Oliviero Toscani vs Flash Art: l’arte della beffa

Stamattina, prima di prendere il treno mi sono chiesto come si fosse risolto il contenzioso tra il direttore di Flash art , Giancarlo Politi e il fotografo Oliviero Toscani. La cosa mi interessa perché all’epoca dei fatti, eravamo nel 2002, una rivista francese, Le vrai papier Journal mi mandò in Italia come corrispondente per scoprire la verità, la vera verità di una delle più grandi beffe mediatiche giocate ai danni dell’Arte contemporanea in Italia. Per essere più precisi l’attacco fu portato a uno dei suoi più importanti riferimenti critici, Flash Art. E così, navigando in rete ho scoperto che circa un mese fa il direttore della storica testata replicando a una lettrice sosteneva la cosa seguente:

Tu mi ricordi la questione Toscani di anni fa?

Ma ad assumere e proporsi in diverse personalità e a fare lo scherzo di cui parli fu allora un artista di talento, Marco Lavagetto (come artista rimasto purtroppo al palo), definito il Cattelan dei poveri; e infatti alcune sue opere iniziali, addirittura precedenti allo stesso Cattelan, possono rimandare al grande Maurizio. In quella circostanza, a fare la figura dello sprovveduto che non ha capito cosa sia l’arte contemporanea fu proprio Oliviero Toscani, avvezzo alle provocazioni ma non ad accettarle. Infatti la mia idea è che il grande creativo, anzi il vero artista, nella storia della pubblicità non sia stato il burbero Toscani, ma il suo sponsor Luciano Benetton. Infatti dopo la separazione tra i due, Oliviero Toscani si dedica maggiormente al suo allevamento di cavalli e dal suo studio non è più uscita una idea brillante. Spero che un giorno questo verrà riconosciuto.”

Io, a dire il vero, le cose me le ricordavo diversamente e così sono andato a ripescarmi l’inchiesta che scrissi all’epoca e da allora disponibile, in francese, sul sito “art” dei Luther Blissett a questo indirizzo:
http://www.0100101110101101.org/texts/levrai_mave-fr.html
Ve la propongo oggi, in italiano.

Da “Le Vrai #23 luglio-agosto 2002, pp.88-91
Quando i falsi Toscani scandalizzano L’Art Gallery

Come due artisti provocatori sono riusciti , facendosi passare per il celebre fotografo Oliviero Toscani, a imporre delle opere particolarmente trash ai rispettabili organizzatori della biennale di Tirana 2001.

I Fatti

Tutto comincia il 4 dicembre del 2000. Flash Art, una delle riviste più rinomate nel campo dell’arte contemporanea, pubblica una classifica dei migliori artisti italiani degli ultimi 50 anni. Oliviero Toscani si classifica al 49°posto.

Penultimo posto… Toscani è noto in tutto il mondo per aver rivoluzionato il concetto stesso di pubblicità con le sue campagne per Benetton. Tutti ricorderanno l’ammalato di AIDS in stadio terminale, del paio di jeans imbrattati di sangue di un giovane combattente dell’ex Jugoslavia, dei ritratti dei condannati a morte in America.

Quello stesso giorno, Giancarlo Politi, direttore della rivista, riceve una mail vendicativa, firmata Toscani:
” Caro direttore, il suo giornale mi fa vomitare, non è possibile che un idiota come lei possa dirigere un giornale che si reputa dedicato a un’arte senza riserve (…) Trovarmi al penultimo posto mi ha veramente disturbato, visto che credo di aver segnato il panorama iconico più di chiunque altro (…) le vostre classifiche potete ficcarvele in culo, arrivederci. Oliviero Toscani, quello dei sigari.

Giancarlo Politi reagisce con la stessa veemenza e, a partire da qui, i due uomini si scambiano parecchie mail. Politi racconta. “Un giorno mi viene l’idea di invitare Toscani alla biennale di Tirana, allora in pieni preparativi. (…) Come convenuto, mi manda un elenco di artisti da invitare a Tirana e sulla base delle immagini che mi manda, le trovo straordinarie. Entro in contatto con ognuno di loro. Dimitri Bioy, che abita in Florida, ma che rifiuta di darmi il suo indirizzo visto che è ricercato per pedofilia: il suo lavoro rappresenta delle ragazzine vergini in pose sexy. Carmelo Gavotta che vive in provincia di Cuneo e realizza dei video amatori trash e violenti. Bola Ecua del Lagos, per immagini molto crude di scene di tortura. Hamid Piccardo, che vive e lavora in Marocco per delle immagini molto crude dell’attento all’aereo di linea Pan Am del 1988

Politi e gli organizzatori della biennale che si inaugurerà il 14 settembre 2001 a Tirana si prendono due bastonate. La prima è l’attentato contro le Twin Towers, l’11 settembre, tre giorni prima dell’apertura. la seconda, è una telefonata della segretaria di Oliviero Toscani. La signora gli chiede spiegazioni su quella biennale: Oliviero Toscani non è al corrente di nulla, non sa nulla di Tirana e non ha mai collaborato in alcun modo a quella biennale.Per quanto concerne l’intervista pubblicata su Flash Art non ricorda di averne mai rilasciata una.

L’inchiesta

Chi sono gli autori della beffa? Il Sole 24 ore, quotidiano italiano che per primo è partito alla caccia, cita Marco Lavagetto come
il falso Toscani o, quanto meno, colui che è denunciato da Toscani. Eppure, secondo il settimanale l’Espresso, Marcelo Gavotta et Oliver Kamping sono i veri autori della beffa: sono stati loro, infatti, a mandare alla redazione il dossier completo dello scambio di mail tra il falso Toscani e Politi. Allora, chi si nasconde dietro sotto le mentite spoglie di Toscani? E come mai il vero Toscani, adepto delle più folli provocazioni, ha fatto causa?

Ipotesi N°1: Il collettivo Luther Blissett.
Creato a Bologna negli anni 90, come collettivo anonimo si è imposto alla scena italiana attraverso una serie di attacchi “artistici” ad istituzioni culturali o politiche italiane, come la Biennale di venezia o il sito del vaticano durante il Giubileo.

Ipotesi N°2: Gli amici di Derive e Approdi, rivista creata da Sergino Bianchi. Hanno infatti, in passato, organizzato operazioni situazioniste, ma soprattutto, nel 1997, dedicato tutto un numero della rivista all’Albania ( si ricordi in proposito la celebre fotografia di Toscani, il vero, con l’enorme nave piena zeppa di esuli albanesi, diretta sulle coste italiane.) Hanno per l’occasione messo su una rete internazionale di artisti e di scrittori albanesi tra cui, il pittore, Edi Rama, divenuto qualche anno dopo sindaco di Tirana e partner della Biennale.

Punto di partenza

La prima persona con cui entro in contatto telefonico è Marco Lavagetto, giovane artista ligure, “considerato” come l’autore della beffa. Persona piacevole, al telefono. molto intelligente, niente affatto contorto e complessato come traspare dal ritratto pubblicato sui giornali italiani. Si proclama innocente e mi confessa di averne le tasche piene delle telefonate dei giornalisti e del complotto di Tirana. E mi assicura che mi avrebbe mandato dei documenti a proposito dei veri-falsi Toscani.

Comincio a pensare che lui non c’entra per niente con questa storia. I fatti mi daranno ragione. Come convenuto vado a prendere il legale di Toscani, l’avvocato Lucibello che è a Parigi per lavoro, alla stazione, Gare de Bercy. Una stazione che sembra quasi “falsa”, come certi luoghi che pubblici che si devono inaugurare in un dato giorno e che si inaugurano effettivamente nonostante la desolazione che i lavori non ultimati trasmettono al pubblico. Per mia fortuna, i treni sono veri. L’avvocato Lucibello e consorte hanno viaggiato tutta la notte. Un quarto d’ora dopo il loro arrivo ci spostiamo all’altra stazione, la vera, la Gare de Lyon, e ci accomodiamo sui divani del famoso ristorante, le Train Bleu.

L’avvocato Lucibello mi dice che la cosa che ha fatto arrabbiare di più Toscani, è che Politi avrebbe potuto fargli almeno una telefonata in un anno di scambi di mail. Apre il dossier che mi ha gentilmente fotocopiato e su una delle pagine del catalogo della Biennale, quella dedicata a Hamid Piccardo, c’è la foto di un Boeing schiantato al suolo , il tutto accompagnato da una didascalia a firma dello stesso falso Toscani che ammonisce: “Quando finirà questa gara che consiste nel costruire palazzi sempre più alti?” Ovviamente, alla luce di quanto, all’insaputa di tutti, sarebbe successo in quei giorni, (attentato dell’ 11Settembre a New York) , Oliviero Toscani aveva tutto il diritto di incazzarsi.

Ed ora, gli autori della beffa

Mentre mi trovavo in Italia, ricevo la prima mail dei veri falsi Toscani. Il contatto è preso. Gli mando una serie di domande sull’affaire, qualche chiarimento su alcuni passaggi, spiegandogli la natura della mia inchiesta. A Milano, intanto, entro in contatto con Giancarlo Politi, e con uno dei redattori di Flash Art, Michele Robecchi, tra l’altro anche lui organizzatore della biennale. Ci incontreremo al mio ritorno da Roma.
E’ infatti nella capitale che mi aspettano Ilaria Bussoni e Sergino Bianchi. Iniziamo a parlare di Tirana e del mio reportage. Gli espongo le mie differenti tappe e , quando sto per entrare nei dettagli a Sergino gli viene in mente qualcosa e chiede a Ilaria se il dossier Tirana, manoscritto in corso di studio per un’eventuale pubblicazione si trovava ancora in casa editrice. Ilaria si ricorda che effettivamente avevano ricevuto via posta un dossier firmato con due pseudonimi: Marcelo Gavotta et Oliver Kamping. Leggiamo così le prime pagine dell’introduzione al manoscritto che ne conta ben 150.

« Tutto si svolgeva nel 2001 tra Italia, Miami, Marrakech, Tanger, Algeri, Little Albany nel Bronx, Chinguetti, Kaduna, ed è tutto nato nei Balcani, nell’autunno dello stesso anno, in occasione della Biennale di Tirana. []
Il manifesto (creato dal falso Toscani) ha tutti gli ingredienti della Toscanata provocatoria, in linea con i suoi scatti scandalosi: una riproduzione distorta della bandiera della Grande Albania. Al’epoca il manifesto veniva considerato, in Europa e negli Stati Uniti, la più bella opera del fotografo italiano…() In quegli stessi giorni di Settembre, il direttore della Biennale di Tirana già piena di immagini di artisti fantasma e inesistenti, veniva contattato da Maurizio Cattelan che a sua volta lo informava che dopo quanto era successo a New York non poteva partecipare che in un solo modo, ovvero non mostrando nulla. Gli autori del complotto avevano invece deciso da tempo che era giunta l’ora di far vedere e celebrare un’arte che si sarebbe rivelata in seguito come un niente inesistente che dava una forma alla sua scomparsa.
»

Firmato: Marcelo e Oliver

Primo maggio.
Ho appena ricevuto la risposta degli ex-Luther Blissett diventati intanto HTTP://WWW.0100101110101101.ORG, per le arti plastiche, e Wu Ming per quelle letterarie.

