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I Modi Politici dell’Arte Contemporanea

di Mattia Paganelli

Se sul muro di una galleria d’arte scrivo a caratteri cubitali 1126 e a fianco 1201, e poi molto in piccolo in una nota, magari su un foglietto consegnato all’uscita, vi informo che queste cifre rappresentano i morti sul lavoro in Italia e i soldati americani uccisi in Iraq nel 2007, faccio un’operazione ad effetto, che gioca sulla dilazione. Uso un registro poco al di sopra della propaganda, la cui interpretazione è a senso unico.

Invece, se in un video senza sonoro mostro il primo piano di un uomo che parla, e sullo schermo faccio scorrere i titoli di alte cariche istituzionali, allargo la distanza tra gli elementi presentati, creo un maggior livello di ambiguità grazie a un maggior livello di astrazione, e lascio quindi più spazio all’interpretazione del pubblico. Il suggerimento ad interpretare il lavoro in chiave politica resta però chiaro.

Infine, se scelgo a caso una persona per strada e la seguo fino a che non entra in un luogo chiuso a cui io non ho accesso, il livello di astrazione è massimo, i riferimenti a qualunque interpretazione immediata sono eliminati, e sta a me decifrare e riannodare le informazioni disponibili (la libertà di movimento sul suolo pubblico e la barriera del perimetro privato). L’intenzione politica nasce qui dal registro poetico, non dal contenuto.

(Il primo è un esempio e le cifre sono fittizie, il secondo è l’artista egiziano Hassan Khan in un lavoro del 2006, il terzo è Vito Acconci nel 1969).

Viceversa, posso anche scartare completamente ogni uso metaforico o espressivo del linguaggio e importare i fatti entro il perimetro dell’arte senza alcuna elaborazione. Le molte biennali, documenta, o manifesta che affollano il panorama ci hanno informato sulle guerre, i problemi dell’ambiente, le questioni sociali e umanitarie che si intrecciano nel ventunesimo secolo globale. Segno di una crescente attenzione al mondo circostante, se non addirittura un rinnovato impegno, da parte degli artisti.

E se presentare la documentazione di qualcosa avvenuto altrove ha una storia già molto lunga nell’arte contemporanea, più di recente la tecnica, o forse è meglio dire la tattica, del progetto da eseguire e documentare ha dato nuova vita a questa formula. Così il linguaggio neutro e oggettivo del documentario, del reportage o dell’intervista, grazie soprattutto all’accessibilità del video, è divenuto uno strumento molto diffuso entro il perimetro dell’arte per affrontare questioni sociali.

Come entra quest’intenzione dichiaratamente politica nel contesto artistico?

L’invasione dello spazio dell’arte con la descrizione didascalica di una situazione reale ha senza dubbio un forte impatto. Inoltre, se il tempo televisivo è ormai destinato solo alla distrazione (leggi cancellazione delle coscienze), sembra naturale che l’urgenza dei problemi veri abbia cercato visibilità altrove e abbia trovato ascolto, seppur temporaneamente, nell’attenzione che dedichiamo all’arte.

Questa invasione può anche significare che l’emergenza ha raggiunto un livello tale che l’artista non può al momento dedicarsi ad altro.

Inoltre, volendo offrire un appoggio ideologico a queste scelte, potremmo dire che fanno piazza pulita dei valori della cultura dominante e del suo immaginario, e introducono quelli di un’altra classe che cerca visibilità. Di conseguenza anche la figura dell’artista cambia e assume il ruolo del portavoce. L’elenco di chi ciclicamente si è assunto questo compito è già molto lungo.

Veemente o pacata, la denuncia è l’intenzione di questi lavori. Un gesto accusativo che indica: il problema è questo. Una trasmissione di informazioni immediata, rettilinea, che non lascia spazio ad interpretazioni. Possiamo infatti abbandonare la sala di proiezione del documentario, o l’installazione che ricrea il dormitorio degli operai cinesi (l’ultima biennale di Istanbul ne era piena), ma non metterle in discussione.

Io identifico questo modo di comunicare con il Modo Indicativo, per la sua inesorabilità: è un puro enunciato di esistenza.

