La sostanza magica di Claudia Ruggeri. Su “Inferno minore”. Con un’intervista a Mario Desiati.

di Fabio Pedone

Per la prima volta possiamo leggere in volume i versi di Claudia Ruggeri, poetessa pugliese su cui si è fondato un piccolo mito che dalle riviste locali rimbalza oggi tra blog e siti internet dedicati alla poesia. Mito, una volta tanto, giustificato più dal valore dell’opera che da singolari vicissitudini biografiche dell’autore. A dieci anni dalla sua tragica scomparsa, il conterraneo Mario Desiati (poeta e narratore, caporedattore di “Nuovi Argomenti”) ha pubblicato i risultati della prima esplorazione degli autografi in un volumetto edito da peQuod di Ancona, Inferno minore. A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta la giovanissima Claudia Ruggeri era considerata una delle promesse della poesia italiana: la partecipazione ai reading di Salentopoesia e a riviste come “L’Incantiere” aveva attirato l’attenzione di molti sulla sua parola onirica e immaginosa. Tra i poeti importanti aveva stretto una salda amicizia con Dario Bellezza ed era in contatto con Franco Fortini, che con il ben noto rigore la invitò a “fare piazza pulita” dei suoi tanti modelli e a sottrarsi alle lusinghe di quella che lui definiva una poesia “ingioiellata”, invasa da una sorta di “impunità della parola”. Eppure non si vede come Claudia avrebbe potuto piegare il proprio temperamento al saggio consiglio senza rinunciare all’esigenza più profonda in cui si radicava la sua scrittura. Nel libro che oggi possiamo finalmente leggere, una costellazione di testi poetici composti dai 15 ai 29 anni orbita attorno a un’esperienza centrale, un lungo poemetto in più stazioni che si intitola Inferno Minore, da lei continuamente rimaneggiato. Gli ultimi materiali, scritti da Claudia in parallelo con l’aggravarsi del suo disagio, formano la sequenza di Pagine del Travaso, dove la poesia esplode, aspirando ad occupare la quasi totalità della pagina. L’estremo di questi testi, ‘napoli l’ebbi strana ed il porto’, è un montaggio da sue poesie precedenti: a 29 anni, Claudia rifà i propri versi per tappe esemplari, ritorna su se stessa un’ultima volta prima di lanciarsi nel “folle volo” da lei stessa evocato altrove.
Nella breve storia della poesia di Claudia Ruggeri colpisce la potente involuzione studiata, assieme alla crescente necessità della deformazione lessicale vòlta ad attingere un’aura, una maschera. La tensione nettissima all’oralità si fa subito teatro, teatro della lingua che si sfrena e che attraversa incrociandoli i più vari modelli in cerca di una forte carica di senso, di un’intensità verbale massima: dai trovatori a Dante, dal severo barocco Ciro di Pers a D’Annunzio e Montale, la ricerca di una parola “aulika” si incarna sulla pagina in un flusso sottratto alla logica e al comune ordine del discorso; atteggiamento forse inviso ai professionisti di poesia che si nutrono di cronache quotidiane sotto i plumbei cieli milanesi, ma caro a chi scava tra i nomi dimenticati della poesia italiana del Sud sulle tracce di un ‘surrealismo meridionale’ dai forti connotati magici e folclorici, trattato con condiscendenza – quando trattato – nelle grandi canonizzazioni antologiche.

questa che ora interroga, t’arrovescia
l’inizio: t’avviva a questo Inverso
cui un dio non corrispose; tu sei
l’oggetto in ritardo, l’infanzia persa
su tutte le piste, l’incrocio rinviato; sei l’amnistia
dell’idioma viaggiato

La citazione, di solito richiamo echeggiante un’autorità, in Claudia Ruggeri è appropriazione prepotente e per nulla ammiccante agli smalti del letterario; goccia gettata in un pastiche di modelli violentemente rimasticati, viene usata per stravolgere gli equilibri convenzionali. Qui la lingua della poesia è ancora sermone sacro, che lo scarto dalla norma irradia con il magnetismo di una bellezza dura, tellurica; come il colore artificiato nell’espressionismo pittorico, nella poesia la lingua marca la distanza di una solitudine, di una sofferta quanto orgogliosa alienità dai comuni slanci della ‘rappresentazione’. Tutto ciò non impedisce brusche sterzate verso il parlato quotidiano o verso una sontuosità dialettale.
In Inferno Minore, centro d’attrazione del libro, si estende il respiro sintattico ma i segni si addensano con urgenza: le maglie del verso si allargano fino a estremi di prosa lirica, dove la frase è l’unità di senso, la formula di questi esorcismi di sorprendente potenza introspettiva. L’Inferno Minore, galleria dantesca di incontri signoreggiata dal Matto (la figura dei tarocchi), è un carnevale pupazzesco e crudele in cui il contrasto manifesto del poeta con l’esistenza può condannarlo a divenire da autore attore:

a te a te altro ti tiene, non la parola,
per te s’alleva una tortura dentro la bara
della Figura, una condanna alla molla
maligna, al Carnevale abominevole