Mi scrivono i primi :
« Ci sarebbe piaciuto essere gli autori del complotto di Tirana. Si tratta di un’operazione geniale, una delle più riuscite e divertenti. Ciò che la rende altresì interessante è la povertà dei mezzi utilizzati. In gergo hacker, si chiama « social engineering ». L’ hacking può essere applicato a qualsiasi campo, è l’approccio che conta, non i mezzi. Si tratta di vere e proprie opere d’arte , di operazioni che mettono a dura prova i fondamenti culturali su cui si appoggia una società, che scatenano tempeste mediatiche e divertono. C’è bisogno di un’opera continua di demistificazione , di erosione delle norme e delle abitudini, e per questo non ci sono regole fisse? E’ in questo che consiste l’arte: reinventare ogni volta le regole del gioco. L’arte è una forma di alchimia che, invece di trasformare il metallo in pietra preziosa, trasforma la merda in oro. Potenzialmente ogni cosa può diventare arte, si tratta soltanto di conoscere le regole del gioco, trucchi compresi. Voi non avete mai la sensazione di essere truffati ? »

Mistificato ma contento
Giancarlo Politi mi riceve in una palazzina industriale. Mi dice che se è vero che non ha mai telefonato a Toscani gli aveva comunque mandato nei mesi precedenti alla Biennale i materiali relativi all’evento, il manifesto, le cartoline, e gli articoli di Flash Art. « Colui che ha messo su “la beffa” è uno dell’ambiente, un artista che conosce nei minimi dettagli le regole di funzionamento di quella macchina che è l’arte contemporanea. La scelta delle opere proposte non è dovuta al caso. . Guardi questa immagine delle ragazzine nel catalogo, converrà con me sul fatto che si tratta di un’immagine inquietante”

« Sinceramente non mi aspettavo da parte di Toscani una reazione di questo tipo. Ma com’è possibile che un artista come lui abbia fatto ricorso a un avvocato ? »
Ci mettiamo a tavola. L’ospitalità è vera (ndr)
«Questa beffa è un’opera d’arte. le opere proposte sono più che difendibili, sono nello spirito del tempo. il video che ci hanno recapitato a nome di Carmelo Gavotta è inquietante. (tutte le opere erano state mandate a mezzo posta dai paesi di pretesa appartenenza degli artisti, Stati Uniti, Nigeria, Marocco…ndr) Poco importa se le opere sono state prese su internet, si tratta di un’artista che ha saputo , facendosi passare per Oliviero Toscani, fare qualcosa che lo stesso Toscani non avrebbe saputo fare. Ha vampirizzato il maestro per accrescere la sua aura ed è così che si è introdotto nel mondo dell’arte. Stesso discorso per il manifesto, l’aquila a due teste, nera, strappata e allo stesso tempo imponente. »

Si sta facendo tardi. Ho un’ultimissima domanda da fargli. E se il falso Toscani fosse Politi?

« Si, avrei potuto benissimo farlo io e il mio rammarico è proprio nel non essere stato il creatore di quest’opera magnifica. Allo stesso tempo, sono contento di esserne stato, inconsapevolmente, uno degli attori. »

Tutto è assolutamente falso

La gare de Lyon, contrariamente a quella di Bercy, è una vera stazione. proprio prima di partire ho potuto consultare le mie mail. Marcelo et Oliver mi hanno scritto di nuovo :

« Caro Francesco Forlani, le ragioni della beffa sono tutte in questo dossier in allegato. La sola cosa che vogliamo aggiungere è che tra di noi e le persone che hai citato non c’è nessun contatto, né intellettuale, né fisico. Noi siamo gli unici autori della beffa, gli inventori del complotto. Oliviero Toscani esiste, anche suo figlio e gli artisti che ha portato a Tirana non sono meno vivi di noi. Carmelo Gavotta è l’alter ego di un artista contemporaneo noto. (L’avvocato di Toscani era risalito a Marco Lavagetto proprio perché il suo nome è anagramma dell’altro), Bola Ecua vive in Nigeria, solo che invece di fare fotocopie è poeta, Hamid Piccardo è il portaparola della comunità islamica di Imperia e Dimitri Bioy è il misterioso partecipante di news group che si chiama Blackcat. Si è trattato di détournement di personalità. Una raccomandazione soltanto: se puoi non lasciare troppo spazio al Signor Politi. Lui non è affatto il protagonista di questa storia, come vorrebbe credere.
Qualcuno ha pensato che tutto era falso e, in effetti era tutto vero. Tutto era falso, veramente falso.

Lucifero fa la sua comparsa

Oliviero Toscani mi chiama poco dopo avergli lasciato un messaggio alla sua segretaria.
« No, non l’ho visto il numero di Flash art prima del catalogo. Questa beffa è stata grandiosa e, soprattutto, superiore alle tante cazzate che arricchiscono giornali di provincia come Flash Art. L’altra sera, ero a cena di una ricchissima signora di Torino e guardandomi attorno, ho notato sulle pareti opere di artisti contemporanei. Ecco dove va a finire l’arte contemporanea, mi sono detto. La beffa è stata fatta a partire dalla mia opera, e coloro che l’hanno messa in atto, sono degli operai, della manodopera.Oliviero Toscani non esiste. hanno agito come sonnambuli, come persone sotto ipnosi. D’altronde, l’anello debole della catena è nelle opere che hanno scelto. terribilmente moderne, arte del passato. Mancava quell’energia che richiedo, cuore e cervello, un’opera grandiosa come quella dei dadaisti.
Il ricorso all’avvocato è il mio modo di continuare l’opera. Ad ogni modo, non si saprà mai chi è il falso Toscani. Anche se qualcuno pretende di esserlo, non potrà mai dimostrarlo. Politi, in compenso, gli chiederò un bel risarcimento, e con quei soldi mi comprerò il suo giornale e finalmente si vedrà della vera arte contemporanea. Perché si sa, la vendetta è un piatto che si mangia freddo. E anche se sono diabolico, so che l’arte è diabolica, deve essere diabolica, altrimenti è cosa da ragionieri. Il mio avvocato, che si chiama Lucibello, proprio così, con un nome così non potevo certo chiedere di meglio prenderà parte anche lui all’opera (mi rendo conto , al momento della trascrizione che il correttore francese del mio computer mi segnala Lucibello come errore e mi propone Lucifero ) Una cosa che nessuno mi sembra aver capito è che qui tutti hanno preso in giro tutti.

Apologia del falso
In conclusione ricevo finalmente il testo dei miei amici di Derive Approdi.

« Quando, nel1996, un migliaio di clandestini provenienti dall’Albania sono sbarcati sulle nostre coste, e quando il naufragio di una di quelle navi nel canale d’Otranto ha causato la morte di ottanta persone, abbiamo deciso di dedicare un numero speciale della nostra rivista all’Albania. Un paese passato dall’economia di stato a quella di mercato, un prototipo dell’economia globale. Un paese all’Avanguardia, dunque, e niente affatto arretrato. Abbiamo deciso di fare questo numero con artisti albanesi, in albanese. Ma dove trovare dei veri albanesi? dappertutto, in Italia, a Parigi, a Francoforte, a Londra, a New York. Si trattava di persone che parlavano diverse lingue, una comunità di artisti, giornalisti, cantanti, registi che abitavano in ogni angolo del pianeta e che nonostante le distanze restavano in contatto.
Mentre in italia li esperti di geopolitica spiegavano la rivolta albanese com uno choc tra differenti tribù, noi scoprivamo che non c’era nessuna etnia, nessuna nazione albanese, nessun paese Albania, nessun piatto tradizionale albanese,nessuna religione. C’era una bandiera e un migliaio di persone più europee di noi. L’idea di un falso Toscani in Albania ci fa sorridere, niente di più logico e naturale. Se l’Albania non esiste, come si vuole che esista un Toscani che organizza una vera Biennale. Very Albanian, questa beffa mediatica. Se sono gli Albanesi che fabbricano i nostri veri-falsi jeans Armani, le nostre vere false borse Gucci, i veri falsi foulard Valentino, hanno fatto benissimo a fabbricare un vero falso Toscani. creare un falso toscani è come creare delle vere false adidas. se Adidas non si arrabbia non vedo perché si debba arrabbiare Toscani. per noi il il falso toscani è sicuramente un Albanese.»

Ilaria

Elementare no?

