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	<title>Wolinski &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un dramma europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2015 17:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Tommaso Giartosio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tommaso Giartosio Una premessa sulle premesse La premessa obbligatoria di tutti gli interventi su questo tema è sempre uguale: non si vuole in alcun modo attenuare la colpa degli autori della strage; “ovviamente” la violenza e l’omicidio sono da condannare recisamente, fermamente, assolutamente; eccetera. Allevato alla scuola dell’”ho tanti amici omosessuali”, io sospetto di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tommaso Giartosio</strong></p>
<p><em>Una premessa sulle premesse</em><br />
La premessa obbligatoria di tutti gli interventi su questo tema è sempre uguale: non si vuole in alcun modo attenuare la colpa degli autori della strage; “ovviamente” la violenza e l’omicidio sono da condannare recisamente, fermamente, assolutamente; eccetera. Allevato alla scuola dell’”ho tanti amici omosessuali”, io sospetto di queste premesse obbligate.<span id="more-51410"></span></p>
<p>Se una premessa è davvero inevitabile, è pleonastica, scontata, non richiesta. In realtà <em>è una frase che, se pronunciata, afferma il contrario del suo contenuto apparente</em>: concede qualcosa a posizioni apparentemente antitetiche rispetto ad essa (per esempio, sottintende che avere amici omosessuali è un segno di particolare apertura mentale, e nel farlo rivela involontariamente che la posizione omofobica in realtà non è poi così lontano da quella di chi parla).</p>
<p>Sentire la necessità di condannare esplicitamente gli omicidi di Charlie Hebdo vuol dire ritenere che la presenza di un elemento di continuità tra spargimento di sangue e blasfemia non sia un assurdo bello e buono; se c’è bisogno di smentirla, vuol dire che è una posizione sbagliata ma pur sempre sostenibile. Respingerla significa, in realtà, legittimarla.</p>
<p><em>Nel merito</em><br />
Il dilemma che la strage ci impone è quello tra valore della vita umana e valore della libertà d’espressione. Un’antinomia che appartiene alla nostra cultura postromantica come il ritmo sistole-diastole appartiene al cuore. (Per certi versi somiglia, per esempio, al dilemma sull’aborto, che non a caso continua a interrogarci.) Nel fronte progressista domina una posizione libertaria, ma solo sul piano giuridico, mentre sul piano morale c’è grande ambivalenza.</p>
<p>La mia reazione immediata è di rifiutare qualsiasi limitazione della libertà d’espressione, artistica o meno. Anche se questo mi pone nella sgradevole posizione di dover assolvere Roberto Calderoli per la sua esibizione in maglietta del 2006, e di ritenere che non gli si possa attribuire la responsabilità per la morte di 11 manifestanti uccisi dalla polizia libica nella successiva (e probabilmente pilotata) manifestazione di protesta a Bengasi.</p>
<p>Tuttavia la mia reazione, in cui sinceramente credo (ma cosa vuol dire “sinceramente credo”?), è appunto una reazione immediata di un singolo cittadino. A fronte della quale mi resta la pressante sensazione di venire sottoposto a un gioco della torre in cui scegliere tra valori essenziali. Temo insomma che il dibattito sui principi avviato dalla strage di Parigi sia solo una cerimonia, un rito che celebra proprio la nostra libertà d’espressione (per eludere il dubbio che essa non sia poi così assoluta). Ciascuno si mette in posa e dice la sua, assumendo in realtà una delle pochissime posizioni ammesse; e avanti il prossimo, senza che la riflessione seria faccia un solo passo avanti.</p>
