Io volevo andare a New York

di Marco Candida

Il 10 ottobre – adesso che scrivo è giovedì 23 ottobre – mi sono presentato allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi a un corso di inglese per immigrati.
Per raccontare come è avvenuta l’iscrizione, però, devo subito fermarmi e fare un paio di salti indietro.
Sono arrivato negli Stati Uniti Venerdì 4 ottobre. Aeroporto O’Hare. Chicago. Prima di atterrare, sull’aereo stewart e hostess hanno distribuito ai passeggeri moduli bianchi e moduli verdi. Io ho compilato un modulo bianco. Proprio per aver compilato questo modulo, però, una volta arrivato all’aeroporto sono stato trattenuto alla dogana. Un agente messicano che mi parlava in portoghese mi ha spiegato che per dimostrare di essere un lavoratore e non soltanto un turista avrei dovuto mostrare alla dogana un documento che lo provasse.
Adesso che ricordo, quando mi sono seduto nell’ufficio dell’agente, le prime parole che ho ascoltato da lui sono state: “Mi dispiace, senior Candida, ma a queste condizioni lei è costretto a ripartire entro domani”. Mi ero appena fatto nove ore e mezzo di volo senza stopover, avevo attraversato sette fusorari diversi, avevo cercato di dormire senza successo e avevo provato a guardare alcuni dei film che proiettavano a bordo senza riuscirci: George Clooney non mi piace e anche se Sarah Jessica Parker mi piace, non mi piace il film di Sex&The City. Poi, visto che non sono abituato a viaggi come questo e per natura sono alquanto fifone ho avuto una gran paura che l’areo precipitasse da un secondo all’altro per quasi l’intera durata del volo, specialmente durante la manovra di atterraggio mentre il pilota aveva preso la decisione di far entrare l’aeroplano dentro a nuvole gigantesche e nerissime e un paio di volte l’aereo ha traballato che sembrava di essere su una giostra al luna park. Con tutto questo “Mi dispiace, senior Candida, ma a queste condizioni deve ripartire entro domani” non mi è sembrata immediatamente una battuta di spirito.
E, invece, la era.
L’agente messicano dopo averla detta e aver osservato le mie reazioni è scoppiato a ridere e ha fatto scoppiare a ridere anche il collega seduto alla scrivania di fronte alla sua dicendo qualcosa in inglese che però non sono riuscito a capire. L’agente che se non ricordo male aveva appuntato il nome Dorfles sulla divisa mi ha spiegato la mia situazione. Mi ha detto che avevo tempo fino al 2 novembre per inviare a Washington la documentazione necessaria per provare che non avevo dichiarato il falso alla dogana degli Stati Uniti d’America. Io avevo lasciato il mio Certificate of Eligibility nel terzo cassetto nella stanza dove vivo da circa trent’anni in Italia. Pensavo che il passaporto e la Visa di sei mesi e soprattutto i soldi che avevo speso per farli e l’incredibile trafila burocratica per ottenerli presso il consolato americano a Milano bastassero.
Comunque, avevo fiducia che l’Università di Grand Forks avrebbe risolto tutto senza problemi. Invece, quattro giorni più tardi, l’8 ottobre, mi sono presentato all’International Office dell’Università per chiedere che si inviassero a Washington il Document of Eligibility (il nome tecnico e’ SEVIS DS-2019) e il Form I-94 oltre al Form I-515 A e il Dr. William Young, un uomo corpulento come può essere corpulento un uomo americano ossia decisamente molto più corpulento di un uomo corpulento italiano, mi ha risposto di avere soltanto le copie e non gli originali – visto che come ho appena finito di scrivere gli originali li avevo io nel terzo cassetto della mia stanza in Italia. Dopo aver osservato per un po’ le mie reazioni il Dr. Young mi ha assicurato che comunque si sarebbe preso cura lui dell’intera faccenda e che non avevo nulla da preoccuparmi.
Adesso sono abbastanza tranquillo. Allo stato attuale non posso sostenere l’esame – scritto e pratico – per procurarmi la patente internazionale e guidare negli Stati Uniti – così almeno funziona nello stato del North Dakota – e inoltre non posso oltrepassare i confini del Canada, che sono molto vicini a Grand Forks o del Messico che sono molto lontani o di qualunque altro Stato al di fuori degli Stati Uniti d’America. Però sono lo stesso abbastanza tranquillo. Ad esempio una cosa la posso ancora fare: posso ritornare a casa. Con questo voglio dire che se non altro non mi trovo esattamente nella posizione del Victor Navorsky interpretato da Tom Hanks nel film The terminal, se si ha presente questo film curioso, paradossale e tremendamente ben fatto.
