La prosa del mondo

 di Lorenzo Esposito

Lo strabismo necessario
Cominciamo dalla cosa più bella (uso qui questo termine in senso strettamente filosofico, cioè come punto fulmineo di risalita, di svelamento, del continuo brulichio, sotto e sopra la superficie, del senso). La cosa più bella di Avatar è il suo appellarsi a un unico movimento. Uno scivolamento morbido che ondula la luce e l’aria come la discesa medusea di una piuma, come se fosse un carrello curvilineo, capace non solo di solcare e tratteggiare l’orizzonte, ma di seguire la traiettoria ripidissima del salto nel vuoto e quella senza gravità del volo. La cosa più bella è dunque il suo modo di parlare e di planare, di con-cedere la visione, il modo in cui, semplicemente, consente il vedere.

Questo modo però, non è solo movimento, né solo una sorta di inter-cessione d’autore – la forma in quanto tale, ma la procedura scelta per indagare e scardinare l’automatismo da cui la tecnologia sempre sogna di liberarsi: il vedere, appunto e di nuovo, cioè l’unica vera tecnica, la sola in grado di scindere l’arte dall’artificio, comprendendo e accludendo, nel suo tuffarsi cieco, menomazioni instabilità persistenze.

Liberarsi, dunque, per librarsi, innalzarsi oltre le vette, oltre i contorni dell’occhio, per un giro fatale fuori dall’orbita. Così, per prima cosa, Cameron si lamenta, deve lamentarsi, dell’occhio umano, non in grado di vedere Avatar esattamente nello stesso modo (bi-focale), con cui l’avveniristica cinepresa 3D lo ha girato. A nulla serviranno i gigantismi di sala (gli Imax che puntellano rarissimi l’Europa), il dolby perfetto (della versione originale, perché quella doppiata, rispetto all’incredibile architettura sonora del film – intarsiata di sibili, eco, sprofondamenti acquatici, battiti ventosi, risucchi e collegamenti auricolari e glottidei – è al limite della censura più oscena), o i ridicoli artigianali occhialetti di plastica – chiosando infine il paradosso: piuttosto vedetelo in 2D, voi siete come il mio protagonista: mancanti di un arto, incapaci dello strabismo necessario, come succede ai fiduciosi nel progresso, ai convinti del futuro o, peggio ancora, agognanti la semplice novità, beotamente beanti davanti al consolatorio marketing dell’epocale, del nulla sarà più come prima (mentre tutto, ma proprio tutto, resta uguale a se stesso). Siete freddamente barocchi: come il bit, del resto. E l’occhiale, più opaco che tricromo, coadiuva al meglio, nella sua pallida ulteriore menomazione, la malleabilità pupillare, che sempre assorbe la visione in un processo di assuefazione (ma attenzione: è quello il momento autentico in cui si vede, quando ci si dimentica dell’artificio), e di adeguamento al fuoco. Voi inforcate gli occhiali quando invece, dovreste potervi, a prima vista, infuocare…

Ora, politicamente, e questo Cameron lo sa benissimo, la novità è sempre falsa novità, accettazione, in fondo, del modello di sviluppo, adesione al progresso e non alla battaglia per il cambiamento e la rigenerazione. Ecco allora la prima mossa politica (politica, perché visiva e visionaria): assediare la tecnica, costringere la tecnologia a insediarsi a ritroso, da un lato aggrappandola alle radici più immediatamente universali, quindi anche generiche, della narrazione (da Disney a Malick, da Boorman a Coppola, da Kubrick a Zemeckis), in maniera tale che la sua corsa sfrenata in avanti (ma vedremo poi se lo è davvero), fosse prima di tutto una guida all’imperfezione del mondo, come se avventura e fantascienza, in un film così elastico fra vertici e baratri, costituissero una necessaria linea regolare (classica?); dall’altro facendola aderire, con doppia ritrosia, non allo strappo epocale (quale per esempio fu Titanic), ma direttamente alla trama convessa dell’orbita oculare, a quella sua sensibilità e, ancora, fragile imperfezione, che tuttavia è sempre contro la simulazione, contro l’effetto (speciale), perché appunto è una zona di combustione e di rotture, e non di novità.

Digressione (falsamente) tecnica
Rimaniamo dunque sugli occhi, wide/shut, all’inizio e alla fine di Avatar, in due primissimi piani potentissimi e abissali (ma tutto il film, come già Aliens, è una teoria fisiognomica sul primo piano, mediata dal ritorno detournante di Sigourney Weaver e quasi stupita di scoprire, che l’occhio è sempre l’avatar dell’altro occhio, in rilancio liquido dello sprofondamento indimenticabile di The Abyss). Gli occhi del popolo dei Na’vi differiscono da quelli umani, non solo nel diametro, più grande e allungato, ma nella nella distanza, maggiore fra l’uno e l’altro, e nella luminosità. Gli occhi cioè, sono il principale problema tecnico (che fra l’altro ha fatto ritardare di dieci anni almeno la realizzazione del film, se è vero che Cameron ci lavora fin dal 1995).