fine

15 COMMENTS

  1. A partire dal 1998 gli 0100101110101101 intraprendono la genesi artificiale di una creatura mitica, un misconosciuto artista serbo le cui opere sono affette da una necromania senza pari. Attraverso due siti internet, e qualche conoscenza nell’ambito della critica d’arte , cominciano a diffondere notizie relative a presunte simulazioni di assassinii violenti, istallazioni estemporanee che l’artista paia allestire fuori dai contesti canonici di mostre e musei, attirandosi in tal modo le già scarse simpatie delle forze dell’ordine in quei Balcani da cartolina della tensione etnica. Tanto sono accurati i dettagli relativi ai problemi del personaggio, quanto praticamente nulla la documentazione verificabile del suo operato, causa millantate censure e sequestri di materiale da parte delle autorità. L’esposizione che avrebbe avuto luogo a Lubiana nell’agosto 1998, e poi a Bologna il 18 febbraio 1999, metteva in mostra foto raccapriccianti di cadaveri violati, spacciati per manichini e plastici in PVC. Il titolo dell’istallazione, “Tanz der Spinne”, è stata la prima manifestazione d’esistenza dell’inesistente Darko Maver , archetipo dell’artista maledetto, a cui fu dato un volto fotografico (Roberto Capelli), e svariate notizie biografiche. La finzione resse, ma la notorietà crebbe solo dopo il primo vero evento montato: la diffusione della notizia della cattura dell’artista, sorpreso in zona Kosovo , con conseguente detenzione in cella d’isolamento, senza regolare processo, nel carcere di Podgorica (Montenegro). La notizia viene riportata, senza alcuna verifica delle fonti, da un’importante rivista italiana del settore nell’Aprile 1999, a poco più d’un mese dalla fantomatica cattura, seguita dall’articolo di Antonio Caronia apparso su Flesh Out, in realtà parte integrante del progetto. Nel Maggio 1999 due bollettini informano dell’avvenuta morte di Maver, facilmente credibile all’ombra della guerra: che siano bombardamenti NATO fuori bersaglio o esecuzioni sommarie da parte della polizia serba (la cui versione “ufficiale” sarà il suicidio) non ha importanza; nella routine dello spettacolo simili circostanze richiedono la prassi della morte. Una tappa doppiamente obbligata da due aspettative complementari: quella della vittima innocente e del martire rivoluzionario. E il giro mitopoietico si completa: Darko Maver è una calamita pronta ad attirare a sé l’interesse della critica d’arte. La prima rivista a gettarsi sull’evento Maver lo fa non senza sospetti sulla verificabilità delle fonti relativamente al dubbio suscitato dall’estrema verosimiglianza dei cadaveri-manichini a morti reali. Ma il botto vero e proprio viene ottenuto, dopo una serie di retrospettive e tributi, con la presentazione di un finto documentario sull’artista alla 48ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, il 23 settembre 1999. La proiezione del film, un patchwork di immagini realizzato sulla falsariga del canone maveriano, è corredata dalla lettura di due scritti dell’artista appositamente redatti in delirante critichese. Solo diversi mesi dopo, nel febbraio 2000, viene svelata la “truffa” attraverso una rivendicazione nella forma di comunicato stampa, dove si notifica anche la verità intorno ai manichini di Maver: sono immagini di cadaveri reali “trafugate” da banche dati di siti del calibro di rotten.com; questa doppia menzogna, che suona come una doppia verità, avrà il suo apposito slogan:
    – La verità delle immagini credute simulazioni compensa l’inesistenza di un artista creduto reale.- .
    Il seguito della storia è documentato da una serie di articoli che tra sfiduce reciproche, ricerche di gloria, sfoggio di competenza e velato risentimento svelano esattamente la dinamica corrotta di un’Arte perfettamente integrata al discorso del consumo e prevedibilità di vendita, della valorizzazione di mercato che viaggia su transazioni di parole precodificate, dello stesso segno, verso e direzione dello spettacolo. Quest’aspetto dell’arte, già noto alla coscienza critica dei suoi cospiratori, è paradossalmente proprio quello per il quale vi si sono voluti inserire nel diventarne parte integrante rendendosi visibili attraverso la performance spettacolare . Ma senza entrare oltre nel merito della genuinità dell’operazione, è opportuno soffermarsi su quelle caratteristiche che rendono l’exemplum valido in questo contesto: perché “Darko Maver” come scelta, come forma del Cavallo? Perché gli autori sapevano bene che avrebbe funzionato a dovere? Il finto artista è costruito come la quintessenza dell’Altro, dell’esotico da manuale: la biografia posticcia è tenuta in piedi da dettagli inconoscibili da parte del grosso dell’utenza locale (italiana), ed impronunciabili come i nomi dei luoghi annoverati nei comunicati stampa. La scelta di Krupanj come città natale di Maver, un paesino serbo al confine bosniaco, non serve solo a rendere ostica, sotto l’ombra oscurante della guerra anche civile, l’eventuale ricerca di fonti verificabili; essa è tesa a creare quel senso di lontananza prospettica che solo un approfondimento può, parzialmente, eliminare. Ma lo spettacolo fa in modo da rendere impossibile ogni approfondimento in quanto sembra garantirlo attraverso le proprie informazioni, date per certe appena vengano assorbite insieme ad una massa “eccessiva” di altri dati. Maver è tutto nella finzione del dettaglio biografico, nella sua iperrealtà come iperreali sono le sue opere, talmente da sembrare vere ed affascinare per questo. E scoprire che si tratta di cadaveri reali sposta semplicemente il fuoco dell’interesse dalla “creatura” ai “creatori”, non scalfendo il valore esotico di quei corpi smembrati ma aumentandolo: probabilmente senza rivendicazione Maver sarebbe scomparso nel limbo immaginario dal quale è uscito, e non se ne sarebbe scritto qui. L’interesse verso il macabro delle istallazioni dell’artista si traduce in disinteresse verso una sua possibile storia “reale” al di là dello spettacolo; le fonti non vengono verificate perché sono automaticamente date per scontate: si noti come l’artista passi da serbo a sloveno senza che la cosa susciti il minimo interesse da parte di chi in seguito ne analizzerà l’opera. “Tema Celeste” non ha nessuna esitazione a pubblicare un testo in cui è scritto “l’artista sloveno nato a Krupanj”, l’importante è il suo essere depositario di quella scia mortifera che si conclude nel Kosovo, giacimento tra i più ricchi di immagini atroci, impensabile alle porte d’Europa eppure spettacolare per questo. Una frazione di mondo comincia ad esistere extralocalmente nel momento in cui abbia dei morti da esporre: quanti italiani erano a conoscenza di una zona chiamata Kosovo prima dello spettacolo della guerra? Ed è un discorso che vale per tutte le località esibite come altre attraverso le loro catastrofi fotografabili da agenzie di stampa esterne. Nell’apparente valorizzazione di problematiche che la non-esposizione lascerebbe sotto silenzio, si cela in realtà un’assenza di valore, di “definizione”: il problema dell’Altro è tanto più indeterminabile quanto più nitide sembrino essere le immagini che lo contengono; ciò accade perché il desiderio dell’utente è appagato da una cura per il dettaglio spettacolare che viene digerito così com’è, mero riflesso estetico di storie venute a galla attraverso la loro componente necrologica, storie precluse all’approfondimento perché conchiuse nei bordi d’una immagine o di una sequenza che ne mostri la rilevanza intrattenitiva. Dal bombardamento di corpi prostrati all’assurdità di una violenza locale indecifrabile scaturisce un’indifferenza globale sistematica fatta di commenti, dibattiti, opinioni che alimentano le fila dei burocrati dello spettacolo, dei mercanti d’arte, degli opinionisti. Coloro che, inconsapevolmente o meno, si rendono co-autori delle differenze nello scoperchiare le tombe dell’Altro tenendo chiuse le proprie.

    “Modus Vivendi, Luglio-Agosto 1999”
    MANICHINI DI GUERRA – di Andrea Natella
    “Il delitto si perpetua secondo rituali sanguinari nel nome di Nessuno.
    L’occultamento del cadavere si rovescia nel suo contrario: il corpo esposto”.
    Darko Maver
    La guerra contro la Serbia sarà ricordata mediaticamente come una guerra di ipervisibilità dei corpi. Quelli dei profughi kossovari in fuga, quelli trucidati dalle milizie serbe, quelli bombardati dei cittadini iugoslavi.
    La guerra del Golfo da questo punto di vista era stata ben più avara, giusto l’immagine di qualche pilota catturato e un po’ emaciato. Per il resto, oltre ai fisici dei soldati e dei politici, un videogame verdastro illuminato dal biancore dei missili intelligenti e della contraerea irakena. A quelle immagini da playstation sgangherata e alla distanza geografica del Medio Oriente era imputata la colpa di una certa irrealtà del conflitto. L’ultimo conflitto sembra aver dimostrato che non è così: né la distanza ridotta, né la qualità “fisica” delle immagini catodiche, sono elementi capaci di restituire la drammaticità di un evento che mette in gioco i corpi nella propria integralità. La rappresentazione visiva della morte non riesce a colmare la distanza che ci separa da essa, i corpi violentati nella guerra si perdono nel mondo movie ininterrotto della televisione. Da questo punto di vista la recente storia dei balcani, dopo la caduta di Tito, è stata l’occasione per un crash violento fra telepresenza e presenza della carne che solo chi ha vissuto in prima persona ha potuto cogliere nella sua drammaticità. Non poteva allora che nascere da quelle parti Darko Maver, artista belgradese underground: eversivo, inquietante e discutibile. La documentazione delle sue opere non trova spazio nelle gallerie d’arte, ma finisce quasi sempre nello schedario fotografico della polizia iugoslava. Dal 1990, con il progetto “Tanz der Spinne, 1990-…”, l’attività di Maver consisteva quasi esclusivamente nella simulazione di assassinii efferati, morti sanguinolente, cadaveri mutilati o in putrefazione, tutti ricostruiti attraverso manichini iperrealistici e materiali da film splatter. Il set di queste installazioni sono camere d’albergo o case abbandonate, che attendono solo la visita di un primo inconsapevole visitatore. Uno spettatore da shockare e che, si renda conto subito o meno del falso, avvisa immediatamente la polizia. Così il 13 Gennaio di quest’anno, dopo una decina di queste performance, pare che Darko Maver sia stato arrestato dalla polizia militare serba con l’accusa di “propaganda antipatriottica”. Subito si è attivata la mobilitazione di solidarietà di estimatori ed amici attraverso iniziative di sensibilizzazione e protesta, fra cui una mostra fotografica in Italia presso il centro sociale bolognese Livello 57. Dal giorno del suo arresto non si sono avute più notizie dell’artista “provocatore”, fino al 14 Maggio quando in rete ha iniziato a viaggiare l’immagine dell’ultima tragica performance: la sua morte in prigione in circostanze che forse non saranno mai chiarite. Un’immagine che sembra integrarsi perfettamente al suo discorso poetico come al piano simulativo di una guerra cui ha assistito dalle sbarre. Oggi più che mai, le sue performance non solo gettano un dubbio atroce sulla realtà di quelle immagini belliche – spesso provenienti da fonti di difficile verifica – ma soprattutto provocano un’interrogazione radicale sull’utilizzo propagandistico dei corpi sofferenti. I manichini di Darko Maver sono forse stati sostituiti da corpi reali dei profughi albanesi, dei kossovari massacrati, dei serbi sotto le macerie? Forse la guerra contemporanea ha scoperto una nuova invisibile crudeltà in cui le vittime sono colpite da un fuoco incrociato: quello che una parte uccide, l’altra lo deve immediatamente rappresentare, colpire di nuovo e consegnare al fluido mortale tele-visivo. La morte di Maver sembra dimostrare che il secondo delitto è poca cosa rispetto al primo, ma questo è probabilmente l’orizzonte della quotidianità mediale anche in tempo di pace, ed è la vita dell’artista “serbo” a ricordarcelo.