Non sono imprigionato qui.
Un altro effetto di questa situazione è che da quindici giorni giro con le tasche del giaccone piene di fotocopie di documenti e per tornare al punto da dove ero partito, quando mi sono presentato il 10 ottobre allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi al corso di inglese per immigrati, ho potuto mostrare soltanto una serie di fotocopie dei miei documenti e per questo mi sono sentito indirizzare dalla cancelleria qualche espressione che in italiano credo si potrebbe ben tradurre con un borbottante “E vabbe’… Fallo passare lo stesso…”.
Grazie a fotocopie di documenti in viaggio verso Washington ho potuto risparmiare trecento dollari per iscrivermi a questa scuola. Per adesso sono molto contento di essermi iscritto. I miei classmates provengono dalle piu’ diverse zone del mondo. Sono simpatici. C’è Neena Thapa proveniente dal Nepal. C’è Lucky Wang proveniente da Pechino. C’è la dolcissima e ricchissima Maysun proveniente da Shangai. Dico che Maysun è ricchissima perchè suo marito l’ha portata in vacanza alle Hawai e mi è stato spiegato che in un posto come quello se si alloggia bene si spende molto. C’è Rabab dall’Iraq. C’è Liena che proviene dalla Russia – ma non so dire precisamente da dove. E poi ho molti classmates di pelle nera.
A parte il clima da scuola elementare (l’altro giorno con la supplente Norma Erickson abbiamo fatto un dettato) la cosa che trovo interessante in una scuola come questa è la didattica. Ad esempio a ogni lezione Norma ci ha insegnato qualche espressione idiomatica. Nel mio quaderno ho appuntato espressioni come “Pinching pennies”, “Chase rainbows” oppure “Scratch my back”. Proprio ieri ho fatto il test per controllare il mio livello di inglese. Tra gli esercizi proposti c’era anche compilare un assegno, scrivere una lettera al proprietario di casa spiegandogli le ragioni del ritardo col pagamento dell’affitto e altri esercizi che mi sembravano studiati apposta per persone appartenenti al gradino più basso di una società occidentale. D’altra parte le stesse espressioni idiomatiche mi pare confermino queste impressioni. “Riparmiare soldi”, “Non mettersi in testa di poter acchiappare l’arcobaleno”, “Restituirsi un favore a vicenda”. Queste e altre mi sembrano espressioni da usarsi da parte di chi tiene pochi quattrini in tasca, ha pochi mezzi e poche possibilità. Insomma, l’impressione è che Norma allo Stanford Centre ci tratti come disperati e che la sua didattica si rivolga più che altro a emergenze sociali.
Però, è divertente, istruttivo, e qualcosa imparo, anche se il grosso lo faccio con Elisabeth e studiando per conto mio.
Ci sono molte cose che potrei scrivere, ma le opinioni che ho per adesso degli Stati Uniti cambiano di giorno in giorno. All’inizio desideravo tenere questo diario pubblicato da Francesca Matteoni su Nazione Indiana – che ringrazio e che spero per questo non venga radiata subito da Gianni Biondillo – in lingua inglese. Adesso, però, dopo essermi accorto di essere costantemente tentato di fare generalizzazioni spaventose e di arrivare di continuo a conclusioni affrettate su costumi, filosofie, modi di fare, di dire, di essere, di tutto da quando sono arrivato qui negli States ho abbassato un po’ le mie ambizioni e ho deciso di scrivere nella mia lingua, anche perchè non mi sembra il caso di usare l’intero contenitore di Nazione Indiana – che dopotutto è un blog letterario importante – per registrare i miei progressi con l’american-english, cosa che in un primo momento, lo confesso, sono stato tentato di fare.
Grazie per l’ospitalità.
La prossima volta cercherò di parlare soprattutto del desiderio di comprarmi una bicicletta e di rivivere la mia adolescenza in una small town americana.
Allora, good bye.