Dunque vediamola tutta questa strabiliante tecnologia. Il punto di partenza è la capture performance, la stessa usata da Robert Zemeckis da Polar Express in poi. Laddove Cameron giunge a far coincidere corpo e immagine, in modo che il primo scaturisca dalla seconda, Zemeckis fa del corpo stesso, dell’estrazione digitale di tratti umani, un cumulo di interferenze tale, da sommergere, prima ancora dell’occhio, il suo spazio vitale (A Christmas Carol è in questo senso il punto di non ritorno). L’intensità pittorica è di entrambi, ma per Cameron il 3D coincide con la visione, mentre per Zemeckis con lo spazio della visione, il primo è interessato alla luce negli occhi, il secondo alla luce che gli occhi proiettano sul mondo (uno è Van Gogh e l’altro Rembrandt). Ad ogni modo, inizialmente, la tecnica in questione prevedeva l’utilizzo di tute speciali e una geografia di marcatori che mappavano il volto dell’attore, estraendone e ricostruendone i movimenti facciali al computer. Cameron ottiene ora di svolgere l’azione di cattura (capture) delle espressioni direttamente tramite immagini: gli attori indossano sul capo un dispositivo munito di piccola telecamera rivolta verso il volto (un ri-volto), la quale registra ogni singolo movimento dei muscoli, compresa, appunto, la luce negli occhi, che non solo è difficile da ricreare, ma che differisce da essere umano a essere umano. Esattamente come l’avatar, i corpi digitali non esistono senza i volti umani (Terminator invece, era corpo a sé, il quale tuttavia assurge all’umano senza assilli o coadiuvanti d’umanità: in questo forse veramente epocal: che il terminator ami la ragazza che deve uccidere, è un dato testuale del film). C’è dunque un’origine, che però non riguarda più l’umano, ma l’immagine, e poi c’è la sua estensione. Ciò ha delle ripercussioni sullo spazio. Dovendo riprendere, o meglio captare, solo il movimento, si può girare a una distanza molto maggiore del solito, in modo da inquadrare ogni volta spazi enormi e al loro interno enormi masse dinamiche. Questo spazio è stato chiamato, dai tecnici, Volume. E Avatar è una sorta di proteiforme volumetria, che inocula la sua chimica visiva goccia a goccia e che prova a far reagire l’occhio umano all’immagine, esattamente nel modo in cui i Na’vi reagiscono alla concentrazione di sostanza elettrica e vitale custodita e insieme sprigionata dalla foresta, cioè traendo energia dal suo dispositivo cubico, fatto di camere chiuse e aperte in infiniti multipli e sottomultipli: le radici degli alberi come vene, il tessuto di liane che dispone isole nel cielo e architetture di luce e ombra sul terreno, le forze alate che attendono cavalieri pronti a cavalcarle e le creature anfibie che popolano la notte e scivolano ellissoidali sulle cortecce (una foresta così, Cameron se la immaginava già scrivendo la sceneggiatura di Rambo II di Pan Cosmatos, un sistema variegato nel quale portare il cinema naturalmente, senza che il set entrasse in crisi per lo scontro con la natura, almeno quanto all’opposto il Boorman di La foresta di smeraldo – di cui comunque Avatar tiene più che conto, sembrandone in più punti quasi il remake, e non solo narrativamente – scaturiva filmicità direttamente dall’impatto con il set naturale). Questo spazio, o Volume, è il luogo di intervento della cosiddetta virtual camera. Non una vera cinepresa (non ha lente), ma una consolle da cui si dipartono due camere in 3D, che riproducono le due diverse focali degli occhi e che leggono in diretta le immagini inviate dai computer cui sono collegate. In pratica il regista è in grado di constatare, e letteralmente vedere, in diretta, il risultato della capture performance operata sugli attori in movimento, senza dover aspettare l’intervento finale di ritocco degli esperti di computer grafica. È come se lo storyboard, invece di anticipare e figurare gli spazi, coincidesse con le riprese stesse. Mentre vedi l’attore in movimento, vedi anche la foresta, e non un set vuoto…

Invenzione senza futuro
L’immensità di Avatar sta nel tentativo estremo di superare, o forse di riverificare (di riconcertare?), l’intuizione lucidissima – questa sí, lo ripeto, epocale – di Titanic. La mirabolante meraviglia digitale, è solo per suo impulso e desiderio mélièsiana, ma di fatto, proprio come snodo del meccanismo perfetto capace di riunire spettacolarità e pubblico interplanetario, è definitivamente lumièriana, cioè scissa fra invisibile e virtuale, fra quel che può la tecnica e quel che non può la riproduzione, fra verità e illusione. Avatar ridocumenta il senza futuro dell’invenzione cinema, lanciandosi senza paura nel punto in cui il cinema è vitalmente tombale. Ed ecco allora questo continuo inoltrarsi e sprofondarsi nei baratri, che si rende conto di come le cose, formandosi laggiù, salgano lentamente di quota, fino a emergere e a cristallizzarsi nei vertici (le isole sospese nell’aria, gli alberi immensi millenari), per essere colte nel loro moto, nella loro evoluzione, nella loro storia. L’atto funereo di dare al proprio corpo un altro corpo per correre amare apprendere combattere, è anche l’unica vitalità possibile, così come, fra tecnica e storia, l’immagine si mostra sempre nella sua assoluta invisibilità. Per questo gli esseri umani, che tentano di ricostruire la logica delle parole e delle cose, si addentrano nell’invisibile continuamente sbilanciati fra veglia e sogno, perché è qui che traggono forza dal sentirsi fissi e ambigui, netti e diramati, coraggiosi e fragili. Il cinema, sembra dire Cameron, sarà sempre così, senza futuro, cioè automaticamente in grado di raggiungere la verità smarrendola (e smarrendosi). I film, a loro volta, saranno sempre picchi sublimi di faticosissimi e fulminei ritrovamenti (un po’ scherzando, ma non troppo, pensando al rapporto fra sogno e linguaggio, verrebbe da dire che Avatar sembra fatto da Inoshiro Honda che incontra Malick e insieme leggono Foucault). E allora bisognerà ballare e sfrecciare sulla linea d’ombra (a mezzacosta, diceva qualcuno) per naufragare e attingere – qui, per inciso, Cameron si confronta con Coppola, e non solo con quello di Apocalipse Now – al sapere del cinema, che si genera nella conca umida del fondo della foresta e sale, spingendo e facendo attrito da entrambi i lati, verso il cielo e giù, nel buio e nella luce dell’abisso. Avatar, capolavoro contro la tecnologia e contro la tecnica di marketing del ‘nulla sarà più come prima’, rischia l’asprezza e l’integralità documentaria del dispositivo puro: il film stesso è avatar.

54 COMMENTS

  1. BELLISSIMO!

    L’analisi è straordinaria, luminosa di intelligenza.
    Avatar come mise ne abime, mise en abysse del cinema.

  2. ma come? la gente muore di fame e questo spende miliardi per questa cosa che concettualmente è vecchissima e soprattutto ha solo il fascino di essere americo-canadese e gli anestetizzati europei tutti a correre a vedere questa cosa qui con gli occhiali treD. non so gli avatar, ma gli umani ormai sguazzano nelle stupidità più totale. :) perché invece hanno censurato quell’altro film perché era troppo triste? quando ci sarà un megaterremoto tipo haiti che ci sveglierà dal torpore prosastico del mondo per farci vedere la poesia della morte?

  3. a me in un periodo in cui la gente muore di fame mi pare inconsistente andare a vedersi un film per farne la critica, e poi appunto non critico il film che non ho visto e non vedrò (ci mancherebbe, odio omologarmi) critico, o meglio noto con disappunto la massa attratta da questo modo godereccio di vivere l’immaginario più che vivere il reale e il reale è che dovrebbero fare film che incitino al suicidio di massa o film sull’omosessualità esplicita, visto che l’europa neonazifascista sta preferendo sempre di più lo spettacolare, il potere come forma di teatro (vedi il G8) ecc ecc ma effettivamente non critico l’ottimo post e l’ottimo modo di scrivere, critico l’a priori, e noto con disappunto, appunto, questi fasulli movimenti di massa che celebrano qualcosa che non c’è. l’avatar appunto. l’avatar della democrazia :))

