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L’uomo con l’impermeabile #2

Gloria e tragedia dell’esibizione

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di Tiziano Scarpa

Metà crocefisso, metà spaventapasseri, l’uomo con l’impermeabile spalanca se stesso allo sguardo degli altri. La sua è una critica sociale, una denuncia dell’ipocrisia. Non è vero che il re è nudo. Lo siamo tutti! Sotto il vestito c’è il vero io: ma non perché un corpo senza volto, decapitato, sfacciato, sia più vero del volto. Il volto: il rappresentante esclusivo, l’agenzia corporea dell’identità, il franchising del chi sono io. È nella nudità che anche il volto, esposto là in alto come una bandiera sulla sommità della torre, in cima al corpo nudo, il volto denudato anch’esso insieme a tutta l’altra pelle, dalla testa ai piedi, acquista il suo vero significato.

Il gesto dell’uomo con l’impermeabile è un gesto teatrale. È un teatro fuori luogo: non ci si denuda in pubblico. Non si dovrebbe fare teatro a tradimento, davanti al primo malcapitato. Non è accettabile. Là dove l’uomo con l’impermeabile si spalanca, istantaneamente sboccia un teatro: si struttura con il suo sipario e le sue quinte, le falde dell’impermeabile. La pelle, il corpo-volto dell’uomo denudato sono scenografia, palcoscenico, fondale e primo piano, recitazione e verità, colpo di scena e colpo d’occhio, sbigottimento e contemplazione, paralisi dello spettatore forzato a guardare ciò che non ha preventivato, occhio che incappa nell’inatteso, senza cornice teatrale che prepari artificiosamente l’attesa dell’inatteso, senza scena che apparecchi il proprio colpo.

Il gesto dell’uomo con l’impermeabile è tragico, perché è necessitato da un destino: un destino di nascondimento, a cui l’uomo con l’impermeabile risponde con un’insofferenza. “Non ci sto, qui dentro. Ciò che ti mostro è il gesto dello spalancarmi, dello sbocciare. Ti offro l’istante del disvelamento.”

Il nudo dell’uomo con l’impermeabile: impresentabile e lussureggiante, epifanico e osceno, triviale e invadente, fuori luogo pur essendo irrimediabilmente radicato in se stesso: essere sé stessi, e, proprio per questo, essere fuori luogo: che paradosso! L’uomo con l’impermeabile mette a nudo il paradosso di essere sé stessi senza poterlo essere completamente, liberamente, presso lo sguardo altrui. L’uomo con l’impermeabile si riappropria di sé attraverso lo sguardo altrui. Lo sguardo della comunità lo ha espropriato del corpo-volto, e lui se lo riprende costringendo lo sguardo della comunità, lo sguardo anonimo del primo che passa, a fissare anche per un solo istante il suo corpo-volto.

Gli esibizionisti di Krafft-Ebing

I casi clinici di esibizionismo collezionati da Richard von Krafft-Ebing nella Psychopatia Sexualis raccontano storie di probo impegno civile: ci si esibisce davanti a scuole, parchi, chiese. Si aprono patte e si abbassano pantaloni in tutti i luoghi dell’ipocrisia, della verità parziale: dove il sapere è finto, dove la natura è finta, dove dio è finto. Dove il sapere è programma ministeriale, dove la natura è giardinaggio, dove dio è liturgia. Ci si mostra a ragazzi, a ragazze impuberi, per gettare loro un grido di allarme, di avvertimento: “Salvatevi da questa ridicola messa in scena! Guardate come stanno davvero le cose! Ecce homo.”