49 COMMENTS

  1. Ciao, Marco. Non preoccuparti, Francesca non la radio da NI. Semplicemente le buco le ruote della bicicletta… ;-)

    (sono molto curioso di questo tuo diario…)

  2. Stai vivendo un esperienza che penso farò anche io. Perciò sono d’avvero molto curioso. Ti invio un caloroso imbocca al lupo. Tienici aggiornati però

  3. L’intero contenitore di Nazione Indiana? La prossima volta? Basta e avanza così. Del desiderio della bicicletta e della riviviscenza dell’adolescenza se ne farebbe volentieri a meno, anche della prosa banale da blog di universitario fuori corso e anche di quel catastrofismo ingiustificato dalle piccole noiose contrarietà doganali da turista low cost. Si sopravviverà benissimo senza le ulteriori descrizioni delle lezioni Cepu, dei dettati, dei progressi linguistici e dei compagni di classe esotici, per non parlare dei riferimenti culturali, Clooney e Tom Hanks. Continui pure in lingua inglese, ma sul suo blog. L’indirizzo l’ha dato, chi vuole ci andrà per conto suo.

  4. Tutto questo per dire che sei partito senza avere i documenti necessari per passare la dogana e che frequenti un corso di inglese? Ci posso riempire tre nazioni indiane, dagli Sioux ai Cherookee.

  5. povero cocco, allora provvedo a prenotarti una traversata notturna nel mediterraneo con battelli libici. Poi mi dici se il servizio è di tuo gradimento.

  6. Concordo con Marco Candida.
    Mi spiace ora di aver scritto un commento così poco bello e poco motivato, al momento l’argomento del post mi sembrava davvero futile, ma mi vergogno di essere accomunata a questi altri quattro stronzi che hanno scritto dopo di me.
    Scusami. Spero che mi vorrai perdonare. ciao elena.

  7. L’argomento del post, non c’è dubbio, è futile. Similmente, il film “The Blues Brothers” racconta tutto sommato una storia idiota; il romanzo “I promessi sposi” non è, dal punto di vista della trama, più succoso di un qualunque romanzo rosa da edicola; la Nona Sinfonia di Beethoven, nel momento in cui i colpi di timpano annunciano sguaiatamente l’ingresso del coro, si rivela per quel volgare polpettone musicale che è.

  8. Sì, Giuliomozzi, sono d’accordo.
    Non è solo l’argomento che fa il post, il libro, il film o la Sinfonia. Sono anche tanti altri aspetti. Ho citato solo l’argomento perché dopo il brutto commento che avevo scritto e le altre schifezze venute dopo, non volevo andare oltre, ma solo scusarmi con Marco.

  9. L’argomento è futile, come dice Mozzi, ma il pezzo a me non piace, e non per la futilità dell’argomento, non trovo interessante la lente attraverso la quale i fatti sono narrati, non mi piace la finta mestizia che trattiene, non troppo a stento, la presunzione che ogni più piccolo avvenimento accaduto allo scrivente debba per forza di cose essere ritenuto interessante.
    Non tutti gli ombelichi escono col buco.

    Ghega

  10. scusate, son poco pratico di questo sito ma questa è stata una delle cose più autentiche che mi è capitato di leggere qui.
    credo che forse vi siete troppo concentrati sull’autore e non sul racconto in sé (anch’ io ho pensato: ‘oooooh marco candida scrive su NI vediamo un po’ che dice’). comunque, gusti.
    ho detto tutto e il contrario di tutto, ma tant’è.
    ‘sera.

  11. non torno negli usa da 5 anni, allora ancora facevano quel simpatico questionario che chiedeva cose tipo “sei mai stato arrestato per droga?” o “hai partecipato alle persecuzioni naziste degli ebrei?” o “fai parte di qualche gruppo terroristico?” (ma mi sa che quello è il modulo verde). non so chi sia marco candida, ma trovo il pezzo buono e delicato, senza tanti pipponi autoreferenziali o lambiccosità, e non è poco di questi tempi che pare sempre che a scrivere ogni cosa bisogna fare il botto.
    un saluto,
    r

  12. Ma, si’, in effetti non so neanch’io perche’ ho scritto questo testo per Nazione Indiana. Potevo scriverlo per il mio blog. Se l’ho fatto e’ perche’ sul mio blog non e’ possibile commentare mentre qui su NI si’. Qui in North Dakota parlo inglese tutto il giorno, leggo inglese tutto il giorno, e frequento americani tutto il giorno. Un contatto con l’Italia – sono qui per motivi specifici, non perche’ sono scemo – mi avrebbe fatto piacere. Allora per socializzare meglio la prossima volta cerchero’ di adeguarmi ai requisiti minimi che si chiedono qui. (Pero’, gli insulti, quelli no in tutti i casi, eh? Sono stato male tutta domenica). Ho imparato la lezione.