  4. Potrei dire cose intelligentissime (be’, non esageriamo, non ne ho il talento) su come Avatar sia la rappresentazione ricorsiva del senso di colpa americano sul genocidio dei pellirossa, su come una epica del naturale sia nei fatti una esaltazione del digitale, sull’universo citazionista del film, etc. etc., (tenete conto che io di questo film davvero non sapevo nulla, non andavo a vederlo colmo di pregiudizi) ma la verità è che io dopo il primo quarto d’ora continuavo a guardare l’orologio, impaziente che il film terminasse. Tanto, dopo 5 minuti di visione, sapevo perfettamente come si sarebbe sviluppato, cosa sarebbe accaduto, come sarebbe finito.
    Dal punto di vista della narrazione Avatar è oltremodo deludente. (persino una certa allure eco-liberal mi infastidiva, trovandola stucchevole). Si può lavorare -eccome!- sugli stereotipi, il genere, gli archetipi. E non è persino necessario doverli ribaltare a tutti i costi. Ma così siamo ben oltre il plagio: siamo alla noia assoluta. Non voglio neppure parlare della farragine, del didascalismo, delle ellissi stonate, etc. Il mio è un giudizio quasi pre-analitico, istintuale: Avatar è un film che mi ha lasciato completamente vuoto di emozioni, persino quelle basiche, da puro fruitore senza aspettative.

  5. @ Gianni
    Nemmeno io sapevo nulla, Gianni. Ma a me della narrazione interessava poco. Era puramente pretestuosa, in fin dei conti (anche se poi meglio una bella favoletta obamiana che non una bellicista). A me ha fatto letteralmente meraviglia quel che Esposito sa “vedere” benissimo: il suo rigoglio visionario, che pone Avatar in successione con Ernst Magritte e quant’altro. A me questo (questa superba ri-flessione sulla visione, ciò per cui della narrazione non mi interessava nulla, dunque non attendevo nulla, e dunque l’occhio si riempiva da sé, e-mozionato) è bastato.
    @ Gianluca
    (In riferimento anche all’altro post su Rosarno che ho pubblicato e hai commentato): Non vedo opposizione tra le due cose, Gianluca. Con questo criterio qualsiasi opera d’arte sono risorse sottratte ai bisogni materiali dell’umanità.

  6. non qualsiasi opera: una tela duratura di magritte, per esempio, costa molto meno di un effimero filmico che nutre l’industria cinematografica ormai simile a quella discografica e che non spalanca la percezione ma la incanala la ‘riteritorializza’ nel significante-digitale. ma nel mondo non conosceranno Rosarno, appunto, ma l’art pour l’art di Avatar che sembra un po’ come il fuoco fatuo del punk. un modo per intrattenere le masse e divertirle. ma qui non c’è nulla di divertente. lavorare quindici anni per un film che cambierà la percezione nazifascista del mondo è meglio che farlo per un film a partire dal quale saremo ingozzati di immaginario e non di reale. :)

  7. cioè… bisogna riempire la mente e non l’occhio, se è per questo io vorrei essere cieco… a volte.

  8. sì, su questo sono d’accordo e gestaltico :) però dal troppo-vedere non si può scivolare al troppo-apparire e quindi al troppo-poco-vedere-il-troppo-poco-di-pensiero-critico? una sorta di cartone animato che però faccia decrescere la psiche collettiva? temo questo. una sorta di dittatura digitale. e mi ripeto.

  9. Il pezzo di Lorenzo Esposito è molto energetico: dà davvero l’impressione di restituire in forma “traslata” lo stupore, innegabile, che dà la visione del film di Cameron. E’ una vera e propria ekphrasis, insomma, e come tale va salutata anzitutto “tecnicamente”: come Esposito, del resto, anzitutto tecnicamente si rapporta al film (che io purtroppo ho visto proprio con gli occhialetti appannati e non-del-tutto-puliti su cui Esposito ironizza).
    Fatta questa premessa, va sottolineato (non ovviamente nel senso della ribellione di aparrag) come questa lettura eviti accuratamente ogni riferimento alla sostanza dell’apologo (se non col cenno alla “lettura di Foucault”). Sostanza che è deliberatamente, e assai manifestamente, politica.
    Va anzitutto notato come, anche se con eterogenesi cronologica (se il progetto, voglio dire, è davvero di un quindicennio fa), l’irresistibile tempestività di Avatar ne fa la Grande Narrazione SF dell’era Obama. Così come 2001 stava agli anni Sessanta nietzschiani e visionari, il primo Alien e 1997 al clima di terrore degli anni Settanta e Blade runner a quello patinato-postmodernista dell’edonismo reaganiano (mentre l’unico non capolavoro del lotto, Starship troopers di Verhoeven, aveva però il pregio di limpidamente anticipare, nel ’97, il neomilitarismo xenofobo dell’era Bush).
    Se questa lettura ha una qualche ipotesi di attendibilità, c’è da trarre, temo, pessimi auspici sul corso della politica americana (e dunque mondiale) dei prossimi anni. Il presupposto è infatti politically correct sino all’estremo tollerabile, oggi, negli Stati Uniti: sino all’hybris di stare dalla parte dei colonizzatori pentiti che tradiscono la propria razza (gli umani 2154, fra i quali – ha notato Dario Voltolini: http://www.ilprimoamore.com/testo_1692.html – curiosamente non appaiono però che WASP; l’unico personaggio che appena appena incrini tale inquietante monoetnìa è la ruvida elicotterista in canotta – parrebbe ispanica) per contrastare l’esecrabile rapina di preziosi minerali fossili: la quale (ogni riferimento alle vicende di recente politica estera statunitense è ovviamente casuale) comporta l’assoggettamento degli innocenti nativi (i teneri pupazzoni blu-Pocahontas) e l’insulto alla biodiversità del territorio ospite. (Un tema, quello del “tradimento razziale”, che innerva in profondità l’immaginario americano: sino alla Macchia umana di Roth, ovviamente.)
    Ma è proprio questa “diversità”, del mondo di Pandora, a fare problema. Se c’è un ipotesto-archetipo di Avatar, cinematograficamente parlando (e a parte i riferimenti interni al resto della filmografia cameroniana passati in rassegna da Esposito, a partire da The Abyss), è secondo me molto nettamente Un uomo chiamato cavallo di Elliot Silvestein. Che in data non casuale (1970) raccontava la storia del tradimento razziale da parte di un “soldato blu” nei confronti dei nobili nativi depredati, quale ovvia allegoria del neocolonialismo americano negli anni-Vietnam. “Tradire la propria razza” (attraverso un dressage in quel caso involontario, nonché accanito sino al sadismo: la scena in cui Richard Harris viene appeso al soffitto, con i ganci confitti nella carne viva, turbò per anni i miei sonni di bambino) non era così comodo, allora, come per Jake Sully che si limita ad affrontarlo virtualmente. La “diversità” culturale dell’etnia nella quale si decide di entrare, con ciò abbandonando la propria identità (dove il topico “fardello dell’uomo bianco” viene percepito davvero col suo peso intollerabile, insomma), era davvero tale: e lo sottolineava la scelta di lasciare i dialoghi in lingua Sioux.
    L’altro archetipo che mi viene in mente non è cinematografico ma letterario: Diserzione, mitico racconto di Clifford Simak uscito nel 1944 (tanto più trasgressivo, dunque, in quanto scritto e pubblicato in piena guerra…), poi entrato a far parte del ciclo City: dove appunto una spedizione di umani deve sondare le imperscrutabili nebbie di Giove alla ricerca di preziose risorse da fare proprie e, per farlo, affronta una metamorfosi tale da renderli identici a una forma di vita indigena – i cosiddetti “Saltanti”. Solo in questo modo gli umani potranno esplorare, e poi colonizzare, la terra promessa. Ma alla fine, appunto, chi viene mandato nell’ambiente alieno in vesti di alieno finisce per preferirsi nelle sue nuove fattezze e abbandona la propria precedente identità umana (“aveva trovato invece la cosa più grande che l’uomo avesse mai conosciuto. Un corpo più agile e sicuro. Un’invincibile gioia di vivere. Una mente più acuta. E un mondo d’una bellezza che neppure i più grandi sognatori della Terra sarebbero mai riusciti a concepire”: cito da Le grandi storie della fantascienza, a cura di Isaac Asimov e Martin H. Greenberg, Milano, SIAD, 1982, p. 205).
    Anche questo è un motivo ricorrente (un’ultima, struggente apparizione è nel finale del romanzo Sirene di Laura Pugno, Torino, Einaudi, 2007), che va probabilmente ricondotto a un archetipo di matrice gnostica: l’abbandono sospirato del corpo-carcere (“il fardello dell’uomo”, non solo bianco) e lo sciogliersi estatico nel pleroma divino.
    Ma in tutti questi esempi l’Alieno, il “diverso”, è davvero tale. E in quanto tale, infatti, incommensurabile alle misure umane: ai limiti dell’ineffabile. Il “tradimento” perturba, perché è davvero tale. In tutti questi esempi, non a caso, lo stato differenziale è espresso da una lingua diversa (in Simak direttamente la telepatia; in Un uomo chiamato cavallo l’incomprensibile Sioux; nella Pugno il verso inaudito delle sirene e dei mostruoso-divini bastardi uomo-sirena).
    Mentre in Avatar la differenza linguistica viene risolta, dopo pochi cenni di sottotitolatura, con l’immediato apprendimento della lingua di Pandora da parte degli avatar e con l’adozione della nostra da parte degli indigeni. Il fatto è che in Avatar la Differenza – alla cui insegna si intendeva costruire un monumento – è in realtà solo Apparente. A tutti gli effetti le dinamiche di fedeltà/tradimento, giustizia/ingiustizia ecc., sono squisitamente umane e troppo umane: nulla hanno di realmente, perturbantemente alieno. I pandoriani, in effetti, non sono altro che Sioux i quali, invece di mustang, cavalchino pterodattili. Cosicché l’ideologia della “Resa” al Diverso, a ben vedere, non fa altro che mistificare la realtà della sua effettiva Assimilazione.

