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	<title>wojtekedizioni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Overbooking: vocabolario minimo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Jun 2019 04:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Mignola]]></category>
		<category><![CDATA[Wojtek edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[wojtekedizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Nell&#8217;introduzione di Luca Marinelli a questa estrema e delicata antologia in uscita con Wojtek edizioni leggiamo: &#8220;Il Vocabolario minimo delle parole inventate raccoglie molti tra gli autori che, conosciuti negli ultimi anni di redazione sul web, ritengo tra i più interessanti nel panorama delle riviste, autori le cui prove narrative aspetto sempre con impazienza.&#8221; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-79399 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Capture-d’écran-2019-05-31-à-08.10.07.png" alt="" width="279" height="406" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nell&#8217;introduzione di Luca Marinelli a questa estrema e delicata antologia in uscita con Wojtek edizioni leggiamo: &#8220;Il Vocabolario minimo delle parole inventate raccoglie molti tra gli autori che, conosciuti negli ultimi anni di redazione sul web, ritengo tra i più interessanti nel panorama delle riviste, autori le cui prove narrative aspetto sempre con impazienza.&#8221;</p>
<p>Alcuni di questi autori, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/08/28/les-nouveaux-realistes-stefano-felici/">Stefano Felici</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/09/11/les-nouveaux-realistes-simone-ghelli/">Simone Ghelli,</a> hanno fatto parte di un mio felice esperimento, proprio qui su Nazione Indiana, intitolato <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/les-nouveaux-realistes/">&#8220;les nouveaux réalistes&#8221;</a>. Accolgo dunque con estrema e delicata attenzione questo nuovo esperimento proponendovi in anteprima uno dei racconti.(effeffe)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-79368"></span></p>
<p><strong>Transkafkamento</strong></p>
<p>di <strong>Luca Mignola</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>Le prove del detective Max Plot</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Prova documentale nr. 1 – Referto medico del 10 ottobre 2018</em></p>
<p>Il soggetto di studio A non è più un uomo, per quanto mantenga ancora inalterate le funzioni fisiologiche contraddistinguenti il tipo umano.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Prova documentale nr. 2 – Lettera autografa scritta dal soggetto A l’11 ottobre 2018</em></p>
<p>Signorina Silena,</p>
<p>mi annoio. Da qualche giorno, però, è tutto cambiato. Sono un altro, voglio dire un altro ancora, pur sempre M., eppure <em>non</em>-M.</p>
<p>Ho troncato con quella che credevo la mia donna e detto addio a due ragazzini per strada, <em>in quel momento </em>erano i miei due figli («Non chiedete a papà perché va via?». – «Tu non sei nostro padre». – «Non posso biasimarvi per questo».)</p>
<p>Mi sembra di non riuscire a distaccarmene, è come una seconda, una terza o una quarta pelle.</p>
<p>Suo M. <em>non</em>-M.</p>
<p><em> <img decoding="async" class=" wp-image-79400 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Capture-d’écran-2019-05-31-à-08.10.19.png" alt="" width="307" height="764" /></em></p>
<p><em>Prova documentale nr. 3 – Da un dialogo con l’analista dell’Ospedale dell’Archivio (data incerta)</em></p>
<p>Analista: «Chi è in questo momento?».</p>
<p>Soggetto A: «Un esiliato».</p>
<p>A: «Dove si trova?».</p>
<ol>
<li>A: «Tra Praga e Buenos Aires».</li>
</ol>
<p>A: «Come si sente?».</p>
<ol>
<li>A: «Piuttosto bene. E lei?».</li>
</ol>
<p>[Rumori indistinti, che lasciano supporre una colluttazione o un accesso di ira cui segue un silenzio. Nel silenzio si percepiscono i respiri dell’analista e del soggetto di studio A.]</p>
<p>A: «In quel momento è iniziato il suo esilio?».</p>
<ol>
<li>A: «No, penso che sia iniziato quando mi hanno tirato fuori dal ventre di mia madre».</li>
</ol>
<p>A: «Sua madre è viva?».</p>
<ol>
<li>A: «Non so. L’ho dimenticata».</li>
</ol>
<p>A: «E suo padre?».</p>
<ol>
<li>A: «Perché si conferisce tanta importanza alla famiglia? Da solo sono già in eccedenza».</li>
</ol>
<p>A: «Ammette dunque di essere affetto da <em>transkafkamento</em>?».</p>
