò che è legato alle origini, all’irrompere delle storie, che senza questo limite nessuna immaginazione è possibile. Nella contea di Sligo, nell’Irlanda nord-occidentale dimora l’infanzia del poeta con le sue prime esplorazioni del mondo fatato: è lì che nasce la sua frequentazione delle lande desolate, paesaggi scabri avvolti dalla pioggia pulviscolare. Yeats, per sua volontà, è sepolto nel cimitero di Drumcliff, alle pendici del Ben Bulben, montagna carica di leggende celtiche, che è in realtà una collina, la <em>table mountain</em> &#8211; i versanti ripidi e scanalati, la cima piatta dove sembra di poter correre per tuffarsi nell’oceano. Su questa montagna finisce l’amore leggendario di Diarmuid e Grania, con Diarmuid ucciso, come predetto, da un cinghiale e non un cinghiale qualsiasi, ma un animale fatato, che un tempo era umano. E qui:</p>
<p><em>Sotto la vetta spoglia del Ben Bulben<br />
nel cimitero di Drumcliff è sepolto Yeats.</em></p>
<p>La pietra della tomba, come è scritto ancora in <a href="http://poetry.about.com/od/poemsbytitleu/l/blyeatsunderbenbulben.htm"><em>Under Ben Bulben</em></a>, la poesia testamentaria, non è solido marmo, ma <em>limestone</em>, calcare: qualcosa che può sgretolarsi, essere consumato, trascorrere – esattamente come la durata della vita.</p>
<figure id="attachment_48631" aria-describedby="caption-attachment-48631" style="width: 550px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-48631" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/ben-bulben-1024x768.jpg" alt="ben bulben" width="550" height="413" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/ben-bulben-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/ben-bulben-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/ben-bulben-900x675.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 550px) 100vw, 550px" /><figcaption id="caption-attachment-48631" class="wp-caption-text">Ben Bulben</figcaption></figure>
<p>La prima volta che visitai la contea era inverno, la fine di gennaio. La temperatura era piuttosto mite, nonostante il cielo nuvoloso e la  pioggerellina costante che fa dell’atmosfera un vapore impalpabile, da cui uscire completamente bagnati, una volta al coperto. Arrivai nel cimitero di Drumcliff nel tardo pomeriggio, quasi l’ora di chiusura. Una temporanea schiarita aveva fatto apparire l’arcobaleno, così frequente nell’ovest del paese. Ero l’unica visitatrice &#8211; la chiesa medievale era chiusa; dedicai uno sguardo veloce alla croce celtica che si alza dove San Columba, il santo misterioso di queste regioni, fondò un monastero nel sesto secolo, e poi mi volsi per cercare la tomba lì accanto – una semplice lastra grigia su cui erano incisi i versi conclusivi della poesia. Si staglia esattamente contro il profilo del monte, a sua volta attraversato dai sette colori della pioggia. I luoghi in sé sono nulla. Suggestivi, certo, ospitali, freddi, impervi – ma tutte queste sono parole buone per il taccuino di un turista, per una cartolina distratta, se essi non si caricano di senso personale, di un racconto che ci tenga dentro di sé. <em>In questo pezzo di isola occidentale c’è il “mio” Yeats. Mio come qualcuno da cui provengo, un remoto tratto familiare a cui tenersi, specialmente nella difficoltà. I libri che amiamo ci proteggono. I poeti che amiamo ci stanno tutti nella voce, ci spingono nell’unica cosa che possiamo sempre tentare: comprendere.  Quando me ne andrò avrò nel mio bagaglio una piccola regione, un rifugio ben tangibile dietro il risuonare delle poesie.</em> Ero stata alla baia di Rosses il giorno precedente, accompagnata dalla stessa solitudine, da quella bizzarra sensazione di recarmi a un appuntamento, ma l’altro era disperso nella mia mente, nei significati della mia propria visione. “La prossima fermata &#8211; mi aveva detto l’autista dell’autobus &#8211; è l’America … ma è piuttosto scomodo portartici … ti scendo qui al Country Club. Buona passeggiata!”</p>
<p style="padding-left: 30px;">Drumcliff e Rosses furono, sono e sempre saranno, grazie al Cielo, luoghi di raduni ultraterreni. (…) All&#8217;angolo nord di Rosses c&#8217;è un breve promontorio di sabbie, rocce ed erbe: un posto malinconico, infestato di fantasmi. Pochi contadini si metterebbero a dormire sotto la sua bassa scogliera, perché chi ci dorme può risvegliarsi idiota, avendogli i Sidhe portato via l&#8217;anima.[5]</p>