Ma se l’arte politica è spesso necessaria, con quale linguaggio parli è decisivo per creare lo spazio di autonomia e verità a cui aspira.

Ad esempio Thomas Hirschhorn qualche tempo fa propose un commento sull’uso delle immagini nell’informazione, tappezzando una sala della Hayward Gallery (Londra) di fotografie di morti dilaniati in guerra e immagini pornografiche, entrambe ritagliate dai giornali.

Santiago Serra, invece, organizzò una performance in cui alcuni immigrati illegali erano pagati per stare in piedi chiusi dentro scatoloni di cartone, mettendo in risalto l‘invisibilità di chi vive al di sotto di un guadagno minimo; e commentando didascalicamente il rapporto tra persona e mercato, ricadendo più o meno nel primo esempio.

Non mi basta.

Trovo che questi lavori siano niente più che illustrazioni di un’idea; non hanno nemmeno la forza dirompente del documentario di mostrare la realtà così com’è. Inoltre, incappano in un rischio intrinseco al loro stesso ambiente. Capita spesso, infatti, di trovarsi di fronte un progetto che vuole coinvolgere gli ultimi, i profughi, gli emarginati, i bombardati, dare voce e offrire strumenti di emancipazione. Ma in realtà chi parla e chi ascolta? Quanti fra questi riescono a raggiungere la posizione di artista e raccontare la loro storia (o qualunque altra storia)? Ne hanno il tempo, l’energia, l’interesse? Lo farebbero se potessero? Lo vorrebbero se potessero? Forse i ragazzini delle banlieues parigine quando si ribellano stanno già dicendo quello che “vorrebbero” dire. Non è vero che il loro messaggio potrebbe esprimersi diversamente se gli fosse data voce. Se avessero voce il loro messaggio sarebbe diverso.

Mi chiedo di nuovo: chi parla e chi ascolta? L’arte contemporanea è prodotta e consumata all’interno della classe medio alta occidentale, in una società che oggi è profondamente differente da quella in cui Benjamin proponeva la figura dell’artista come produttore che lottasse a fianco del proletariato, per fare solo un esempio. La cultura è divenuta intrattenimento; e pur continuando a produrre sfruttamento e oppressione, la società occidentale soffre a sua volta di uno svuotamento dell’individuo e di una riduzione della figura del cittadino alla condizione di consumatore, di cui ciascuno, incluso l’artista, è vittima.

Allora come se ne può uscire? Io credo che la risposta stia su un altro piano.

Da una parte penso che il conflitto, se di conflitti si vuole trattare, vada riprodotto nel linguaggio dell’arte, ricostruito nel codice di comportamento del mondo dell’arte. Limitarsi a illustrare conflitti sociali non solo manca di qualità artistica, ma è diventato del tutto innocuo, ormai è niente più che un genere tra gli altri accettati fra le pareti dell’arte contemporanea; accettato con correttezza politica, e poi comprato e venduto come qualsiasi altro prodotto del suo mercato, divenendo parte integrante dello stesso sistema che vorrebbe criticare. Forse solo un intervento come Orgreave Battle di Jeremy Deller del 2001 (il re-enactment degli scontri tra minatori e polizia nel 1984) è riuscito a raggiungere un’unità tra intenzione e qualità.

Dall’altra sono convinto che abbia più valore disordinare il nostro modo di pensare contro l’appiattimento culturale corrente, piuttosto che denunciare lo sfruttamento del lavoro infantile di turno.

Alla monotonia di quest’arte di genere, che tra l’altro comincia a soffrire di un conformismo soffocante, preferisco opporre un modo di agire che non esito a definire Congiuntivo. L’orribile sgrammaticatura: “se lo sapevo non ci andavo” invece di “se lo avessi saputo non ci sarei andato” dovrebbe far rizzare i capelli a ben più che gli insegnanti di italiano. Infatti “se io ero” non mi permette che di essere quello che sono diventato, ma se io fossi (o fossi stato) ora potrei essere altri. Le esistenze parallele o le alternative possibili aperte dal congiuntivo sono infinite. Pensare al modo congiuntivo è il vero motore dell’immaginazione, facoltà politica per eccellenza perché permette di pensare le cose e sé stessi diversi da come siamo nel presente, dunque immaginare di cambiare.