<p>L’Occidente è un bastione della libertà d’espressione, ma questo non significa che essa sia assoluta. Presidenti, religioni, bandiere godono di una protezione particolare nei nostri paesi. Manifestazioni anche pacifiche sono sottoposte a controlli rigidi. E la linea dell’ammissibilità si sposta di anno in anno. Insomma, non si può trasformare un carattere storico della nostra cultura in un assioma. Ma il gioco della torre fa esattamente questo. Ci chiede di confrontarci con la nostra autoimmagine ideologica. Non pensiamo, in fondo, che Wolinski e i suoi amici se la siano andata a cercare? Possiamo davvero dirci liberali, dirci occidentali?</p>
<p>Instillare un simile dubbio è certamente (dal punto di vista dei registi della violenza terroristica) una forma di strategia della tensione: se noi occidentali non siamo davvero liberali, perché esitare davanti a nuove versioni del <em>Patriot Act</em> – politiche repressive che ovviamente spingeranno nuove leve a iscriversi nei ranghi del terrore?</p>
<p>Però io vorrei vedere in questo dubbio anche il riflesso non strumentale di un’esperienza vissuta.<br />
Non mi sembra casuale che gli attentatori di Parigi e Copenaghen (come molti altri loro colleghi di questi anni) fossero cittadini dei paesi in cui hanno compiuto le loro violenze. Molti hanno parlato di una violenza nata dall’emarginazione, e certamente questo è vero. Il limite di questa spiegazione (storico-sociale, non morale) è che accetta di fondarsi sulla diversità. Attribuisce all’attentatore un ragionamento di questo tipo: “io che per la mia pelle, il mio accento e la mia religione sono altro rispetto a questa <em>pòlis</em>, vengo trattato come un alieno: addirittura vengono disprezzati i miei valori più profondi: dunque mi vendico”. Il presupposto è che “so perfettamente chi sono io, sono il vendicatore venuto da lontano, in me scorre il sangue guerriero delle mie origini”.</p>
<p>Ma a fianco di questo discorso ne è presente un altro, un discorso di cittadino: “io che sono nato e cresciuto qui, io che faccio comunque parte della mia pòlis, vedo che essa si professa democratica ma non lo è, dunque la punisco”. Qui il presupposto è ben diverso, è uno smarrimento: “chi sono dunque io, cittadino di una città non fondata su alcuna vera legge? non sono forse lasciato all’arbitrio della mia ira?”</p>
<p>Questo secondo discorso – interno, per così dire – mi sembra fortemente sottorappresentato nella lettura che si dà delle violenze di queste settimane (mesi, anni). Forse lo è anche nella coscienza degli stessi attentatori. Ma per quanto le notizie di politica estera ci spingano a tracciare un collegamento sempre più saldo tra l’Is e gli attentati in Europa, dobbiamo – credo – sforzarci di considerare questi ultimi un dramma europeo; che riguarda i rapporti tra europei, e va affrontato in Europa. E che resterebbe urgente e andrebbe affrontato qui anche qualora vi fosse domani un tracollo universale della jihad islamica.</p>
<p>Roma, 16.2.2015.</p>
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		<title>Un omaggio a degli autentici rompicoglioni miscredenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2015 21:08:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[ateismo]]></category>
		<category><![CDATA[attentato]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-50438" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000-231x300.jpg" alt="charlie-hebdo-une-14309_w1000" width="231" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000-231x300.jpg 231w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000-791x1024.jpg 791w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000-900x1164.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/charlie-hebdo-une-14309_w1000.jpg 999w" sizes="(max-width: 231px) 100vw, 231px" /></a><br />