  10. Vedo solo ora il commento, troppo severo mi pare, di Biondillo: col quale concordo però nel reperimento della matrice western e nella dialettica (pelosa) del senso di colpa.

  11. “I pandoriani, in effetti, non sono altro che Sioux ”

    Concordo, difatti Avatar mi ha invitato a rivedere Balla coi lupi :)

  12. Il problema, Andrea, è che con Avatar la tua bella analisi è persino fin troppo generosa. Essendo il film una successione infinita di pacchetti narrativi premasticati e predigeriti, basta decidere a cosa ci si rifà per esaltare o distruggere l’universo citazionista cameroniano.
    Per dire: conosci “Aida degli alberi”?
    2001: primo cartone “tradizionale” anche in 3d. Una produzione italiana.
    Due popoli di due mondi, uno tecnologico e l’altro naturale. Il primo vuole prendere il prezioso legno di Arborea, anche a costo di distruggere il grande albero abitato dal popolo della foresta, mezzi umani e mezzi felini, dalla pelle blu. Ma uno degli invasori si innamora della felina blu, etc. etc.
    Cameron ha plagiato Aida?
    Ma no. Se scrivi plagio+avatar su google (io non lo fatto, ma immagino) chissà quante pagine escono.
    E’ che Avatar si adagia su un immaginario narrativo superscontato, di maniera, paraculo (persino la voce narrante, dai!) ma tutto è fatto senz’anima, meccanicamente [altro che Magritte. Anche quello è “già visto” al cinema. Io non ho nulla sul già visto, ben inteso. Ma bisogna saperlo far rivedere. A me piace la parola “amore”, ma quando me la versifica Saba, non Moccia]. Un po’ come la seconda trilogia di SW dove tutto è intreccio ma manca approfondimento, dramma, pathos, al punto che i robot solo i personaggi col maggior spessore psicologico (e pensa, invece, come la prima trilogia abbia saputo “usare” magistralmente sia gli archetipi che gli stereotipi).
    Anche per questo Avatar non mi fa “immaginare mondi”. Perché sono mondi “che mi aspetto”, prevedibili. Persino la pelle blu, insomma.

  13. ma è ovvio che il discorso di cortellessa non debba essere sottolineato nel senso della ribellione di aparrag, (non c’era nemmen bisogno di scriverlo). ovvio anche che il suo, di aparrag, è un punto di non-vista e quindi non una visione da spettatore. che poi aparrag possa essere lui stesso la mente di un avatar, beh… ciò semplificherebbe ulteriormente le due visioni e questo stesso commento, come gli altri sopra, non sarebbe lontanamente assimilabile a qualsivoglia punto di vista o non-vista di un umano sul discorso del suo proprio avatar. :)