Ricordo Glass Keys to Open the Skies di Yoko Ono (1966), quattro chiavi di cristallo presentate in una scatoletta trasparente.

19 COMMENTS

  1. congiuntivo(…)
    disordine(under stand)
    produzione (gocciagocciamanoanchilosataocchistanchichiudiapri)
    lotta (stretti e lucidi dentro un cerchio di gesso)

    mattia, all of you

  2. Trovo molto interessante questo post di Paganelli e il suo invito finale a far girare il motore dell’immaginazione al congiuntivo, anzi, se posso, aggiungerei, al condizionale. Insomma credo anch’io che utopia e ucronia siano un eccellente carburante per l’immaginazione, e per un progetto di cambiamento.
    Quanto agli esempi del “Comunicare in Modo Indicativo” con opere d’arte che sono “niente più che illustrazioni di un’idea” Thomas Hirschhorn e Santiago Serra non mi sembrano i più adatti, e per amore dell’arte vorrei ricordare che nel Museo Precario Albinet, Hirschhorn ha messo su una struttura che propone laboratori artistici per ragazzi, laboratori di scrittura, convegni e dibattiti; proprio con/per le banlieues parigine.
    lucio

  3. Lucio,
    la questione dei laboratori creativi e della partecipazione è qualcosa che mi ha a lungo affascinato e poi progressivamente deluso. In teoria è una bellissima idea, un’iniezione di creatività nella società. Ma la mia impressione è che questi interventi soffrano di due rischi fondamentali: primo il “paternalismo” della posizione superiore di chi vuole insegnare ad essere creativi; secondo l’uso in realtà del pubblico come materiale del lavoro.

    Sono questioni molto sottili, ma importanti. Secondo me c’è una fondamentale differenza tra l’insegnante d’arte nella scuola elementare e l’artista famoso che organizza un laboratorio sotto i riflettori della sua fama. Inoltre non sono capace di dimenticare che proprio Hirschhorn (nell’edizione di documenta 11) ha sì organizzato un gigantesco evento partecipativo per un intero rione periferico, ma buona parte dei partecipanti erano pagati per farlo. Cioè ha allestito uno spettacolo teatrale.
    Mi piacerebbe che ci fosse una via di uscita positiva da questa contraddizione, ma non sono ancora stato capace di trovarla. Allora preferisco ragionare su come il pubblico si comporti nella cosiddetta Public Art, cioè quanto si lasci attrarre e quanto resista e cerchi di mantenere autonomia.
    al riguardo vedi questa pagina e le seguenti di un progetto mio :

    http://www.mp1biennale.net/embedded/index.php?id=2

    M

  4. Pensare al modo congiuntivo è il vero motore dell’immaginazione, facoltà politica per eccellenza

    …che angustia ad e ceo dei potenti (ed alquanto silenziosi) cda?

    un saluto
    mario

  5. Pensare al congiuntivo … incredibile, la soluzione se ne stava lì, davanti al nostro naso, e noi non la vedevamo. Grazie artist-man!

  6. Vabbè, non sempre riesco a sopprimere i commenti d’istinto, che ovviamente lasciano il tempo che trovano. Il problema è che l’intero articolo si basa su alcuni presupposti mai esplicitati, e dunque mai “negoziati”: è quindi del tutto conseguente che, ad un certo punto, ci si chieda “chi parla e chi ascolta?”. Anche la mossa d’uscita (individuare un ennesimo “altro piano” per poi coniare uno slogan banalizzante ma proprio per questo sufficientemente appiccicoso) è stata già operata tante di quelle volte da far ormai parte del paesaggio, ovvero delle modalità di “produzione e consumo” di queste classi “medio-alte” occidentali, che hanno tempo e soldi sufficienti per gironzolare per le Biennali, a fare il pieno di nuove idee e di sguardi vergini sulle cose. E’ evidente che queste retoriche, del tutto interne al campo di produzione e di smercio, sono abbastanza vaghe per continuare all’infinito senza mordere alcunché (aldilà delle pose, e della occasionale generosità a spese altrui, nessun pericolo reale per i poteri reali) ed abbastanza complicate da intimorire il profano, fornendo spazio ai meccanismi della distinzione.

