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Fuori tempo massimo

Giorgio Mascitelli

Nei giorni scorsi sono andato a vedere La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana. Come è noto, si tratta di un film di 6 ore originariamente prodotto per la televisione e poi, in seguito a vicissitudini politico-aziendali, approdato alle sale cinematografiche diviso in due parti.

Il film narra le vicende di una famiglia italiana a partire dal 1966 fino ai giorni nostri, la prima dal 1966 fino al 1980 e la seconda da quella data fino ad oggi. Quello che mi ha colpito di quel film è che nella prima parte il contesto storico-sociale domina sulle vicende private dei protagonisti, mentre nella seconda questo è sullo sfondo fino a scomparire del tutto: negli ottanta si ha ancora a che fare con il terrorismo, poi c’è un accenno del tutto estemporaneo al 1992 con tangentopoli e la morte di Falcone e poi più nulla.

Naturalmente una scelta simile di sceneggiatura può avere numerose spiegazioni, tenendo conto anche della destinazione originaria del film, ma questa scelta, bello o brutto che sia il film, tiene, cioè non è avvertita come contraddittoria dallo spettatore rispetto alla prima parte. Insomma questa scelta di sceneggiatura rende conto di un vissuto comune. Ovviamente non c’era bisogno di quel film per scoprire la frammentazione della società, o per meglio dire l’assenza della società, e tuttavia mi è venuto abbastanza naturale collegare, magari un po’ fuori tempo massimo, questa situazione con le riflessioni fatte da Tiziano Scarpa a proposito dei blog e sul dibattito nato da queste.

Infatti il tipo di preoccupazioni provate da Scarpa e da altri a proposito dei blog non può essere semplicemente ricondotto all’attività di alcuni aspiranti scrittori in erba, che in fondo ci sono sempre stati, ma è pienamente comprensibile solo sullo sfondo di un timore, magari implicito, per una perdita di senso della letteratura come spazio sociale dotato di significato. Ma questo timore assolutamente condivisibile, perché fondato su un rischio oggettivo (e forse la parola rischio è un po’ troppo ottimistica), rimanda alla questione se possa esistere la letteratura, non i singoli testi, ma la letteratura come momento di elaborazione culturale collettiva in una società frammentata . Per esempio, quando Carla Benedetti solleva il problema dell’anonimato degli autori dei blog si richiama a principi basilari dell’etica della discussione, un richiamo invero inaudito a chi partecipi di quest’etica, ma la realtà, e da qui la necessità del richiamo, è che quest’etica è oggi patrimonio privato di alcuni e ciò non per malevolenza degli scrittori di blog, ma perché non c’è nessuna discussione che non sia privata e dunque le responsabilità connesse con il prendere la parola non sono nemmeno avvertite. Ciò in ogni caso non riguarda i blog e nemmeno la rete, che è al massimo un acceleratore di queste tendenze, ma la costituzione della società (e forse non sarà male ricordare che un’illustre statista degli anni ottanta era solita affermare che per lei la parola società non aveva alcun significato e, quel che più importa, ricordare le centinaia di migliaia di uomini che hanno compiuto decisioni importanti ispirandosi fermamente a tale frase senza sapere che sia mai stata pronunciata).

In questo contesto credo che occorra assumere l’orizzonte della crisi come proprio orizzonte. La frase è bella, ma detta così rischia di non significare granché, cercherò allora di precisare: in questa situazione lo spazio della letteratura (torno a ripetere non i singoli testi che hanno vite non immediatamente riconducibili alle logiche generali) è precario e pertanto precaria sarà anche la soggettività di ogni scrittore, non ci sono più garanzie istituzionali per la voce dello scrittore, al di fuori di quelle alquanto volatili del successo di mercato. E’ solo in questo contesto che diventa possibile una “lotta di classe tra scrittori e bloggers”. Dunque accettare la crisi significa fare di necessità virtù e convivere con la precarietà, che porta però ad affermare qualcosa di spiacevole, oggi la differenza tra scrittori e scrittori di blog è limitata, certamente non sul piano letterario, ma sul piano sociale sì, proprio perché non esiste una letteratura non come luogo di approvazione dei testi o degli autori, ma come luogo di dibattito e di elaborazione del senso di un’esperienza: in questo senso è già blogger una battuta detta dallo scrittore Hanif Kureishi anni or sono nel corso di un’intervista, alla domanda su quali autori lo avessero influenzato o perlomeno leggesse rispose che scrivendo molto non aveva tanto tempo per leggere ( che può anche essere un modo per tagliar corto a una domanda indesiderata, ma è indicativo di uno stato di cose). In questa precarietà salvare l’etica della discussione è già un buon modo di essere inconfondibili.

Giorgio Mascitelli

1 COMMENT

  1. Una volta, negli anni Settanta, c’era ricorrente l’accusa a questo o a quell’iniziativa di essere mero “volontarismo”. Io condivido tutto cio’ che e’ scritto in questo articolo (mi e’ piaciuto moltissimo): “assumere l’orizzonte della crisi come proprio orizzonte” e “convivere con la precarieta’” mi pare siano atti ineludibili. Mi interrogo pero’ sul significato di “salvare l’etica della discussione”. Mi chiedo cioe’: se non esistono le condizioni storiche per la discussione intesa come atto pubblico denso di significato (vorrei ricordare una lettura pertinente: il vecchio Vita activa, di Hanna Arendt), e questa e’ invece un intreccio di voci private rese visibili (la cosa va comunque meglio definita e compresa), non si tratta di un atto di ‘volontarismo’ predicare l’etica della discussione? Rispondere “cha altro si puo’ fare?” non vale. Per esempio: Carla Benedetti ritiene – se ho capito bene il suo pensiero – che appartenga esclusivamente alla libera scelta di ciascuno cambiare il mondo. Io sospetto che invece la nostra liberta’ sia assai minore. Temo che lo spazio consenta un adattamento individuale, non un’azione collettiva.
    Qualcuno forse puo’ chiedermi cosa ci sto a fare qui. Mi piacerebbe sentire, credo, opinioni varie sulle dimensioni della gabbia comune, la distanza dalle pareti, l’altezza del soffitto ecc. E ovviamente buone ragioni opposte al mio dubbio.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.