  13. Un testo senza infamia e senza lode, come tanti, noioso e prevedibile, con tutti i difetti di certa scrittura da blog, la povertà della lingua e delle immagini, e nessuno dei pregi di certa scrittura da blog, un po’ di follia e immediatezza senza filtri.

  14. Marco, ma che hai fatto per meritarti reazioni così stizzite? Spero che tu ti sia almeno scopato le loro ragazze. Vabbè, buona permanenza negli usa. Hai tutta la mia invidia.

  15. Sono stronzi e impotenti, Marco.
    Quelli che scrivono insulti sui muri sono meglio.
    Rischiano di più.
    Bello e wallaciano.
    Ciao.

  16. Piuttosto nel nord Dakota non ci sono mai stato, e mi piacerebbe sapere qualcosa di quella gente del Dakota e di qualla gente che ci va a stare, a parte il sottoscritto che da un po’ di tempo mi sono ritirato dal giro e adesso sono pulito, ma belle persone come quelle del nord Dakota non se incontravano da queste parti e chissà se lui ce ne vorrà parlare.
    Carlitos Brigante

  17. Va bene, allora parlero’ anche di questo, Carlitos. Agl’altri, visto che sono stato coinvolto su discorsi da teorie su come sia lecito e non lecito scrivere, rispondo che ‘io’ la prima operazione che faccio quando leggo un testo e’ considerare il testo per cosa dice, cosa mi vuole comunicare (che e’ una cosa diversa, e molto piu’ complessa), e cerco di considerarlo per quello che e’ e non per quello che avrebbe potuto o voluto (soltanto secondo me e la mia ‘esperienza’ di ‘lettore forte’) essere. Non faccio paragoni. Con lo scrivere e’ un po’ lo stesso. Se comincio pensare che sono esistiti Hemingway o Wallace o Coccioli o Moresco (quelle cose che scriveva sull’Argentina proprio qui agl’esordi di Nazione Indiana) e’ molto probabile che per come sono fatto finiro’ per scrivere qualcosa che assomiglia a quello che loro scrivevano, o che tenga conto di loro in maniera vistosa, e nei casi peggiori finiro’ per scrivere addirittura ‘le mie esperienze con le loro parole’. E io questo non lo voglio. Sono io il padrone dei miei pensieri, delle mie emozioni e in defintiva della mia vita. O quantomeno mi sforzo di esserlo. Il padrone – pace alla sua anima – non e’ Edgar Foster Wallace.

  18. Come trasformare in una poltiglia di una noia mortale una buona esperienza. Così l’America è più piatta di uno sterrato infinito. E’ proprio vero che la scrittura è, a modo suo, miracolosa.

  19. Franz, come fai a dire che e’ una “buona esperienza”? Non ho ‘trasformato’. Devo mettermi a fare il venditore ambulante di esperienze all’estero o devo scrivere quello che vedo, che mi succede e che penso? (Grazie per il commento col nome e cognome, comunque).

  20. lusinghevole discorso di giulio mozzi, e converrà ribatterlo punto per punto, anche se metà di me gli dà oscuramente ragione: la trama dei Promessi Sposi è banale. Altri sono i benemeriti fasti dell’incendio manzoniano. D’altra parte, non capisco cosa c’entri manzoni con candida. Ma Mozzi, patrono nostro, vede e provvede e se nascono problemi di svezzamento, fornisce cerini. Eppure egli ci dovrà per forza donare in segreto un suo mozzicone intelligente con cui far spazio, bruciando fascine di vanità in piazza di Firenze.

  21. E’ notorio che il nefasto influsso di Manzoni sulla letteratura italiana estende i suoi lacciuoli fino ad oggi.

  22. Scomodare Manzoni e i Blues Brothers è qualcosa che fa sorridere. A me ha ricordato Moccia e Renato Pozzetto.

  23. Marco, ti ringrazio di aver apprezzato. Non sarebbe stato da me attaccare sotto falso nome. Il tuo racconto potrebbe essere ridotto di due terzi. Secondo me. Troppo letterario, nel senso che non fai altro che parlare (anzi di scrivere) di quello che scriverai. La vita è lontana, come sfondo.