  2. “L’arte, se fatta bene, è un mezzo che ci svela la realtà con una menzogna.” Tito Mussoni

    Chiara Guidi intervista Marco Lavagetto nel 2002 (mai pubblicata):

    CG
    Dimmi Lavage, sei stato tu il falso Toscani della biennale di Tirana? Avresti il coraggio di rispondere a questa domanda se ti attaccassero alla macchina della verità?
    ML
    Certo che sì, anche se mi attaccassero i fili non avrei nessun problema nel rispondere “SI’, sono stato io.” Ma se fossi stato io non vedo che importanza possa avere per capire quel gesto, il quale mi sembra trascendere queste meschine curiosità da ciattelle; conoscere l’autore della beffa di Tirana è un particolare dal sapore romantico che non dovrebbe neanche essere preso in considerazione perché la verità in certi casi non ha peso e se viene detta non cambia una virgola del risultato di un gesto artistico che ha sintetizzato con estrema lucidità alcune piaghe sociali degli anni che stiamo vivendo. Come disse Paolo Belforte ai tempi della beffa dei falsi Modì, il problema falso-vero ha importanza secondaria. La cosa che mi amareggia di più è l’atteggiamento inquisitore di Oliviero Toscani, un uomo che forse stimavo, uno che si è sempre proclamato a favore della provocazione nell’arte, ma che evidentemente non la accetta quando è lui a farne le spese. Toscani dichiarò in una intervista su “Le Vrai Journal” che il suo modo di continuare la beffa era di ricorrere all’avvocato (!?) ma anche di non essere interessato a scoprire l’identità del falso Toscani(!?), però poi manda i carabinieri a perquisire casa mia, il mio garage, la mia macchina, mi fa sequestrare il computer come fossi un pericoloso brigatista… Mi dispiace ma Toscani predica bene e razzola male, chiunque, dopo un trattamento del genere, si accorgerebbe che il vero Oliviero Toscani non è affatto quel paladino della creatività libertaria che tanto si vanta in giro, ma al contrario è uno dei soliti amministratori del potere mascherati da noglobal. Il gioco di Oliviero Toscani è ormai scoperto, non c’è niente di caravaggesco nel vero Oliviero Toscani, direi piuttosto che ci ricorda Alessandro Manzoni e i suoi avvocati…

    CG
    Un milione di euro è quanto Toscani ti ha chiesto per risarcire il danno di immagine subito… Si potrebbe dire che questa beffa è un’opera d’arte contemporanea che vale più del papa di Cattelan?
    ML
    Se andiamo a vedere ne vale due, perché Toscani ha chiesto un milione di euro anche a Politi. Ma io stento a capire che tipo di danno ha subito il nostro attore: tutto sommato la beffa gli ha fatto un bel pò di pubblicità gratis. Direi che alla fine ci ha guadagnato anche in immagine e non mi stupirei se dopo tutto il falso Toscani fosse poi quello vero…Come tu ben sai, nessuno ha mai parlato male del falso Toscani e addirittura il manifesto della biennale che porta la “sua” firma, è stato osannato dalla critica d’oltre oceano. Qualcuno dice che il vero Toscani sia invidioso di quell’altro, soprattutto dopo che anche lui ha dovuto ammettere che nessuno al mondo è originale e inimitabile. Nel 1995, in una intervista su “Juliet”, Toscani sosteneva di essere l’unico responsabile del suo stile e che quello che faceva era indipendente e originale… Se io fossi stato l’intervistatore gli avrei chiesto “indipendente da cosa?” l’indipendenza non esiste a questo mondo, tutti siamo intimamente dipendenti da qualche cosa, tutto contribuisce bene o male a modellare il nostro stile di vita, i nostri gusti personali, le nostre passioni e i nostri odi, quindi a mio parere non è sincero per un artista dire che lui si trova in una posizione “indipendente” perché se lo fosse veramente non sarebbe neanche un artista…Comunque, la beffa di Tirana è stata l’unica opera d’arte del nuovo millennio che vale così tanto e pensa che non è neanche firmata.

    CG
    Scusa se insisto, ma le indagini della polizia postale hanno rilevato che le email indirizzate a Politi furono spedite da una utenza a te intestata: come lo spieghi?
    ML
    Perché Dio ci ha fatto a sua immagine e somiglianza ma non si è fatto mai vedere? Sembra banale, ma per certe domande non ci sono risposte…

    CG
    Sì ma perché proprio tu?
    ML
    Allora mi provochi, scusa…Perché proprio Oliviero Toscani e non Helmut Newton? Perché Giancarlo Politi e non Giorgio Guastalla? E’ solo una mera questione di nomi…

    CG
    Come sono i tuoi attuali rapporti con Giancarlo Politi?
    ML
    Politi è l’unico responsabile accertato di questo casino ma è anche stato un fiero sostenitore di questa beffa artistica da due milioni di euro, considerata da lui qualcosa di speciale e irripetibile. Qualche mese fa abbiamo scambiato qualche email ma con lui non si riesce a comunicare se non lo insulti. Lui mi ha chiesto di fargli avere il dossier con il carteggio completo Politi/Toscani, un dossier che, si dice in giro, abbia fatto morir dal ridere Nanni Balestrini… ma io non ho niente di personale contro Giancarlo, anzi ultimamente mi è sempre più simpatico.

    CG
    Non so quanto possa esserti d’aiuto, ma a mio parere Oliviero Toscani ha completamente travisato le intenzioni di questa beffa: io non ci vedo nulla di offensivo nei suoi confronti e comunque lui è stato usato come una icona proprio perché il suo nome conta …Questo dovrebbe fargli piacere… Forse se Bertrand Russel o Borges fossero ancora vivi, si sarebbero lasciati incantare da questa storia e ne avrebbero scritto qualcosa… allora chissà, Toscani sarebbe stato orgoglioso che personaggi di quel calibro usassero il suo nome, anche se dietro quel nome non c’era veramente lui ma piuttosto il suo fantasma…
    ML
    Chi lo può dire? Magari in un mondo parallelo c’è un altro Oliviero Toscani che invece di denunciarmi mi invita a cena… Anche io penso che chiunque sia stato l’autore della beffa, i suoi intenti non erano diffamatori… Toscani mi sembra si stia comportando come un bambino permaloso che non tollera scherzi sul suo nome…Ma forse non è neanche tanto colpa sua perché se ci pensi il concetto di diffamazione è così antico che se ne perdono le tracce… proprio Borges ci ricorda che
    “ il selvaggio nasconde il suo nome perché esso non sia sottoposto a operazioni magiche, che potrebbero uccidere, rendere pazzo o ridurre in schiavitù il suo possessore. Nei concetti di calunnia e di ingiuria perdura questa superstizione o la sua ombra; noi non tolleriamo che al suono del nostro nome si leghino certe parole…”
    E’ difficile separarsi da tali retaggi e non mi sento di biasimare più di tanto Oliviero Toscani per come ha reagito, travisando appunto… Dovrebbe però tener conto che nessuno ha tratto guadagno da questo “uso improprio” del suo nome… Insomma parliamoci chiaro nessuno ha venduto falsi Toscani come false borsette di Gucci…

    CG
    Vabbè Lavage, se comunque avessi bisogno di una mano io sono pronta a vendermi il Fontana che c’ho in salotto…
    ML
    Ti ringrazio per la tua generosità, Chiara… Speriamo però che non sia un Fontana della collezione Spaggiari…

  3. Diciamo però, ma questo voi non potevate immaginarlo, che il grosso dell’incazzatura di Oliviero Toscani era legata al fatto che il “falso” Toscani avesse proposto tale Hamid Piccardo da voi descritto come l’ala artistica della Jihad islamica con i suoi lavori tutti incentrati su attentati e quant’altro. Tutto questo a pochi giorni dall’attentato delle due torri. Non so se mi spiego.

    Hamid Piccardo – Les enfants de Osama – 1996 , live performance , Palace de Algeri
    vd wikipedia, complotto di Tirana.

    effeffe
    ps
    l’intervista è del 2002. cosa è successo in questi quattro anni?

  4. @ 0100101110101101
    avevo seguito tutto l’affaire Maver anche grazie alle indicazioni di Roberto. Devo ammettere però che le due beffe (a questo punto perché non citare i ragazzi livornesi delle finte cape di Modigliani? Altrettanto situazionisti per quanto involontari vd http://www.memoriale.com/beffa84.htm) non appartengono alla stessa diciamo “area” politica e artistica come del resto avevano scritto gli autori del falso toscani rispondendo alla mia ipotesi Luther Blissett. L’operazione Maver si avvaleva di complicità interne (Caronia ecc) mentre qui , e me lo avevate confermato anche voi, si è di fronte a qualcosa di più “povero”. Si tratta di e-mail non verificate alla fonte ma avrebbero potuto benissimo essere normalissime lettere e mi ricordo perfettamente l’insistenza di Politi nel raccontare come le opere gli fossero state inviate (i timbri dei pacchi postali facevano fede) dai luoghi in cui operavano i fantomatici artisti che quindi avevano per l’occasione sollecitato tutta una rete di amicizie, di collaboratori sparsi per il mondo, per attuare il piano. Quello era un attacco a Flash art, ovvero a un corpo, per l’occasione incarnato da Giancarlo Politi ancor più che da Toscani. il vostro era un attacco al dispositivo, per certi versi più facilmente digeribile, più ammiccante.
    la vostra insomma era più un’operazione di comunicazione che non d’arte.

    A mia conoscenza nessuno ha acquistato mai un’opera di Maver , ma forse mi sbaglio. La bandiera albanese del falso Toscani, magari qualcuno l’ha pure “acquistata”
    effeffe

  5. mauro vous esagerez…
    ne approfitto però per chiederti parere su un mio ragionamento.
    Il vero detournement secondo me è quello che sfugge alla nicchia e che riesce a fare di pubblico spazio, spazio di tutti e per tutti, precipizio delle idee preconcette, perdita di senso. con questo voglio dire che l’azione di Frigidaire con le false prime pagine nelle edicole e quella di toscani con i fasi manifesti pubblcitari nelle metropolitane e nelle strade hanno compiuto una vera irruzione nell’immaginario, più di quanto sia accaduto con le storie qui raccontate, che nonostante tutto restano chiuse in sé. Prova a chiedere in giro chi se le ricorda?. Mi farebbe piacere sapere che ne pensi, come ancien frigidaire (che suona brutto però perché fa vecchio frigo)
    effeffe

  6. Caro Francesco, Frigidaire pubblicò una falsa Pravda (fu un’operazione in sinergia con la francese Actuel) con servizi sulla fine della guerra in Afganistan, che fu appesa ai muri di Bagdad, con la protezione dei mujaidin (ma le foto dell’evento, scattate in condizioni difficili di notte, risultarono eccessivamente chiare, quasi bruciate), a Mosca, che due sabotatori sostituirono nelle edicole a quella vera (ma le foto, scattate da un fotografo improvvisato ed emozionato – dovevo essere io, ma non c’erano le condizioni minime di sicurezza né di pagamento, così preferii rifiutare – le sbagliò totalmente e, se non ricordo male, a Budapest e Praga. Gli altri falsi (uno, mitico, dell’Unità col titolo “Basta con la DC” in epoca di compromesso storico furioso) furono ad opera del Male. Secondo me chi li ha ideati non si rendeva conto dell’operazione che stava impostando. Era una sfida, un divertimento, una provocazione di chi aveva ricordi di azioni situazioniste, dei Provos olandesi, che gettavano denaro (vero) dai tetti dei palazzi sulle strade, operando un falso uso di un oggetto autentico, mentre i falsi di oggi (compresi i Modigliani) contemplano un vero uso di un oggetto falso. E’ comunque un consumo dell’immaginario, con regole ribaltate e confuse. In fondo anche certe opere di Warhol partivano da un uso, l’uso dell’uso, l’estremizzazione dell’uso, attraverso un’estetizzazione dell’immagine commerciale. Può darsi che questo sia il vero nocciolo della questione. L’uso. L’arte è usata per creare un immaginario, un businness, un circuito commerciale, un’autorità (i critici, gli esperti che la valutano e la giudicano secondo certi criteri), un privilegio (o il suo desiderio, il suo sogno, il suo mito, l’artista come essere sganciato dagli obblighi e dai doveri della società, come lavorare in fabbrica o in ufficio – e qui vi sono pagine del 900 che bisognerebbe rileggere – alcune cose di Gramsci, e, se non ricordo male, di Ungaretti, sull’artista come parassita della società). Majakovskij e alcuni futuristi russi cercarono di sognare una figura diversa di artista, come uomo del popolo e della rivoluzione, come operaio, un lavoratore rivoluzionario comunista come tutti gli altri. E così fu in Cina, durante la rivoluzione culturale. Non voglio qui affrontare un discorso sulla qualità, che non credo sia risolvibile, ma se cambiasse il concetto di arte, e del suo uso, se l’arte fosse orizzontale, popolare, meno legata alla personalità del suo autore, meno dipendente da un’autorità che la giudica e la promuove, e da un mercato che ne stabilisce il valore, nessuno farebbe più i falsi.