Non si tratta di pedofilia. I pedofili, nota Krafft-Ebing, non sono quasi mai esibizionisti. Semmai, noto io, si tratta di pedagogia. Krafft-Ebing ravvisa negli esibizionisti un tratto sadico: è un’effrazione ottica, uno stupro ostensorio, si vuol ferire il pudore, con una “deflorazione psichica”, scrive Krafft-Ebing. Io la definirei anche un’iniziazione. C’è sempre una dose di violenza da impartire, nelle prove iniziatiche. L’iniziato deve superare una prova spaventevole e dolorosa; deve subire violenza; deve essere scioccato. L’esibizionista si fa carico di questa manchevolezza sociale: mostra violentemente ciò che tutti gli altri preferiscono tacere, o dire in maniera inaccettabile, ridicola, insufficiente.

Mi si obietterà, giustamente, che noi non viviamo più in un’epoca di nascondimento. Di ipocrisia così forte sul sesso e sulla nudità. È vero, ma non del tutto. Le buone maniere, il pudore sono ancora in vigore, per fortuna. Se io adesso mi alzassi e mi denudassi all’improvviso di fronte a voi, violerei un patto implicito di non aggressione fra noi. Farei un torto ai gentilissimi organizzatori di questo convegno. Non preoccupatevi, non ho nessuna intenzione di farlo. Anche solo pensare di farlo mi mette a disagio. Grazie al mio pudore, io evito di mettere continuamente in discussione con gli altri la mia condizione, non sto sempre a negoziare chi sono, da dove vi parlo: e questa parziale messa fra parentesi di me stesso lascia il maggiore spazio possibile alla mia espressione.

Ma non per questo voglio privarmi dell’altra via, la via esibizionistica. Gli esibizionisti di Krafft-Ebing, e anche la loro versione caricaturale, da barzelletta, ossia l’uomo con l’impermeabile, mi parlano della possibilità di uno scandalo creaturale, uno choc culturale: sono figure, paradigmi, vie d’uscita, uscite di emergenza, e iconostasi fulminanti, istantanee e indimenticabili. Sono l’arte, la petulanza irriducibile, la contromossa contro gli artifici della civiltà.

Mi si obietterà, dicevo, che non siamo più alla fine dell’Ottocento, nell’epoca sessualmente ipocrita di Krafft-Ebing. Ma l’esibizionismo a me parla di altro, non solo di sessualità. Mi parla della condizione e dell’espressione umana. E soprattutto mi parla di espressione della condizione, e di condizione dell’espressione.

Che cosa fa, l’esibizionista? Esprime una condizione, la sua. Rivendica la necessità di non essere pura espressione, puro volto, ma di essere anche condizione, parzialità insuberabile, corpo di parte, corpo fazioso, corpo sessuato. Esprimere la propria condizione. Attestare l’indisponibilità a dissolversi in un puro messaggio. Esibirsi, senza riuscire mai a traslocare completamente, perfettamente, in un personaggio. L’ambasciatore porta pena, sì, ed è la propria pena, e anche la propria gioia. L’uomo con l’impermeabile mi parla di condizione dell’espressione: a che condizioni è possibile esprimersi? Quand’è che ciò che diciamo è sommerso e ingolfato da quel che mostriamo di noi stessi? Metà Sfinge e metà sordomuto, l’uomo con l’impermeabile non pronuncia nemmeno una parola: la sua comunicazione è pantomimica, dice che non vale la pena parlare quando ci si mostra, e che ogni parola sarebbe di troppo, o troppo poco.

(Espressione, condizione; epressione della condizione, condizioni dell’espressione. La realtà è sempre più stratificata, più metalinguistica, più autoriflessiva delle categorie pure e semplici. Non esistono, in atto, nella realtà, le categorie pure. In questo momento io sto esprimendo le condizioni dell’espressione, questa comunicazione che vi faccio è l’espressione delle condizioni delle nostre espressioni. E questo convegno è la condizione in cui io posso esprimere le condizioni dell’espressione. Non esistono quasi mai le condizioni o le espressioni pure, se non dentro questo rimando e riflessività reciproca, che d’altra parte non è mai riflessione inerte, non è puramente concettuale, ma agisce, è viva).

(2 – continua)

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