  24. D’altra parte esistono un milione di blog scritti benissimo da italiani che vivono all’estero – ad esempio, sulla rete io sono un gran frequentatore di Tipi Metropolitani. Capisco le reazioni di Elena. Quello che non capisco e’ perche’ ci si aspetta sempre che un testo risponda a criteri e esigenze diverse da quelle che il testo stesso cerca di darsi. Franz, tu dici “due terzi”, ma a questo punto io sono tentato di chiederti: “due terzi esatti”? Hai preso il decimetro? Hai usato la bilancia? A quale sistema metrico ti riferisci precisamente? Dico questo, perche’ mi pare che in base a questo ragionamento (“mi annoia”; “si poteva scrivere di meglio”) ci sia ilo rischio di arrivare a una totale omologazione dei testi. Poi, questa omologazione la si definisce ‘standard di qualita’, magari. E dopodiche’ stabilito lo standard per fare un testo non standard si costruiscono testi dove le regole stanno solo nella testa dell’autore, e non sono rintracciabili nel testo, e che molto spesso assomigliano a una poltiglia alfabetica che tutto sommato ricorda soltanto un dizionario di sinonimi e di contrari. Con questo non voglio difendere il testo, se non vi e’ piaciuto, pace, vorra’ dire che c’e’ qualcosa che stona e non funziona: come per esempio la persona che lo ha scritto.

  25. “Con questo non voglio difendere il testo, se non vi e’ piaciuto, pace, vorra’ dire che c’e’ qualcosa che stona e non funziona: come per esempio la persona che lo ha scritto.”

    A me, e sottolineo a me, non è piaciuto il testo e ne ho indicati i motivi, non sapendo nulla di Candida-persona non posso che riferirmi al testo. Quando uno scritto porta a dire “Oh, povero ragazzo maldestro, ma che teeeenero” mi viene l’orticaria perché non la trovo un’operazione ingenua e, il “come per esempio la persona che lo ha scritto” mi sembra rafforzare una forma di vittimismo che rischia di diventare una cifra dominante.

    Ognuno scrive di ciò che gli pare e come gli pare, ma il vittimismo è un ingrediente da maneggiarsi con cura, l’abuso evidenzia la presunzione dell’incompreso, che è sì un circolo vizioso autoappagante, ma…

    E’ chiaro, i miei “ma…” possano essere usati per lavarsi le ascelle, tuttavia spero che il discorso non sia preso come un attacco personale.

    Ghega

  26. I commenti sono meglio del pezzo.
    Suggerirei la nuova versione con tagli suggeriti più sopra:

    “Il 10 ottobre – adesso che scrivo è giovedì 23 ottobre – mi sono presentato allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi a un corso di inglese per immigrati.
    Grazie per l’ospitalità.”

    Tutto il resto è noia, come canta il sommo Califfo.

  27. Certo che la reazione scomposta dei commentatori selvaggi qui sopra mette un po’ in imbarazzo chi, come me, qualche critica pacatamente te la vorrebbe fare.

    Il fatto è che probabilmente Nazione Indiana non è il luogo adatto per la pubblicazione di questi tuoi pezzi americani. A differenza del Bolígrafo Boliviano, in cui le esperienze di Mignano riescono a sublimarsi in piccoli gioielli letterari, le tue esperienze rimangono quello che sono: le tue esperienze. Che al pari di tutte le altre esperienze narrate hanno pieno diritto sì di cittadinanza nella blogosfera, ma magari stonano con il tono generale di Nazione Indiana.

    Per inciso, scrivere in una lingua straniera è difficile. Già il titolo “About United States” è grammaticalmente sbagliato (manca un “the”) e poi sei sicuro che volevi proprio dire “About the U.S.” e non “Apropos the U.S.”, “On the U.S.”, o magari “Speaking of the U.S.”? Non sono domande alle quali posso rispondere io. Devi farlo tu. Sei in grado di farlo?

  28. Ghega, se vuoi pensare che voglio fare la vittima dopo che mi sono arrivati commenti come “scrivi di merda”, “vomito” e “Moccia”, ti giuro che non mi offendo.

  29. Pensieri Oziosi, prima fornisci una serie di giudizi su cosa stoni o non stoni pubblicare su Nazione Indiana e su cosa sia e che cosa non sia gioiello letterario, poi, pero’, riguardo all’uso della parola “about”, dici: “Non sono domande alle quali posso rispondere”. Secondo me, invece, puoi rispondere. Se hai capito che cosa e’ letteratura e che cosa no, sono quasi sicuro che tu possa capire anche le motivazioni che stanno sotto l’uso della parola “about”.