  7. mi sembra che la questione (annosa) sia questa: la fruizione culturale è necessariamente solo un momento di svago? anche complesso, anche profondo ma comunque solo una ‘pausa’ tra un momento di ‘vita vera’ ed un altro? oppure può essere il luogo di un’elaborazione ulteriore, di un ‘passo avanti’, con delle ricadute sulla cosiddetta realtà?
    se si pensa che la seconda possibilità esista, non può esistere, mi sembra, che a partire dallo scarto che sottolinea mattia, cioè dallo scarto che c’è tra la duplicazione di un ordine e l’intervento sullo stesso ordine.
    vorrei però provare a mettere la questione in un’altra luce, sottolineando credo un’ulteriore sfumatura: il modo indicativo non è nella tecnica ma nel modo di essere autore. quello che intendo è che non è la rappresentazione di per sé ad essere ‘indicativa’ ma il fatto che l’autore creda che basti la denuncia, ovvero il fatto che l’autore si immagini dotato di una ruolo e collocato in una posizione che gli permettano di fare quella denuncia.

  8. Mattia, scusa la pausa. Comunque ho avuto modo di vedere il progetto che hai linkato e anche lì ho trovato delle cose interessanti. Brutalmente voglio dirti che sono pronto fin d’ora a sedermi sul Monumento-Public Art Project, come spettatore e come attore. Non scherzo. Se fosse “piazzato” in alcuni posti come: di fronte al Senato o a Palazzo Chigi, al centro del Golfo di Baratti o del mercato di Porta Portese, lo farei con gioia ed interesse, e almeno la prima volta, gratis. Sono pronto a “mettere il piede in fallo e saltellare sull’altra gamba per la piazza principale”.
    Apprezzo la tua voglia di affrontare “la sfida di avere a che fare con la gente” e di agire “contro la comunicazione monodirezionale” e l’indifferenza. Apprezzo il continuo interrogar/e/si, in “E’ quest. …….. sostenibile?”, e la maglietta con la scritta “Hereby I allow my self to be used for this piece”, che mi offre la possibilità di esemplificare (spero) una mia diversa considerazione dei “Modi Politici dell’Arte Contemporanea”.
    Tra i progetti del sito Guerrigliamarketing.it, c’è da tempo, una maglietta con la scritta SPAZIO DISPONIBILE, “un invito a non lavorare gratis, l’indisponibilità ad accettare di pubblicizzare alcun marchio senza un equo onorario. Guerrigliamarketing.it ha deciso di andare oltre la logica puramente negativa del NoLogo e di lanciare una campagna di ribaltamento dei rapporti di forza tra marca e consumatore” In pratica lo spazio sulla maglietta diventa disponibile a pagamento, per chi è interessato a pubblicizzare qualcosa.
    Ecco, personalmente trovo questo progetto molto interessante e il fatto che presenti un modo politico diverso dal tuo non mi sembra che lo ponga in contrasto. Mi sembrano modi politici diversi dell’arte contemporanea, ma interessanti e validi entrambi. Pensi che uno escluda l’altro?
    lucio

  9. Mattia, ho visto di recente la mostra penosissima di botero a milano e di fronte alle tele dedicate ad abu ghraib ho fatto le tue stesse considerazioni circa la corrispondenza vile fra denuncia e intrattenimento. Ciò detto, le tue riflessioni sui modi indicativo/congiuntivo mi sembrano delle pugnette. Graham Sutherland ha denunciato la guerra coi modi dell’indicativo, non potendo fare altrimenti (in inglese il congiuntivo non c’è), ma con una verità irriducibile

  10. “Guerriglia marketing? fottere il mercato per entrarci”

    per l’appunto: questa è la logica.

    “Guerriglia Marketing programma e inocula nel sistema media virus memetici in grado di autoreplicarsi nelle menti dei consumatori”

    e questa è l’etica.

    Esistono, per fortuna, dei buoni vaccini.

