Piccole occasioni di darsi fuoco

di Christian Raimo

C’è un tapis-roulant che collega il centro storico con la periferia di Potenza: lì dodici anni fa mi sono augurato che il meccanismo si inceppasse e io sprofondassi all’interno dei cingoli per venire squartato, frantumate le ossa, divelta anche la carne della faccia.
Mi ero lasciato trascinare dal nastro scorrevole ed ero arrivato alla foresteria di cui ero ospite, un ex-seminario, che pareva costruito con i soldi qualche mafia locale: un edificio immenso con i bagni rifiniti da grand hotel. Mi ero bevuto una fanta al distributore automatico. Mi avevano alloggiato in una stanza al terzo piano: se mi fossi buttato dalla finestra, non sarei stato sicuro di morire. Francesco Stacchini, il mio vicino di casa quando ero piccolo, si era lanciato dal secondo piano ed era atterrato quasi incolume. Quando anni dopo Pessotto, il terzino della Juve, si era lanciato dal terzo, con un rosario in mano, aveva subito un trauma cranico, schiacciamenti di vertebre e costole ma non era morto.
In stanza, accesi la televisione e feci zapping tra le televisioni commerciali lucane. Si prendeva anche TeleNorba, un canale di televendite che fa la felicità di mia nonna. Una volta, tanti anni prima, avevo immaginato che sarei morto mentre in televisione trasmettevano una gara di tuffi olimpici. Avrei visto tizio saltare dal trampolino. E non avrei visto il successivo.
Sul televisore poi era comparso un prete di Telepace che stava recitando con una voce dialettale, chiusa su se stessa, le tappe della via crucis. Ero rimasto a seguirle tutte e a contarle. Erano dieci? Erano dodici, tredici? La chiesa dove erano ambientate le riprese era una parrocchia recente e le varie immagini di Cristo che arriva al Calvario lo ritraevano tozzo e cicciotto. Come se fosse veramente un vecchio contadino del Sud. Pareva mio zio Gennaro.
Poi avevo pensato che anch’io forse sarei ingrassato come tutti i parenti da parte di mia madre. La sua genetica, le ossa grosse e la difficoltà di smaltire il cibo. E alla fine mi ero addormentato sul letto disfatto e si era fatta ora di cena. Quindi ero sceso e avevo mangiato con i miei amici ritornati dal mare.

22 COMMENTS

  1. Una quotidianità provinciale decadente che sta conquistando con il tempo anche le città, così pregne d’opulenza, ma tanto confuse nella mancanza di direzioni intense, profonde e illuminanti.
    Lo stesso occorso a Potenza capita in molti altri luoghi. Siamo tutti legati oramai. Non solo dalle informazioni, soprattutto invece dai costumi.

  2. Non è un granchè questo breve pezzo Christian, hai scritto cose molto più belle. Sembra scritto di corsa (anche un refuso…), con fretta di arrivare, di finire…

  3. Pezzo davvero sciatto. Per una volta, concordo pure con Iannozzi…
    Per favore, fate qualcosa!

  4. a questo punto, mi pare che ci siano proprio pregiudizi:

    se io leggo questo testo di Raimo, e (forse da lucano persino ma è vero lo stesso) sento un calore estremo che mi fa mangiare pianto – al di là dell’analisi minuziosa del testo – non capisco che voglia dire:
    “Che è ’sta roba?

    Qualcuno traduca, anche con google, ma traduca.”

    non dico che possa fare schifo il testo o che non possa piacere, o che questo Iannozzi Giuseppe DIRITTO di divertirsi a fare il provocatorio e la voce fuori dal coro (cosa che – alla fine, del resto – non gli riesce). ma quella domanda, in fondo, cosa significa?
    chi vuoi che cavolo ti risponda!?

    non fare il duro, caro, con me anche dico, che caschi male…

    e, poi penso proprio, non dico che egli debba fare uso d’autoerotismo, ma magari Giuseppe Iannozzi potresti fare meno il saccente ed essere più garbato, nonostante le tue Antipatie.

    b!

    Nunzio Festa

    p.s. comunque, e non lo dico per dire, certi interventi tuoi su altri temi e specialmente scritti d’altri autori capita che mi facciano bene

  5. Solo m’incuriosisce come si abbia il coraggio di mettere on line simili cavolate.

    Aspetto ancora che qualcuno traduca dal “raimese” all’italiano, anche con google. Mi accontento.

  6. i 5 capoversi hanno una (quasi) scollegata bellezza (per me, riferito sia a scollegata che a bellezza).
    io “il raimese” devo averlo imparato la notte, visto che lo capisco benissimo…

  7. Eppoi si scopre che nello stesso seminario si svolge uno strano ritiro spirituale – organizzato da un certo don Gaetano – cui partecipano loschi e potenti personaggi… Todo Modo trentanni dopo versione moderna.

  8. Dico breve perchè s’intuisce che qualcosa accadrà dopo e viene la voglia di sapere cosa.

  9. Che un racconto breve procuri desiderio di sapere altro (oltre il racconto stesso) lo capisco bene, però questa voglia è appunto voglia di altro e prodotta dal racconto stesso. E a volte questa voglia può essere un segno di riuscita del racconto stesso.

  10. è ancora il tempo del pop del trash per trovare un po’ di ispirazione? forse è il caso di andare più a fondo o di avere il coraggio di affondare definitivamente…in silenzio!

  11. è che se si va a fondo….non si vede più il fondo.
    meglio stare in superficie
    galleggiare e
    cullarsi nel tramestìo dell’onda.

  12. non avevo ancora espresso la mia:
    mi piace perchè lascia molto spazio alla fantasia, lo trovo creativo nel linguaggio, l’incipit fa presa, e nell’insieme scorre,
    potrebbe avere un seguito.

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