  7. Personalmente trovo le fotografie di Toscani orride. Sempre il solito set, con le solite luci, la stessa pellicola… cambiavano i soggetti: il malato di aids, i bambini bianchi e neri e gialli e verdi, etc etc. Di fotografie diverse io ne ho viste poche e nessuna memorabile.
    Un grande comunicatore, indubbiamente, ma fotografo? mmmhh…

  8. EPISTOLARIUM

    Da oliviero T 03.12.00
    Caro direttore, il suo giornale mi fa vomitare non è possibile che una persona stupida come
    lei possa dirigere un giornale che dovrebbe dedicarsi all’arte senza riserve e in quanto
    alle classifiche dei migliori artisti italiani degli ultimi cinquanta anni, trovarmi al
    penultimo posto mi ha veramente infastidito, perchè credo di aver lasciato più segni io nel
    panorama iconico contemporaneo di idioti quali ontani o cingolani le sue classifiche se le
    può infilare su per il culo
    arrivederci Oliviero T (quello dei sigari)

    Da Giancarlo P Mon, 4 Dec 2000 11:34:01 +0100
    Caro T, il successo e il danaro ti hanno dato alla testa. Meglio comunque impazzire da
    ricchi che da poveri, non sei d’accordo? Comunque della tua precoce demenza avevo avvertito
    i segnali. Già dal ’93, quando ti ho fatto invitare alla Biennale di Venezia (contro il
    parere iniziale di Bonito Oliva, che si rifiutava fortissimamente non reputandoti un artista
    ma a cui spiegai la tua importanza e che riuscii a convincere) dandoti anche alcuni
    suggerimenti che tu non volesti captare, andando incontro a quella vistosa e disastrosa
    partecipazione da nouveau riche arrogante e incolto e che tutto il mondo irrise (mentre
    tutti rispettavano il tuo lavoro di creativo che era il vero lavoro d’arte). La classifica
    a cui alludi (e che io avevo persino dimenticato, essendo uscita due anni fa: la tua
    velocità di reazione è encomiabile, complimenti!) non è stata compilata da me come
    facilmente si potrebbe intuire ma è il risultato di una indagine a cui hanno partecipato i
    più attivi critici d’arte italiani. Ma tu probabilmente, dato il tuo nome, sei abituato a
    classifiche addomesticate o per lo meno compiacenti. Che poi tu, uomo media e marketing, ti
    sorprenda, senza dare il valore reale, cioè di gioco, a una classifica del genere, è ancor
    più sorprendente del resto. E’ proprio vero che talvolta i grandi creativi o artisti (io,
    malgrado la classifica ti considero ancora tale) siano dei poveri di spirito sul piano umano
    e intellettuale: anche se nella mia vita, e continuo sempre di più, penso che non si possa
    essere grande o ottimo artista senza una viva intelligenza e cultura del proprio tempo.
    Cosa che a te proprio manca. Caro T, che peccato scoprirti (anche se lo supponevo, vista la
    tua torbida supponenza) così volgare, incolto, incivile. Proprio come un nuovo ricco -o un
    bambino viziato- a cui tutto è permesso e che tutto vuole, e che vive in una dimensione
    solipsistica senza alcun confronto. Dietro le tue splendide intuizioni proprio il nulla,
    caro Oliviero Toscani, quello desi sigari! E’ proprio vero che c’è sempre tempo per
    ricredersi. Cordiali saluti. Giancarlo P

    Da Oliviero T 06.12.00
    Caro P, tu e quel frocio di Oliva potete pure farvi il culo a piacere intanto ai veri
    artisti come me non gliene frega un cazzo e poi io non sono affatto un nuovo ricco come dici
    tu, io ricco lo sono sempre stato di famiglia. Ma cosa credi che me frega se tu pensi che
    io sono un volgare burino viziato? Pensa ai tuoi di burattini viziati e pensa soprattutto al
    tuo giornale senza futuro che presto sarai costretto a vendere a qualcuno più in gamba di te
    e più anziano di te..
    Un cordialone salutone

    Da Giancarlo P Re: POVERO E DISPERATO MITOMANE Fri, 8 Dec 2000 12:45:03
    Caro T, tu sei un povero e disperato megalomane e mitomane che non si rende conto di quel
    che ha fatto né di quel che dice! E cosa sia il mondo oggi. Con i poveri di spirito
    bisogna avere pazienza! E io con te ne ho. Giancarlo P
    PS1- Del nouveau riche comunque hai l’attitudine, l’arroganza e la cultura.
    PS2- Ma oltre ai termini cazzo e culo, ne conosci altri?
    Sarei curioso di sapere sin dove spazia la tua cultura (dove arriva la tua intelligenza
    invece lo so).
    PS3- Ma tu sai che incomincio a sospettare che il grande “artista” che io ho sempre
    ammirato sia Luciano Benetton e non tu, Tu forse sei solo stato un semplice e brillante)
    esecutore.

    Da Oliviero T 08.12.00
    Vecchio mio, mi sa che hai ragione il Benetton non era poi male ma come mai ti ostini ad
    avere quella elegante pazienza e non mi mandi affanculo come vorresti veramante fare? Mi
    piacerebbe leggere una lettera piena d’odio ma una lettera finalmente serena qualcosa che si
    potrebbe perfino leggere sul tuo insensato giornale a quadretti Ah come me la godo davanti
    al caminetto, e tu dove sei a scaldarti il culo? PS Mi trovi arrogaante?A ME?

    Da Giancarlo P Fri, 9 Feb 2001 12:08:22 +0100
    DEAR OLIVER, allora mi abbandoni con la Biennale di Tirana? Quale è la lista definitiva dei
    tuoi segnalati? Se mi mandi i nomi e gli indirizzi email o telefoni, poi li contatto io.
    Un caro saluto e buon lavoro. Giancarlo P

    Da Oliviero T 12.02.01
    Scusa il ritardo…
    sono tornato ieri dal Marocco e non ho avuto il tempo di leggere la mia posta le spiagge di
    Essaouira sono ventose e poco turistiche ma in compenso non ci sono rompicoglioni caro Gian
    sono sempre avec toi e nel frattempo mi sono anche occupato degli artisti che parteciperanno
    alla biennale Hamid Piccardo mi sembra interessante quanto Bioy e anche se non sono riuscito
    a vederlo di persona, ho comunque parlato con il suo pigmalione e mi ha assicurato la sua
    disponibilità per la mostra.
    Tra l’altro ho finalmente visto un vecchio lavoro di Bola Ecua,una nigeriana, un video
    niente male. Purtroppo, non sono ancora riuscito ad
    avere il suo indirizzo di posta elettronica, ma l’agente di Hamid mi ha promesso che me lo
    da. Per adesso penso di averti detto tutto, questi tre artisti hanno in comune qualcosa che
    mi sfugge, ma sicuramente lavorano tutti nell’ombra, come se avessero uno studio segreto in
    un sottoscala di un palazzo abbandonato, sono clandestini.
    Ti abbraccio e spero che di poterti dare altre informazioni al più presto.
    Oliviero

    Da Giancarlo P Re: ARTISTI & OPERE PER TIRANA Sat, 17 Feb 2001 12:41:22
    Carissimo, mi potresti, appena possibile, indicarmi gli artisti per Tirana con un loro
    recapito? Grazie. Perché non fai tu una intervista (breve, anche una cartella, ma
    esplosiva) con Dimitri Bioy Casares? Grazie. Ciao. Giancarlo P

    Da Oliviero T 27.02.01
    Caro Giancarlo, posso confermarti la partecipazione anche di Carmelo Gavotta che sarebbe
    quindi da aggiungere alla lista dei miei artisti , meno male perchè ci tenevo proprio a
    portare anche un italiano e vedi se puoi correggere anche i nomi di Bola Ecua e Dimitri Bioy; scusa se sono un pò insistente ma mi sembra il minimo stampare i nomi degli artisti
    corretti , la prossima volta cerca di stare più attento! Bola mi ha scritto e dice che
    vuole spedirti i suoi lavori per email e cosi gli ho dato il tuo indirizzo per gli attach.
    Spero tu abbia presto sue notizie Piccardo so di sicuro che spedirà i suoi lavori a Flash
    Art ma forse ci vorrà un mesetto comunque sempre in tempo per questa biennale del crimene
    Ora come vedi sembra che tutto inizi a funzionare alla grande non ci sono problemi ogni
    artista è al suo posto. Ti saluto carico di aspettative per Tirana e domani parto per la
    Florida: il nostro misterioso Dimitri mi aspetta. PS cazzo come al solito ci sono centinaia
    di artisti presunti in ballo, io non so perchè bisogna coinvolgere sempre così tanta gente
    alle biennali, malgrado questo la cosa continua a
    piacermi. Adieu Oliver T

    Da Giancarlo P Wed, 28 Feb 2001 15:44:21 -0800
    Caro Oliver, accetto il tuo rimbrotto anche se io in genere sto molto attento ai nomi. Cosa
    vuoi, quando uno mi firma le lettere Bioy Dimitri Casares, lo prendo sul serio. Per Ecwa
    avevo stampato una tua lettera ma la stampante deve avermi ingannato e al posto della u ha
    fatto una w: ma non è tropo grave, credimi, anche perché credo che il loro alfabeto sia
    fonetico. Comunque da questo momento (anzi da alcuni giorni) tutto è stato corretto.
    Adesso contatto il gavotta. Ma dove vive? Buon viaggio e divertimento in Florida: sono
    stato duecento volte a New York e mai a Miami. Mi manca. Approfitterò della prima occasione. Un caro saluto e vedi se riesci a fare una intervistina con il Dimitri.
    Giancarlo P