  14. Ciao. Vorrei ringraziare Andrea Cortellessa per il rilancio (ma anche tutti gli altri, e anzi scusarmi per qualche refuso di troppo). Vorrei inoltre insistere su un punto: a chi l’ha visto in 3D, consiglio vivamente la proiezione 2D (certo, capisco che per Biondillo potrebbe essere fatica erculea, e devo dire che, come proverò a spiegare, non ha tutti i torti): non cambia nulla, anzi, in qualche misura rende giustizia al film (almeno su questo, Cameron ha ragione). E’ affascinante – che sia voluto, tuttavia, è tutto da dimostrare, e in ogni caso risulterà più facile crederlo a chi il film lo ha amato – come la ‘cosa detta’ non sia la tecnica, né la tecnica narrativa (così come in “Titanic” ovviamente la questione non era che fine facesse la nave…), ma il modus operandi attraverso cui si è scelto, al tempo stesso, di disarcionarle e di segnalarne i punti deboli. La strategia di Cameron, mi sembra, è stata di scegliere la tecnica dell’occhio, cioè di fare un film su una forma liquida che sarà sempre prima e dopo la tecnologia, cioè più incline, ma pure più avvezza, a mancamenti e accecamenti (che, peraltro, la sostanziano). Perciò, ha ragione Biondillo: “Avatar” è narrativamente noioso, oltrechè politicamente ambiguo (come del resto tutto il cinema americano, o forse come tutte le immagini, o come la politica ‘tout court’: da qui, il ‘mezzacosta’ pasoliniano, che richiamavo non tanto per gioco o per gusto della citazione occulta, e da qui l’amore per il cinema americano…?…). Ma, diciamo così, è un passo necessario, ‘industriale’ tanto quanto le sublimi vedute dei Lumière e dei loro operatori davano vita, contestualmente a una letterale riscrittura (e non documentazione!) del reale, al cinema commerciale (Godard però ci dice anche, che se questo cinema sembra eludere Rosarno o Haiti, ‘in realtà’ è addirittura in grado di profetizzarli…). Per questo trovo il film di Cameron un film funereo, tombale (sarcofaghi ovunque in “Avatar”, dalle capsule degli umani ai giacigli dei Na’vi) e, in quanto tale, vitale (nel senso appunto Lumière, di invenzione senza futuro che però non accenna a interrompersi). Politico, infine. Chiudo dicendo inoltre che sul piano della scrittura, la battaglia è quella di restituire o, come nota Cortellessa, di “traslare”, questo groviglio essenzialmente tonale e, ripeto, molto poco narrativo. Mi chiedo, riguardo al rapporto parola-immagine, se non sia necessario insistere a non parlare di ciò che semplicemente non piace o non emoziona (viene prima la politica o la politica delle immagini?). Insomma, più prosaicamente, non scrivere di un film o opera di cui si scriverebbe male. Ma Walter Benjamin non sarebbe d’accordo.

  15. eh, ma la mia uscita di sicurezza è in quella che il Maestro chiamava Pseudonimia quadratica (cfr. La notte, Milano, Adelphi, 1996)…

  16. Ancora concordo toto corde con Lorenzo (ma GB continua a parlare di narrazione, per forza che non ci capisce – anzi, non ci vede :-)

  17. Complimenti a Lorenzo per la visionarietà con cui vede Avatar.
    Però sono d’accordo al 100% con Biondillo e Cortellessa.
    Avatar è un polpettone di narrativa premasticata, ma anche visivamente non mi fa scoprire nulla di nuovo. E soprattutto, non c’è davvero alcuna alterità nell’alieno. Premasticato, premasticato, premasticato. Perché lo spettatore ideale di Avatar ha 15 anni, e immagina il diverso già integrato in una casella mentale che ha strutturato guardando Disney Channel e giocando a Mass Effect.
    Tant’è vero che gli alieni hanno una presa firewire nei capelli che li mette in contatto direttissimo con animali e piante ma, oh, si baciano come adolescenti!
    E per guadagnare il rispetto perduto dalla comunità, devo tornare da loro sfoggiando la Thunderbird più grossa!
    E l’ipotesi mondo-Gaia ha una base neuro-fisiologica per cui gli alberi tra loro… fanno internet!
    Fantastico.
    Restando nell’ambito dei polpettoni, erano molto più alieni i giapponesi de L’ultimo samurai.
    Restando nell’ambito delle narrazioni meno-che-riuscite, sono molto più alieni i Getheniani di Ursula K. Le Guin.
    E, ancora, con un frame fantascientifico riesce a dirmi di più sull’umano Joss Whedon con il suo space-western Serenity che Cameron con ‘sta saga dei megalopuffi.
    Il cerchio magico poi si chiude, escludendoci, intorno alla frase che poi testimonia l’avvenuto passaggio-della-soglia per i nostri protagonisti. “io ti vedo”. Ecco il sigillo della cialtroneria cinematografica. Dopo averci mostrato per ore un luogo-senza-anima e aver cianciato di un’anima mundi che non appare, assorbita dalla spettacolarità di immagini prive di poesia (ancora una volta: semplicemente funzionali a una storia banale) , ecco Cameron ti dice: se tu non vedi è perché a te manca la trasformazione interiore che il mio ex-marines-ora-megalopuffo ha vissuto!

  18. mmmh…. ho capito marco: dunque da un lato una sorta di ‘purovisibilismo’ e dall’altra ‘narrazione’ (che non ci sarebbe) e allora vedere il film solo o più con gli occhi sperimentali di un 1895….
    allora sono d’accordo sia con la mancanza dei narrativisti che con la necessità dei purovisibilisti e mi chiedo allora: se nel 1895 cinema e psicanalisi coincidevano quasi, ora che succede alla psiche 3d?
    :)

  19. Marco, io ci “vedo” benissimo – a Quarto Oggiaro aggiungerebbero: “e allora vedi di andare affanculo!”;-) -. E Avatar, dal punto di vista della “visione” è esattamente come dice Paolo S.
    (come ho detto nel mio primo commento: “come una epica del naturale sia nei fatti una esaltazione del digitale”).
    Il pubblico di Avatar è infantilizzato: non a caso le mie due bambine lo hanno visto e capito senza alcun problema (manco paura hanno avuto, durate la prima notte sul pianeta).
    Ma vuoi mettere il senso di straniamento che invece un Myazaki sa darti quando racconta “come un bambino” e non ad un “pubblico bambino”?
    Quella è visione al 100 %. Destabilizzante, addirittura.

  20. E ancora, Gianni Biondillo coglie nel segno. Miyazaki. Lo avevo in mente anch’io. Quanto era più visionario e alieno il mondo di Nausicaa della valle del vento? Quanto più… animato (kokoro) il suo mondo post-apocalittico, dove per inciso anche lì spore fluttuano meravigliosamente e la luce a tratti filtra o emana — non trovo altri termini — in modo divino?
    A lato: sul VHS di Ghost in the shell uno “strillo” diceva: il tipo di film che James Cameron vorrebbe fare, se Disney glielo permettesse. All’epoca non capivo bene. Visto Avatar, è diventato chiaro: ma parliamo del Disney-nel-cervello, se non di Cameron, dello spettatore che si immagina.

  21. Ma certo che le bambine hanno capito e tutto quello che dice Paolo S eccetera. Ma resta “un passo necessario, ‘industriale’ tanto quanto le sublimi vedute dei Lumière”. Ripeto, a me della storia in sé è importato poco e/o nulla. Ma credo che alcune sequenze siano (immaginario videogame? sì, e allora?) pagine che resteranno nella storia dell’arte così come sono restate quelle dei Lumiére. (Che ne è della psiche in 3D? Non so, ma quella mutazione è già all’opera, e da questo punto di vista Avatar non si inventa nulla).