  30. Caro Marco, sai benissimo che era una valutazione, la mia, molto approssimativa. Non prendere tanto per i fondelli: ho espresso una mia valutazione, ho esternato un mio gusto. In quanto all’omologazione, io su questo non credo di essere preparato, diciamo così. Vale a dire, credo di esserne abbastanza fuori. Non cerco omologazione, in un testo, voglio dire; semmai qualcosa di contrario, o molto diverso. Se il tuo testo non è omologato (a cosa? a chi?) ciò non vuol dire che sia un buon testo.

  31. Ma no, Franz, non avevo la percezione chiara che il tuo fosse un giudizio approssimativo: hai fatto molte recensioni in questi anni e so della tua ammirazione per alcuni critici letterari, e uno in particolare. Percio’ quando fornisci un giudizio, non penso sia approssimativo. Questo lo sto apprendendo solo adesso. Mi spiace che pensi che ti abbia preso per i fondelli, non era mia intenzione. Solo che spesso incontro persone che dicono “Quel libro si sarebbe dovuto tagliarlo di due terzi o di almeno cento pagine”. Io rimango impressionato. Di solito tendo a rimanere impressionato davanti a chi che mi trasmette l’idea di ‘sapere’ in che cosa consiste buona e cattiva letteratura e che si prende il rischio di fornire giudizi perentori. “A questo dico si’. A questo dico no”. In questi anni ho anche potuto verificare che emettere giudizi perentori su una cosa tanto complessa e misteriosa come la letteratura funziona. Chi lo fa va avanti. Viene considerato un ‘esperto’. Solo che adesso, ti diro’, tendo a rimanere meno impressionato. Ho piu’ dubbi.

    Il testo che ho scritto in fondo sta facendo il suo dovere, e io sono soddisfatto.

  32. La letteratura non è mica tanto complessa e misteriosa.

    In principio fu il verbo, dicono, poi Shahrazàd fu decapitata e allora arrivò l’abbecedario, una garanzia di innocenza per tutti gli scrittori che si celano dietro il frontespizio.

  33. Ciao Marco,
    che bello leggerti ;)
    Direi un inizio non proprio tranquillo eh.
    T’invidio non poco, sopratutto per la possibilità che hai di stare a contatto con persone di culture così variegate.
    Sai che non mi spiacerebbe niente leggere le tue “generalizzazioni spaventose”?
    Mi raccomando, tienici aggiornati sulla tua avventura.
    Carlotta

    P.S: Fammi un regalo: ignora la gente poco furba. Spreco di energie e tempo.

  34. Oh mamma, che reazione spietata… io non ci trovo nulla di terribile.
    è la cronaca di un momento, di un arrivo.
    e ci son delle considerazioni personali, delle impressioni.
    magari anche imperfezioni – ma anche gli assestamenti (di fuso orario e grammatica inglese) necessitano un attimo, per esser pronti.

  35. Fabio Volo ha fatto una trasmissione dal titolo Italoamericano che andava in onda su MTV. Di successo! Credo che Fabio Volo sia un genio: fa di tutto e ci guadagna.

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francesca matteonihttp://orso-polare.blogspot.com
Curo laboratori di poesia e fiabe per varie fasce d’età, insegno storia delle religioni e della magia presso alcune università americane di Firenze, conduco laboratori intuitivi sui tarocchi. Ho pubblicato questi libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Higgiugiuk la lappone nel X Quaderno Italiano di Poesia (Marcos y Marcos 2010), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Appunti dal parco (Vydia, 2012); Nel sonno. Una caduta, un processo, un viaggio per mare (Zona, 2014); Acquabuia (Aragno 2014). Dal sito Fiabe sono nati questi due progetti da me curati: Di là dal bosco (Le voci della luna, 2012) e ‘Sorgenti che sanno’. Acque, specchi, incantesimi (La Biblioteca dei Libri Perduti, 2016), libri ispirati al fiabesco con contributi di vari autori. Sono presente nell’antologia di poesia-terapia: Scacciapensieri (Millegru, 2015) e in Ninniamo ((Millegru 2017). Ho all’attivo pubblicazioni accademiche tra cui il libro Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014). Tutti gli altri (Tunué 2014) è il mio primo romanzo. Insieme ad Azzurra D’Agostino ho curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici, nata da un lavoro svolto nell’oristanese fra il dicembre 2015 e il settembre 2016. Abito in un borgo delle colline pistoiesi.