<ol>
<li>A: «E lei, lo ammette? [Si sentono delle risate, tutte su toni differenti. Non è possibile riconoscervi la voce del dottore.] Lo ammetterei, se non fosse che mi è stato vietato».</li>
</ol>
<p>A: «Chi glielo vieta?».</p>
<p>[La conversazione si interrompe.]</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li>Sul retro della lettera dell’11 ottobre 2018</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’acqua della doccia scroscia sulle piastrelle, lungo la porta scorrevole e trasparente, contornata di alluminio zincato, scorre nel buco dello scarico. E<em> nient’altro </em>– soltanto l’intercalare tra le parti.</p>
<p>Io sono il composto perfetto. Sono tutto ciò che ora desideri. Io sono il fautore del tuo preludio.</p>
<p>Mi guardo nello specchio. Il mio ventre magro. (Paura.) Caccio il mio spettro nel vetro, lo inseguo. Gioco. Mi piace giocare a non dire niente. Alludere.</p>
<p>Io non capisco niente. Io sono l’alba che hai sfregiato con la tua magrezza plastica. Io sono il ponte che hai inventato tra l’aurora sonica e il pilastro che ti ha accolto sotto la pioggia. Io sono il treno che ti porta dall’altra parte dello specchio.</p>
<p>Odora, dall’olfatto puoi capire chi sono. Un enigma? La cosa mistica, la cosa teistica, la cosa?</p>
<p>Io sono la tua voce. Se mi chiedi che cosa ho da dirti, saprai già che cosa ti dirò. Io sono la tua immaginazione. Ho preso tutto. Io sono l’antinomia. Io sono il precettore, che disillude le tue pretese. Io sono chi ti tiene in bilico.</p>
<p>Il sapone impregna la spugna – grattare via l’impurità, ritornare ogni volta al punto di chiusura del cerchio. Cerchio e specchio e labirinto. Che cos’altro conosco? Nient’altro.</p>
<p>E la donna brevilinea e la donna mangiauomini e la donna avviluppata nelle crisi d’isteria e la donna che si piega e succhia e sputa e la donna che immane e la donna che picchia. E poi la voce. Che cos’è? Da dove viene? Io continuo a sentirla, mentre strofino la spugna sulle braccia, sotto le ascelle, lungo il collo, sul petto spruzzato di peluria, sul ventre gonfio dell’ultima bevuta, sul cazzo moscio.</p>
<p><img decoding="async" class="size-full wp-image-79401 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Capture-d’écran-2019-05-31-à-08.10.40.png" alt="" width="191" height="573" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Capture-d’écran-2019-05-31-à-08.10.40.png 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Capture-d’écran-2019-05-31-à-08.10.40-100x300.png 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Capture-d’écran-2019-05-31-à-08.10.40-160x480.png 160w" sizes="(max-width: 191px) 100vw, 191px" /></p>
<ol start="3">
<li>Il destino del detective Max Plot</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>La notte tra l’11 ottobre e il 12 ottobre 2018 Max Plot decise di andare al casinò. Vinse una spropositata somma di denaro. Quando uscì dal casinò, s’accorse che la notte era fresca, il cielo illuminato dalle luci di <em>questa </em>megalopoli. Si diresse a casa a passi lenti, gongolando all’idea del ritorno. A casa non attese altro tempo, tirò fuori la pistola dal cassetto e fece fuoco contro lo specchio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="4">
<li>10 ottobre 2018</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lei soffre di quella passione che ho classificato come <em>transkafkamento</em>, gli disse. Erano in un bar di <em>questa </em>megalopoli fagocitante. Ha già cambiato forma, me ne accorgo, aggiunse, lei ha cambiato forma sei volte in pochi minuti.</p>
<p>L’altro – che fosse il suo interlocutore o fossi io non lo ricordo – non rispose o forse se rispose lo fece con un impercettibile sorriso, o scoppiò in lacrime, o si morse morbosamente il labbro, o tamburellò – e questo avrei potuto farlo mentre forse mi esprimevo in tutti gli altri modi – o forse fece soltanto un cenno di assenso, che l’altro («Sappia di me che sono un medico di città».) aveva forse o per certo frainteso. Lei non cambia forma dall’esterno, disse, mentre annotava febbrilmente su un tovagliolo di carta parole come geroglifici. D<em>entro</em> <em>questa cosa,</em> scrisse, n<em>on fuori. È diverso.</em></p>
<p>Il medico di città guardò l’altro e gli sorrise. Le racconterò una storia, e senza attendere oltre cominciò.</p>
<p>&nbsp;</p>
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