  22. Che dire, Lorenzo Esposito (che ne sa più di me) e io (più ingenuamente), l’abbiamo vista. E’ quantomeno un’esperienza di godimento in più.

  23. Beh, Marco. Uno dei grandi spartiacque nei giudizi su Avatar (parlo di coetanei circa trentenni) è: videogiocatori/non videogiocatori. Il massimo giudizio sulle invenzioni di Pandora che riportano i videogioctori è “carino”. Per chi non bazzica Xbox e PS innovativo, stravolgente ecc ecc.
    “E allora” tra inventare una visione e “traghettarla” tra i media c’è una grossa differenza. Cameron ha fatto film più profondi, ha fatto film più avvincenti, ha fatto film più visionari, ha fatto film più toccanti. Questo è innovativo, ma in un senso per me molto sterile (e devo ancora meditare bene per capire perché non fanno presa su di me le parole di Robeto Esposito, che ha visto diversamente).
    Qui, per me, non stiamo parlando di un Picasso che copia Morandi, per dire. Stiamo parlando di un Somerset Maugham che imita Agatha Christie, ma pubblica il suo mystery in odorama.

  24. Perchè Roberto Esposito esiste, e non è un (mio) avatar. E se gli avatar non fossero che un lapsus di un avatar (è la farfalla che sogna di essere uomo…)? E comunque il bello è che concordo ancora con Biondillo: Miyazaki insuperabile. E inoltre Cameron ha fatto film più ‘belli’, cioè più epocali (e quindi filosofici, non conduttori d’una filosofia: Terminator, per gli anni ottanta, e Titanic per la fine dei novanta). Avatar non è un film epocale, ma tombale: la questione è quale in-esattezza assegnare a questo termine: positiva o negativa? Per me l’importanza di Avatar è che esplicita tutti i difetti – tecnici politici culturali – di un immaginario, sottoponendolo, per paradosso, a critica feroce e politicamente (non tecnologicamente o narrativamente) innovativa. D’altra parte gli avatar questo sono: specchietti per le allodole.

  25. mi interessa la definizione (strattamente filosofica) di Bello come “punto fulmineo di risalita, di svelamento, del continuo brulichio, sotto e sopra la superficie, del senso”.

  26. premetto che non ho ancora visto avatar e che, causa il mio cronico attaccamento al mio pc e alle mie pantofole, non so nemmeno se andrò a vederlo ma aggiungo anche che la cosa che più mi attira è proprio l’uso degli occhialetti per la visione in 3d (questa necessità di una protesi per una fruizione compiuta – anzi, perché l’oggetto della fruizione si produca compiutamente – che tra l’altro mi sembra raddoppi quella penetrazione della macchina che già segnalava benjamin). ecco perché mi stupisce l’invito alla visione in 2d di esposito. cmq post e commenti molto stimolanti (forse mollerò le pantofole)!

  27. Lorenzo, se continui ad essere d’accordo non c’è gusto a litigare! ;-)
    Facciamo così: trovo che Terminator sia un film epocale, ma su Titanic avrei molto da ridire.

  28. Sì, non credo sia del tutto un caso se ti ho preso per il filosofo :)
    Chissà quale… comunità ho interferito!
    Vedo di (s)focalizzare il mio dubbio, rispetto alla tua analisi.
    Tu mi stai prendendo il film come un Infinite Jest di Cameron, come un gesto parodico che mentre afferma nega la propria concezione di cinema, e di visione. E la cosa ha una sua coerenza parodica: per la mitologia induista, non c’è un avatar di Vishnu in ogni era, quando la giustizia viene calpestata dagli empi? E come chiamano gli americani gnoranti i loro dummy? Col nome di ciò che li distruggerà. Nella modernità il mito non si dà senza la parodia. Tutto questo ci può stare, e passata l’irritazione nei confronti del polpettone premasticato, potrei finire col vederlo anch’io.
    Eppero tutto vedo in Cameron, fuorché il jester capace volontariamente di distruggere ciò su cui capitalizza. Mi sembra che tu stia volontariamente spingendo il movimento di Cameron ipervelocemente in avanti (alla velocità della luce?) pretendendo che il pioniere entusiasta agisca consapevolmente come l’annientatore della terra incognita dove va a insediarsi. Mentre io l’ho visto come il tecnocrate che pensa di poter surrogare muscolarmente con ciò che ha quello che non potrà mai dare. E che chiamo, per restare in zona, il fantasma in conchiglia o lo spirito nel guscio.

  29. in tutta sincerità, non entro nel merito di tutte questi approfondimenti, darò solo un consiglio spassionato a Gherardo: tienti saldo alle tue pantofole, non sai quanto mi sia pentita io, poi dimmi tu.
    con tutta la fatica che ci vuole qui in culonia per fare una cosa semplicissima come andare al cine (tipo munirsi di auto, recarsi sul fianco di una corsia autostradale a una 20ina di km, fare la coda nel traffico, fare la coda al casello, fare la coda all’ingresso di questi enormi iper-mostri -mercati-in fiera- multisala -gli unici resti di ciò che in questa specie di pandora non hanno ancora smantellato (dopo aver chiuso l’una dopo l’altra tutte le monosalette dei vari centri cittadini) insieme ai consumatori – panini- panettoni….con tanto di documento non solo da esibire, ma che verrà temporaneamente confiscato per prestito occhialetti che faranno ammontare il costo di un biglietto a 10 euro (cui bisogna aggiungere benzina+ pedaggio autostrada + parcheggio -NB: veicolo obbligatorio per l’allunaggio in quei deserti asfaltati inaccessibili ad altre forme di vita, dove finisci davvero per trovarti seduto fianco a fianco a degli alieni che devono possedere altre conoscenze come la capacità reale di trasmettere messaggi a qualche entità dentro lo schermo se ai titoli di coda esprimono la loro soddisfazione con lunghi e commossi applausi, ma i miei occhialetti saranno difettosi anche nella temperatura emotiva oltre che x miopia, penso tra me, rimpiangendo le pantofole e giurando che la prossima volta che mi verrà il prurito di togliermele sarà solo per una cosa tipo la banda Baader -Meinhof……

  30. @gianni
    A me basta ci sia “originalità”.

    non ricordo più chi, forse puccini, disse a questo riguardo qualcosa di interessante. un aspirante compositore gli si presento tutto deferente chiedendo al grande maestro un giudizio sui propri spartiti musicali. questi, dopo avergli dato un’occhiata, rispose: “c’è del bello e c’è del nuovo. ma ciò che è bello non è nuovo, e ciò che è nuovo non è bello”.

    en passant: ho visto avatar, un sabato pomeriggio in mezzo alla folla di un megacentro commerciale sul raccordo anulare, il massimo del naz pop, ciò che quasi tutti i miei “simili” in genere detestano e io invece amo. mi è piaciuto, pur con tutte le citazioni, i plagi e le ingenuità. forse dipende da che cosa ci si aspetta, e con che cosa lo si paragona (miyazaki vs. cameron, è meglio il sushi o la bistecca?)