    Da Oliviero T 21.03.01
    Mio carissimo e immagino indaffarato Giancarlo, Miami ha davvero quel fascino che solo le
    città di frontiera possiedono, si respira un’aria diversa da posti come New York o Los
    Angeles. Qui la gente se ne fotte degli indici nasdaq e dei produttori cinematografici,
    forse perchè quando ti sdrai al sole su una spiaggia, ti sembra di essere già a Cuba e quasi
    mi sembra di sentire l’odore dei sigari Avana portato dalla brezza di mare. Abbi pazienza
    se non mi sono più fatto sentire, ma ho passato giorni di molle pigrizia, giorni di assoluto
    isolamento dai miei impegni, niente computer tra le balle così scusa se ti rispondo solo
    adesso,( mi trovo in un delizioso internet bar con vista sul mare e sorseggio una pina
    colada) ma domani devo alzare il culo e darmi da fare per la tua magnifica creatura
    balcanica. Ho appena scritto una email a Dimitri e sono in attesa di una sua risposta, quel
    ragazzaccio non è facile da abbordare ma conto di riuscire a vederlo per questo weekend.
    Gainesville dista circa trecento km da Miami così affitterò una bella macchina americana e
    me la prenderò comoda senza troppa fretta perchè qui i limiti di velocità vanno rispettati se no son guai. Tu sei riuscito a sentire gli altri? Bola ti ha contattato? E Gavotta
    come va? Mi preoccupa un pò Hamid Piccardo(quando lo avevo visto a Marrakech mi aveva
    lasciato un indirizzo email ma non riesco + a trovarlo) però mi aveva assicurato che sarebbe
    stato dei nostri e che ti avrebbe spedito i suoi lavori appena pronti . Ti saluto e ti
    auguro buon lavoro, Oliviero
    PS anche tu mi sei mancato ma Gavotta non lo avevi già sentito? comunque il suo email è
    c.a.g.a@libero.it

    Da Oliviero T 24.04.01 Discrezione?
    Vabbè Giancarlo la discrezione non è il tuo forte ma non dovevi usare il mio nome a mò di
    specchietto per le allodole. Io con te non so più come fare per mantenere la calma e non
    coprirti di insulti Sto cercando di capire le tue strategie da venditore ambulante credimi
    ce la sto mettendo tutta ma non ti rendi conto che ormai questa biennale è scontata e senza
    sorprese?? volevo arrivare a Tirana in sordina senza la banda e adesso tu mi sbatti in
    prima pagina come fossi il mostro di firenze, il fenomeno da circo di questa biennale del
    cazzo. invece di farti i cazzi tuoi, tu spedisci email a mezzo mondo dicendo che io curo il
    manifesto ufficiale(sarà anche vero ma era meglio non sottolinearlo troppo) Sei una carogna
    sono veramente deluso di come stanno andando le cose a questo punto avrei preferito fare
    un’altro Casting Livorno Come posso lavorare in santa pace su qualcosa che tu hai avuto il
    coraggio di vendere ancora prima di vederne il progetto?
    Non sono mica una droga da spacciare!
    Mi verrebbe voglia di chiamarmi fuori e lasciarti col culo per terra ma l’intervista con
    Dimitri è troppo importante per me e dopo il mazzo che mi son fatto per incontrarlo vorrei
    almeno vedere sul tuo giornale una bella copertina con un artista che io considero una mia
    scoperta. Come tutti i geni sono vanitoso e questo per adesso supera l’imbarazzo e
    l’umiliazione di dover lavorare gratis con un dilettante come te. Chiedimi perdono perchè
    sono molto incazzato , Oliviero

    Da Giancarlo P Re: botto Thu, 26 Apr 2001 20:07:52 -0700
    CARO OLIVER, non riesci più a offendermi, semmai a farmi ridere con le tue autoincazzature.
    Ma io ho parlato del tuo manifesto a 15 (dico quindici) curatori, cioè collaboratori che
    stanno facendo assieme a noi questa magnifica biennale e a cui dovevo spiegare perché
    richiedevo la loro foto personale. Comunque SCUSA per non avertelo chiesto, ma è talmente
    ovvio che io debba informare i quindici collaboratori su ciò che faccio!!!! Un abbraccio.
    Giancarlo P

    Da Oliviero T 11.05.01
    questi sono i testi e le bio di hamid piccardo e bola ecua ti allego anche le immagini di
    due vecchi lavori di hamid e bola che ho ripescato dal mio archivio e che penso vadano bene
    anche per il catalogo soprattutto quella di bola è imprescindibile dal mio testo critico.
    per ciò che riguarda dimitri bioy sto terminando il suo testo(che è una parte
    dell’intervista) quindi devi avere un pò di pazienza ancora il mio testo introduttivo per
    il catalogo è quasi pronto (ti piacerà molto) e il manifesto anche vedrai che spaccheremo
    un pò di culi con tirana, un caldo abbraccio, oliviero ah dimenticavo per favore non
    farmi più scrivere dai tuoi schiavi e non dare a nessuno la mia mailplease, io so cosa devo
    fare..
    BIO: Hamid Piccardo est né a Menton le 22 février 1965 Il vive et travaille à Ouarzazate.
    Les principaux exhibitions: Géométry de l’Islam 1991 la Medina de Rabat Rabat Yinn 1992 la
    Plage de Essaouira Essaouira Sharia 1993 Borno gallery Il Cairo Les enfants de Osama 1996
    le Palace Algeri Les enfants de Osama II 1998 la Maison Hamed Marrakech
    Il a dit l’heure 1999 la Maison Hamed Marrakech
    testo: Hamid Piccardo, come tutti i musulmani, può scrivere ciò che noi immaginiamo, può
    mostrarci il mondo senza mostrarcerlo. Cosa ne sarebbe stato degli arabi se non fosse
    esistito Maometto? Quelle antiche tribù di pastori idolatravano oscuramente pozzi e stelle
    fino al giorno in cui un uomo dalla barba rossa li risvegliò con la tremenda nuova che non
    c’è altro dio che Dio, spingendoli a una battaglia in suo nome i cui confini furono i
    Pirenei e il Gange e che ancora non è cessata.. Hamid Piccardo, prima di essere artista è
    musulmano e come tutti i musulmani accetta senza tentennamenti di essere strumento di Allah.
    Così fin dalle prime mostre, Hamid non si fa vedere. Rimarchevole, in questo senso, fu la
    sua performance rituale intitolata Yinn* svoltasi una notte di aprile del 1992 sulla
    spiaggia deserta e ventosa di Essaouira. Hamid era assente ma a suo dire il vento soffiò
    più forte del solito quella notte e i falò brillarono fino all’alba come spiriti informi e mutevoli. Al mattino, quando il sole era appena spuntato, Hamid tornò sul luogo per
    aspergere il suo corpo con la cenere dei suoi fuochi e rimase sulla spiaggia fino alla sera
    successiva, senza mangiare e come in stato di trance, incurante perfino dei molti surfisti
    europei che su quelle spiagge vanno a cercare il vento e l’onda. Giunta la notte, cinque
    donne vestite di nero avvolte dal chador, vennero a prenderselo e per un anno nessuno seppe
    più niente di lui. Fino a quando, esettamente un anno dopo da quella notte, inaugurò una
    mostra intitolata Sharia in una bellissima galleria stile moschea abbandonata al Cairo, dove
    lui era vestito come tutti quelli che come lui facevano parte della mostra e tutti quanti si
    assomigliavano, tutti con la barba più lunga di un pugno, come tanti figli di Osama Bin
    Laden e sembrava meno una mostra che un raduno da incubo. Alla fine ciò che conta non è la
    sua apparenza ma bensì ciò che Lui ha detto, ciò che Lui ha deciso e che nessuno al mondo
    può revocare. Là ilàh Allàh, Muhammad rasul Allàh. Il a dit l’heure , il suo lavoro più
    recente, è una meditazione sull’avvento dell’apocalisse e durante lo svolgersi della mostra,
    tre megafoni diffondono la voce di Hamid che come un Iman legge le 11 profezie dell’Ora.
    Narra Abu Huraira che il Messaggero di Allah (S.A.a.s.) ha detto: «Non verrà l’Ora fino a
    quando due grandi gruppi non si combatteranno tra di loro, il loro invito sarà unico; fino a
    quando appariranno circa trenta Dajjal bugiardi, ed ognuno di loro affermerà di essere il
    Messaggero di Allah; fino a quando la conoscenza [religiosa] non sarà morta; fino a quando
    non aumenteranno i terremoti; fino a quando il tempo non passerà in fretta; fino a quando
    appariranno le afflizioni [fitan]; fino a quando non aumenterà al-harj, cioè l’omicidio;
    fino a quando per voi le ricchezze non saranno in abbondanza, tanto che il ricco sarà
    preoccupato che nessuno accetterà la sua sadaqa, e quando la offrirà, quello al quale è
    stata offerta dirà: “Non ne ho bisogno”; fino a quando le persone competeranno nel costruire
    palazzi sempre più alti; fino a quando un uomo passerà davanti ad una tomba e dirà: “Potessi
    essere al suo posto”; fino a quando il sole non sorgerà ad occidente. Allora quando sorgerà
    la gente lo vedrà e crederanno tutti ma quello sarà il momento in cui all’anima non servirà
    a nulla la fede, se non aveva creduto prima o non abbia acquisito un merito nella sua fede
    [cfr. VI:158]» (Bukhari 7121). La morte giunge per tutti come per tutti giunge il sonno:
    forse è questo il vero significato del telo iscritto coi passi del corano che vediamo
    esposto qui a Tirana. Il telo è uno come uno è l’Altissimo, come uno è il lenzuolo che ci
    avvolge per la notte eterna. Nessuno può sapere quando l’Ora arriverà: per questo Hamid ha
    sempre praticato l’abluzione e la preghiera prima di ogni sua pratica artistica.
    * Secondo la tradizione islamica, Allah creò gli angeli con la luce e gli Yinn con il fuoco.
    Al-Qazwinì li definì come vasti animali aerei dal corpo trasparente, capaci di assumere
    svariate forme, prima nuvole e poi alti pilastri dai contorni indefiniti. A loro piacimento
    possono anche assumere sembianze umane o animali. Possono vedere il futuro e alcuni
    attribuiscono agli Yinn la costruzione delle piramidi e del Tempio di gerusalemme. Hanno
    inoltre l’abitudine di rapire le belle donne e essi vivono di preferenza tra le rovine,
    nelle case disabitate, nei pozzi, nei fiumi, nei deserti e sulle spiagge. Gli egiziani
    affermano che sono gli Yinn a causare le tempeste di sabbia.

    Bola Ecua
    Testo: vi immaginate uno stato africano che diffonde la sua immagine nel mondo attraverso
    una cartolina come questa? “Nigeria un posto che non ce n’è”: invece di affidare questo
    messaggio ruffiano all’immagine di un originale scorcio tropicale, l’allora trentenne Bola
    Ecua preferì affidarlo a un cimitero dei caduti durante la guerra del Biafra,
    giustificandosi, davanti a una sbalordita commissione ministeriale, con questa parole :”l’Afirica è più bella dell’Europa ma alla fine le tombe sono uguali dappertutto”. Questa
    frase mi fa quasi ridere ma allo stesso tempo mi fa pensare al fatto che il mondo è diverso
    solo in apparenza. Naturalmente quella cartolina non fu mai spedita. Quando vidi qualche
    anno fa per la prima volta questo progetto giovanile di Bola, notai subito una affinità con
    il mio lavoro e per essere sinceri mi sentii anche un pò epigono per il fatto di aver usato
    una immagine simile in un mio ormai famoso manifesto pubblicitario… Ma chi ha la
    presunzione di arrivare per primo deve prima o poi fare i conti con la sua ignoranza; posso
    perciò dire che questa immagine l’ho scelta perchè mi ha dato una lezione di vita. Questa
    donna ha avuto il coraggio, sia come donna che come nigeriana, di interpretare con ironia
    quasi cinica i risultati evidentemente devastanti di uno dei più atroci conflitti etnici del
    secolo andato, voleva addirittura usarne i fantasmi come una attrattiva turistica da
    cartolina. Io credo che una idea così sia già di per sè una bomba creativa ma se vi sembra
    poco guardate i suoi più recenti lavori sulle esecuzioni capitali praticate nel suo paese.
    La miseria tonale delle sue fotocopie sembra mostrare meglio di una foto a colori le ultime
    ore di vita di un uomo condannato a morte Bola Ecua è senza dubbio la più non-allineata e
    misconosciuta artista nigeriana degli ultimi venti anni, ma per lei non è un problema, lei
    non ha mai inseguito la fama e continua instancabile a mostrarci gli aspetti più brutali
    della moderna democrazia africana.

