Bucarest

di Flavia Capitani e Emanuele Coen

Il taxi sobbalza ogni cinque metri ma Vasile non ci fa neanche caso. Tra una parola di italiano e due di inglese, continua a raccontare come Bucarest stia cambiando ogni giorno sotto i suoi occhi. La strada che collega l’aeroporto al centro della città è un cantiere continuo, una lunga linea dritta spezzata da file di auto più o meno sgangherate e tir stracarichi di materiali per costruzioni. “Impressionante, qui dopo il Duemila tutto è impazzito – sospira il corpulento e loquace tassista –. Guardate quanto sono grandi questi magazzini Ikea, e lì a destra quel Carrefour. Laggiù stanno tirando su il più grande Bricofer d’Europa. E più avanti vedrete un concessionario dietro l’altro: Porsche, Bmw, Jaguar. Automobili che non riuscirei a comprare neanche con i guadagni di una vita. E pensare che sotto il comunismo appartenevo a una classe agiata, lavoravo per una grande azienda che aveva rapporti commerciali con Italia e Inghilterra. Da qualche anno giro la città in lungo e in largo per mettere insieme uno stipendio appena decente. Intanto il mio vicino di casa, che sotto Ceausescu era un semplice poliziotto, ha tre appartamenti e una Mercedes”. Benvenuti in Romania! Il Paese dei paradossi, dove un docente universitario guadagna 500 euro al mese, ovvero il prezzo  di tre cene in uno dei migliori ristoranti di Bucarest. Dove i più strabilianti esempi di architettura fine Ottocento convivono con la più inquietante eredità socialista, la mastodontica Casa del Popolo. Dove a suon di mazzette, corruzione e intrighi, i più furbi sono riusciti a costruire fortune miliardarie approfittando delle privatizzazioni seguite al crollo del regime. Il Paese dove mancano all’appello più di tre milioni di giovani, costretti a emigrare in Italia, Canada e Spagna per garantire la sopravvivenza a se stessi e alla propria famiglia. Il Paese nella cui capitale ci sono le più belle ville liberty d’Europa ma il direttore di un giornale può permettersi a malapena un appartamento di cinquanta metri quadrati negli orrendi block di periferia.

“Tua mamma? gli ho chiesto. E’ in Spagna. Ha risposto prima che io finissi la domanda. E’ partita dopo la rivoluzione, ha detto, hanno chiuso la fabbrica dove lavorava. Ci lavorava anche mio padre. Christian parlava con distacco, come di una cosa lontana, Io andavo ancora a scuola. Erano tutti contenti che Ceausescu non c’era più ha detto, erano sfiniti. Poi l’hanno ammazzato, le fabbriche hanno chiuso, la gente si è spaventata molto. Non c’era più lavoro. Ci hanno detto di aspettare, e abbiamo aspettato. Però le cose non cambiavano e in tanti sono partiti, sono andati fuori a lavorare. Abbiamo sempre aspettato, noi romeni. Figurati che abbiamo aspettato gli americani per cinquant’anni, non sono mai arrivati. Siamo stupidi, ha detto dopo essersi infilato una sigaretta in bocca e averla accesa, Crediamo a tutto. Forse ci fidiamo sempre delle persone sbagliate”. (Andrea Bajani, “Se consideri le colpe”, Giulio Einaudi Editore, 2007).

   Bucarest è una città sempre in divenire. Fino a ieri l’aeroporto Otopeni assomigliava a una malridotta stazione di pullman di provincia. Oggi si scende dall’aereo e si entra in un moderno scalo europeo che odora ancora di vernice fresca. Se non fosse per le decine di Dacia Logan in coda per raggiungere il centro, e i lavori perennemente “in corso”, la strada che porta nel centro di Bucarest sembrerebbe la freeway 405 da Lax a Los Angeles: i centri commerciali non hanno nulla da invidiare agli ipertrofici mall americani. Solo che qui mancano ancora le autostrade, e anche le strade, visto che il dittatore al potere per venticinque anni, il terribile Nicolae Ceausescu, teneva la Romania in uno stato di isolamento e arretratezza raro anche negli altri Paesi comunisti. Non stupisce, dunque, che oggi gli operai lavorino 24 ore su 24 per innalzare i piloni, asfaltare le direttrici più trafficate, costruire i grattacieli delle multinazionali. Peccato però che mentre l’economia galoppa al ritmo di oltre il cinque per cento annuo lo stipendio medio resti inchiodato a poche centinaia di euro. Nel centro si vendono case a tremila euro al metro quadrato ma gli anziani sbarcano il lunario soltanto grazie all’aiuto dei figli o con le rimesse dei parenti dall’estero. Nel frattempo Bruxelles ha cominciato a inondare di soldi la Romania: 19 miliardi di euro fino al 2013, per rafforzare l’economia e ridurre gli squilibri tra le regioni. Chissà se finiranno nelle mani giuste.