  31. @maria(v)
    se ti riferisci al film “La banda Baader -Meinhof”, attenta, è brutto e non poco.
    se invece intendi dire che ti alzeresti e ti affacceresti alla finestra solo e qualora si sentisse passare la banda Baader -Meinhof, non ti dò torto.
    a me quei pupazzi blu con la faccia da gattoni, gli occhialini che già sperimentai negli Anni Scinquanta con pessimi esiti, l’ecologia, la tematica dell’Altro, der Doppio, la cavalcata sull’Uccellone (vista e rivista e risalente a migliaia di anni prima di Moebius…), eccetera, mi fanno voglia di un film di Olmi prima maniera, tipo Il posto o I fidanzati, mi danno nostalgia di Zurlini, Rohmer, persino di Godard (che sempre odiai), persino Bolognini, tipo il ben brutto Un bellissimo novembre, mi viene voglia di un’annata intera de L’Approdo, manuale di cultura democristiana e televisiva bianco nero anni sessanta, eccetera.
    non posso invece con-dividere il tuo disprezzo per i PARCHEGGI, che considero gli unici luoghi degni di essere vissuti, in attesa che passi la suddetta Banda..

  32. Sergio, anch’io l’ho visto in un megacentro-nazpop -che a me non fa affatto arricciare il naso-. E’ che io non ci ho trovato né del bello, né del nuovo. (e come ho già detto, io non mi aspettavo nulla, perché nulla sapevo del film). Essì che io sono il populista per eccellenza! Però, vedi, a me piace sia il sushi che la bistecca. Dipende però se gli ingredienti sono freschi e ben cucinati.

  33. i miei occhi hanno tratto godimento da avatar. la mente era tranquilla, beata, sicura che tutto si sarebbe sistemato per il meglio.
    epica semplice semplice come solo gli americani possono ancora fare

  34. Penso che il cinema (inteso ora come luogo), allo stesso modo del teatro, sia innanzitutto uno spazio sociale e che uno dei migliori piaceri che procuri derivi proprio dalla possibilità che offre di fruire della visione di un film insieme ad altri – insieme agli altri spettatori della sala.
    Il confronto con gli altri spettatori – che sempre avviene nel corso di una proiezione -, la continua percezione dell’ambiente circostante,molto più che ad una sorta di condivisione sentimentale delle eventuali emozioni suscitate dal film, mi sono sempre parsi necessari al mantenimento della giusta distanza critica da cui considerare l’opera.
    Per questo la visione di un film con gli occhiali 3d, che necessariamente isolano dal vicino di posto, trascinando lo spettatore direttamente nell’irrealtà del film (e rendendolo così, più che spettatore, un suo ostaggio) non mi attira.

  35. Mi premeva rispondere alla sollecitazione di Francesco Pecoraro – al solito, molto ‘occhiuto’ (e non occhialuto) – sulla definizione di bello. La derivazione benjaminiana e warburghiana è fin troppo evidente. Ma non è questa la questione. Starei per dire, invece, che in quella parentesi dell’incipit è per me racchiuso l’oggetto (e il soggetto) autentico dell’aver scritto su Avatar: anzi, dell’aver scritto. Non in tutto ciò che si vede è possibile leggere qualcosa (come per anni sostenuto da certa semiologia). (Il Cameron foucaultiano che immaginavo, dovrebbe far suo il responso – uno dei – de “Le parole e le cose”: […] vanamente si cercherà di dire ciò che si vede: ciò che si vede non sta mai in ciò che si dice”). E, al tempo stesso, non ci si interroga mai abbastanza sulla franosità della precipitazione verticale parola/immagine (entrambi i precipizi, e orli, solcano Avatar). Non lo si fa perchè, lungo il piano di frattura, dovremmo elencare lacune e irregolarità, e scivolare fra le pieghe a rischiare e raschiare il vuoto (e non è detto che qualche foglia gigante attutisca la caduta). Così, si preferisce risolverla con i grandi contenitori: comunicazione, marketing, 3D… Insomma, è della finezza e insieme della dispersione delle fonti tecnologiche che si sta parlando, oppure, più a fondo, dell’assoluta friabilità dello spettro sismico che è l’immagine (e vieppiù l’immagine ‘parlata’)? Personalmente, cerco sempre di interrogarmi sula seconda ipotesi. Interrogare non il campo tecnico, ma la tecnica frattale con cui le immagini ripetono e originano crolli derive frammenti trasparenze enigmi. Cioè, al limite (e all’inizio), non avvicinare la questione del bello dal punto di vista del giudizio ( emotivissimo o freddissimo, sul film), ma la ‘storia’ dell’immagine, il processo per cui le cose, anche svuotate di significato, possono riemergere inattese e darsi come nuova sintesi e come nuova disgiunzione (ecco perchè ognuno ha la sua opinione, non solo sui film, ma su tutto): ossia, appunto, come ‘immagini’. Questo sussulto e risalita – il bello – Benjamin lo chiamava arresto (e il cinema a me sembra un ‘arresto’ bellissimo) e Warburg ricordava che si tratta sempre di guardare cose in vista di cose assenti. Falsi movimenti necessari, come la vita e come la morte.

  36. @ simona carretta

    al contrario di te, cine e teatro sono, per me, tra i pochissimi luoghi in cui “soffrirmi” la mia solitudine col minimo dell’imbarazzo – altri spazi chiusi, tipo pub, pizzerie, la maggior parte dei bar… qui in Italia, a differenza che all’estero, li trovo molto scomodi e non mi sento a mio agio.

    @ Lorenzo Esposito, nulla da eccepire alla sua analisi, ma io che rientro tra i freddissimi ho avvertito irritazione crescente in mezzo alla “mia folla”, nelle condizioni e spazi che condividevamo perché continuavo a domandarmi: ma cosa applaudono? cosa guardano? non si rendono conto di star seduti sul buco del culo del mondo? senza scomodare nessun pellirossa, il sito prescelto per la proiezione del film, cui siamo ormai obbligati a recarci per goderci questo tipo di spettacoli è di una desolazione, una mostruosità, uno scempio centomila volte superiore a quelle del cartoon colorato e a tutti gli effetti 3D propinati e tutti quei giovani coi musi assorti che applaudono tanto commossi NON lo vedono, perché i centri commerciali sono le mete del loro tempo libero predilette, è in questo scempio impacchettato che consumano la gratuità delle loro serate e weekend senza alternative. allora che la realtà sia a tal punto finita dentro la scatola con tanto di fascinazione da renderli immuni a quella appena un poco dietro o davanti o sotto il naso, è forse banalissima verità; che gli occhialetti permettano loro davvero di procedere bendati in mezzo allo sfascio in cui sono quotidianamente risucchiati è forse davvero possibile… più ci penso più quella che era iniziale freddezza, stupore, costernazione, incomprensione si trasforma in nausea, rabbia ecc ecc
    (ovviamente sono condizionata nel mio giudizio da categorie spazio-temporali personali)