L’allegoria della discesa agli inferi alimenta anche le Pagine del Travaso dove è l’ultimo confronto fra letteratura e vita, e un temperamento prepotentemente istintivo, attratto da un magma «prima della parola», lotta con una decisa volontà di controllo e continua rielaborazione:

mi tengo in limine. mi conservo l’equivoco
degli stili incrociati.

Questa sospensione avvolge di un sospetto di arbitrarietà una poesia indubbiamente difficile, ma che sotto il velo degli stili, e della loro frenetica dissoluzione, si regge su nuclei semantici ricorrenti (Claudia avverte per prima che il suo è «discorso nascosto»). Infine la tentazione di inventare un Oltre, un regno della parola, si esaurisce nella classica contro-figura di Prospero, mago della Tempesta shakespeariana, che posa il libro e spezza la bacchetta rinunciando alla creazione:

volli
la fine dell’era delle streghe volli
il chiarore di chi ha gettato gli arnesi
di memoria di chi sfilò il suo manto
poggiò per sempre il libro

***

Mario Desiati, che aveva già dedicato un saggio a Claudia Ruggeri su “Nuovi Argomenti” nel 2004 e oggi, nel decennale della scomparsa, cura questa prima edizione in volume, ha scritto nella prefazione che la sua scelta è quella di un «commosso lettore» piuttosto che di un critico: «può essere difettata la tecnica, ma vi assicuro non la passione». “Stilos” lo ha intervistato.

Vorrei che parlassi dello stato dei manoscritti; pensi che in futuro si possa recuperare dell’altro (anche registrazioni, se ne esistono) in vista di un’edizione completa?
«Per adesso ancora no, tutto il materiale ‘potabile’ è stato sondato, ed è nel Gabinetto Vieusseux di Firenze, a disposizione dei filologi e degli studiosi che vogliano approfondire, magari anche correggere il lavoro fatto sin ora. Il nucleo fondamentale è l’Inferno Minore, di cui esistono diverse versioni, da quelle manoscritte sino a quelle dattiloscritte. C’è anche una versione videoscritta probabilmente con un programma di scrittura pioniere come il WS. Può darsi che sia conservato altro materiale, non solo presso la madre, ma anche amici, conoscenti, letterati a cui Claudia mandò i suoi testi inediti. In effetti la domanda sulle registrazioni merita una risposta a parte poiché l’oralità per Claudia era molto importante, spesso improvvisava, leggeva l’Inferno Minore con alcune varianti e le varianti all’Inferno Minore sono numerosissime».
Presentando Claudia Ruggeri su “Nuovi Argomenti” hai scritto che per la sua poesia si può parlare di un ‘barocco non decadente’. Quale relazione c’è tra questa visione e i modi popolari di un Sud insieme ‘solare’ e stregonesco, come spesso viene semplicisticamente dipinto? Penso anche al Carmelo Bene più violentemente parodico.
«Claudia Ruggeri ripercorre esattamente quel tipo di barocco beniano che hai citato, un barocco parodico. Fortini definiva la poesia di Claudia “ingioiellata”. Nulla di più lontano dal vero, perché era una poesia con forti elementi postmoderni, pochi orpelli e molta sostanza, una sostanza ‘magica’, ma nell’autentico senso magista, ossia epifanico. Elementi come la taroccologia, la mistica antica, la tradizione trobadorica, la scuola di Federico II, sono la dimostrazione di un forte attaccamento ed elaborazione delle proprie radici storiche e territoriali».
Credi che nel secondo Novecento i poeti meridionali abbiano commesso un errore politico, trascurando per la gran parte di integrarsi nelle città dell’editoria, come ha scritto Flavio Santi in un articolo da te citato nella prefazione? È plausibile la rivendicazione di una ‘linea barocca e musicale’ in opposizione all’ormai arcinota linea lombarda?
«Bella definizione quella di Flavio Santi sulla sconfitta della linea “borbonica”. In realtà la sua provocazione ha soprattutto il merito di far notare come certi percorsi appartati non siano considerati dalla critica proprio perché appartati. Insomma un conto è essere appartati a Milano, un conto è esserlo – come Lorenzo Calogero – nel minuscolo villaggio di Melicuccà in Calabria».
C’è un microcosmo letterario, un canone salentino o più in generale pugliese, che partendo dalla lezione di Bodini dagli anni Ottanta in poi ha mostrato grande vitalità. Quali sono gli altri protagonisti oltre a Claudia Ruggeri? Cosa manca agli autori pugliesi per farsi conoscere e apprezzare?
«Sicuramente c’è un sentire comune tra certi poeti che partono da Girolamo Comi e arrivano a Claudia Ruggeri passando per Vittorio Bodini, Ercole Ugo d’Andrea, Oreste Macrì, Vittorio Pagano, Antonio Verri, Stefano Coppola, Michelangelo Zizzi, Sergio Rotino e i più giovani che si raccolgono nelle riviste sorte in questi anni. Un sentire comune dove l’elemento principale è la densità, ma poi c’è la passione, c’è il mito, c’è un espressionismo violento. Non credo che i poeti restino sepolti, per esempio il tempo darà ragione alla grandezza di Bodini».
Quale nuova o antica terra dell’immaginario ha esplorato Claudia Ruggeri? Chi ti senti di avvicinare alla sua linea di ricerca fra gli autori contemporanei?
«I territori esplorati da Claudia sono quelli del dissidio, un dissidio con la propria terra, la propria gente, e poi la solitudine. Una solitudine che porta a esiti di una poesia che col tempo inizia a evolversi sulla pagina come nel Travaso, dove invade tutti i campi della pagina bianca, con un senso terribile di horror vacui che mi ricorda Umberto Bellintani o il primo Antonio Porta, forse tra i grandi uno dei più vicini a Claudia: se fosse stato ancora in vita negli anni Novanta l’avrebbe sicuramente capita».