   La Romania è un groviglio di paradossi difficile da accettare, che alimenta la disillusione di tanti cittadini come Vasile: “Non potevo immaginare che un giorno avremmo rimpianto i tempi di Ceausescu. Allora lo Stato dava a ogni coppia una casa e un lavoro, in qualche modo tutti riuscivano a sopravvivere”. Gli intellettuali, gli artisti e la classe colta del Paese non pronuncerebbero mai una frase del genere, il regime romeno fu uno dei più violenti mai esistiti. Ma la nostalgia è forte nelle classi meno abbienti, tra coloro che dopo il grande salto dal comunismo al consumismo sono rimasti ai margini. Gli intellettuali ancora tremano al ricordo delle Securitate, dei divieti, delle costrizioni culturali, dell’impossibilità di varcare i confini del Paese, dell’isolamento culturale. “Negli ultimi mesi del regime comunista vivevamo nel terrore: io e mia moglie parlavamo sottovoce sotto la doccia per paura che qualcuno ci ascoltasse. Eppure ero solo un artista, non facevo attività politica e non rappresentavo alcun pericolo per Ceausescu. Ma gli agenti della Securitate erano spietati”. Tra un sorso di birra e una boccata di sigaro, torna indietro nel tempo Romelo Pervolovici, scultore e fondatore della Biennale internazionale dei giovani artisti a Bucarest. Dopo giorni e giorni di insurrezione popolare, il Conducator e la moglie Elena furono giustiziati nel giorno di Natale del 1989. Finiva così una delle dittature più repressive e cruente della storia del Novecento. “All’improvviso – ricorda Pervolovici – tutto sembrava diverso: in città c’era un clima incredibile, la gente festeggiava nelle strade giorno e notte. Con l’arrivo della libertà credevamo che tutto sarebbe cambiato in fretta: in realtà fino al duemila la Romania è rimasta bloccata, poi è cominciata la rinascita culturale. Ora voglio che grazie alla biennale i miei figli e i loro coetanei dialoghino con gli artisti stranieri e non sentano l’isolamento che io subii alla loro età”.

    Oggi il clima di isolamento e paura non esiste più. Bucarest è rinata: eventi, festival, mostre, rassegne teatrali e concerti riempiono le pagine dei giornali. Gli artisti hanno porte aperte nei musei e nelle gallerie di tutto il mondo e l’Europa si inchina al nuovo cinema romeno. La giuria di Cannes ha fatto da apripista: oggi la produzione d’autore è riconosciuta come la più valida, raffinata e apprezzata del vecchio continente. Ha fatto il giro del mondo l’immagine di Jane Fonda sulla Croisette, nel maggio del 2007, che bacia il paffuto e timido regista Cristian Mungiu e gli consegna la Palma d’oro per Quattro mesi, tre settimane, due giorni. Mungiu è solo la punta di diamante della nouvelle vague, osannata dal più importante festival di cinema di europeo, che si è inchinato anche di fronte a Cristi Puiu, 41 anni, vincitore nel 2005 della sezione Un certain regard, ai giovani Corneliu Porumboiu, miglior regista esordiente con A est di Bucarest, a Catalin Mitulescu e Cristi Nemescu. Peccato che anche loro, quando tornano in trionfo dalla Francia o da altri festival, ricadano nell’ennesimo paradosso: a Bucarest non ci sono cinema per vedere i loro film! Sotto Ceausescu in tutta la Romania c’erano 500 sale di stato, oggi nella capitale ci sono un paio di multiplex (con programmazione mainstream), e un’altra decina di sale. Che fine hanno fatto gli ex cinema della catena Romania cinema? Trasformati in caffè, discoteche, sale per videogiochi.