    @ tashtego

    non lo so, forse hai ragione tu, può darsi che il film sia brutto, non m’intendo di cinema, come non m’intendo di cucina, poche, pochissime le cose che mi piacciono, spesso roba tutt’altro che per palati raffinati, imprevedibile ciò che mi emoziona. quel film mi è sembrato onesto nelle intenzioni, gli eroi non sono attraenti, piuttosto soprattutto all’inizio: spacconi, sbruffoni, superficialotti, schizzatelli, ma mi ricordava com’eravamo noi a 18 anni, quando si aveva la nostra piccola banda di vandali, com’eravamo idioti, arroganti, ignoranti e sognatori e ancora capaci di fare qualcosa, o di crederci forse, prima che ci mancasse il fiato – parlo per me, il “ci” è riferito esclusivamente alla mia vecchia banda di scorreggioni, quando anche noi ci martellavamo la testa con roba tipo: se lancio un sasso, il fatto costituisce reato, se 100 sassi vengono lanciati, il fatto costituisce un’azione politica. se brucio una macchina il fatto costituisce reato, se 100 auto vengono date alle fiamme, è un’azione politica. “protesta” è quando dico che qualcosa non mi piace. opposizione è fare in modo che non succeda più roba così, in un film bello o brutto, ammetto che sia tra le poche cose che ancora mi emoziona. sì.

  37. tranquillo cassano, non sei l’unico: siamo tutti sempliciotti in italia, tranne le persone colte che credono di essere troppo snob per non palesare la loro cultura di classe e che invece sono melodrammatici e comunque la mia era un’ironia…. ah già… in italia l’ironia è solo quella della sorte: siamo terribilmente seri anche su ciò che non ci riguarda, visto che il film non è nemmeno di un italiano, (ovviamente).
    comunque farò di tutto per andare a vedere questo benedetto avatar, dicono che emozioni, bah… le mie emozioni sono quando vado a prendere i referti e il test risulta negativo, per il resto, appunto, vedo solo avatar, ma proprio avatar, esseri virtuali gestiti da chissà chi ma è una cosa di massa e nemmeno io me ne vergogno…. non sono ancora emigrato all’estero. più che altro ripenso sempre a CB.

  38. @ maria v :

    non ravviso divergenza tra le nostre opinioni. Descrivendo il cinema e il teatro come spazi innanzitutto “sociali” non intendevo che non possano presentarsi come assolutamente invitanti a chi ci si reca solo, giusto per il piacere di gustarsi l’opera. Alludendo alla necessità del confronto, mi riferivo a quella connessione, anche quasi impercettibie e involontaria, che sempre si finisce con lo stabilire ,nel corso della visione, con gli altri spettatori (anche sconosciuti) e che inevitabilmente influisce nella ricezione.
    Penso inoltre che la solitudine, quando palesata in pubblico, sia un abito capace di conferire una certa allure a chi lo indossa, e per questo da portare con eleganza.

    Chiedo scusa a Lorenzo Esposito per il breve OT, aggiungendo che, per la cortesia e simpatia dimostrata nel ribattere a pareri anche discordi, anche lui a me é sembrato molto “occhiuto” e ben poco “occhialuto” -nonostante spettatore di Avatar! (scherzo,ovviamente..) – , fatto che ha reso certo più interessante tutto il corso della discussione.

  39. Ritengo (parere modestissimo e personale) che Avatar sia artisticamente irrilevante, perché lontano dall’inutile esercizio estetico della bellezza(come la maggior parte dei film usciti negli ultimi 20 anni), e socialmente poco edificante, in quanto è un’apologia allo status quo in 3D (che ci hanno anche costretti a pagare per sorbirci).
    L

  40. Un film senz’altro spettacolare, ma solo questo. Biondillo ha ragione. Una scorpacciata di stereotipi visivi, narrativi, etici. Mi limito a segnalare l’espressione feroce di alcune belve di Pandora: troppo feroci, appunto, la quintessenza di ciò che si pensa debba essere la “ferocia”. Nulla che che non sia prevedibile, che non parli di una sostanziale povertà di immaginazione. Solo artificio pirotecnico. E qualcuno citava Magritte…spero di aver letto o capito male.

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andrea raos ha pubblicato discendere il fiume calmo, nel quinto quaderno italiano (milano, crocetti, 1996, a c. di franco buffoni), aspettami, dice. poesie 1992-2002 (roma, pieraldo, 2003), luna velata (marsiglia, cipM – les comptoirs de la nouvelle b.s., 2003), le api migratori (salerno, oèdipus – collana liquid, 2007), AAVV, prosa in prosa (firenze, le lettere, 2009), AAVV, la fisica delle cose. dieci riscritture da lucrezio (roma, giulio perrone editore, 2010), i cani dello chott el-jerid (milano, arcipelago, 2010) e le avventure dell'allegro leprotto e altre storie inospitali (osimo - an, arcipelago itaca, 2017). è presente nel volume àkusma. forme della poesia contemporanea (metauro, 2000). ha curato le antologie chijô no utagoe – il coro temporaneo (tokyo, shichôsha, 2001) e contemporary italian poetry (freeverse editions, 2013). con andrea inglese ha curato le antologie azioni poetiche. nouveaux poètes italiens, in «action poétique», (sett. 2004) e le macchine liriche. sei poeti francesi della contemporaneità, in «nuovi argomenti» (ott.-dic. 2005). sue poesie sono apparse in traduzione francese sulle riviste «le cahier du réfuge» (2002), «if» (2003), «action poétique» (2005), «exit» (2005) e "nioques" (2015); altre, in traduzioni inglese, in "the new review of literature" (vol. 5 no. 2 / spring 2008), "aufgabe" (no. 7, 2008), poetry international, free verse e la rubrica "in translation" della rivista "brooklyn rail". in volume ha tradotto joe ross, strati (con marco giovenale, la camera verde, 2007), ryoko sekiguchi, apparizione (la camera verde, 2009), giuliano mesa (con eric suchere, action poetique, 2010), stephen rodefer, dormendo con la luce accesa (nazione indiana / murene, 2010) e charles reznikoff, olocausto (benway series, 2014). in rivista ha tradotto, tra gli altri, yoshioka minoru, gherasim luca, liliane giraudon, valere novarina, danielle collobert, nanni balestrini, kathleen fraser, robert lax, peter gizzi, bob perelman, antoine volodine, franco fortini e murasaki shikibu.