(pubblicato su “Stilos” il 20 marzo 2007)

13 COMMENTS

  1. La scuola lombarda ha fatto ostruzionismo politico verso chiunque osasse metterne in discussione gli assiomi. La storia della letteratura non è la storia degli apparati. Non solo.
     
    In futuro la linea lombarda sarà fortemente ridimensionata nella sua portata. Ha inciso poco sull’estetica della contemporaneità.    

  2. Un poeta attenta alla finzione, ed aggiungo: fa piacere leggere una recensione di Fabio; quel Fabio, (credo che tu sei tu), incontrato molte volte per le scale, e l’ultima volta (come obbligati dal destino) in un androne di un palazzo romano, per “Pizzuti” capricci.

  3. Il bravo Mario Desiati…Michelangelo Zizzi…mi mancano, quanti anni sono passati da quella fase storica?

  4. Per te Andrea,

    La sostanza magica riallacia con la tradizione antica, espressione della conoscenza sacra da cui la poetessa mormora parole di nascita e di morte.
    Parole di iettatura, attraversando il fiume degli inferi, scavate nella tierra per scontrare il sole potente del sud.
    Il senso del teatro mi sembra anche rivelante: voce che parla sotto la maschera, esplore, esplode la creazione di una realità onirica e raggiunge il regno demiurgo: la scrittura anima la vita dei sogni.

  5. Iannozzi:
    Bisogna essere suicidi per essere riconosciuti poeti. Esseri umani.
    Claudia ce l’ha fatta… No, non ce l’ha fatta.

    Facile luogo comune.
    La Ruggeri era sicuramente conosciuta. Semmai, la fine prematura ha interrotto un percorso molto interessante.
    In questo caso, ha tolto, non ha dato.

    Il suicidio può essere una scelta personale. Siamo noi che tendiamo a sublimarlo a un livello simbolico.

  6. A Morgillo.

    La “linea lombarda” è una vecchia proposta critica, interessante in sé (e nel suo contesto d’origine) ma che per troppi anni ha goduto di troppa fortuna, e che ha richiesto molto (troppo) tempo per venire pazientemente smontata dal “lombardi” stessi. Se non dici a quali poeti pensi, la tua affermazione secondo cui i “lombardi” non avrebbero inciso sull’estetica della contemporaneità (e quale, di preciso?) non ha alcun senso.