di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p style="text-align: left;">Non sono mai stato un lettore assiduo di <em>Charlie Hebdo</em>. D’altra parte, come scriveva Beckett, poiché “sono nato tetro come si nasce sifilitici”, non sono un gran consumatore di stampa umoristica. Ho fatto i miei maggiori sforzi seguendo con una certa regolarità <em>Cuore</em> durante il suo periodo fasto e del <em>Vernacoliere</em> mi basta adocchiare i titoli al chiosco dei giornali. Di <em>Charlie Hebdo</em> ho però apprezzato sommamente il numero dedicato alla morte di Papa Wojtyla, un numero con delle vignette che, in Italia, neppure se le Brigate Rosse fossero andate al potere, i giornali più audaci si sarebbero permessi di rendere pubbliche. <span id="more-50437"></span>Sì, perché è importante sottolinearlo, tra quei disegnatori e giornalisti riuniti nella sede di <em>Charlie Hebdo</em> ieri mattina e che sono stati abbattuti a colpi di kalashnikov, come se si fosse nelle vie di Homs, c’era un folto gruppo di autentici rompicoglioni, come in Italia è davvero raro trovarne. Parlo, in particolare, di Wolinski, Charb, Cabu, Tignous, che erano i vignettisti maggiori del settimanale francese. Perché da noi gli umoristi, anche quando sono feroci e di estrema sinistra, tendono comunque ad avere qualche piede nell’ortodossia, magari del marxismo-leninismo o delle teorie trans gender. Quelli di <em>Charlie Hebdo</em> ammazzati ieri, invece, davvero sembrano appartenere alla migliore tradizione francese di autori miscredenti e libertari, più portati dalle proprie idiosincrasie che dai principi di qualche dottrina, fosse pure progressista. Ciò non li ha messi al riparo, probabilmente, da possibili errori. In queste ore, soprattutto in Francia, qualcuno si è premurato di disturbare il discorso agiografico, formulato da tutti i media di massa e ribadito in rete. Alcuni hanno indirizzato aperte accuse di razzismo alla linea del settimanale, almeno a partire dagli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti. Altri, meno drasticamente, hanno individuato una complicità di <em>Charlie Hebdo</em> con il clima islamofobico percepibile ormai da anni nella società francese, clima che ha favorito il crescente successo elettorale del Fronte Nazionale. Per parte mia, non fui un entusiasta della campagna che <em>Charlie Hebdo</em> realizzò, nel 2006, a sostegno dei vignettisti olandesi, che denigrarono Maometto e l’Islam. Penso alla libertà d’espressione sempre in termini dialettici. Tale libertà è tanto più meritoria e urgente, quanto più dà espressione a voci e punti di vista che sono minoritari, o resi minoritari dai rapporti di forza all’interno di una società data. Ora, non mi sembrava che picchiare sulla religione musulmana, in un contesto di già palese islamofobia, fosse così opportuno. Queste perplessità di allora sono tristemente scomparse oggi, perché i fatti accaduti hanno dato, in modo macabro, ragione alla banda degli autentici rompicoglioni di <em>Charlie Hebdo</em>: irridere con una vignetta il profeta, significa esporsi al pericolo di morte anche in Europa, e non per qualche ragione politica, fosse pure il razzismo anti-arabo e anti-musulmano, ma per un semplice <em>crimine contro la religione</em>.</p>
<p>Non considero i giornalisti di <em>Charlie Hebdo</em> come martiri ammazzati per la difesa di principi che <em>ovunque</em> la Repubblica Francese o la cultura occidentale difende: il diritto alla libertà di stampa e d’espressione, e soprattutto il diritto di essere – come si riteneva Wolisnki – un umorista, ossia qualcuno che pratica “una miscredenza totale”. Non è, infatti, vero, e lo constatiamo quotidianamente, che la libertà di stampa, di espressione, e tanto meno di “espressione umoristica”, siano dei valori fondamentali e indiscutibili per l’esercito di giornalisti, opinionisti, esperti, commentatori che di fronte a una minaccia di licenziamento, o anche solo ai rischi di declassamento professionale, sono prontissimi a considerare le mille ragioni dell’opportunità o meno di scrivere o di dire una cosa. E se non lo sono per i giornalisti, tanto meno sono fondamentali per chi li paga e li ha assunti, per gli azionisti di maggioranza delle aziende che sono proprietarie delle testate su cui scrivono, ecc. Ai giorni nostri, anche se non viviamo in teocrazie ma soltanto in regimi oligarchici e tecnocratici, quelle libertà sono abbastanza rare. E certo, poi, ci sono quelli che di questi prodotti da centellinare ne fanno uno uso smodato, come i rompicoglioni blasfemi e libertari di <em>Charlie Hebdo</em>, e ignorando ben più terrificanti minacce.</p>