    Da Giancarlo P Sun, 07 Feb 1904 17:36:07 +0100
    GRANDE, GRAANDE, GRAAANDE! Adesso il poster poi lascerò in pace i tuoi coglioni, non la tua
    anima. Perché lo stress è il mio nirvana quotidiano. Giancarlo P.

    Da Oliviero T 12.06.01 ah!ah!ah!
    Ma come è possibile? vuoi continuare a rimandare ancora per molto? Son tornato da poco
    dlla norvegia e tu mi accogli con queste assurde notizie allora avevo ragione che non sei
    per niente affidabile altro che africani la colpa è solo tua e ora hai anche il coraggio di
    mettermi fretta con il manifestos sei veramnete ridicolo fatti visitare perchè secondo me ne
    hai bisogno tra non molto ma con moltacalma ti spedisco il concept anzi due versioni tra le
    quali potrai scegliere tu… Non mi stressare con le foto che intanto non te le do Guarda
    se proprio devi spendere dei soldi, invece della schifezza astrale con le faccette da culo,
    fai stampare le cartoline(in tiratura limitata, giusto per gli intimi) che mio figlio rocco
    ha concepito per questa nostra biennale mi sembrano più toccanti e consone. Te le allego.

    Da Giancarlo P Tue, 12 Jun 2001 21:56:42 -0700
    Adesso le vedo. Molto belle! Grazie. Mi mandi una tua foto personale via email? Mi serve
    per favore. Giancarlo Politi

    Da Oliviero T 13.06.01.fotto
    Eccoti la tua cazzo di foto così magari la smetti di piagnucolare ho dato un’occhiata al
    sito sulla biennale e finalmente funziona, però come al solito c’è qualcosa che ti sei
    dimenticato perchè Bola Ecua è sparita dalla lista degli artisti partecipanti? Lo sai che
    io ci tengo in modo particolare a lei e tra gli artisti nigeriani lei non figura, c’è solo
    quello della Kontova. Per favore, cerca di porre rimedio subito a questa svista. fammi
    sapere , O.

    Da Giancarlo P Wed, 27 Jun 2001 10:43:27 +0200
    CARO MAESTRO, ricevo questa email da parte del sindaco (ed ex ministro della cultura,
    pittore e artista molto sensibile e sofisticato sino a due anni fa) di Tirana. Cosa te ne
    pare? Ciao. Giancarlo P ciao!
    non mi piace il manifesto di toscani!e non mi sembrerebbe il massimo di proporre una
    versione distorta della bandiera in un paese circondato da guerre per la bandiera (kosovo &
    macedonia)…
    edi —– Original Message —– From: “Giancarlo P” To: “Edi R”
    Sent: Tuesday, June 26, 2001 5:17 AM

    Da Giancarlo P Re: IL POSTER COME? Tue, 10 Jul 2001 08:24:22 -0700
    CARO MAESTRO, certo, il tuo segno ha lasciato il segno. Ma anche le tue risposte sono un
    po’ eccessive. Mi raccontava recentemente il mio vecchio amico Getulio Alviani che in una
    sua mostra alla Mondrian Foundation di Amsterdam aveva proposto un lavoro con la bandiera
    olandese in qualche modo modificata allorché tutti si sono sollevati preoccupati da alcune
    sacche autonomiste, ecc. Caro Oliver, purtroppo, mentre noi spericolati intellettuali
    (sic!) e non, del G8 o anche G10 giochiamo a palle e a dadaumpa con le bandiere (vedi anche
    il buon Bossi dall’occhio bovino), qualcuno, strumentalizzato da qualcun altro, si ammazza
    per una bandiera. Roba da matti ma purtroppo roba vera. E tu che butti benzina sul fuoco
    con l’irriverenza giusta dell’iconoclasta e dell’incendiario. A me la tua immagine piace
    molto però VOGLIO trovare il modo che faccia meno morti possibile. Innanzi tutto vorrei
    capire: cosa ci scriveresti? Dove metteresti le informazioni relative? Lasceresti a
    tuttocampo l’immagine senza altre indicazioni? dammi lumi per capire come la tua idea si
    potrebbe tramutare inposter vero. Ti è pervenuta una mia comunicazione interna? Perdonami,
    da lontano, affascinato da un tuo testo che rileggevo l’ho inviato al mio redattore capo
    chiedendo se per lui andava bene anche come articolo per Flash Art (e poi una volta presa
    una eventuale decisione ti avrei chiesto). Un caro saluto. Giancarlo P
    PS- Sto cercando di avere una sponsorizzazione dall’Alitalia: un prezzo molto speciale
    (meglio gratis) per 50-100 posti in partenza da Milano il 14 settembre per Tirana e ritorno
    il 16. Perché come puoi ben immaginare sto facendo le nozze anche senza fichi.
    TU CONOSCI QUALCUNO ALL’ALITALIA A CUI RIVOLGERMI? OPPURE ALLA SWISS AIR? G

    Da Oliviero T 10.07.01
    Mio caro e premuroso Giancarlo,non capisco tutto questo baccano siamo uomini o
    caporali?Avremo mai il coraggio delle nostre azioni? In fondo è solo una bandierina Se il
    poster ti piace e ti fa paura allo stesso tempo lo sai anche tu che funzionerà, non dobbiamo
    guardare in faccia nessuno quando uno mette una bomba non sta mica a pensare a quanta gente
    e a chi morirà. La mette e basta. L’arte si deve congedare una volta per tutte da quelle
    persone che la vogliono addomesticare e un artista non può tornare sui suoi passi senza
    provare vergogna. Ti allego il layout di come vanno posizionate le sccritte o gli eventuali
    loghi( nella zona bianca) Concludo ricordandoti alcuni stratagemmi per ottenere ragione da ”
    l’arte di ottenere ragione” di Arthur Shopenhauer Stratagemma #8 Suscitare l’ira
    dell’avversario, perchè nell’ira egli non è più in condizione di giudicare rettamente e di
    percepire il proprio vantaggio. Si provoca la sua ira facendogli apertamente torto,
    tormentandolo e , in generale,comportandosi in modo sfacciato. Stratagemma #5 Per
    dimostrare la propria tesi ci si può servire anche di premesse false, e ciò quando
    l’avversario non ammetterebbe quelle vere…: si prendano allora tesi in sè false ma vere ad
    hominem , e si argomenti ex concessis a partire dal modo di pensare dell’avversario.
    Infatti il vero può conseguire anche dalle premesse false, ma mai il falso da premesse vere.
    Allo stesso modo si possono confutare tesi false dell’avversario con altre tesi false, che
    egli però ritiene vere: infatti si ha a che fare con lui e bisogna servirsi del suo modo di
    pensare. Per esempio: se egli è seguace di qualche setta alla quale non aderiamo, possiamo
    adoperare contro di lui, come principia, le massime di questa setta. Aristotele, Topici,
    VIII,9. PS sto cercando di contattare una mia amica che lavora all’Alitalia per adesso non
    sono riuscito a parlarle.
    Ti faccio sapere appena so qualcosa OLTO

    Da giancarlo P Tue, 10 Jul 2001 17:30:26 +0200
    OLIVIERO, tu sei un uomo intelligente e ti incazzi solo per le cazzate, ma io so che prendi
    sul serio le riflessioni serie e intelligenti. E poi alla nostra età (sono un tuo perfetto
    coetaneo, purtroppo) bisogna allenarsi quotidianamente alle critiche, perché i figli e i
    nipoti (ahimé, tra poco!) e comunque i giovanissimi, comunque vada e qualunque cosa si
    faccia, ci contesteranno: e tra non moltissimo (ma cerchiamo di allontanare questo amaro
    calice) bisognerà abituarsi a sentirsi obsoleti. Dunque non ti incazzare e non saltare.
    Ti invio il punto di vista di un critico e curatore internazionale, mio amico, direttore di
    importanti istituzioni e Biennali: ti assicuro una delle persone più valide, intelligenti e
    serie dell’arte contemporanea. A lui avevo chiesto cosa pensasse del tuo poster e di alcune
    perplessità suscitate dalla tua proposta.
    IO TI INVIO QUESTE RIGHE MA DISPOSTO A DIFENDERE IL TUO POSTER CHE CERTISSIMAMENTE VERRA’
    PUBBLICATO DA ME A MIO RISCHIO. Ma è bene tu sappia le perplessità che hai creato. Un
    abbraccio. Giancarlo
    E’ un po’ come Maradona, ora che non riesce a scandalizzare,( a divertire nel caso di
    Maradona), il popolo occidentale che lui stesso ha corazzato contro le sue dirompenti
    campagne pubblicitarie, cerca lidi piu’ indifesi. Che piaccia e faccia paura a noi non e’
    un problema, ma se fa incazzare due popoli magari si. Olly vada a Skopje a presentare
    l’idea e poi vediamo se e’ un uomo o un caporale. Un conto e’ sconfiggere e lottare contro
    il perbenismo e le convenzioni della societa’ dei consumi un’altro e’ andare a mettere
    benzina su un fuoco che mi pare sia gia’ abbastanza caldo, vada a Tel Aviv a piantare una
    bandiera palestinese in centro e poi vediamo se Sharon lo mette alla prova come soldatino
    ben bene, lo sanno bene quelli che pur di disturbarlo son disposti a farsi saltare in aria.
    Non mi pare che lui sia mai saltato in aria con le sue idee o trovate e nessuno glielo
    chiede. Insomma a me che non so di Storia il manifesto piaceva ma si puo’ essere dirompenti
    anche senza voler a tutti i costi rompere. Olly che e’ un estimatore di Don Milani vada a
    rileggersi la lettera ai capellani militari di quest’ultimo per ricordarsi cosa vuol dire
    avere il coraggio delle proprie azioni. E’ vero l’arte deve congedarsi da chi la vuole
    addomesticare ( lui la vuole addomesticare alla pubblicita’ e c’e’ riuscito in passato con
    grande successo) ma rompere la palle in luoghi ben piu’ complessi ed interessanti di una
    tenuta maremmana non mi pare , anche in tempi globalizzanti come i nostri, un idea
    furbissima , ancor meno furba se alla fine si parla solo di una “bandierina”, possibile che
    non esistano segni altrettanto forti ma piu’ ambigui e misteriosi da utilizzare, che
    facciano incazzare senza fare ammazzare?