    Potrei essere d’accordo con te nel caso dello Specchio Mondadori che, in particolare quando lo dirigeva Sereni, non ha certo favorito i poeti “meridionali” (quanto mi infastidiscono certe generalizzazioni… il Sud ubertoso e pieno di sole, la Milano plumbea ed operosa; non ne è purtroppo esente nemmeno il pezzo che ho pubblicato, peraltro pieno di meriti); ma si trattava in lui di un preciso orientamento estetico, o anche solo di un criterio di gusto, non certo di “ostruzionismo politico” (non ne vedrei il motivo).

    Quel che è certo è che in certi anni è mancato un Ancheschi del Sud, un critico (più che) solido che difendesse estetiche altre rispetto alle sue potenti, stimolantissime proposte. Ma questo è noto. Resta pur sempre, ripeto, che certe generalizzazioni e banalizzazioni epigonali rispetto ad Ancheschi hanno nuociuto a tutti, non solo a Bodini, Calogero e via elencando.

    Per il resto, ti ricordo che il recupero (semifallito purtroppo, almeno mi sembra) di Cattafi, per citarne solo uno, partì da Raboni, uno che più “lombardo” non si può. Sparare nel mucchio non serve a nulla.

  7. Rachos, perché dici che è semifallito il recupero di Cattafi? Se fosse riuscito, cosa avremmo che non abbiamo?

  8. Andrea, sono perfettamente consapevole di certe forzature; una volta nella vita, però, rischiare lo stereotipo può servire a provocare un discorso (o almeno una reazione) che riattivi la complessità dei fenomeni a cui si era solo accennato.
    Quel critico ideale di cui parli poteva magari essere un Ripellino convertito alla poesia italiana contemporanea, che avesse tutta la pazienza di interpretare un panorama così atomizzato.
    Ma quel che è stato è stato, e va be’; e siamo qui a parlare di ‘recuperi’.
    Ce ne sarebbero da fare anche a Nord, penso ad esempio a Daria Menicanti: milanesissima e appartata (chi se la ricorda?)
    Cattafi, milanese di Sicilia, amico di Sereni ecc., sembra il più ‘recuperabile’ da parte lombarda e non solo per il preciso merito dei suoi versi. Sarebbe bello se al libro di Paolo Maccari su Cattafi facessero seguito le poesie complete, così com’è avvenuto per Gatto.

    @ aeroporto
    Per le scale, ma anche in ascensore!
    Meglio un palazzo romano che la nostra ‘palus putredinis’.

    ciao

  9. Caro Fabio, spero che tu non l’abbia presa male, era solo una parentesi.

    Per il panorama atomizzato di cui parli, è andata così in effetti, e non c’è molto da aggiungere; ma per il suo recupero nulla è perduto, iniziative come questa sulla Rinaldi mi sembrano ottimi segni, e penso (spero) che non sia un fatto isolato.

    Per il resto mi sembra che siamo d’accordo; quello che mi interessava sottolineare nel mio commento – in cui però reagivo più a Morgillo – è che questa onnipresenza lombarda, frutto di pigrizia critica oltre che di una macchina editoriale in effetti piuttosto potente, ha fatto del male innanzitutto (ma non solo, certo) ai lombardi stessi, creando un calderone in cui si gettavano poeti che non c’entravano nulla fra loro, nonché rischiando di bloccare le scritture nella ripetizione di formule “riuscite”.

    Grazie ancora per il tuo pezzo, ciao,

    Andrea

  10. Sono d’accordo con Andrea Raos.

    Sulla Ruggeri. Chi perde ciò che possiede acquista un nuovo tipo di possesso, quello della sua perdita

  11. Nessun problema, il tuo rilievo, Andrea, mi pare fondato. Sull’ “errore politico” cui accenno nel pezzo: usando quell’aggettivo avevo in mente più che altro certe dinamiche di relazione che rendono più facile il contatto tra scrittori, o semplicemente il trovarsi e ritrovarsi in una grande città (Milano è stata questo anche per molti autori meridionali). Non certo ostruzionismo o persecuzioni politiche in senso stretto da parte dei potentati editoriali, che comunque esistono e sappiamo bene come e perché. Teniamo presente, però, che tra i ’50 e i ’60 Mondadori ha pubblicato pur sempre sia Scotellaro che Sinisgalli che Lucio Piccolo (quest’ultimo auspice Montale, com’è noto); ‘La luna dei Borboni’ di Bodini uscì nello Specchio e così i versi di un ‘minore’ o minimo (chissà?) delle mie parti, Libero De Libero: anch’egli citato, mi pare, in quell’articolo-provocazione di Flavio Santi su ‘Trame’ cui fa riferimento Desiati.

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