<p>Ecco, io ora vorrei, anche solo in nome di quell’insostituibile numero dedicato a Papa Wojtyla, dopo la cui morte, sommerso dall’onda celebrativa italica, io stesso mi preparavo ad andarmene da questa terra per togliermi tutti i finti e veri credenti dai coglioni, ebbene, grazie a quel numero che mi fece apprezzare di nuovo la vita, e mi fu di ristoro per le insolenze estreme a cui gli autori di <em>Charlie Hebdo</em> sottoponevano quella sacra icona papale&amp;polacca, io oggi vorrei, ripeto, ricordarli con ammirazione e affetto, perché hanno mostrato un bel fegato e una straordinaria faccia tosta di fronte agli scandalizzati di ogni latitudine, ai seriosi, a coloro che non sanno ridere, che sono ben più dannosi dei tetri, i quali aspirano almeno ogni istante alla luce di una bella risata, mentre l’uomo serio crede di sapere ridere quando è il momento opportuno così come crede di sapere, invece, <em>quando è delittuoso farlo</em>.</p>
<p>A Wolinski, Charb, Cabu, Tignous, e a gli altri che sono stati fucilati per aver preso in giro dio, i profeti, le sacre scritture, dedico un breve passo di uno dei loro massimi maestri:</p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align: center;"><em>Dove Panurgo illustra in modo nuovissimo di costruire le mura di Parigi*</em></p>
<p>(…)</p>
<p>Al ritorno, Panurgo osservava con commiserazione le mura di Parigi. “Guardate che belle mura!” disse, “Come sono fatte proprio a modino per custodire gli anitroccoli in muta. Dico, per la mia barba!, roba assolutamente da far pietà per una città come questa. Una vacca, con un mezzo peto, ne butterebbe giù più di sei braccia.”</p>
<p>“Lo sai, amico” disse Pantagruele, “cosa rispose Agesilao quando gli chiesero come mai la grande Sparta non era cinta di mura? “Ecco le nostre mura” disse – mostrando gli uomini della città così forti e così bene armati; con ciò volendo significare che le vere mura son le mura d’ossa, e che non v’è cittadella o città meglio difesa di quella che si affida al valore dei cittadini e di tutti gli abitanti. Per cui questa nostra città è così forte per la moltitudine della gente guerriera che c’è dentro che non si cura di erigere altre mura. D’altronde, chi volesse fortificarla come Strasburgo, Orléans o Ferrara, non sarebbe possibile, tanto sarebbero eccessivi il costo e la spesa”.</p>
<p>“Sì” disse Panurgo. “Ma per me è sempre meglio avere un qualche parnaso di pietra quando si è assaliti; se non altro per chiedere chi è. Quanto poi alle spese così grandi che voi dite ci vogliono per tirar su le mura, be’, se i signori magistrati della città si degnassero di allungarmi qualche bottiglia di quello buono, glielo spiego io come devono fare per costruirle con quattro soldi. È un sistema nuovo”.</p>
<p>“E quale?” chiese Pantagruele.<br />
“Però non dovete mica dirlo a nessuno se ve lo insegno”, disse Panurgo.<br />
“Non avete notato che le passerine delle donne di questo paese costano meno delle pietre? È con quelle che si dovrebbero costruire le mura, disponendole in bella simmetria a regola d’architettura: in basso, al contrafforte, le più grosse, poi, salendo e incurvando a schiena d’asino, le mediane, e in alto le più piccole. E poi, tra l’una e l’altra, a incastro come lardelli, tanti bei cazzi ritti, che si trovavano a iosa nelle braghette dei reverendi claustrali, da rifinire a punta di diamante a imitazione della grande torre di Bourges. Non c’è metallo al mondo che regga la botta meglio di quelli. Che poi venissero a fargli il solletico con le cogliumbrine, li vedreste subito pisciar giù di quel succo benedetto dal malfrancese a pronta presa da restarci secchi, fitto come pioggia. E notate che il fulmine si guarderebbe bene dal caderci su. Lo sapete perché? Ma perché sono tutti benedetti e consacrati!”</p>
<p>(…)</p>
<p>*François Rabelais,<em> Gargantua e Pantagruele</em>, I, tradotto da Augusto Frassineti, Rizzoli, 1984, pp. 425-427.</p>
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