<p>D’estate la spiaggia di Rosses si riempie di villeggianti e surfisti. Ma così, in una giornata invernale e fosca, l’unica figura umana era la statua di una donna, i capelli sciolti nel vento, il volto verso il mare come un lamento per gli affogati, i marinai che non fecero ritorno. Perduti nell’oceano a occidente che è un altro cielo, dove le luci si abbuiano sprofondando. Pensai che c’era una connessione tra questi morti insepolti e le frotte di spiriti e fate di cui, per Yeats, abbondava la baia. Guardando la statua, mi ricordai di <em>Riders to the Sea</em>, la tragedia in un solo atto di <strong>John Millington Synge</strong>, grande amico del poeta, che aveva frequentato a lungo un altro ovest dell’Irlanda – le tre isole Aran, a largo della baia di Galway, dove per secoli la pesca e il mare erano stati il principale sostentamento. L’opera è dominata da una cupa premonizione, un destino scritto a cui i protagonisti obbediscono e si rassegnano. Ma non per questo diminuisce il soffrire o l’incanto sinistro di certe figure ha meno forza. Maurya, la donna protagonista, piange la scomparsa di Michael, il figlio maggiore annegato a nord, a largo del Donegal, e di cui le sono stati mandati i vestiti recuperati, ridotti a stracci. Contemporaneamente è angosciata dalla decisione dell’altro figlio, Bartley, di attraversare il mare per vendere un cavallo alla fiera di Galway. Il figlio, sordo alle richieste della madre, parte cavalcando una giumenta e seguito da un pony color del maltempo. Nell’acqua del pozzo aggalla un’immagine: sul pony cavalca Michael, che indossa abiti e scarpe nuove, di ottima fattura. È un segno inequivocabile del lutto ulteriore che sta per sopraggiungere. Poco dopo un gruppo di donne porta la notizia a Maurya e alle figlie: Bartley è caduto dalla scogliera nel mare, spinto dal pony grigio. La trama è una storia feroce di sventura, di fame e necessità, dello stato di figli, rispecchiati e già finiti nel sogno della madre. La stessa Maurya in conclusione, dirà – <em>nessun uomo può vivere per sempre e dobbiamo accontentarci</em>. Ma gli abiti nuovi, il pony fatato, richiamano una tradizione locale, un’esistenza altra che chiede il conto della nostra. Credevano, nell’ovest e nelle Aran, che il mare fosse abitato da individui simili a quelli sulla terra, con tanto di bestiame che poteva uscire, in certe giornate, risalire le scogliere fino al villaggio. Terribili cavalli d’acqua, affamati di carne. Nelle profondità marine si mescolavano una ricchezza possibile e i corpi gonfi di sale, assiderati e lividi nelle onde. Chi spariva dal mondo quotidiano, diventava dunque il suo riflesso nella mobilità dell’acqua, ma rivestito di tutto punto e privo dei sentimenti, dei dubbi che lo facevano umano. Michael si affaccia dal pozzo all’antica madre quale presagio di cattiva sorte, senza nessuna pena o pentimento: è una specie di giustizia naturale quella a cui ora appartiene. È questo che ci riserva il vivere? Un brevissimo sogno che nasce dalla pelle dei morti? Una speranza – una donna col volto proteso – che è già per metà accettazione?</p>
<p>La bassa marea aveva scoperto un’ampia porzione di spiaggia davanti a me, con pozze d’acqua salina e conchiglie tubolari, e una nebbia diffusa da cui sorgevano le due montagne magiche del Ben Bulben e del Knocknarea, l’una la tomba del poeta, l’altra anch’essa un sito funebre, un tumulo gigante per la regina e guerriera del Connacht, Maeve (<em>Méabh</em>), miniaturizzata nel <em>Romeo e Giulietta</em> di Shakespeare in Mab, fata dispettosa dell’allucinazione. Povera regina, mi dicevo, da un enorme cumulo di pietre sovrastante la costa, a una danza furiosa sulla punta del naso di Mercuzio.  Mi trovavo in un paese di pescatori, senza nessuno con cui poter condividere il pomeriggio, perché come si può condividere un dialogo con un poeta morto e le sue ossessioni? O dire, senza l’ironia degli amici che me lo ripetevano, che ero veramente in cerca di fate? Nel silenzio della mia camminata sentivo nostalgia per qualcosa che poteva balzare dalla schiuma e prendermi, qualcosa che, come il bambino rapito della poesia giovanile di Yeats, avevo atteso a lungo. Il paesaggio scaturiva dai miei amori letterari, guardavo attraverso gli occhi di un predecessore che non aveva con me nessun legame di parentela, ma di elezione – sceglievo in lui un’origine – e anche il tempo veniva smantellato. Tutto è presente e concluso. Le mie risposte stanno in un altrove che mi è al fianco, fuoriesce dalle lande, brilla della sua propria estinzione.</p>
<p><em>(continua)</em></p>
<p>[1] William Butler Yeats, &#8220;The Untiring Ones&#8221; in<em> Mythologies,</em> (London: Basingstoke, Papermac, Macmillan Publishers, 1982), 77</p>
<p>[2] Katherine Briggs, <em>Fiabe popolari inglesi</em>, (Torino: Einaudi, 1996), 202</p>
<p>[3] William Butler Yeats, &#8220;The Fool of Faery&#8221; in <em>Writings on Irish Folklore, Legend and Myth </em>[WIFLM], (London: Penguin Books, 1993), 282-283</p>
<p>[4] <em>Autobiografie</em>, (Milano: Adelphi, 1994), 35-36</p>
<p>[5]&#8221;Drumcliff and Rosses&#8221; in <em>Mythologies</em>, 88</p>
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