Se la Romania è il Paese dei paradossi, la sua capitale ne è la perfetta incarnazione. Una visita alla città ti costringe ad uno spiazzamento continuo: parti con l’idea di trovarti di fronte ad una lunga fila di casermoni grigi e scopri una verdissima ed elegante metropoli con architettura ottocentesca. Sai che incontrerai cani randagi pronti ad aggredirti e bambini ridotti alla fame che vivono nelle fogne e ti trovi di fronte ville liberty lussuosissime, come non ne hai mai viste, parchi con laghetti silenziosi, caffè all’aperto e un’opulenza a volte eccessiva. A proposito tanto per chiarire: 1-quesione cani: gli abitanti della città vivevano generalmente in villette con giardino prima che il dittatore comunista Ceausescu decidesse di distruggerle per costruire i suoi mirabolanti esempi di architettura socialista. Quando alcune famiglie furono costrette a traslocare da case di 200 mq in miniappartamenti da 20, dovettero abbandonare i loro cani per strada. Oggi, quei pochi che rimangono ancora senza padrone e passeggiano per la città, sono segnati dal tempo e dalle angherie della storia, quindi non ci pensano proprio ad assaltare i turisti! 2-bambini nelle fogne: Ceausescu fece costruire sotto la città una rete di canali di acqua calda che entravano in tutte le case. In questo modo, oltre a risolvere il problema del riscaldamento durante i freddi inverni, poteva controllare cosa diceva ogni famiglia dentro le quattro mura domestiche. Gli uomini della Securitate, infatti, da là sotto potevano sentire i discorsi dei potenziali nemici del regime e provvedere alla loro “redenzione”. E’ vero che molti zingari, durante gli ultimi anni della dittatura, per sfuggire agli arresti preventivi decisi da Ceausescu nei loro confronti, si rifugiarono in quei sottopassaggi. Ed è anche vero che dopo la drammatica fine del regime, durante gli anni terribili della transizione, alcune centinaia di bambini abbandonati, o fuggiti dagli orfanotrofi, si sono rifugiati lì d’inverno per non morire di freddo. Ma sono anni che, anche grazie ad istituzioni umanitarie, questa terribile situazione di emarginazione è stata quasi completamente superata. E, soprattutto, di notte, a Bucarest, non escono gli zombi dai tombini per depredare i passanti. La cosa più fastidiosa che può succedere, nel centro della città, è vedere gli enormi suv sfrecciare per le strade, con ricconi a bordo che vanno nelle discoteche più alla moda. Per il resto, vista anche la grande presenza di guardie private fuori dalle abitazioni o dalle sedi delle compagnie straniere, la città sembra molto più sicura di una metropoli italiana. E ad ogni ora del giorno e della notte si trovano taxi per spostarsi da un angolo all’altro della città.

(Tratto da “A Est – Belgrado, Bucarest, Sofia, Tirana, Varsavia. Il volto della nuova Europa“, Einaudi 2008)

3 COMMENTS

  1. Io sono stato a Bucarest tra ottobre e novembre 2007:contraddizione-spiazzamento,si addicono alla città.

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Marco Rovelli nasce nel 1969 a Massa. Scrive e canta. Come scrittore, dopo il libro di poesie Corpo esposto, pubblicato nel 2004, ha pubblicato Lager italiani, un "reportage narrativo" interamente dedicato ai centri di permanenza temporanea (CPT), raccontati attraverso le storie di coloro che vi sono stati reclusi e analizzati dal punto di vista politico e filosofico. Nel 2008 ha pubblicato Lavorare uccide, un nuovo reportage narrativo dedicato ad un'analisi critica del fenomeno delle morti sul lavoro in Italia. Nel 2009 ha pubblicato Servi, il racconto di un viaggio nei luoghi e nelle storie dei clandestini al lavoro. Sempre nel 2009 ha pubblicato il secondo libro di poesie, L'inappartenenza. Suoi racconti e reportage sono apparsi su diverse riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Collabora con il manifesto e l'Unità, sulla quale tiene una rubrica settimanale. Fa parte della redazione della rivista online Nazione Indiana. Collabora con Transeuropa Edizioni, per cui cura la collana "Margini a fuoco" insieme a Marco Revelli. Come musicista, dopo l'esperienza col gruppo degli Swan Crash, dal 2001 al 2006 fa parte (come cantante e autore di canzoni) dei Les Anarchistes, gruppo vincitore, fra le altre cose, del premio Ciampi 2002 per il miglior album d'esordio, gruppo che spesso ha rivisitato antichi canti della tradizione anarchica e popolare italiana. Nel 2007 ha lasciato il vecchio gruppo e ha iniziato un percorso come solista. Nel 2009 ha pubblicato il primo cd, libertAria, nel quale ci sono canzoni scritte insieme a Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Wu Ming 2, e al quale hanno collaborato Yo Yo Mundi e Daniele Sepe. A Rovelli è stato assegnato il Premio Fuori dal controllo 2009 nell'ambito del Meeting Etichette Indipendenti. In campo teatrale, dal libro Servi Marco Rovelli ha tratto, nel 2009, un omonimo "racconto teatrale e musicale" che lo ha visto in scena insieme a Mohamed Ba, per la regia di Renato Sarti del Teatro della Cooperativa. Nel 2011 ha scritto un nuovo racconto teatrale e musicale, Homo Migrans, diretto ancora da Renato Sarti: in scena, insieme a Rovelli, Moni Ovadia, Mohamed Ba, il maestro di fisarmonica cromatica rom serbo Jovica Jovic e Camilla Barone.