  11. @ elio-c
    è vero ci sono dei presupposti mai esplicitati nel mio ragionamento. ne ero consapevole scrivendo. Sapevo di non poter giustificare tutto. Mi piacerebbe sapere quali tu individui.
    Però vorrei chiarire, se non lo era abbastanza nel testo, che io ho ragionato sulla qualità del linguaggio artistico, non sulla legittimità delle intenzioni politiche. Di conseguenza è ovvio che il discorso e le azioni su cui si basa e a cui ritorna il mio ragionamento restano entro il perimetro dell’arte. Inoltre io non ho una soluzione da proporre per salvare l’arte o il mondo, mi riferisco solo a episodi concreti, mettendo in evidenza dove secondo me la qualità artistica è maggiore o minore.
    Non farti ingannare dall’immagine ideologica che l’arte sia un mondo patinato. Come in qualunque altra professione l’aggiornamento è fondamentale, altrimenti si resta tagliati fuori. Nemmeno tu leggeresti NI se non ti interessasse informarti e discutere di certe cose.

    @ Lucio
    mi interessa la tua rilettura in chiame più strettamente monetaria della questione. Hai ragione. Anzi forse si potrebbe ridurre tutto a questo nodo.

    Gherardo, si può essere l’autore ad essere indicativo, anzi secondo me lo è sempre, lo siamo sempre, perché anch’io io faccio parte del novero di quelli che fanno queste cose.

    Riguardo Sutherland, mi risulta abbastanza difficile guardare la pittura con questo tipo di lente critica. ma non definirei indicativo il suo modo di dipingere. Ahimé si, il congiuntivo manca in inglese.

  12. condivido quello che hai detto, sia nel post che nei commenti. Ma l’osservazione sul congiuntivo è oziosa, buona per qualsiasi campo d’azione

  13. Caro Mattia,
    finalmente ho avuto oggi il tempo di leggere il tuo post. Molto bello e che sostanzialmente condivido. In ogni caso tocca una questione fondamentale. Io ho cercato di rifletterci, partendo dalla figura dello scrittore (www.nazioneindiana.com/2007/04/17/postumi-lo-scrittore-dopo-la-sbronza-della-fine-della-storia/). E qui le cose si pongono in un’ottica diversa rispetto al mondo dell’arte. Ma ora sono di fretta, in ogni caso ne riparleremo. Quanto al modo “Congiuntivo”, sono invece perfettamente d’accordo. Quando scrivo, in poesia o racconti / finzione / non posso che cercare di giungere al congiuntivo. E questo ovviamente pone una bella contraddizione rispetto alla scrittura invece saggistica, di taglio politico. (Un po’ alla rinfusa per ora.)

  14. congiuntivo imperfetto, per meglio dire
    se oggi l’inter non vincesse 4-0 io sarei deluso e tenterei un altro asset forward

  15. andrea,

    credo che tu abbia messo in luce un altro aspetto molto importante: l’opposizione poesia – saggistica. la mia impressione è che ultimamente l’artista tenda ad essere un pò troppo un sociologo, a scapito della ricerca della qualità del suo linguaggio.

  16. @ Mattia Paganelli
    L’arte contemporanea è soprattutto un sistema, o un operare per sistemi e fino a poco tempo fa, economicamente relativi, e oggi è anche un sistema turistico. Da “Artisti si diventa” che Angela Vettese scrisse solo qualche anno fa, le cose sono cambiate ulteriormente; al sistema artista-gallerista-collezionista, oggi se ne affianca un altro, quello turistico (amministrazioni-imprese) che prevede e “regola” i grandi numeri dei visitatori delle grandi mostre e dei grandi eventi. Biennali, Triennali e Documenta si offrono solo in quanto tali; esposizioni di sé che offrono divertissement: a questi incontri ci si diverte! E, sotto certi aspetti, questo non è nemmeno male, ma ogni anno,il lavoro degli artisti si costringe sempre più in schemi che nulla hanno a che vedere con la ricerca, l’interazione, l’esplorazione, la sperimentazione e l’intuizione.
    Sembra che la Memoria, quel bagaglio collettivo e individuale, a cui attingere per la rielaborazioni dei dati e per la ricerca di linguaggi e codici, si sia spenta per sempre o che addirittura non esista più. Ogni anno, anzi , ogni scadenza importante azzera, “resetta” l’esistente. Da ogni manifestazione si riparte, e verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere : ma dove arrivi se parti? Cantavano Cochi e Renato.

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