    Da Oliviero T 10.07.01
    A costo di sembrare obsoleto, a costo di sembrare un itellettuale alla Celine, a costo di
    sembrare un cinico barbaro nel mio pacifico ritiro mentre fuori imperversano le guerre, a
    costo di sembrare uno che gioca con la pelle e le palle degli altri, a costo di essere
    antipatico e più brutto del solito, a costo di umiliarmi davanti ai miei figli, vorrei
    vedere di nascosto l’effetto che fa. Caro critico valido amico che non conosco il tuo nome
    io sto ancora pagando le mie scelte senza ombre per aver cercato di addomesticare la
    pubblicità all’arte(non il contrario), non patteggio i miei ideali come ha fatto il mio
    examico benetton , non pago e non chiedo scusa a nessuna corte federale per aver concepito
    una campagna contro la pena di morte, vado avanti con le relative conseguenze del caso,
    quindi non venirmi a raccontare quella dell’uva. Non posso negare che la paura di scatenare
    conflitti in un territorio che è ancora instabile può far pensare di non avvallare il mio
    progetto ma cosa volete vedere? Una bella foto di toscani con bambini felici che giocano a
    calcio in un campo butterato dalle mine? Certo sarebbe un soggetto coinvolgente ma
    digeribile un piatto di minestra contro un piatto di fettuccine con le cozze. Che poi se lo
    guardo bene non c’è niente di strano nel mio piatto di fettuccine: le teste dell’aquila
    sono sempre due magari sono un pò gonfie ma sono due, voi siete troppo avvezzi e preparati a
    cogliere le minime incongruenze ma vi assicuro che rimarrà solo una logomachia tra di noi la
    gente “sanguinaria” che temete non degnerà un minimo di attenzione a questo mio illecito
    semantico, sono troppo occupati a sopravvivere. Tornando a noi, caro gian, io ti dico che
    non ti devi preoccupare di niente che poi vedrai è solo una nostra idea da vecchietti
    paranoici, nessuno ci farà caso più di tanto.. la cosa più importante è che sia esteticamente funzionale e mi pare che lo sia. Quindi stampalo. O se no vedi tu. Io ho già dato molto senza chiederti nulla. OLTO

    This red banner and the black double-headed eagle in the center as the flag of George
    Casroita. Castroita, known as Skanderbeg, was the hero of the battle against the Turks, and
    he was the founder of the independent state in 1443. He probably selected an eagle, because
    the Albanians are descendents of the eagle, and the even call themselves Shkypetars “the
    sons of the eagle”

    Da Oliviero T 09.08.01 Numero
    Caro giancarlo, ho visto il tuo ultimo numero e non mi aspettavo proprio una cosa del genere
    una anteprima delle immagini dei miei ragazzi che volevo invece vedere pubblicate sul
    catalogo della biennale anziché sbattute fra cartacce e porci. Grazie comunque dei tuoi
    sforzi. Encomiabili? Il catalogo a che punto è? Come sta Edi? Il manifesto ora gli
    piace? Un caldo abbraccio Oliviero

    Da Giancarlo P Fri, 10 Aug 2001 11:47:06
    CEST CARO OLIVER CERCO SEMPRE DI FARE IL MEGLIO E TALVOLTA ESCE IL PEGGIO. VOLEVO UNA
    ANTEPRIMA PER PREPARARE. I LETTORI DELLA RIVISTA SONO DIVERSI DA QUELLI DEL CATALOGO.
    COMUNQUE UN CARO SALUTO. GIANCARLO P

  9. Le fonti non si verificano così come non si citano quando c’è in gioco una grossa visibilità.
    Tu tracci una linea di demarcazione tra comunicazione e arte, e su quel confine poni l’esempio della potenziale vendibilità dell’opera rispetto al primato didattico dell’azione comunicativa – intrinsecamente fuori mercato per sua stessa pretesa.
    Però trasliamo per un attimo il piano di comunicazione/arte nella sua versione povera di informazione/intrattenimento: da tempo le leggi della diversificazione del prodotto hanno promosso il termine infotainment per vanificare un distinguo necessario ma assolutamente irresponsabile nel mondo del marketing, dove cose e fatti vengono prodotti e distibuiti ad un fine unico ed esclusivo: la vendita.
    A conti fatti, il mercato è meno ipocrita delle intenzioni degli artisti, o dei comunicatori: segue una darwiniana legge del profitto che è difficile da sconfessare. E visibilità, come sai, significa profitto, significa distribuzione che ambisce alla capillarità.
    Questo per dire: come basare genuinamente un distinguo comunicazione/arte quando si è fatto di tutto – per esempio – per non disambiguare il geniale concetto di docufiction, che tanto è piaciuto/servito a grandi e piccini?
    Docufiction: uso l’intrattenimento romanzato, garantisco attraverso una specifica forma di genere la maggiore potabilità all’informazione che voglio comunicare. E’ l’elemento didattico applicato al canone estetico che si vuole conquistare, quello condiviso dal parco utenza più ampio.
    La grossa utenza corre e non ha tempo per l’approfondimento: via le fonti. La grossa utenza ha bisogno di grossi stimoli: aggiungiamo i dettagli, forziamoli a costo di inventarli.
    Torniamo a ciò di cui si parlava qui.
    Le fonti di Maver sono tutte interne, nessuna verificata, nessuna ricercata: si accettano per quello che sono.
    Nel caso di Tirana sono ancora meno attendibili: si accettano per quello che sono.
    Perchè?
    Perchè Maver ha il dettaglio che piace: l’esotico della guerra e della morte.
    Perchè il minimo comun denominatore di Gavotta, Bioy, Ecua, Piccardo è fatto di una cosa: l’esotico della violenza vissuta/prodotta.
    Tutto ciò che l’utenza vuole è incarnato in Maver e Piccardo: sembrano due miracoli che capitano per caso, o per dovere.
    Tra le due cose non c’è differenza nel mondo di chi deve sostenere i costi di una rivista o di una Biennale: sono effettivamente miracoli. Le fonti? Dettagli, come nell’infotainment e la docufiction.
    Allora non è in nessun caso “azione contro” oggetto/dispositivo, se non come conseguenza.
    In primo luogo, e in entrambi i casi, è “azione per” focalizzare l’attenzione sui processi di creazione dell’elemento artistico, dal lato di chi lo legittima come tale, ma soprattutto dal lato di chi lo consuma come tale: Maver esiste già nel desiderio del target della Biennale, le sue fonti sono sottoposte a e schiacciate da quel desiderio.
    In secondo luogo è gioco, e basta.

  10. ottimo intervento , K.
    A margine però vorrei fare una prima osservazione.

    A conti fatti, il mercato è meno ipocrita delle intenzioni degli artisti, o dei comunicatori: scrivi tu.

    ecco io trovo questa affermazione poco verosimile e proverò a spiegarti il perché. Quando ci fu in francia il movimento degli intermittents du spectacle
    grazie a degli amici che hanno descritto in modo ineccepibile quel movimento (http://materialiresistenti.blog.dada.net/archivi/2004-08-17, e ancora http://multitudes.samizdat.net/spip.php?article1330 ) partecipai ad alcune delle riunioni e soprattutto ne parlammo a lungo con alcuni dei protagonisti. lascio da parte tutte le istanze politiche che quel movimento scatenò per concentrarmi su alcune questioni “terre terre”.
    Come per esempio il finanziamento da parte dello stato di opere di ricerca, sperimentali, musica e danza contemporanea su tutte, cioè di forme che esulano da facilità di fruizione e diffusione delle stesse opere.
    II sistema degli intermittents du spectace garantiva al singolo artista, creatore, operatore, tecnico dello spettacolo qualcosa di simile alla nostra cassa d’integrazione che veniva accordata qualora si dimostrasse che un certo numero di ore era stata dedicata alla creazione, a prescindere dal successo delle proprie creazioni. ben inteso impiego il termine successo non in funzione del valore artistico ma semplicemente di consumo.

    sarebbe una follia pensare che il non successo di Archie Shepp,non successo rapportato a pavarotti, corrisponda ad un insuccesso di tipo artistico, come del resto sarebbe folle pretendere in prima serata televisiva un concerto free jazz o di musica contemporanea. Partiamo dal presupposto allora che il mercato non capisce una mazza. In termini di creazione scientifica, politica, culturale…
    e che quelle cose, esattamente come certi politici locali non le finanzierebbero nemmeno con una pistola puntata alla tempia.

    ma se il mercato non capisce una cippa perché la comunità non deve capire o mettere in atto dei dispositivi per sostenere quel tipo di creazione?
    Perché il mercato che fa della parola rischio il proprio paradigma di base deve dettare legge a chi invece del rischio se ne frega altamente.
    Ecco che ogni operazione di detournement , di dirottamento dei fondi e delle coscienze, aggiungo io, è la benvenuta. Ecco che incursioni come quella di Cage da Mike Buongiorno, come concorrente esperto di funghi, o di pullover di lana nell’iconografia della cronaca, è benvenuta. Ecco perché la foto di Tognazzi tra i carabinieri con il titolo, arrestato il grande vecchio delle BR si sovrappone a quella di Enzo Tortora, sempre in bianco e nero, stritolato da chi lo dava per “camorrista”. Queste forme di contaminazione, (dov’è l’arte dov’è la comunicazione? mi sembrano allora più pertinenti, più necessarie.

    Maver e Gavotta hanno semplicemente fatto la loro performance di “animatori” del mercato, e il mercato se n’è perfino rallegrato. Di fronte a queste operazioni ti confesserò che viene quasi spontaneo fare come Louis Sclavis, il mio amico jazzista, che di fronte a simili gesti, a “cotanta” eversione sospirando mi diceva “oui, mais bon”. So what?

    effeffe

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francesco forlani
Vive a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman e Il reportage, ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano. Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali come Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, con cui sono uscite le due antologie Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Corrispondente e reporter, ora è direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Con Andrea Inglese, Giuseppe Schillaci e Giacomo Sartori, ha fondato Le Cartel, il cui manifesto è stato pubblicato su La Revue Littéraire (Léo Scheer, novembre 2016). Conduttore radiofonico insieme a Marco Fedele del programma Cocina Clandestina, su radio GRP, come autore si definisce prepostumo. Opere pubblicate Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, Parigi 2002 (diritti disponibili per l’Italia) Autoreverse, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2008 (due edizioni) Blu di Prussia, Edizioni La Camera Verde, Roma Chiunque cerca chiunque, pubblicato in proprio, 2011 Il peso del Ciao, L’Arcolaio, Forlì 2012 Parigi, senza passare dal via, Laterza, Roma-Bari 2013 (due edizioni) Note per un libretto delle assenze, Edizioni Quintadicopertina La classe, Edizioni Quintadicopertina Rosso maniero, Edizioni Quintadicopertina, 2014 Il manifesto del comunista dandy, Edizioni Miraggi, Torino 2015 (riedizione) Peli, nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé Editore, Roma 2017